CHE FINE HA FATTO LA SCUOLA PUBBLICA?
Roberto Renzetti
(Novembre 2001)
Sono uscito dal meccanismo "scuola" da poco tempo. Posso riflettere dall'esterno. Posso leggere di più sull'argomento. Credo di avere messo a fuoco alcune idee che non fanno parte del bagaglio almeno informativo degli insegnanti. Di più. Quanto qui metto giù non risulta essere argomento dibattuto da nessuna forza politica e sindacaleNaturalmente io non posseggo verità ma propongo questi temi alla discussione aperta. Le cose che dico non sono neutre rispetto ad una concezione della società, del mondo, dei rapporti sociali ed economici. Avverto di questo in modo che la critica sia la più libera ed io possa capire da che parte delle concezioni del mondo di cui dicevo ci si pone nell'argomentare su uno dei temi chiave del nostro mondo occidentale, oggi, tenendo presenti tutti gli avvenimenti che si vanno susseguendo.
Molte delle cose che dirò non vogliono essere provocatorie ma semplicemente descrittive della tesi di fondo che tra poco enuncerò. Non si facciano delle polemiche sterili ma si entri in argomento.
Gli autori che si affiancano a ciò che dirò sono Jean-Claude Michéa, Guy Debord, Liliane Lurçat e Christofer Lasch che citerò di volta in volta.
Alcuni preliminari
Situiamo le vicende della scuola italiana (e, come vedremo, non solo).
La Riforma Gentile (1923) definisce la scuola italiana compiuta.
Il 1968 rappresenta una critica radicale a tale scuola.
Le risposte alle esigenze del 1968 sono populiste e vanno nel senso opposto a ciò che si richiedeva (lo vedremo); i cambiamenti che si susseguono fino al 1996 sono sulle "uscite" e mai sulla struttura.
Nel 1996 inizia un progetto organico di riforma (Berlinguer) che rappresenta il più alto livello di destrutturazione della scuola pubblica a fini liberisti.
La scuola della Moratti è una mera conseguenza di quanto scioccamente iniziato dal governo di centrosinistra.
Gli studenti ed i genitori sono appagati da facili promozioni ed assistono silenziosi alla distruzione della scuola pubblica.
Le sopravalutazioni dei marxisti
La protesta studentesca era generica. Le vicende politiche contingenti sviarono l'attenzione dalla scuola alla politica generale. La classe politica iniziava il disfacimento che l'avrebbe portata a tangentopoli e non capiva altro che il chiudere al più presto con quelle proteste che si generalizzavano al mondo del lavoro e stavano investendo in un vero e proprio processo prerivoluzionario, l'intero Paese.
La parte del movimento strettamente politica fu azzittita con le bombe di Piazza Fontana. L'altra, quella che aderiva con motivazioni minimali e comunque non trainante, fu blandita con riforme populistiche che dettero il via al tracollo della scuola pubblica.
Siamo stati, per quanto inconsciamente, coloro che hanno aperto la breccia dentro cui si è infilato il capitalismo.
Può sembrare una forzatura quanto qui sostenuto, ma spero di motivarlo con sufficienza nel seguito.
Intanto osservo che la scuola presessantotto era scuola selettiva certamente, classista in grandissima parte, ma altrettanto certamente garantiva sbocchi universitari con bagagli culturali generalmente adeguati o sbocchi professionali adeguati. Non è un caso che poi, sempre più al passare del tempo dal 1968, si sia radicata (ci abbiano inculcato) una convinzione dal sapore quasi ineluttabile: la scuola di massa ed aperta a tutti è una scuola dequalificata. Ma perché? Perché? La risposta era ed è semplice. E come le cose più semplici è la più difficile da capire.
L'equivoco sta tutto nella non univoca definizione di "scuola di massa". Se con tale termine si intende una scuola che porti tutti ad acquisire un titolo, hanno ragione coloro che ci hanno inculcato quel concetto. Ma se con quel termine si vuole (e per me si deve) intendere scuola aperta a tutti con identiche possibilità di accesso per tutti, allora l'identità di scuola pubblica con dequalificazione è una sciocchezza madornale.
