P.I.S.A.- OCSE: EFFICACIA ED EFFICIENZA DELLA SCUOLA NELLA GLOBALIZZAZIONE
2005
Premessa
Lo studio PISA-OCSE ha messo in luce delle lacune gravissime nei giovani quindicenni che terminano l’obbligo scolastico. Tale indagine, va però ricordato, è stata commissionata dagli ambienti vicini all’economia privata, nel concreto vicini all’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). Quindi la loro idea non è quella di migliorare la scuola pubblica, al contrario con questi test vogliono dimostrarne la necessità di trasformarla ulteriormente in un'azienda redditizia.
Vediamo innanzitutto cos'è l'OCSE:
L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) è stata istituita con la Convenzione di Parigi firmata il 14 dicembre 1960 ed entrata in vigore il 30 settembre1961. Attualmente aderiscono all’OCSE una trentina di Paesi industrializzati, che rappresentano i due terzi dell’intera produzione mondiale di beni e servizi ed i tre quinti delle esportazioni complessive. La possibilità di diventare membri dell’OCSE è condizionata all’impegno da parte dello Stato richiedente di avere un’economia di mercato ed una democrazia di tipo pluralistico.
In base al proprio statuto, l’OCSE si occupa delle più rilevanti questioni in campo economico e sociale nell’ottica di:
L’attività dell’OCSE si articola su diversi piani:
http://www.edscuola.it/archivio/statistiche/ocse.html
OCSE
Esame della politica scolastica italiana
1997 (*)
Abbiamo avuto l'opportunità di esaminare il sistema scolastico italiano in un periodo in cui il paese era impegnato in una riforma significativa, che interessava non solo la scuola, ma l'intera struttura del governo. Nel proporre la riforma del sistema scolastico, l'Italia era ben consapevole degli sviluppi in corso negli altri paesi dell'OCSE. La cangiante natura del lavoro, l'aumento della disoccupazione giovanile, il cambiamento tecnologico: tutto era visto come avente profonde implicazioni per il sistema scolastico.
Nonostante l'alto livello di sviluppo economico e di competitività globale dell'Italia, si nutriva anche qualche preoccupazione per il fatto che l'Italia non teneva il passo degli altri paesi per quel che concerne il rendimento scolastico, ed il sistema di formazione professionale esigeva una riforma se si voleva rendere più efficace il passaggio dei giovani dalla scuola al lavoro. A dare la direzione al processo di riforma è stato anche questo cosiddetto "gap" scolastico e il bisogno di un sistema di formazione professionale più direttamente rispondente allo scopo, che coinvolga da vicino sia l'industria che i datori di lavoro.
Pochi altri paesi hanno tentato di produrre cambiamenti di così vasta portata e tali da non lasciarne esente alcun livello di istruzione. Questo fatto ha i suoi punti forti e i punti deboli. Il punto di forza è che tutti i settori dell'istruzione si muoveranno nelle direzioni indicate dalle riforme, con la speranza che il divario venga arrestato e perfino colmato in breve tempo. Ma ha anche un punto debole, in quanto che la gestione del cambiamento su così vasta scala potrebbe rivelarsi tanto impegnativo da rendere impossibile l'attuazione di tutti i cambiamenti attesi. Una cosa, infatti, è l'emanazione di una legge, e un'altra, del tutto diversa, assicurare che la legge venga effettivamente applicata in un paese così grande, diversificato e individualistico quale è l’Italia.
Alla base delle riforme ci sono due principi fondamentali: il primo è il decentramento, mirato ad introdurre la flessibilità in un sistema rigido ed a portare la presa delle decisioni più vicino alla sede in cui il servizio viene erogato. Il secondo principio è quello dell'autonomia scolastica, in virtù della quale le istituzioni scolastiche diventano responsabili di quel che fanno. Anche l'autonomia può essere vista da due angolazioni: l'influenza è positiva se l'autonomia viene usata per migliorare la qualità della scuola e rendere trasparente quanto gli studenti apprendono; è negativa, invece, se essa viene interpretata come libertà senza alcun controllo inteso a vedere se la libertà produca o no il miglioramento.
La nostra opinione è che il decentramento migliorerà la presa delle decisioni a livello locale e incrementerà la responsabilizzazione per quel che accade nelle scuole a livello locale e regionale. L’autonomia diverrà, a nostro avviso, la pietra angolare del miglioramento della scuola; essa sposterà l'attenzione degli insegnanti, dei capi di istituto e di quant'altri sono impegnati nella scuola dalle leggi che definiscono le situazioni di partenza, l'input - come la dimensione della classe, l'organizzazione della scuola, le ore di insegnamento - ai parametri in rapporto ai quali decidere quali debbano essere nelle scuole i risultati adeguati dell'apprendimento degli studenti. Entrambi questi principi, se interpretati nel modo indicato, accresceranno la flessibilità e produrranno negli insegnanti una maggiore possibilità di insegnare nel modo che meglio si adatta agli studenti di cui sono responsabili.
Benché abbiamo esaminato con molta attenzione la documentazione relativa alle riforme, visitato scuole e istituti tecnici e professionali, discusso con capi di istituto, insegnanti, genitori, rappresentanti degli enti locali, nonché imprenditori e personalità influenti in campo educativo, ci rendiamo conto che, da estranei, noi corriamo il rischio di vedere le cose o in maniera troppo chiara semplificando eccessivamente, ovvero in modo non sufficientemente chiaro, talché ci sfuggono certe soluzioni che risultano invece ovvie a quanti si trovano dentro il sistema italiano. Abbiamo apprezzato il modo in cui tutti hanno manifestato il piacere di partecipare al dibattito, di farci vedere cose belle ed anche qualcuna non troppo bella. Il nostro grande rincrescimento è di non avere avuto un più lungo periodo di tempo a nostra disposizione.
Aspetti dell'istruzione in Italia
Il sistema scolastico italiano è molto centralizzato, burocratizzato, e l'accento viene posto marcatamente sull'istruzione degli studenti più bravi. Se ciò costituisce un approccio comprensibile in un contesto storico, lo sviluppo di un ambiente economico globale assai più competitivo richiede una forza lavoro con il più alto livello di competenze che tutti i suoi membri possono conseguire. Una delle ragioni centrali alla base delle riforme era l'innalzamento del livello delle competenze soprattutto dei giovani che entrano a far parte della forza lavoro, sicché possano far fronte ai problemi posti dai sempre crescenti livelli di competenza tecnologica richiesti in quasi tutte le professioni. Ma deve diventare parte essenziale della riforma anche l'innalzamento del livello di istruzione di tutti i cittadini, affinché possano giocare più efficacemente il loro ruolo in una società democratica.
