FISICA/MENTE

 

I DS marciano di nuovo a testa bassa senza ascoltare gli interessati su problematiche fondamentali per il nostro Paese. Non hanno imparato nulla dai guasti che hanno provocato nella precedente legislatura. Continuano a credere nelle verità dei loro funzionari, in farragginose e fumose proposte che diventeranno legge. Hanno una logica berlusconiana, tutto quello che loro hanno fatto è stato fatto bene, sono gli altri che non hanno capito. Il caso della riforma Zecchino-Berlinguer dell'università, con i disastri della laurea breve, è emblematico. La cosa viene riproposta e , se qualcosa si ritiene non andasse, occorre rafforzare in senso più vincolante quella legge demolitrice. E' quanto sostiene il senatore Modica che ha elaborato il progetto che segue e che, successivamente è discusso dall'ANDU.

In chiusura vi è una intervista a Prodi nella quale si è molto poco chiari sul cosa si intende fare con la ignobile riforma Moratti. Certo che se non avessimo il ricatto Berlusconi, questi qui non vedrebbero mai il mio voto.

Roberto Renzetti


 

INNOVAZIONE NELL’UNIVERSITA’ E CON L’UNIVERSITA’

Un programma per il futuro governo di centrosinistra

Proposte dei Democratici di Sinistra

19 ottobre 2005

INTRODUZIONE

Le politiche del sapere

L’Italia soffre di una carenza di sapere. Il Paese che possiede il più ricco patrimonio culturale del mondo ha pochi laureati e pochi ricercatori in rapporto alla popolazione, non ha un sistema sviluppato di formazione continua lungo tutto l’arco della vita, investe poco nella ricerca e nell’innovazione.

Servono nuove politiche del sapere, che intervengano organicamente e strategicamente su tutto lo spettro dei problemi: dalle scuole dell’infanzia alle università ed ai centri di ricerca avanzata; dalla ricerca libera fonte di nuovo sapere a quella orientata dalle imprese alle innovazioni tecnologiche e produttive; dalla dimensione nazionale ed europea delle grandi sfide scientifiche a quella regionale correlata con la programmazione e la storia economica e sociale di ogni territorio.

Nuove missioni dell’Università

Uno snodo fondamentale è rappresentato dall’Università come luogo di compresenza della formazione superiore, della ricerca libera e dell’avvio dei talenti migliori alle carriere dell’insegnamento e della ricerca. Un’Università che deve essere insieme di qualità e di massa, integrando la sua missione storica di formazione delle élites con quella di rispondere alla domanda sempre più estesa di formazione e di ricerca che proviene da una società della conoscenza.

L’Università assume nuove responsabilità. Deve ribadire il principio fondante che la qualità dell’apprendimento è garantita dalla ricerca ma lo deve arricchire con una dimensione sociale della qualità in quanto è chiamata a giocare un ruolo strategico nella società attuale: gestire il bene primario della conoscenza per conto di tutti i cittadini.

Inoltre la globalizzazione imperante e la competizione internazionale tra sistemi economici e culturali nazionali richiede che l’Università italiana si faccia protagonista di presenza e ruolo internazionali, non solo favorendo esperienze formative e collaborazioni di ricerca di studenti e docenti italiani all’estero, ma anche mostrandosi capace di attrarre sempre più studenti e docenti stranieri nei settori umanistici e scientifici di maggior tradizione e prestigio.

L’Università come bene e servizio pubblico

La formazione superiore e la ricerca libera costituiscono beni pubblici di fondamentale importanza, le università svolgono un servizio pubblico nell’interesse del Paese e delle comunità locali. E’ compito primario dello Stato sostenerle e, insieme, favorire ogni forma di integrazione con le istituzioni territoriali pubbliche o private in base al principio di sussidiarietà.

La domanda di formazione superiore e di ricerca innovativa è decisamente in crescita da alcuni anni. I giovani e le loro famiglie sanno che il migliore investimento nel futuro è lo studio. Pur delusi da consuetudini sociali negative che non premiano l’impegno e il merito, nei giovani emerge una nuova motivazione verso gli studi superiori che andrebbe coltivata come una piantina preziosa. Le imprese e gli enti pubblici, da parte loro, iniziano a cercare intensamente innovazione e dunque ricerca. I meccanismi di trasferimento culturale e tecnologico della ricerca alla produzione di beni e servizi purtroppo non funzionano bene, ma la domanda di ricerca rivolta alle università ed agli enti di ricerca è comunque in chiaro sviluppo.

Un quinquennio fallimentare

Proprio quando l’aumento della domanda avrebbe potuto generare crescita nel sistema universitario, sono state fatte mancare le risorse pubbliche per adeguare e migliorare l’offerta. La legislatura volge al termine senza che sia stato risolto alcun problema dell’università italiana. Nessun provvedimento organico, solo norme improvvisate o pateticamente passatiste: tagli ai finanziamenti, blocchi delle assunzioni o dei concorsi, rilancio del centralismo burocratico a discapito dell’autonomia degli atenei. Tutto ciò ha creato un diffuso disagio e un’ampia mobilitazione nel mondo universitario.

Un programma di innovazione per l’Università e per l’Italia

Il mondo universitario rivolge al centrosinistra una chiara domanda: che cosa farete per l’Università quando ritornerete a governare l’Italia? Vogliamo provare a dare una prima risposta concreta. Non basta dire no al malgoverno degli ultimi anni, non basterà abrogare leggi malfatte. Occorrerà dire molti sì, occorrerà sostituirle con un nuovo quadro normativo, insieme più leggero e più intelligente.

Il punto centrale della nostra proposta è che l’Università italiana ha bisogno di innovazione, tanto quanto il Paese. I due aspetti sono legati. Quanto più l’Università sarà capace di innovarsi nei suoi modi e obbiettivi di funzionamento, tanto più essa accompagnerà e sosterrà l’innovazione per lo sviluppo dell’Italia. Un’Università senza spinta non dà spinta al Paese.

E’ vero che un approccio limitato alle sole università non ha quei requisiti sistemici generali che sarebbero necessari, ma è un modo di aprire un dibattito su precise proposte programmatiche nella speranza di condividerle con il maggior numero possibile di persone e di affinarle in un ampio confronto di idee ed esperienze diverse.

Il riequilibrio Nord-Sud

Lo storico problema nazionale degli squilibri economici, sociali e culturali tra le regioni del Centro-Nord e quelle del Sud e delle isole si riflette anche nel sistema universitario, non tanto per il numero di atenei quanto piuttosto per il livello di spese in didattica e ricerca per studente. Non si tratta però di ripetere antichi e controproducenti assistenzialismi ma di puntare alla ricerca di qualità come base per una nuova crescita del nostro Mezzogiorno.

Il capitale umano c’è già perché è notevole la disponibilità di persone giovani intelligenti e motivate, soprattutto donne, che possiedono una formazione universitaria di alto livello e che non trovano attualmente sbocchi occupazionali nei territori di origine, da cui spesso non possono allontanarsi per ragioni personali o sociali. Investire su di loro è come investire nel futuro di tutto il Paese.

Quattro sì: giovani, merito, valutazione, ricerca libera

Sono quattro le idee guida, le inversioni di tendenza necessarie ad una nuova politica pubblica per le università che ne potenzi l’autonomia, ne responsabilizzi le scelte e le spinga ad un’innovazione continua in un mondo in continuo mutamento. Sono quattro sì:

Un patto sociale per reperire nuove risorse

Una profonda riforma dell’Università deve accompagnarsi ad un nuovo patto sociale con la società che permetta di reperire e destinare continuativamente al sistema universitario risorse decisamente più cospicue delle attuali. Certamente dovrà essere rivista la politica recente che ha disperso grossi finanziamenti in iniziative velleitarie o non sistematiche, recuperando le relative risorse. Ma servono anche nuove e crescenti risorse finanziarie. L’impegno a reperirle dovrà costituire una priorità generale del programma di governo del centrosinistra.

 

1. FORMAZIONE UNIVERSITARIA E RICERCA LIBERA

PER FAR CRESCERE IL PAESE

 

Consolidare la nuova architettura didattica

La nuova architettura didattica a più livelli, introdotta nel 1999 in base ad un modello europeo e con l’obbiettivo principale di dare flessibilità per durata e contenuti ai titoli di studio universitari, sta dando i primi frutti positivi, come mostrano le analisi statistiche sugli immatricolati e sui laureati.

