APPUNTI PER UNA STORIA CRITICA DELLA
SCUOLA IN ITALIA
PARTE TERZA: DALLA RIFORMA LIBERISTA DI BERLINGUER ALLA GESTIONE FALLIMENTARE DI BRICHETTO
Roberto Renzetti
2005
AVVERTENZA
PREMESSA
La scuola in trappola
La scuola, a cui viene ingiunto di affrontare da sola la sfida della promozione sociale, viene progressivamente screditata e sottoposta ai desiderata del mercato del lavoro. Nella «società della conoscenza» - dove la promozione delle nuove tecnologie ha sostituito il pensiero - la scuola ormai non è altro che lo strumento di legittimazione di una divisione sociale che favorisce le ineguaglianze. Questa visione riduttiva dimentica che la scuola è prima di tutto il luogo dove si costruiscono i legami sociali, in cui deve elaborarsi la «democrazia della vita».
di Riccardo Petrella *Sono cinque le principali trappole che oggi minacciano la sfera dell'istruzione.
A costruirle sono stati i cambiamenti politici, sociali ed economici degli ultimi trent'anni, che hanno visto imporsi un modo di vita incentrato sull'iperconsumo e sulla mercificazione generalizzata di ogni bene e servizio, mentre esplodevano le nuove tecnologie e la globalizzazione liberista.
La prima trappola è rappresentata dalla crescente strumentalizzazione della scuola al servizio della formazione delle «risorse umane».
Questa funzione ha progressivamente la meglio sull'educazione per la persona e attraverso la persona. Trae origine dalla riduzione del lavoro a una «risorsa» organizzata, declassata, riciclata e, all'occorrenza, abbandonata in funzione della sua utilità per l'impresa.
Come qualsiasi altra risorsa materiale e immateriale, la risorsa umana viene considerata una merce economica che deve essere ovunque disponibile (1). Non conosce né diritti civili né di altro tipo, politici, sociali o culturali, dal momento che i soli limiti al suo sfruttamento sono di natura finanziaria (i costi). Il diritto all'esistenza e al reddito dipende dall'efficienza e dalla redditività. La «risorsa umana» deve dimostrare di essere «impiegabile», il che porta alla sostituzione del «diritto al lavoro» con un nuovo obbligo: dimostrare la propria «impiegabilità».
Alcuni dirigenti la chiamano «politica sociale attiva del lavoro», in base alla quale il ruolo centrale ancora riconosciuto alla scuola si misura in rapporto a questo obbligo di «impiegabilità». E per tutta la durata della vita, grazie alla formazione continua, «permanente», la cui funzione è di mantenere sempre utilizzabili e redditizie le risorse umane del paese. In questo modo il lavoro ha cessato di essere un soggetto sociale.
La seconda trappola è costituita dal passaggio della scuola dall'ambito non mercantile al mercato. Dal momento in cui il compito principale che le viene assegnato è quello di formare le risorse umane al servizio dell'impresa, non c'è da stupirsi se la logica mercantile e finanziaria del capitale privato intende imporle la definizione delle proprie finalità e priorità. La scuola è trattata sempre più come un mercato (2).
In America del nord, si parla in permanenza di «mercato dell'istruzione», di «business dell'istruzione», di «mercato dei prodotti e dei servizi pedagogici», di «imprese educative», di «mercato dei professori e degli allievi». Non è di poco conto che il primo Mercato mondiale dell'istruzione (World Educational Market) si sia svolto dal 23 al 27 maggio 2000 a Vancouver, in Canada. Per la grande maggioranza degli interessati, pubblici e privati, presenti sul posto,(3) la mercificazione dell'istruzione non solleva nessun dubbio, e la questione principale è di sapere chi venderà cosa sul mercato mondiale e secondo quali regole. Il «chi» comincia ad essere sempre più chiaro: si tratta degli editori dei prodotti multimediali, degli ideatori e fornitori di servizi on line o di teleinsegnamento, degli operatori delle telecomunicazioni, delle imprese informatiche. Tutti settori dove le fusioni, le acquisizioni e le alleanze si sono succedute a un ritmo frenetico negli ultimi anni. Queste imprese hanno già investito molto nel «cosa»: molte di esse possiedono un catalogo di programmi di formazione chiavi in mano da proporre on line. Le «università virtuali» si moltiplicano, crescono come funghi oltre le frontiere «nazionali». Secondo le previsioni della banca d'affari statunitense Merrill Lynch (4), il numero dei giovani che seguiranno studi superiori nel mondo salirà a circa 160 milioni verso il 2025. Attualmente sono 84 milioni, 40 dei quali già seguono un insegnamento on line. È facile immaginare cosa sarà diventato tra un quarto di secolo quest'ultimo mercato.
In tutti i paesi «sviluppati», la tendenza spinge verso un sistema di istruzione organizzata su base individuale, a distanza (via Internet), variabile nel tempo, lungo tutta la vita e personalizzato (5). Quanto alle regole, il fallimento dei negoziati del Millenium Round dell'organizzazione mondiale del commercio (Wto), a Seattle, nel dicembre 1999, ha impedito, per il momento, di applicare anche all'istruzione i principi del libero commercio: infatti, questo programma era nell'agenda dell'Accordo generale sul commercio dei servizi (Scga). Poiché i negoziati sui servizi sono ripresi al Wto a Ginevra, nulla garantisce che la liberalizzazione e la deregulation del settore educativo non siano messi di nuovo all'ordine del giorno.
Sempre più numerosi sono in effetti i politici dei paesi sviluppati pronti ad accettare che sia il mercato a decidere sulle finalità e l'organizzazione dell'istruzione. Le organizzazioni sindacali (in particolare l'Internazionale dell'istruzione), le organizzazioni (non) governative e i movimenti dei cittadini dovrebbero raddoppiare gli sforzi per contattaccare (6).
Terza trappola: l'istruzione viene presentata come lo strumento-chiave per garantire la sopravvivenza agli individui e ai paesi nell'era della competizione mondiale. In questo modo, la sfera educativa tende a trasformarsi in un «luogo» dove si impara una cultura di guerra (ognuno per sé, riesci meglio degli altri e al posto loro) piuttosto che una cultura di vita (vivere insieme agli altri, nell'interesse generale). Le università, i poteri pubblici, gli studenti, le famiglie e persino molti sindacati, hanno - in generale - accettato questa cultura della competizione. Malgrado gli sforzi di buona parte degli educatori, il sistema è stato così spinto a privilegiare la funzione di selezione dei migliori, piuttosto che la funzione di valorizzazione delle capacità specifiche di ogni allievo.
Il nuovo proletariato Quarta trappola: la subordinazione dell'istruzione alla tecnologia.
La classe dirigente, che fin dagli anni '70 ritiene la tecnologia il principale motore dei cambiamenti della società, ha imposto la tesi del suo primato e dell'urgenza di adattarsi ad essa. Qualunque sia il campo di applicazione (l'energia, la comunicazione, la sanità, il lavoro) domina la tendenza a considerare inevitabile e irresistibile ogni cambiamento economico e sociale legato alle nuove tecnonologie, poiché le innovazioni da esse introdotte sono considerate un contributo al progresso dell'uomo e della società.
Per la grande maggioranza dei dirigenti, l'attuale globalizzazione è figlia del progresso tecnologico. Opporvisi è insensato. Il ruolo principale dell'istruzione sarebbe quindi quello di dare alle nuove generazioni la capacità di capire i cambiamenti in corso e gli strumenti per adattarvisi.
