FISICA/MENTE

 

Strategie divergenti per combattere il neoliberismo

Enzo Modugno

da il manifesto

Secondo Serge Halimi nel suo «Il grande balzo all'indietro», edito da Fazi con una prefazione di Fausto Bertinotti, a trasformare il capitalismo sarebbe stato un potente apparato ideologico, che dovrebbe essere battuto sul suo stesso terreno, politicamente. Una posizione che trova in disaccordo la componente più anticapitalista del movimento


Serge Halimi e Fausto Bertinotti pensano che il neoliberismo sia il «potere della politica» e non il «potere dell'economia», non una «necessità storica dello sviluppo delle forze produttive». Ritengono infatti che a trasformare il capitalismo e a distruggere il welfare state sia stato «un potente apparato ideologico», cioè le idee di Friedrich von Hayek e Milton Friedman, sostenute da un «poderoso sistema di controllo politico». E di conseguenza sono convinti che il neoliberismo, così come è stato «costruito» da una operazione eminentemente politica, possa anche essere demolito da una azione politica uguale e contraria, che coinvolga i governi di sinistra e faccia crescere una «cultura di critica radicale».
Questa interpretazione del neoliberismo - resa esplicita nel saggio di Halimi Il grande balzo all'indietro (Fazi, pp. 526, euro 24.50, con prefazione di Fausto Bertinotti e un saggio di Massimiliano Panarari) - rimanda direttamente alla vexata quaestio se il cambiamento della forma della produzione sia il risultato del cambiamento del metodo di pensiero, come credeva Bacone, o se invece avvenga il contrario. Nel nostro caso, se siano state le idee del neoliberismo economico di von Hayek a trasformare il capitalismo, come pensano Halimi, Bertinotti e una parte del movimento antiliberista; o se siano state invece le trasformazioni produttive a far prevalere quelle idee, come pensa la parte più nettamente anticapitalista di questo movimento. Una posizione, quest'ultima, che tende al pessimismo ma che potrebbe essere fondata. Che le idee si muovano sulle linee tracciate dalle strutture economiche infatti, è sempre stato un argomento forte del movimento operaio: Galilei per esempio era considerato impensabile senza l'Arsenale veneziano; il cartesianesimo fu considerato anche come la presa di coscienza di una borghesia di commercianti e di banchieri; e col kantismo si scoprirono uomini universali i fabbricanti dell'industrializzazione. Questa volta potremmo considerare il neoliberismo come la presa di coscienza degli animal spirits del capitale informazionale: sempre sull'orlo di crisi devastanti, realizzano che con le nuove tecnologie non c'è più bisogno dell'economia mista necessaria alla fabbrica fordista, necessaria a tenere insieme il suo team di operai e tecnici. Perché le nuove macchine, trasformando irreversibilmente il modo di produrre, hanno incorporato nuovi saperi e possono essere servite da nuovi lavoratori precari, delocalizzati e senza diritti. Così può essere abbandonato l'ormai inutile keynesismo civile. L'indispensabile controllo della domanda globale invece è ormai stabilmente affidato al più efficace keynesismo militare: proprio le amministrazioni Usa più dichiaratamente neoliberiste hanno approvato i più alti stanziamenti alla difesa in tempo di pace e reso poi permanente in tempo di guerra. Si tratta comunque di un processo storico, non di sola politica, non di un «complotto del capitale» o di una trahison des clercs, come può apparire a chi guarda con gli occhi del periodo fordista. Due analisi diverse dunque, che nel movimento antiliberista determinano due diverse strategie. E che divergono soprattutto sulla questione ora più interessante, se sia possibile cioè che un governo di sinistra possa davvero rinunciare alle politiche neoliberiste. La parte del movimento che si riconosce nel libro di Halimi lo ritiene possibile. Halimi infatti approfondisce con straordinario vigore politico le linee guida di chi pensa che l'anticipatio mentis di von Hayek - sostenuta da un progetto strategico che ha avuto molti appoggi e finanziamenti - sia all'origine della «rivoluzione restauratrice» degli ultimi decenni: e ritiene quindi che sia possibile combatterla con un opposto progetto culturale e politico. Questa posizione dunque, nonostante le numerose smentite storiche, non rinuncia alla possibilità di operare con i governi di sinistra contro il neoliberismo, come testimoniano le convergenze con i governi sudamericani «amici» stabilite al Forum sociale di Caracas. Convergenze che la prefazione di Bertinotti suggella ora anche da noi. In polemica con il centrosinistra mondiale - che negli anni Novanta si illudeva di poter gestire l'economia neoliberista umanizzandone gli effetti - Bertinotti sostiene invece che il neoliberismo debba e possa essere battuto sul suo terreno, cioè politicamente, con una più avanzata «amministrazione dell'esistente». In attesa, certo, che si possa poi promuovere «la ripresa di processi reali per abolire lo stato di cose presente». Alla ripresa dei processi reali tende invece direttamente la componente più nettamente anticapitalista del movimento, perché ritiene che il neoliberismo sia legato alle trasformazioni produttive e quindi alla logica dell'accumulazione: e se compito dei governi è comunque quello di «allestire la scena» per l'accumulazione capitalistica, l'azione antiliberista resterà inevitabilmente fuori dalla loro portata. Quindi non ritiene possibile riportare al welfare questo capitalismo e torna a porre, ancora una volta, la questione del suo superamento.