E’ ora il tempo di cominciare a tirare, con metodologie di analisi corrette e condivise, un bilancio dei risultati della scelta effettuata, soprattutto dal punto di vista della qualità media della formazione ai vari livelli e da qui trarre lo spunto per eventuali e meditate modifiche della normativa. Normativa che sarebbe certamente opportuno consolidare poi in una legge che aumenti ancora gli spazi di autonomia e flessibilità didattica degli atenei e chiarisca un punto così controverso e difficile come la mobilità infracorsuale tra atenei degli studenti. Inoltre, bisognerà concentrare l’attenzione su quello che viene prima e dopo l’università, da un lato come orientamento agli studi e dall’altro come accesso al mondo del lavoro e superamento delle rigidità degli ordini professionali.

La nuova architettura affievolirà nel tempo gli effetti più perversi del tradizionale valore legale dei titoli e seguirà meglio aspirazioni e necessità di studenti e mondo del lavoro, coniugandosi anche con un'università sempre più aperta a studenti di tutte le età e ad un sistema di formazione, anche universitaria, lungo tutto l'arco della vita.

Si tratta di un nuovo e diverso ruolo delle università nella società e nei territori, attualmente in un'inevitabile fase di sviluppo disordinato ma che deve trovare presto un quadro stabile, più che in norme che non servirebbero e potrebbero imbrigliare l'innovazione, in una nuova consapevolezza sociale che l'università di un tempo, statica e dappertutto identica, non risponde più alle necessità di una cultura e di un'economia globalizzate e mobilissime.

Valore legale

Il valore legale dei titoli di studio deve essere progressivamente affievolito ma non può essere abbandonato per varie e serie ragioni.

Appare intanto ragionevole continuare a richiedere un’autorizzazione ministeriale per l’istituzione di università che rilascino titoli di studio “aventi valore legale”. E’ del resto così in quasi tutti i Paesi europei. Consentire di aprire un’università e di conferire lauree senza garanzie pubbliche in attesa che il mercato faccia giustizia degli imbrogli non è una prospettiva accettabile.

Appare anche ragionevole che i concorsi pubblici (ma quasi sempre anche i privati) chiedano un certo titolo di studio “avente valore legale” (la laurea, ad esempio) per accedere alle selezioni per le assunzioni. E’ un modo corretto di effettuare un minimo di pre-selezione confidando che il sistema pubblico (statale e non) garantisca almeno certi livelli minimi di formazione per durata e contenuti. Naturalmente deve essere semplicemente un titolo di accesso, mentre la selezione dovrebbe avvenire solo sulla base di una accurata valutazione diretta delle qualità personali del candidato.

Vanno invece progressivamente aboliti altri effetti perversi del valore legale. Ad esempio, l’uso di utilizzare aritmeticamente il voto di laurea come fattore della selezione, senza nemmeno tener conto di valori relativi per università e disciplina calcolati su base statistica, perché si fonda su una inesistente (e mai esistita) uniformità di qualità della formazione impartita dalle differenti università e dei loro criteri di valutazione. Oppure quello di iper-specializzare la laurea richiesta per l’accesso alla selezione, con l’effetto di limitare a pochi candidati in possesso del titolo “fortunato” la possibilità di essere esaminati (in questo senso la disciplina delle classi di corsi di laurea avrebbe dovuto e potuto aiutare). 

Ricerca libera e ricerca finalizzata

Per fare una buona università, anche dal punto di vista della didattica, occorre assolutamente dare impulso all’attività di ricerca. In tutti i campi, nessuno escluso, perché l’avanzamento della conoscenza si nutre del contributo di tutte le discipline. Un'attenzione tutta particolare deve essere riservata alla ricerca universitaria libera, nel senso di ricerca proposta autonomamente e guidata dalla curiosità, la più connaturata all’istituzione universitaria. La storia insegna che la curiosità del ricercatore e la sua libertà di azione sono, senza eccezioni, i fattori fondamentali di successo della ricerca.

La ricerca universitaria libera non riguarda solo la ricerca nelle discipline di base umanistiche e scientifiche ma anche in quelle tecnologiche e applicate. Deve essere sostenuta aumentandone decisamente i finanziamenti e caratterizzandone meglio regole e competitività senza mortificare o asfissiare finanziariamente alcun settore della conoscenza..

L'università deve certamente rispondere anche alla domanda di ricerca che viene dal mondo esterno e dalle imprese in particolare, finalizzata all'innovazione e alla produzione. Da questo punto di vista, oltre ai provvedimenti di incentivo fiscale che possono stimolare l’investimento delle imprese in ricerca commissionata alle università, occorre puntare molto sui laboratori comuni tra università e imprese o distretti di imprese. Il migliore trasferimento tecnologico si nutre soprattutto di quotidianità di rapporti e di interfacce personali, quindi è favorito da comuni sedi di lavoro di ricerca e applicazione.

Università ed enti pubblici di ricerca

Non va nemmeno trascurato il fatto che la ricerca pubblica si svolge in Italia sia nelle università che negli enti pubblici di ricerca. Separare questi due comparti è un errore, occorre integrarli sempre più nella convinzione che entrambi possono rispondere alla domanda di ricerca della società ma anche che entrambi possono offrire alla società il contributo strategico fondamentale della ricerca libera.

 

2. NUOVI DOCENTI PER UNA NUOVA UNIVERSITA’

La professione di docente universitario

Molto è cambiato nel mondo universitario e nella società dopo la legge del 1980 che ha regolato e regola tuttora il lavoro dei docenti. Basta citare la centralità degli atenei autonomi rispetto a quella delle corporazioni disciplinari nazionali, la nuova attenzione agli studenti portata dalla riforma della didattica, l'auto-imprenditorialità nel campo della ricerca generata in tutti i campi disciplinari dalla necessità di reperire risorse anche fuori dai canali tradizionali di finanziamento, le nuove responsabilità gestionali e sociali richieste ai docenti all'interno degli atenei e nella società.

Si impone quindi un ripensamento delle norme sulla professione docente nelle università, o meglio dell'assoluta incertezza normativa che ormai regola - o, meglio, non regola - la prestazione lavorativa dei professori e che consente la coesistenza, accanto ad una maggioranza di docenti che fa molto più del proprio dovere per serietà e passione, di una minoranza che si limita al minimo indispensabile e che è comunque restia a qualsivoglia tipo di impegno innovativo e di coordinamento.

Il professore universitario costituisce una ben definita figura professionale caratterizzata dalla capacità di compiere autonome ricerche originali e di guidare l’alta formazione nella propria disciplina, con inscindibilità di queste due funzioni fondamentali. Ha il diritto-dovere sia di insegnare che di far ricerca, godendo di piena libertà accademica entro un quadro di coordinamento dei compiti e dei programmi affidato agli organi di autogoverno delle strutture universitarie.

Carriera e promozioni

L'unitarietà della figura professionale non toglie però il fatto che i singoli professori posseggono talenti differenti e raggiungono risultati differenti nelle loro attività, maturando nel tempo differenti livelli di maturità e di autorevolezza scientifiche e didattiche. E' quindi tempo di introdurre una vera "carriera" per i professori, in cui si venga reclutati con un concorso pubblico serio e competitivo e che si percorra poi per merito, passo dopo passo, vincolando le promozioni a frequenti e stringenti valutazioni della qualità e quantità delle attività svolte, entro i limiti del “profilo dell’organico docente” che l’ateneo si è dato in base alle proprie strategie e disponibilità economiche. Una carriera articolata su più livelli successivi corrispondenti a talenti e meriti personali differenti, associati a maggiori responsabilità accademiche.

Il percorso di carriera non avrà alcuna cadenza temporale predefinita, perché nel campo della ricerca le persone molto giovani e molto dotate devono poter raggiungere rapidamente le posizioni di vertice; ma si tratterà pur sempre di una carriera da percorrere sequenzialmente anche se eventualmente a diversa velocità. A parte la rivalutazione annuale in base all’incremento del costo della vita, gli avanzamenti economici dipenderanno esclusivamente dagli avanzamenti di carriera e quindi dal superamento delle valutazioni periodiche.

All'interno della carriera unitaria, uno status economico e giuridico particolare dovrebbe essere riservato a quei professori (gli “ordinari”) che avranno raggiunto risultati di importanza e notorietà internazionale per riconoscimento della comunità disciplinare interessata e che sono in grado quindi, non solo di far la propria ricerca ad altissimo livello, ma anche di indirizzare e guidare la ricerca altrui, soprattutto dei più giovani.

Sostanzialmente le attuali fasce (che poi sono in realtà “ruoli” differenti) sono trasformate, moltiplicandole, nei successivi livelli di una carriera. Pur nell’unitarietà della figura professionale, si introduce invece una differenziazione (parallela alla carriera e non seriale) di merito e di responsabilità per i professori ordinari, anche allo scopo di rispettare il dettato costituzionale.

