Nascita di una politica educativa comune in Europa
Di Nico Hirtt
Traduzione a cura di
DIECI ANNI DI GESTAZIONE
Prima del trattato di Maastricht l’Unione europea non si occupava affatto di educazione. Fatta eccezione che per l’insegnamento professionale, le altre forme d’insegnamento attenevano strettamente alla competenza degli Stati-membri . Con la firma di un atto unico nel 1986, e con l’entrata in vigore del trattato di Maastricht nel 1992, le cose evolvono rapidamente. L’ articolo 149 dell’Atto unico europeo sostiene che «La Comunità contribuisce allo sviluppo di una educazione di qualità» ma in ogni modo «rispettando a pieno la responsabilità degli Stati membri quanto al contenuto dell’ insegnamento e all’organizzazione del sistema educativo». Dieci anni più tardi è gioco forza riconoscere che la Commissione europea svolge ormai un ruolo principale nella definizione e nella promozione di una politica educativa comune. Un ruolo grandemente superiore a quello previsto dall’ articolo 149.
Se si vuole situare la nascita di una politica comune in
Europa non è alla Commissione europea, al
Consiglio dei ministri e ancora meno
al Parlamento europeo che dobbiamo guardare quanto, piuttosto, alla potente
lobby padronale della Tavola Rotonda Europea degli industriali (ERT). Creato nel
1983, questo gruppo di pressione riunisce una quarantina tra i più potenti
dirigenti industriali europei, come Peter Brabeck (Nestlé), Paolo Fresco
(Fiat), Leif Johansson (Volvo), Thomas Middelhoff (Bertelsmann), Peter
Sutherland (BP) o Jürgen Weber (Lufthansa). Il loro lavoro comune consiste
nell’analizzare le politiche europee nell’ambito dei diversi settori e nel
formulare raccomandazione corrispondenti ai propri obiettivi strategici. Alla
fine del 1989 un «gruppo di lavoro educazione» dell’ERT pubblica un rapporto
intitolato «Educazione e competenza in Europa».
Questo sarà il primo di una lunga serie di documenti ad
affermare «l’importanza strategica vitale della formazione e
dell’educazione per la competitività europea» e a pérorare «un
rinnovamento accelerato dei sistemi d’insegnamento e dei loro programmi».
In particolare vi si legge che «l’industria non ha che
un’influenza molto debole sui programmi impartiti», e che gli insegnanti
hanno «una comprensione insufficiente dell’ambiente economico, degli affari e
della nozione di profitto», che «non comprendono i bisogni dell’industria»
[ERT 1989]. Comunque, insiste la Tavola Rotonda, «competenza ed educazione sono
fattori di riuscita vitali». In conclusione, la lobby padronale suggerisce di
«moltiplicare i partenariati tra le scuole (e) le imprese». Invita gli
industriali a «prender parte attiva allo sforzo educativo» e chiede ai
responsabili politici «di coinvolgere le industrie nelle discussioni
concernenti l’educazione» [ERT 1995].
La Tavola Rotonda rimprovera anche che «nella maggior parte
d’Europa, le scuole (siano) integrate in un sistema pubblico centralizzato,
gestito da una burocrazia che rallenta la loro evoluzione o le rende
impermeabili alle domande di cambiamento provenienti dall’esterno» [ERT
1995]. I datori reclamano dei lavoratori «autonomi,
in grado di adattarsi ad un continuo cambiamento e di accettare senza posa nuove
sfide» [ERT 1995].
«Non c’è
tempo da perdere», afferma ancora la Tavola Rotonda. «La popolazione europea
deve impegnarsi in un processo di apprendimento permanente» e, a tal fine, «sarà
necessario che tutti gli individui che imparino, si muniscano di strumenti
pedagogici di base proprio come fanno con una televisione» [ERT 1997].
Con un decennio di ritardo, l’emergere di iniziative volte
ad «armonizzare» le politiche d’insegnamento in Europa” emanate
essenzialmente dalla Commissione europea, sembrerebbero una progressiva
attuazione delle volontà espresse dall’ERT nel 1989.
Nel 1992, l’articolo 126 del Trattato di Maastricht accorda
per la prima volta alla Commissione europea competenze in materia di
insegnamento. A tal fine viene creata la DGXXII, la Direzione generale
dell’Educazione, della Formazione e della Gioventù, diretta dalla socialista
francese Edith Cresson. Si tratta di una sorta di «ministero» europeo dell’Educazione. Mme Cresson mette
rapidamente in azione un «gruppo di riflessione sull’ Educazione e la
formazione» sotto l’egida del prof. Jean-Louis Reiffers.
Dopo aver direttamente partecipato all’elaborazione del
Libro Bianco «Insegnare e imparare : verso la società cognitiva», tale
gruppo, nel 1996, esprime le proprie raccomandazioni. Si legge che «è
adattandosi alle caratteristiche dell’impresa dell’anno 2000 che i sistemi
d’educazione e di formazione potrebbero contribuire alla competitività
europea e al mantenimento dell’occupazione.» [REIFFERS 1996]. Iniziative come
i programmi Socrates e Da Vinci, o come il piano d’azione «Imparare nella
società dell’informazione» (volte ad integrare le tecnologie dell’
informazione e della comunicazione nell’insegnamento europeo) rappresentano i
primi passi verso l’attuazione di una politica europea dell’insegnamento.
Ma è con l’arrivo di Viviane Reding alla Commissione, nel
1999, che i desideri si cominciano ad avverare e che si passa davvero dalla fase
della riflessione a quella dell’armonizzazione.
Al Summit di Lisbona, il 23 e il 24 marzo 2000, i ministri
nazionali dell’ Educazione hanno ufficialmente avallato i progetti rimuginati
dalle signore Cresson e Reding. Nome in codice : «e-Learning». Per
l’occasione vengono riuniti, oltre ai 15 paesi membri dell ‘Unione europea,
i tre paesi della Zona di libero scambio europeo più i 13 candidati ad entrare
nell’Unione. L’ iniziativa «e-Learning» è volta a «mobilitare le comunità
educative e culturali così come i soggetti economici e sociali europei al fine
di accelerare l’evoluzione dei sistemi educativi e di formazione come anche la
transizione dell’Europa verso la società della conoscenza» [CCE 2001]. In
applicazione alle decisioni di Lisbona, la Commissione pubblica, nell’ ottobre
del 2000, è il suo «Mémorandum sull’educazione e la formazione permanente»
[CCE 2000-b]. Ai tempi del summit di Lisbona il Consiglio europeo aveva anche
invitato il Consiglio dei ministri dell’Educazione «a intraprendere una
riflessione generale sui futuri obiettivi concreti dei sistemi d’insegnamento,
(riflessione) centrata sulle preoccupazioni e sulle priorità comuni». In base
ai contributi degli Stati membri, e previa discussione di un primo progetto di
testo al Consiglio “Educazione” del 9 novembre 2000, la Commissione
pubblica, a fine gennaio 2001, il testo strategico: “I futuri obiettivi
concreti dei sistemi di Educazione» [CCE 2001].
L’idea madre, l’ideologia fondatrice di questa politica
educativa comune, è riassunta come segue nella maggior parte di questi
documenti : «l’Unione europea si trova di fronte ad una svolta formidabile
indotta dalla mondializzazione e dalle sfide relative a una nuova economia
fondata sulla conoscenza.». Da quel momento l’insegnamento europeo deve
piegarsi ad un «obiettivo strategico» principale: aiutare l’Europa a «diventare
l’ economia della conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, capace di
una crescita economica duratura» [CCE 2001].
I GRANDI ORIENTAMENTI
I cardini principali del discorso educativo europeo si
possono riassumere in poche parole : competenze, formazione permanente, TIC,
deregolamentazione, rapporti con le imprese, diversificazione, armonizzazione,
mobilità, cittadinanza, lotta all’esclusione. Specifichiamoli alla luce dei
principali documenti europei.
Competenze
Quando si tratta di contenuti da insegnare, il ruolo
principale della scuola, dicono le autorità europee, non è più trasmettere
saperi, ma piuttosto assicurare l’accesso a certe competenze. Si tratta, come
sottolinea il Consiglio europeo riunito ad Amsterdam nel 1997, «di dare la
priorità allo sviluppo delle competenze professionali e sociali, per un
migliore adattamento dei lavoratori alle evoluzioni del mercato del lavoro»
Più in particolare, l’accento viene posto più sulle «competenze
pluridiscipinari» o «trasversali» che sulle competenze “sociali”. Così,
nell’istante in cui le conclusioni del Consiglio europeo di Lisbona invocano
le «nuove competenze di base», quelle delle relative alle tecnologie
dell’informazione, alla madre delle lingue straniere, a una cultura
tecnologica, allo spirito d’impresa e alle attitudini sociali, è per
aggiungere immediatamente che «non si tratta di una lista di soggetti o
discipline come le abbiamo conosciute a scuola o successivamente», ma piuttosto
di «vasti domini di conoscenze e di competenze, tutti interdisciplinari» [CCE
2000-b]. Lo stesso documento precisa anche quali siano le competenze sociali (
«fiducia in se stessi, indipendenza, attitudine ad assumersi rischi»), e le
competenze relative allo spirito d’ impresa ( «capacità dell’individuo a
superarsi nel campo professionale», «attitudine a diversificare le attività
d’impresa»).
