FISICA/MENTE

 

Ho chiesto al caro e vecchi amico Giorgio Parisi, uno dei massimi fisici mondiali, dei contributi per il sito. Con la sua solita cortesia mi ha inviato questo documento che pubblico immediatamente per il suo interesse.

Alcune proposte concrete su università e ricerca

Giorgio Parisi

 

Considerazioni generali

La situazione universitaria in Italia non è affatto soddisfacente. Un grave fenomeno è la presenza di un gran numero di giovani aspiranti ricercatori, spesso molto bravi, che sono in attesa uscire dal precariato da troppi anni. Il responsabile di un gruppo di giovani ricercatori mi ricorda un giocoliere che cerca di tenerli in aria tutti con contratti a termine di tutti i tipi, nella speranza che alla fine si arrivi ad una sistemazione fissa.

La colpa di questa situazione, che mortifica la dignità delle giovani generazioni, è parzialmente dovuta al taglio dei finanziamenti apportati da questo governo. Tuttavia hanno la loro colpa anche le università, che nei primi anni dopo la nuova legge sui concorsi, hanno utilizzato una gran parte delle loro risorse per aumentare gli stipendi di coloro che stavano già dentro l’università (mediante passaggi da ricercatori a professore associato e da professore associato ad ordinario) e nella maggior parte dei casi hanno rimandato ad un futuro che non è mai venuto la creazione di nuovi posti di ricercatore. Inoltre nei casi in cui è stato bandito un concorso, la scelta dei nuovi ricercatori è stata fatta spesso favorendo troppo i candidati locali e utilizzando criteri  nepotistici (considerando anche le parentele scientifiche) al punto tale che la scelta del membro interno della commissione implica la scelta del vincitore del concorso.

È assolutamente necessario procedere velocemente ad una distribuzione di nuove posizioni di ricercatore universitario (come anche previsto in una proposta di legge della sinistra), ma sarebbe un danno enorme, se le persone scelte fossero di cattiva qualità, in quanto bloccherebbero la ricerca italiana per i prossimi trenta o quanta anni.

Come ha sottolineato il presidente Prodi, l’attuale legislazione ha favorito le degenerazioni universitarie ed è necessario introdurre dei correttivi, senza però, aggiungo io, ledere l’attuale autonomia universitaria. Secondo me bisogna introdurre un sistema appropriato di incentivi.

Ritengo per esempio un esercizio futile cercare di progettare delle norme concorsuali per evitare queste degenerazioni. Certo si può fare in modo di non mettere le università in tentazione, come avveniva col sistema precedente (tre o due idoneità per concorso), dove il candidato locale, se non era particolarmente inadatto, aveva un sicuro successo. Forse il metodo di una sola idoneità per concorso potrebbe funzionare meglio, specialmente aggiungendo qualche norma per incoraggiare le università a chiamare l’unico idoneo, anche se non è la persona su cui puntavano.

Tuttavia non è questo il punto: è sempre molto difficile fare un regolamento capace di costringere le singole università a scegliere il candidato migliore, quando questo non è il loro interesse. Il legislatore deve piuttosto stabilire un quadro generale di incentivi per cui ai singoli dipartimenti convenga chiamare le persone più valide possibile. Le regole devono essere tali da rendere convenienti comportamenti virtuosi e bisogna aguzzare l’ingegno per trovarle. In generale bisogna evitare di utilizzare troppo lo strumento legislativo e piuttosto puntare, mediante incentivi, a cambiare il comportamento. Questo è particolarmente difficile in un paese come il nostro dove le università non sono in competizione tra di loro per attirare studenti in quanto la mobilità studentesca è molto bassa.

Nel seguito esporrò alcune proposte molto concrete che si muovono in questa direzione e che penso possano contribuire a cambiare l’atteggiamento delle università.

 

Università e ricerca

 

Valutazione della ricerca.

La valutazione della qualità della ricerca è estremamente importante importante ed è cruciale che la politica governativa verso gli enti di ricerca e l’università sia influenzata dai risultati della valutazione. Per esempio la proposta di assegnare una parte dei fondi del riequilibrio in funzione dei risultati della valutazione è ottima, anche se bisogna capire bene come realizzarla concretamente.

Come membro del panel della fisica del CIVR (Comitato Italiano per la Valutazione della Ricerca) posso dire che in questa disciplina il lavoro di valutazione viene fatto in maniera eccellente.

Tuttavia è molto ragionevole trasformare in futuro il CIVR in una Autority indipendente dal governo e meno legata alla realtà universitaria italiana, coinvolgendo anche altre istituzioni come l’Accademia dei Lincei e l’European Science Foundation nella scelta dei componenti dell’Autority. Questo è un punto decisivo: è difficile fare qualcosa di buono senza valutazioni affidabili, che provengano da un organismo non di parte. Spero proprio che sia possibile scegliere persone di grande prestigio, capaci di resistere alle pressioni che prima o poi verrano da lobby accademiche. Certamente persone di questo tipo non mancano in Europa: serve solo la volontà politica di farlo. Bisogna ad ogni costo eliminare il sospetto che l’Authority per la valutazione sia autoreferenziale: il coinvolgimento di stranieri è cruciale.