Reclutamento

Una volta ricondotto il problema delle promozioni a quello degli avanzamenti di carriera, diventa cruciale il reclutamento che, per principio, dovrebbe contemperare le esigenze della comunità disciplinare che coopta al suo interno il nuovo professore con quelle dell'università che lo assumerà e del dipartimento che lo accoglierà. Tutte esigenze legittime, che richiedono una normativa moderna e flessibile, attenta tanto alle procedure selettive a priori quanto ad un sistema a posteriori di incentivi efficaci della qualità del lavoro di ricerca e di insegnamento, per il quale occorrerà far riferimento all'Authority per la valutazione. 

Occorre notare che, in un sistema di atenei autonomi, il reclutamento corrisponde al momento in cui un professore viene assunto da un ateneo, che si tratti di un giovane al suo primo impiego di professore o di un professore già in servizio presso un altro ateneo. La scelta, in un sistema essenzialmente pubblico, non potrà che utilizzare una procedura selettiva pubblica (quindi un “concorso”). Non è invece detto che le regole concorsuali debbano essere uniformi su scala nazionale. In prospettiva, quando fosse andato bene a regime il sistema nazionale di valutazione e quindi gli effetti di incentivo/disincentivo rispetto alle scelte di assunzione dei professori, le regole selettive rientreranno nella sfera di autonomia del singolo ateneo. Ma, nella fase transitoria, è conveniente mantenere una loro definizione legislativa.

Non si può rimanere indifferenti davanti al vasto discredito che colpisce gli attuali concorsi universitari, forse ben oltre i loro reali demeriti, e che indebolisce l’intero sistema universitario rispetto all’opinione pubblica. Senza illudersi che esista un sistema miracoloso capace di evitare tutte le patologie, si potrebbe certamente migliorare la legge vigente ma non certo tornando a leggi che in passato hanno portato identiche patologie o hanno generato insopportabili lentezze e ritardi.

Concorsi locali con commissione nazionale

Un esempio di intervento riformatore potrebbe essere quello per cui ciascun settore scientifico-disciplinare eleggerebbe ogni due anni una lista di “commissari  nazionali” (con opportune regole di non immediata rieleggibilità) mentre la commissione di ciascun concorso locale di reclutamento sarebbe formata semplicemente sorteggiando cinque “commissari nazionali”, con esclusione dei docenti dell’ateneo interessato.

Si otterrebbero subito alcuni vantaggi: omogeneità di giudizio nel biennio, aleatorietà nella composizione della commissione, responsabilizzazione della comunità disciplinare chiamata a scegliere una volta ogni due anni i suoi commissari e non concorso per concorso. Inoltre, dal punto di vista procedurale, la commissione dovrebbe essere obbligata a raccogliere sui candidati giudizi anonimi, anche comparativi, di revisori stranieri ed a tenerne conto nello stabilire chi sia il candidato più meritevole.

Spetterà poi ai regolamenti dell’ateneo stabilire le procedure di chiamata (o di non chiamata), tenendo presente la necessità di contemperare gli interessi dell’ateneo in quanto istituzione con quelli della struttura interna presso cui il nuovo professore si inserirà. La scelta di un nuovo professore ha effetti talmente delicati e duraturi sulla qualità complessiva dell’ateneo che occorrerà comunque evitare procedure deresponsabilizzanti.

Dottorato di ricerca

Sarebbe anche opportuno provvedere, con attenta gradualità temporale, a rendere obbligatorio il possesso del dottorato di ricerca per l'accesso alla carriera universitaria. Il dottorato costituisce il livello più avanzato della formazione universitaria, destinato a formare alla ricerca (non solo nelle università, ma anche negli enti pubblici e privati) ma anche a formare le professionalità più alte tramite la ricerca, come capita nei Paesi dove il dottorato ha più lunga storia. Però non v'è dubbio che l'università dovrebbe fare i conti innanzitutto con sé stessa riconoscendo per le sue carriere docenti il suo stesso livello formativo più alto.

Un dottore di ricerca trentenne, che ha alle spalle otto e più anni di formazione, che si è cimentato con successo nella ricerca autonoma, è da ritenersi persona matura per concorrere ad entrare nel grado iniziale della carriera di professore universitario come succede nelle altre carriere pubbliche di analoga importanza e responsabilità.

Eventualmente si potrebbe prevedere una sorta di abilitazione nazionale alla docenza universitaria, a numero aperto e su domanda del singolo candidato, obbligatoria per presentarsi ai concorsi di reclutamento.

Da questo punto di vista ogni legificazione di ulteriori periodi di formazione del docente universitario tra dottorato di ricerca e ingresso in carriera rischia di allungare i tempi e di consolidare situazioni di prolungata dipendenza gerarchica. Semmai potrebbe essere meglio prevedere forme aggiuntive di reclutamento nella carriera universitaria con gli stessi diritti e doveri di tutti i professori ma per un periodo di tempo determinato, col diritto ad una valutazione personale al termine del periodo (in modo simile alla tenure-track statunitense).

Assumere giovani professori

Il problema della docenza universitaria non è solo quello di nuove e migliori regole. C’è un bisogno disperato di giovani professori universitari che insegnino e facciano ricerca con grande libertà anche nel decennio più produttivo della vita intellettuale, quello tra i trenta e i quarant'anni, invece che penare in posizioni incerte e subalterne che finiscono anche col limitare l’originalità di pensiero e l’indipendenza di azione con conseguenze drammatiche sullo sviluppo culturale del Paese.

Un impegno programmatico primario è quello di approvare all’inizio della legislatura un piano straordinario di assunzioni basate sul merito. Il rallentamento e il blocco delle assunzioni fanno correre il rischio di veder scomparire interi filoni del sapere. I professori più esperti non trovano più giovani ai quali trasmettere prestigiose tradizioni di ricerca. Persino la positiva abbreviazione dei tempi medi di laurea, che riduce la collaborazione dei laureandi, sta giocando contro le potenzialità di ricerca delle università. La dialettica generazionale è una forza decisiva per lo sviluppo della conoscenza e per l’apertura di nuove strade di ricerca; quando viene a mancare, il sistema langue.

La fase transitoria tra il vecchio e il nuovo stato giuridico

Un nuovo stato giuridico non potrebbe non fare i conti con gli attuali docenti, anche se potrebbe essere interessante riservarlo solo ai neo-assunti in modo da non contaminarlo con l'inestricabile rete di diritti acquisiti e di aspirazioni corporative del personale in servizio. Nell'attuale stato giuridico è conveniente e urgente trasformare i ricercatori in terza fascia docente, chiarendo i pochi punti controversi del loro stato giuridico e i dettagli tecnici della trasformazione: è una soluzione a portata di mano che aiuterebbe anche il varo di una legge organica per uno stato giuridico interamente nuovo e più adatto all’oggi e al futuro.

Diritti e doveri dei professori

Per quanto riguarda i doveri e i diritti, il professore universitario che garantisce una esclusività di impegno per la sua università sarà la figura centrale. Non mancheranno però i professori a tempo parziale che, con parità di diritti (salvo l’elettorato passivo alle cariche accademiche) ma non di tempo dedicato e quindi di stipendio, garantiscono all’università l’apporto scientifico continuo e regolare di persone che svolgono anche una libera professione o comunque un’altra professione non esclusiva.                    

La legge darà solo linee generali per quanto riguarda i doveri didattici e l’impegno orario di presenza chiesto ai professori universitari. I dettagli saranno lasciati ai regolamenti di ateneo e dovranno comunque prevedere la massima flessibilità tra le due funzioni fondamentali della didattica e ricerca, che potranno rappresentare quote diverse del lavoro di ogni singolo professore in diversi momenti temporali della sua carriera. Come in altre professioni si dovrebbe introdurre un codice etico dei docenti universitari.      


3.
UNA NUOVA CITTADINANZA STUDENTESCA

 

Dal diritto allo studio ai diritti di cittadinanza

Una società che non investe sui suoi giovani è destinata a deperire. Attualmente quasi il sessanta per cento dei ventenni italiani frequenta l'università e questa percentuale continuerà a crescere. Le università e il Paese hanno una responsabilità enorme per garantire che gli anni trascorsi negli studi universitari formino al meglio professionisti e cittadini. Le università devono essere insieme palestre e pilastri del sapere e della democrazia.

Serve una nuova cittadinanza studentesca che inglobi e potenzi il diritto costituzionale degli studenti capaci e meritevoli di arrivare ai più alti gradi degli studi anche se provenienti da famiglie non abbienti ma che non si fermi qui. Gli studenti sono il soggetto debole dell’autonomia e occorre tutelarne i diritti.