Formazione permanente
La più citata delle competenze, quella che, dalla fine degli
anni ‘90, è oggetto di tutte le attenzioni da parte della DGXII, è la
capacità di imparare durante tutta la vita. «Il concetto di educazione e di
formazione permanente non ha più una portata restrittiva; deve ormai trattarsi
di regolare l’offerta e la partecipazione, quali che sia il contesto di
apprendimento pratico considerato». [CCE 2000-b]
Ciò implica una ridefinizione delle missioni
dell’insegnamento di base : «Una educazione di base di qualità per tutti,
fin dalla più tenera età, costituisce un preambolo essenziale. L’educazione
di base, seguita da una educazione e da una formazione professionale iniziali,
dovrà permettere all’ insieme dei giovani di acquisire tutte le nuove
competenze fondamentali richieste da una società fondata sulla conoscenza. Essa
dovrà anche “insegnargli ad imparare” e dargli un’immagine positiva
dell’ apprendimento». [CCE 2000-b]
Questo adattamento dei sistemi educativi « a un mondo in cui
l’educazione e la formazione si perseguono durante tutta la vita» è oggi
qualificato come «la più importante delle sfide con cui tutti gli Stati membri
si confrontano» [CCE 2001].
Iniziazione alle TIC
Un’altra competenza cruciale, che compare con forza
crescente nel discorso educativo europeo a partire dalla metà degli anni
novanta, è «l’ alfabetizzazione informatica». L’Europa, scrive la
Commissione, deve accelerare l’ingresso delle scuole e nei luoghi di
apprendimento nell’era informatica » [CCE 2000-a]. Il summit europeo di
Lisbona, nel 2000, è stato ampiamente dedicato a tale obiettivo ormai designato
col termine «e-learning». Le conclusioni del summit rivendicano d’urgenza «uno
sforzo nella fornitura alle scuole di computer multimediali, uno sforzo per la
formazione degli insegnanti europei alle tecniche informatiche, lo sviluppo di
servizi e software educativi europei nonché l’accelerazione della messa in
rete di scuole e enti di formazione» [Communiqué de presse CCE, 9 mars 2000].
Deregolamentazione, autonomia
Trattandosi di strutture e modalità di gestione
dell’insegnamento, la Commissione perora, da più di dieci anni, la causa di
una profonda deregolamentazione: «La questione centrale, scrive nel 1995, è
andare verso una maggiore flessibilità dell’educazione e della formazione,
permettendo di tener conto della diversificazione degli utenti e della domanda.
E’ su un tale movimento che deve ingaggiarsi, prioritariamente, il dibattito
all’ interno dell’Unione» [CCE 1995].
Dopo il debutto degli anni ‘90, l’Unione europea stimola
e sostiene quindi le iniziative nazionali volte a «deregolamentare» i sistemi
d’ insegnamento, a sostituire la Scuola pubblica, gestita centralmente da
livelli di gestione autonomi e in situazione di forte concorrenza reciproca.
“I sistemi più decentralizzati, spiega in effetti la Commissione, sono quelli
più flessibili, che si adattano più in fretta e permettono di sviluppare nuove
forme di partenariato. » [CCE 1995].
Legami con le imprese
I partenariati cui ci si riferisce sono, tra l’altro,
quelli che secondo la Commissione la scuola dovrebbe intrattenere con l’ambito
delle imprese. «Gli istituti scolastici, i centri di formazione e le università
dovrebbero essere aperti sul mondo : è opportuno assicurare i loro legami con
l’ambiente locale, con le imprese e con i datori di lavoro in particolare, per
migliorare la comprensione dei bisogni di questi ultimi e accrescere in questo
modo l’occupabilità dei discenti» [CCE 2001]
A Lisbona, si è deciso di «realizzare dei partenariati tra
scuole, centri di formazione, imprese e istituti di ricerca, per
l’acquisizione di conoscenze proficue per tutti» [Presidenza del Consiglio
europeo, 2000].
Il Libro Bianco del 1993 sulla competitività e
l’occupazione suggeriva inoltre di sviluppare vantaggi fiscali e legali al
fine di incoraggiare gli investimenti diretti del settore privato e del mondo
degli affari nell’ insegnamento [CEC 1993].
Diversificazione
A detta della Commissione, un’altra posta della riforma
strutturale e del movimento di deregolamentazione è il «tener conto della
diversità dell’ utenza e delle domande.» [CCE 1995] Col medesimo spirito,
l’Europa auspica di «sviluppare l’orientamento scolastico e professionale
per tutti, in funzione dei bisogni in materia di formazione» e di «creare
sistemi elastici di validità dei titoli» [Présidence du Conseil européen,
2000].
Mobilità
Da qualche anno le autorità europee hanno avviato un
programma di convergenza dell’offerta di insegnamento superiore in Europa. In
nome della mobilità degli studenti, essa si schiera a favore di
un’armonizzazione nella durata dei corsi universitari, della creazione di un
sistema europeo di trasferimenti di crediti (ECTS) e delle procedure comunitarie
di controllo sull’insegnamento.
Su iniziativa della Confederazione europea dei Rettori e con
il sostegno della Commissione, è stato intrapreso uno studio di fattibilità, a
partire da un rapporto che studia il grado di convergenza e divergenza tra i
sistemi d’insegnamento superiore. Questo studio è servito da piattaforma di
una riunione organizzata a Bologna, il 18 e 19 giugno 1999. Ne è scaturita una
dichiarazione congiunta su “lo Spazio europeo d’insegnamento superiore”,
firmata dai Ministri dell’Educazione di 29 Stati europei, tra cui gli Stati
membri dell’Unione Europea e dello Spazio Economico Europeo.
La Commissione europea se preoccupa anche di promuovere,
attraverso l’ educazione, ciò che essa chiama «cittadinanza attiva» delle
giovani generazioni. Si tratta, spiega Edith Cresson, di «ravvivare tra i
giovani il senso di appartenenza alla società nella quale vivono e l’impegno
a suo favore». [CRESSON 1997] A tal fine essa prevede di muoversi su due piani
: da una parte attraverso l’introduzione di corsi di educazione civica e, dall‘altra, attraverso l’utilizzo di «pratiche pedagogiche democratiche» e la
creazione di «spazi di democrazia» nelle scuole.
Infine, le autorità europee , dall’esordio dei lavori
comunitari in materia educativa, del Libro Bianco del 1995, si sono sbilanciate
quanto al modo di «offrire ai giovani esclusi dal sistema educativo o in
procinto di esserlo, le migliori informazioni e il migliore inquadramento per
fargli acquistare fiducia in se stessi» [CCE 1995]. Quanto al modo di
procedere, la Commissione europea opta per le seguenti strade: la
sponsorizzazione delle scuole da parte di imprese, le convenzioni
d’inserimento scuola-impresa, l’ attuazione di tecnologie educative di
punta.
La politica educativa europea nasce e si sviluppa in un
ambiente economico e sociale di cui bisogna tener debito conto se si vuole
comprenderne la coerenza e la logica. Questo ambiente si caratterizza per un
inasprimento delle lotte di concorrenza su scala mondiale, per il ricorso
accelerato all’ innovazione tecnologica e per la dualizzazione sociale.
L’accumulo di conoscenze induce un’accelerazione costante
del ritmo di cambiamento tecnologico. Nella loro corsa alla competitività, le
industrie e i servizi si saturano di tali innovazioni per ottenere vantaggi
produttivi o conquistare nuovi mercati.. La guerra tecnologica, a sua volta,
inasprisce le lotte concorrenziali, il che si traduce in un moltiplicarsi di
fallimenti, ristrutturazioni, razionalizzazioni, chiusure aziendali e
delocalizzazioni. La fuga in avanti della mondializzazione dell’economia,
anch’essa favorita dallo sviluppo delle tecnologie della comunicazione, non fa
che acuire questa lotta mortale tra imprese, settori e continenti. Di contro,
l’inasprimento delle lotte concorrenziali spinge gli industriali ad accelerare
lo sviluppo e l’introduzione di nuove tecnologie nella produzione e sul
mercato di massa. All’aviazione commerciale ci sono voluti 54 anni per
conquistare il 25% del suo mercato potenziale negli Stati Uniti, il telefono ne
ha impiegati 35, la televisione 26. Il personal computer, quello, ha
conquistato π del suo potenziale mercato in 15 anni, il telefono portatile
in 13 e Internet in appena 7anni. Così, l’ambiente economico industriale è
divenuto più instabile, più cangiante, più caotico di quanto non sia mai
stato. L’orizzonte di prevedibilità economica si restringe senza posa.
La seconda caratteristica essenziale dell’ambiente
economico e sociale riguarda l’evoluzione del mercato del lavoro.
