FISICA/MENTE

UN DIBATTITO SULLA SCUOLA

(Alcuni interventi dal forum di Repubblica.it)

 

 

Scuola pubblica e privata 1

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 30-08-01 13:08

La scuola è il pilastro di ogni società civile. Se miniamo questo pilastro la società crolla e si degrada in rivoli di opportunismo ed individualismo che sono proprio la negazione della società intesa come gruppo di individui che insieme tentano la costruzione di condizioni di vita migliori in quanto solidali e comprensivi della diversità. In Italia la storia dell'istruzione è una storia segnata pesantemente dalla presenza della Chiesa Cattolica. Nel nostro Paese, ancora 130 anni fa si insegnava la fisica dividendola in sei capitoli che erano quelli della Genesi. Si insegnava il sistema Aristotelico-Tolemaico (solo qualche scuola di gesuiti azzardava Copernico ma senza cenni a Galileo, e ciò vuol dire che si insegnava un miscuglio insostenibile, infatti Copernico non ha senso senza l'opera di Galileo). L'educazione (e non l'istruzione) era riservata ai ceti più ricchi dove si prevedevano scuole di danza, di scherma e simili (a lato dell'insegnamento delle lettere classiche). Scuola pubblica non esisteva, solo qualche nascente industria si costruiva scuole professionali per i suoi futuri operai. Ben diverso è il caso di Paesi dove la Riforma aveva spazzato via l'egemonia della Chiesa (come gerarchia) sulla società. L'Olanda, la Gran Bretagna, la Francia, la Germania,... sono Paesi in cui nascevano scuole private a fianco di scuole pubbliche (in Francia dopo la Rivoluzione, in Germania dopo l'unificazione). Le scuole private nascenti erano laiche nella maggioranza dei casi. Ed ora tali scuole private hanno questa tradizione che permette loro di competere in un "mercato" di libera offerta. Da noi il privato si sovrappone quasi completamente al confessionale. Queste vicende furono ben presenti ai nostri costituenti i quali, prima (art. 7), riconobbero i Patti Lateranensi (il Concordato) con tutte le enormi agevolazioni per la Chiesa compreso l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche; e dopo scrissero l'art. 33 che dice:"......La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, SENZA ONERI PER LO STATO...". Nell'art. 44 si afferma un principio fondamentale: "La scuola è aperta a tutti. L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita......". Come riconoscere una scuola privata che non esisteva? Occorreva riconoscere una scuola confessionale? Ma tale scuola era nei fatti riconosciuta dai cospicui finanziamenti ed esenzioni che l'art. 7 assegnava alla Chiesa (quelli che con la revisione del Concordato fatta nel 1984-1985 sono diventati l'otto per mille). I seminari, le scuole per ricchi la Chiesa le ha sempre mantenute. Può continuare a farlo con gli svariati miliardi (circa 4000) che ogni anno lo Stato gli versa (ed i molti di più che ogni anno lo Stato non riscuote di imposte e servizi). Oltre a ciò vi sono 100 mila insegnanti di religione che operano nelle scuole dello Stato (in virtù dell'art. 7), insegnanti che Berlinguer ha passato nei ruoli dello Stato, che mediamente costano al Paese intorno ai 250 miliardi l'anno. Vi sono poi una miriade di finanziamenti da parte di enti locali (comuni, province e regioni) a tali scuole, con l'imbroglio voluto ed approvato da tutti: si aggira lo Stato con enti locali che non sarebbero lo Stato (mostrando tutti i nostri politici, assoluta ignoranza della Costituzione nel suo art. 5 in cui lo Stato è riconosciuto composto da varie autonomie locali). Si aggiunga il fatto della inesistente tradizione culturale delle scuole confessionali (diplomifici per gente bene che è stata bocciarta dalla scuola pubblica e dove accadono pure cose indegne vietatissime nella scuola di Stato, come far lezioni private ai propri alunni) e si chiude il cerchio. Occorre aggiungere che chiunque vuole quel servizio se lo paghi e se è caro (perché queste scuole hanno, in gran parte, palestre, piscine, aule multimediali, parchi e giardini,...) vi rinunci. Io spesso ho rinunciato a dei medici specialisti perché non me li potevo permettere ma per fortuna ho trovato ottimi medici in strutture pubbliche. Molti potenti e molte imprese utilizzano polizia privata e non si sognano di chiedere che sia lo Stato a pagarla. Scalfari faceva osservare che alcuni potenti pagano onerose parcelle per gli arbitrati quando basterebbe aspettare (!) e la cosa sarebbe risolta da un giudice. [segue]

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Scuola pubblica e privata 2

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 30-08-01 13:09

Comunque, mentre ha un senso che l'erario paghi una scuola pubblica e pluralista (gli insegnanti sono statisticamente distribuiti per idee politiche come le percentuali politiche nazionali) in cui semmai l'unica violenza è l'insegnamento della religioone cattolica che io sostituirei, vista l'enorme rilevanza del tema, con una storia delle religioni fatta da un laico, laureato in filosofia, che abbia fatto degli esami in proposito; dicevo che mentre ha un senso tutto ciò, non lo ha il fatto che il pubblico debba preoccuparsi delle scelte del privato tenendo poi conto che in tale scuola non può entrare qualunque insegnante ma solo quello che condivide l'ideologia che sottende la religione che vi è dietro (casi clamorosi di licenziamenti di insegnanti in scuole cattoliche vi sono stati: dei divorziati, di chi insegnava educazione sessuale, di chi insegnava il darwinismo,...). Libere tali scuole di fare ciò che credono ma chi le vuole se le paga. Dirò di più: nella scuola statale possono accedere all'insegnamento di qualunque disciplina anche dei sacerdoti. Io, comunista, non potrei mai accedere all'insegnamentoi in tali scuole, anche se le materie che insegno non danno spazio a nessun tipo di insinuazione. Finanziare la scuola privata deve prevedere un'operazione estremamente complessa: la revisione della Costituzione nella sua 1ª parte. Il Ministro questo lo sa, ma non lo dice. Ha già fatto una operazione indegna: ha equiparato i titoli dei precari della scuola pubblica a quelli della scuola privata. Tal cosa non ha senso perché mentre nella scuola pubblica i titoli si accumulano con criteri oggettivi facendo trafile infinite, nella scuola privata non vi sono graduatorie e comanda la ditocrazia (si può assumere un neolaureato piuttosto che uno avente già dieci anni di insegnamento). Si confrontano quindi dati non omogenei a scapito di coloro che hanno creduto nel DIRITTO che lo Stato deve assicurare. Ma sulla Moratti si possono dire tante cose e tutte convergenti nella sua totale impreparazione alla gestione di un organismo complesso e delicato come la scuola. Il ministro è entrato come un elefante in una cristalleria ed i cocci cominceranno a cadere ed a fare male tra molto poco. Con ciò non ho dato valutazioni nel merito della scuola pubblica. Tale scuola va profondamente rivista, certamente non mantenuta all'infinito con la sua impostazione gentiliana (che pure era eccellente, ma 80 anni fa e per pochi utenti!). Il primo tentativo da perfezionare in fieri (come ogni riforma di una struttura complessa) era stato fatto da Berlinguer-De Mauro. La riforma dei cicli andava in questo senso. Ci si lavorava da 5 anni e nello spirito di collaborazione ancora esistente all'epoca della bicamerale si era pure venuti meno ad una colonna importante della riforma: la prima elementare che iniziava ai 5 anni, con la conseguenza che il numero complessivo degli anni di studio restava lo stesso. Moratti con un decreto ha bloccato tale riforma. A parte altre considerazioni, sono centinaia di miliardi (in ore di lavoro di centinaia di esperti, tra cui qualificati esponenti del Polo come Dario Antiseri) che sono stati buttati al vento. In compenso la Moratti dice che la scuola va cambiata. Io ne sono convinto e ho pure delle idee. Lei ne è convinta e vede la soluzione nel togliere fondi alla scuola pubblica per darli alla privata, sapendo ma non dicendo che NON LO PUÒ FARE. La scuola pubblica va riqualificata e potenziata e per far questo servono proprio fondi e meno che mai che ad essa ne vengano tolti. Comunque è certa che occorre cambiare la "maturità" (non si chiama così ministro! si chiama esame di stato!). Come ogni cialtrone cambia l'uscita senza capire a che fine e perché (per intenderci la prova finale misura il conseguimento di determinari obiettivi. Quali sono gli obiettivi della Moratti? Uno è individuabile: se si assegna al consiglio di classe l'esame finale, questo esame perde di valore e in tempi brevissimi il titolo di studio perderà ogni valore legale! Ma anche un altro è chiarissimo: se la scuola rinuncia a valutare, lo farà l'università (per chi prosegue) o l'industria (per chi decide per il lavoro): e la cosa sarà molto più dura. La scuola va cambiata dice la Moratti e poi ci dice che occorre mantenere il classico. Ma lo sa il ministro che la riforma dei cicli riduceva i quasi 300 diversi tipi di scuola esistenti in Italia (dopo l'obbligo) a 15, evitando proprio le specializzazioni estreme che, a mutar di vento, diventano subito obsolete con la quasi impossibilità di riciclaggio dell'utente? L'andare su poche uscite permetteva proprio quella flessibilità (tipo liceo classico) che la velocità di cambiamento dei modi moderni di produzione prevede.

Per ora mi fermo. In prossimi messaggi affronterò altre questioni, tra le quali le inefficienze e le pecche della scuola pubblica (insieme agli errori fatti dal centrosinistra).

Roberto Renzetti

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Scuola ed operatori scolastici 1

Autore: Roberto Renzetti (151.39.95.---)

Data: 30-08-01 19:48

Prima di dibattere con il sig. Santiago che fa corrette osservazioni, vorrei completare (negli spazi di tempo liberi) il mio pensiero sulla scuola. L'altro messaggio rimandava a dei successivi. Quando io iniziai con la scuola (metà anni 60), il mio stipendio era di 110 mila lire. Con esso mantenevo la mia famiglia, allora di 3 persone. Le cose migliorarono in un modo incredibile con il governo di centro destra Andreotti-Malagodi che, nel 1972, raddoppiò letteralmente il nostro stipendio. Io passai a circa 240 mila lire al mese (all'epoca l'inflazione non si conosceva). Comprai la mia prima auto, una A 112, a 960 mila lire, quattro stipendi. Oggi un'auto equivalente, la Y 10, può venire comprata da un insegnante al livello di carriera in cui stavo allora ad almeno 18 milioni, poco più di 8 stipendi. Si può girare il discorso come si vuole paragonando i prezzi del pane, dei carburanti, della carne, della frutta,.... si scoprirà che il potere d'acquisto di un insegnante è dimezzato (qui quando parlo di insegnanti mi riferisco a tutto il personale della scuola meno gli ex presidi e direttori didattici (oggi "dirigenti") che meritano un discorso a parte. Quando io mi accingevo a lavorare nella scuola quel lavoro era un lavoro che godeva di una certa dignità e comunque permetteva di mantenere una famiglia. Oggi, e da almeno 25 anni, non è più così. Nella scuola o ci va chi non ha trovato niente di meglio ed è un frustrato nelle sue aspirazioni che in origine erano diverse, o ci va un giovane in attesa della sua vera occupazione, o ci va una persona che arrotonda lo stipendio dell'altro coniuge tanto che in complesso la famiglia tira avanti discretamente. La struttura sociale italiana è tale che, nonostante svariate lotte femministe, in genere il secondo lavoro (quello che arrotonda) è della donna e la donna è condannata al lavoro di casa che deve accompagnarsi ad un qualche reddito. La scuola sembra fare allo scopo perché sembra richiedere poco lavoro. È così che la composizione sociale degli operatori scolastici è cambiata: oggi intorno al 75% di essi è di sesso femminile. Le donne a livello di preparazione sono identiche agli uomini. Rispetto agli uomini, in questa struttura sociale, hanno generalmente la condanna di "pensare alla casa". È così che la struttura scuola è passata ad essere un vero luogo da secondo lavoro. Tutto ciò comporta molta verbosità, molte riforme cartacee, poca sostanza. Quando ci si dovesse riunire per risolvere un problema importante, ad una data ora c'è chi dice che ha la baby sitter, chi dice che il marito sta aspettandola, insomma c'è chi alla dfine si accontenta anche di un basso salario ma che non si tocchi la struttura di quell'impegno che deve rimanere tipo mezzo servizio. È questo il motivo della sindacalizzazione scolastica che è la più bassa tra tutti i settori d'impiego pubblico e privato: solo il 30% degli insegnanti aderisce ad un qualche sindacato e, quando si volesse mettere su una lotta è praticamente impossibile (per questo gli scioperi si fanno di sabato o di lunedi, per avere adesioni fasulle di persone che in realtà pensano ad allungare il fine settimana). È comunque un gatto che si mangia la coda perché se i salari non crescono nessun professionista preparato (soprattutto in discipline scientifiche) metterà piedi in essa. Dati questi salari la scuola viene usata (nella maggioranza dei casi come secondo lavoro). L'impegno che la scuola richiede SE UNO FACESSE IL SUO MESTIERE è enorme. Mi riferisco quindi ad un insegnante che fa ciò che la struttura scuola gli richiede, essendo cosciente, per quanto detto prima, che molti riescono ad imboscarsi e che i livelli salariali sono tali per cui questo imboscamento è quasi una specie di accordo silenzioso tra insegnante ed amministrazione. Nei prossimi messaggi proverò a descrivere il lavoro che un insegnante (a livello triennio di liceo) deve fare, dicendo subito che il suo primo stipendio, che (oggi) arriva quando ha 30 anni in media, è di 2 milioni di lire e che diventerà, dopo 40 anni di servizio, di 3 milioni e qualche spicciolo (con carriera inesistente e scatti dovuti all'anzianità).