Quinta trappola: l'uso del sistema educativo come mezzo di legittimizzazione di nuove forme di divisione sociale. A credere ai discorsi dominanti, le economie e le società dei paesi sviluppati sarebbero passate dall'era industriale, fondata su risorse materiali e capitali fisici (la terra, l'energia, l'acciaio, il cemento, la ferrovia) all'era della conoscenza, fondata principalmente su risorse e capitali immateriali (i saperi, l'informazione, la comunicazione, la logistica).
La conoscenza sarebbe diventata la risorsa fondamentale della nuova economia nata dalla rivoluzione multimediale, dalle reti digitali, dai loro derivati: l'«e-commercio», l'«e-trasporto», la «e-istruzione», l'«e-lavoratore» (7). In quest'ottica, l'impresa è vista come il soggetto e il luogo principale della promozione, organizzazione, produzione, valorizzazione e diffusione della «conoscenza che conta».
Promuovere la diffusione di uno spirito imprenditoriale negli ambienti scientifici e negli istituti scolastici secondari e superiori e ri-dinamizzare il sistema educativo per trasformarlo in terreno privilegiato della formazione delle giovani generazioni alla costruzione della «società della conoscenza»; questo soprattutto prescrivono oggi le politiche pubbliche della ricerca e dell'insegnamento. Questa prescrizione viene introdotta nel momento in cui, dappertutto nel mondo, si sta instaurando una nuova divisione sociale tra i «qualificati» (coloro che hanno accesso alla «conoscenza che conta») e i «non qualificati» (gli esclusi da questo accesso o che non riescono a mantenerlo aperto).
Una divisione che aggrava quelle precedenti e, tra le altre, le disuguaglianze di accesso all'alfabetizzazione di base. La conoscenza diventa il principale materiale di costruzione di un nuovo muro (il «muro della conoscenza») tra le risorse umane nobili (organizzate nelle nuove corporazioni professionali planetarie) e le risorse umane del popolo, nuovo proletariato del capitale mondiale.
È difficile che gli europei, con scelte come quella fatta dai capi di stato e di governo dei Quindici al consiglio europeo di Lisbona nel marzo 2000, possano disinnescare queste cinque trappole. Tale scelta, tradotta poi in Piano di azione dal consiglio europeo di Feira nel giugno 2000, assicura come grande priorità dei prossimi quindici anni la costruzione della «e-Europa», perché diventi nel 2015 la «e-economia» più competitiva al mondo.
A questo scopo, l'obiettivo fondamentale è dare a tutti gli europei, fin dall'asilo e dalle elementari, l'accesso all'alfabetizzazione digitale, perché tutti diventino «risorse umane» in grado di competere con quelle dell'America del nord, che sarebbe in anticipo di una decina d'anni rispetto a noi (8).
Su questo, il consenso è grande tra i leader europei. Non hanno ancora capito, dopo vent'anni di politiche funzionali a una competitività alla mercè dei mercati, che in questa logica pochi sono i vincitori, in tutti i campi, compreso quello dell'istruzione? Come possono ignorare che gli Stati uniti, il paese più «sviluppato» al mondo nelle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, nel multimediale, in Internet...
hanno un livello di istruzione particolamente deplorevole, come afferma anche uno studio dell'Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economico (Ocse)? (9) Perché chiudono gli occhi di fronte allo stato pietoso dell'istruzione di base e alle crescenti disuguaglianze sociali che caratterizzano oggi l'accesso all'insegnamento superiore in Gran Bretagna? Come possono ignorare i risultati di anni di ricerche multidisciplinari sullo sviluppo dei bambini che mostrano come questi ultimi abbiano un fondamentale bisogno di legami personali profondi con gli adulti e che mettere l'accento sui computer a scuola fin dalla più tenera età può privarli di questi legami essenziali? (10) Proposte pertinenti e realiste per un'altra politica educativa non mancano. Ci sono, ad esempio, quelle avanzate da Oxfam International e dall'Internazionale dell'istruzione nel marzo 1999 per «Una istruzione pubblica di qualità per tutti» (11). Imparare a salutare il proprio vicino rappresenta un punto di partenza decisivo per un'«altra» scuola.
Questo significa che lo scopo primario del sistema educativo è che ogni cittadino apprenda a riconoscere l'esistenza dell'altro come base fondamentale della propria esistenza e del vivere insieme.
Dialogare direttamente da persona a persona vuol dire apprendere la centralità dell'alterità nella storia delle società umane, nate dalle tensioni creatrici e conflittuali tra l'unicità e la molteplicità, l'universalità e la specificità, il globale e il locale. Dialogare significa anche apprendere la democrazia e la vita, la solidarietà, la capacità di riconoscere il valore dei contributi al vivere insieme di tutti gli esseri umano - anche di quelli che i criteri di produttività e redditività considerano poco qualificati.
È partendo da questo principio generale che una politica dell'istruzione basata sullo sviluppo, la salvaguardia e la condivisione dei «beni comuni» (12) rappresentati dalle conoscenze e dai saperi, potrebbe condurre a uno sviluppo mondiale, solidale sul piano economico, efficace sul piano sociale e democratico sul piano politico. Applicata alla «e-Europa», darebbe priorità alla formazione di una generazione di cittadini con le competenze e le qualifiche richieste dalle nuove logiche: quelle dell'economia sociale, dell'economia solidale, dell'economia locale, dell'economia cooperativa.
Darebbe anche un'importanza fondamentale alla cooperazione con le altre comunità, regioni e popoli del mondo, in modo da indebolire la tendenza attuale di appropriazione privata delle conoscenze, per metterle invece al servizio della promozione di un welfare state mondiale che assicuri a tutti il diritto alla vita.
note:
*Consigliere alla Commissione europea, professore all'Università cattolica di Lovanio (Belgio).
(1) È ora di elaborare una critica severa del concetto e delle pratiche delle «risorse umane» e di abbandonare l'uso di questa espressione nelle società che si dicono fondate sui diritti umani.
(2) Per una critica di questa evoluzione, cfr. Gérard de Sélys, «Scuola, il grande affare del XXI secolo», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno 1998.
(3) Cfr. Le Monde del 26 e 30 maggio 2000.
(4) Merril Lynch, The Knowledge Web, 23 maggio 2000.
(5) Cfr. «Learning in cyberspace», Financial Times, Londra, 8 marzo 1998 e European Round Table of Industrialists (Tavola rotonda europea degli industriali), Investir dans la connaissance. L'intégration de la technologie dans l'éducation européenne, Bruxelles, febbraio 1997.
(6) A questo proposito, l'Internazionale dell'istruzione, (Bruxelles) e l'Internazionale dei servizi pubblici (Parigi) hanno pubblicato nel 1999 un eccellente documento: L'Omc et le cycle du millénaire: les enjeux pour l'éducation publique.
(7) Cfr. Il Libro bianco sulla competitività del governo britannico, Our Competitive Future. Building the Knowledge Driven Economy, ministero del commercio e dell'industria, Londra, dicembre 1998; Commissione europea, Enseigner et apprendre. Vers la société cognitive, Lussemburgo 1995; Lester C.Thurow, Building Wealth: the New Rules For Individuals, Companies and Nations in a Knowledge-Based Economy, Harper Collins, New York, 1999.
(8) Cfr. Consiglio dell'Unione europea e Commissione delle Comunità europee, e-Europe. Une société de l'information pour tous, Plan d'action, Bruxelles, giugno 2000.
(9) Ocse, Education in a Glance: Oecd Indicators 1998, Parigi, 1998.