L’Italia ha elevato a 15 anni l'età di conclusione dell'obbligo scolastico, per essere più in armonia con gli altri paesi europei, ed ha sancito un "diritto" allo studio fino all'età di 18 anni per tutti quelli che possono trarne beneficio. Questi due provvedimenti, unitamente alla decisione di iniziare l'obbligo scolastico un anno prima, nella scuola dell'infanzia, di avere sei anni di istruzione primaria seguiti da due cicli, di tre anni ciascuno, di istruzione secondaria, stanno a indicare che il governo italiano sta prendendo sul serio il bisogno di offrire a tutti i giovani una valida possibilità di istruzione.
Un problema che, in particolare, ci sembra richiedere molta attenzione è il livello della disoccupazione giovanile e la difficoltà che tanti giovani incontrano nel passaggio dalla scuola al lavoro. Si tratta di un problema internazionale. Ma l'Italia presenta, rispetto a tutti gli altri paesi dell'OCSE tranne la Spagna, un più alto livello di disoccupazione giovanile.
Poiché molti giovani tendono a prolungare la permanenza nella scuola al fine di star fuori del mercato del lavoro, per i responsabili politici è di cruciale importanza disporre di informazioni particolareggiate e continue sulle scelte dei giovani e sui flussi di studenti e, soprattutto, su quel che accade a quanti abbandonano l'istruzione iniziale nei diversi momenti. In Italia dovrebbe essere migliorata questa base informativa per le decisioni politiche e il sistema di monitoraggio.
Riforma del sistema scolastico
Un altro tema alla base delle riforme è l'istruzione lungo tutto l’arco della vita. Ciò significa, a nostro avviso, un riorientamento del curricolo al fine di preparare i giovani al fatto di dover continuare ad apprendere lungo tutto l'arco della vita se vogliono tenere il passo con le richieste di abilità e del mondo del lavoro che mutano di giorno in giorno. Noi riteniamo, inoltre, che l'impegno per un apprendimento lungo tutto l'arco della vita esiga che si presti maggiore attenzione ai risultati degli studenti e che quanto i giovani hanno appreso possa essere registrato in modo tale da poter essere portato all'attenzione dei potenziali datori di lavoro. In un siffatto contesto, si suggerisce di approfondire lo studio delle competenze di base perché tutti i giovani acquisiscano un determinato livello di abilità di lavoro generalizzate.
L’estensione della scuola dell'obbligo non è tanto, a nostro avviso, un requisito, da parte dello Stato, che tutti i giovani frequentino la scuola fino all'età di 15 anni, cosa che quasi tutti fanno. Secondo noi si tratta di qualcosa di più che simbolico, di un'iniziativa tesa a garantire a tutti i giovani, a prescindere dalle circostanze, un'istruzione adeguata che conduca ad un livello accettabile di conoscenza e di competenza tale da permettere loro di proseguire gli studi verso la professione auspicata o di pervenire quantomeno ad un livello minimo di competenza che potrebbe essere loro richiesto, una volta lasciata la scuola, sul posto di lavoro e per giocare un ruolo attivo in quanto cittadini in una società democratica complessa.
Noi vorremmo raccomandare che non si prendano decisioni irrevocabili sul futuro dei giovani prima della fine del ciclo di scuola secondaria inferiore (conclusione della scuola dell'obbligo). In questo ciclo il currricolo dovrebbe offrire opzioni sulla cui base gli studenti possano identificare i propri interessi e i propri orientamenti per gli studi successivi. In questa prospettiva, un ciclo di orientamento non dovrebbe essere strutturato secondo percorsi gerarchici, né dovrebbe essere mirato alla selezione degli studenti. Al contrario, prima della conclusione della scuola dell’obbligo i giovani dovrebbero essere messi in grado di provare qualche opzione, di scegliere moduli da diversi orientamenti o di passare da un orientamento ad un altro. Le scuole devono essere nella condizione di assistere gli studenti nel fare di questa ricerca di esplorazione e di orientamento un’esperienza educativa che li arricchisca.
Raccomandiamo fermamente un approccio flessibile alla differenziazione, un approccio basato sulle opzioni, che non prefigurino necessariamente le scelte ulteriori. Si dovrebbe evitare a tutti i costi una specializzazione o una differenziazione precoce.
Sarà quindi importante evitare l'uso, nel disegno di legge quadro di termini per designare percorsi corrispondenti a quelli dei diversi indirizzi del ciclo secondario superiore e l'implicazione che l'esame a conclusione del ciclo secondario inferiore possa portare a una differenziazione precoce (all'età di 13 o addirittura di 12 anni).
Siamo anche lieti di vedere, come parte delle riforme, un sistema globale di valutazione degli studenti e un altro sistema, distinto dal primo, per valutare la qualità delle scuole. Ci sono parecchi modi diversi per organizzare una scuola e, nello spirito dell'autonomia, riteniamo che la cosa migliore sia di lasciare che siano le scuole stesse a stabilirlo.
La valutazione degli alunni può presentarsi come un esame di Stato che certifichi l'acquisizione, da parte degli alunni, delle competenze minime fissate come obiettivo del ciclo d'insegnamento per tutti gli allievi. Non si dovrebbe parlare di specializzazioni né delle opzioni scelte durante il ciclo scolastico.
Un'altra nostra preoccupazione è data dal fatto che i giovani terminano la scuola all'età di 15 anni difficilmente hanno la possibilità di entrare nel mondo del lavoro, a meno che non abbiano avuto una qualche esperienza lavorativa. Noi proponiamo altresì una maggiore flessibilità nell'offerta curricolare, adottando moduli professionalizzanti adeguati ad una più ampia gamma di percorsi disponibili per il passaggio dalla scuola al lavoro.
Raccomandiamo di introdurre una certa flessibilità negli itinerari degli allievi per far sì che l'istruzione che essi ricevono possa adattarsi agli interessi ed ai ritmi d'apprendimento di ognuno. Tuttavia, vorremmo sottolineare che un'accumulazione di moduli o di crediti non costituisce una istruzione né qualifica professionale.
Raccomandiamo, inoltre, un approfondimento della riflessione sulla questione, affinché l'attuazione di questa flessibilità non sia di pregiudizio per la qualità dell'istruzione. Occorre dare agli istituti scolastici e ai docenti delle linee orientative generali.
La qualità di un sistema scolastico dipende dalla qualità del suo personale docente e non docente e dalla qualità dei dirigenti. Per attuare le riforme, gli insegnanti dovranno fare cose diverse, dovranno valutare quel che fanno in rapporto a determinati parametri, assumersi le loro responsabilità in modi nuovi. Noi annettiamo molta importanza alla qualità della formazione in servizio mirata ad assistere insegnanti e capi di istituto nel promuovere il processo di riforma.