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Scuola ed operatori scolastici 2

Autore: Roberto Renzetti (151.39.95.---)

Data: 30-08-01 19:49

Un insegnante, per accedere al suo lavoro deve essere laureato. Deve poi abilitarsi anche in più discipline, deve poi mediante concorso accedere ad un incarico a tempo indeterminato. Una preparazione a sue spese (così come i successivi aggiornamenti) che lo tiene lontano dal mondo del lavoro almeno fino ai 30 anni. Si inizia con meno di 2 milioni e si termina, dopo 40 anni, con circa 3 milioni. Quanto lavoro si fa? La didattica frontale è di 18 ore settimanali (parlo di scuole secondarie di 2° grado) e, occorrerebbe sapere, che ogni ora di queste è calcolata per 2 da norme dello Stato e non mie (gli addetti agli Istituti di Cultura, nostri colleghi, hanno un orario di 36 ore settimanali: ogni ora di didattica dell'italiano viene contata doppia, così è possibile per loro fare solo le canoniche 18 ore; ma se non fanno lezioni debbono fare 36 ore di servizio) . Ogni ora di lezione prevede mezz'ora di preparazione (è noto che, a 5 anni dalla laurea, se non si è riaperto libro si ritorna analfabeti nella propria disciplina). Poi vi è la montagna di norme che vengono sfornate da quella lobby di psicologi, pedagoghi, docimologi (con a capo B. Vertecchi direttore del CEDE) che ha preso il potere al Ministero (pena la loro disoccupazione). Come valutare, come preparare le griglie, i moduli, la didattica breve, ...? E noi dietro. Poi ci sono i compiti da correggere (1 ora a compito per 60 compiti al mese). Quindi le ore per consigli di classe, collegio docenti, commissione cultura, commissione viaggi, commissione laboratori, ...(preparazione del materiale di laboratorio per sapere sempre cosa c'è, cosa no, cosa comprare con procedure che scoraggerebbero un elefante). DOBBIAMO essere informati su un ampio spettro di problematiche. Se uno studente chiede al professore di Fisica che ne pensa della clonazione, questo professore non può far finta che il problema non esiste! e se uno studente chiede de "La vita è bella" non si può dire che non si è visto. Vi è una valutazione complessiva, di stima, che i ragazzi operano giorno per giorno sui docenti e noi non possiamo rifugiarci nella nostra disciplina (o il Ministero vuole questo?). Quante ore occorrono per quanto ho detto? Siamo al livello di qualunque altro lavoratore o no? Con in più il fatto che nessun impiegato si porta le pratiche in casa. Noi invece i problemi dei ragazzi li portiamo continuamente dietro. Qualcuno non crede a tutta questa attività? (chi non ci crede meriterebbe per i suoi figlioli che noi operassimo come lui crede ed invito queste persone a riflettere sul fatto che un professore universitario fa solo 3 ore di didattica; evidentemente lavora molto meno di noi, no?). Facciamo ciò che chiedo da anni: facciamo le 36 ore a scuola. Non vedo l'ora! Avrò una scrivania, userò del computer e di internet della scuola, userò della biblioteca, della fotocopiatrice, del telefono/fax della scuola, userò l'energia elettrica ed il riscaldamento della scuola (tutto questo oggi è a carico mio e tutti sapete quanto costa). Quei giornalisti cialtroni la pianteranno di dire che lavoriamo poco. Inoltre mi libererò di quei 16 metri quadrati di casa occupati dalle "pratiche" scolastiche (sapete quanto costa al metro quadro una casa a Roma? moltiplicate per 16 e vedrete quanto dobbiamo "regalare" allo Stato). Questa organizzazione scolastica ci farebbe diventare operatori culturali al servizio del quartiere: noi potremmo aiutare gli studenti in difficoltà, potremmo consigliare bibliografie, organizzare dibattiti, conferenze. Inoltre è un vero peccato che edifici ed impianti così costosi siano utilizzati solo dalle 8 alle 14:30. Le vacanze, tante! Chi dice questo è un ignorante. Ed è preoccupante che il Ministero ed il Sindacato non dicano come stanno le cose. Premetto che, quando si fa il confronto dei giorni di lezione annui tra i vari Paesi europei, l'Italia figura con i fatidici 200: e questo è un dato falso poiché l'Italia è l'unico Paese che non conteggia le valutazioni e gli esami tra i giorni di lezione. Io termino le lezioni verso la metà di giugno. Iniziano le idoneità che mi portano fino all'inizio degli Esami di Stato che alcune volte "sforano" fino ai primi di agosto. L'1 settembre c'è la riunione preliminare, inizia la programmazione (con tutte le relazioni preliminari e POF da preparare, con tutti i percorsi da inventarsi, con tutte le riunioni per materie, per classi, per sesso e religione, ...) ed intorno al 10 iniziano le Lezioni. Vacanze come gli altri, con l'aggravante che sono costretto a prenderle in agosto (alla faccia di quel cronista Tv che anno dopo anno continua a ripetere che gli italiani non sanno fare le vacanze intelligenti). Inoltre gli aggiornamenti sono in estate, ad agosto in posti di mare o di montagna e chi vuole accedervi deve pagare cifre importanti. Questa situazione è quella che ci troviamo addosso. So anche che c'è chi non fa il proprio lavoro (come in tutti i luoghi dove si lavora). Non si tratta di colpevolizzare tutta la categoria ma l'Amministrazione che non è capace di cacciare chi non fa il suo dovere.

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Scuola ed operatori scolastici 3

Autore: Roberto Renzetti (151.39.95.---)

Data: 30-08-01 19:50

Vi è invece un aspetto preoccupante che riguarda la situazione attuale. Come dicevo nell'altro messaggio, la scuola è ormai diventata un secondo lavoro e tutte quelle attività di cui dicevo si fanno svogliatamerrte e rapidamente. È un secondo lavoro per il salario di fame che però arrotonda il bilancio familiare. Questo dequalifica la scuola fino a creare una situazione di gatto che si mangia la coda. Se si passasse a quelle 36 ore di cui dicevo si scremerebbe. Ma non voglio fare il massimalista. Ad esaurimento, occorre introdurre il part-time: coloro che non vogliono fare le 36 ore nella scuola seguono con questo salario e con il lavoro che fanno ora. Gli altri vanno a salari europei (includendo quella cosina di cui nessuno parla: in tutti i Paesi europei si fa l'anno sabbatico!). Quando i dimezzati saranno tutti pensionati, nella scuola entreranno solo coloro che la scelgono come professione. Così potrà tornare ad essere un primo lavoro che riqualificherà la scuola e permetterà ad un insegnante di mantenere degnamente la propria famiglia (perché anche di questo si tratta!). Oggi dobbiamo dedicare tempi extra gratuiti ai figlioli dell'avvocato, del medico (ma anche dell'idraulico) che non hanno scrupoli a fermarti anche per strada per chiederti del figlio, ma che, quando ti avvicini loro, ti spellano. Un solo cenno al fatto che noi siamo gli unici operatori che devono comprarsi gli strumenti per operare: libri, giornali, computer,.... Oggi in un senso o nell'altro è sul tappeto la riforma dei cicli. La Scuola indubbiamente andava riformata. Avete avuto notizia di qualche minimo di consultazione di base ? Di nuovo carne da cannone che si DEVE adattare a ciò che viene. I cambiamenti sono rapidissimi ma tutti giranti su se stessi. Noi non abbiamo il tempo di digerire una cosa che già ce ne danno un'altra da mangiare e siamo vicini all'esplosione. E la riforma che fa ? Tenta di reintrodurre criteri che, almeno dalla fine dell'obbligo siano selettivi? Neanche ci pensa! Ma noi intenti alle valutazioni oggettive, agli obiettivi, alle capacità critiche, alle sintetiche, alle analitiche, agli interessi, alle batterie di test, a tutto quell'armamentario teorico che ci hanno sbattuto sulla groppa. Poi lo scrutinio dove arrivano molti colleghi che nottetempo hanno appreso la psicologia dell'età evolutiva e, invece di parlare della presunta conoscenza della matematica o della filosofia, ci parla dei genitori del ragazzo che sono separati, della ragazzina che vive crisi esistenziali e quindi poverina... del ragazzo che è stato piantato, ... Così, avanti colleghi, tutti promossi. Con l'aggravante che quei bravi ragazzi saranno poi gli incapaci che troveremo dietro uno sportello della posta o dietro la scrivania di chi prepara la nostra pratica per fare la pensione, con i risultati che tutti conoscete. Pure masochisti siamo! (vorrei solo dire che, in Francia ad esempio, l'insegnante consegna i suoi voti a fine periodo valutativo e neppure si discutono!). Ultimamente è entrata la grossa confusione informatica con l'equivoco tra metodi e contenuti. Tra uno strumento e la disciplina che si vuole apprendere. L'informatica ha la sua dignità di disciplina e se davvero si vuole insegnarla, lo si fa con un professore appositamente assunto. Non si può rompere in modo trasversale. Ognuno, nelle sue discipline, utilizzerà gli strumenti che ritiene più opportuni. Riguardo agli esami di riparazione eliminati (la cosa l'ha iniziata quell'ignorante di D'Onofrio, ma Berlinguer e De Mauro non hanno fiatato) tutti sapete che oggi vi È IL METODO del rifiuto a priori di alcune discipline. In uno scientifico accade che vi è chi, a priori decide di lasciare matematica e fisica, tanto sa che con due circoletti e rinunciando ad un paio di punti di credito potrà fare gli esami ed essere promosso sul "suo percorso" che evita accuratamente la matematica e la fisica. Facciamo un favore a questi ragazzi ? Assolutamente no. Quando andranno all'Università le ali gliele abbiamo tagliate già noi. E così la specie si seleziona in modo drastico e noi con tutta la montagna di ipocrisia con cui abbiamo rivestito la scuola ci siamo ridotti a: lavorare molto di più; non avere riscontri; fare uscire gente impreparata; riuscire a metterci ai bassi livelli delle scuole confessionali; essere pagati miseramente; essere bistrattati da tutti perché "LAVORIAMO POCO".

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Scuola ed operatori scolastici 4

Autore: Roberto Renzetti (151.39.95.---)

Data: 30-08-01 19:52

In questo senso occorre si sappia come lavora la scuola confessionale: i professori lì impegnati hanno un salario generalmente più basso del nostro (questi signori sono assunti in base all'assoluta discrezionalità della scuola e debbono sempre dare garanzie sul piano del raccordo tra la scuola dove insegnano ed il loro credo politico-religioso oltreché la loro vita privata - sessualità, divorzio,...). Quando nello scrutinio uno studente non funziona, egli deve andare a lezione dal suo insegnante con tariffe fissate dal "padre ministro" che prende una percentuale. Nel 1975, quando il nostro salario girava intorno alle 300.000 lire al mese, in tali scuole confessionali di prestigio romane il salario era di 115.000 lire e per ogni ora di lezione privata, che la scuola obbligava a dover fare, venivano richieste 50.000 lire (10.000 della quali restavano alla scuola). E chi faceva lezione al ragazzo che aveva problemi? Ma il suo! Quello che gli faceva lezione in classe e che in un dato consiglio diceva che quel ragazzo andava male. Alla fine dell'anno indovinate quel professore che aveva fatto da ripetitore al tal suo alunno, come si comportava nei suoi riguardi ? E, viste le cifre, immaginate i fruitori di tali scuole, quelli che dovrebbero avere il buono scuola. Infine oggi si aggiunge il fatto che uno può essere anche il miglior insegnante ed il più titolato della Terra, sarà il dirigente che lo sceglierà dalle graduatorie a suo piacimento. Meglio l'orrendo sistema inglese in cui almeno se uno è bravo si mette sul mercato e si fa pagare di più. Ma questo è possibile dove vi sono scuole con parità di opportunità e non dove da una parte possono lavorare tutti e dall'altra solo quelli di quel credo. È questo che si vuole ? Una scuola familiare ? Il dirigente con moglie, figli, amici del cuore tutti insieme appassionatamente per una scuola di qualità ? Su alcune delle cose che indicavo è possibile riformare la scuola e fornirle credibilità e serietà. Riguardo alle cifre che di tanto in tanto ci fanno vedere relative al fatto che in Italia siamo praticamente agli ultimi posti in Europa per ragazzi che arrivano ad un diploma di scuola superiore, il problema non si risolve con le promozioni generalizzate. Esso è di altra natura tanto è vero che sono scandalose le percentuali dei promossi ai nostri esami di Stato. Gli abbandoni avvengono prima. La scuola ha perso il suo ruolo di promozione sociale. Il nord est è esempio di ragazzi che già a 15 anni vanno a lavorare ed a guadagnare soldi che poi permettono loro quella moto o quella auto con la quale andare in discoteca ed uscire con quella ragazza o poter essere bella per quel ragazzo. È un circuito vizioso che porta a livelli di ignoranza suprema, ad un disprezzo della istruzione (non parliamo di cultura poiché parrebbe una bestemmia), è il trionfo del "ma chi te lo fa fare?", del "ma io col negozietto de frutta alzo in una settimana quello che 'er professore' guadagna in un mese", e cose del genere che tutti avete sentito. Come riprendere questa situazione? Non lo so. Intanto occorrerebbe oscurare tutte le TV che danno le immagini di facile successo, di tale successo che si raggiunge con comportamenti immorali e completamente al di fuori di ogni preparazione seria. Se poi si vuole proprio avere una elevata percentuale di diplomati si può ricorrere a due canali: da una parte una scuola completamente opzionale in cui basta frequentare delle materie che ciascuno si sceglie in modo da riempire un orario (ginnastica, danza moderna, musica rock, pallacanestro, nuoto,....); dall'altra una scuola per chi vuole studiare, molto selettiva e sostenuta a priori da un forte impianto di borse di studio. Con questo sistema chi viene alla seconda scuola non ha scuse.

Nel prossimo messaggio mi occuperò dei mali strutturali: autonomia, potere dei dirigenti, precariato, abilitazioni regalate per passaggi di cattedra (conosco il problema Tiziana ed è vergognoso), riforma dei cicli e gestione sbagliata del centrosinistra della questione.