 

Determinismo keynesiano

Antonio Pagliarone

Una rivoluzione è un puro fenomeno naturale che viene guidato piuttosto da leggi fisiche che secondo le regole che determinano l’evoluzione della società in tempi normali

(Lettera di Engels a Marx del 13/2/1851)

 

Enxo Modugno intervienendo nuovamente su Il Manifesto con un articolo dal titolo “ Strategie divergenti per combattere il neoliberismo” intende criticare l’illusione assai diffusa in paesi come il nostro che l’iniziativa politica possa in qualche modo contrastare ciò che viene comunemente definito “neo-liberismo”. Prendendo spunto dal libro di Serge Halimi Il grande balzo all'indietro con l’introduzione di Fausto Bertinotti, Modugno intende chiarire che la trasformazione subita dall’economia negli ultimi decenni non è stata determinata dalla sconfitta delle idee keynesiane ad opera dell’ideologia liberista di Friedrich von Hayek propagandata dagli scritti di Milton Friedman, per cui non avrebbe alcun senso impegnarsi in una battaglia ideologica come propongono Halimi e Bertinotti. Modugno sembra optare per la dinamica opposta ossia che siano state le trasformazioni nel sistema economico a produrre le idee neoliberiste, tanto che si spinge addirittura ad affermare “che le idee si muovano sulle linee tracciate dalle strutture economiche infatti, è sempre stato un argomento forte del movimento operaio”. Molto discutibile, al contrario a me sembra che la battaglia delle idee abbia permeato totalmente il cosiddetto movimento operaio ufficiale e la sinistra radicale. La pubblicistica della sinistra ufficiale e del minoritarismo rivoluzionario è sempre stata riempita dalle teorie regolazioniste entrate in voga grazie al contributo del bolscevismo sovietico e del keynesismo occidentale. Il determinismo di Modugno pone l’economia sulle stesso piano della filosofia mitizzandola. L’analisi delle dinamiche economiche non sono indispensabili per poter prevedere le dinamiche sociali che oggi più che mai verranno guidate da leggi fisiche piuttosto che dalle regole che determinano l’evoluzione della società. D’altro canto Modugno si precipita a capo fitto ad accettare i luoghi comuni relativi al ruolo delle nuove tecnologie nella produzione “postfordista” (termine ormai abusato). Infatti Modugno con estrema semplicità afferma che oggi il keynesismo civile, tipico della produzione fordista (e qui non ci spiega il nesso), viene semplicemente abbandonato “perché le nuove macchine, trasformando irreversibilmente il modo di produrre, hanno incorporato nuovi saperi e possono essere servite da nuovi lavoratori precari, delocalizzati e senza diritti”, ricadendo anche lui nel difetto del regolazionismo. Ossia le nuove tecnologie vengono applicate semplicemente per utilizzare nuovi tipi di lavoratori, precari, e non per favorire la ripresa dell’accumulazione e quindi del profitto. Infatti se Modugno si fosse soffermato ad analizzare queste due grandezze economiche (marxiane) avrebbe scoperto che l’introduzione delle nuove tecnologie non ha determinato alcun miglioramento delle performance economiche, specie in una economia come quella americana. Mi sono permesso di sviluppare una analisi sulla relazione tra applicazione delle nuove tecnologie e produttività ed ho scoperto che tale correlazione non esiste sia nel settore manifatturiero (a parte il settore cheproduce PC , ma ora nemmeno quello) ma soprattutto nel settore dei servizi. Nel mio articolo “Qualche riferimento al rapporto tra Information Technology e produttività”, che apparirà sulla rivista Collegamenti, ho cercato di evidenziare che l’utilizzo dell’informatica ed in generale delle nuove tecnologie non hanno portato benefici all’economia USA che permane con tassi d crescita estremamente modesti nonostante l’applicazione dell’Hedonic Prices Index grazie al quale sono stati realizzati veri e propri artifizi statistici per far aumentare la produzione. Non solo. I nuovi metodi di rilevazione dell’occupazione e l’utilizzo di un orario di lavoro pari a 35 ore settimanali (ormai si sono superate in realtà le 50 ore) hanno permesso di esaltare i valori della produttività con buona pace degli economisti liberisti e neo-keynesiani, tanto che un furbacchione come Jeremy Rifkin (ottimo produttore di letteratura aereoportuale) ha potuto infinocchiare mezzo mondo con le sue fantasie moderniste, rincuorando gli animi di coloro che non vedevano nulla all’orizzonte. In realtà l’unico settore che ha visto un boom nell’utilizzo dell’Information technology è quello finanziario.

Naturalmente Modugno ne consegue che l’unica possibilità di ripresa per l’economia americana risiede nel keynesismo militare, ma su questo tema più volte messo in discussione, non desidero ritornare poiché Modugno non intende recedere minimamente. Le mie precedenti insistenze nel criticare questo punto di vista non non sono state determinate dal fatto che io abbia qualcosa contro Modugno anzi, proprio perché lo ritengo in grado di fornire contributi ben più raffinati di quelli che propone alla riflessione .Le spese militari sono divenute solo un ulteriore peso che grava sull’economia americana impestata da un indebitamento senza precedenti provocato dalle dinamiche speculative (i capitali provenienti dall’Asia e dall’Europa continuano a sostenere il sistema finanziario americano anche se le metastasi dei derivati ha ormai messo a dura prova un organismo malato di tumore). Che Bertnotti voglia abbattere il capitalismo con le sue interviste televisive è poco credibile (in realtà gli interessano solo queste ultime), che esista un movimento anticapitalista così decisamente individuato da Modugno, ebbene non lo si è notato proprio. Che esistano movimenti che sperano ancora in una ripresa del welfare state ebbene saranno completamente devastati dalla macelleria del DPEF di Padoa Schioppa e di Prodi mentre Rifondazione Comunista forse continuerà a blaterare di movimenti e di sostegno alle classi più deboli. 


   

Torna alla pagina principale