10) Cfr. le analisi dell'Alliance for Childhood (www.allianceforchildhood.net).
(11) Cfr. il rapporto di Kevin Walkins, L'Education pour tous: brisons le cycle de la pauvreté, Oxfam International, Londra 1999.
(12) Cfr. Inge Kaul, «Beni pubblici globali, un concetto rivoluzionario», Le Monde diplomatique/il manifesto, giugno 2000.
(Traduzione di A.M.M.) .
Aggiungo che [39] riguardo all’istruzione (intesa come formazione primaria, formazione secondaria, formazione superiore, formazione para-universitaria e universitaria; l’istruzione per adulti che sarà sempre più intesa come formazione continua (Longlife Learning); la formazione in generale) sono vietati gli intralci alla concorrenza: i limiti nell’equiparazione dei titoli di studio, i limiti alla mobilità di studenti, insegnanti e altre figure professionali, ma anche le norme statali che “discriminano ” l’offerta di altri stati, per esempio finanziando la propria istruzione pubblica. Tali norme, infatti, sono in contrasto con alcuni dei principi più importanti della legislazione WTO.
Dietro a questo assalto commerciale alla scuola, che da diritto diventa oggi servizio commerciabile, è possibile risalire ad alcuni dati. In primo luogo a un sostegno pubblico decrescente, che rischia di trasformare in realtà la tanto sbandierata immagine di una scuola pubblica allo sfascio e che di fatto apre la porta a un massiccio intervento di privati; in secondo luogo un’idea di istruzione che punta sempre di più sull’acquisizione di competenze utili non allo sviluppo globale della persona, ma al suo inserimento nel mercato del lavoro e ad una riduzione del sapere a insieme di competenze spendibili sul mondo del lavoro, la preminenza dell’istruzione tecnica e specialistica su una formazione globale e ampia dell’individuo e la settorializzazione imposta fino dai primi anni di istruzione.
I segni di queste trasformazioni sono visibili già nelle politiche scolastiche italiane e comunitarie degli ultimi dieci anni, anche se, rispetto al presente, l’applicazione del GATS rappresenterà uno scarto in avanti: la vendita di curricoli a livello internazionale comporterà una standardizzazione ancora più efficace ed avanzata , realizzabile grazie al massiccio uso di tecnologie audiovisive e informatiche e di verifiche interne il più oggettive possibile.
I risultati saranno commerciali e ideologici: guadagno per le poche firme specializzate in educazione, formazione di dirigenti o tecnici specializzati, già addestrati a svolgere le mansioni richieste; aumento della competitività e dell’incidenza del momento della verifiche nel tempo scolastico; l’aumento dei costi per gli studenti e le loro famiglie, e la trasformazione della scuola di qualità in un lusso pagabile solo da pochi; riduzione dell’insegnamento a un addestramento, in cui anche la capacità di dare un senso e un’interpretazione critica delle cose diviene uno “skill”, verificabile oggettivamente, attuabile attraverso una procedura e certificabile.
Restano da determinare le ricadute dei diversi tipi di liberalizzazione del mercato della scuola: l’aumento degli scambio di ricercatori e di insegnanti oltre le frontiere potrebbe non avere le stesse ricadute di un’apertura indiscriminata a ogni forma di investimento, con la creazione di pochi poli specializzati in formazione e educazione che proporrebbero pezzi di programma commerciabili e standardizzati uniformando totalmente a l processo di apprendimento.Tuttavia gli andamenti espansivi di questi accordi e il prevalere della logica della libera concorrenza lasciano vedere l’apertura del settore come un rischio enorme: le giuste speranze in una nuova istruzione, più vicina alle nuove esigenze generate dai nuovi saperi, dalla globalizzazione e dagli scambi tra culture non vanno certo riposte nel WTO [39].
E nel 1992 la UE, con il trattato di Maastricht, inizia ad avere competenze in materia d'Istruzione. Nel 1993, il Libro Bianco della UE apre all'industria ("apertura dell'educazione al mondo del lavoro") proponendo incentivi fiscali e legali al fine di far investire la stessa nell'Istruzione. La supposta sfida viene raccolta, in un gioco delle parti, dall'ERT che nel 1995 spinge gli industriali a "moltiplicare i partenariati tra scuole ed imprese" e sollecita il mondo politico in tal senso. L'ERT insiste nel denunciare che "nella gran parte d'Europa le scuole [sono] integrate in sistemi pubblici centralizzati, gestiti da una burocrazia che rallenta la loro evoluzione o le rende impermeabili alle domande di cambiamento provenienti dall'esterno". E passa ad avanzare i suoi intendimenti: “la responsabilità della formazione deve, in definitiva, essere assunta dall’industria. Sembra che nel mondo della scuola non si percepisca chiaramente quale sia il profilo dei collaboratori di cui l’industria ha bisogno. L’istruzione deve essere considerata come un servizio reso al mondo economico. I governi nazionali dovrebbero vedere l’istruzione come un processo esteso dalla culla fino alla tomba. Istruzione significa apprendere, non ricevere un insegnamento [ERT, 1995]". "Non abbiamo tempo da perdere. (...) Ci appelliamo ai governi perché diano all’educazione un’alta priorità, perché invitino l’industria al tavolo di discussione sulle materie educative, e perché rivoluzionino i metodi d’insegnamento con la tecnologia [ERT, 1997]”.
La cosa viene immediatamente ripresa, dal Libro Bianco della UE 1995 in cui si fa esplicito riferimento all'ERT: "Il rapporto della Tavola Rotonda Europea degli industriali ha insistito sulla necessità di una formazione continua polivalente (...) incitando ad imparare ad imparare nel corso di tutta la vita [long life learning] ...[e quindi] una iniziazione generalizzata alle tecnologie dell'informazione è diventata una necessità".
In tempi rapidissimi i desiderata del mondo dell'impresa e della finanza trovano accoglienza in un lavoro dell'UNESCO del 1996. Una Commissione presieduta da Jacques Delors, che ha appena lasciato la Presidenza della UE, stila un rapporto che getta le basi per la scuola europea del futuro immediato. Anche la UE, crea una Commissione, presieduta da Edith Cresson, nientemeno che un ex Primo Ministro francese, che lavora nel senso delle richieste avanzate dall'ERT.
Occorre aggiungere un altro dato, che sarà abbondantemente utilizzato come strumento di propaganda per giustificare la frenesia riformista. Verso la metà degli anni 90 circolavano ormai numerose statistiche che vedevano l'Italia agli ultimi posti in Europa per numero di diplomati a livello secondario (e per numero di laureati). Il problema

doveva essere risolto per permettere un allineamento con i Paesi più evoluti. Per conseguire tale obiettivo condivisibile, si procederà con una serie di operazioni discutibilissime che, alla fine, porteranno ad una ulteriore dequalificazione della scuola nel suo insieme.
Siamo a questo punto quando il centrosinistra vince le elezioni del 1966 e si appresta a governare l'Italia con Luigi Berlinguer alla Pubblica Istruzione e Bassanini alla Funzione Pubblica. Naturalmente nel mondo della scuola, sono molte le speranze nei riguardi di un primo governo progressista in Italia. Vediamo come è andata.