Roberto Renzetti

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Al sig. Santiago

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 30-08-01 21:31

È vero sig. Santiago, molta strada è stata fatta da 50 anni a questa parte ma lei si sarà accorto con me che la Chiesa, particolarmente in Italia si è fatta superinvadente giocando sulla sua capacità (oggi si, supposta) di orientare i voti. Ma fin qui è tutto lecito (anticoncezionali, divorzio, 194, pillola del giorno dopo, clonazione a scopo terapeutico, coppie di fatto, gay,....). Uno Stato laico, pur prendendo atto del fatto che alcuni cittadini sono orientati verso questo credo, non può partire da quel credo per legiferare. E lei sa come sia possibile influenzare il prossimo soprattutto se indifeso dallo spirito della critica che nasce dalla conoscenza plurale. Io, da comunista, le assicuro e le grido con tutte le mie forze che mi farebbe orrore una scuola orientata con Marx, Lenin, Mao, Castro. Scapperei da un Paese così e sarei uno che andrebbe a cercare la libertà. Ma quale libertà? Quella del pluralismo, delle molte voci, dei diversi libri, delle diverse opinioni, dei diversi quotidiani,..... al fine che la mente del ragazzo si formi e sia in grado di pensare di per sé, con giudizi propri che non necessariamente debbono essere quelli dei genitori. Sig. Santiago, non lo dico per lei, ma qui vi è una sorta di presa in giro. Si equivoca sulla diversa offerta delle diverse scuole. Non è così. Non vi sono due scuole laiche a confronto: la scuola A con un programma di studi e la B con un altro. La A con degli insegnanti e la B con degli altri. Scelgo quella che a me piace di più. NO. Qui si tratta di scegliere tra una scuola plurale ed una scuola orientata ideologicamente (scusi se io da ateo, pur con tutto il rispetto, considero la religione una ideologia). Riguardo al sentimento religioso di milioni di italiani avrei qualcosa da dire. Qui c'è una recente indagine che afferma che Roma è la città più laica d'Italia (solo il 47% delle persone si dice praticante; nel resto d'Italia si sale in media al 53%). Ma lei sa che tra le consuetudini (battesimo, cresima, comunione, matrimonio in chiesa, ...) ed il credo ce ne passa. Ne abbiamo avuto una splendida riprova in occasione di divorzio ed aborto: nonostante le campagne della Chiesa ha vinto il laico che è nella maggioranza degli italiani (le confesso che tifo per Buttiglione: mi piacerebbe riandare a contare gli italiani su questioni come queste). E qui ha ragione il Papa (ma ne dice tante che anche le cose giuste si perdono) quando afferma che il maggior nemico della fede è il consumismo ed il materialismo (niente a che vedere con lo storico ed il dialettico). E ritorniamo ai nostri pretesi governanti credenti ai quali, scusi, non gliene frega un fico secco dei fatti di fede: fanno solo mercato nel tempio (da ateo, gradirei il Gesù che venisse a fustigare tutti questi ipocriti!). Il resto delle cose che dice, come le anticipavo mi trova d'accordo. Non è un dogma il fatto che ciò che lo Stato fa va per forza bene o comunque meglio di quanto possa fare un privato. Sono convinto dell'esistenza di esperienze altamente positive nell'ambito di normali (e non per ricconi) scuole confessionali. Le dirò che Roma è per me una cattiva maestra. Venga, le farò da guida quando lo decidesse e le farò vedere le vergogne dello sfarzo confessionale (Massimo, Nazareno, San Giuseppe de Merode,....) a confronto delle scuole pubbliche che cadono a pezzi e dentro le quali piove! Una vera parità prevederebbe una operazione contraria a quella che si auspica: dovrebbero essere le scuole confessionali a mettere a disposizione i loro parchi, le loro piscine, le loro palestre, i loro laboratori,.... alle scuole pubbliche.

La saluto, sempre con stima

Roberto Renzetti

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I problemi della scuola 1

Autore: Roberto Renzetti (151.39.95.---)

Data: 30-08-01 22:45

La gestione della scuola da parte dei vari governi repubblicani ha avuto alterne vicende. Fino al 1968 c'è stato poco da fare: la scuola era ancora una promotrice sociale, tutto tranquillo sugli sbocchi professionali (che esistevano). I licei erano le elites, tutti gli altri dei condannati al lavoro manuale da subito. Il 68 rappresentò una svolta che richiedeva la democratizzazione della scuola, la fine dello stupido autoritarismo (tanto per capirci io credo al principio d'autorità che si esplica nel dirigismo e non nell'autoritarismo), il diritto allo studio che, oggi nessuno lo saprà o se lo ricorderà, ma all'epoca era un grave problema. Il potere politico interpretò male tutto questo e fece stupide riforme che alla fine significavano questo: avete voluto una scuola di massa, ora ve la tenete ma dovete sapere che essa è necessariamente dequalificata. A questa equazione non ho mai creduto. Come non ho creduto a tanti passaggi demagogici dei nostri ministri della pubblica istruzione e dei miei colleghi (quelli non impegnati o SNALS) che concedevano il sei politico "perché, dicevano, chi te lo fa fare? lascia perdere, cerca di vivere tranquillo". Mai dato un voto politico e se qualcuno che pensava di essere vicino alle mie idee credeva di avere un voto in più, ne aveva sempre uno in meno, perché da lui ho sempre preteso di più. Poi siamo andati avanti con tante pezze messe qua e là. Sperimentazioni che diventavano norme, circolari contraddittorie, lavoro che cresceva non sulla qualità ma sul nulla. Un solo scatto di reni si è avuto con la Falcucci. Il Piano Nazionale Informatica. Che affare per l'IBM e l'Olivetti! Tante parole al vento, tanti soldi regalati per materiale obsoleto (non so di mazzette), ed ora, se a scuola mi serve un computer per poter navigare con i ragazzi non lo posso fare. Spiego il perché. O si hanno almeno un computer ogni due ragazzi (ma anche questa è un'operazione di castrazione infinita perché ognuno ha i suoi tempi, un determinato coordinamento logico) collegati in rete, fatto che mi permetterebbe di commentare con tutti che guardano la stessa cosa e le stesse operazioni, o si ha un computer collegato ad un videoproiettore che permette la stessa cosa con la perdita della parte manuale più intrigante per i ragazzi. MA QUANDO MAI? Sempre peggio, con riforme che riguardavano sempre pacchi di fogli da riempire e da consegnare e che, per maggior disperazione, nessuno ha mai letto! Tutto questo fino al 1994. In quell'epoca vi era un'inizio di riforma della scuola che poi è morta. Era la riforma Brocca (attuale parlamentare del CCD). Molte sperimentazioni partirono sui piani di riforma Brocca. Poi i rivolgimenti politici. Fine della riforma Brocca. Governo Berlusconi 1 da citare solo per una bestialità di D'Onofrio (ministro della pubblica istruzione): abolizione degli esami di riparazione! Poi il centrosinistra (con Berlinguer che non ha pensato di eliminare quel provvedimento infausto di D'Onofrio: il buonismo!). A lato del lodevole piano di riforma che ha messo in campo e che ha investito 5 anni di lavoro con le migliori menti del Paese di ogni provenienza politica ha fallito nel punto più delicato: non ha coinvolto gli insegnanti nell'operazione. Nessuna consultazione, nessuna richiesta di "suggerimenti" (e questo a sinistra uno se lo aspetta). Per di più coloro che dovevano diventare gli interpreti principali della riforma continuavano ad essere mortificati con salari di fame e con provvedimenti che si inseguivano cambiando di anno in anno, caricando di continuo e soprattutto inutile lavoro, ogni operatore scolastico

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I problemi della scuola 2

Autore: Roberto Renzetti (151.39.95.---)

Data: 30-08-01 22:46

La riforma dei cicli era e resta indispensabile, con tutti gli aggiustamenti da fare e che lo stesso progetto prevedeva. Ma fu Lombardi, responsabile per la scuola della Confindustria e ministro della pubblica istruzione di uno dei governi di transizione dai ladroni del CAF (che, come Alien, son tornati) al governo di centrosinistra, che disse "senza un aumento sostanzioso dei salari dei docenti non vi è riforma che tenga!". Ed è proprio così. Con quale motivazione si può avvicinare ad una riforma un insegnante che, quando ha finito con la scuola, va alla CEPU a dare lezioni a Del Piero? Insomma cornuti e mazziati. Con l'aggiunta della presa per i fondelli di Berlinguer che dice: "Volete aumenti? fate un concorso per vedere chi li merita": Bene. E se li meritiamo tutti? "C'è solo per il 20% di voi". Ed ecco che la gente si incavola di brutto. Presi in giro, malpagati ed ancora a dover dimostrare che siamo bravi? Io credo alla meritocrazia, ma prima stabiliamo un salario degno di base da cui partire e poi avanziamo per merito. No, a noi è sempre richiesto di essere preparati senza contropartite (almeno la nostra preparazione servisse a qualcosa! C'è sempre la circolare ministeriale che, prima degli esami, "invita" ad essere magnanimi. Tanto vale fregarsene di tutta quella sarabanda di test oggettivi. È una completa presa in giro. Vi è poi l'autonomia. Altra Araba Fenice. Senza soldi non vi è autonomia, ed a conti fatti, un istituto di un migliaio di alunni dovrebbe avere una dotazione di circa 8 milioni l'anno. Facciamo le fotocopie e poi chiudiamo. Bella la parola ma piena di insidie per l'unità del Paese. Ci si rende conto cosa vuol dire per una scuola in provincia di Milano poter contare su contributi di alcune imprese e cosa vuol dire per una scuola in provincia di Catanzaro? Cos'è questa strana parola, autonomia? Una parola sui provvedimenti d'emergenza (che un Paese civile dovrebbe avere solo in casi di emergenza e che da noi sono la norma). Le abilitazioni a raffica con circolari e norme che in corso d'opera cambiano tutto. Prima occorreva regolarizzare al posizione di svariate migliaia di precari. Si fa un concorso. Poi si permette anche ad altri provenienti da altre cattedre di poter cambiare la propria. Si accavallano graduatorie in modo da rendere difficile il facile attraverso l'inutile. E qui non è tanto questione dei ministri Berlinguer, De Mauro, Moratti, quanto di quei maledetti direttori generali che al Ministero la fanno da padroni avendo perso ogni contatto con la realtà della scuole, sbagliando sempre e non pagando mai. Nell'ambito dell'autonomia ci si è infilata pure la "dirigenza". Ora gli ex presidi o direttori didattici sono diventati dirigenti ed avranno un aumento di oltre 40 milioni l'anno per poi progressivamente arrivare alla fascai dei dirigenti dello Stato. Ma come sono stati assunti costoro? Erano presidi e direttori didattici (cioè burocrati) e con un corsetto di un mese sono diventati dirigenti (cioè manager). Sono quelli che dovranno managerialmente gestire le scuole e scegliere gli insegnanti! E questa vergogna che toglie democrazia nella scuola (il dirigente si sceglie i collaboratori nella scuola che cessano di essere elettivi) è anche figlia del centrosinistra. Insomma manca una cultura della scuola nel nostro Paese. Fino ad un poco di tempo fa vi era qualcuno che rinunciava alla carica di ministro perché lo avevano designato alla pubblica istruzione (ministero di serie B). E questo lo si vede in tutte le manifestazioni dei nostri governi. Grandi proclami ma la ricerca non è finanziata. Moratti dice che occorrre modernizzare ma che poi il liceo classico...Insomma è necessaria una vera e propria emergenza istruzione con uscita ricerca ed avanzate tecnologie. Non possiamo permetterci il lusso di distrarci in salotti dove si discute di scuole pubbliche o confessionali.

Roberto Renzetti

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Professore, grazie. Cosa aggiungere?

Autore: Giuseppe R. Festa (212.17.209.---)

Data: 31-08-01 09:31

Caro Prof. Renzetti, con la consueta lucidità e chiarezza (ciò che rende i suoi scritti anche piacevoli alla lettura), ha esaminato il problema lasciando ben poco da aggiungere; a maggior ragione in quanto lei parla del problema come persona che lo vive sulla propria pelle ma con la capacità di uscire dal "particulare" per collocarlo in una visione più ampia (politica).

Alle tante osservazioni sulle lacune del sistema così come oggi è congegnato vorrei aggiungerne una modestissima, che attiene però alla sfera della cultura, secondo la definizione che ne ho dato nei miei precedenti post (mi piace sperare che abbia avuto modo di dar loro un'occhiata; se lo ha fatto, sono sicuro che condivide il mio approccio). Parlo della cultura che non è sinonimo, ma se mai conseguenza dell'istruzione. E in questo contesto stride dolente la nota stonata dell'assoluta ignoranza del nostro sistema scolastico nell'ambito delle arti liberali, in specie la musica. I nostri politici sembrano considerare queste arti come una sorta di perdita di tempo. Strano, in un Paese che proprio a loro (alle arti, non ai politici!) deve la propria grandezza. Strano, in un Paese che da solo contiene la maggior parte del patrimonio culturale prodotto: sicuramente dalla cultura occidentale, probabilmente dall'intera umanità. Strano, e triste. I nostri ragazzi non sanno niente di musica; studiano qualche rabberciata nozione di Storia dell'arte soltanto nei licei, e soltanto en passant; non hanno idea di cosa sia l'amore per la propria lingua e la propria letteratura... So che lei è ingegnere, e docente di una materia scientifica. Ma sono sicuro che condivide con me l'idea che la maturazione culturale di un individuo non possa prescindere dall'ingresso nel mondo delle arti liberali e dall'avvicinarsi al "bello". Fermo restando che sta poi ad ognuno, in base ai propri gusti ed alla propria sensibilità, decidere se proseguire o meno su quella strada. Ma se di quella strada non gli viene nemmeno accennata l'esistenza, come farà a pensare di percorrerla, tanto più in un mondo che vive di messaggi contraddittori e confusi? Chi altri, se non la scuola, dovrebbe fornire quel minimo di bagaglio di informazioni e conoscenze che permetta di orientarsi in questa bailamme? Salvo che non vogliamo imitare il modello americano: soldi, competenza tecnica... e basta.

La ringrazio del suo parere sull'argomento, così come ringrazio chi altri volesse esprimere un'opinione al riguardo.

Cordialmente

Giuseppe R. Festa

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Sig. Festa, concordo in pieno.