Raccomandiamo che il Governo intraprenda un esame delle politiche di formazione in servizio per adeguare il sistema agli obiettivi delle riforme. Ciò dovrebbe includere la possibilità di condizionare i benefici economici previsti al termine della formazione in servizio al conseguimento di risultati sensibilmente migliori nella scuola dell’insegnante. Raccomandiamo, inoltre, la creazione di centri responsabili dei miglioramenti che assistano gli istituti scolastici di una data zona a prepararsi efficacemente all'attuazione delle riforme, e che, per favorire questo processo, venga ridefinito ed ampliato il ruolo degli IRRSAE.
Siamo anche consapevoli della tremenda sfida che l'attuazione delle riforme rappresenta. Riteniamo che il processo di cambiamento debba essere programmato e realizzato per fasi successive, e siamo lieti di prendere atto dello stanziamento, per la realizzazione del processo, di 845 miliardi di lire per un periodo di tre anni. Siamo altresì convinti della necessità di una mobilitazione generale a sostegno delle riforme.
La transizione alla vita attiva
Quasi tutti i paesi dell'OCSE si trovano ad affrontare i problemi dell'offerta di un'adeguata preparazione che aiuti i giovani ad entrare nel mondo del lavoro. Il Governo italiano considera fondamentale, per produrre miglioramenti in questo settore, la riforma del sistema di istruzione e di formazione professionale. Noi siamo dello stesso parere, e abbiamo riflettuto a lungo sulle questioni relative all’istruzione professionale. Guardiamo con attenzione alla convergenza tra i vari tipi di istruzione tecnica e professionale al fine di incrementare la flessibilità e la gamma delle possibilità offerte ai giovani.
Abbiamo riscontrato che l'Italia ha un sistema dì apprendistato solo rudimentale a confronto con quelli esistenti o in fase di sviluppo in molti altri paesi. Per un buon sistema di apprendistato si richiede una "cultura imprenditoriale" e la più stretta collaborazione possibile tra le istituzioni formali dì istruzione e dì formazione e le imprese. A nostro giudizio, nel contesto italiano questa collaborazione non è ancora sufficiente, e siamo convinti che un moderno sistema dì apprendistato sia tanto importante per agevolare il passaggio dei giovani dalla scuola al lavoro, che incoraggiamo le autorità italiane a metterlo in essere.
Raccomandiamo che le Autorità italiane predispongano una varietà di forme flessibili dì formazione nell'ambìto della scuola, in cui si alternino istruzione e lavoro.
Raccomandiamo, inoltre, la creazione dì un sistema formale di apprendistato in aggiunta all'attuale "apprendistato sul posto dì lavoro ". Tale sistema dovrebbe offrire una combinazione adeguata dì apprendimento di abilità lavorative sia sul posto di lavoro che nell'ambito istituzionale, e offrire anche una componente significativa di istruzione più generale, portando a tre livelli di qualificazione: la qualifica, la maturità professionale, e il diploma tecnico post-secondario. Inoltre, nell’istituire un tale sistema di apprendistato, raccomandiamo la creazione di strutture adeguate per rafforzare í legami tra le scuole, gli imprenditori e le loro associazioni.
A differenza di tanti altri paesi dell'OCSE, l'Italia ha annesso molta importanza a un sistema di istruzione superiore post-secondaria universitaria, con un settore assai limitato dì istruzione e formazione professionale a livello terziario. Un cambiamento nel settore universitario perché diventi più professionalizzante, lo sviluppo di istituti di istruzione terziaria non universitaria che conferiscano diplomi, e l’istituzione di corsi post-secondari di qualifica e di diploma: sono tutti strumenti per incrementare il livello delle competenze di quanti si preparano ad entrare nel mondo del lavoro. Noi crediamo che l'Italia debba allargare il settore terziario non universitario per soddisfare l'esigenza di qualificazioni da parte dei paraprofessionisti, e che debba offrire la possibilità di una formazione di breve durata più direttamente intonata con le esigenze del posto di lavoro.
Raccomandiamo l'istituzione di un sistema d'istruzione terziaria non universitaria quale priorità per dare adito a una gamma più ampia di opzioni terziarie al fine di favorire la transizione alla vita attiva. All'inizio ci si potrebbe basare sull'esperienza del diploma universitario in aree quali l'ingegneria e la gestione, e si potrebbe sfruttare la capacità degli istituti tecnici di sviluppare corsi di livello terziario, anche nel settore industriale. Queste due componenti dovrebbero essere integrate in un sistema di istituti tecnici superiori indipendenti.
Raccomandiamo altresì che, nello sviluppare i dispositivi organizzativi e istituzionali, sia dedicata particolare attenzione alla flessibilità dell'offerta, al partenariato con le imprese locali e ai bisogni locali.
Inoltre, questi istituti dovrebbero essere promossi in modo che i genitori, gli studenti potenziali, e i datori di lavoro diventino consapevoli della loro importanza e della probabilità di maggiori successi sul mercato del lavoro. Il Governo dovrebbe anche controllarne molto accuratamente lo sviluppo per assicurare che mantengano il loro fondamentale ruolo professionalizzante ed evitino una deriva, assumendo le caratteristiche del sistema universitario tradizionale.
Non abbiamo non potuto notare l'assenza di processi efficaci per assicurare l'equivalenza dei corsi di istruzione e di formazione nelle diverse aree geografiche. Riteniamo che ciò sia essenziale, se il Governo, gli imprenditori e le famiglie vogliono contare sulla qualità dei programmi d formazione in tutto il territorio nazionale. E’ indispensabile disporre di parametri per la comparazione sia in Italia che tra i vari paesi europei.
Raccomandiamo l'istituzione di un sistema nazionale per valutare la qualità della formazione tecnica e professionale, definire standard nazionali appropriati e controllare i miglioramenti istituzionali sul base di questi standard. In tale sistema devono essere rappresentate parti sociali a livello locale, regionale e nazionale.
La funzione primaria di questo sistema sarà di assicurare la qualità dei programmi di formazione all'interno del sistema scolastico e nel sistema di formazione regionale, in particolare con lo scopo di facilitare gli scambi e i trasferimenti fra i due sistemi, mantenendo la loro integrazione e la flessibilità dei percorsi individuali.
Un'altra funzione sarebbe quella di accreditare e di approvare i programmi di formazione creati dalle iniziative locali, dalle associazioni, dalle imprese e dall'industria, in collegamento, per esempio, con lo sviluppo di sistemi di apprendistato.
Siamo anche convinti della necessità di un sistema nazionale di certificazione, sì che una qualifica conseguita in una data località abbia lo stesso valore e significato di quella ottenuta in qualsiasi altro luogo. Il sistema delle qualifiche dovrebbe essere trasparente e coerente con i sistemi analoghi esistenti negli altri paesi europei.