LE RIFORME BASSANINI
Ma
prima di entrare in un qualche dettaglio su tale legge, è utile ricordare che
quanto in essa sostenuto, relativamente alla scuola, era stato avanzato per la
prima volta dal Ministro della pubblica istruzione, Lombardi, di un governo
tecnico (quello Dini) che seguì il primo governo Berlusconi e precedette il
governo di centrosinistra. Di rilevante sulla scuola nel governo Berlusconi Uno
vi è solo quanto già detto nella Parte Seconda: il Ministro D'Onofrio che
abolisce, senza alcuna specificazione e normativa al riguardo, gli esami di
riparazione. Per intenderci, sarebbe stato necessario prevedere una normativa
che indicasse: con quante materie insufficienti si fosse promossi; come far
riparare le insufficienze dei promossi; come realizzare i corsi di recupero;
cosa accade a chi non supera il corso; fino a quante materie si debbono
recuperare nei recuperi per essere promossi; ... Ma la destra è come sempre
disinvolta e non capisce mai la profondità dei problemi. Il
Ministro Lombardi sembra interessato alla scuola. Prima di dedicarsi a fare il
Ministro era il responsabile scuola della Confindustria ed egli sa bene cosa
vogliono gli imprenditori. Comunque nel breve tempo del suo ministero, Lombardi
invia alle scuole una sua direttiva,
la 133 del 3 aprile 1966, che viene introdotta dalle seguenti parole: in tale direttiva vengono indicate finalità, modalità,
organizzative e fonti di finanziamento a cui le singole scuole, nell'ambito
della propria autonomia, possono far riferimento per promuovere iniziative
complementari e integrative dell'iter formativo degli allievi, per creare
occasioni e spazi di incontro da riservare loro, per favorire l'apertura della
scuola alle domande di tipo educativo e culturale provenienti dal territorio,
in coerenza con le finalità formative istituzionali.
Inoltre, e sarà sempre più chiaro
con il passare degli anni, l' autonomia apre a rivendicazioni regionali del tipo: io mi faccio i miei
programmi ed io mi assumo chi mi pare. Quest’ultimo aspetto è esaltato dagli
altri provvedimenti che delegano alle regioni moltissime questioni di gestione
della scuola (questo insieme di norme e leggi avanza in simultanea con la
riforma del Titolo V della Costituzione, ed in particolare con la delega alle
regioni degli affari scolastici).
"Ogni
istituzione scolastica predispone, con la partecipazione di tutte le sue
componenti, il Piano dell’offerta formativa: Il Piano è il documento
fondamentale costitutivo dell’identità culturale e progettuale delle
istituzioni scolastiche
ed esplicita la progettazione curricolare, extracurricolare, educativa ed
organizzativa delle singole scuole".
Sui problemi
posti dall'autonomia e da ciò che segue, leggiamo il commento di Massimo
Bontempelli: L'autonomia scolastica predisposta dalla riforma ci fa retrocedere a prima
dell' inizio della moderna civiltà educativa, a prima delle conquiste
spirituali della rivoluzione francese, a prima della grande cultura borghese.
Essa si basa infatti sul presupposto che non esistano contenuti culturali
nazionali la cui trasmissione da una generazione all'altra sia educativamente
imprescindibile, e che singoli gruppi locali di eterogenea composizione possano
elaborare altrettanti coerenti profili educativi quante sono le scuole. Se ci fermassimo, però, a queste considerazioni, saremmo portati a ritenere
che la cosiddetta autonomia scolastica non esprima altro che il vuoto mentale
dei suoi promotori. Questo però non è vero. L'autonomia, come ho detto, ha un
suo significato e tale significato è il perno strategico di una
disarticolazione del sistema nazionale dell'istruzione pubblica che risponde a
corposi interessi e precise tendenze della società. Non che i promotori della riforma abbiano un qualsiasi spessore culturale:
Berlinguer crede alla sua stessa propaganda, un po' come Mussolini, quando si
convinse di essere il grande stratega di un esercito possente, e che ha come
immagine di se stesso quella del terzo riformatore organico della scuola
italiana dopo Casati e Gentile, rimanendo completamente cieco di fronte al
degrado che le sue innovazioni concretamente producono nelle scuole e al fatto
che, a differenza di Casati e di Gentile, non ha riorganizzato l'educazione
attorno ad alcun asse culturale. I pedagogisti di cui si serve per promuovere
una nuova didattica nella scuola sono una corporazione di ignoranti che parlano
di problemi educativi carichi di implicazioni filosofiche e storiche pur essendo
orecchianti di storia e del tutto analfabeti di filosofia, e che si sono
inventati la loro disciplina, cioè un tessuto di verbalismi farraginosi e vuoti
presentato pomposamente e in modo ridicolo come nuovo sapere, essenzialmente per
coprire la mancanza di qualsiasi conoscenza disciplinare specifica. Il vuoto mentale di tutti costoro si è reso però funzionale ad una
costellazione di interessi e progetti sociali che aveva bisogno proprio di ciò
che la loro mente vuota ha partorito, ossia, appunto, l'autonomia scolastica.
Essi , infatti, non essendo in grado di riformare sul serio il sistema nazionale
dell'istruzione pubblica, individuandone reali obiettivi educativi, definendone
precisi assi culturali, specificandone i saperi minimi essenziali per la
trasmissione di una capacità di lettura del mondo, di una mentalità
scientifica e di una cultura della cittadinanza, lo hanno frammentato in tanti
centri di istruzione separati, e quindi anche se non formalmente privati, quanti
sono gli istituti scolastici. Non essendo in grado di pensare in termini di
contenuti culturali, hanno lasciato campo libero ad un vuoto didatticismo, che,
incapace di confrontarsi con il valore qualitativo delle conoscenze, si risolve
in una tecnica di misurazione quantitativa di abilità meccaniche. Non essendo
in grado di ricostruire il ruolo della scuola come istituzione rispetto ai
giovani, che li socializzi attraverso l'acquisizione di conoscenze e
l'identificazione con modelli assiologici, la incoraggiano ad essere luogo di
socializzazione attraverso l'intrattenimento, e ne concepiscono la vitalità
come capacità di assorbire e restituire ai giovani ciò che è loro più
contemporaneo e più prossimo. L'autonomia scolastica, svincolando le scuole da
ogni obbligo di trasmissione di contenuti nazionalmente definiti, e i titoli di
studio (di cui sarà prossimamente abolito il valore legale) da ogni
corrispondenza a profili culturali determinati (sostituiti, in prospettiva, da
certificazioni individuali di abilità specifiche) rende possibile tutto questo.