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 31-08-01 12:26

Gentile sig. Festa, leggo tutti i suoi messaggi che condivido sempre. In più invidio la sua calma e tranquillità di fronte a varie provocazioni. Felice di rivolgermi direttamente a lei e ancora di più del fatto che lei chieda un mio parere. Una sola precisazione: sono un fisico. Una preghiera: lasci quel professore che crea solo distanze. Sono assolutamente d'accordo con lei quando dice che istruzione e cultura sono due cose totalmente differenti. L'istruzione in senso lato può essere una base culturale. Spiego: se uno legge ed impara a memoria tutta la Treccani sarà istruito ma non potrà mai essere colto. La cultura, e lei lo ha spiegato molto bene, è il partire da delle conoscenze per elaborare autonomamente. Per questo la scuola ha un ruolo fondamentale. Per questo la scuola non può essere fatta solo con i computer e con i libri. Occorre si tenti (non sempre ci si riesce) di mettere in moto nei ragazzi il meccanismo del collegare idee e di costruirne di nuove o di trane conseguenze non immediatamente leggibili. I giovani nascono e vanno avanti fino (più o meno ai 18 anni) con una fase detta del pensiero concreto: riescono a relazionare cose con cose, grande, piccolo, rosso, mostruoso,....Ad una età che varia da individuo ad individuo (ve ne sono alcuni che non ci riescono mai) si passa alla fase del pensiero astratto: si lega concetto a concetto. Non si richiede più l'intermediazione meccanicistica di cose, oggetti, ma è una idea che ne insegue un'altra. Espressione somma di questo sono la filosofia e la matematica (quest'ultima, nel suo versante geometrico, è violentata da coloro che fanno dei disegni di cerchi, triangoli, sfere,...: tutto ciò è per definizione - Lagrange - indisegnabile e quindi il passaggio al disegno è un volgare cedere al pensiero concreto). Non a caso queste sono le "discipline" più difficili soprattuttto perché si affrontano in epoca in cui quella fase del pensiero astratto non è ancora raggiunta. Tutto questo per dire che non è tanto importante cosa si insegna, quanto il mettere in moto meccanismi che permettano ai giovani di essere autonomi nella costruzione della loro conoscenza. Naturalmente occorre informarli dell'esistenza di alcune cose: occorre sappiano cosa è la musica, cosa la danza, cosa il disegno, cosa il teatro,... Ebbene, uno dei pregi della riforma dei cicli era proprio la fase orientativa dei ragazzi. Un biennio in cui i ragazzi potevano muoversi su un vasto spettro di discipline per tentare di capire cosa loro interessasse di più. A questo biennio sarebbe seguito il triennio di indirizzo che scaturiva dalle scelte che nascevano dalle varie cose conosciute. Dirò di più: il primo ciclo prevedeva l'inglese e la musica da subito (ambedue le cose fatte in modo "pratico"). E questo perché vi sono delle cose che o si iniziano a fare da bambini o non si faranno più (o se si fanno si fanno male). Pensi al suonare il pianoforte: al dover educare le dita a stare in posizione di martelletto. Pensi alle lingue. Uno la impara a 30 anni ma resta sempre una persona riconosciuta come straniera. Io ho imparato lo spagnolo che avevo 35 anni ed i miei figli in età prescolare. Io parlo lo spagnolo abbastanza bene ma gli spagnoli mi dicono che sembro un argentino (è già un complimento), ma i miei figli sono perfettamente irriconoscibili come stranieri. Ma le sue considerazioni sollevano un problema più generale che occorre però evitare di tramutare in mercatino tra vari insegnanti. Ogni giorno sento in TV che occorrerrebbe l'educazione alimentare a scuola, altrettanto per l'educazione stradale, stessa cosa per l'educazione sessuale, e che dire dell'educazione ambientale?....Insomma i saperi crescono e le cose che si dovrebbero apprendere non entrano tutte nel contenitore scuola. Per questo, individuati filoni portanti (tra cui quello che lei indica è certamente fondamentale), occorre togliersi dalla testa l'idea del fare TUTTO e ciascuno deve rinunciare a pezzi di sue conoscenze. Il rischio è che la scuola, invece di operare al fine che uno studente IMPARI AD IMPARARE, divenga un luogo che lo imbottisce di nozioni. Uscirà istruito ma si sarà persa la possibilità di quella fase del pensiero astratto che lo può rendere COLTO. La saluto con grande stima e con l'augurio di rileggerla

Roberto Renzetti

P.S. Una piccola rivendicazione ce l'ho anche io: nella nostra scuola si fa la storia di tutto. Ha notato che non vi è cenno ad una storia della scienza che sarebbe l'unico strumento che potrebbe saldare "le due culture" ?

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Per Renzetti

Autore: Pier Antonio (195.223.13.---)

Data: 31-08-01 11:34

Ho letto con piacere molte (non tutte) delle sue mail nei vari forum degli ultimi mesi e debbo dire che normalmente condivido il suo pensiero. Le volevo però fare una domanda relativamente al Liceo classico. Lei nella sua mail (Scuola 2) dice che la Moratti vuole modernizzare la scuola, ma poi rileva che vuole dare un ruolo maggiore al liceo classico .... Ora da cittadino, genitore e profano del mondo della scuola le chiedo secondo lei quali sono gli aspetti positivi e negativi del classico e come secondo lei dovrebbe essere o non essere. Personalmente le dico, a mio parere deve esistere un qualche tipo di scuola che sia orientata prettamente alla parte umanistica e non solo a computer, inglese, economia ..... Quello che non comprendo del classico è questo suo basarsi sul latino e greco che ormai mi paiono più materie di distinzione dagli altri tipi di scuole che altro, mentre credo e ritengo che potrebbe una scuola umanistica approfondire la letteratura, la filosofia, la storia dell'arte, la storia della musica .... magari e sottolineo magari collegandoli fra di loro ovvero nella mia somma ignoranza credo che la storia sia anche storia dell'arte e della musica e filosofia .... perchè in un certo periodo della storia i dipinti e la musica erano di un certo tipo rispetto ad un altro periodo e così via. La saluto e mi scuso per averla disturbata per questa domanda che le ho posto più che altro a livello personale che di interesse nel forum.

Pier Antonio

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A Pier Antonio

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 31-08-01 15:21

Lei mi chiede cose che sono il nocciolo del problema. Se l'ignoranza è quella che si assume, viva l'ignoranza. Il classico (ed in tal senso lo scientifico non è molto dissimile: nel primo il 13% delle ore è di discipline scientifiche; nel secondo il 17%) è la scuola prestigiosa e rinomata perché era nello spirito del grande Gentile che pensò e costruì una tale scuola. Dietro vi era tutta una filosofia idealistica che vede nelle discipline classiche l'unico modo per formarsi e per raggiungere l' "io e l'assoluto". Non vi è dubbio che tali discipline abbiano potenzialità enormi ma io rigetto la seconda parte della filosofia idealistica secondo cui: le discipline scientifiche sono mere tecniche che non permettono all'uomo di elevarsi più di tanto. La scuola di Gentile (che, date le premesse, era ben pensata) era conseguente. Le materie umanistiche avevano spazio. Le materie scientifiche dovevano solo insegnare tecniche. La cosa la si vive in ogni consiglio di classe. Quando il preside chiede come va la classe lo chiede al professore di italiano e latino. È lui che può capire davvero. Gli altri insegnanti fanno da cornice. Il liceo classico è stata una grande scuola ancora quando io vi studiavo (40 anni fa). Ha prodotto eccellenti risultati ma, come dice lei, abbisogna di un aggiustamento che era previsto nell'indirizzo umanistico della riforma dei cicli di Berlinguer-De Mauro. Non vi può essere questa separazione sempre più netta trta le sollecitazioni esterne e l'essere legati ad un mondo splendido ma finito. È bellissimo studiare l'Odissea in greco, scoprire l'esistenza dei vari papiri che portano le diverse versioni di uno stesso verso. Ma forse conviene concentrarsi in Euripide e farlo recitare, in brani musicali e farli suonare, in uno studio di classici inglesi fatto in lingua, possinbilmente con insegnanti di lingua madre. Insomma condivido, sig. Pier Antonio. La parte più tecnica del cambiamento non può essere però impostata da me. Vi era una commissione di un centinaio dei migliori studiosi italiani che stava lavorando in questo senso. Tra l'altro, proprio questa era diretta da un grande studioso, rappresentante del Polo, il filosofo popperiano Dario Antiseri (che, tra parentesi, ha scoperto Popper molto prima del Pera ed ha pubblicato un ottimo testo per i tipi dell'Armando editore, tanti anni fa).

Insomma vi era una convergenza della parte colta del Polo sulla riforma (con tutti i dubbi che potevano nascere a destra ed a sinistra per ciò che non era definito e che si sarebbe definito in corso d'opera). Niente. Moratti ha fermato tutto il lavoro di 5 anni di circa 500 persone (di ogni provenienza politica).

Prima che si rimetta su una cosa del genere, con la nota disponibilità culturale della destra, passeranno molti anni. La moratti si terrà il suo classico in completa decadenza e manderà i suoi prediletti nelle scuole confessionali private.

Roberto Renzetti.

P.S. 1 Tenga conto che il mio riferimento al classico ed alla Moratti era per dire che questi destri sono molto conseguenti: continuano a fare dichiarazioni che si negano le une con le altre. La Moratti dice che lei ci tiene al classico e che non occorre inseguire le mode. Nel contempo afferma che occorre rendere moderna la scuola ed in grado di essere al passo con i tempi. È ben strano il personaggio e farebbe ridere se non ci avvicinasse al tragico.

P.S. 2 Lei non disturba affatto. Anzi la prego di scrivere ogni volta che crede.

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Roberto Renzetti e Giuseppe Festa

Autore: Santiago (---.iperbole.bologna.it)

Data: 31-08-01 14:26

Approffitto della vostra disponibilità,per accomunarvi nella mia replica ed insistere sul concetto di sussidiarietà e , se possibilie, chiarire il discorso che mi sembra aver preso la piega sbagliata. Se infatti si è cominciato a parlare di scuole private in perfetta equivalenza con le scuole confessionali, questo è semplicemente dovuto alla quasi totale corrispondenza attuale fra i due fenomeni. Quindi i dubbi di Giuseppe Festa sull'istruzione privata/confessionale e ideologicamente formativa verrebbero a decadere di fronte allo sviluppo di realtà private ma di ispirazione puramente laica , o sbaglio? L'analisi che Roberto Renzetti ha fatto dei mali della scuola è , a mio avviso estremamente lucida e condivisibile, tanto che CBT gli ha chiesto se davvero si senta di sinistra, penso di potere dire che il problema nasce al momento di risolverli i problemi , una volta che si siano individuati, è qui che vengono fuori le differenze , Renzetti mi correggerà se sbaglio. Pluralizzare l'offerta e sviluppare il fenomeno della concorrenza a mio avviso stimolerà tutti gli operatori scolastici ad impegnarsi al massimo , con benefici effetti sia sugli utenti che sugli insegnanti stessi. Viceversa nutro scarse speranze sulla possibilità di risanare una situazione come quella da lui descritta , senza assumere provvedimenti dolorosi ,controcorrente rispetto al buonismo nei confronti di docenti e discenti.

Ancora ad entrambi voglio chiedere , per puro spirito dialettico , se non ritenete che anche ambienti della cultura e della vita sociale come il Teatro , il Cinema o gli stessi Centri Sociali, che regolarmente ricevono aiuti e sovvenzioni statali , possano rientrare nella categoria dei servizi che hanno lo scopo di formare e indirizzare ideologicamente le persone e , segnatamente , i giovani?

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Sig. Santiago 1

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 31-08-01 17:33

Condivido il fatto che una varietà di offerta migliora il prodotto. Ma in una società utopica nella quale anche il mio comunismo funzionava. In una società liberista come questa ho molta paura che il tutto vada nel senso del profitto, della sottrazione di risorse alla scuola pubblica, della creazione di scuole di elite per i soliti noti. Un esempio clamoroso in tal senso è rappresentato dagli USA, dove esiste il ghetto della scuola pubblica e molte scuole private, alcune di ottima qualità e più la qualità cresce, più costano e più ne restano esclusi i meno abbienti. Molti studiosi di storia della tecnica, dell'industria e della scienza fanno risalire la decadenza del primato britannico in questi campi a favore della Germania sul finire dell'800 proprio al sistema scolastico. In GB il sitema dei college, con selezione basata sul censo, in Germania scuole politecniche alla Francese, aperte a tutti, fortemente selettive e sostenute da un grande impianto di borse di studio. Si riveda la decadenza della GB ed il possenrte emergere della Germania in tutti i campi fino al 1933. Ma io vorrei portare la testimonianza di una nota fisica teorica italiana (Chiara Nappi) che lavora a Princeton. Ha deciso di mandare i suoi figli nella scuola pubblica (proviene dall'Italia dove questa è anche scelta ideologica). È entrata nel consiglio direttivo della scuola dei suoi figli e vi riporto ciò che lei ha descritto in un articolo su SAPERE dell'ottobre/novembre 1999. Leggete questo articolo, vi assicuro che è illuminante. AUTONOMIA LOCALE E SCUOLE PUBBLICHE Chiara Nappi ( fisica teorica all'Institute for Advanced Study in Princeton - New Jersey) Nel crescente dibattito pubblico sulla scuola che sta avendo luogo in Italia il modello educativo americano, in maniera implicita o esplicita, gioca un ruolo importante. Ai fini di un dibattito intelligente è quindi imperativo averne un'idea il più possibile precisa e aggiornata e comprenderne sia le radici storiche sia le attuali tendenze di rinnovamento. Le caratteristiche principali del sistema europeo sono centralizzazione, omogeneità di contenuti a livello nazionale, e un sistema nazionale di esami per gli studenti e di selezione del corpo docente. Al contrario, l'aspetto fondamentale del sistema scolastico americano è che l'educazione pubblica non è centralizzata, ma gestita e sovvenzionata a livello delle singole municipalità. Non ci sono programmi ministeriali, o contratti nazionali per gli insegnanti, o esami nazionali per gli studenti. I programmi scolastici sono decisi a livello locale, e gli insegnanti sono assunti direttamente dai presidi. Le scuole sono governate da un Consiglio Direttivo, eletto dai votanti registrati residenti nel dato distretto scolastico. Nella maggior parte degli Stati Uniti i fondi per l'educazione, incluse le spese edilizie e gli stipendi degli insegnanti, non sono forniti dallo Stato o dalla Regione, ma sono raccolti tramite le tasse di proprietà a livello municipale. È questa indipendenza economica che è la base dell'autonomia locale negli USA. L'autonomia locale gli Americani di oggi non l'hanno scelta, bensì l'hanno ereditata dalle modalità di insediamento dei coloni sul territorio americano. A mano a mano che si stabilivano, i coloni fondavano le loro scuole, spesso di una denominazione religiosa ben definita. Nel 1800 tutte le scuole erano gestite dai cittadini stessi, che si organizzavano in comitati responsabili per decidere il curriculum, scegliere i libri, assumere gli insegnanti, costruire e mantenere in buone condizioni gli edifici scolastici. Col tempo, con l'evolversi delle comunità rurali in centri cittadini, amministratori professionisti furono assunti per occuparsi dell'amministrazione giornaliera delle scuole, mentre i comitati cittadini, trasformatisi in Consigli Direttivi, assunsero compiti direttivi e decisionali: approvare le assunzioni, il programma scolastico, il bilancio. Ma la struttura di base del sistema scolastico americano, basata sul finanziamento e sull'autonomia locale, in molti Stati non ha subito cambiamenti sostanziali. Oggi negli USA, 95000 cittadini sono eletti a governare 15000 Consigli Direttivi. Quando mi trasferii negli Stati Uniti nel 1976 per lavorare in fisica all'Università di Harvard, non mi sarei mai aspettata di prestare servizio nel Consiglio Direttivo in un sistema scolastico che, come molti osservatori stranieri, trovavo strano e irrazionale. All'inizio, mi interessai alla questione della sparuta rappresentanza di donne nel mondo scientifico americano, a quei tempi molto inferiore alla rappresentanza in Italia o in altri paesi industrializzati. La mia conclusione fu che la bassa percentuale era direttamente collegabile alla mancanza di programmi scolastici sistematici e rigorosi, in particolare nell'area della matematica e della scienza. [segue]