Si deve ampliare una politica di borse di studio e, soprattutto, di servizi abitativi e logistici per gli studenti che ne hanno diritto, soprattutto se fuori sede, rimediando ad un'impressionante arretratezza italiana rispetto agli altri Paesi. Un maggior legame tra servizi agli studenti e atenei sarebbe forse utile per caratterizzare l'offerta formativa di un ateneo e per rendere più consapevoli le scelte degli studenti.

Città universitarie

Si deve immaginare anche una nuova politica di supporti alla cittadinanza studentesca, affinché gli studenti universitari possano esprimere e dare il meglio di sé. Le città, universitarie e non, dovrebbero farsi forti dei loro studenti universitari, della loro freschezza intellettuale e capacità innovativa, offrendo loro spazi di presenza e di cittadinanza attiva che li facciano crescere e ne orientino aspirazioni e bisogni. Servono anche nuovi rapporti istituzionali tra città e università su questi temi. L'università non può essere vissuta dagli studenti come un mondo senza regole. Le città non possono vivere le comunità studentesche universitarie come enclaves senza legami.

Si mettano università e città in grado di competere positivamente per attrarre gli studenti, pur senza dimenticare che non si deve rischiare di privare intere regioni dei giovani più ricchi di talento e di coraggio innovativo con una sorta di brain-drain interno, ma anzi sostenere la crescita dei territori svantaggiati proprio investendo nei loro giovani con formazione e ricerca. La mobilità studentesca territoriale, sia nazionale che internazionale, è un fattore potente di sviluppo e di competizione ma va guidata, orientata e coniugata con la mobilità sociale che è un altro obbiettivo irrinunciabile.

Tasse universitarie

In questo quadro di intervento pubblico equilibratore e di salvaguardia dei ceti deboli, il primo obbiettivo è garantire le prestazioni di diritto allo studio (borse, alloggi, etc.) a tutti gli studenti di condizioni economiche non agiate che ne hanno diritto. Raggiunto questo obbiettivo si potrà rimuovere progressivamente il vincolo budgetario attualmente vigente sull’entità complessiva delle tasse e contributi universitari stabiliti da ciascuna università, ampliando gli spazi per le politiche di ateneo sui servizi agli studenti e sul contributo economico loro richiesto, anche differito con i vari possibili meccanismi di prestiti e rimborsi.

Sostegno ai talenti

Un altro aspetto cruciale è l'attenzione agli studenti più bravi. L'Italia ha un sistema di grande prestigio ma quantitativamente poco sviluppato di scuole universitarie d'eccellenza. Oltre che investire gradualmente sull'ampliamento di questo sistema, sarebbe conveniente stimolare in tutte le università, ognuna nei suoi campi di maggior prestigio e sviluppo, la messa a punto di iniziative destinate ad individuare e sostenere gli studenti che ottengono i migliori risultati.

 

4. UN NUOVO GOVERNO DEGLI ATENEI E DEL SISTEMA UNIVERSITARIO

 

4A. IL GOVERNO DEGLI ATENEI

 

Dall’autogoverno all’autonomia

Le riforme universitarie degli anni ’90 hanno spesso trovato difficile applicazione negli atenei, talora fallendo in parte i loro obbiettivi, pur ragionevoli e ben motivati. Una delle ragioni risiede nelle antiquate forme e procedure di governo che caratterizzano sia il sistema universitario nel suo complesso che le singole università. Democrazia collegiale ed efficienza innovativa non si sono coniugate nel modello tradizionale di governance universitaria.

Occorre ripartire dall’autonomia, che è molto più dell’autogoverno cui le università sono da sempre abituate. Autonomia significa capacità di darsi le proprie regole, in una possibile molteplicità di approcci e di soluzioni che non può che far bene all’intero sistema introducendo una positiva competizione tra diversi modelli istituzionali e organizzativi, dando anche la possibilità di adattarsi flessibilmente alle diverse strategie e situazioni dei vari atenei.

Rimuovere le stratificazioni burocratiche

Sedici anni fa la legge 168 introduceva l’autonomia universitaria ma poneva limiti al suo esercizio, in particolare sui temi del governo degli atenei, in attesa di una legge quadro che però non è mai arrivata. E’ giunto il tempo di farla. Una legge quadro di vera delegificazione, che rimuova tutte le norme che si sono stratificate sulle università in settant’anni di legislazione disorganica e che fissi invece nuovi e semplici principi riducendo drasticamente la burocrazia e delegando alle singole università tutte le competenze che vi possono essere svolte più efficacemente.

Una legge quadro che potenzi l’autonomia delle università ma contemporaneamente le stimoli all’innovazione, superando i diffusi conservatorismi, con procedure ed incentivi opportuni.

Separazione dei poteri, responsabilità individuali e valutazione esterna

Vi è innanzitutto da esplicitare un criterio generale. Non vi può essere vera autonomia se non assegnando responsabilità chiare, che evitino ogni opaca condivisione di poteri, e operando una continua valutazione esterna dei risultati da parte di tutti i portatori di interesse.

Gli statuti devono accuratamente separare i compiti e le responsabilità di governo e di amministrazione da quelli regolamentari, di garanzia e di controllo. Attualmente non vi è separazione, anzi confusione di poteri tra il consiglio di amministrazione (che non ha la responsabilità di tutti i compiti tipici dell’amministrazione ma, tradizionalmente, ne ha altri di tipo normativo in rappresentanza degli interessi categoriali interni), il senato accademico (che rappresenta essenzialmente gli interessi disciplinari di facoltà e dipartimenti ma spesso ha assunto compiti decisamente gestionali su personale docente e attività istituzionali) e il rettore che presiede entrambi.

La gestione collegiale tipica delle università deve essere mantenuta ma entro un nuovo quadro di responsabilità individuali; l’autovalutazione, tesa al miglioramento continuo delle proprie attività, è un punto fondamentale di ogni valutazione della qualità ma non ci si può ridurre ad essa senza rischiare un’autoreferenzialità e un corporativismo che indispettiscono l’opinione pubblica e rallentano l’innovazione.

Rettore, Consiglio di Ateneo, Senato Accademico

E’ opportuno che sia mantenuta l’elettività del rettore come figura che rappresenta democraticamente l’intera istituzione (compresi gli studenti) e nella cui azione questa possa riconoscersi. Un rettore che sia figura di vertice del corpo docente ma anche responsabile diretto delle strategie e della gestione dell’ateneo insieme ad un Consiglio di ateneo non elettivo nominato dal rettore secondo norme e condizioni affidate agli statuti di ciascuna università. Si rafforzerebbe così l’azione e l’immagine di un ateneo come soggetto unitario, contribuendo a superare la tradizionale separatezza degli interessi disciplinari o categoriali.

Il Consiglio avrà i tipici compiti esecutivi e responsabilità di ogni vero consiglio di amministrazione. Un’università non è un’impresa, ma la sua complessa gestione non può rifiutare i modelli migliori della moderna cultura organizzativa, temperati dalle caratteristiche di democrazia e condivisione delle scelte che devono essere tipiche di ogni istituzione che gestisce beni e interessi pubblici.

Un senato accademico elettivo, in rappresentanza diretta di docenti, studenti e personale tecnico-amministrativo, completerà il quadro degli organi di governo dell’ateneo assumendo la natura di organo di garanzia dell’autonomia, delle libertà accademiche e dei diritti degli studenti. Gli spetterà quindi l’espressione democratica delle posizioni e scelte culturali dell’università, la responsabilità di ogni atto regolamentare, la valutazione e il controllo delle strategie e della gestione.

Giocherà da contrappeso ai poteri monocratici del rettore il potere del Senato accademico elettivo di esprimere il gradimento al rettore e al consiglio di ateneo al momento iniziale della loro attività e quello di revocarlo in casi ben circoscritti dalla legge e con adeguata qualificazione della maggioranza.

Facoltà e dipartimenti

Come ultimo aspetto del governo di un ateneo sarebbe opportuno delegificarne completamente la strutturazione interna. Ogni ateneo sceglierà come organizzarsi: l’esistenza e i mutui rapporti di facoltà, dipartimenti, corsi di studio, centri di ricerca e di servizi e dei relativi organi di gestione saranno interamente affidati agli statuti e ai regolamenti autonomi, purché siano sempre salvi i principi di responsabilità (ogni atto deve avere un responsabile), di sussidiarietà (ogni decisione sarà affidata alla struttura più vicina e più piccola possibile rispetto ai contenuti della medesima) e di unitarietà (saranno riportati agli organi centrali gli atti di interesse per l’intero ateneo per evitare di ridurre un’università ad una federazione di facoltà o dipartimenti). 