L’instabilità si traduce in una crescente precarietà dell’occupazione. I
lavoratori sono costretti a cambiare continuamente posto di lavoro, d’impiego,
il proprio mestiere. Anche la natura dell’occupazione cambia. La «nuova
economia» reclama una crescita impressionante del numero di informatici, di
ingegneri, di animatori specialisti di parchi informatici e di impiegati nella
gestione delle risorse. E’ l’aspetto più spesso sottolineato
dell’evoluzione del mercato del lavoro. Si insiste al contrario molto meno
sull’altra faccia di questa evoluzione : la crescita ancora più esplosiva di
un’occupazione a basso livello di qualificazione. Uno studio prospettico del
Dipartimento federale dell’Occupazione, sul periodo 1998-2008, mostra che i
posti di lavoro che conosceranno la maggiore espansione (non in percentuale ma
in volume) sono del tipo «short term on the job training» (formazione di breve
durata, «sur le tas»). Vi si trovano, alla rinfusa, impieghi da venditori, da
guardiani, da assistenti sanitari, da animatori, da hôstess d’ accoglienza, da
conducenti di camion o anche da «riempitori di distributori di bevande e
alimenti» (solo in questo settore sono previsti 250.000 nuovi posti di lavoro).
Il mercato del lavoro ormai non richiede più un elevamento generale dei livelli
di qualificazione, come è stato nel corso di tutto il XXimo secolo, ma un
appiattimento, una costante dualizzazione di questa formazione.
Infine, l’ultima caratteristica dell’ambiente economico,
anche questa una conseguenza dell’inasprimento delle lotte concorrenziali e di
una curva di crescita caotica : il disimpegnarsi dello Stato vis-à-vis dei
servizi pubblici. Gli ambienti economici esercitano pressioni sui governanti
perché diminuiscano la pressione fiscale. Quand’anche lo volessero, le
autorità politiche potrebbero resistere difficilmente a tali pressioni, la
mondializzazione dell’economia rende terribilmente efficace il processo di
“defiscalizzazione competitiva” .
Instabilità ed imprevedibilità dell’evoluzione economica,
dualizzazione delle qualificazioni richieste sul mercato del lavoro, crisi
ricorrente delle finanze pubbliche : questi sono i tre fattori che determinano, a
partire dalla cerniera tra anni 80-90, una revisione fondamentale delle
politiche educative, non solo in Europa, ma nell’insieme del mondo
industrializzato.
Se si ammette il postulato secondo cui la competizione
economica è il solo o, in ogni caso, il miglior modo di regolamentare le
attività umane, quali che siano - e tale sembra essere attualmente
l’ideologia dominante all’ interno dei cenacoli europei - non ci si stupirà
del fatto che l’ insegnamento venga a sua volta pensato come un mezzo per
sostenere la competitività delle imprese. In materia di politiche educative,
questo significa attualmente tre cose:
(1) assicurare la qualità del capitale umano attraverso un
adeguamento ottimale scuola-economia,
(2) utilizzare la scuola come leva a sostegno dei mercati
emergenti e
(3) posizionarsi nella conquista del mercato
dell’insegnamento. Puntualizziamo brevemente questi punti..
L’imprevedibilità dei cambiamenti industriali e
tecnologici impedisce ogni velleità di pianificare precisamente i bisogni nella
formazione. Al contrario, il ritmo sfrenato di questi cambiamenti è connesso
alla precarietà dell’occupazione che costringe i lavoratori a cambiare
frequentemente impiego o il posto di lavoro ed esige una grande capacità di
adattamento piuttosto che specifiche qualifiche. La nostra società, spiega la
cellule Eurydice fondata dalla Commissione europea per osservare l’ evoluzione
dei sistemi educativi europei, «ha bisogno di lavoratori più adattabili,
sempre più in grado di svolgere mansioni diversificate “ [EURYDICE 1997].
E, per la Commissione :«Economies are evolving rapidly and
to remain competitive, Europe needs to ensure that its human resources are
equipped for the challenge» [Communiqué de presse CCE, 17 et 18 mars, 2000] (ndt:
“Le economie stanno evolvendo rapidamente e, per rimanere competitiva,
l’Europa deve assicurarsi che le proprie risorse umane siano preparate al
cambiamento”).
Flessibilità dei lavoratori ma anche flessibilità della
Scuola. I sistemi educativi organizzati e finanziati completamente dallo Stato,
sono giudicati “ troppo rigidi per permettere al corpo docente di adattarsi
agli indispensabili cambiamenti richiesti dal rapido sviluppo delle tecnologico
moderno e dalle ristrutturazioni industriali e terziarie” (Table Ronde des
Industriels Européens, 1989). Nel 1995, in un nuovo rapporto, essa ribadisce :
«Nella maggior parte dei paesi d’Europa, le scuole
integrate in un sistema pubblico centralizzato, sono gestite da una burocrazia
che ne rallenta l’evoluzione o le rende impermeabili alle richieste di
cambiamento che vengono dall’esterno» (Table Ronde des Industriels Européens,
1995). In realtà, questi “sistemi pubblici centralizzati” corrispondevano
perfettamente ai bisogni degli ambiti economici del trentennio glorioso, quando
la crescita continua dell’occupazione e l’elevamento generale dei livelli di
formazione richiesta sostenevano una domanda costante di massificazione
dell’insegnamento. Ma le recenti svolte economiche - globalizzazione, corsa
alla competitività, cambiamenti tecnologici, deregolamentazione e dualizzazione
del mercato del lavoro - hanno indotto una domanda ormai molto più qualitativa:
la scuola deve soprattutto essere in grado di adattarsi rapidamente. Non solo
c’è scarsa domanda di una estensione quantitativa dell’insegnamento (se si
eccettua qualche specifica filiera legata alle tecnologia di punta) ma,
piuttosto, la dualizzazione del mercato del lavoro tende anche a giustificare un
regresso, una certa de-massificazione dell’accesso all’ insegnamento
superiore e secondario generale, in tutti i casi un abbandono delle ambizioni
democratiche di cui ancora si faceva sfoggio in materia più o meno vent’anni
fa .
In un contesto di inasprimento delle lotte concorrenziali,
sembra ugualmente cruciale, agli occhi dei pensatori liberali, che i poteri
pubblici sostengano la creazione e la conquista dei mercati emergenti, legati
alle nuove tecnologie. Anche là, l’insegnamento può giocare un ruolo
importante. Così, secondo la Commissaria all’Educazione Viviane Reding, «per
l’Europa è vitale colmare il proprio deficit rispetto agli Stati Uniti nel
campo dell’ informatica (.).
La realizzazione di questo obiettivo passa prima di tutto
attraverso l’educazione : l’acquisizione scolastica di una cultura
informatica e lo sviluppo della formazione permanente».
[CCE, Communiqué de presse 27 mars 2000]
Il programma europeo «e-Learning» è l’applicazione
specifica, sul terreno dell’insegnamento, del progetto «e-Europe» che
rappresenta esso stesso il tema generale del summit di Lisbona. Il dogma su cui
poggia e-Europe è che l’avvenire economico dell’Europa dipende dalla sua
capacità di raggiungere gli Stati Uniti nel campo della «cultura informatica»,
del commercio elettronico, dello sviluppo di imprese nei settori
dell’informatica, della comunicazione e del multimediale. A partire da questo
presupposto, si conclude che bisogna prima di tutto, «introdurre in Europa una
cultura informatica sostenuta da uno spirito d’impresa». Si tratta di «far
entrare tutti i cittadini, foyers, imprese, scuole e amministrazioni nell’era
informatica», di «vegliare a ché l’insieme di questi processi abbia una
vocazione all’integrazione sociale (e) conquisti la fiducia del consumatore»
[CCE 2000-c].
Se non è chiaro in che modo l’introduzione delle TIC possa
favorire l’integrazione sociale, è ben evidente, di contro, perché sia
necessario “riprogrammare” il consumatore. Oggi, “un numero troppo
limitato di persone (è) dotato di una cultura informatica e di un accesso in
linea». I consumatori devono quindi urgentemente “acquisire le competenze che
gli permettano di trovare su Internet le informazioni che cercano» [CCE
2000-c].
Ora, ci dice il rapporto Reiffers, «si può dubitare che il
nostro continente possa vere il ruolo industriale che gli compete su questo
nuovo mercato, se i nostri sistemi scolastici e di formazione non rispondono
rapidamente. Lo sviluppo di queste tecnologie, in un contesto di forte
concorrenza internazionale, ha bisogno di giocare pienamente sugli effetti di
scala. Se il mondo dell’educazione e della formazione non li utilizzano, il
mercato europeo diventerà troppo tardi un mercato di massa e l’auspicata
evoluzione dell’educazione e della formazione sarà realizzata da altri»
All’insegnamento viene pertanto ingiunto di «fare della
cultura informatica una delle conoscenze di base di tutti i giovani europei» [CCE,
Communiqué du 27 mars 2000].
Ma l’insegnamento non deve solo aiutare a sostenere altri
mercati, è esso stesso un formidabile mercato in divenire. La dualizzazione del
mercato del lavoro generata per poche famiglie - che, per la propria
appartenenza sociale, destinano i loro figli alle cariche più elevate - porta a
una strategia di «soprainvestimento scolastico».