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Sig. Santiago 2 e 3

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 31-08-01 17:55

Pertanto mi lasciai coinvolgere nel movimento di riforma finalizzato all'introduzione di programmi scolastici a livello statale e nazionale. All'inizio degli anni '90, varie organizzazioni professionali (scienziati, ingegneri, matematici, ecc...) incominciarono a proporre traguardi educativi nella loro area di specializzazione. Il vero problema però era come convincere i distretti scolastici ad adottare questi programmi. Quando i miei figli incominciarono a frequentare le scuole pubbliche a Princeton, questi problemi mi toccarono più da vicino, e decisi di concentrarmi a migliorare i programmi, anch'essi piuttosto insoddisfacenti, nelle scuole locali. Nel 1999 finii quindi col presentarmi come candidata al Consiglio Direttivo e ebbi così l'opportunità di fare esperienza personale di questo sistema che gli Americani considerano una roccaforte di democrazia. Gli Americani hanno tradizionalmente difeso questo sistema sulla base dell'assunto che, se i cittadini pagano di tasca propria le spese scolastiche e eleggono i propri rappresentanti ai Consigli Direttivi, essi hanno più voce in capitolo di quanta ne avrebbero se le scuole fossero gestite dallo Stato e dal Governo federale. Essi sono convinti che questo sistema assicura ai genitori il controllo sull'educazione dei figli e la possibilità di adattare le scuole alle esigenze degli studenti. In realtà, è dubbio che oggigiorno questa assunto abbia riscontro dei fatti. La verità invece è che l'unico beneficiario dell'autonomia locale è il sindacato insegnanti, che ne approfitta per esercitare un controllo pressocché totale sull'educazione. Per di più l'autonomia locale, che in teoria dovrebbe essere particolarmente idonea a permettere innovazioni nel sistema, sembra essersi trasformata nella struttura ideale per il mantenimento dello status quo. L'autonomia locale è una delle ragioni principali per cui la scuola americana non funziona, e invece viene meno a quello che dovrebbe essere il primo compito di ogni sistema scolastico: fornire agli studenti le competenze necessarie per l'inserimento nel mondo del lavoro e nello stesso tempo offrire opportunità di mobilità sociale e economica senza confini di razza e di mezzi economici. Negli ultimi decenni gli Americani hanno cominciato a rendersi conto di questi problemi e, per superarli, sembra stiano muovendosi nella direzione di un maggior controllo statale sull'educazione. Allo stesso tempo, sembra che l'epicentro stesso dell'autonomia si stia trasferendo dal tradizionale distretto scolastico alle scuole individuali, autonome nell'ambito dei parametri imposti dallo stato.

Le implicazioni politiche dell'autonomia locale

Uno dei problemi fondamentali del sistema educativo americano è la politicizzazione dell'educazione. Una persona che sia interessata a migliorare l'educazione pubblica deve essere disposta a trasformarsi in un politico e affrontare una campagna elettorale, un tipo di processo che non seleziona necessariamente le persone più idonee, come dimostrano gli scandali e le polemiche che spesso circondano i Consigli Direttivi. Per quanto i Consigli Direttivi siano decantati come esempi di democrazia diretta, in realtà solo una percentuale minima di votanti (17%) si prende il fastidio di recarsi alle urne durante le elezioni scolastiche. Prima di tutto, anche durante le elezioni politiche la percentuale di cittadini che votano negli USA (50%) è bassa se paragonata all'Italia. Durante le elezioni scolastiche la percentuale dei votanti è ancora più bassa perché la gente che non ha i figli nelle scuole pubbliche non è abbastanza informata o interessata da prendersi il fastidio di andare a votare. Pertanto non è difficile per un gruppo di cittadini con una specifica agenda politica e educativa eleggere i propri candidati al Consiglio Direttivo, con la conseguenza che spesso i Consigli Direttivi si trasformano in un'arena di scontri personali e politici nella difesa di interessi e ideologie contrastanti. Un problema non meno grave è che le responsabilità che ricadono sul Consiglio Direttivo sono numerose e pesanti: bilancio, costruzione e manutenzione degli edifici, assunzioni, supervisione, ecc., cioè tutti i compiti che in altri sistemi educativi sono divisi tra vari livelli di governo, dallo Stato alla Regione e al Comune. Prestare servizio nel Consiglio Direttivo è un compito difficile per persone che devono anche mantenere un'attività lavorativa. Non è sorprendente pertanto che non molti candidati si presentino alle elezioni scolastiche e che molti mèmbri dei Consigli Direttivi si dimettano prima della fine dell'incarico perché trovano il compito troppo impegnativo o troppo spiacevole.

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Sig. Santiago 4

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 31-08-01 17:38

Uno degli aspetti più spiacevoli è l'interazione con il pubblico. Ci sono molte decisioni che il Consiglio Direttivo deve prendere che creano atteggiamenti di dissenso e di critica da parte di genitori e cittadini. Il bilancio scolastico, direttamente legato alle tasse, è sempre al centro di grosse polemiche. Cittadini inferociti che protestano sono uno spettacolo comune quando i Consigli Direttivi sono costretti a spostare studenti da una scuola all'altra. Le riunioni del Consiglio Direttivo sembrano esser l'arena ideale per scontri ideologici di tutti i tipi. Sulla carta, i Consigli Direttivi hanno potere decisionale su tutto quello che succede nel distretto scolastico, ma in realtà l'unica autorità che i Consigli Direttivi hanno è quella di provvedere al finanziamento e al mantenimento delle scuole. Essi hanno poco controllo sulle cose veramente importanti, per esempio su come migliorare i programmi scolastici e l'insegnamento. In quest'area, la loro capacità di intervento è spesso limitata da leggi precise a livello statale, promulgate con la buona intenzione di proteggere il sistema scolastico dagli eccessi ideologici o dai capricci dei Consigli Direttivi e assicurarne la funzionalità e la continuità. Alle leggi statali si aggiungono le limitazioni contenute nel contratto lavorativo degli insegnanti del distretto scolastico specifico. Nel campo educativo vero e proprio, i Consigli Direttivi si devono accontentare di approvare quello che raccomandano gli amministratori, i quali a loro volta finiscono col raccomandare quello che vogliono gli insegnanti. E gli insegnanti americani, come ammette lo stesso presidente del Sindacato Nazionale Insegnanti (National Education Association), hanno spesso la tendenza a "proteggere i loro interessi personali piuttosto che promuovere gli interessi delle scuole". Basta leggere i giornali per rendersi conto che l'autonomia locale è una continua lotta di potere tra queste due diverse componenti del sistema educativo, i Consigli Direttivi e i sindacati degli insegnanti. I sindacati degli insegnanti sono tra le organizzazioni più potenti negli Stati Uniti. Gli insegnanti sono organizzati in sindacati nazionali, statali e locali. I sindacati statali e nazionali intervengono a livello di Stato e Governo federale, assicurandosi che le leggi promulgate nel campo educativo siano di loro gradimento. Durante le elezioni, contribuiscono con grosse somme alle campagne elettorali dei candidati che favoriscono. Nell'ultima Convenzione del Partito Democratico nel 1996, 1'11% dei partecipanti era costituito da rappresentanti dei sindacati insegnanti. Ma il cardine dell'organizzazione sono i sindacati locali, ben noti per il loro livello di militanza, il cui compito è quello di difendere gli interessi degli insegnanti nei distretti scolastici. È quindi praticamente impossibile introdurre qualunque cambimento in un distretto scolastico, a meno che esso sia di gradimento del corpo insegnante. Mentre i membri del Consiglio Direttivo cambiano ogni anno, i sindacati rimangono. Mentre i Consigli Direttivi sono spesso consumati da lotte intestine e ridotti all'inefficienza, i sindacati insegnanti sono estremamente efficienti e persistenti nel conseguimento dei loro interessi. I membri del Consiglio Direttivo sono spesso genitori che hanno i figli nelle scuole. Essi si sono candidati perché insoddisfatti del sistema scolastico, ma scoprono subito che è molto difficile farne una critica seria e proporre cambiamenti significativi senza entrare in aperto conflitto con il corpo insegnante. Anche nell'ambito delle contrattazioni sindacali, l'autonomia locale è una struttura molto vantaggiosa per i sindacati, dato che la contrattazione avviene a livello locale piuttosto che a livello regionale o nazionale. I membri del Consiglio Direttivo sono quelli che devono negoziare il contratto lavorativo e gli stipendi degli insegnanti e degli amministratori nel loro distretto scolastico. Al tavolo delle negoziazioni, si trovano faccia a faccia con gli stessi insegnanti da cui dipende il futuro scolastico dei figli. Basta menzionare che l'ammissione alle università, quasi tutte a numero chiuso, è decisa in buona parte sulla base dei voti e delle lettere di raccomandazione scritte dagli insegnanti del liceo di provenienza. Se gli insegnanti non gradiscono il Consiglio Direttivo, hanno certamente il potere di rovesciarlo. Infatti essi controllano una fetta significativa dell'elettorato durante le elezioni scolastiche, sia perché gli insegnanti votano e sia perché hanno un notevole potere nell'influenzare il voto dei genitori. Per di più, se gli insegnanti non gradiscono un amministratore o il suo programma di rinnovamento, è difficile che egli possa continuare a lavorare nel distretto. Non a caso la durata di servizio degli amministratori negli USA non supera in media i tre anni. Una strategia tipica per liberarsi di superiori non graditi è di creare nel distretto una situazione di costante conflitto. Se questo non basta a convincere il Consiglio Direttivo, i sindacati si danno da fare per eleggere al Consiglio Direttivo candidati che siano disposti a licenziare la persona non gradita. Questo è esattamente ciò che successe a Princeton, quando nel 1994 il Consiglio Direttivo assunse un sovrintendente deciso ad introdurre programmi più rigorosi e ad esercitare maggior controllo sulla loro attuazione. Nel giro di quattro anni, il Consiglio Direttivo fu rovesciato e il sovrintendente licenziato.

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Sig. Santiago 5

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 31-08-01 17:39

Le conseguenze dell'autonomia locale sulla didattica

Un'altra conseguenza dell'autonomia locale è la mancanza di programmi scolastici a livello nazionale o statale. Mentre in Italia o in Francia tutti gli studenti seguono gli stessi programmi ministeriali, e praticamente studiano la stessa cosa nello stesso periodo dell'anno, negli USA ogni piccolo distretto ha la sua agenda educativa e i suoi programmi scolastici, senza nessuna relazione con gli altri distretti. Ancora oggi negli USA questo sistema può dare adito a incredibili episodi di provincialismo e miopia. Per esempio, nel 1995 in una cittadina industriale del New Hampshire, a pochi chilometri da Boston, i fondamentalisti cristiani insistettero che si insegnasse nella scuola la teoria della creazione a pari merito con quella dell'evoluzione. Nel 1987 la Corte Suprema degli Stati Uniti era intervenuta a cancellare una legge simile in Luisiana che impediva l'insegna mento della teoria dell'evoluzione a meno che non si insegnasse anche la teoria della creazione, ma lo stato del New Hampshire nel 1995 rifiutò di intervenire. Senatori e deputati del New Hampshire proclamarono: «Se il Consiglio Direttivo locale decide di insegnare la teoria della creazione, sono fatti suoi e dell'elettorato locale. Ci sono cose peggiori che si insegnano nelle scuole, e ciò nonostante noi siamo sostenitori del controllo locale sull'educazione». Chi ha l'autorità di approvare i programmi scolastici è il Consiglio Direttivo. Ma, eccezion fatta per soggetti scolastici connessi con le credenze religiose, tipo l'insegnamento dell'e- voluzione o dell'educazione sessuale, di solito i Consigli Direttivi non hanno praticamente nessun ruolo nel disegnarli. Come già detto, chi ha veramente il potere in un sistema del genere è il corpo insegnante. Loro sono i professionisti che si dichiarano i soli investiti dell'autorità di decidere i programmi. Sfortunatamente, l'eccessiva autonomia didattica degli inse- gnanti e la mancanza di precise direttive sui contenuti didattici da parte di una qualunque autorità centrale si traducono a livello locale in programmi spesso poveri, insoddisfacenti, e senza articolazione interna. Anche quando i genitori tentano di intervenire e richiedono programmi più ambiziosi e sistematici, in generale finiscono col soccombere alla voce unificata del corpo docente, che non è molto interessato a cambiare le cose. Visto che non c'è accordo su cosa gli studenti devono imparare nelle scuole, non c'è nemmeno accordo su che cosa gli insegnanti devono sapere. Non è mai esistito negli USA un controllo serio a livello nazionale o statale sulla qualità del processo di formazione degli insegnanti, con la conseguenza che il livello di preparazione degli insegnanti americani lascia molto a desiderare. Dato che in Europa nella maggior parte dei casi le stesse università preparano sia gli studenti che eventualmente si dedicheranno all'insegnamento nelle scuole, sia quelli che eventualmente andranno nell'industria o nella ricerca, non c'è un divario troppo profondo nella preparazione professionale di questi gruppi. Negli USA, invece, le scuole per educatori (teachers' colleges) e le scuole per professionisti (le università vere e proprie) sono enti separati. In molti Stati in USA, gli studenti che aspirano a insegnare fisica nelle scuole non vanno all'università e studiano fisica. Invece vanno in un college per insegnanti dove imparano come insegnare la fisica, ma di fisica vera e propria spesso imparano poco o niente. Per esempio, qualche anno fa un sondaggio sugli insegnamenti nei licei americani mise in evidenza che un terzo degli insegnanti di scienze e metà degli insegnanti di storia non aveva mai seguito un corso universitario nella materia che insegnava. Ma non è solo la conoscenza delle materie di insegnamento che lascia a desiderare, come dimostra l'esempio sconcertante di un distretto scolastico nello Stato di New York che nel 1997 richiese ai candidati all'insegnamento nelle sue scuole di sottoporsi allo stesso semplice esame di cultura generale che gli studenti devono passare per diplomarsi (infinitamente più semplice dei nostri esami di licenza liceale). Eppure il 75% dei candidati all'insegnamento non superò l'esame. Per di più le proteste dei sindacati locali furono tali che l'esame fu abolito. Quello su cui le scuole di educazione insistono molto è la pedagogia - favorendo spesso le ultimissime mode sulle teorie dell'insegnamento e dell'apprendimento. Di conseguenza, le teorie educative più dubbie si insinuano senza difficoltà dentro le scuole e senza che i genitori ne abbiano la minima idea. Liberarsene diventa un'impresa insormontabile da parte dei genitori che al più ci riescono solo a danno già avvenuto. Ogni volta che si pubblicano i risultati di studi che provano che un certo approccio didattico non funziona, è già troppo tardi per un'intera generazione di studenti che ne sta già soffrendo le conseguenze. Per esempio, la teoria prevalente adesso è che gli insegnanti non devono impartire conoscenze agli studenti, ma devono funzionare come "facilitatori" nel processo di apprendimento. Gli studenti devono diventare "critical thinkers", pensatori critici, piuttosto che essere rimpinzati di fatti. Mentre c'è certamente qualcosa di giusto in questa teoria, essa è spesso spinta ai limiti estremi, al punto che i bambini non acquisiscono più le conoscenze di base essenziali per potere accedere al livello superiore del "critical thinking".