Ma tutto questo non è solo frutto di stupidità politica, bensì risponde alle
esigenze del totalitarismo di un'economia desocializzata ed autoreferenziale, di
cui la stupidità politica ed il vuoto culturale sono gli strumenti. L'economia totalitaria contemporanea esige infatti che sia prodotto soltanto
ciò la cui produzione passi attraverso una convenienza aziendale, e che la
spesa pubblica sia interamente devoluta alla promozione delle convenienze
aziendali. Entro la prospettiva di questa economia postfordista, postkeynesiana
e neoliberista, le spese statali per la scuola sono puramente dissipative nella
misura in cui finanziano la trasmissione di profili culturali nazionali e non di
particolari abilità individuali sulla cui base le aziende possano decidere le
assunzioni, e nella misura in cui il loro impiego non faccia dello spazio
scolastico un nuovo mercato per le industrie. Le scuole, quindi, devono
insegnare attraverso i computer e attraverso altri strumenti che offre il
mercato (la pressione ossessiva per la valutazione attraverso test ha come
termine finale la computerizzazione), mentre deve risultare svalutata l'oralità
dialogica, che non dà profitto economico a nessuno. Scuole e insegnanti devono
operare nella competizione, in modo che si estingua la cultura disinteressata,
inutile per gli affari, e si pensi in termini di abilità strumentali e di
immagine. Non vi deve essere una selezione in base ai livelli di cultura e
dunque va bene che tutti siano promossi anche senza aver acquisito cultura dalla
scuola, perché in questo modo sarà il mercato, e saranno i poteri e le
relazioni delle famiglie, dopo la scuola, a decidere la collocazione sociale
degli individui. Nella scuola tutto deve essere attualità e sollecitazione
mentale piacevole, senza fatica e organicità di studio, perché ne escano
giovani senza spirito critico e quindi ben orientati al consumo. L'autonomia scolastica garantisce tutto questo, perché, separando le scuole
da contenuti culturali nazionalmente obbliganti, le mette in reciproca
competizione per accaparrarsi utenza, quindi sul terreno dell'immagine e del
consumo e le svuota di sapere disinteressato, quello cioè indispensabile allo
spirito critico, all'atteggiamento scientifico ed alla cultura della
cittadinanza. Essa è dunque il perno strategico della sottomissione della
scuola (come già di altre istituzioni non economiche) agli imperativi
dell'economia, dunque della sua fine come scuola. LE RIFORME DEL
CENTROSINISTRA (Berlinguer) Seguiamo con ordine il susseguirsi delle leggi
e decreti della frenesia liberista del centrosinistra aiutandoci con lo schema
seguente: RIFORME BERLINGUER FINO
AL 9 MAGGIO 2000 NORME
DI RIFERIMENTO Definizione
delle regole e delle garanzie per la realizzazione della flessibilità,
della diversificazione, dell’efficienza e dell’efficacia del Riordino
e definizione delle competenze e delle responsabilità di CEDE,BDP con
l’obiettivo di realizzare l’impiego ottimale delle risorse
professionali a supporto dell’autonomia delle istituzioni
scolastiche.
D.
L.vo 258/99
(Riordino
del Centro Europeo dell'Educazione e della Biblioteca di
Documentazione Pedagogica) CICLI Riorganizzazione
complessiva del sistema di istruzione, con un percorso dai 5 ai 18
anni, articolato in due cicli: il primo fino ai 12 anni, il secondo
dai 12 ai 18. Obbligo scolastico fino ai 15 anni, diritto formativo
fino a 18. DECENTRA- Per
rendere più efficiente ed efficace la pubblica amministrazione,
trasferimento di funzioni di carattere gestionale e amministrativo
dall’amministrazione centrale dello Stato alle regioni e agli Enti
Locali. Trasferisce anche le competenze relative alla rete scolastica. Definisce
la specifica dirigenza scolastica da attribuire ai capi d’istituto,
contestualmente all’acquisizione della personalità giuridica e
dell’autonomia da parte delle singole istituzioni scolastiche. Definizione
delle dimensioni, per l’attribuzione della personalità giuridica e
l’autonomia, alle istituzioni scolastiche e delle deroghe
dimensionali in relazione a particolari situazioni territoriali o
ambientali. FORMAZIONE
UNIVERSI- Istituzione
dei corsi di formazione universitaria per docenti di scuola materna ed
elementare e dei corsi di specializzazione per i docenti di scuola
secondaria. I
corsi sono iniziati dall’anno accademico 1998/99.
D.
Murst 509/99
(Preiscrizioni universitarie - Modalità di effettuazione) INNALZA- Innalzamento
della durata dell’obbligo scolastico da otto a 9 anni, fino a 15
anni di età. Riordino
del Ministero della PI e degli Uffici periferici dopo il trasferimento
di compiti e funzioni alle scuole.
D.
L.gvo 300 del 30/7/99
(Riforma dell'organizzazione del Governo) (Sperimentazioni
della riforma dell'Ammi NORME
PER IL DIRITTO DEI DISABILI Le
nuove norme modificano ed integrano le leggi esistenti Disposizioni
per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto
alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle
città
Legge
n. 53 del 8/3/2000
(Nuova legge per il sostegno alla maternità e sulla formazione) NUOVI
ESAMI
Il
nuovo esame di stato tiene conto del curriculum degli studi, contiene
infatti una sostanziale modifica nei contenuti, rispetto al
precedente. Prevede la valutazione conclusiva del corso di studi,
considerando l’esito degli esami e i risultati degli ultimi tre anni
del corso di studi. L’esame comprende tre prove scritte ed un
colloquio su tutte le materie dell’ultimo anno scolastico. OBBLIGO I
giovani fra i 15 e 18 anni
ORGANI Testo
coordinato predisposto dal comitato ristretto, finalizzato a definire
gli organi interni alla scuola, le loro competenze e le prerogative
delle diverse componenti scolastiche. Riforma
degli organi collegiali territoriali. Armonizzazione della
composizione, dell’organizzazione e
DPR
233 del 30/6/98
(Regolamento recante norme per il dimensionamento ottimale
delle istituzioni scolastiche) PARITÀ Legge
riguardante "disposizioni per il diritto allo studio per
l’espansione, la diversificazione e l’integrazione dell’offerta
formativa del sistema pubblico dell’istruzione e della
formazione". RECLUTA- Prevede
la trasformazione delle graduatorie dei Concorsi a titoli in
graduatorie permanenti, da cui si attinge sia per le nomine in ruolo
(50%), sia per il conferimento delle supplenze annuali e per
quellefino al termine delle attività scolastiche. La
legge delega il Ministro a stabilire le modalità di formazione delle
graduatorie permanenti (regolamento) e delle graduatorie d'istituto
(regolamento suppl. brevi). RIFORMA
ACCADEMIE, Collocazione
in ambito universitario delle Accademie di Belle Arti, di Danza, di
Arte Drammatica, dei Conservatori e degli ISIA. RSU Prevede
le nuove regole della rappresentanza sindacale e l’istituzione delle
Rappresentanza sindacale unitaria di scuola (RSU). Da definire
l'accordo integrativo ed il regolamento per le elezioni. SAPERI Ripensamento
complessivo degli obiettivi del sistema di istruzione, partendo da una
riflessione sui saperi essenziali per i giovani della nostra epoca,
affidata ad una commissione tecnico-scientifica (Comm. dei Saggi).
SERVIZIO Affidamento
al CEDE del compito di ricerca valutativa e di predisposizione dei
parametri per la valutazione degli standard del sistema di istruzione. SISTEMA
DI ISTRUZIONE E Istituzione
di corsi biennali/triennali di formazione post–secondaria, non
universitaria, finalizzata all’acquisizione di competenze
professionali specifiche. STATUTO Ridefinizione
dei diritti, dei doveri e delle norme disciplinari delle studentesse e
degli studenti. TRASFERI- Nuove
disposizioni in materia di organizzazione e di rapporti di lavoro
nelle amministrazioni pubbliche. Dal 30 giugno ’98 le controversie
del lavoro dei dipendenti pubblici passano dal T.A.R. al Pretore del
lavoro. Non è possibile entrare in ogni dettaglio, in questa sede. Tenterò
di riassumere l'insieme delle riforme più significative, anche ripetendo cose già
dette. Avverto che non andrò in ordine cronologico poiché il piano riformista
è un complesso che va letto nel suo insieme. IL DISEGNO NEL
SUO COMPLESSO Il processo riformatore inizia, come visto, con l'autonomia e
l'istituzione del Dirigente come figura istituzionale con molti più poteri
dei vecchi Presidi e Direttori Didattici. Ogni scuola deve preparare ogni anno
un suo Piano dell'Offerta Formativa (POF) con lo scopo di informare la clientela
di ciò che tale istituto fa. Si adombra qui ciò che accadrà: i POF come
messaggi pubblicitari per convincere i genitori ad iscrivere i loro
figli; in essi si discuterà in modo fantasioso di tutto dando sempre l'idea
di una scuola che non sappia di scuola (su questo concetto tornerò a
proposito del pedagogista Maragliano). Infatti, come visto, i finanziamenti
andranno in maggiore quantità alle scuole di maggior successo, successo che
si misura anche con il numero degli iscritti. Naturalmente non si tiene conto
del fatto che la gran maggioranza delle nostre scuole è diffusa nel
territorio in modo che, anche se il POF è penoso, uno è costretto, per
ragioni logistiche, ad iscriversi lì. Sembra una scimmiottatura delle leggi
del commercio. La cosa continua con una vera e propria concorrenza che si
dovrebbe instaurare tra scuole ed università. Quindi molte energie dei
singoli istituti vanno su questioni di facciata, di metodo, con i contenuti
sempre più lontani. Il Dirigente è figura chiave per convincere i lavoratori
della scuola della bontà delle scelte del Ministero; ha poteri che vengono sottratti alla
gestione collegiale della scuola (ad esempio, il vicepreside che prima era
eletto dal collegio dei docenti, da ora viene scelto dal Dirigente a suo
insindacabile giudizio). Egli
diventa una controparte per il resto dei lavoratori e riesce a crearsi il
consenso con una corte di postulanti, pagati sempre
miseramente, che nella scuola non mancano mai.