 

4B. IL GOVERNO DEL SISTEMA NAZIONALE

 

Un governo a distanza per  obbiettivi e regole di sistema

Il tema della governance a livello nazionale consiste nella necessità di approntare una rete chiara di poteri e responsabilità tra ministero, regioni, sistema di valutazione e singole università.

Per quanto riguarda la politica nazionale dell’Università occorre passare dal modello burocratico-dirigistico a quello regolativo-valutativo, da una tradizione di interventi minuti e pervasivi all’innovazione di un vero governo strategico “a distanza”. Al Parlamento spetterà definire le regole generali del sistema, al Ministero definire gli obbiettivi strategici, ripartire i finanziamenti statali e monitorare il raggiungimento degli obbiettivi.  Per questo compito sarà necessario dotarlo di una tecnostruttura interna con adeguate professionalità, senza però confonderla con la struttura nazionale di valutazione che deve essere indipendente dal Ministero come dagli atenei.

Se la programmazione dello sviluppo delle attività dei singoli atenei è tema che sempre più ricadrà nelle loro autonome competenze, naturalmente temperato da una continua e stringente autovalutazione e valutazione esterna dei risultati, la programmazione dello sviluppo del sistema non può che essere competenza del Ministero, del Parlamento, delle Regioni. Le regole di istituzione di nuove università (e forse anche di nuove sedi universitarie) vanno ripensate e soprattutto vanno stabiliti per legge i requisiti minimi di risorse umane, logistiche, finanziarie stabili e di qualità della didattica e della ricerca perché si possa procedere all’istituzione, unitamente al ruolo, ai poteri e agli impegni delle regioni interessate. Solo in questo modo l’espansione universitaria per poli territoriali potrà generare qualità aggiuntiva dell’offerta e non semplice risposta a politiche localistiche.

Dovrà essere ridisegnata tutta la materia dei poteri sanzionatori nazionali nel caso di violazioni delle regole e di palesi malfunzionamenti degli atenei. Il tema delle sanzioni e della loro gradualità è cruciale. Si potrebbe prendere esempio anche da buone pratiche comunitarie, introducendo l’apertura di procedure di infrazione che portino a interventi sanzionatori via via più pesanti, fino anche al commissariamento nei casi più difficili.

Università come attori globali e regionali

La sempre maggiore importanza delle università come attori sociali principali e punti di forza economico-sociali del territorio, addirittura in termini di marketing territoriale, richiede di superare l’attuale inefficace modello dei comitati regionali di coordinamento per passare invece a vere e proprie politiche locali, sorrette da finanziamenti integrativi regionali per l’offerta didattica e per la ricerca e il trasferimento tecnologico, senza naturalmente intaccare la natura nazionale e internazionale del sistema universitario ma responsabilizzandolo e sostenendolo rispetto agli obbiettivi regionali.

Del resto, come mostrano molto esempi stranieri, la qualità internazionale di un ateneo ha sempre alle spalle anche un forte radicamento nel suo territorio, in una sorta di quel global-localismo già individuato in altri ambiti dagli studiosi dell’economia e della società globalizzate.

Finanziamento statale

La ripartizione tra gli atenei dei finanziamenti statali assegnati al sistema universitario deve rispondere a due esigenze. Una è quella di commisurarle ai dati strutturali dell’università, l’altra è quella di agire da incentivi/disincentivi rispetto ai risultati ottenuti.

Privilegiare troppo la prima – come nella tradizionale visione statalista – porta a sclerotizzare il sistema ai suoi dati storici o, addirittura, a favorire una concorrenza al ribasso. Privilegiare troppo la seconda – come in alcune impostazioni “iper-aziendaliste” che mal si adattano alle caratteristiche del lavoro universitario – non tiene conto della naturale vischiosità dei sistemi pubblici (ad esempio, non si possono cacciare via all’improvviso né gli studenti né i professori) e quindi rischia di deformare i criteri valutativi pur di far fronte a necessità insopprimibili.

Il rapporto tra finanziamento statale e valutazione della qualità è un tema complesso in cui ogni esagerazione o accelerazione finisce col giocare contro l’obbiettivo di dar vita ad un delicato meccanismo regolativo-valutativo. Ridurre la ripartizione dei finanziamenti alla mera applicazione di valutazioni quantitative significa rinunciare all’indirizzo e alla programmazione del sistema e, per giunta, rischia di edulcorare gli stessi criteri valutativi. Ridurre la valutazione ai risultati di una ripartizione finanziaria significa non averne colto la dimensione qualitativa e comunicativa.

Sembra dunque saggio prevedere alcune quote del finanziamento statale che vengono ripartite in base ai dati strutturali delle università, altre quote che invece hanno un significato premiale e incentivante della qualità e sono ripartite su base competitiva, altre ancora che rappresentano cofinanziamenti statali a finanziamenti regionali,  locali e propri per programmi/contratti di investimento nello sviluppo. Si noti che questo approccio è valido sia per le attività didattiche che per la ricerca.

Una grande attenzione deve essere dedicata al finanziamento delle infrastrutture universitarie (aule, laboratori, biblioteche, etc.), uno dei veri punti deboli del sistema attuale e una delle vere ragioni della bassa attrattività dei nostri atenei per studenti e docenti stranieri.

Authority per la valutazione

Spetterà ad un’Agenzia nazionale o ad un’Authority (per la garanzia della qualità delle attività universitarie)  il compito di coordinare, guidare e rendere pubbliche le attività e i risultati della valutazione della qualità delle attività universitarie. L’agenzia dovrà garantire totale terzietà rispetto al Ministero e dagli atenei. Per essere precisi, il lavoro di esperti universitari presso l’agenzia sarà esclusivamente a tempo pieno e con distacco dagli atenei di appartenenza, con esclusione quindi di impegni didattici, di ricerca e gestionali che inevitabilmente comporterebbero una conflitto di interessi tra valutatori e valutati. Nulla impedisce evidentemente che l’agenzia utilizzi come revisori professori delle università italiane e straniere ma i rapporti di valutazione devono ricadere nelle responsabilità di esperti indipendenti provenienti dal mondo della ricerca e accuratamente formati.

La valutazione ha come obbiettivi fondamentali il continuo miglioramento degli atenei e la trasparenza della valutazione qualitativa e quantitativa delle loro attività didattiche e di ricerca, anche allo scopo di orientare le scelte degli studenti e la domanda di ricerca.

Rappresentanza nazionale delle università e delle discipline

Come è tipico di ogni sistema di autonomie, non mancheranno le loro rappresentanze a livello nazionale ma occorre evitare che gli organi nazionali di rappresentanza divengano surrettiziamente organi di governo del sistema. Si confonderebbe così il quadro dei poteri e delle responsabilità, si spingerebbe a forme consociative di gestione e si indebolirebbe il ruolo del Ministero e l’auspicabile alta professionalità delle sue strutture interne. 

Il sistema universitario è essenzialmente un sistema di atenei e quindi la Conferenza dei Rettori è il luogo naturale dove gli interessi degli atenei in quanto istituzioni autonome vengono rappresentati rispetto al Governo, al Ministero, all’opinione pubblica.

D’altra parte, oltre quella al proprio ateneo, il docente universitario sente fortemente l’appartenenza alla propria area disciplinare. La rappresentanza disciplinare potrebbe essere affidata al Consiglio Universitario Nazionale, adeguatamente riformato nella composizione per evitare la frammentazione disciplinare e la rappresentazione categoriale.

Oppure si potrebbe sperimentare una pluralità di comitati disciplinari nazionali, anche aggregando aree disciplinari affini in poche grandi aree, che abbiano funzioni di consulenza e proposta su tutte le materie dell’organizzazione dei saperi relative alla didattica e alla ricerca universitaria nell’area disciplinare interessata.

In un tale quadro, si potrebbe sperimentare la presenza in questi comitati disciplinari nazionali anche di rappresentanti dei ricercatori che lavorano presso gli enti pubblici di ricerca, con l’obbiettivo di ricomporre tutto il comparto della ricerca pubblica dal punto di vista delle presenza delle competenze disciplinari nelle politiche nazionali della formazione e della ricerca.

L’unione di questi comitati disciplinari potrebbe costituire l’Assemblea Nazionale della Scienza, sede della rappresentanza della ricerca pubblica italiana a tutela della libertà e dell’autonomia del sapere.

Rappresentanza studentesca nazionale

Il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari permarrà come luogo di elaborazione e confronto delle proposte riguardanti le materie della condizione studentesca nelle università e come luogo di garanzia nazionale dei diritti degli studenti.