Si cerca di favorire con tutti i mezzi la posizione
competitiva dei propri figli sul mercato del lavoro.
Quello che, per inciso, altra non è che una dimensione
marginale dell’economia informale, si trasforma in un mercato gigantesco
grazie alle opportunità offerte dall’insegnamento “on line”.
La crescente domanda di formazione permanente contribuisce
anch’essa a sostenere la crescita del mercato dei servizi educativi. Si
trovano ormai su Internet corsi particolari, siti per il sostegno scolastico o
di aiuto nella preparazione di esami. Il definanziamento dell’insegnamento,
infine, in particolare per le scuole superiori, aumenta i costi delle iscrizioni
e si trasforma, una volta ancora, in mercato. Secondo il consulente americano
Eduventures, specializzato in Education-Business, «Gli anni 90 resteranno negli
annali per l’aver permesso la maturazione dell’insegnamento di mercato (“for-profit
education”). Le fondamenta della vibrante industria educativa del XXI secolo
- iniziative imprenditoriali, innovazioni tecnologiche e opportunità di mercato
- hanno iniziato a muoversi per raggiungere la propria massa critica». [Newman
2000].
La Commissione Reiffers stima che «è arrivato il tempo
dell’educazione fuori della Scuola e che la liberalizzazione del processo
educativo, così reso possibile , sfocerò in un controllo operato dalle offerte
educative più innovative piuttosto che dalle strutture tradizionali.» [REIFFERS
1996]
Alla luce dell’analisi precedente, i grandi orientamenti
della politica educativa europea si chiariscono e disvelano la loro logica..
Lo scivolamento dei saperi verso le competenze è spiegato
quindi non da un sussulto d’innovazione pedagogica, come si potrebbe ritenere,
ma essenzialmente da una volontà di adeguamento della mano d’opera ad un
ambiente di produzione caotico e dualizzato. Per quel 20-25% di manodopera che
occuperà i posti a un livello molto alto di qualificazione, i saperi scolastici
sono per lo più obsoleti. Per il 40- 50% dei posti a livello di qualificazione
molto basso, sono superflui. Dal che la volontà di concentrare la formazione su
quelle competenze di base comuni a tutti : lettura, scrittura, calcolo,
alfabetizzazione informatica, adattabilità, capacità di risolvere problemi,
competenze sociali, etc. Secondo un rapporto Eurydice, «Le conoscenze evolvono
ad un ritmo tale che le scuole sono costrette de a dotare gli allievi di basi
che gli permettano di sviluppare autonomamente le proprie conoscenze» [EURYDICE
1997]. «Non è sufficiente saper leggere, scrivere e fare di conto», spiega
ancora la Cellula Eurydice, «bisogna anche didattizzare le nuove forme di
comunicazione e di accesso all’informazione».
Il rapporto sugli obiettivi futuri dell’insegnamento
sottolinea la medesima idea con maggior chiarezza : «In un ambiente
professionale, la complessità dell’organizzazione del lavoro, la
moltiplicazione dei compiti affidati ai salariati e l’introduzione di regimi
di lavoro flessibili e di formule di lavoro di gruppo, costringono i lavoratori
a possedere, più dei loro predecessori, competenze relative agli aspetti
puramente tecnici della loro professione. La gamma di competenze utilizzate sul
luogo di lavoro si amplia senza posa. [.] La più importante di queste
attitudini è la facoltà di imparare» [CCE 2001].
Analogamente, l’idea di una formazione “permanente” è,
nello spirito dei decisori europei, essenzialmente pensata in termini di
occupabilità e di produttività. Il lavoratore deve dar sfoggio delle sue
conoscenze e delle sue competenze nel corso della propria vita professionale, ma
farà soprattutto in modo che tale formazione non continui a essere a carico del
suo datore di lavoro. Si tratta, quindi, di “responsabilizzare” il
lavoratore, di individualizzare il suo rapporto con la formazione. «In seno
alle società della conoscenza, spiega la Commissione europea, il ruolo
principale spetta agli stessi individui. Il fattore determinante di questa
capacità che ha l’essere umano di creare e mettere in pratica le conoscenze
in modo efficace, in un ambiente in continua evoluzione. Per trarre la parte
migliore di questa attitudine, gli individui dovrebbero avere la volontà e i
mezzi per prendere in mano il proprio destino». [CCE 2000-b]
«Imparare ad
imparare, ad adattarsi al cambiamento e a decodificare importanti flussi
d’informazione», queste sono ormai le competenze generali che ognuno dovrebbe
acquisire, conclude la Commissione. «I datori di lavoro esigono sempre di più
capacità di imparare, di assimilare rapidamente le competenze e di adattarsi a
nuove sfide e contesti.» [CCE 2000-b].
La fortissima volontà, espressa dalla Commissione Europea,
di accelerare l’introduzione delle TIC nella scuola è stata spesso
giustificata in nome delle potenzialità che tali tecnologie offrirebbero sul
piano pedagogico. Evidentemente qui non è questione di contestare queste
possibilità, ma non dimeno è stupefacente notare come il computer e Internet
siano stati bruscamente elevati al rango di priorità in materia d’innovazione
scolastica. Perché un tale slancio ? La risposta, una volta ancora, stilla
dalle fonti quando si capisce che l’insegnamento in Europa è pressocché
esclusivamente pensato come vettore della crescita economica.
A dar credito alla relazione sugli «obiettivi futuri
concreti dell’ insegnamento», tutti gli Stati membri dell’Unione pensano
che sia necessario « rivedere le competenze di base che i giovani dovrebbero
possedere al momento di lasciare la scuola o la formazione iniziale, in modo che
queste includano pienamente le tecnologie dell’informazione e della
comunicazione» [CCE 2001]. Questa introduzione delle TIC sulla cattedra
scolastica, persegue tre obiettivi principali:
preparare la mano d’opera ad evolvere in un ambiente
dominato dalle tecnologie,
assicurare la flessibilità di tale mano d’opera
utilizzando le TIC come mezzo per facilitare la formazione permanente e
sostenere il mercato europeo delle TIC.
Quanto al primo punto, è sufficiente ricordare che più del
70% degli impieghi che si creano attualmente fanno ricorso all’utilizzo di
un’ interfaccia informatica. La maggior parte dei giovani devono quindi
imparare a trattare informazioni complesse, non ad utilizzare il computer come
fosse un’estensione ed un catalizzatore della loro intelligenza, ma piuttosto
a rispondere agli ordini di uno schermo e a manipolare un mouse. Ed è
sfortunatamente, ma logicamente, a questo che si riduce troppo spesso l’
utilizzo dei computer in classe.
Ma la commissione ricorda che si tratta anche di «mettere il
potenziale delle nuove tecnologie al servizio delle esigenze e della qualità
della formazione permanente». “Si tratterà di offrire le garanzie
d’accesso alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione per tutti
quelli che si formano, [.] la formazione all’uso di queste tecnologie, in
particolare “per imparare”, assicurare la disponibilità di servizi e di
prodotti multimediali europei di qualità» [CCE 2000-a].
Il riferimento pedagogico quindi non è del tutto assente dal
discorso della Commissione. Nel Libro Bianco del 1995 essa insiste “sulla
necessità di un incoraggiamento alla produzione europea di software educativi»
[CCE 1995].
Ma l’illusione non dura a lungo. Mme Reding ci spiega che
si tratta piuttosto di «stimolare l’emergere di un’industria europea nel
multimedia e nei servizi accessibili on line». “La società
dell’informazione deve utilizzare in Europa dei contenuti europei» martella
la Commissaria dell’ educazione. E precisa che «in questo campo, in modo
particolare, un partenariato con l’industria è necessario» [CCE, Communiqué
du 9 mars 2000].
Nel suo piano d’azione 1996-1998, «Imparare nella società dell’ informazione», la
Commissione europea spiega che, se la Scuola deve assolutamente rimettersi al
multimediale, ai software e ad Internet, è perché «questo settore d’attività,
con lo sviluppo dei nuovi prodotti e dei nuovi servizi, è promettente» ma che
«un numero troppo piccolo di utenti e di ideatori penalizzerebbe durevolmente
l’industria europea del multimediale».
Cioè perché “l’iniziativa europea in materia permetta
alla fine di ottenere più rapidamente un sufficiente numero di utenti (.) e di
avviare la formazione di un reale mercato multimediale educativo europeo» [CCE
1996].
Nel 1994, la Tavola Rotonda Europea degli industriali
chiedeva ai responsabili dell’insegnamento di «utilizzare la quantità molto
limitata di soldi pubblici come catalizzatore per sostenere e stimolare
l’attività del settore provato» [ERT 1994]. Nel 1997, l’associazione
padronale è soddisfatta per essere stata capita : «L’uso delle tecnologie
dell’ informazione e della comunicazione nel processo educativo sta per
imporre importanti investimenti in termini finanziari e umani. Questi
genereranno dei benefici commensurati alla misura della posta in gioco» [ERT
1997].