Naturalmente vi sono strumenti per
rendere ubbidienti gli insegnanti. Si inventano funzioni (Funzioni
Obiettivo) che sono retribuite (circa due milioni netti l'anno) e che vengono
praticamente assegnate dal Dirigente. La corte dei postulanti è quella che
gli dà sempre maggioranze nel Collegio Docenti. La democrazia nella scuola si
allontana sempre più. Non è solo questo l'effetto di queste famigerate
funzioni. E' anche quello di iniziare la guerra tra i "poveri". Ogni
insegnante guarda il suo collega con il sospetto che stia manovrando per
accaparrarsi egli stesso quella funzione! Qui occorre spiegare. Sembrerebbe
logico che, in una scuola, si individuino prima le cose che ci sono da fare
(esempio: biblioteca, laboratori, audiovisivi, vicepreside, programmatori
didattici, aula informatica, rapporti con ...,....), quindi si individuano gli
insegnanti che sono più adatti a portare avanti tali funzioni, ed infine si
procede alla loro nomina. Se una scuola ha individuato ad esempio 6 funzioni
obiettivo, tante dovrebbero essere le persone pagate per quel compito che, detto
en passant, vi è sempre stato. Ma non è così. E' il Ministero che decide che quella
data scuola ha diritto ad esempio a due funzioni obiettivo. Così il Collegio
Docenti si scannerà per stabilire quale funzione tra tutte quelle che
comunemente si svolgono, dovrà essere pagata. Gli altri, quelli che fanno del
lavoro su funzioni non pagate, decidono subito di lasciar perdere. Perché
quello è pagato ed io no? Bisogna dire che tali bestialità legislative
potevano solo venire in mente a pedagogisti della levatura di Benedetto
Vertecchi, capo dell'ex CEDE (oggi INVALSI), che ha trasformato la scuola con
riforme di questo tipo ed una miriade di altre di tipo cartaceo. Cioè con il
trasformare l'insegnante in un emanuense che deve passare ore al giorno a
riempire moduli, cartuccelle in cui si dica: obiettivi, modalità di
valutazione, relazione di..., griglie, test, verifiche, tipologie,... A parità
di stipendio il lavoro (in massima parte inutile) è cresciuto a dismisura.
Il procedere di questi cambiamenti è sostenuto dall'enunciazione di
una serie di principi, anche essi discutibili, per poi
intervenire nel modo più prosaico e stupido, sulle uscite e non sugli
ingressi. Si sostiene, ad esempio, che la concorrenza tra scuole eleva il livello di
ciascuna e che, con la concorrenza tra scuola pubblica e privata si migliora
ancora. E qui viene fuori la truffa a danno dei cittadini, truffa che avevo
annunciato con quella puzza di bruciato di cui parlavo nei paragrafi
precedenti. Poiché in Italia la scuola privata, essenzialmente confessionale,
non ha alcuna tradizione di prestigio, e non ha diffusione se non nelle scuole
materne ed elementari per la continua voglia dei politici cattolici di
lasciare questo settore in mano loro, occorre potenziarla. Sembra paradossale
ma il governo incentiva la scuola privata perché faccia concorrenza alla
scuola pubblica. E questo avviene con una legge vergognosa che ci fa tornare
indietro, prima di Porta Pia: la Legge
n. 62 del 10/3/2000
(Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio
e all’istruzione). Si riconosce il principio del sostegno economico alle
famiglie che decidono di mandare i loro figli in scuole private (il buono
scuola). Una nota su quest’ultimo
provvedimento: poiché vi era l’articolo 33 della Costituzione che impedisce
allo Stato il finanziamento di scuole private, nella
riforma della Costituzione è stato inserito un marchingegno del quale
pochi si sono accorti. Nel nuovo
articolo 55 della "nuova" Costituzione (Riforma del Titolo V) si
legge: "La Repubblica Italiana è costituita dai Comuni, dalle
Province, dalle Regioni, dallo Stato". Quindi lo Stato è uno tra i
tre enti. In pratica se i soldi provengono dalle Regioni e non dallo Stato il
finanziamento pubblico diventa lecito (la Regione Emilia Romagna ha iniziato
seguita dalla Regione Lombardia e quindi …). Questo al
fine di accreditare sempre più la sinistra come forza di governo (evidentemente
presso la Curia). Questa è la
legge sulla quale il nuovo governo si appoggerà per poter ampliare a dismisura
il sostegno alla scuola privata. Il
commento del grande studioso di scuola, Mario Alighiero manacorda, fotografa
così la situazione: Spogliata da
ogni "ideologismo" e portata sul piano giuridico e politico, la
questione si può esprimere così: può uno Stato sovrano dichiarare che sul
proprio territorio la scuola di un altro potere, "indipendente e
sovrano" (Costituzione, art. 7,1), è "pari" alla propria scuola?