   

CONCLUSIONE

L'università italiana ha da tempo iniziato un percorso evolutivo di innovazione e di adeguamento ai tempi. Occorre riprenderlo con lena in un quadro di autonomia e di svecchiamento normativo, facendola uscire dal guado in cui sembra essersi impantanata. Compito della politica e delle leggi è accompagnare intelligentemente quest'evoluzione senza mai perdere di vista i valori fondanti millenari delle università.


ANDU - Associazione Nazionale Docenti Universitari

DS PEGGIO DI MORATTI ?



DS peggio di Moratti? Molto peggio, se dovessero essere confermate le posizioni contenute nel documento "alla base della discussione" del "Forum dei DS" (nota 1).
Nel documento si prevede, di fatto, la CANCELLAZIONE del Sistema nazionale e statale delle Università. Infatti:
1. sul piano della "strutturazione interna" si prevede che "ogni ateneo sceglierà come organizzarsi: l'esistenza e i mutui rapporti di facoltà, dipartimenti, corsi di studio, centri di ricerca e di servizi e dei relativi organi di gestione saranno interamente affidati agli statuti e ai regolamenti autonomi";
2. sul piano del reclutamento dei docenti si prevede che "in prospettiva (.) le regole selettive rientreranno nella sfera di autonomia del singolo ateneo" e che "spetterà ai regolamenti dell'ateneo stabilire le procedure di chiamata (o di non chiamata)".
Le principali 'logiche' conseguenze derivanti dalla delegificazione dell'organizzazione degli Atenei e del reclutamento dei docenti sono il previsto "progressivo affievolimento" del valore legale dei titoli di studio e la rimozione progressiva del "vincolo budgetario attualmente vigente sull'entità complessiva delle tasse e contributi universitari stabiliti da ciascuna università".
Ma non tutto però è lasciato alla 'libera' autonomia degli Atenei. Infatti si vuole che la legge preveda:
1. che il Rettore nomini un suo "Consiglio di ateneo non elettivo", con compiti da "vero consiglio di amministrazione", secondo "i modelli migliori
della moderna cultura organizzativa";
2. che "all'interno della carriera unitaria, uno status economico e giuridico particolare dovrebbe essere riservato a quei professori (gli 'ordinari') che avranno raggiunto risultati di importanza e notorietà
internazionale";
3. "una differenziazione (parallela alla carriera e non seriale) di merito e di responsabilità per i professori ordinari, anche allo scopo di rispettare il dettato costituzionale";
4. la reintroduzione degli organici per fasce della docenza con "promozioni (.) entro i limiti del 'profilo dell'organico docente' che l'ateneo si è dato".

Si scardina il Sistema nazionale delle Università, frantumandolo in Atenei diversi l'uno dall'altro e resi del tutto (quasi) indipendenti dalla legge, e 'naturalmente', per non "indebolire il ruolo del Ministero", non si prevede la costituzione di un Organo di autogoverno nazionale, non frammentato e non corporativo, eletto direttamente da tutte le componenti dell'Università; un Organo indispensabile per difendere l'autonomia dell'Università dai poteri forti accademico-politici.

A proposito della governance, il documento ripropone sostanzialmente quanto elaborato dalla Fondazione TreeLLLe (nota 2), della quale fanno parte esponenti del Centro-destra e del Centro-sinistra. Scopo della Fondazione è anche quello di svolgere "attività di lobby trasparente al fine di diffondere dati e informazioni, promuovere le tesi dell'Associazione presso i decisori pubblici a livello nazionale e regionale, i parlamentari, le forze politiche e sociali, le istituzioni educative."
A proposito dell'organizzazione della docenza il documento in sostanza prevede la figura del 'professore eccellente', la distinzione degli ordinari dagli altri professori, il passaggio da una fascia all'altra legata ad organici per fascia.

Queste posizioni sono nettamente diverse da quelle emerse dal movimento di protesta universitario e da quelle elaborate da anni dalle Organizzazioni unitarie della docenza e, in particolare, dalle proposte dell'ANDU (nota 3).

Se il progetto in discussione nei DS dovesse diventare programma del nuovo Governo e se l'Università e il Paese non dovessero riuscire ad impedirne la traduzione in leggi, si completerebbe l'opera di demolizione dell'Università nazionale e statale, di qualità e di massa, già iniziata nelle precedenti legislature e proseguita dall'attuale Governo.

E' bene ricordare, ancora una volta, che la lobby accademica trasversale, in poco più di un decennio, ha già imposto:
- l'ingestibile riforma della didattica (il 3 + 2) che sta portando alla dequalificazione della formazione universitaria. Una riforma ora finalmente contestata anche dagli studenti, ma ancora difesa contro ogni evidenza da chi l'ha voluta;
- la costituzione di un precariato senza precedenti per quantità (oltre 50.000 precari) e per durata media (10-15 anni);
- l'introduzione dei finti concorsi locali, alimentando oltre ogni limite il mercato dei concorsi e il controllo accademico e umano della carriera dei docenti fin da dopo la laurea;
- la finta autonomia finanziaria per fare gestire agli Atenei la progressiva riduzione dei fondi;
- la finta autonomia statutaria per mantenere immutato l'assetto degli Atenei, lasciando che i TAR ripristinassero l''ordine costituito' quando richiesto dall'accademia che conta;
- la controriforma del CUN per negare al mondo universitario un Organo nazionale di rappresentanza democratica e di autogoverno.

Consegnare completamente le risorse pubbliche ai poteri forti accademici, di Ateneo e nazionali, è l'obiettivo finale di un gruppo ristretto, ma potente e trasversale, che controlla da sempre i Partiti, condiziona pesantemente il Parlamento e ha esclusivo accesso ai 'grandi' organi di informazione.
Un progetto 'a prescindere' da ogni protesta, anche da quella espressa dal grandissimo movimento che nell'Università si è ribellato all'imposizione della controriforma sullo stato giuridico.
Un movimento che vede ora anche la straordinaria partecipazione degli studenti, che finalmente tornano ad essere protagonisti e non più vittime passive di controriforme-pasticcio imposte da chi, impregnato di 'cultura aziendalistica', scimmiotta sistemi di altri Paesi.
Un movimento che per la prima volta nella storia vede l'unità di tutte le componenti (professori, ricercatori, precari e studenti), degli Organi locali (SA, CdA, CdF, ecc.) e nazionali (CRUI, Conferenze dei Presidi) e delle Organizzazioni della docenza.
Questo movimento non si farà strumentalizzare da parte di quell'accademia che vuole imporre lo smantellamento definitivo dell'Università statale.
Lo ripetiamo ancora: è indispensabile, nell'interesse dell'Università e del Paese, sconfiggere subito, prima delle prossime elezioni, la lobby accademica trasversale che ha sempre dominato sull'Università.

2 novembre 2005

NOTA 1. Per scaricare il documento "alla base della discussione" del "Forum dei DS", elaborato dal sen. Luciano Modica (ex presidente della CRUI), con il contributo dell'on. Walter Tocci (responsabile del settore universitario), prima cliccare http://www.dsonline.it/aree/universita/index.asp, poi cliccare su "9/11 Nasce il Forum Università e la ricerca dei DS", infine cliccare a destra su
"FORUM Università"

NOTA 2. La proposta della Fondazione TreeLLLe prevede che il Rettore sia eletto da "tutti i professori e ricercatori dell'ateneo" e da una rappresentanza degli studenti e del personale tecnico-amministrativo pari rispettivamente al 15% e al 10% "del corpo elettorale totale".
Il Rettore nomina un Consiglio di Ateneo che "avrebbe inoltre la responsabilità diretta della selezione del personale docente, ricercatore e tecnico-ricercatore."
Il Consiglio di Ateneo sarebbe composto di 11-15 persone con "metà dei componenti, escluso il Rettore, scelti all'interno del personale dell'ateneo e metà all'esterno come rappresentanza dei portatori di interesse esterni": "Governo nazionale e regionale, comunità territoriali, forze imprenditoriali e sociali."
Il Consiglio di Ateneo sarebbe sottoposto "ad una delibera di approvazione (fiducia) da parte del Senato Accademico, a maggioranza assoluta dei componenti. Con adeguata maggioranza qualificata, ad esempio tre quarti dei componenti, e non prima di metà mandato, il Senato Accademico potrebbe
anche votare la sfiducia al Consiglio di Ateneo."
Tratto dal Quaderno n. 3 delle TreeLLLe, "Università italiana, università europea?" - settembre 2003, pp. 110-112.
Per conoscere le posizioni e la composizione della Fondazione TreeLLLe: http://www.associazionetreelle.it