Ricordiamoci che la Spagna, per valutare i suoi progetti strategici ha formato degli agili comitati tematici, rigorosamente non spagnoli, e i nomi degli esperti internazionali sono stati forniti dall’European Science Foundation. In Spagna stanno facendo un vero rinnovamento della ricerca con una determinazione che dovremmo imitare, ma temo non avremo il coraggio politico di farlo. Danno sul serio, e non a parole,  i posti di responsabilità ai ricercatori migliori; facendo gestire programmi importanti a commissioni internazionali hanno ottenuto risultati splendidi.

 

Overhead

Le overhead sono quella percentuale di fondi che vengono attribuiti ai dipartimenti o all’università per le spese generali, quando un ricercatore universitario ha una ricerca finanziata da fonti esterne all’università (per esempio il ministero, la comunità europea o istituzioni private): le overhead sono detratte dai fondi per la ricerca a disposizione del ricercatore. In Italia le overhead sono praticamente zero, mentre in Europa si aggirano su 20 per cento e possono raggiungere il 50 per cento in molte importanti istituzioni americane.

Mentre il singolo ricercatore vede le overhead come una tassa odiosa, esse hanno un importantissimo ruolo sociale all’interno dell’università, in quanto fanno sì che tutti i professori del dipartimento abbiano dei vantaggi diretti ad avere dei colleghi valenti. Chiamare un professore che riesce ad ottenere 500.000 Euro l’anno di finanziamenti, col 20 per cento di overhead, implica un’entrata addizionale di 100.000 euro l’anno al dipartimento con la quale si possono finanziare 8 borse di dottorato.

La mia proposta operativa è che i fondi ministeriali (FIRB, COFIN …) vengano aumentati del 25 per cento e che il 20 per cento dei finanziamenti ottenuti sia automaticamente assegnato ai corrispondenti dipartimenti come overhead. In questo modo si finanziano le università che fanno ricerca d’avanguardia e le università sono invogliate ad avere professori eccellenti.

 

Mobilità

Le norme sul fondo di riequilibrio introdotte dal ministro Zecchino, per cui vengono incentivate con contributi finanziari le chiamate di professori esterni all’università chiamante, devono essere rese stabili e certe (penso a una dichiarazione di intenti ministeriale valida per cinque anni) in maniera che le facoltà possano usarle nel fare una programmazione; inoltre dovrebbero essere rese meno rigide (attualmente alcune facoltà non possono accedervi).

Tuttavia è cruciale estenderle anche al livello di ricercatore universitario (per esempio concedere incentivi nel caso che venga assunto un ricercatore che provenga da una regione differente). Il reclutamento dei giovani ricercatori è più importante di quello dei professori, perché in quel momento si decide chi sta dentro l’università e chi sta fuori. Inoltre la mobilità dei dottorandi e dei ricercatori è estremamente importante per evitare di avere persone che passano tutta la loro carriera nella stessa università.

Ovviamente sarebbe auspicabile estendere simili norme anche agli enti di ricerca. In generale la mobilità tra enti di ricerca e università deve essere fortemente incrementata, anche con incentivi economici.

 

Valutazioni delle nomine.

I concorsi di ricercatore sono fatti localmente e a volte sono scandalosi. Ci sono casi di concorsi, con una cinquantina di concorrenti, in cui, una volta appreso il nome del vincitore designato, tutti gli altri concorrenti non si presentano all’esame, sia per non perdere tempo, sia per paura di essere individuati come rompiscatole che si permettono di mettere in discussione decisioni ormai prese. È estremamente difficile mantenere locali i concorsi e fare norme opportune che evitino tali scandali. D’altra parte rendere nazionali i concorsi di ricercatore ha anche degli svantaggi.

Un possibile compromesso consiste nel costituire commissioni nazionali (tipo quelle per la conferma in ruolo) che a distanza di tre anni dalla presa di servizio dei ricercatori ne valutino le pubblicazioni fatte in questo periodo e ne selezionino una percentuale appropriata (per esempio il 50 percento). Alla fine di quest’esercizio le università corrispondenti ai ricercatori selezionati riceveranno finanziamenti per fare nuove chiamate di ricercatori. Meccanismi di questo genere devono essere usati a tappeto per scoraggiare i cattivi comportamenti e incentivare i processi virtuosi.