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Sig Santiago 6

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 31-08-01 17:40

I prerequisiti per l'abilitazione all'insegnamento variano da Stato a Stato. L'esame di abilitazione, non ancora richiesto in tutti gli Stati, è spesso banale e si limita ad accertare un minimo di cultura generale piuttosto che la competenza nel soggetto di insegnamento. Gli stessi educatori se ne lamentano, e lo chiamano il "test del termometro": se il candidato ha una temperatura corporea superiore ai 36 gradi, il che prova che è vivo, allora ha superato l'esame. Nel 1998 lo Stato del Massachusetts impose per la prima volta un esame un po' più serio per ottenere la certificazione statale all'insegnamento. Il 60% dei candidati che si sottoposero all'esame furono bocciati. Un'altra conseguenza della gestione a livello locale è che gli insegnanti fanno domanda di insegnamento direttamente presso le scuole e sono assunti direttamente dal preside, senza concorsi, e nemmeno chiari criteri di assunzione. Non esiste una graduatoria d'inserimento basata sui meriti e sui titoli. È possibilissimo che un insegnante sia preferito a un altro più qualificato solo perché è anche disposto a fare l'allenatore della squadra di calcio della scuola, o perché è riuscito più simpatico al preside durante l'intervista. Il processo di entrata di ruolo è un altro punto dolente. Nella maggior parte degli Stati, per entrare di ruolo in una scuola basta insegnare per tre anni di fila. Dopodiché si entra di ruolo automaticamente. Una volta che un insegnante è diventato di ruolo, è praticamente impossibile liberarsene, non importa quanto incapace egli sia. Non è che le deficienze preparatorie degli insegnanti americani non siano ben note. Di tanto in tanto si pubblicano i risultati di studi su questo tema e spesso scoppiano scandali che attraggono l'attenzione pubblica per qualche settimana. Ma, nonostante le frequenti critiche del livello di preparazione degli insegnanti, non si assiste mai a nessun intervento concreto per migliorarla. Il sistema è così frantumato a livello di responsabilità che non è chiaro chi ha il potere di intervento. Non c'è l'equivalente di un Ministero della Pubblica Istruzione che possa promulgare un decreto per migliorare i programmi di preparazione per gli insegnanti. Di loro spontanea iniziativa le scuole di educazione non sono interessate a farlo perché hanno paura di perdere studenti che preferirebbero prendersi il diploma di insegnamento con meno sforzo da qualche altra parte in un programma di preparazione meno esigente. Per fortuna, ci sono indicazioni che le cose volgono al cambiamento nel prossimo futuro. Nel gennaio '99, nel suo discorso annuale alle Camere, il Presidente Clinton ha risollevato il problema dell'inadeguata preparazione professionale degli insegnanti americani, e ha proposto che gli insegnanti siano sottoposti a un esame nazionale che accerti la loro preparazione professionale. Nel luglio '99 il Congresso americano ha approvato un bilancio di due miliardi di dollari da distribuire tra i 50 Stati per sovvenzionare programmi di preparazione, esami e corsi di aggiornamento professionale per insegnanti. Da parte loro alcuni Stati hanno incominciato a introdurre esami più seri per rilasciare la licenza di insegnamento e hanno proposto che la licenza debba essere rinnovata periodicamente.

Costi amministrativi e parità educativa

Nelle stesse elezioni pubbliche annuali in cui sono eletti i membri del Consiglio Direttivo, si vota anche sul bilancio scolastico. In media 1'80% del bilancio scolastico è a carico delle tasse municipali, di cui rappresenta almeno la metà. Non a caso la preparazione del bilancio scolastico, soggetto ad intenso scrutinio pubblico, è uno dei compiti più importanti del Consiglio Direttivo. Ogni anno i sostenitori delle scuole pubbliche lanciano un'intensa campagna politica perché il bilancio sia approvato alle urne e per evitare che quelli che non vogliono aumenti di tasse abbiano il sopravvento. Non è raro che il bilancio scolastico sia respinto. Quando questo succede, il Consiglio Direttivo, in consulta col Consiglio Comunale, deve suggerire possibili riduzioni, e la decisione finale è nelle mani dello Stato. Visto che ciascuno di questi distretti autonomi ha bisogno di una struttura amministrativa al completo, i costi amministrativi sono alti. Per esempio, se un distretto deve assumere ogni insegnante, amministratore, bidello, e in più deve negoziarne i contratti, occuparsi delle assicurazioni e delle pensioni, etc, bisogna pure che abbia un direttore del personale, completo di un nugolo di assistenti. Se deve occuparsi della costruzione e manutenzione degli edifici scolastici, della preparazione di bilanci dettagliati mensili e annuali, ecc., ovviamente c'è anche bisogno di un direttore fiscale, e così via. È ovvio che questo sistema di autonomia locale crea duplicazioni inutili e sperperi enormi. Per quanto la gente si lamenti continuamente delle grosse spese amministrative, è impossibile evitarle se i distretti devono essere autonomi. Per esempio, lo Stato del New Jersey, che ha circa 600 distretti scolastici, completamente indipendenti l'uno dall'altro, occupa il primo posto negli Stati Uniti in termini di spese scolastiche totali. Più piccoli sono i distretti, più alta è la proporzione del bilancio che va nei costi amministrativi. Per controllare i costi, l'amministrazione statale nel New Jersey ha suggerito che i vari distretti scolastici si coagulino, si regionalizzino, una proposta che finora non ha avuto molto successo.

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Sig Santiago 7

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 31-08-01 17:41

L'appello al consolidamento non è visto di buon occhio dai residenti delle municipalità più ricche, interessati a mantenere il controllo decisionale sulle spese scolastiche e ad assicurare ai loro figli la scuola migliore che si possono permettere. Infatti,una delle ragioni principali dietro la difesa dell'autonomia locale è che le comunità ricche non vogliono avere niente a che fare con le comunità povere dei dintorni. Fondersi con comunità meno abbienti significherebbe dover diluire l'introito su una popolazione più larga e più bisognosa, e rinunciare a costosi servizi per i propri studenti. Ovviamente, a queste considerazioni economiche si aggiungono spesso complicazioni etniche e razziali. Non è sorprendente che una conseguenza estremamente seria dell'autonomia locale sia la disparità economica, e quindi educativa, tra un distretto e l'altro. Ci sono sperequazioni enormi tra il costo scolastico per studente in un comune ricco e quelle in un comune povero. Nel 1990, i comuni poveri nel New Jersey, avevano un bilancio scolastico che era solo il 70% di quello dei comuni ricchi. Nello Stato della Pennsylvania, le scuole nella città di Filadelfia spendono in media per ogni studente tremila dollari in meno delle scuole dei sobborghi. Questo sistema è attualmente sotto accusa in vari Stati. Nel 1990 la magistratura suprema del New Jersey decretò che il sistema di finanziamento scolastico basato sulle tasse locali era ingiusto e contrario allo spirito della costituzione americana, e che era responsabilità dello Stato di intervenire a chiudere il divario finanziario tra distretti ricchi e poveri. Con l'aiuto dei fondi statali, nel 1996 le spese per l'educazione nei distretti poveri del New Jersey raggiunsero 1'84% delle spese nei distretti abbienti, che invece ricevono meno finanziamento da parte dello Stato. Nello Stato del Michigan, a partire dal 1993, c'è stato un profondo cambiamento nelle modalità di finanziamento delle scuole pubbliche, anch'esso motivato dalla necessità di obbedire all'ordine della Corte Suprema di equiparare le spese scolastiche tra i distretti poveri e quelli ricchi. Adesso lo Stato del Michigan è responsabile di più del 70% delle spese per l'educazione pubblica. Anche nello Stato di New York ci sono proposte di leggi per cambiare la formula di finanziamento scolastico e aumentare l'intervento finanziario dello Stato. Ma se l'impulso verso l'equiparazione economica e educativa continua e tutte le scuole pubbliche in un dato Stato riescono veramente a offrire la stessa qualità di programmi e di servizi, è chiaro che l'interesse nei confronti dell'autonomia locale perderà la sua motivazione di fondo.

Programmi nazionali e statali

Il fenomeno più interessante che si osserva oggi nell'educazione USA è l'interesse, a livello nazionale e statale, a migliorare il sistema e ad adattarlo alle esigenze tecniche e scientifiche della società moderna. I problemi di mercato, che agli inizi degli anni '90 l'industria americana ha dovuto affrontare, l'hanno risvegliata alla realtà della competizione intemazionale. Ci si è resi conto che una delle difficoltà principali dell'industria americana è il fatto che gli studenti escono dalle scuole impreparati a affrontare il mondo del lavoro. I giovani mancano della preparazione di base per funzionare in una organizzazione: le compagnie americane spendono 30 miliardi di dollari l'anno su corsi di istruzione per i loro dipendenti, per insegnare loro concetti di base che avrebbero dovuto acquisire nei banchi di scuola. Vari studi hanno dimostrato che gli studenti americani escono dalle scuole molto più impreparati degli studenti in Europa o Asia, in tutte le materie. Ma specialmente i risultati nelle materie scientifiche e matematiche hanno allarmato il mondo industriale e politico, che teme appunto per il futuro economico del paese. L'impressione generale è che è venuto il momento di riorganizzare l'educazione pubblica per essere al passo coi tempi moderni e con la competizione internazionale. Quindi, a livello nazionale e statale, c'è stato negli ultimi anni un fervore enorme di iniziative per migliorare l'educazione pubblica. Il traguardo educativo proposto sia da Bush che da Clinton è che «Per l'anno duemila gli studenti americani saranno i migliori del mondo in scienze e matematica». Sì è riconosciuto che uno dei problemi principali è la natura decentralizzata del sistema educativo. Mentre un sistema del genere poteva funzionare il secolo scorso in una società rurale e pre-industrializzata, è totalmente inadeguato nel mondo moderno. Non si può più lasciare la responsabilità dell'educazione nazionale completamente nelle mani dei distretti scolastici locali, ma è venuto il momento di imporre traguardi educativi a livello nazionale.

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Sig. Santiago 8

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 31-08-01 17:41

Pertanto le varie organizzazioni professionali hanno proposto standards nazionali nel loro campo: la lista delle conoscenze e delle competenze che gli studenti devono acquisire durante la loro carriera scolastica. Ma il problema di fondo è come introdurre questa riforma a livello locale. Come convincere i distretti ad adeguarsi ai nuovi standards ? L'impegno nazionale si è tradotto negli ultimi anni, anche in periodi di magri bilanci, nel finanziamento di una miriade di iniziative: offrendo corsi, pagando gli insegnanti che si prestano, e sperando che la persuasione funzioni e l'emulazione faccia la sua parte. In quest'impresa, sono i vari Stati che stanno assumendo un ruolo molto attivo. Quasi tutti gli Stati USA hanno promulgato i loro state standards, conformandosi più o meno alle direttive delle organizzazioni nazionali. Ma per paura di interferire con l'autonomia locale, neanche gli Stati però propongono veri e propri programmi scolastici, limitandosi piuttosto a suggerire liste di traguardi che si vorrebbe che gli studenti raggiungessero. Quindi si è ancora lontani dall'adozione di programmi scolastici uniformi all'interno di ciascuno Stato, per quanto si stiano facendo molti progressi in quella direzione. In generale, sembra che gli Stati siano disposti ad assumersi più responsabilità che nel passato nella gestione dell'educazione pubblica. Un'altra indicazione è che negli ultimi anni vari Stati negli USA sono intervenuti nelle scuole "fallimentari", cioè scuole che non riuscivano a funzionare nemmeno a livelli minimi, sciogliendone i Consigli Direttivi e assumendone la gestione diretta. Per esempio, le scuole pubbliche di New Jersey City sono state per anni sotto il controllo diretto dello Stato del New Jersey. Nella città di New York, ci sono proposte di abolire completamente il Consiglio Direttivo, che per anni è stato incapace di risolvere i problemi delle scuole pubbliche, e affidare la gestione delle scuole al sindaco e allo Stato, come è già successo a Chicago e Detroit.

Tentativi di riforma alternativi: scuole "charter"

Ma di pari passo con la tendenza appena descritta verso una struttura più centralizzata, si assiste a tentativi di riforma alternativi, fomentati dallo scontento dei genitori di fronte all'inefficienza del sistema scolastico e agli abusi dei sindacati insegnanti. Uno dei tentativi al centro delle polemiche più feroci è quello dei vouchers. I genitori che sono scontenti delle scuole pubbliche e non si possono permettere di mandarli a scuole private, vorrebbero che il distretto scolastico promulgasse buoni scuola (vouchers), che i genitori possano usare per mandare i figli alle scuole private di loro scelta. Vari programmi sperimentali di questo tipo sono stati introdotti di recente (per esempio in Milwaukee, nello Stato del Wisconsin), ma finora nessuno Stato ha votato una legge introducendo ufficialmente i vouchers. Negli Stati Uniti solo gli studenti che hanno la residenza nel distretto scolastico hanno diritto di frequentare le scuole pubbliche in quel distretto. Questa è una conseguenza necessaria del fatto che le scuole sono finanziate dalle tasse di proprietà.