NOTA 3. Posizione dell'ANDU su docenza e governance.
DOCENZA. Stato giuridico nazionale dei docenti collocati in un ruolo unico, articolato in tre fasce con uguali mansioni. Ingresso nel ruolo docente per concorso nazionale (prevalentemente nella terza fascia) e passaggio di fascia per idoneità nazionale individuale (a numero aperto), con immediato e pieno riconoscimento della nuova qualifica, senza l'ulteriore chiamata della Facoltà dove il docente già lavora e continuerà a lavorare. Per il passaggio di fascia è indispensabile prevedere uno specifico budget nazionale per i connessi incrementi stipendiali.
Le commissioni, per i concorsi e per i passaggi, devono essere interamente sorteggiate e composte di soli ordinari.
Periodo pre-ruolo massimo di 3 anni e bando nei prossimi anni, su nuovi specifici e aggiuntivi fondi statali, di almeno 20000 posti di terza fascia, con cancellazione dell'attuale giungla di figure precarie.
Trasformazione del ruolo dei ricercatori in terza fascia di professore, prevedendo la partecipazione di tutti ai Consigli di Facoltà e l'accesso ai fondi anche per i professori di terza fascia non confermati.
Distinzione tra tempo pieno e tempo definito con esclusione per i docenti a tempo definito dalle cariche accademiche e dalle commissioni concorsuali.
GOVERNANCE. Gli Atenei devono essere governati da strutture elettive interne agli Atenei stessi e, in particolare, i Senati accademici devono essere composti esclusivamente da rappresentanze paritetiche di ordinari, associati, ricercatori, tecnico-amministrativi e studenti. I rappresentanti dei docenti devono essere espressi da poche aree (5-6) equivalenti, con elettorato attivo e passivo comune alle tre fasce. La composizione e i compiti delle strutture degli Atenei devono essere normati dalla legge.
Il Sistema nazionale delle Università deve essere rappresentato da un unico Organo di autogoverno composto da rappresentanti dei docenti espressi da poche aree (5-6) equivalenti, con elettorato attivo e passivo comune alle tre fasce.
Di questo organismo devono fare anche parte consistenti rappresentanze dei tecnico-amministrativi e degli studenti, elette direttamente dalle rispettive categorie.


ANDU - Associazione Nazionale Docenti Universitari

CONCORSI E IDONEITA' NAZIONALI



Su Europa, quotidiano della Margherita, del 19 novembre 2005 è comparso l'intervento "Professori universitari, carriere per merito" di Luciano Modica, senatore dei Ds ed ex presidente della CRUI (nota 1), che fa riferimento a un precedente intervento di Dario Antiseri sul Sole 24-ore (nota 2), già commentato dall'ANDU (nota 3).
Modica giustamente scrive che "il futuro del Paese in una società della conoscenza dipende fortemente dalla qualità del suo sistema di formazione superiore e di ricerca e, a sua volta, questa dipende fortemente dal buon funzionamento delle regole di selezione dei professori universitari che
sono insieme docenti e ricercatori."
Proprio per questo l'ANDU da anni propone una vera riforma del reclutamento e dell'avanzamento della carriera dei docenti universitari che superi il sistema della cooptazione personale che ha sempre 'distinto' l'Università italiana da quelle degli altri Paesi. Un sistema di potere baronale fondato sulla subordinazione professionale e umana al 'maestro' di coloro che percorrono la carriera docente; sistema che impedisce al docente-ricercatore di esprimere al meglio le sue capacità fin da quando è
giovane, in piena autonomia e con responsabilità diretta di adeguati fondi (v. nella nota 4 la sintesi della proposta dell'ANDU).
E proprio per l'enorme importanza che hanno le "regole di selezione dei professori universitari" l'ANDU ha espresso la netta contrarietà alle proposte di Modica (nota 5), che egli sostanzialmente ribadisce nel suo intervento su Europa: "le selezioni, queste sì comparative, che i singoli atenei bandiranno per reclutare un nuovo professore, con regole di selezione lasciate alla loro autonomia"; "la scelta finale del vincitore rimarrebbe comunque nella responsabilità dell'università che recluta".

Modica, riferendosi alla legge Moratti, recentemente approvata, scrive: "Del resto la legge si limita semplicemente a reintrodurre il sistema che aveva funzionato identico dal 1980 al 1998 generando anche allora feroci critiche di localismo e di nepotismo, accademico e non."
In realtà, con la legge Moratti (Legge 4 novembre 2005, n. 230) non si ritorna affatto ai vecchi concorsi nazionali, ma si introduce una "idoneità scientifica nazionale" a numero chiuso (comma 5), prerequisito per la partecipazione alle "procedure disciplinate (dalle Università, ndr) con propri regolamenti che assicurino la valutazione comparativa dei candidati" (comma 8).
In altri termini, la legge approvata AGGIUNGE alla prova comparativa locale un'altra prova comparativa nazionale che, a differenza dei concorsi nazionali per ordinario e per associato precedenti alla riforma Berlinguer, non serve a decidere chi prenderà servizio nei posti banditi. Nella legge Berlinguer e nella legge Moratti a decidere se e chi occuperà il posto bandito è la Sede e, di fatto, chi ha voluto (ed è riuscito a farsi bandire) il posto per il suo prescelto (localismo e nepotismo). La differenza tra l'"idoneità scientifica nazionale" e i vecchi concorsi nazionali è quindi IMMENSA. E' evidente che qualunque forma di selezione, nazionale o locale, che sia seguita dalla scelta finale da parte della Sede che decide se e chi deve alla fine occupare il posto bandito, non potrà non essere condizionata dal fatto che quel posto è stato pre-destinato.
Che le conseguenze della riforma Berliguer sarebbero state quelle che sono ora sotto gli occhi di tutti l'avevamo denunciato, inascoltati, già nel dicembre 1998, quando, a proposito dei previsti concorsi locali ad ordinario e ad associato, scrivevamo che "ora anche la carriera deve essere decisa attraverso una cooptazione personale da parte di quelli che una volta si chiamavano baroni ed è ad essi che bisognerà affidarsi, con adeguati comportamenti anche umani, per vincere concorsi che sono considerati, non a torto, una mera perdita di tempo, un fastidioso ritardo all'attuazione di una scelta già operata." ("Università Democratica", n. 168-169, p. 7).

Ma quello che non si dice è che quasi tutti i 'concorsi' a ordinario e ad associato in realtà non servono a reclutare chi non fa già parte del ruolo docente, ma servono 'solo' alla promozione di chi è già in ruolo. Infatti i concorsi veri, cioè quelli che determinano l'entrata nel ruolo docente, sono stati e saranno (almeno fino al 2013) quasi esclusivamente quelli a ricercatore, primo gradino della docenza universitaria. E questi concorsi sono 'localissimi', cioè sono serviti e serviranno a 'ratificare' l'ingresso in ruolo di chi è stato pre-scelto dal proprio 'maestro'. E non è quindi un caso che le procedure iper-localistiche dei concorsi a ricercatore previste dal DPR 382 del 1980 non siano state cambiate, nella sostanza, dalla legge Berlinguer e ora sono confermate dalla legge Moratti.
Lo ripetiamo, il vero problema dell'Università italiana è proprio quello del reclutamento, cioè, nella sostanza, dei concorsi a ricercatore. Ma parlare del vero reclutamento alla docenza è tabù per troppa parte dell'accademia italiana: non deve assolutamente essere messo in discussione che a decidere chi e quando debba cominciare la carriera universitaria in ruolo deve continuare ad essere, di fatto, il singolo barone che sceglie il suo 'allievo' già al momento della tesi, poi gli fa avere il dottorato di
ricerca, l'assegno di ricerca e/o qualche borsa e/o qualche contratto e quindi il posto di ricercatore attraverso un finto concorso della cui commissione è membro interno. Se questo è il modo di reclutare perché scandalizzarsi poi tanto per il fatto che, nel proseguimento della carriera, indipendentemente dal meccanismo in vigore, continuino a manifestarsi tutti quei difetti che oggi si scoprono nei 'concorsi' ad associato e a ordinario?