Ma l'Italia ha avuto varie sventure e, tra queste, un fondo di cattolicesimo che ha rappresentato quanto di più deleterio si possa pensare nell'educazione dei cittadini. In Italia c'è LA FAMIGLIA, lo studente è un figlio di famiglia. Da quando va alle elementari. Ed allora c'è Montessori (in parallelo in USA c'è Rogers). La non direttività. I bambini sono di cristallo: non si possono toccare neppure con un dito, altrimenti si rompono. Così spariscono alcune regole elementari dell'educazione dei cittadini, regole importantissime non tanto in sé, quanto per sé. L'educare la mano a scrivere correttamente, il tenere bene la penna, il fare opere ordinate in libri e quaderni e fogli da disegno non è fatto che possa essere banalmente liquidato come "direttività", imposizione di costrizioni, negazione al naturale sviluppo del bambino. Occorre tornare a Diderot per capire che il selvaggio si fa uomo quando conquista (eh, proprio questo è il termine) organizzazione mentale che è educazione comportamentale per chi è ancora nella fase del pensiero concreto. Invece quel "conquista" assume valenza negativa e diventa "è costretto". Perché? A quale perfida perdizione viene portato il bambino che impara a camminare e non deve farlo con la schiena ricurva? Ed il bimbo che si infila le dita nel naso non deve essere informato (e semmai inibito) che non si fa non tanto per ragioni estetiche (che pure contano), ma per ragioni igieniche? Stare a fianco a chi cresce e trasferirgli le migliore regole è certamente direttivo MA NON E' AUTORITARIO. Ma i genitori non vogliono che i loro figlioli vengano "torturati" ed allora sono felici dei metodi globali, del fatto che si facciano fiori di carta e recite (tutte cose sacrosante solo se accompagnate da educazione a comportamenti formali che sono faticosi per i ragazzi e per questo richiedenti lavoro da parte e dei piccoli e degli insegnanti). Vi sono leggi di natura fin troppo facili da estrapolare al mondo dell'educazione (o istruzione, come io preferisco?). Come quella che vuole sistemi lasciati a se stessi tendere verso il massimo disordine. Se si vuole ottenere qualcosa occorre lavorare che vuol dire faticare. Passiamo alle medie e cosa si è combinato? Demolizione dell'organizzazione del pensiero che avveniva su almeno tre direttrici: 1) l'analisi grammaticale; 2) l'analisi logica; 3) la matematica (aritmetica-algebra e geometria). E' rimasta solo l'ultima direttrice che, paradossalmente (ma poi non tanto), da sola non ha possibilità di crescere equilibratamente. Così, a lato dei disastri di per sé, si aggiungono anche quelli in sé: il rifiuto della matematica (base per il 90% delle future professioni della nostra epoca, potente organizzatore mentale e apprendibile bene solo se l'inizio dell'operazione avviene a giovanissima età) è, se possibile, molto maggiore di quanto non lo fosse 30 anni fa. Inoltre l'alibi del cattolico pensiero trasferito a genitori premurosi è facile: essendo questa ormai l'unica materia selettiva si può facilmente sostenere che i problemi sono dell'insegnante e che comunque una sola materia non può pregiudicare la carriera scolastica del ragazzo. Alle scuole superiori si cambia molto poco di come sono incanalati i ragazzi e, ancora per sommi capi, la frittata è già fatta.
Alcuni avevano capito
Cristofer Lasch, uno studioso americano, nel suo fondamentale The culture of narcissism (W.W. Norton, 1979) dice cose di estremo interesse. Riporto un brano tanto per iniziare (citato da Michéa):
"L'istruzione di massa, che prometteva la democratizzazione della cultura, prima ristretta ai ceti privilegiati, finì per danneggiare gli stessi privilegiati. La società moderna, che ha conseguito un livello di istruzione formale senza precedenti, ha anche dato origine a nuove forma di ignoranza. Alla gente risulta sempre più difficile maneggiare la propria lingua con scioltezza e precisione, ricordare i fatti fondamentali della storia del proprio Paese, realizzare deduzioni logiche o comprendere testi scritti che non siano rudimentali o, addirittura, di comprendere i propri diritti costituzionali".