Può farlo, quando le due scuole sono così diverse che, mentre quella statale
è fondata sulla libertà d'insegnamento (art. 33,1), l'altra è fondata su una
canonica "dottrina"? Può farlo quando l'altro potere usa appellarsi
all'infausto Concordato per impedire allo Stato ogni libertà di legiferare,
come ad esempio sulla collocazione dell'ora facoltativa di religione fuori
dell'orario curricolare obbligatorio, come invece aveva saputo legiferare l'Italietta
liberale a opera del ministro cattolico Emanuele Orlando? Può consentire che
quel potere violi i diritti costituzionali dei cittadini, come quando licenzia
in tronco i suoi insegnanti, negando loro ogni garanzia sindacale, perché
"non conformi" alla sua dottrina? Può, insomma, accettare che sul suo
territorio vigano, a pari titolo, due legislazioni opposte? La sovranità dello
Stato, la territorialità delle leggi, l'eguaglianza dei cittadini, le libertà
personali, sono questioni ideologiche? Ma, nonostante queste
miserie politiche, un'indagine
della UIL del 2004 fornisce dei risultati di interesse: "Cresce la fiducia nella
scuola pubblica mentre è in calo il numero degli studenti che frequenta le
scuole private: è questo il dato che emerge dall’analisi degli ultimi
cinque anni in tutti gli ordini di scuole. A frequentare la scuola statale
è infatti la quasi totalità (94%) degli studenti italiani. Aumenta il numero di scuole
paritarie, ma le frequentano sempre meno studenti: negli ultimi tre anni è
rimasto stabile il numero di scuole non statali: sono soprattutto scuole
materne (oltre11 mila), le elementari sono 1.670, le superiori 1.623,
residuali le scuole medie (697). [Osservo io che, nonostante
questa catastrofe paritaria, i soldi che il governo regala alle scuole
private è in continua crescita, in disaccordo con i principi
dell'autonomia]. Non bastando questa enorme
regalia, si blandisce ancora il mondo
cattolico con la messa in ruolo di professori di religione. Tali professori sono assunti
per designazione dalla Curia Vescovile che può dare o
togliere il proprio gradimento. Vengono immessi nei ruoli dello Stato senza
passare nei meccanismi della selezione che vale per tutti gli insegnanti: un
mostro giuridico. Ma come si risolve quel problema
del nostro ritardo nel numero dei diplomati rispetto ai Paesi evoluti ? Non si
fanno indagini in Italia per capire da cosa dipende la disaffezione allo
studio. Non si pensa minimamente al fatto che la scuola non è promotrice
sociale, è stata dequalificata negli anni sia come immagine che come
operatori in essa impegnati, che vi sono uscite che sembrano più
gratificanti, ... Si enunciano una serie di principi, anche essi discutibili, per poi
intervenire nel modo più prosaico e miope, sulle uscite e non sugli
ingressi. Si interviene sulle
promozioni finali senza, naturalmente, avere neppure il coraggio di
intervenire per modificare quel provvedimento nefasto di D’Onofrio (abolizione
degli esami di riparazione). Poiché una media del 90% di promossi ad esami di
qualunque scuola secondaria di secondo grado, sembra poca cosa, si pensa bene
di facilitare gli esami di Stato, cambiando l’uscita senza aver definito gli obiettivi
che si vogliono raggiungere. Poco importa se gli abbandoni sono di molto
precedenti. Su quello nulla. Quali sono le novità dell’esame? Mentre
l'esame sperimentale (poi durato 30 anni) varato nel 1969
prevedeva una commissione composta da 6 persone: 4 insegnanti esterni alla
scuola, uno interno oltre ad un presidente di commissione anch’esso esterno
alla scuola. Ora le commissioni saranno formate da 7 persone: tre insegnanti
esterni alla scuola, tre interni oltre ad un presidente esterno (Brichetto cambierà ancora con una
Commissione tutta interna con il solo Presidente esterno). Anche le norme
con cui si accede agli esami cambiano. Si introduce il sistema commerciale dei
debiti e dei crediti. Debito è una o più materie insufficienti in sede di
scrutinio e non recuperate all'inizio dell'anno seguente. Durante gli ultimi
anni di scuola secondaria si accumulano invece dei crediti a seconda delle medie
conseguite, fino ad un 20% della votazione finale; attività fatte dai ragazzi
esternamente alla scuola, opportunamente certificate ed in qualche modo
attinenti al corso di studi (esempio: un diploma di conservatorio per un liceo
classico), apportano crediti; aspetto più importante i ragazzi vengono
all’esame con un ‘percorso’ che si sono preparati durante l’ultimo anno
e praticamente sono loro che dirigono l’esame; novità di interesse è
l'introduzione di una terza prova scritta da realizzarsi dalla stessa commissione con
modalità essenzialmente a test. In complesso, se possibile, le percentuali dei
promossi con questa nuova modalità di esame, sono cresciute (siamo intorno al 95%
ed un qualche percento mancante è generalmente costituito da privatisti). E la qualità ? Qui il discorso è
dolente. La qualità è scesa
vertiginosamente. Praticamente la scuola ha
cambiato natura. Oggi si predilige il dibattito, il parlare senza sapere bene
di cosa, lo scimmiottamento di quanto accade in TV. E' un ricordo ormai quasi
patetico il principio pedagogico di Gramsci,
quello del serio impegno, e della fatica scolastica: “Occorre
persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso,
con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche
muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con
lo sforzo, la noia e anche la sofferenza. … Occorrerà resistere
alla tendenza di render facile ciò che non può esserlo senza essere
snaturato.” L'intero sistema educativo è
decaduto. Tutte le indagini che sono andate a studiare gli ingressi ai primi
anni d'Università mostrano la necessità da parte dell'Università medesima
di riprendere con concetti semplici ed addirittura con delle difficoltà a
livello di comprensione di concetti (si parla della comprensione
dell'italiano!). Il fatto è che i pedagogisti a
cui ci si è affidati (vedi oltre) hanno creduto di poter cambiare ispirandosi
ai modelli anglosassoni. Proprio a quelli che stanno riflettendo e rimettendo
in discussione tutto il loro sistema per il completo fallimento di esso. Ma i
nostri leggono libri e si disinteressano della pratica sperimentale. Si potevano studiare vari sistemi,
ad esempio di Paesi come la Spagna, la Germania, la Francia, ... Il sistema
delle scuole che sono basate su molte materie opzionali e molte materie
elettive. Questo avrebbe permesso di mantenere il filone principale di non
cedimento al disimpegno. Vi sono poi sistemi che danno titoli a 16 anni (negli
USA si fa così, nella maggioranza degli Stati). Sistemi nei quali si fanno
studi di carattere generale fino ai 14 anni, si fanno studi orientativi fino
ai 16 anni e qui si fornisce un titolo, quindi è possibile proseguire con
studi completamente d'indirizzo. Gli esami ai primi livelli di studio possono
essere sostituiti da scrutini, mentre dovrebbero restare alla titolazione di
livello superiore. Magari gestita dall'Università più che dalla scuola
stessa per ciò che riguarda chi vuole proseguire gli studi.
Sull'insieme dei provvedimenti
Berlinguer merita di essere letto un giudizio di Mario Alighiero Manacorda: In
tutto il suo progetto c'è una rincorsa a una modernizzazione senza cultura, a
una professionalizzazione localistica subalterna alle immediate esigenze
produttive, a una liberalizzazione generatrice di squilibri, a una falsa
licealizzazione di tutti gli istituti secondari con rinuncia a ogni rigoroso
apprendimento in nome degli inevitabili "alleggerimenti", della
facilitazione e del computer. Tutte cose che sono la degenerazione di
ipotesi buone, per fare della scuola, come chiediamo da un pezzo, il "luogo
degli adolescenti". Ma così il suo non è un progetto di innalzamento del
livello culturale di tutta la popolazione in una scuola insieme rigorosa e
"divertente": è una rinuncia al rigore necessario per fare, come
diceva Gramsci, di ogni cucciolo d'uomo un contemporaneo della sua epoca: è un
progetto di rinuncia all'impegno della scuola in questa direzione. Ma, a margine di
tutto questo, vi è ancora dell'altro.
E
la destrutturazione colpisce tutto, anche la storia: “Per
quanto riguarda la storia recente, va tenuto presente che il Novecento non si
caratterizza solo per un insieme notevolmente complesso di avvenimenti ma
anche per l'affermarsi di ottiche, teorie, linguaggi assai diversi da quelli
tradizionalmente adottati dalla scuola .... Gli attuali strumenti di studio
vanno dunque adeguatamente integrati, ad esempio, con l'impiego di repertori
di dati, immagini, ricostruzioni visuali”. Insomma
cronaca e non storia, immagini per non fare fatica e taglio drastico sulla
storia antica, sulle radici cosicché, quando ad esempio si studierà la
questione palestinese, chi conoscerà la storia di quelle terre? E senza
questo riferimento ogni disciplina umanistica e scientifica non ha più basi.