Nel contesto del decentramento alle regioni e della maggiore integrazione delle varie forme di istruzione professionale e tecnica, raccomandiamo che sia istituito un sistema nazionale di qualifiche, che questo sistema sia controllato dall'organo istituito per valutare l'istruzione professionale e tecnica e che sia associato a livelli significativi di studio conseguiti nella scuola post-obbligatoria.
Raccomandiamo, inoltre, che il sistema sia impostato in modo da permettere agli studenti di accedere a ogni livello di qualificazioni attraverso una varietà di percorsi: la scuola, la formazione regionale, l'apprendistato, corsi privati riconosciuti o qualunque combinazione di questi che risulti appropriato.
Noi avalliamo l'iniziativa presa dal Governo italiano per garantire a tutti i giovani il "diritto" all'istruzione e alla formazione fino all'età di 18 anni. Questo "diritto" dovrebbe essere interpretato in maniera flessibile, nel senso che ogni singola persona dovrebbe poter scegliere il percorso più adatto per accedere con successo al lavoro. Contestualmente a questo processo, crediamo, il Governo italiano dovrebbe seguire tutti i giovani fino ai 18 anni ed oltre, finché non abbiano trovato un lavoro adeguato.
Raccomandiamo che le autorità italiane esaminino in modo più approfondito il loro impegno di offrire una "garanzia " per lo studio e la formazione fino all'età di 18 anni per tutti quelli che lo desiderano e che potrebbero usufruirne. Pensiamo che la realizzazione di tale "garanzia" richiederà misure speciali nella scuola e sul posto di lavoro perché tutti i giovani possano ottenere una qualifica professionale riconosciuta.
Raccomandiamo, inoltre, che vengano individuate strutture per il monitoraggio individualizzato, grazie al quale rendere effettivo il diritto al studio a livello locale. E raccomandiamo anche l'avvio di un'indagine sulle implicazioni di questa "garanzia" dell'istruzione fino ai 18 anni per quanto concerne l'organizzazione e i costi della formazione, il sistema di monitoraggio e i servizi di orientamento, e che venga istituito un sistema di monitoraggio dei giovani che abbandonano la scuola e del loro inserimento nella vita attiva, in modo che la "garanzia" possa essere realizzata efficacemente.
Il miglioramento delle scuole: autonomia, decentramento, valutazione
Abbiamo dedicato un po' di tempo all'esame delle implicazioni che i principi dell'autonomia e del decentramento e il processo di valutazione potrebbero avere per le scuole, e ciò al fine di rendere comprensibile gli effetti delle riforme.
Il punto critico è, a nostro avviso, il miglioramento delle scuole e siamo persuasi che i principi dell'autonomia possano essere utili a questo scopo. In effetti, alle istituzioni scolastiche è stata conferita l'autonomia affinché esse possano migliorare, e non perché possano "fare le proprie cose" in maniera disinvolta. Abbiamo anche visto che il decentramento della presa delle decisioni, poniamo, in campo finanziario o della responsabilità gestionale potrebbe anche, se non fosse strettamente legato al miglioramento pedagogico, non avere successo e non recare alcun beneficio alle scuole.
L'autonomia è stata conferita alle istituzioni scolastiche italiane nel quadro di una legge sul decentramento. Essa resta tuttavia un concetto distinto e deve essere concepita come un mezzo per migliorare l’insegnamento, implicando quindi la necessità di rendere conto, di sottoporsi alla valutazione e di beneficiare di un sostegno.
Abbiamo constatato, inoltre, che nelle. scuole italiane la sperimentazione ha una lunga tradizione, praticata non tanto per migliorare le scuole quanto piuttosto come meccanismo per sfuggire alla rigidità della legge. Noi auspichiamo che il processo di riforma dia adito a un robusto programma di sperimentazione e di ricerca scientifica, al fine di divulgare i risultati su più vasta scala e di favorire il miglioramento delle scuole.
Noi raccomandiamo che per qualsiasi sperimentazione scolastica, in particolare in materia di programmi e di gestione degli istituti, gli obiettivi dell'esperimento siano chiaramente definiti, che i risultati ottenuti siano scientificamente valutati, che le nuove idee sperimentate con successo vengano largamente diffuse a vantaggio di tutto il sistema. Raccomandiamo, qualora un esperimento debba essere disseminato, di predisporre una strategia specifica, di stanziare fondi adeguati e di preparare gli insegnanti all'introduzione del nuovo sistema.
Sosteniamo l'opportunità di creare un sistema nazionale di valutazione indipendente con il compito di esaminare l'efficacia delle riforme una volta che queste siano attuate. Riteniamo, inoltre, che sia molto valida l'idea di istituire un centro indipendente di ricerca che intraprenda un programma a lungo termine di indagini in campo educativo, come ad esempio il monitoraggio di una particolare classe di età nel passaggio dalla scuola al lavoro, o progetti di ricerca per conto di alti enti interessati ai problemi della scuola, come le associazioni imprenditoriali.
Noi raccomandiamo che sia istituito un sistema di valutazione indipendente, che incentri la sua attività sulla definizione di parametri di valutazione, per mettere le scuole nella condizione di autovalutarsi con riferimento a tali parametri, sviluppi test, svolga verifiche ai vari livelli scolastici e fornisca consulenza su come devono essere allocate le risorse perché si ottengano risultati più equi e migliori.
Raccomandiamo altresì che il Governo consideri l'opportunità di istituire un ente indipendente incaricato di svolgere ricerche indipendenti in materia di istruzione utilizzando sia fondi pubblici che fondi provenienti da altre fonti, se c'è interesse ad avere un parere indipendente sul funzionamento del sistema formativo.
Siamo convinti che un sistema scolastico ben saldo, soprattutto se alle scuole è riconosciuto un notevole grado di autonomia, abbia bisogno dì un solido corpo ispettivo in grado di prestare la sua opera per il miglioramento della qualità delle scuole e per la valutazione dell'efficacia del lavoro degli insegnanti.
Raccomandiamo che il Governo riesamini il ruolo dell'ispettorato alla luce delle mutate condizioni delle scuole in relazione alle riforme. Gli ispettori dovrebbero, in particolare, essere coinvolti nel programma di miglioramento delle scuole e valutarne i risultati.
Raccomandiamo la creazione di un sistema di testing per valutare gli alunni in determinati momenti del corso di studi o in determinate classi, specialmente al termine della scuola dell'obbligo. Spetta al governo decidere quale tipo di estensione debba avere la valutazione: se a campione o per l’intera coorte, in modo che ogni allievo e la sua famiglia possano conoscere il livello medio di rendimento della scuola frequentata.