Ebbene, Lasch godeva dell'osservatorio privilegiato del suo Paese, del Paese più avanzato del mondo con una scuola che anticipava di almeno 20 anni la nostra. Oggi, come riconosce Michéa per la scuola francese, anche noi in Italia dobbiamo iniziare a preoccuparci fortemente perché siamo entrati quasi completamente nella situazione che denunciava Lasch.
Riprenderò tra poco Lasch, ma ora debbo seguire alcuni spunti storici che sembrano allontanarci dalla questione in discussione ma che presto capiremo essere indispensabili. Seguirò la traccia che Michéa fornisce in L'enseignement de l'ignorance (Climats, 1999).
Per realizzare pienamente il MERCATO e far raggiungere all'uomo la felicità, la pace, la prosperità occorre eliminare tutti gli ostacoli che lo impediscono. In una società determinata (da determinismo) in cui tutto debba funzionare meccanicisticamente occorre che gli individui siano come atomi da poter seguire nelle loro traiettorie e non in grado di deciderle. Ora, vogliono i cittadini comportarsi come unità discrete che si muovono con leggi meccaniche? Questo è il nocciolo del problema che in qualche modo costruisce l'Economia Politica e fa da spartiacque tra l'economia marxista e quella liberale. Oggi dobbiamo considerare SOLO la vertente liberale. In essa si richiede, per l'eliminazione di quegli ostacoli al libero sviluppo del mercato, che il potere politico sia tanto "autorevole" (autoritario? non serve pensare, oggi, all'autoritario di un tempo. Le TV, ad esempio, permettono questo) da togliersi di torno ogni problema che la religione, una qualche ideologia, il diritto e le consuetudini pongono. L'uomo deve essere razionale. Ma con una razionalità postcartesiana, definita bene da Hume: egoismo e calcolo (il regno della borghesia, secondo Engels). Ed il potere politico deve indirizzare il cittadino verso la sua personale utilità, verso il suo egoismo. Qui stiamo parlando di concetti antichi. Abbiamo parlato di mondo meccanicista e determinato (Newton) della fine del '600, dell'aspirazione di Locke ma principalmente di Hume di portare nell'economia quel mondo. Di definire una organizzazione liberale con nessun ostacolo al MERCATO. Oggi, dopo le vicende che più o meno conosciamo, abbiamo di fronte la massima espressione delle aspirazioni liberali. Non sembra vi siano più ostacoli. La religione dalle parti nostre vive appagata dei suoi privilegi ed è d'aiuto al MERCATO; le consuetudini non esistono più, ormai si va verso il pensiero unico, quello americano; il diritto viene modificato a seconda delle necessità di chi detiene il potere; le ideologie di massa non ci sono più a parte il movimento No Global che per ora non preoccupa più di tanto (si punta alla sua esclusione dall'informazione, alla sua criminalizzazione, al suo ignorarlo per poi prenderlo per stanchezza).
In definitiva siamo dentro al mondo capitalista dove, l'affermazione dell'egoismo e del calcolo è una negazione di tutti quei valori (anche in senso nietzschiano) che rendono l'uomo non macchina, non atomo: la solidarietà, l'amicizia, l'amore, ... L'affermazione del capitalismo è quindi la negazione di ciò che costituisce la peculiarità dell'uomo, il suo associarsi in società con regole che vanno al di là dei meri rapporti economici. Questa è la contraddizione principale! Di fatto il capitalismo si afferma nelle società in cui vengono meno quei valori per forza economica e potenza comunicativa, dove i vincoli famigliari, religiosi e tribali (se si vuole) sono estremamente affievoliti. Ma per ottenere ciò servono figure antropologiche che il capitalismo di per sé non può costruire senza negare se stesso: operai con coscienza professionale, giudici incorruttibili, dirigenti rigorosi, insegnanti preparati e dediti alla loro professione. Queste figure sono ereditate da generazioni e stratificazioni precedenti e stanno lì, sempre meno ma sempre vigili. Sono l'impedimento ancora esistente al pieno dispiegarsi del MERCATO.