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Sig. Santiago 9

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 31-08-01 17:42

Un dato Comune non vuole pagare di tasca propria le spese per l'istruzione degli studenti che vengono dal paese vicino. Ovviamente i distretti scolastici migliori sono inondati da studenti "pirata" che fanno una dichiarazione falsa di residenza per poter accedere alle scuole locali. Questi distretti sono costretti ad assumere investigatori speciali il cui solo compito è stabilire la residenza degli studenti sospetti. La legge prevede pene severe per quelli scoperti in fallo, inclusa l'espulsione, il rimborso spese, e persino il carcere. I vouchers permetterebbero di risolvere questo problema, consentendo agli studenti di accedere alla scuola pubblica di loro scelta. In effetti nessuno ha obiezioni all'uso dei vouchers per trasferirsi da una scuola pubblica all'altra. Ne ce l'ha il presidente Clinton, che ha esplicitamente appoggiato l'uso dei vouchers per le scuole pubbliche durante la sua ultima campagna elettorale. Negli USA il dibattito sui vouchers si colora di una tinta di egualitarismo. Alcuni dei distretti scolastici nei grossi centri urbani sono totalmente segregati, con una maggioranza enorme di gente di colore: la situazione più simile all'apartheid riscontrabile nel mondo democratico. Ovviamente, molto spesso le scuole dei ghetti urbani lasciano molto a desiderare dal punto di vista accademico (per non accennare a problemi di droga, sicurezza fisica, ecc.). Molti sostenitori dei vouchers affermano che è discriminatorio costringere questi studenti a una sentenza a vita in questo tipo di scuole e non permettergli di accedere ad altre scuole tramite l'uso dei vouchers. Se approvati almeno per le scuole publiche, è ovvio pertanto che anche i vouchers potrebbero contribuire a infrangere barriere tra i vari distretti. I sindacati insegnanti si sono opposti con successo all'idea dei buoni-scuola sulla base dell'argomento che, anche se approvati inizialmente solo per uso nelle scuole pubbliche, eventualmente finiranno per essere estesi alle scuole private e deviare fondi pubblici verso le scuole private. In risposta a queste critiche, più di recente è emerso il movimento delle scuole charter. Le scuole charter sono scuole pubbliche autonome che sono gestite dai genitori e dagli insegnanti ma non sono soggette né al controllo dei Consigli Direttivi né a quello dei sindacati. Ovviamente i sindacati e i Consigli Direttivi non sono soddisfatti neanche di questa soluzione e infatti al momento si sono alleati per combatterla. Nonostante l'opposizione, negli ultimi anni molti Stati hanno passato leggi permettendo l'istituzione di scuole charter ("charter" significa regolamento speciale). In un certo senso, la promulgazione di queste leggi rappresenta il riconoscimento ufficiale che l'educazione pubblica americana non funziona e che è impossibile cambiarla dall'interno; è il riconoscimento che il tipo di gestione scolastica attuale delle scuole americane ha problemi endemici profondi e che è importante proporre nuovi modelli di come le scuole potrebbero funzionare. Fondare e gestire una scuola charter non è un'impresa da poco, vista l'opposizione che queste scuole incontrano, sia da parte dei sindacati degli insegnanti che da parte dei Consigli direttivi, nel loro tentativo di inficiare la struttura di potere esistente. I genitori che si imbarcano in una tale impresa sono molto spesso quelli che per anni hanno tentato con tutti i mezzi a loro disposizione di cambiare il sistema dall'interno, ma alla fine hanno dovuto rinunciare, uscirne e ricominciare daccapo con una nuova scuola. A prima vista il movimento delle scuole charter può apparire come un tentativo di riforma che non si allontana dalla tradizione americana di autonomia locale e anzi la spinge a livelli ulteriori. Non a caso questo tipo di riforma è in genere sostenuta dalla destra politica e contrastata dalla sinistra. Ma le scuole charter rappresentano in effetti anche un nuovo tentativo dello Stato di assumere un ruolo più attivo nell'educazione pubblica. Infatti queste scuole, gestite dai genitori e dagli insegnanti senza la mediazione dei Consigli Direttivi e dei sindacati, sono sotto il controllo diretto dello Stato e devono seguire le leggi e i regolamenti promulgati dallo Stato. In effetti, le scuole charter propongono una riforma radicale nel modello di autonomia locale negli USA e rappresentano il superamento del tradizionale campanilismo educativo. Sono aperte a tutti, non solo ai residenti di un dato distretto scolastico. Sono autonome nel disegno e nell' attuazione delle proprie direttive educative, ma funzionano all'intemo delle leggi e dei regolamenti imposti dallo Stato. Se il rendimento degli studenti non è soddisfacente, lo Stato è libero di rifiutare il rinnovo del charter. In ultima analisi, il potere decisionale è nelle mani dell' autorità centrale. In questo senso, l'autonomia delle scuole charter è molto diversa da quella dei distretti scolastici, che storicamente hanno rifiutato ogni interferenza statale sulla base che l'educazione è sovvenzionata a livello locale.

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Sig. Santiago 10 (e fine)

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 31-08-01 17:45

Conclusioni

L'analisi del sistema educativo americano dimostra che l'indirizzo dell'autonomia è problematico proprio là dove è stato creato e sperimentato. Imitarlo oltre oceano rappresenterebbe una scelta artificiosa ed estranea alla tradizione scolastica e culturale europea. È particolarmente strano farlo quando gli Stati Uniti sono coinvolti in una critica profonda e in processo di superamento delle strutture antiquate che sono alla base delle loro carenze educative. Nonostante i tentativi attuali di introdurre negli USA una struttura più centralizzata possano sembrare timidi e parziali, è innegabile che il sistema educativo americano si sta evolvendo verso un modello di tipo più europeo in cui l'educazione dei cittadini è interpretata come una responsabilità nazionale piuttosto che come una prerogativa locale. In realtà questo processo è in primo luogo un processo di modernizzazione. È il riconoscimento ufficiale che è venuto il momento di riconciliare l'autonomia locale con i bisogni nazionali. La recente introduzione di traguardi educativi a livello nazionale e statale sarà presto seguita dall'introduzione di esami di stato alla fine delle elementari, medie e liceo, già in atto in vari Stati. Gli Stati hanno anche incominciato ad assumere una maggiore responsabilità nel controllo della Qualità dei programmi universitari per insegnanti. E vari studi sulla gestione attuale dell'educazione negli USA hanno suggerito che il sistema potrebbe trarre beneficio dal fatto che i contratti lavorativi, le assunzioni degli insegnanti e altri compiti di questo tipo fossero affidati allo Stato o alla Regione, piuttosto che ai Consigli Direttivi. Se il movimento delle scuole charter prende piede (al momento, ci sono solo 500 scuole charter negli USA), è possibile che il concetto stesso di autonomia si evolva dalla idea antiquata basata sui confini cittadini e le tasse di proprietà ad una versione più moderna compatibile con un sistema di gestione più centralizzata. Molto probabilmente il sistema educativo negli USA non diventerà mai esattamente un sistema di tipo europeo, ma sicuramente alla fine di questo processo assomiglierà molto di più a un sistema europeo che all'immagine di se stesso di qualche decennio fa. La speranza è che, piuttosto che imitare gli aspetti negativi l'uno dell'altro, i sistemi educativi americano ed europeo imitino gli aspetti positivi e convergano alla fine verso una struttura compatibile e adeguata alle esigenze di una economia globale.

• Quest'articolo è la versione estesa e aggiornata di un articolo apparso nel numero 1/99 di Università e Scuola."

Spero che tutto questo faccia riflettere tutti su cosa potrebbe voler dire degradare il bene prezioso della scuola pubblica.

Un caro saluto, sig. Santiago

Roberto Renzetti

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per Renzetti , sulle rette

Autore: Santiago (---.iperbole.bologna.it)

Data: 31-08-01 23:39

Leggevo il suo messaggio a Marvin , dove lei fa presente la presunta esosità della retta mensile fissata a 400.000 lire. Poi , leggendo l'articolo di Telesio Malaspina su L'Espresso , ho trovato che , a fronte di rette annuali "private" variabili appunto fra i 5 e gli 8 milioni , lo stato Italiano spende qualcosa come 11 milioni a studente. Le risulta ? Nel caso così fosse , non è questo un segnale della necessità di quella gestione manageriale efficiente e rigorosa di cui si parlava qualche intervento fa? Sembra in pratica che , quanto è possibile risparmiare omogeneizzando e globalizzando, contrariamente quindi all'esperienza USA, venga poi dissipato nella gestione di una struttura pachidermica e oberata di costi parassiti. Su questi costi, secondo me , la "cura" Moratti potrebbe avere notevoli effetti benefici.

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Sig. Santiago, i costi 1

Autore: Roberto Renzetti (151.39.95.---)

Data: 01-09-01 12:07

Il problema è come al solito l'approccio superficiale di un giornalista. O, quanto meno, un presupporre conoscenze nel lettore che, nella gran parte di casi, non ha. Provo a fare un poco di ordine. Che il costo delle rette nelle scuole private quello indicato non vi è dubbio. Così come è vero che il costo per studente dello Stato è di circa 11 milioni. Poi dirò. Ma intanto, mi spiega che omogeneità hanno tali dati? Solo sensazionalismo mi pare? E non vi è spiegazione alcuna. Perché non si parla di costo per alunno nella privata? Perché tale conto è impossibile ed anche pericoloso dal punto di vista della Guardia di Finanza. Come si fa il costo per alunno per uno studente delle scuole di Stato? Si prende il bilancio della pubblica istruzione, si divide per il numero degli alunni e viene fuori il costo per alunno. Ma lo Stato ha: un ministero, uffici studi, provveditorati, CEDE, BPD di Firenze, direzioni che si occupano dei riconoscimenti dei titoli per le scuole private, delle parificazioni, delle scuole italiane all'estero, dei concorsi, ha ispettori centrali e regionali, per materia e per didattica e per disciplina. Poi la scuola statale fa anche gli esami ai ragazzi provenienti dalle private. Insomma l'apparato dello Stato è tale che non può in nessun caso essere confrontato con la scuola privata. Ma anche se tale costo fosse solo commisurato ad alunni e professori e basta la cosa detta così non spiega nulla.

Ma vi è di più. Alcune cose qualificanti, altre che necessitano una revisione. Partiamo dalla revisione. I ragazzi, da un certo livello di età in poi (saranno gli psicologi dell'età evolutiva a dire bene), stanno troppo tempo a scuola. La nostra scuola, contrariamente ad altre scuole europee ha come parte indispensabile il lavoro a casa dopo che si sono fatte le ore di lezione. Queste arrivano ed a volte superano le 40 a settimana. Ciò non è tollerabile. I sistemi sono che se si vuole sperimentare l'insegnamento dell'inglese in un classico si fa una semplice oiperazione di somma: le ore che si facevano prima + quelle nuove di inglese. Con questo sistema il rischio è che i ragazzi poi davvero non hanno più iscite di formazione personale e quindi il rifiuto della scuola nasca pure da queste abbuffate intollerabili. Ma, e qui vengono i dolori, se si decide di non far superare le 30 ore settimanali a questi ragazzi si deve pensare ad un taglio dei docenti (la cosa anche qui si può fare in modo non traumatico: data l'età avanzata della media degli insegnanti, non si riassume più nessuno al momento in cui questo va in pensione - con tutti gli aggiustamenti del caso per cattedre che mancassero ed altre che fossero in eccedenza, ma questi tecnicismi lasciamoli). Allo stesso modo occorre riformulare le cattedre. Ve ne sono alcune di 14 ore. Ciò non è tollerabile. Tutte le cattedre devono essere portate a 18 ore. Qui nasce una difficoltà che non so se complessivamente ciò è un risparmio o un aggravio. Oggi chi fa cattedre con meno di 18 ore è obbligato a restare a scuola ed avere in orario le ore che gli mancano per arrivare a 18. Se manca qualche collega sarà questa persona che lo sostituirà. È questo un meccanismo che fa andare avanti abbastanza bene la scuola. Se tutti sono occupati a 18 occorrerà pagare chi sostituisce un collega per una o più ore ed a questo punto il pagamento di questa ora non può più essere di 17 mila lire nette l'ora come è adesso, ma occorrerà pensare ad un minimo di 50 mila lire nette (si confronti con le tariffe orarie di qualunque categoria artigiana che in più spesso evade). Quale sarebbe la situazione finale, di risparmio o aggravio? Qui si tratta di grandi numeri. Solo il ministero che dispone dei dati delle assenze e dlle sostituzioni a livello nazionale è in grado di capire cosa conviene. [segue]

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Sig. Santiago, i costi 2

Autore: Roberto Renzetti (151.39.95.---)

Data: 01-09-01 12:08

Veniamo alle cose qualificanti. La scuola pubblica ha un tetto di alunni per classe che non può essere superato (salvo rare eccezioni) per garantire la qualità del servizio. La scuola pubblica abbassa questo tetto in zone di confine dove vi sia bilinguismo (e paga più gli insegnanti che prestano servizio in queste zone generalmente più disagiate nella didattica (ma alla fine con maggior vantaggio per gli alunni). La scuola di Stato paga 100 mila insegnanti di religione e questo è un servizio dovuto ai cattolici per effetto del Concordato. La scuola di Stato ha istituito i moduli nelle scuole elementari (tre maestri ogni due classi per poter seguire meglio le singole aspirazioni dei piccoletti, ed anche per una quasi generale adesione allo spirito di Montessori. La scuola di Stato ha insegnanti di sostegno per persone portatrici di handicap. Non solo. Nonostante i fondi manchino, in una certa scuola (io lavoravo lì) dove venne trasferito un ragazzo di livello 3º scientifico costretto su una sedia a rotelle, e le attrezzatture erano distribuite su tre piani (aula vera e propria ed aule speciali), la scuola si è fatta carico di costruire quel tipo di seggiola che cammina lungo i corrimano con un costo di 40 milioni. Non credo sia l'unico esempio ed io sono convinto che queste cose uno stato laico ed etico le debba fare. Sotto questa luce occorre vedere il costo per alunno del servizio scuola pubblica Una scuola che punta al profitto non farà mai ciò che ho ora detto mentre avrebbe già fatto quanto io ho denunciato come "spreco(?)". Invece lo spreco si annida in posti dove uno non pensa. Un edificio scolastico (con normale manutenzione (che normalmente non si fa perché mancano i soldi) è un luogo situato in un paese o in un quartiere. Qui vi è la biblioteca scolastica ma vi è anche quella di quartiere (spero). Non vi sono posti dove riunirsi soprattutto per i giovani che si ammucchiano qua e là appoggiati a motorini. Se quell'edificio offrisse al quartiere la biblioteca, l'aula di informatica, la palestra, l'aula per le proiezioni con la videoteca,... se si integrasse cioè un sistema in modo da servire un pezzo di società che va dai piccoli ai novantenni, con degli insegnanti che sono lì e fanno da consulenti, spiegano anche cose non capite delle lezioni a ragazzi che lo richiedano (con, insisto, la fine di lezioni private), con dei politici che volassero alto si riuscirebbero a costruire servizi efficienti, utili a tutti e sentiti non più estranei. Uno dei problemi che la scuola soffre è che gli slanci di modifica del pezzo di società che la usa, si hanno solo quando quel cittadino è direttamente interessato. Quando il proprio figlio ha finito, quel genitore non ci dà più una mano a cambiare. Vengono nuovi fruitori e ricominciamo sempre da capo. Concludo dicendo che quelle cifre per lo studente della scuola pubblica date così significano poco. Se così fosse (aggiungendo poi i costi enormi per lo Stato delle università, particolarmente scientifiche), ci si rende ancora più conto di che regali facciamo ai Paesi che si prendono nostri laureati e di quanto siamo ottusi a non dare opportunità QUI.