Raccomandiamo, inoltre, che i risultati di questa valutazione vengano messi a disposizione dei genitori e della comunità, in genere sotto forma di media delle scuole, in modo che si possa decidere come le singole scuole possano migliorare e come le pratiche che hanno successo possano essere disseminate a favore di un maggior numero di insegnanti.
Il miglioramento della scuola e la trasparenza sono, a nostro avviso, fondamentali per le riforme, dove l'autonomia è il principio guida miglioramento, mentre il decentramento rende possibile la trasparenza vari livelli del sistema scolastico. Per assicurare il successo delle riforme in questi termini sono necessari quattro elementi basilari:
Abbiamo preso atto dello stanziamento, da parte dei governo italiano, di 845 miliardi di lire per un periodo di tre anni come risorse aggiuntive mirate a favorire le riforme e agevolarne l'attuazione. Riteniamo che questi fondi siano in grado di assicurare che i suddetti quattro elementi vengano posti in essere e che l'intero processo di cambiamento sia programmato, attuato e valutato in modo efficace.
In questo rapporto abbiamo anche richiamato più volte l'attenzione sulla necessità di mobilitare e sostenere l'impegno di tutte le parti in causa - insegnanti, genitori, studenti, imprenditori, sindacati, l'opinione pubblica in generale, le autorità locali e regionali ecc. - per il processo di riforma. Ciò richiederà, da parte del Ministero, la messa in opera di una strategia appropriata per comunicare e divulgare gli scopi e gli obiettivi della riforma. Se si vuole che questa abbia successo, è indispensabile assicurare un flusso regolare di informazioni. Ciò richiederà probabilmente una certa ristrutturazione del Ministero della Pubblica Istruzione, con la creazione, per esempio, di un ufficio informazioni di elevata competenza, tra i cui compiti dovrebbe esserci quello di assicurare un flusso regolare di informazioni e di spiegazioni a tutti gli interessati. Riteniamo importante, inoltre, che in vista di una ristrutturazione del Ministero si prenda in considerazione anche la creazione di un centro professionale in grado di fornire i dati necessari per il monitoraggio del processo di riforma.
Raccomandiamo una revisione della struttura del Ministero, al fine di assicurare che esso sia perfettamente attrezzato per gestire queste riforme radicali, soprattutto per quanto concerne un'efficace strategia di comunicazione e divulgazione sulle riforme e sulla capacità di controllo interno.
Le proposte di riforma sono estremamente audaci; esse contribuiranno notevolmente a ridurre il ritardo dell'Italia in campo educativo e a fare, fin dall'inizio del secolo venturo, del sistema scolastico italiano un sistema innovativo, creativo e di successo, come il sistema che vediamo rappresentato in tante imprese italiane. Quando il sistema di istruzione e di formazione avanza mano nella mano insieme con le industrie che costituiscono la base economica del paese, si sviluppano quelle sinergie che permettono ad entrambe le parti di trarre vigore l'una dall'altra, così assicurando il miglioramento di tutte e due. I benefici sociali e le opportunità individuali offerte da un sistema basato sulla cooperazione farà sì che l'Italia possa occupare il suo posto come uno dei paesi di maggior successo nell'Unione Europea.
(*) da Esami delle politiche nazionali dell’Istruzione/Italia, Armando Editore©
Alcuni dati possono essere utili a questo punto. Anche perché non si pensi che i governi che dirigono l'economia globale vogliano solo costruire un sistema d'istruzione più efficiente. L'altra mira è chiara e deriva dalla definizione stessa di società del capitale. I vari sistemi di potere, nei decenni, sono passati da una benevolenza caritatevole verso l' istruzione ad una lamentela continua sui costi dell'apparato che presiede l'istruzione medesima. Il fatto è che l'istruzione, da un certo punto in poi, si definisce oggi come l'unico momento intrinsecamente e potenzialmente antagonista agli stessi sistemi di potere. Inoltre, ad un benessere diffuso in un numero sufficiente di persone, deve poter corrispondere a questa istruzione, un ritorno economico importante. L'istruzione è quindi oggi un potenziale oggetto di mercato con un valore enorme in tutti i Paesi del mondo.
Una stima approssimata per difetto fornita da un documento
ufficiale dell’OCSE, informa che il giro di affari sarebbe pari a 30.000
miliardi di dollari, ossia l’equivalente del 3% del totale dei
servizi dei Paesi industrializzati.
I dati parlano chiaro; nel mondo 900 milioni di persone sono
analfabete (il 70% donne), circa 120 milioni di bambini (per la
maggior parte bambine) non hanno accesso alla scuola, mentre 150
milioni di bambini che cominciano la scuola di base abbandonano gli
studi dopo il quarto anno.
A questi dati vanno aggiunti gli oltre 250 milioni di bambini
lavoratori, oltre al fatto che i 2/3 dei governi del mondo investono
meno del 6% del PIL per l’istruzione.
Questo quadro si verifica in un contesto di aumento delle percentuali
relative alla scolarizzazione di base (nei paesi poveri il tasso di
iscrizioni scolastiche è passato dal 50% del 1970 al 82% del 1995 e
le persone analfabete sono diminuite dal 57% del 1970 a meno del 30%
del 1995), ma contestualmente anche di aumento delle disuguaglianze di
accesso ai saperi che colpiscono in primo luogo i settori più fragili
della popolazione.
Su scala planetaria assistiamo ad una radicale messa in discussione
della dimensione fondamentale culturale ed umana dei processi
educativi, con tentativi sempre più pressanti di far retrocedere lo
Stato lasciando spazio all’insegnamento privato, il negoziato GATS
(vedi oltre, ndr) è solo l’ultimo tentativo, il più pericoloso, in ordine temporale,
per la completa privatizzazione dei saperi.
Gli appetiti della privatizzazione sono concentrati soprattutto sull’istruzione superiore per due motivi precisi:
In sostanza il GATS impegna i membri del WTO alla liberalizzazione,
non solo attraverso l’eliminazione delle barriere al commercio e
agli investimenti nei servizi, ma anche incoraggiando la
privatizzazione (determinando le modalità di accesso al mercato)
riducendo i servizi pubblici e ampliando la deregolamentazione.
L'introduzione dell’educazione nel negoziato GATS conduce
allo smantellamento dei sistemi pubblici di istruzione e al
rafforzamento delle tendenze alla privatizzazione.
In teoria il GATS esclude esplicitamente dal suo mandato (art. 1.3)
“i servizi forniti nell’esercizio dei poteri governativi, servizi,
cioè che non sono forniti su base commerciale o in concorrenza con
uno o più fornitori”.
A rigor di logica anche scuola e sanità sono requisiti del potere
pubblico, ma in pratica, nella maggior parte dei paesi, sono già
oggetto di liberalizzazione e di concorrenza tra pubblico e privato.