Per cento anni la scuola è servita per inculcare alle
giovani generazioni l’ amor patrio, al fine di trasformarle in carne da
cannone per la grande guerra imperialista. Oggi, la scuola è incaricata di fare
di loro zelanti consumatori di Web, per condurre la grande guerra commerciale
dell’era informatica. E un po’ meno sanguinoso (a condizione di chiudere gli
occhi sulle malefatte della «nuova economia» nei paesi in via di sviluppo). Ma
non è meno interessato e non rende la scuola migliore.
Le raccomandazioni europee in materia di riforma strutturale
dei sistemi d’ insegnamento, la deregolamentazione dell’insegnamento
pubblico a vantaggio di livelli di gestione più autonomi e concorrenziali, sono
anch’esse ispirate dalla preoccupazione di un adeguamento ai bisogni
dell’economia di mercato. Per la Tavola Rotonda degli Industriali, «la
resistenza naturale dell’insegnamento pubblico tradizionale dovrà essere
superata attraverso l’utilizzo di metodi che combinano l’incoraggiamento,
l’affermazione di obiettivi, l’orientamento verso l’utente e la
concorrenza, soprattutto quella del settore privato» [ERT 1989].
Ciò che si sottolinea è, prima di tutto, la capacità
d’adattamento dell’insegnamento a un ambiente in mutazione costante e
rapida. La Commissione Reiffers, riprende questa idea quando spiega che è «attraverso
una maggiore autonomia dei soggetti responsabili chiaramente informati delle
missioni che gli sono attribuite che i sistemi educativi e di formazione
potranno adattarsi meglio» [REIFFERS 1996].
Ma si tratta anche di aprire la scuola al settore privato. Da
un lato nella forma di partenariati, dall’altro in quella di una pura e
semplice privatizzazione. “La maggiore libertà di cui dispongono i dirigenti,
dice il rapporto sugli Obiettivi concreti futuri, permette loro di concludere un
tipo diverso di partenariati con i poteri pubblici, (partenariati) che non siano
solo bilaterali ma multilaterali e che inglobino non solo gli altri soggetti del
mondo dell’educazione e della formazione (come le università, le scuole
ordinarie o altre istituzioni scolastiche), ma anche organismi privati come le
imprese» [CCE 2001].
Poco a poco tale deregolamentazione mina l’insegnamento
pubblico tradizionale e, com è sottolineato ancora dal gruppo di lavoro
Reiffers, «la liberazione del processo educativo resa in questo modo possibile
sfocerà in un controllo da parte di fornitori educativi più innotavitivi che
non le strutture tradizionali.» [REIFFERS 1996]
Secondo la Commissione, la riuscita della sua politica
d’insegnamento «dipenderà (...) dalla volontà delle imprese a cooperare col
settore educativo, per esempio attraverso dei partenariati tra settori pubblici
e privati» [CCE 2000-c]. Questa volontà comunitaria di sviluppare un legame
tra la scuola e l’impresa si spiega facilmente nel quadro analitico che
abbiamo sviluppato. Il primo obiettivo cui ci si volge è evidentemente di
assicurare così un migliore adeguamento tra le formazioni scolastiche e i
bisogni delle imprese. Il Documento “Obiettivi futuri dell’insegnamento in
Europa” spiega questo fine: «E’ generalmente ammesso che le istituzioni
scolastiche e gli istitui di formazione debbano stabilire dei legami con il
mondo delle imprese. In numerosi paesi, tali legami sono inerenti la presenza di
partenariati sociali nell’organizzazione e della formazione e rappresentano
con ogni evidenza una componente essenziale del processo volto a garantire la
capacità d’inserimento professionale. Nondimeno le imprese locali sono una
risorsa per altri aspetti: forniscono una indicazione quanto ai bisogni futuri
di qualificazione nell’area interessata, rappresentano una fonte
d’informazione potenziale per i discenti quanto al modo di funzionare del
mondo delle imprese, etc» [CCE 2001].
Ma la collaborazione scuola-impresa ha lo stesso
un’importante dimensione ideologica. Per il sistema d’insegnamento come tale
e anche per i discenti. I dirigenti europei sanno bene che il mondo
dell’insegnamento è per tradizione piuttosto ostile all’intervento di
impiegati nel loro mestiere. Essi chiedono quindi agli insegnanti di «riflettere
sul problema di sapere se le loro posizioni nel rapportare le imprese e i
partenariati stranieri con il sistema d’insegnamento siano ancora valide
all’alba del nuovo millennio. (.) Per la società potrebbe essere opportuno
incoraggiare un tale interesse piuttosto che escluderlo. I sistemi educativi
dovranno riesaminare le loro pratiche per determinare ciò che la partecipazione
delle imprese potrebbe insegnargli al fine di motivare i discenti e di dare alle
istituzioni scolastiche o agli istituti di formazione una nuova prospettiva» [CCE
2001].
Nel caso degli alunni, i motivi ideologici della
collaborazione scuole-impresa attengono a ciò che viene pudicamente chiamato «spirito
d’impresa». Questo non vuol dire altro che l’assoggettamento dei loro
stessi desideri e interessi a quelli dell’impresa per la quale si lavora, la
forma ultima dell’alienazione del lavoratore da parte del capitale. Per il
documento di sintesi sugli Obiettivi dell’insegnamento, lo spirito d’impresa
è “ uno spirito attivo e reattivo che la società nel suo insieme si dà a
valorizzare e nel quale essa deve investire. Le scuole e gli istituti di
formazione dovranno includere questi elementi nei loro programmi e operarsi a ché
i giovani possano entrare in questo dominio fin dalla più giovane età» . E più
avanti il documento precisa : «le scuole dovranno anche coltivare i contatti
che intrattengono con le imprese del loro ambiente diretto allo scopo di
presentare quelle capaci come modelli durante le lezioni dei corsi di educazione
civica» [CCE 2001]
*Verso la privatizzazione
La creazione di uno « spazio europeo» d’insegnamento
superiore è ufficialmente motivata dalla volontà di offrire agli studenti una
maggiore mobilità, armonizzando i corsi e il controllo di qualità ed emettendo
titoli comuni . Ma perché repentinamente una tale voglia di «mobilità» ? Di
nuovo, il contesto economico globale ci illumina. La fine della massificazione
dell’insegnamento e la permanenza di forti vincoli di austerità finanziaria
trascinano ad un processo di razionalizzazione dell’offerta d’insegnamento
superiore che s’iscrive esso stesso nel (e di contro alimenta il) vasto
movimento di privatizzazione dei servizi educativi. Se si vuole che l’Europa
occupi il suo posto in questo mercato mondiale in divenire, bisogna creare sul
Vecchio Continente le condizioni che permetteranno l’emergere di gruppi
dirigenti competitivi, capaci di fare concorrenza alle più prestigiose
università americane, Tale è la funzione dello “spazio europeo”
d’insegnamento superiore. La mobilità degli studenti è condizione per un
buon funzionamento del mercato scolastico. Vale lo stesso per le diverse
iniziative volte a promuovere i sistemi di valutazione che valutano e
riconoscono le competenze, l’esperienza e il sapere acquisiti in extremis e
nei diversi ambiti nonché incluse in un contesto non formale o informale. Così,
dietro le velleità regolatrici della Commissione si nasconde una profonda
volontà di deregolamentare il sistema aprendolo alle leggi caotiche della
concorrenza.
La Commissione ha anche capito molto in fretta che
l’insegnamento a distanza - notoriamente l’insegnamento in rete - sarà uno
dei principali vettori della crescita del mercato dei servizi educativi (più
del 50% degli investimenti nell’Education Business americano nel 2000 hanno
riguardato o l’una o l’altra forma d’insegnamento a distanza). Prevedendo
una azione dell‘Unione nel campo educativo e della cultura, i trattati
europei hanno “d’emblée” limitato le competenze nazionali in materia. Così
il trattato CEE prevede che «l’insegnamento privato a distanza è un servizio»,
e la libera prestazione di servizi è garantita dall’articolo 59 e seguenti
del medesimo trattato.
«Cittadinanza»
e «lotta al fallimento»
Che rimane, dopo tutto questo, della volontà espressa da
Edith Cresson di promuovere la cittadinanza a/e attraverso la Scuola e di
lottare contro l’esclusione e il fallimento scolastico ? Non molto, a dire il
vero. E’ significativo constatare che queste due dimensioni delle riforme dei
sistemi d’insegnamento europei sono completamente assenti dai documenti più
recenti. Sembra che non siano servite ad altro, all’epoca, che da alibi
ideologici. Si tratta ormai di una pratica corrente in numerosi paesi : in nome
della lotta contro il fallimento scolastico si abassano i livelli di esigenza
per quelli che hanno più difficoltà. La lotta contro il fallimento diventa così,
paradossalmente, il pretesto per una crescente polarizzazione del sistema.