Dice Michéa:
"Ora che sparisce dalla nostra vita, e presto dalla nostra memoria, comprendiamo un poco meglio ciò che il mondo moderno era realmente fino a poco tempo fa. Quello che configurava la sua complessità ... era questa contraddizione permanente tra le regole universali del sistema capitalista ed il civismo proprio delle differenti società nelle quali si realizzava. Era un mondo dove il modo di produzione capitalista era molto lontano dalla sua realizzazione pratica"
esistevano gli anticorpi naturali in quelle figure antropologiche di cui prima che resistevano anche in modo completamente naturale e disorganizzato.
Dove intervenire allora per rendere sempre più penetrante l'ideale del MERCATO? E' evidente, e qui riprendiamo da dove avevamo lasciato: sui giovani e quindi sulla SCUOLA.
Dal 1968 si materializza la possibilità dell'intervento destabilizzatore sulla scuola
Non vi è dubbio che il 1968 fu un anno che vide tutto il mondo occidentale e non solo coinvolto in una critica radicale del potere. Allo stesso modo, non vi è dubbio che, da allora, questo potere è enormemente cresciuto nel mondo: molto nelle periferie del mondo e moltissimo al centro. Come ogni rappresentazione che non modifica gli scenari, l'insieme del movimento del 1968 può essere vista come un gigantesco spettacolo (si veda Guy Debord, Commentaires sur la société du spectacle, Gérard Lebovici, Paris 1988). Dopo la rappresentazione, ogni attore era cresciuto, ognuno di noi era soddisfatto per aver conquistato coscienza di sé e della violenza del potere. Ma il potere ha vinto e ci ha schiacciato riducendoci ad attori di seconda fila. E cosa è accaduto in questi ultimi 30 anni se non un aumento esponenziale di questo spettacolo, che ha invaso e pervaso tutto. Anche chi si oppone piace e di più se non "se entrega" tanto facilmente. Questo potere ha costruito anche il terrorismo. Esso preferisce essere giudicato così piuttosto per ciò che ha fatto o no. E' molto facile convincere milioni di persone sulla cattiveria del terrorismo che è evidente; più difficile (ed infatti da ciò si sfugge) è convincere quei milioni di persone di alcune scelte politiche (non sono chiare, non sono evidenti, non sono spettacolari). Come in uno spettacolo sparisce il tempo e, con esso, sparisce la storia. Ecco questo è l'avvenimento più importante e grave che è ci è accaduto. Senza la storia non abbiamo più riferimenti stabili e certi. Senza di essa si può giocare su di noi (non: con noi) in modo osceno. Quell'ultima difesa non c'è più o c'è solo per quei pochi che la coltivano per alimentare quell'opposizione senza la quale lo spettacolo non è attraente. Ogni uomo (Debord) assomiglia sempre più al suo tempo che a suo padre. La storia era anche maestra di logica e con la storia se n'è andata anche la logica. "La mancanza di logica, cioè la perdita della capacità di riconoscere istantaneamente ciò che è importante e ciò che non lo è o è fuori tema; ciò che è incompatibile o, al contrario, potrebbe essere complementare, tutto ciò che implica una data conseguenza e quello che la proibisce" (Debord) è caratteristica del nostro tempo perseguita con tenacia, a cominciare dalla scuola, fin dai piccoli bambini della primaria.