Cerchiamo ora di avvicinarci sempre più all'agenzia OCSE, che lavora per il GATS, per il WTO e per la Banca Mondiale. Negli scopi dell'OCSE vi è la promozione del commercio e, come accennato, per i propri scopi ha bisogno di creare nei vari Paesi industrializzati del mondo il migliore ed uniforme clima perché vi possano operare le varie multinazionali, operare, anch'esse, in clima di flessibilità che dovrebbe loro permettere l'abbandono di un Paese quando esso non sia più vantaggioso economicamente ed il trasferimento in un altro equivalente per strutture e servizi (tra cui primeggia la scuola). Nell'articolo che segue, di una burocrate del Ministero dell'ex Istruzione, si può capire qual è la strategia delle indagini P.I.S.A. dell'OCSE.
http://www.treccani.it/site/Scuola/Osservatorio/pisa/croce.htm
Finalità e struttura del programma OCSE-PISA
(Estratto di un articolo uscito nel 2002
sul numero 16/17 della rivista «ITER», dopo che erano stati resi
noti i risultati del primo ciclo dell'indagine OCSE)
Chiara Croce*
PISA e gli indicatori internazionali dell’istruzione
PISA (Programme for International Student Assessment) è l’acronimo
che definisce un programma di valutazione degli apprendimenti degli
studenti quindicenni lanciato dall’OCSE (Organizzazione per la
Cooperazione e lo Sviluppo Economico) nel 1997 e attualmente in corso
di svolgimento.
In quanto ‘programma’, PISA è qualcosa di più e di diverso
rispetto alle tante indagini internazionali attraverso le quali i
paesi hanno finora misurato e confrontato gli esiti dei loro sistemi
educativi in determinati ambiti disciplinari e in diversi momenti del
percorso formativo. PISA, infatti, è lo strumento di cui i paesi OCSE
si sono dotati per acquisire, a scadenze regolari, dati affidabili su
cui calcolare gli indicatori di risultato degli studenti.
La produzione degli indicatori internazionali dell’istruzione è
stata avviata dall’OCSE alla fine degli anni Ottanta del secolo
scorso, attraverso il progetto INES (Indicators of Education
Systems), quando l’esigenza di fronteggiare i gravi problemi
della recessione economica e della disoccupazione spinse i paesi più
sviluppati a guardare con interesse diverso alle questioni
dell’istruzione e della formazione e a considerarle come leve
essenziali dello sviluppo economico.
In questa prospettiva furono avviate significative azioni di riforma
dei sistemi formativi e, in molti paesi, furono impiantate strutture
di valutazione dell’efficacia ed efficienza dei sistemi stessi.
Parallelamente si rafforzarono la cooperazione e la comparazione
internazionale nei paesi dell’area OCSE, anche attraverso la
costruzione di un sistema di indicatori internazionali
dell’istruzione. Da un decennio, quindi, gli indicatori
dell’istruzione forniscono informazioni sull’organizzazione e sul
funzionamento dei sistemi educativi così come informazioni sulla
realtà socioeconomica dei paesi membri sono fornite dagli indicatori
economici che l’OCSE pubblica da diversi decenni e che sono ben più
noti al vasto pubblico.
Gli indicatori dell’istruzione sono pubblicati, in media ogni due
anni, nel volume intitolato Education at a Glance (Regards
sur l’éducation nella versione francese), nel quale gli
indicatori sono presentati non isolatamente, ma raggruppati in modo da
rappresentare le caratteristiche strutturali, il funzionamento e i
risultati dei sistemi formativi.
Così nell’ultima edizione di Education at a Glance (EAG
2001) i 31 indicatori sono raggruppati nei seguenti sei ambiti:
- contesto dell’istruzione (3);
- risorse umane e finanziarie investite in istruzione (6);
- accesso e partecipazione all’istruzione (6);
- ambiente educativo e organizzazione degli istituti scolastici (7);
- risultati dell’istruzione in termini di risultati individuali,
sociali e come sbocchi sul mercato del lavoro (5);
- risultati dell’istruzione in termini di ‘apprendimento’ degli
studenti (4).
Dei 4 indicatori presenti nell’ambito dei risultati di apprendimento
degli studenti, tre sono stati calcolati su dati forniti dalle
indagini TIMSS (Third International Mathematics and Science Study, la
terza indagine internazionale su matematica e scienze) e TIMSS R (Third
International Mathematics and Science Study Repeat, la seconda fase
della stessa indagine), rispettivamente nel 1995 e nel 1999. Queste
indagini sono state condotte dalla IEA (International Association for
the Evaluation of Educational Achievement), un’organizzazione
privata cui aderiscono istituti di ricerca educativa di diversi Stati
che dal 1959 conduce studi internazionali sui risultati degli studenti
in matematica, scienze, composizione scritta, lettura, educazione
civica. Il quarto indicatore è stato elaborato su dati forniti
dall’indagine IALS (International Adult Literacy Survey), condotta
negli anni 1994-98 da Statistics Canada. La popolazione di riferimento
è nel caso di TIMSS quella dei tredicenni, mentre nel caso di IALS è
la quella adulta oltre i 25 anni.
In alcuni ambiti sono compresi indicatori ‘solidi’, quelli, cioè,
calcolati su dati che per lunga tradizione sono raccolti in tutti i
paesi (spese per l’istruzione, tassi di scolarizzazione, numero
degli insegnanti, dei diplomati e dei laureati), nell’ambito
relativo ai risultati di apprendimento degli studenti, invece, non è
stato possibile costruire fino al 2001 indicatori pienamente
affidabili per mancanza di una solida base di dati.
Si è cercato di sopperire alla lacuna utilizzando, di volta in volta,
i dati acquisiti in precedenti indagini internazionali condotte
prevalentemente dalla IEA, indagini che hanno riguardato, nel corso
degli anni, gli ambiti più diversi (dalla Reading Literacy alla
Computer Education) e le popolazioni scolastiche più diverse
(dalla scuola della prima infanzia alla secondaria superiore). La
produzione regolare degli indicatori, invece, richiede
un’altrettanto regolare produzione di dati, proprio quella che il
programma PISA intende assicurare.