La vera grossa novità della legge Moratti è l'abolizione dell'UGUAGLIANZA sul piano nazionale delle procedure delle prove comparative locali, abolizione che è proposta anche da Modica. Questa è l'anticamera dell'abolizione dello stato giuridico nazionale dei docenti e con esso del valore legale dei titoli di studio, cioè la fine del sistema nazionale e statale delle Università.
In questo senso la legge Moratti è 'solo' un passo (peraltro pasticciato) verso la demolizione completa dell'Università di qualità e di massa. Una demolizione cominciata nelle precedenti legislature (finta autonomia finanziaria, finta autonomia statutaria, finti concorsi locali, controriforma del CUN, "3 + 2") e che la lobby accademica trasversale vorrebbe fosse completata nella prossima legislatura.
Per ottenere questo risultato si dice che con l'autonomismo aziendalistico gli Atenei sarebbero costretti ad una virtuosa competizione, mentre è evidente che così si renderebbero ancora più forti e più liberi i potentati accademici, che usano Ministero e Parlamento per ottenere in maniera completa la gestione privatistica delle risorse pubbliche.
La natura e gli interessi delle oligarchie accademiche e la loro capacità di condizionare il Ministero e il Parlamento sono sotto gli occhi di tutti.
Ci riferiamo ai finanziamenti 'particolari' che si stanno dando agli Istituti auto-eccellenti (IIT di Genova, ISU di Firenze e IMT di Lucca), ma anche a quello di 1,5 milioni di euro l'anno per l'Istituto di studi politici "San Pio V" di Roma, approvato definitivamente dalla Camera l'8 ottobre 2003 con 254 voti, 28
contrari e 136 astenuti, cioè con il 'non dissenso' trasversale di quasi tutti i Deputati.

23 novembre 2005

Nota 1. Per il testo dell'intervento di Luciano Modica "Professori universitari, carriere per merito", su Europa del 19.11.05, pag. 12: http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2005/11/39083111.pdf
(non si deve spezzare la stringa di caratteri, altrimenti il collegamento fallisce!)

Nota 2. Per il testo dell'intervento di Dario Antiseri "Le nuove vie alla cattedra, più problemi che soluzioni", sul Sole 24-ore del 12.11.05: http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2005/11/38840603.pdf (non si deve spezzare la stringa di caratteri, altrimenti il collegamento fallisce!)

Nota 3. V. il documento dell'ANDU "Semplici verità 'rivoluzionarie'": http://www.bur.it/sezioni/sez_andu.php 15 novembre 2005

Nota 4. Sintesi della proposta dell'ANDU sulla docenza universitaria.
Stato giuridico nazionale dei docenti collocati in un ruolo unico, articolato in tre fasce con uguali mansioni. Ingresso nel ruolo docente per concorso nazionale (prevalentemente nella terza fascia) e passaggio di fascia per idoneità nazionale individuale (a numero aperto), con immediato e pieno riconoscimento della nuova qualifica, senza l'ulteriore chiamata della Facoltà dove il docente già lavora e continuerà a lavorare. Per il passaggio di fascia è indispensabile prevedere uno specifico budget nazionale per i connessi incrementi stipendiali.
Le commissioni, per i concorsi e per i passaggi, devono essere interamente sorteggiate e composte di soli ordinari.
Periodo pre-ruolo massimo di 3 anni e bando nei prossimi anni, su nuovi specifici e aggiuntivi fondi statali, di almeno 20000 posti di terza fascia, con cancellazione dell'attuale giungla di figure precarie.
Trasformazione del ruolo dei ricercatori in terza fascia di professore, prevedendo la partecipazione di tutti ai Consigli di Facoltà e l'accesso ai fondi anche per i professori di terza fascia non confermati.
Distinzione tra tempo pieno e tempo definito con esclusione per i docenti a tempo definito dalle cariche accademiche e dalle commissioni concorsuali.

Nota 5. V. il documento dell'ANDU "DS peggio di Moratti?": http://www.bur.it/sezioni/sez_andu.php 07 novembre 2005).


ANDU - Associazione Nazionale Docenti Universitari

PRODI SU UNIVERSITA' E SCUOLA. SI CONTINUA?



Abbiamo più volte espresso la preoccupazione che l'attuale Opposizione, se dovesse ridiventare Maggioranza, possa riprendere l'opera di demolizione dell'Università statale cominciata nelle precedenti legislature: finta autonomia finanziaria, finta autonomia statutaria, finti concorsi locali,
controriforma del CUN, "3 + 2".
Le posizioni e le iniziative 'circolanti' nel Centro-Sinistra (in particolare nei Ds), non allontanano questa prospettiva, nonostante i contenuti che sembrano essere presenti nella 'scheda di programma
dell'Unione per l'Università' (nota 1).
E non meno preoccupazione inducono le posizioni di Prodi, espresse nelle trasmissioni di Vespa e di Fazio, sul "3 + 2" (che a suo avviso non deve essere messo in discussione) e sul finanziamento delle Università private a discapito di quelle pubbliche (alla ripetuta richiesta di esprimersi Prodi è riuscito a non rispondere).
"Una risposta arzigogolata" Prodi ha dato anche sulla Riforma Moratti della Scuola, come si legge nell'articolo "Delusione sul Professore. Precari scuola 'Prodi sia chiaro sulla riforma'", comparso sulla Gazzetta di Modena del 20 dicembre 2005, qui sotto riportato.
Sul "3 + 2" invitiamo a leggere l'articolo di Repubblica.it "Il flop delle lauree triennali. Niente lavoro e si resta all'università" (v. nota 2).

20 dicembre 2005

Nota 1. V. documento dell'ANDU "Unione e poteri forti trasversali": http://www.bur.it/sezioni/sez_andu.php 20 dicembre 2005

Nota 2. Per visualizzare l'articolo di Repubblica.it "Il flop delle lauree triennali. Niente lavoro e si resta all'università" cliccare: (non si deve spezzare la stringa di caratteri, altrimenti il collegamento
fallisce!)

http://www.repubblica.it/2005/l/sezioni/scuola_e_universita/servizi/laureetriennali/laureetriennali/laureetriennali.html



dalla Gazzetta di Modena del 20 dicembre 2005:



Delusione sul Professore
Precari scuola 'Prodi sia chiaro sulla riforma'



di Vincenzo Brancatisano


"Ma perché Prodi non parla chiaro? E perché lo applaudono se ha appena detto che non abrogherà la Riforma Moratti?".
Non si fanno più illusioni i docenti, che stanno metabolizzando il disappunto verso le dichiarazioni di Romano Prodi rilasciate l'altra sera a Modena. Con una risposta arzigogolata, il Professore, dopo avere sparato a zero contro due o tre aspetti della Riforma Moratti, ha spiazzato l'intervistatrice con una brusca frenata.
Quando gli è stato chiesto se la Riforma Moratti sarebbe la prima a cadere in caso di vittoria del centrosinistra, il candidato ha risposto: "Decada tutta o no, io non ho l'idea di distruggere. Gli aspetti che si salvano, si salvano. Gli altri li tiriamo via".
E' il tipo di risposta che centinaia di migliaia di docenti temono dal centrosinistra, ma scatta lo stesso un applauso in sala, e non se ne parla più, si passa ad altro. Ad esempio agli aiuti economici che il nuovo governo darà agli studenti che si iscriveranno a Ingegneria ("non mi vergogno di dirlo") e alla Riforma Costituzionale. Quella sì, si deve abrogare totalmente e non c'è neppure il rischio che ciò non avvenga, assicura Prodi, visto che il referendum costituzionale non richiede un quorum per la propria validità.
Dunque, quando Prodi vuole essere chiaro lo sa essere. Di conseguenza, se non usa analoga nettezza verso la Riforma Moratti, vuol dire che le intenzioni sono ben diverse, analoghe a quelle della Margherita, che non vuole abrogare la riforma. Solo parlar male, non abrogare, e i docenti che da mesi si dicono sicuri che il centrosinistra abrogherà la legge Moratti non dovrebbero farsi tante illusioni.
La Riforma sarà solo limata in opposizione all'ala abrogazionista che si sta coalizzando a sinistra con comitati promotori per l'eliminazione della normativa.
Ma i docenti (un elettorato determinante) chiedono: Quali aspetti si salvano? Quali invece saranno aboliti? Il portfolio rimarrà? Saranno resuscitate le materie importanti appena abolite? E l'alternanza
scuola-lavoro? L'entrata a gamba tesa nelle scuole da parte degli enti di formazione? L'obbligo scolastico? La devoluzione alle Regioni della futura istruzione professionale? La divisione della scuola in licei e scuole professionali? E il nuovo sistema di reclutamento degli insegnanti? E ancora: Il ruolo delle lingue? Il tempo pieno e prolungato? La valutazione Invalsi? Le competenze dei dirigenti? E tutto il resto?
"Perché Prodi non parla chiaro?", si stanno chiedendo docenti di tutta Italia, che dicono di avere il diritto di sapere prima del voto le sue reali intenzioni. E tra i precari della scuola torna l'incubo della legge sul contestato superpunteggio della montagna. Contestato dalla sinistra sui giornali, ma approvato insieme alla destra in Parlamento.



Torna alla pagina principale