La democratizzazione della scuola
L'apertura a "tutti" della scuola, la cosiddetta democratizzazione dell'insegnamento, ha fatto del maestro il primo selezionatore inconscio. Lo ha reso responsabile del successo o insuccesso scolastico e di tutta la vita dei piccoli. E' un sostegno o meno all'attività del bambino. Uno scuotere la testa o meno. Sono piccoli gesti che, nell'ambito di questa falsa democrazia, convincono i piccoli che l'insuccesso è colpa loro, che la struttura della scuola non c'entra e men che meno quella della società borghese. Il discorso dovrebbe essere rovesciato. La funzione della scuola, in ogni società è la trasmissione dell'ideologia della classe dominante. Le immagini che ci siamo costruiti nella scuola di famiglia, religione, lavoro, relazioni umane ... non sono altro che la trasmissione di quella ideologia. L'idea di sapere come conquista di diploma è tipicamente borghese. Sparisce ogni velleità di sapere per cambiare il mondo. Così, nel momento in cui si capisce che la scuola è funzionale alla carriera di pochi, viene subito la conseguenza dell'inutilità che la maggioranza dà al sapere. Da qui l'insuccesso esteso sempre a un maggior numero di utenti. Mentre alcuni decenni fa le differenze di classe si riconoscevano immediatamente e ai meno abbienti non era neppure data l'illusione di un possibile cambio del loro stato sociale, oggi vi è una mescolanza di ceti e classi nella stessa scuola che dà l'illusione delle pari opportunità sulla base del merito individuale. E' qui che subentra il maestro che inconsciamente, e aiutato da un apparato falso di scienze dell'educazione, le pseudoscienze, che è scienza della giustificazione, inizia ad indirizzare i piccoli convincendoli dei loro insuccessi come conseguenze dei meriti individuali. Di fatto la conoscenza non serve al futuro lavoratore ed in tal senso il sistema di potere si è accorto che l'impresa scuola è assolutamente dispendiosa e basata su dati ipocriti. Fino a poco tempo addietro si tentava di ammantare gli insuccessi con giustificazioni. Oggi stanno sparendo anche le giustificazioni. Sono pochi quelli che ci interessano per mandare avanti il sistema: non serve mantenere un apparato elefantiaco, li possiamo estrarre con altri metodi da altre situazioni. La descolarizzazione è ciò che serve. Solo pochi che accedono all'istruzione per alimentare le esigenze produttive di tecnici ed operai specializzati; a tutti gli altri l'educazione necessaria sarà trasferita dai mass media che vuol dire, oggi, la TV e la pubblicità. Ed allora, in attesa di una selezione fatta altrove, la scuola funziona come contenitore sempre più vuoto. Chiacchiere prive di senso, che dovrebbero essere il contenitore (le pseudoscienze), diventano il contenuto. Si discute di come insegnare, di quali sono i caratteri, di come si trasferisce la comunicazione, di .... ma non si dice mai qual è l'argomento dell'insegnamento. Non serve più, essendo affidato ai singoli ed all'aiuto che ad essi danno famiglie oculate che hanno già capito e possono permettersi di scappare da questa omogeneizzazione verso la cialtroneria.
Uno degli aspetti più drammatici della società di consumatori che stiamo costruendo, si individua proprio nella scuola primaria. Oggi vi sono schiere intere di bambini e quindi adolescenti che non sanno leggere. Anche i libri si adattano e si allineano all'immagine. Fotografie, figure,....poco testo,...sempre meno. E l'invasione della TV teme sempre meno la reazione di chi non si è costruito anticorpi. Come si può reagire e capire se non si sa leggere? Se leggere è faticoso? Se abbiamo educato i giovanetti alla pigrizia mentale, al seguire immagini senza codici di decodifica che si conquisterebbero con una fatica che, con l'alibi dei maestri supportati dalle famiglie, non si è disposti ad affrontare. E la prima selezione avviene proprio in questa nefasta consequenzialità: si lavora "senza far faticare" i piccoli; non li si impegna a dovere in quel lavoro faticoso che è concentrarsi per ore nell'imparare a leggere ed a scrivere in modo che il tutto divenga una sorta di automatismo; si ha il "pregiudizio" di una famiglia che comunque sta dietro ed aiuterà; è un pregiudizio elitario ma è onnipresente; coloro che non hanno questo sostegno in casa sono coloro che si avviano all'insuccesso; costoro avranno oggettivato che è per loro demerito individuale e non perché vi è tutta una struttura che lavora con la complicità delle pseudoscienze a tal fine. Vi è inoltre qualcosa di più sottile: coloro che non leggono, che non si applicano faticosamente in lettura e comprensione per molto tempo, sono coloro che con maggiore difficoltà conseguiranno la fase astratta del pensiero, quella che permette di discutere al di là di fatti contingenti e di capire e concatenare concetti. L'operazione selettiva che sembra asettica è costruita. E' uno sbarazzarsi precoce di molti possibili cittadini in grado di essere antagonisti o comunque non facilmente manovrabili. Ed oggi più che masse di lavoratori che devono essere preparati a lavori specializzati, servono masse di consumatori. Ed a questi ultimi serve molto poco una formazione complessiva, analitica e critica.