Caratteristiche del programma PISA
Il programma PISA si differenzia dalle precedenti indagini
internazionali relative agli apprendimenti degli studenti, quelle IEA
innanzi tutto, per le seguenti ragioni:
- vi sono direttamente coinvolti i governi dei paesi aderenti all’OCSE
che hanno definito il piano di lavoro e hanno la responsabilità,
insieme al segretariato OCSE, del monitoraggio della ricerca e della
disseminazione dei risultati;
- vi partecipano i paesi aderenti all’OCSE (i paesi non OCSE sono
ammessi solo quando la loro richiesta viene approvata dal Comitato dei
paesi partecipanti – il BPC (Board of Participating Countries) –
sulla base di criteri definiti con il segretariato OCSE;
- la struttura di gestione del programma vede nettamente distinte,
anche se tra loro comunicanti, la gestione politica, affidata al
Comitato dei paesi partecipanti e la gestione scientifica della
ricerca;
- le indagini PISA saranno sistematicamente ripetute ogni tre anni e
con gli stessi strumenti, il che permetterà di alimentare
regolarmente la banca dati OCSE anche al fine di costruire serie
storiche;
- la popolazione considerata è esclusivamente quella dei quindicenni
scolarizzati ;
- gli ambiti della misurazione saranno, ogni tre anni, costantemente
gli stessi (lettura, matematica, scienze) così che i risultati degli
studenti possano essere valutati non in sé, ma nella loro evoluzione
nel tempo.
Ambiti di misurazione e concetto di Literacy
Gli ambiti di misurazione privilegiati in PISA sono quelli relativi a Reading
Literacy, Mathematical Literacy e Scientific Literacy. Il
programma PISA definisce Reading Literacy come “la capacità
del soggetto di comprendere, usare e analizzare testi scritti in modo
da realizzare i suoi obiettivi personali, sviluppare le sue conoscenze
e potenzialità, partecipare attivamente alla vita sociale”. In
inglese: Understanding, using and reflecting on written texts, in
order to achieve one’s goals, to develop one’s knowledge and
potential, and to participate in society.
Mathematical Literacy è intesa come “la capacità di
identificare, formulare e risolvere problemi matematici ed esprimere
giudizi fondati sul ruolo che la Matematica svolge nella vita di ogni
individuo, in quanto cittadino attivo e responsabile”. In inglese: Identifying,
understanding and engaging in Mathematics and making well-founded
judgements about the role that Mathematics plays, as needed for an
individual’s current and future life as a constructive, concerned
and reflective citizen.
Con Scientific Literacy si vuole definire “la capacità di
coniugare la conoscenza scientifica e la formulazione di conclusioni
fondate sulla osservazione dei fatti e di formulare ipotesi così da
capire il mondo della natura e i cambiamenti che esso ha subito per
opera dell’uomo e di contribuire all’assunzione di decisioni
conseguenti”. In inglese: Combining scientific knowledge with
the drawing of evidence-based conclusions and developing hypotheses in
order to understand and help make decisions about the natural world
and the changes made to it through human activity.
Come si vede, è comune ai tre ambiti il concetto di Literacy che
costituisce l’elemento caratterizzante del programma PISA e sul
quale è opportuno soffermarsi prima di passare ad altre
considerazioni.
Non esiste un termine italiano che renda l’idea di Literacy,
vocabolo che esprime, nel mondo anglosassone, l’insieme delle
conoscenze, abilità e competenze che rendono il soggetto
‘istruito’ (literate), ossia capace di utilizzare nella vita reale
quanto ha appreso e di agire, pertanto, in modo autonomo e
responsabile e di partecipare attivamente alla vita sociale. La
difficoltà di traduzione non è solo italiana se si pensa che i
francesi hanno definito ‘comprensione dello scritto’ la Reading
Literacy e ‘cultura matematica’ e ‘cultura scientifica’
le altre due forme di Literacy (si veda, al riguardo, la
versione francese del rapporto OCSE su PISA 2000: Connaissances et
compétences: des atouts pour la vie, OCDE 2001), termini, quelli
di comprensione e cultura, che, a parere di chi scrive, non rendono
fedelmente l’idea di Literacy, la quale racchiude in sé il
concetto di ‘padroneggiamento’ di quanto si è appreso, ossia di
‘competenza’.
PISA, quindi, non si propone di ‘misurare’ ciò che gli allievi
hanno appreso a scuola in rapporto a un determinato programma di
studio, ma se, e in quale misura, essi siano capaci di utilizzare
quanto hanno appreso per affrontare problemi ‘reali’ di ordine
linguistico, matematico e scientifico.
E quali siano questi problemi è stato deciso, di comune accordo, dai
rappresentanti nazionali e dagli esperti designati dai paesi OCSE che
hanno elaborato il disegno teorico dell’indagine predisponendo il
quadro concettuale di riferimento (framework) per la
costruzione delle prove (il framework di PISA 2000 è stato
pubblicato con il titolo Measuring student knowledge and skills,
OECD 1999).
Il framework, pertanto, non è stato elaborato con
riferimento ai programmi di studio che, come è noto, sono diversi da
paese a paese, ma assumendo come prospettiva condivisa l’insieme di
conoscenze, abilità e competenze che in tutti i paesi economicamente
avanzati sono considerate una sorta di ‘valigia per la vita’
indispensabile per chi, a quindici anni, giunge, come accade nella
maggior parte dei paesi OCSE, al termine della scolarità
obbligatoria.
Si tratta, come è evidente, di un approccio nuovo alla valutazione
degli studenti, ma, al tempo stesso, di un approccio coerente con il
dibattito attuale sulle ‘competenze essenziali’ la cui
acquisizione deve essere garantita a tutti anche nella prospettiva del
lifelong learning (apprendimento durante tutto l’arco della
vita). Il dibattito sulle competenze è assai vivace anche a livello
di Unione europea, infatti, l’acquisizione delle ‘competenze di
base’ da parte di tutti i cittadini è uno degli obiettivi
prioritari del processo di convergenza delle politiche educative dei
paesi membri (Consiglio europeo di Lisbona del marzo 2000).
Contesto familiare e scolastico
PISA si propone non solo di misurare le competenze degli studenti, ma
di cogliere, nei limiti del possibile, le relazioni tra risultati,
contesto familiare e contesto scolastico, esplorando anche gli
interessi e gli atteggiamenti dei quindicenni nei confronti della
scuola e dello studio.
Gli strumenti di rilevazione sono un ‘questionario studente’ e un
‘questionario scuola’ cui sono chiamati a rispondere tutti gli
studenti impegnati in PISA e tutti i capi d’istituto delle scuole
coinvolte nell’indagine.
Attraverso il ‘questionario studente’ sono raccolte informazioni
sulle condizioni socioeconomiche e culturali della famiglia di
appartenenza, sulle attività che lo studente svolge a casa e a
scuola, sul suo atteggiamento nei confronti dello studio in generale e
della lettura e della matematica in particolare, sulla sua familiarità
con il computer, sulle sue strategie di studio con particolare
riguardo a quello che in PISA è chiamato self-regulated learning
(autoregolazione dell’apprendimento, ovvero la capacità del
soggetto di darsi regole relativamente all’apprendimento) e, infine,
sulla ‘stima di sé’.
Attraverso il ‘questionario scuola’ sono raccolte informazioni
sulle caratteristiche dell’istituto scolastico (dimensioni,
attrezzature, gestione finanziaria) e sulla sua organizzazione
(‘clima’ di scuola e di classe, relazione docente-discente,
pratiche didattiche).