In questo modo, facendo scelte di qualità, un dipartimento può fare chiamate nuove ogni tre anni, altrimenti si ferma dopo la prima chiamata. È ragionevole pensare che un tale meccanismo si possa utilizzare anche per gli enti di ricerca e che le università e gli enti di ricerca possano competere assieme. L’ideale sarebbe avere un flusso costante di 1000, o meglio 2000, posizioni l’anno di ricercatore che vengano assegnate con criteri simili per i prossimi dieci anni. Se ci sarà una legge per un’assegnazione straordinaria di posti di ricercatore alle università, questi devono essere distribuiti mediante un meccanismo di questo tipo.

La scelta delle commissioni nazionali che devono fare questo delicatissimo lavoro di selezione è cruciale e sarebbe meglio assegnare questa scelta all’Autority per la valutazione. Una soluzione sicura sarebbe di utilizzare panel stranieri.

 

Selezione dei dottorandi

Si tratta di un problema poco discusso, in quanto la selezione dei dottorandi è affidata alle sedi locali. Tuttavia è un passo estremamente importante perché il dottorato è il canale principale per poter accedere al livello di ricercatore. Mentre in molti dipartimenti o facoltà le scelte vengono fatte in maniera ragionevole, altrove si verificano casi talmente scandalosi che mi fanno vergognare di essere professore universitario in questo Paese.

Per esempio, in una facoltà di cui non farò il nome, i vincitori del concorso di dottorato sono decisi dal preside prima che i laureati possano fare domanda. Il povero laureato, quando prova a presentare la domanda, viene invitato a parlare con il coordinatore del dottorato che lo consiglia caldamente di non fare domanda, tanto non ha nessuna possibilità di vincere, farebbe solo perdere tempo alla commissione che è tanto indaffarata. Il preside tiene molto all’autonomia scientifica dei dottorandi, in quanto uno dei loro compiti è portare a spasso il cane dello stesso preside. Sfortunatamente non sto scherzando.

Fare una leggina che vieti ai dottorandi di portare il cane del preside a fare i bisogni, potrebbe eliminare un piccolo abuso, ma non migliorerebbe la situazione in generale. Anche qui si può immaginare una soluzione simile a quella dei ricercatori. Una commissione nazionale per ogni materia valuta le pubblicazioni fatte dai dottorandi durante il dottorato e l’anno successivo; in base ai risultati di queste valutazioni vengono attribuite nuove borse di dottorato (per esempio tratte da una riserva di qualche migliaio), che vanno alle università che hanno prodotto i migliori dottorati. Ovviamente, passati i tre anni, queste borse verrebbero riassegnate con le stesse regole.

 

Didattica

Cambiare a breve termine l’organizzazione didattica sarebbe un disastro, dopo che le università hanno fatto una grande fatica a passare al nuovo sistema. Tuttavia si potrebbero prendere iniziative per incoraggiare un maggiore coordinamento nazionale fra i corsi di laurea della stessa disciplina e anche di discipline diverse. A quanto capisco il 3+2 è stato realizzato in modi molto diversi in facoltà differenti e spesso le critiche che arrivano da parti diversi vanno in direzione opposta.

Contemporaneamente si potrebbe incominciare a fare una seria valutazione dei risultati del 3+2, fatta da persone esperte, per capire che cosa funziona e che cosa non funziona (per esempio sembrerebbe che, come effetto della riforma, il numero di studenti Erasmus sia molto diminuito).

Solo dopo aver riflettuto e valutato seriamente si possono proporre cambiamenti.

 

Alcune considerazioni Extrauniversitarie

 

Presidenza degli enti

La scelta della presidenza degli enti di ricerca è stato nel passato uno dei casi in cui scelte governative di nepotismo politico (o fratellanza) sono passate davanti agli interessi pubblici.

C’erano alcuni enti (l’INFM e l’INFN) il cui il presidente era disegnato dai ricercatori e nominato dal ministro (per l’INFN la situazione fortunatamente non è cambiata). Questa è la soluzione migliore, quando è possibile: i ricercatori hanno tutto l’interesse ad avere un presidente capace, che sia in grado di dirigere l’ente con successo, e sono spesso i migliori giudici. Sfortunatamente questa soluzione è possibile solo quando si tratta di comunità coese, inserite anche in un contesto di ricerca competitiva internazionale, e non è generalizzabile a tutti gli enti.

Negli altri casi mi pare cruciale instaurare una prassi in cui il ministro competente nomini un comitato ad hoc per selezionare il presidente (search committee) e che questo comitato indichi una terna di possibili nomi che vengono presentati pubblicamente al ministro; il ministro deve scegliere necessariamente nella terna. In questo modo si rispetterebbe il potere di scelta del ministro e si avrebbe una garanzia di nomine valide fatte in maniera assolutamente trasparente.