Sul fatto che la scuola di massa non sia significata nulla in termini di emancipazione dei ceti meno abbienti risulta dimostrato dal fatto che, dai primi anni '70, non è cambiato nulla in termini di elevazione della cultura popolare, in termini di comprensione dei messaggi ormai neppure nascosti della televisione e della pubblicità, soprattutto in termini di riduzione delle disparità tra ricchi e poveri. Invece tale scuola ha prodotto una caduta del pensiero critico, la caduta dei livelli intellettuali del Paese. Il tutto parrebbe indicarci la strada dell'affermazione dell'identità tra scuola di massa ed ignoranza. Non è così ma è certo che QUESTA scuola di massa è stata costruita con le finalità che ha raggiunto.
Livello secondario
I ragazzi, passati per otto anni di scuola dell'obbligo, oggi, arrivano alla scuola secondaria. Vi arrivano perché devono arrivarvi. Perché, in tale sistema di potere, risulterebbe non popolare e non conveniente ai partiti populisti che governano il Paese, sbarazzarsi degli "ingombri" scolastici da subito. Ciò avviene per la cattiva coscienza di costoro che hanno mascherato una scuola di classe in una scuola democratica. Con le espulsioni di studenti sarebbe fin troppo chiaro CHI è espulso. Conviene lavorare ipocritamente mantenendo tutti dentro ma sapendo, ciascun operatore oculato della scuola lo sa, come stanno le cose. E già che sono dentro e costano, conviene prepararli per essere utilizzati a fini di mercato.
Questi ragazzi arrivano a questa scuola senza saper leggere. Questo è il problema principale. Non sanno leggere e quindi non comprendono. Il loro vocabolario è ristrettissimo (ecco che ritorna la scuola di elite, quella che si appoggia su famiglie che possono aiutare i loro figli o che comunque possiedono quel vocabolario ricco). Spesso si fanno delle lezioni utilizzando un ordinario "dizionario" di vocaboli correnti. Il più delle volte, mancando la comprensione delle parole chiave, crolla la comprensione del contesto e del nocciolo di ogni discorso. Per rendersene conto, appuntarsi ogni parola non d'uso calcistico o musicale, e chiedere alla fine di una lezione cosa essa vuol dire. Si scoprirà un mondo di ignoranza su cose elementari. Inizia così un doppio binario di insegnante che parla un gramelot incomprensibile ai ragazzi e questi che utilizzano una specie di linguaggio che sempre più ci riporta al grugnito.
Le implicazioni sono ancora maggiori quando si passa a volere esplicitare concetti che hanno bisogno di una discreta formalizzazione. La formalizzazione è uno dei massimi momenti astrattivi, quello in cui occorre, dietro una formula, vedere un concetto, un fatto, una legge. Su cosa ci si può appigliare per rendere questo digeribile. Vi assicuro che a nulla! Questa parte sfugge completamente anche perché ha perso tutti i sostegni che le erano funzionali. Si sono perse quelle cose faticose di cui dicevo e che sono l'analisi logica e quella grammaticale. La sintassi del periodo è ordine e come ogni cosa richiedente ordine, richiede lavoro, fatica. E come ogni fatica va respinta dalla scuola pseudodemocratica in tutte le sue componenti. Ed allora si trovano nella scuola accoppiati in parallelo insuccessi in ogni disciplina che richieda quella fatica di cui dicevo. Oggi si ovvia a tutto con le materie opzionali, con quelle facoltative, con i recuperi. Insomma con una montagna di cortine fumogene che permettono di sfuggire al problema centrale che un vero democratico non può trascurare: la scuola per tutti, la scuola di massa sostenuta da un forte apparato di borse di studio, di tempo pieno e di sostegni scolastici, richiede agli utenti lavoro e quindi fatica. Non ho problemi a far selezioni sulla fatica piuttosto che farmi selezionare per l'efficienza ad un progetto politico borghese.