L'attuazione del programma PISA
L’attuazione del programma PISA è stata avviata nel 2000 con
l’indagine finalizzata a rilevare le competenze (literacy) degli
studenti nell’ambito principale della Lettura (Reading) e in quelli
secondari della Matematica e delle Scienze, ambiti, questi due ultimi,
che diverranno, a loro volta, quelli principali rispettivamente nel
2003 e nel 2006.
In PISA i termini 'principale ' e 'secondario' stanno a indicare non
la diversa importanza dei tre settori disciplinari, ma il fatto che, a
rotazione, uno di essi viene esplorato in modo più ampio, gli altri
due in misura più limitata ma sufficiente, comunque, per seguire nel
tempo l’andamento dei risultati scolastici.
Al fine di identificare i fattori che possono o potrebbero spiegare i
risultati positivi e negativi, l’indagine ha riguardato anche gli
atteggiamenti degli studenti, le loro motivazioni e strategie di
studio, nonché alcuni aspetti della vita familiare e scolastica. Le
informazioni sono state acquisite attraverso due questionari che sono
stati compilati dagli studenti e dai capi di istituto delle scuole
partecipanti all’indagine.
Caratteristiche formali e contenuto delle prove
In ciascuno dei tre ambiti della Literacy (Lettura. Matematica e
Scienze) l’indagine ha riguardato tre dimensioni: la forma dei
testi, il loro contenuto, le situazioni reali in cui si utilizzano le
competenze di lettura; i concetti matematici, i processi, le
situazioni reali in cui si utilizzano le competenze Matematiche; i
concetti scientifici, i processi, le situazioni reali in cui si usano
le competenze scientifiche.
Poiché in PISA 2000 quello della Reading Literacy è stato il campo
principale di indagine, in questa sede ci si soffermerà, in modo
particolare, su questo ambito descrivendo le prove assegnate e i
risultati conseguiti dai diversi paesi e dall’Italia in particolare.
I testi somministrati agli studenti sono stati di varia natura –
secondo la distinzione proposta dal Consiglio di Europa si è trattato
di testi destinati a uso pubblico (un annuncio), privato (una
lettera), scolastico (un libro di testo) e lavorativo (un manuale
d'istruzioni) – e si sono distinti per diversi livelli di complessità
– testi continui (passi in prosa di testi narrativi, espositivi e
argomentativi) e testi non continui (elenchi, moduli, grafici,
tabelle). Agli studenti è stato richiesto, attraverso quesiti a
scelta multipla o a risposta aperta, di svolgere compiti di diversa
difficoltà, alcuni dei quali molto semplici (reperire informazioni),
altri più impegnativi (interpretare e valutare il testo). In tal modo
gli studenti hanno potuto dimostrare se e in che misura sono capaci di
reperire un’informazione in un testo, cogliere il significato
complessivo di un testo, interpretare un testo, riflettere sul
contenuto e sulle caratteristiche formali di un testo e argomentare su
un testo.
*Dirigente tecnico del MIUR, ha collaborato stabilmente come delegata nazionale con l'OCSE per il progetto Ines e, sin dalle prime fasi di avvio, per il programma PISA 2000.
http://www.ecn.org/reds/scuola/scuola0306gats.html
Se si parla di accordi internazionali di questi tempi viene immediatamente in mente il GATS.
Ecco,
forse più che il GATS sono queste misure che meritano la nostra
attenzione, perché esse sono la premessa perché il GATS possa
passare: rompere, modificare l'incrostazione statalista, dividere,
scacciare, sradicare gli insegnanti sotto diverse amministrazioni. C'è
anche un fine diretto e strumentale in tutto ciò, quando un governo
come questo, diversamente da tutti quelli che lo hanno preceduto, sa
che per lui presso gli insegnanti "non c'è trippa pe'
gatti!". Gli amici francesi di Attac, analizzano con la solita
lucidità la strategia dell'OCSE.
http://www.france.attac.org/a3381 L’OCSE
(organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo) offre
un Quadro d’analisi molto elaborato e coerente di
proposte e raccomandazioni per l’azione dei governi. Nota
bene: La traduzione del testo originale francese è in
nero, i passaggi in verde sono delle sintesi. Tabella IV.1 - La
strategia dell'OCSE per l'impiego
- lavori da classe media impiegatizia 11%
- lavori da classe operaia tradizionale 14%
- lavori a reddito basso 39%
- 1995 Libro bianco
- 1999 Bologna: 29 paesi si confrontano sui sistemi universitari
- 2000 Summit europeo di Lisbona
- 2001 Bruxelles: relazione al Consiglio d'Europa
STRATEGIA DELL'OCSE PER LA CRESCITA
ECONOMICA LE POLITICHE PUBBLICHE, LA COESIONE SOCIALE,
L'OCCUPAZIONE E L'APPRENDIMENTO DURANTE TUTTA LA VITA
--
Elaborare una politica macroeconomica che
favorisca la crescita e che, unita a politiche
strutturali appropriate, la renda duratura,
ossia non inflazionistica
--Rivedere
le disposizioni relative alla sicurezza
dell'impiego che frenano l'espansione
dell'impiego nel settore privato
--Migliorare
il quadro in cui si inscrivono la creazione e la
diffusione dell'abilità tecnologica.
--Mettere
maggiormente l'accento sulle politiche attive
del mercato del lavoro e renderle più efficaci.
--Accrescere
la flessibilità del tempo di lavoro (sia a
corto termine che su tutta la durata della vita)
nel quadro di contratti conclusi di reciproco
accordo tra datore di lavoro e lavoratore.
--Migliorare
le qualifiche e le competenze della manodopera
modificando profondamente il sistema di
insegnamento e di formazione.
--Creare
un clima favorevole all'impresa eliminando gli
ostacoli e gli impedimenti alla creazione ed
allo sviluppo delle imprese.
--Rivedere
il sistema di indennizzo della disoccupazione e
delle prestazioni connesse - e la loro
interazione con il sistema fiscale- di modo che
gli obiettivi fondamentali in materia di equità
della collettività siano raggiunti senza
pregiudicare il buon funzionamento del mercato
del lavoro.
--Accrescere
la flessibilità dei costi salariali e della
manodopera, sopprimendo le costrizioni che
impediscono ai salari di corrispondere alle
condizioni locali ed al livello di qualifica di
ciascuno, in particolare dei giovani lavoratori.
--Sviluppare
la concorrenza sui mercati di produzione in modo
da ridurre le tendenze monopolistiche ed
attenuare l'opposizione tra lavoratori integrati
ed esclusi, contribuendo anche a rendere
l'economia creativa e dinamica.