Il ministro avrebbe tuttavia un lieve diminuzione dei suoi poteri, per esempio non potrebbe utilizzare le nomine dei presidenti come merce di scambio nelle trattative tra partiti. Ho visto personalmente che anche ministri illuminati sono fortemente restii a cedere su questo punto, quindi consiglio fortemente di inserire esplicitamente questa proposta nel programma elettorale e che il presidente Prodi si faccia personalmente garante della sua applicazione.

 

Cosa fare del CNR e dell’INFM?

Per quanto la legge attuale abbia dei gravi difetti, adesso ristrutturare di nuovo dalle fondamenta il CNR non è ragionevole: l’ente ha bisogno di un periodo di calma. La legge deve essere certamente cambiata, ma senza rimettere di nuovo in discussione la struttura dell’ente.

Alcuni cambiamenti possibili sono i seguenti:

• Istituire dei consigli scientifici autonomi e rappresentativi a tutti i livelli (noto che al momento attuale sono quasi tre anni che il CNR è privo di un consiglio scientifico generale, anche se previsto dalla legge).

      • I dipartimenti del CNR devono essere veramente autonomi e il personale amministrativo centrale deve essere ridotto al minimo: le funzioni amministrative e il personale corrispondente devono essere spostate ai dipartimenti. Molte competenze adesso centralizzate devono essere trasferite fino agli istituti. Velocità e flessibilità sono cruciali per la ricerca, ma i tempi rapidi sono essenziali anche nel rapporto con le imprese; bisogna evitare di limitarsi a parlare solamente dell’importanza di questo rapporto, ma andare concretamente nella direzione opposta di quella attuale.

      • I direttori dei dipartimenti devono avere le stesse capacità scientifiche e gestionale dei presidenti degli altri enti di ricerca. Il CNR dovrebbe praticamente trasformarsi in una federazione di Istituti Nazionali di Ricerca, costituiti dai dipartimenti, i quali possono anche gestire in comune particolare centri CNR di carattere interdisciplinare.

• I regolamenti sono tutti da rifare e i singoli dipartimenti dovrebbero avere dei regolamenti parzialmente diversi gli uni dagli altri, quando questo sia necessario. In generale i regolamenti devono essere molto semplici e essenziali.

• Bisognerebbe fare tutti gli sforzi possibili per aumentare la collaborazione tra CNR e università, per esempio istituendo centri CNR dentro l’università.

In questo quadro resta il problema di che cosa fare con l’INFM. L’INFM è stato assorbito dal CNR, tuttavia dato che l’organizzazione del l’INFM era molto diversa da quella del CNR, a quasi tre anni dall’approvazione della legge Moratti, il suo inserimento completo non è stato ancora effettuato a causa delle grandi difficoltà tecniche che comporta questa operazione, mentre la rete universitaria INFM, che era la forza dell’ente, ha cessato di funzionare.

La distruzione dell’INFM è stata un vero peccato in quanto l’INFM era una struttura di ricerca estremamente valida, ben inserita nell’università (vedremo presto se la valutazione del CIVR confermerà questo mio giudizio) e sarebbe urgente farla ripartire prima che il patrimonio di ricerche e di collegamenti internazionali possa evaporare definitivamente.

Cosa fare fra sei mesi? Ci sono varie opzioni: forse quella ottimale consiste nello sfilare l’INFM dal CNR ricostruendo la situazione ante-Moratti, ed eventualmente incorporare nell’INFM gli istituti del CNR che si occupano di struttura della materia (l’INOA), come era nell’originario progetto Berlinguer.

Sarebbe fuori luogo dedicare qui più spazio a questo pur importante problema, ma è chiaro che bisogna fare qualcosa in proposito e possibilmente aver già valutato le varie opzioni possibili fin dalla prossima primavera in maniera da poter prendere decisioni rapide.

 

Coordinamento generale della ricerca.

Gli enti di ricerca più importanti dipendono non solo dal Ministero della Ricerca ma anche dal Ministero della Sanità (Istituto Superiore di Sanità) e dal Ministero dell’Industria (ENEA). Si tratta di una frammentazione eccessiva che può essere risolta o stabilendo un organo di coordinamento della ricerca preso la Presidenza del Consiglio, o allargando le competenze del Ministrero della Ricerca.

Inoltre, nella riforma degli enti di ricerca di Berlinguer del 1998, era prevista un’Assemblea della scienza, senza compiti decisionali, eletta dai ricercatori, che doveva essere un forum di discussione e di presentazione di proposte. Bisogna certamente realizzare qualcosa di simile, anche se è cruciale formulare le norme riguardanti l’elettorato attivo in maniera tale che le elezioni si possano svolgere effettivamente e velocemente.

Inoltre sarebbe importante costituire un organo scientifico di consulenza del Ministro, come in Francia, composto da venti-trenta persone di grande prestigio, di cui una parte straniera, che possa dare pubblicamente pareri tecnici al Ministro, in maniera trasparente.

 

 

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