Ritorniamo alla formalizzazione ed alla sua comprensione. Tutti avrete notato una grande predilezione in Italia per sbocchi universitari in materie umanistiche e giuridiche. Ebbene, data la situazione di partenza, tali scelte non sono dettate da interessi dimostrabili, ma solo da impossibilità di scegliere liberamente. Una persona è libera in questa scelta solo quando possiede TUTTI gli strumenti di comprensione che gli permettano di discriminare tra le possibili scelte. Ciò non è dato, ed io dico perché si è fuggiti dalla fatica e si è andati sui pozzi italiani di ignoranza che sono quelli di presunzione con i latinorum (citazioni regolarmente sbagliate dagli avvocaticchi al potere). Eh si! Ancora 30 anni fa si facevano traduzioni di greco e latino a livelli notevolissimi di complessità. Oggi si lavora con quello che una volta era il peccato: il traduttore! Ed allora si assiste a laureati in filosofia che non conoscono Cartesio (nel LORO piano di studi non c'era!), a laureati in lettere che hanno un solo esame di italiano, a laureati in lingue che non parlano neppure una lingua (ma che in compenso conoscono la letteratura straniera). E poiché parlo di tutte lauree che al massimo possono portare a lavorare nel settore terziario, è evidente che cresce la disoccupazione intellettuale (?) e cresce la pressione proprio sulla scuola che è ancora un bacino di un qualche rifugio occupazionale. Ma qui si innesta il processo di cattiva trasmissione della cultura. Con insegnanti sempre meno preparati non può accadere altro che una dequalificazione sempre maggiore della scuola. E la scuola, con una tale pressione intorno, non può far altro che svalutare i professionisti di una volta, pagare poco gli occupati con l'ulteriore dequalificazione che nasce da un lavoro rifiutato ormai dai più bravi in ogni disciplina universitaria.
Ancora sulla formalizzazione. Il nostro è un Paese che ha la fortuna di avere una importante scuola scientifica. Ma la calamità di avere una classe politica assolutamente ignorante, cialtrona e miope in argomento. Noi cacciamo dal nostro Paese menti che ci farebbero crescere, che ci darebbero brevetti in grado di portare denaro, che ci permetterebbero di risparmiarlo nell'acquisto di essi all'estero. L'impresa scientifica non si gode quasi mai a breve termine. I tempi sono almeno medi. Occorre programmare per avere dei raccolti, del feed-back, del fall-out. Chi è eletto oggi deve avere risultati domani per poterli presentare dopodomani. Non rischia in imprese ad ampio raggio, con respiro. E così nessuno guarda alla ricchezza che abbiamo e che regaliamo allo sfruttamento di altri Paesi. Come sarebbe possibile tentare di fermare in qualche modo questa nefasta prassi? Occorrerebbe che i cittadini sapessero di cosa si tratta, conoscessero il problema. Ma non lo conoscono perché la scuola questa parte non la trasmette (e la TV ed altri mezzi di comunicazione si occupano solo degli aspetti oscuri, magici dell'ignoto che, per uno scienziato, è ben altro, è ciò che occorre studiare). Ed allora abbiamo dei concittadini da utilizzare utilmente come carne da voto su cose di cui non sanno nulla. Eppure questi cittadini sono chiamati a dire la loro sull'energia nucleare. E dicono si o no a seconda di ciò che la scuola ha loro insegnato. Nessuno pensi all'insegnamento della fisica nucleare che non c'è. Mi riferisco a quanto dicevo all'inizio: egoismo e calcolo. Ognuno pensa al particulare di una emozione, di una paura e non penserà mai alle cose come sono nella realtà e non nell'immaginario collettivo. La scuola non fornisce niente di formalizzazione, di matematica, di fisica, di scienze. E' la parte più ardua che, ribaltando opportunamente le opzioni nella scuola, occorrerebbe sistemare tra le cose che scelgono ragazzi e famiglie.
Una ultima cosa sulle discipline scientifiche. Si tratta di quelle discipline che permetterebbero un maggiore avvicinamento alla comprensione del mondo circostante, soprattutto all'interno di questa società basata sulla tecnologia. Non a caso sono le discipline che hanno meno spazio dovunque. Sono paradigmatiche della scuola che deve andare su strade di non fatica e di successo garantito a discapito di ogni seria preparazione. Vi è in più il fatto che, mediante tali discipline è possibile aiutare il processo di conquista della fase del pensiero astratto, cosa che, come dicevamo, non è di interesse per dei consumatori, per cittadini rassegnati e desiderosi solo di trovare gratificazione per il loro tempo libero.
L'insegnamento in generale e le pseudoscienze
La scuola del mercato
La riforme scolastiche, la "sinistra" ed i giovani