UNA VOLTA CI CHIAMAVANO NON DOCENTI……..
di
Silvia Ferri
La scuola pubblica in questi ultimi anni ha subito dei profondi e sostanziali
cambiamenti. Con il governo dell’Ulivo si era
avviato un processo di “modernizzazione” per adeguarla meglio agli
standard europei e per renderla più funzionale alle nuove dinamiche sociali.
Come tutti processi innovatori anche questo comportava dei forti rischi e degli
inevitabili sacrifici da parte degli operatori scolastici. Questo per me era
scontato, ero più che disponibile ad affrontare questa nuova avventura e ad
assumermi la mia parte di sacrifici, confidavo soprattutto nella volontà delle
organizzazioni sindacali di categoria di vigilare sempre e comunque sulla
coerenza delle scelte.
I decreti delegati del 1974 avevano dato per la prima volta visibilità ai
lavoratori non docenti delle scuole ammettendo una loro rappresentanza nei
Consigli di Istituto. Anche gli organici delle segreterie, dei laboratori, dei
servizi ausiliari erano da quel momento stati pensati ed adeguati alle esigenze
di un’amministrazione scolastica sempre più decentrata.
Gli anni successivi sono stati anni di crescita professionale per noi non
docenti: i nostri mansionari si sono ampliati, i nostri “nomi” sono stati
cambiati ( quando ho iniziato ero un’applicata di segreteria, poi sono
diventata collaboratrice amministrativa ed infine assistente amministrativa…),
ma il divario tra i nostri stipendi
e quelli degli altri lavoratori del comparto scuola si è accentuato sempre di
più.
Nel 1995 viene firmato il primo contratto scuola. L’organizzazione del lavoro
e l’orario di servizio del personale ATA (Aiutante Tecnico Amministrativo)
diventano oggetto di contrattazione decentrata a livello provinciale. Queste
contrattazioni definiscono i criteri a cui le scuole si devono attenere per
formulare i piani le intese tra i
capi d’istituto e le RSA (Rappresentanze Sindacali).
La strada verso l’autonomia scolastica era aperta, ma per quanto riguarda la
mia categoria mancava ancora un ultimo tassello. In molte scuole gli enti locali
gestivano per conto dello Stato i servizi ATA: nei Licei scientifici e negli ITC
(Istituti Tecnici Commerciali) le amministrazioni provinciali
provvedevano a tutti i servizi nelle scuole elementari e negli Istituti
magistrali i Comuni fornivano i servizi ausiliari. L’autonomia scolastica per
realizzarsi al meglio aveva bisogno di uniformare la gestione di questi servizi.
Si svolgeva su questo tema un forte dibattito politico, da una parte c’era chi
voleva demandare tutta la gestione dei servizi agli EELL (Enti Locali),
dall’altra chi intendeva portare tutte le responsabilità di queste competenze
all’interno dell’istituzione scolastica.
Dopo mesi di dibattito, nel maggio del 1999, veniva emanata la Legge 124.
L’art. 8 di
questa Legge disponeva, dal 1 gennaio 2000, il passaggio allo Stato di tutto il
personale che svolgeva, alle dipendenze degli EELL, servizi nelle scuole per
conto dello Stato.
Immaginate circa 80.000 lavoratori con i contratti di lavoro più disparati
coinvolti in questo passaggio. Le belle promesse del contratto del 1995 sulla
valorizzazione professionale della nostra categoria andavano a cozzare contro
queste nuove esigenze di gestione.
Qualcosa si poteva fare.
Innanzitutto valutare, a livello sindacale, di concerto con i sindacati della
funzione pubblica, l’entità dei disagi che si sarebbero venuti a creare per
tutti i lavoratori coinvolti e, a quel punto, dare agli interessati una
possibilità di opzione. Vigilare, inoltre, sui “giochi sporchi” effettuati
da alcune amministrazioni locali che approfittando della fretta con cui si
procedeva a questo passaggio e delle scarse istruzioni operative, hanno pensato
bene di scaricare allo Stato anche il personale scomodo (servizi di riguardo con
mansioni ridotte). In alcune città si è arrivati all’assurdo di scuole i cui
organici ausiliari, comunicati dall’ente locale, erano formati per due terzi
da persone con mansioni ridotte per inidoneità. Le scuole, sotto la gestione
comunale, venivano di fatto pulite da altri lavoratori, ma il personale
comunicato ufficialmente ai capi d’istituto per il passaggio era questo. In
alcuni casi i lavoratori scomodi erano stati trasferiti all’istituzione
scolastica proprio in previsione del passaggio.
La conseguenza peggiore della Legge 124 è stata per il personale ATA l’inizio
della privatizzazione dei servizi. Molti EELL, soprattutto nel centro sud,
provvedevano ai servizi scolastici con appalti e/o contratti CO.CO.CO. La
coerenza politica avrebbe voluto che uniformando la gestione fosse uniformata
anche lo stato giuridico dei lavoratori… invece su questo punto l’allora
governo dell’Ulivo è stato sordo.
Il prezzo da
pagare era alto e tutto a carico dei lavoratori.
La privatizzazione dei servizi è stata consegnata su un piatto d’argento al
governo di destra insieme alla dirigenza scolastica.
Non è un caso che le rappresentanze del personale ATA nei consigli d’istituto
siano scomparse nella riforma degli
organi collegiali voluta dal governo attuale, il nostro coinvolgimento
funzionale e consapevole non è voluto.
Tutto questo rientra nel piano di smantellamento progressivo della scuola
pubblica.
Unica arma di difesa dei nostri già scarsi diritti restano le RSU
(Rappresentanze Sindacali Unitarie), ma quanti discreti contratti di scuola
riescono ad essere firmati e quanti realmente resi operativi ? Senza un momento
ufficiale di controllo e di confronto, come è invece il Collegio per i docenti,
il personale ATA si ritrova troppo spesso disarmato
a subire la propria sorte. Non è un caso che nascano associazioni
professionali … è l’ultimo disperato tentativo di una parte di questi
lavoratori di affermare la propria dignità.
Come si fa ad arrendersi all’evidenza ?…… non si può!
Nel 2002 circa il 32% degli iscritti alla
CGIL era personale ATA .
Silvia
Ferri