E'
ciò che il gruppo di riflessione Reiffers
chiamava «interessarsi maggiormente ai due estremi della catena più
direttamente interessati dalle moderne evoluzioni: a) coloro che si
confronteranno nella competizione internazionale (qualifiche specializzate alte
o più basse) con i loro omologhi di altre parti del mondo ; b) coloro che
verranno esclusi dalla società cognitiva perché non avranno i mezzi per
inserivisi. (.) Uno sforzo particolare dovrebbe essere fatto su questi due
estremi» [REIFFERS 1996].
Lo sforzo, si sarà capito, non consiste nell’avvicinare
questi estremi ma, al contrario, nell’adattare ai bisogni la loro formazione :
elevare il livello dei primi (eventualmente facendo ricorso all’insegnamento
privato e di mercato) e abbassare quello dei secondi al rango di acquisizione di
vaghe competenze sociali e trasversali. Ecco qui ciò che si chiama «lottare
contro il fallimento scolastico».
Quanto alla «cittadinanza», ecco davvero un concetto che può assumere i significati migliori come quelli peggiori a seconda del senso che gli viene dato. Se lo si intende nel senso dell’accesso, per ogni cittadino, ai saperi che danno la forza di capire il mondo nelle sue molteplici dimensioni - sociale, tecnologica, scientifica, storica, economica, culturale, filosofica, artistica - e come possibilità di prendere parte attiva nella trasformazione comune di questo mondo verso una maggiore giustizia, equità e razionalità, allora la cittadinanza è la più bella delle missioni che possa colmare la Scuola. Ma si potrebbe anche intendere questo termine nel senso di una specie di istruzione civica volta ad inculcare la fede nella società occidentale, con la libertà di mercato che fa da centro di gravità . Tutto ciò che precede mostra che, sfortunatamente, non c’è alcun dubbio quanto al senso dato a tale termine dalle autorità europee.
Del
ruolo della Commissione europea
Dalla fine degli anni ‘80, si assiste ad un crescente
intervento della Commissione europea nella sfera educativa. Il principale
orientamento di tale intervento è stimolare una politica d’insegnamento
comune, le cui ambizioni sono chiaramente di ordine economico. Gli Stati europei
si lasciano quindi condurre alla col frustino dalla Commissione ?
J.
Field, ricercatore all’Università d’Ulster, nota che
la concezione europea di apprendimento «permanente» è «largamente definita
in termini di occupabilità e di obiettivi economici» [FIELD 1997]. Da parte
sua, M. Murphy, della Northern Illinois University, fa notare che «la decisione
politica di incoraggiare l’apprendimento a vita è destinata a fornire alle
grandi imprese europee l’infrastruttura educativa essenziale ai fini del
mantenimento dei loro tassi di profitto» [MURPHY 1997].
Ancora vagamente camuffata al suo debutto, questa
strumentalizzazione dell’ insegnamento al servizio della competizione
economica è oggi esplicitamente acquisita. «L’Europa evolve verso una società
e una economia fondate sulla conoscenza. Come mai prima d’ora, l’accesso a
informazioni e conoscenze in tempo reale, piuttosto che la capacità di
utilizzare queste risorse intelligentemente, per un fine personale o
nell’interesse della collettività, condizionano la competitività
dell’Europa e il miglioramento delle capacità d’inserimento professionale e
d’adattamento della anodopera » [CCE 2000-b]. Tutto il resto è solo
secondario e può essere oggetto di politiche differenziate, tra un paese e
l’altro, a seconda delle peculiarità culturali, storiche di ogni sistema
d’insegnamento. Perché, sottolinea la presidenza portoghese del summit di
Lisbona: «la diversità dei sistemi educativi e di formazione degli Stati
membri è considerevole ma, quali che siano gli obiettivi più generali
perseguiti in materia di sviluppo personale, sociale e culturale dei cittadini,
l’adattamento della formazione alle esigenze dei nuovi impieghi è una
preoccupazione comune ».
E’ necessario tornare un momento all’argomento argomento a favore di questa politica dell’educazione : l’occupazione. Secondo la Commissione, «il deficit e l’inadeguatezza delle qualifiche sono ampiamente riconosciuti come tra i principali motivi che spiegano la persistenza di una tasso di disoccupazione elevato»[CCE 2000-b]. E il documento sottomesso al Consiglio di Lisbona dalla presidenza portoghese sottolinea che bisogna «orientare le politiche educative e della formazione in modo tale che esse favoriscano la creazione di occupazioni qualificate molto numerose» [Présidence du Conseil 2000].
Ma da quando in qua l’occupabilità dalla manodopera favorisce
l’occupazione?
Quale datore assumerà quattro lavoratori invece dei tre di
cui ha bisogno semplicemente perche trova sul mercato del lavoro un maggior
numero di candidati qualificati? Gli studi elaborati dai pensatori neo-liberali
sulla teoria del «capitale umano» hanno certo messo in evidenza una stretta
correlazione tra il livello di formazione delle persone e il loro accesso al
mercato del lavoro. Di contro, non hanno mai potuto evidenziare tale
correlazione sul piano macro-economico. In altre parole, è vero che è meglio
piazzato sul mercato del lavoro chi dispone di una formazione che risponde ai
tentativi dei datori di lavoro, che non chi non ne dispone. E’ evidente. Ma
avrete un bel da fare a formare questi ultimi, questo non creerà
dell’occupazione supplementare e non farete che ridistribuire le possibilità
relative agli uni e agli altri relativamente all’accesso all’impiego.
Quando la Commissione afferma che i suoi programmi (Socrates,
Leonardo Da Vinci et Jeunesse) «permetteranno a due milioni di cittadini
europei di acquisire nuove competenze e di imparare nuovi linguaggi, cosa che
non può che favorirne le prospettive di occupazione» [CCE, communiqué du 9
mars 2000], lascia intendere che si creeranno in questo modo due milioni di
posti di lavoro in più. In realtà, questi nuovi due milioni di lavoratori
qualificati verranno semplicemente a rinforzare la riserva di manodopera
“occupabile”. Da cui un’accresciuta pressione sui salari, sui ritmi di
lavoro e sulle protezioni sociali dei lavoratori attivi. E questo,
particolarmente, nei settori in cui i datori si lamentano di una “penuria”
di manodopera, cioè là dove il tasso di disoccupazione è caduto sotto la
fatidica barriera del 4% producendo un guadagno di rivendicazioni sociali. La
riduzione del costo del lavoro che risulterà da questo processo potrà, senza
dubbio, favorire la creazione di nuova occupazione.... per il tempo che
impiegheranno i nostri concorrenti americani o giapponesi per recuperare questo
piccolo ritardo. Ma si tratterà sempre più spesso di impieghi precari,
sottopagati e sottoqualificati. Intanto, l’aumento di produttività che sarà
scaturito da una manodopera meglio formata, più flessibile, contribuirà a
permettere alle imprese di produrre profitti con meno manodopera. Alla somma dei
conti, la politica europea ci coinvolge proprio in un ciclo di impoverimento .
Qualcuno obietterà senza dubbio che il quadro non è così
nero. Che ci sono anche aspetti positivi nelle evoluzioni dell’insegnamento.
Certo, l’ introduzione delle TIC a scuola può anche essere l’occasione per
i professori di innovare le loro pratiche pedagogiche nella direzione di una
partecipazione più attiva degli allievi. Certo, ci sono competenze reclamate
dal mondo padronale che sono ugualmente cruciali se si concepisce l’
educazione come un’arma di emancipazione collettiva : la capacità di
risolvere problemi e di imparare in tutta autonomia, per esempio. Certo, è
meglio che tutti i lavoratori siano occupabili ( liberi dall’essere impiegati
permanentemente) piuttosto che a contendersi sempre le sterre sottoqualifiche in
una disoccupazione quasi-permanente. Certo. Ma ci si può accontentare di una
politica globalmente negativa che presenta per caso qualche aspetto positivo?
Il summit di Lisbona è una svolta nella storia della
politica d’insegnamento europea. Esso segna il riconoscimento ufficiale del
ruolo dirigente che le istituzioni europee sono chiamate a svolgere nella
politica educativa. «Le politiche europee in materia di educazione e formazione»,
scrive la presidenza portoghese « devono proiettarsi oltre le riforme
successive dei sistemi esistenti. Devono avere come obiettivo la costruzione di
uno spazio europeo di educazione e formazione permanente e l’emergere di una
società cognitiva» [Présidence du Conseil 2000]. Per questo conviene adottare
«un tavolo europeo che definisca le nuove competenze di base di cui
l’educazione e la formazione permanente devono permettere l’acquisizione:
competenze in tecnologie dell’informazione, lingue straniere, cultura
tecnologica, spirito d’impresa e attitudini sociali» [Présidence du Conseil,
2000]. Poco alla volta, le autorità nazionali dei paesi membri sembrano così
delegare alla Commissione il potere di decidere sui grandi orientamenti in
materia d’insegnamento. Nel documento “obiettivi futuri”, esse lasciano
scrivere alla Commissione nel 2001 :
«Dobbiamo certo preservare le differenze di struttura dei sistemi che
riflettono le identità diei paesi e delle regioni d’Europa, ma dobbiamo anche
ammettere che i nostri obiettivi principali, e i risultati cui tutti miriamo,
sono molto simili». E la Commission ad aggiungere «che nessuno Stato membro è
in grado di fare tutto ciò da solo. Le nostre società, come le nostre
economie, sono oggi troppo interdipendenti perché tale opzione sia realista» [CCE
2001].