La saluto di nuovo

Roberto Renzetti

P.S. Nelle scuole private i salari sono più bassi della scuola pubblica dove sa cosa si guadagna. Generalmente si cede al ricatto del punteggio che serve poi per passare alla scuola pubblica (questo per scuole elementari). Per scuole dalle medie in su scatta quel meccanismo perverso di insegnanti che fanno lezioni private a propri alunni.

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Sig Peppino 1

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 01-09-01 19:24

La riforma della figura dell'ex Preside e Direttore didattico, oggi Dirigente, ha comportanto un'altra riforma quella del personale tecnico amministrativo (ATA) con l'introduzione della figura del responsabile tecnico amministrativo che è quello che ha la responsabilità materiale degli atti della scuola. In questo il dirigente è sgravato da varie responsabilità. Ma le cose si sono complicate per altri versi. Prima ogni scuola aveva un Preide o un Direttore Didattico. Oggi un complesso scolastico ha un solo Dirigente. Ciò vioñdire che il Dirigente oggi lo può essere di scuole che hanno complessivamente anche 2000 alunni e con scuole né dello stesso tipo né dello stessoordine. Cioè uno può essere dirigente di un complesso che va dalle elementari ad un liceo, tanto per capirci. C'è stato un accorpamento di svariate scuole in complessi. In questo senso un dirigente che si occupi che si occupi di didattica è oggi più impensabile che prima. Si sono create delle figure, scuola per scuola, che devono seguire il POF (il Piano di Offerta Formativa) della scuola medesima. Tale POF viene elaborato dai vari collegi e consigli all'inizio dell'anno (nei giorni che vanno dal primo settembre a quando iniziano le lezioni) e poi portato avanti sotto la continua supervisione di questo responsabile (che può anche cambiare di anno in anno). Per fare questo lavoro che rientra in quelle che sono chiamate FO (Funzioni Obiettivo), si percepiscono 3 milioni lordi l'anno (circa 1,8 milioni netti).

Riguardo al fatto che la scuola abbia sempre vissuto delle emergenze è verissimo. Da 35 anni non ho mai visto una situazione di assunzioni a regime e legata ad uno scadenzario, a delle certezze. Si sa che la scuola richiederà sempre degli insegnanti. Fino alla fine degli anni 60 vi erano solo un decimo sei professori di ruolo tra tutte le cattedre occupate. Situazione assurda che per essere sanata richiese molti scioperi. Da quel momento la richiesta era: si facciano dei concorsi a cadenza triennale e si costruiscano delle graduatorie regionali da dove si possa attingere in caso di necessità della scuola. Se un insegnante occupa un posto infelice in tale graduatoria, potrà sempre fare il successivo concorso. Il tutto si sarebbe potuto gestire con successive immissioni in ruolo di tutti meno un circa 10% che rimaneva supplente (gli ultimi assunti da tali graduatorie) e questo perché, come già ho detto in altro messaggio, la scuola ha sempre margini di oscillazioni nel numero delle classi. Con questo sistema non si sarebbe mai creata una sacca imponente di persone mantenute come supplenti per anche 10 anni; tali persone vanno poi a costituire una massa così grande da trovare sempre l'ope legis (l'essere assunta mediante concorsi riservati non troppo severi). Analoga cosa per i presidi, sono anni che aspetto un qualche concorso per migliorare la mia posizione economica. NIENTE. Nel frattempo il Ministero dà incarichi a svariati insegnanti in modo che io non ho mai capito. Passano 10 anni e il concorso a preside che viene bandito è concorso riservato per quelli che hanno avuto tali incarichi. Ciò è, a mio parere folle. Ora si parla di un concorso a Dirigente per 2800 posti a livello nazionale. È una voce che già ibri ma non si sa bene su cosa verterà tale concorso. Già vi sono richieste di farlo riservato ai presidi che hanno avuto almeno un incarico triennali, altri, più magnanimi, richiedono solo un 605 dei posti disponibili. E così si procede in modo in cui non verrà mai fuori la professionalità ed il supposto e tanto reclamato merito. Ma i Dirigenti meritano un discorso in più. Tra di essi ho conosciuto in passato persone veramente ad alto livello di preparazione professionale, didattica ed umana. Ma ho anche conosciuto delle caprette alla Bossi. [segue]

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Sig. Peppino 2

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 01-09-01 19:25

Ma questi erano assunti come burocrati. Poi arriva la legge sull'autononomia che trasforma la funzione: ora si deve essere manager. Non è che si è fatto un qualche concorso. Si sono semplicemente fatti dei corsi riservati per presidi e direttori didattici che in un mese sono diventati manager. Lei quindi osserva cose correttissime e, mi permetta uno sfogo personale, non è piacevole vivere in una realtà di lavoro in cui si è mortificati da persone che non sono all'altezza di dirigere un bel niente. Pensi che oggi tale dirigente sceglie lui i suoi collaboratori (fino a due anni fa erano elettivi), questo gruppo assegna poi le FO. Questi pochi soldi attirano le brame di molti insegnanti. Si cominciano a creare clientele. Si fa così il gruppo degli "amici" del dirigente con gli altri che non possono fare nulla (oltre che aumentare la conflittualità esistente). Inoltre tali dirigenti potranno scegliere i supplenti (per quest'anno ancora no) al di fuori di graduatorie di merito, a loro assoluta discrezione. Se lei conosce qualche scuola di provincia sa come è facile fare la scuola di famiglia. Più oltre è addirittura previsto che i Dirigenti possano scegliersi i loro insegnanti di ruolo al di fuori di ogni graduatoria. Ma qui, o io sarò già in pensione, o metterò l'elmetto e farò un corso rapido di uso delle armi. Tenga conto, sig, Peppino che la scuola è stato un feudo DC per 50 anni (con qualche liberale come Valitutti che ha occupato il ministero). Tenga conto che tutti i direttori generali (che sono poi quelli che fanno la politica del ministero o riescono a boicottare quella del ministro) sono di quel tipo di provenienza. Dietro la scuola si nascondevano molti interessi. Allora non vi erano le pressioni per la scuola privata (ed infatti mai si è parlato di questo fino al 1992) perché DC & Co assolvevano egregiamente i compiti educativi e clientelarti richiesti (altro che scuola marxista!). Comunque la storia delle varie vicende della nostra scuola è fuori dai circuiti del grande pubblico. Alcune cose si trovano in riviste specializzate ed è comunque sempre molto difficile mettere insieme i pezzi del puzzle. Riguardo ai privilegi ne denuncio qui uno (lo faccio da 20 anni ma non ho mai avuto risposta). Presso il Ministero degli esteri vi è un Ufficio (IV delle Relazioni Culturali) dove vi sono 100 insegnanti comandati. Non si sa come sia possibile accedere a quel posto (io so solo che esiste il metodo della ditocrazia: amici, mogli, amanti, cugini, ... di ambasciatori possono entrare in quel luogo; se qualcuno mi dà altra informazione sarò felice di togliermi questo dubbio ventennale). Spero di aver dato un qualche contributo.

La saluto

Roberto Renzetti

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professori..

Autore: peppino (---.aruba.it)

Data: 02-09-01 09:14

Dopo il preside,con esauriente esamina-risposta dell'esimio prof.Renzetti,torno ad occuparmi da "esterno",dei professori.Leggi,leggine,decreti delegati,hanno nel tempo spalancato le porte ad una moltitudine di incaricati,supplenti,che con appena un anno di insegnamento ed abilitazione acquisita con corsi ad hoc(burletta)sono entrati attraverso porte sempre più larghe e permissive.Corsi tenuti dal docente di ruolo e superati con elaborati di gruppo.(sic!). Per non parlare della 270/82che stabilì una sanatoria universale.E così sanatoria dopo sanatoria,la scuola ha perso smalto e mordente.Si pensi al professore di filosofia che non sa nulla di storia,ed è costretto ad insegnarla nei licei,succede anche il contrario.Il professore di italiano costretto ad insegnare anche il latino.Quello di matematica cui si assegna anche l'insegnamento di fisica.Insomma una specie di tuttologia professionale.Non è così prof.Renzetti o è cambiato?In un' epoca come la nostra ,dove prende sempre più vigore la specializzazione nella specializzazione,la scuola rimane al palo.Ve lo immaginate un ingegnere trasformarsi per decreto in chessò,chirurgo vascolare?così succedeva nella scuola o succede ancora?E allora quale futuro per la scuola italiana?La più grande risorsa della scuola ,come per le altre istituzioni ,è l'uomo con tutto il suo entroterra culturale,morale,e al di sopra delle parti.Il professore preparato e selezionato è la migliore garanzia per una scuola formativa ed all'altezza dei tempi.Selezionato e ben remunerato s'intende!

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Sui costi , per Renzetti e Einthoven

Autore: Santiago (---.iperbole.bologna.it)

Data: 02-09-01 10:22

Non sono un patito delle statistiche ma mi sembra opportuno sottoporvi i dati OCSE sulla situazione della scuola Italiana. Abbiamo 1 insegnante ogni 10 alunni , contro la media Europea di 1/15. Il costo per studente della scuola Italiana è più alto del 15% rispetto alle scuole degli altri paesi Europei. A fronte di questo impegno di risorse umane ed economiche i livelli di istruzione della popolazione italiana sono fra i più bassi del continente. Solo il 40% degli adulti ha un livello di istruzione da scuola secondaria rispetto al 60% della Francia e al 80% della Germania. Negli ultimi 40anni su 10 milioni di iscritti all'Università soltanto 3 milioni si sono laureati. Può darsi che , come sostiene Renzetti, questo sia un effetto della mancanza di senso civico degli Italiani, quella lacuna atavica che ci porta a considerare ciò che è "di tutti" come "di nessuno" , con tutte le conseguenze del caso. Per questo io ritengo che , in Italia , il ricorso alla concorrenza del settore privato possa portare una ventata di efficienza. Viceversa nel "pubblico" vengono esaltate le nostre peggiori tendenze.

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È così, sig. Peppino

Autore: Roberto Renzetti (151.39.95.---)

Data: 02-09-01 11:29

È come dice lei, non c'è dubbio. Per questo, a lato della richiesta di scuola pubblica che sia più qualificata e dotata di più mezzi, non può mancare la richiesta FORTE di un canale di ingresso certo e che garantisca elevata preparazione dei docenti. Su questa strada il precedente governo aveva previsto, dopo il corso di laurea che portava ad un dato insegnamento, un biennio che avrebbe portato a formare un insegnante. Ed oggi è così. Vi sono studenti che già sono iscritti a tale biennio e quando usciranno avranno un ingresso con graduatorie legate ai voti, nella scuola. Ancora non escono i primi insegnanti formati in questo modo. Non so dirle dei risultati, ma a priori l'iniziativa mi sembra buona. Anche l'accorpamento degli insegnamenti è un qualcosa che spesso fa acqua a danno degli utenti. Per parte mia so che sono almeno 40 anni che le associazioni dei matematici da una parte e dei fisici dall'altra chiedono la separazione degli insegnamenti (io, da fisico, tratto la matematica un poco come uno strumento e la cosa fa rizzare i capelli ai matematici; i matematici non sanno niente della fisica dopo Maxwell - 1865 - così capisce bene che viene a mancare tutta quella fisica che ha caratterizzato l'intero 900). Aggiungerei ai problemi che lei ha posto anche quello dei corsi di laurea in sé. Il fatto che uno si costruisce il suo piano di studi. Ebbene dovrebbe esservi all'Università, facoltà per facoltà, qualcuno che approvi o bocci a priori tali piani. Mi sono trovato anni addietro a stare in una commissione per assumere dei supplenti per una scuola italiana all'estero (all'epoca - anni 80 - si faceva così). Si presentò un giovane signore che aspirava alla supplenza di storia e filosofia. Il presidente di commissione chiese a me di iniziare con qualche domanda. Chiesi di parlare di Cartesio. Il signore disse che non lo conosceva perché l'esame che riguardava Cartesio non era nel suo piano di studi. Allora chiesi se anche Leibniz non era nel piano. Si, mi rispose. E neppure Berkeley,.... Insomma tutta la filosofia dell'epoca barocca ed anche del primo periodo illuminista non era mai stata studiata da questo signore (si poneva poi il problema di sapere come sia stato possibile ad uno così studiare il neopositivismo e l'empiriocriticismo). Naturalmente non abbiamo neppure terminato l'esame ed abbiamo invitato il signore a lasciarci. Si alzò sparolacciando verso di noi.... Insomma una preparazione oggettiva per gli insegnanti, e su questa strada ci siamo. Quindi programmi minimi per tutto il territorio nazionale. Una ristrutturazione complessiva degli studi che ad 80 anni dalla riforma Gentile è urgente. Tutto questo pure si era fatto con grande sforzo ed i risultati analitici dei cicli sono riportati dal documento del vecchio MPI a questo indirizzo web:

1 - si vada a www.cgilscuola.it/index1.htm

2 - cliccare nella colonna centrale su "riforma cicli"

3 - nel documento che si apre, cliccare su "presentazione schema di decreto"

4 - nel documento che si apre, cliccare su "indirizzi per l'attuazione del curriculo" (si tratta del documento completo dove è descritta l'intera riforma, sono 112 pagine).

È che a questo punto siamo ripiombati indietro e non si vedono uscite immediate.

La saluto

Roberto Renzetti


 

Segue...

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