Sembra tuttavia esserci un paradosso in tutte queste
dichiarazioni. Se è vero che gli obiettivi sono largamente convergenti, che i
sedici ministri dell’educazione hanno una visione comune degli orientamenti principali della politica dell’insegnamento - e come dubitarne dopo Lisbona e
il documento di sintesi sugli “obiettivi futuri” ? - allora perché è
necessario delegare una maggiore autorità alla Commissione? Perché c’è
bisogno di una autorità superiore se il livello inferiore sa perfettamente cosa
deve fare e ha espresso chiaramente il desiderio di tenerci? Per due ragioni.
Primo, inserendo la politica d’insegnamento in un processo europeo comune, ci
si premunisce contro le velleità dell’uno o dell’altro ministro
dell’Educazione un po’ meno zelante, un po’ più critico o più reticente
di fronte alle esigenze delle lobby padronali. Secondo, la Commissione europea
serve a coprire i ministri nazionali che, per quanto fondamentalmente d'accordo
con gli orientamenti della politica educativa comune, sperimenteranno qualche
difficoltà nel farla accettare all’opinione pubblica. Ci si rifugia quindi
dietro «i nostri impegni europei» e alle «decisioni di Bruxelles», il tutto
con la promessa di «fare di tutto per preservare la nostra peculiarità». Così,
durante dieci anni, la Commissione è stata il porta-voce che acclamava con toni
sempre più alti una politica d’insegnamento voluta dalle autorità nazionali
che, tuttavia, queste esiterebbero a presentare chiaramente alle rispettive
opinioni pubbliche.
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Contributo di NICO HIRTT (École démocratique, Belgio) al convegno "La scuola che vogliamo" - Genova, 27 novembre 2004
Affronterò, nell’ordine, tre questioni. Innanzitutto, mi propongo di approfondire e di specificare la natura delle trasformazioni economiche che si celano dietro l’eufemismo “globalizzazione”; in seguito, cercherò di chiarire le implicazioni che tali mutamenti comportano sulle politiche educative dei paesi industrializzati in generale e dell’Unione Europea in particolare; infine, concluderò evidenziando le conseguenze di tali politiche, soprattutto nell’ambito della democratizzazione dell’insegnamento.
Il tempo limitato a mia disposizione mi costringe mio malgrado a formulare tesi senza poter articolare né affinare gli argomenti trattati per mezzo di un’analisi contraddittoria né, tanto meno, arricchirle con citazioni o esempi concreti. Per questo, rimando a mie pubblicazioni recenti.
LA GLOBALIZZAZIONE COME ESPRESSIONE DELLA CRISI DEL CAPITALISMO
Alcuni ritengono – e più volte abbiamo potuto ascoltare questa opinione persino alle riunioni del Forum Sociale Europeo – che la globalizzazione sarebbe l’espressione di una forza rinnovata del capitalismo, l’espressione di un neoliberalismo trionfante proiettato verso una conquista irreversibile dell’economia mondiale e sostenuto da rapporti di forza estremamente favorevoli.
Nulla di più falso. Al contrario, la globalizzazione è soprattutto il segnale e la conseguenza della crisi internazionale del capitalismo, dell’esasperazione delle contraddizioni al suo interno. Tale crisi è molteplice e conviene analizzarne i vari aspetti.
Si tratta, in primo luogo, di una formidabile crisi di sovracapacità produttiva, nel senso più classico dell’analisi marxista. Se si considerano la durata di tale crisi (oltre 25 anni), le conseguenze economiche e sociali nonché l’estensione mondiale, si osserva che si tratta della più lunga, più profonda e più vasta crisi di sovrapproduzione nella storia del capitalismo. A partire dalla fine degli anni settanta, le capacità produttive sono state ampiamente sottoutilizzate. Negli Stati Uniti, per esempio, si valuta che tali capacità vengano sfruttate per non oltre il 70%; ciò significa che l’economia capitalistica sarebbe oggi in grado di aumentare la propria produzione di beni e di servizi di almeno il 40%, ma che non lo fa per l’impossibilità di trovare un mercato a tale produzione supplementare.
La forma più visibile di tale crisi è rappresentata dalla caduta generale dei tassi d’interesse, quindi del rendimento dei capitali. Per una quindicina d’anni, gli investitori si sono rifugiati in investimenti speculativi; per un periodo limitato essi hanno potuto approfittare di tassi d’interesse elevati strappati agli stati debitori e alle imprese che speravano di “rifarsi” grazie al prestito. La bolla di sapone finanziaria, però, è scoppiata, svelando il carattere fittizio dei profitti accumulati.
La causa e, al contempo, il motore di tale crisi è l’innovazione tecnologica. Quest’ultima costituisce, dal punto di vista dell’impresa, il mezzo per eccellenza per migliorare la produttività – maggiore produzione a minor costo – e per conquistare nuovi mercati in settori a basso utilizzo di manodopera (informatica, comunicazione, energia, insegnamento a distanza.....). Tuttavia, lo smantellamento dell’impiego che ne deriva a livello “globale” ridimensiona il potere d’acquisto e impedisce di trasformare i guadagni provenienti dalla produttività in profitti durevoli.
Per ritrovare tassi di rendimento in grado di giustificare la propria sopravvivenza agli occhi degli investitori, l’impresa non ha altra soluzione se non quella di ricorrere alla ricerca costante di profitti derivanti dalla produttività, quindi all’innovazione tecnologica. L’insieme, però, di tali ricerche individuali ha, sul piano macroeconomico, l’effetto esattamente opposto all’obiettivo previsto: i tassi d’interesse crollano in maniera irrimediabile. Questa contraddizione fondamentale del capitalismo oggi è esasperata e autoalimentata a livelli senza precedenti.
Del resto, essa colpisce con la stessa forza e la stessa determinazione a livello di entità territoriali. I poteri pubblici di ogni continente, paese, regione o comune cercano in vano di privilegiare una propria attrattiva agli occhi degli investitori, soprattutto praticando una politica di riduzione fiscale. Considerato però che tutti sono costretti ad operare la medesima scelta, si è venuta a creare una spaventosa spirale di defiscalizzazione competitiva in cui si trovano coinvolti tutti gli Stati, così come i poteri locali o regionali.
Di conseguenza, la crisi del capitale si somma a una crisi delle finanze pubbliche. Il ricorso alla privatizzazione di attività pubblica crea certamente, in maniera temporanea, risucchi d’aria in cui vengono inghiottiti una parte dei capitali eccedenti, ma la privatizzazione si accompagna nuovamente a ulteriori razionalizzazioni, quindi perdite di posti di lavoro che, alla fine, rafforzano la sovracapacità produttiva generalizzata.
La crisi, lo si è capito, è anche di tipo sociale. La contraddizione è ormai totale tra, da una parte, le promesse di benessere di cui sembrano portatori gli ammirevoli progressi tecnologici e scientifici e, dall’altra, la miseria in cui il sistema rinchiude masse crescenti di abitanti del pianeta. Una forma particolare di tale contraddizione è quella che oppone l’immagine fittizia di una società detta della “conoscenza” e la realtà di un mercato del lavoro che reclama paradossalmente sempre più manodopera poco o per nulla qualificata.
Infine, il capitalismo si è anche “incagliato” in una crisi ideologica, in una crisi di valori. Per assicurare la viabilità delle società e l’accettazione, da parte degli oppressi, del proprio destino, il sistema capitalistico si era dotato, un tempo, di un gioco complesso di valori morali e sociali: obbedienza all’autorità, disciplina, patriottismo, educazione, igiene, “buona istruzione” dei bambini, religione, rispetto della proprietà, amore per la scienza e per il progresso, venerazione delle belle arti e della cultura elitaria ecc. Ma tutto questo pantheon idealista si trova ormai soppiantanto dall’unico vero dio della società capitalistica: il profitto, immediato e individuale. Che i giovani vengano subissati di immagini violente, pornografiche, che venga presa in giro ogni forma di autorità che non sia la forza brutale, ogni valore che non sia la felicità individuale ed immediata... tutto ciò non ha molto peso rispetto agli imperativi di reddittività degli inserzionisti pubblicitari, delle multinazionali dell’audiovisivo e dell’industria del gioco.
LA POLITICA EDUCATIVA EUROPEA, TENTATIVO DISPERATO DI SALVARE IL CAPITALE CON LA SCUOLAOra che abbiamo chiarito il contesto, possiamo cercare di collocarvi e inserirvi la politica educativa europea comune emersa a partire dall’epoca di transizione degli anni ’80-’90. L’espressione “politica educativa europea” è d’altronde, probabilmente, eccessiva. Se esiste effettivamente una politica comune, non è tanto il frutto di una volontà di convergenza europea (che comunque effettivamente esiste) quanto il risultato della profonda identità delle condizioni oggettive enumerate più sopra e della loro forza preponderante nell’evoluzione delle politiche d’insegnamento.
Tuttavia, lo studio dei documenti prodotti da diverse istanze europee in materia d’istruzione – la Commissione e il Consiglio ma anche alcune lobby come la Tavola Rotonda Europea degli industriali – è particolarmente illuminante. Non essendo tenuti a rendere conto ad alcuna opinione pubblica, tali organismi, di fatto, affermano spesso forte e chiaro ciò che altri possono soltanto permettersi di suggerire in privato. Grazie alla propria posizione sovranazionale, essi sono così indotti a dettare le direttive comuni, quindi centrali, sulle politiche educative, astraendole dai vincoli e dalle specificità nazionali. Citiamo, tra i più importanti, alcuni di tali documenti:
Quali sono le linee principali che emergono dalla lettura di tali documenti ?
1.. Si osserva una volontà manifesta di strumentalizzare l'insegnamento al servizio della competizione economica. I riferimenti alle implicazioni economiche dell'istruzione sono costanti. Qualsiasi riflessione sulla scuola deriva da questa premessa ossessiva: "aiutare l'Europa a diventare l'economia della conoscenza più competitiva al mondo". Qui, evidentemente, si trova la conseguenza maggiore della crisi generalizzata del capitalismo: quest'ultimo impone ai poteri pubblici di porre al centro di ogni intervento la ricerca costante della competitività economica, e ciò a scapito di qualsiasi altra considerazione. L'insegnamento deve essere al servizio della competitività e, a tal fine, deve adattarsi alle esigenze dell'ambiente economico attuale.
2.. Malgrado i bisogni impellenti che appaiono agli occhi di chi opera nell'ambito dell'insegnamento - carenza generalizzata di locali, di supporti didattici e soprattutto di possibilità di carriera - nessuno dei testi sopra menzionati perora la causa di un maggiore finanziamento dell'istruzione. Ciò si "comprende" facilmente se inserito nel contesto esplicitato più sopra: gli stati sono impegnati in una riduzione generalizzata della pressione fiscale e nessuno di loro prevede seriamente di aumentare le tasse per offrire più servizi alle scuole elementari, medie, superiori né alle università. Pur rilevando una contraddizione tra la volontà di disporre di un insegnamento di alto livello (in termini di sostegno all'economia) e la ristrettezza dei finanziamenti in cui lo si confina, tale contraddizione tende a scomparire quando si prendono in considerazione le altre caratteristiche della crisi del capitalismo.
3.. La richiesta frenetica di innovazione tecnologica e di reddittività comporta una instabilità estrema dell'ambiente industriale, economico e sociale. Le imprese nascono e spariscono, i lavoratori alternano momenti di occupazione ad altri di disoccupazione, i mercati nascono e muoiono ad un ritmo senza precedenti. Pertanto, la capacità di prevedere i bisogni futuri e quindi di pianificare i flussi provenienti dai sistemi educativi, è pressoché inutile. Nessuno può sapere di quanti ingegneri, saldatori, analisti di sistema, tecnici biologi l'economia avrà bisogno tra cinque anni. Nessuno può prevedere quale bagaglio scientifico o tecnico dovranno possedere questi lavoratori. Ed ecco dunque apparire nuove parole chiave nei documenti pedagogici consacrati all'istruzione, per esempio "flessibilità" e "adattibilità". L'insegnamento deve essere più flessibile e, quindi, si rende necessario abbandonare le vecchie strutture burocratiche, in cui lo Stato è il dirigente centrale di tutto il sistema, a favore di reti di istituzioni scolastiche in "sana concorrenza" tra loro. La certificazione e il passaggio dalla scuola all'impiego devono essere "flessibilizzati", abbandonando i diplomi nazionali a favore di certificazioni di competenze modulari e transnazionali. I prodotti che escono dalla scuola devono anch'essi essere resi più flessibili: meno saperi - giudicati troppo velocemente obsoleti - e più competenze - che possono essere messe in atto in maniera morbida, in un ambiente in continua evoluzione. La scuola deve insegnare meno rispetto ad "insegnare ad imparare". Non deve istruire bensì preparare alla "formazione lungo tutto l'arco della vita".
4.. Questo sfilacciamento del tessuto educativo non rischia di provocare profonde disuguaglianze? Di ciò non ci si preoccupa, o meglio, si preferisce che avvenga, in quanto è esattamente ciò che reclama l'evoluzione duale del mercato del lavoro. In Francia, il numero delle occupazioni non qualificate è passato da 4,3 milioni a 5 milioni nel corso degli anni '90, numero che rappresenta ormai un quarto dell'impiego totale. I giovani sono soprattutto costretti, in massa, ad accettare lavori precari, mal remunerati e per i quali non si pretenda da loro alcuna qualifica particolare se non una quantità di microcompetenze: saper pronunciare una mezza dozzina di frasi in maniera educata in una lingua straniera, sapersi connettere ad Internet, capire o essere in grado di disegnare un piano d'accesso, spiegare come utilizzare un cellulare ecc; essi devono anche saper leggere, ma non certo Goethe o Zola; devono saper scrivere, ma non importa se commettono errori; devono saper fare i conti, ma non per forza calcolare una derivata o un'equazione di secondo grado. Allora, perché pretendere di investire in un insegnamento di alto livello per tutti quando è ormai chiaro che l'economia potrà assorbire non più del 20 o 30% dei laureati?
5.. Tutti i documenti europei, soprattutto quelli redatti negli anni che vanno dal 1995 al 2000, hanno dedicato estrema attenzione all'introduzione delle tecnologie informatiche e della comunicazione (TIC) a scuola. L'ambizione non era, come taluni hanno creduto, quella di promuovere l'utilizzo di tali apparecchi caratterizzati da forte potenziale di innovazione didattica al fine di migliorare l'accesso ai saperi, bensì, più banalmente, di favorire la necessità di un mercato europeo di tali tecnologie. Ecco un altro modo per stimolare l'economia attraverso la scuola: preparando e formattando il consumatore.
6.. I documenti citati più sopra non dicono mai che converrebbe
privatizzare l'istruzione e trasformarla in mercato. Ma ci spiegano che altri
stanno pensando a questo e che dunque ci si dovrà preparare. Come, impedendo
questo mercato? Finanziando meglio la scuola pubblica? No, mettendola in
condizioni di competere con le "offerte di istruzione" private. La
strategia europea in materia d'insegnamento superiore - il settore più
appetibile dagli investitori privati in quanto potenzialmente il più
redditizio - è particolarmente illuminante a tale proposito. Il processo di
Bologna mira ufficialmente a creare uno "spazio europeo d'insegnamento
superiore" armonizzando i cicli, introducendo certificazioni modulari e
internazionali (gli ECTS), favorendo la mobilità degli studenti, agevolando
la fusione e/o la specializzazione delle università europee e stimolando
l'attuazione di sistemi di controllo di qualità europei. Ora, a ben guardare,
tali obiettivi rispondono puntualmente alle raccomandazioni formulate nel 1998
da una commissione dell'OMC, incaricata di esaminare i mezzi per stimolare il
mercato mondiale dei servizi educativi (in preparazione al vertice di
Seattle). Allora, quando ci parlano di "spazio europeo"
dell'insegnamento superiore, non si deve forse leggere "mercato
europeo"?
UNA CATASTROFE EDUCATIVA IN PREPARAZIONE
Le conseguenze di una simile politica educativa sono già ben visibili. In tutti i paesi, si assiste ad una recrudescenza delle disuguaglianze sociali a scuola. Il fossato, sempre più ampio, separa le scuole cosiddette di élite, che preparano i figli della borghesia alle “alte funzioni” che toccano a loro per eredità sociale, dalle scuole del popolo, cosiddette scuole “spazzatura”, gli istituti di insegnamento tecnico e professionale, che si accontentano di trasmettere vaghe competenze “trasversali” e “sociali” che l’economia ormai esige.
Non si è fatto in tempo ad assistere alla massificazione dell’insegnamento – avvenuta tra l’altro in maniera molto parziale in numerosi paesi europei – che già si abbandonano tutte le promesse di democratizzazione di cui tale massificazione era portatrice: si ghettizzano i figli del popolo in un insegnamento svuotato della propria sostanza emancipatrice. Nelle formazioni tecniche e professionali, ma anche nella maggior parte dell’insegnamento superiore, l’evoluzione in corso si traduce in una subordinazione totale al controllo e ai diktat degli ambienti padronali.
Questa politica educativa – se così ancora la si può chiamare – è pensata come un tentativo di salvare il capitalismo mondiale dalla crisi in cui si trova soffocato. Ma si tratta di un tentativo disperato, una fuga in avanti in un sistema imprigionato nel proprio corpo di contraddizioni insuperabili.
La missione degli insegnanti e degli educatori progressisti è quella di opporre a tutto questo una visione emancipatrice della scuola. Dobbiamo aprirci all’avvento di un insegnamento che apporti a tutti i futuri sfruttati, a tutti i futuri oppressi, le armi della conoscenza e della comprensione del mondo. Affinché se ne possano appropriare per poterlo cambiare.