La Sintesi prosegue: “ Maggiore attenzione, nell'ambito della
didattica, dovrebbe essere data alla utilizzazione di una pluralità di
strumenti educativi, quali: Insomma:
illustrazioni, foto, filmati, disegni, immagini, divulgazioni, libri con molta
iconografia, gioco, tutto piacevole, dibattiti, gite, conferenze, uscite, … Walt
Disney insomma. Tutto meno che scuola perché
quest’ultima ha odore sgradevole. Al fine del saper fare! E di
adagiarsi su capacità intuitive, empiriche, immaginative. Anche
le scienze, forti di intuizione, empirismo ed immaginazione degli studenti,
hanno il privilegio della citazione: “La
ricerca sulla matematica non scolastica indica la necessità di insegnare agli
studenti ad usare idee e tecniche di tipo matematico nella soluzione di
problemi diversi (sia di scienze fisico-naturali sia di scienze sociali).
Sembra essenziale, a questo riguardo, che bambini e ragazzi non perdano
il piacere del matematizzare, non siano demotivati da eccessi di formalismo e
siano aiutati dagli insegnanti e dagli stessi compagni a pensare a percorsi
alternativi di soluzione e ad utilizzare in positivo le dinamiche degli
eventuali errori.” Qui
si sta dicendo che uno degli ultimi luoghi dove si conquistano le abilità
astrattive, va demolito, con tutto ciò che segue. E si dice anche che il
formalismo matematico è da buttare (era inevitabile che dopo il latino si
attaccasse la matematica). La fisica, poi, fa un poco di paura ad un pedagogo.
Parla di simulazioni al computer, riuscendo con un colpo di penna, a
vanificare gli sforzi di chi, per anni, ha tentato di fare la prima
rivoluzione scolastica, quella galileiana. Simulare un esperimento, al livello
scolare di cui si discute, è fuorviante se non si conosce bene cosa è un
trasduttore (un certo evento che diventa segnali elettromagnetici che poi
traduciamo in dati di spazi e tempi) e se non si è ancora in grado di
cogliere l’onestà dello strumento. Insomma: il fenomeno è prodotto dallo
strumento o è simulato da esso? Riguardo poi al pedagogo che parla di scienza
con “contrasti con altre forme del pensiero”, lasciamo perdere. Occorre
togliere alla scuola ciò che sa di scuola perché la scuola non interessa,
soprattutto se pubblica: “Bisogna
intervenire sull'editoria scolastica, sollecitandola a (e fornendole le
condizioni per) maturare nuove scelte produttive, a favore di testi essenziali
(per gli studenti) e più ampi e documentati (per i docenti). ......... quindi
i testi scolastici devono essere concisi e non disperdersi in cose, magari
importanti, che fanno perdere tempo; sono i docenti che devono sapere di più
e quindi, loro, debbono avere testi più ricchi su cui prepararsi; si
intende puntare seriamente sulla riqualificazione permanente dei docenti; In
definitiva i testi più ricchi per i docenti servivano a questo. Sono sempre
possibili poi corsi a distanza per aggiornare chi non conosce il proprio
mestiere e soprattutto chi non sa divulgare. Ma ciò a cui si tiene di più è
al fatto che gli insegnanti sappiano usare le nuove tecnologie, cioè internet
(perché immagino che la TV ed il video venga concesso loro come acquisito).
Come poi ci si istruisca con internet, senza avere una importante preparazione
di base, i pedagoghi non lo spiegano. Dibattiti
e discussioni, rigorosamente preparati, sono strumenti cruciali, anche
all'interno del gruppo classe, per la creazione di quel "mettere in
questione" e di quella autonomia intellettuale
che idealmente formano le basi di una moderna società civile.”
Dibattere quindi, come già detto non
casualmente e come in TV. E, dati i
livelli di preparazione di base, questo dibattere scimmiotterà proprio la TV.
Ma quale sarebbe questa società civile? Lo dicono, lo dicono; non sono
reticenti: “Far
sì che la scuola metabolizzi progressivamente una nuova cultura del lavoro
significa investire su due fronti: l'orientamento e la proposta formativa. Per
il primo fronte, si tratta di introdurre nella didattica alcuni contenuti
innovativi propri di questo nuovo approccio: il superamento della
"cultura del posto" a vantaggio di una nuova visione delle
opportunità e delle professioni; la cultura della flessibilità attraverso la
conoscenza delle nuove forme di organizzazione dei processi lavorativi; le
nuove forme del lavoro, da quello autonomo a quello artigianale, a quello
atipico; la preparazione all'autoimprenditorialità. Per il secondo,
considerata la maggiore velocità di trasformazione dei processi strutturali
rispetto a quelli culturali, il problema più urgente è di por mano
all'impianto metodologico della scuola: è in gioco non solo una questione di
contenuti, ma anche e soprattutto una questione di metodo di studio e di
impegno umano. Si tratta allora di utilizzare e valorizzare le forme
dell'apprendere proprie del mondo esterno alla scuola, sviluppando il senso di
responsabilità e di autonomia che richiede il lavoro, le capacità etiche ed
intellettuali di collaborazione con gli altri, la pianificazione per la
soluzione di problemi concreti e la realizzazione di progetti significativi
(competenze di tipo trasversale da promuovere nella scuola e nell'educazione
permanente). In questo quadro andrà particolarmente valorizzato il rapporto
costruttivo fra scuola, comunità locali, mondo produttivo.”
Le intenzioni sono chiarissime: la scuola deve preparare secondo i
voleri dell’Impresa neoliberista educando anche alla sottomissione ed
all’accettazione dell’esistente. Non
si può non concordare con uno dei più severi ed autorevoli critici di queste
riforme: “Di recente sono
ripartite - con più virulenza che mai - le fantasie sulla
"privatizzazione", ammantate di modernismo e celate dietro un
inaccettabile disfattismo sul presunto sfascio della scuola pubblica. Si
confonde autonomia con privato, quasi che il concetto autonomia non fosse un
concetto anche e corposamente pubblicistico. Si rimette in discussione il
patto costituzionale che cattolici e laici democratici hanno stipulato per
impegnarsi nella qualificazione e nelle garanzie pluralistiche della scuola
pubblica. Si diffonde l'insana illusione che la salvezza educativa del paese
sia nelle mani dell'efficienza di novelli managers privati (che tutti sanno
abilissimi nell'attingere continuamente ai fondi dello Stato). Ora poi si
racconta che le università - sprecone e inconcludenti - devono procacciarsi
da sé i mezzi per lavorare, stravolgendo così una grande tradizione e valori
radicati nella storia d'Europa, che hanno fatto libera (e per questo grande)
la nostra ricerca. Reaganismo e confessionalismo d'accatto”.
Costui lucidamente descrive ciò che accade. E’ il futuro ministro
Luigi Berlinguer, su La Repubblica del 28 settembre 1988. Dice
Mario Alighiero Manacorda, uno dei più lucidi pensatori dei nostri tempi, Ma altre pesanti
critiche sono venute da varie personalità della politica e della cultura. [Per approfondire tutta questa parte si veda
il mio articolo La
scuola sotto attacco e per una discussione sul ruolo dei pedagogisti
contemporanei vedi l'altro mio articolo A
che servono i pedagogisti ?].
RUOLO DEL SINDACATO
SCUOLA
Anche
Confindustria negli anni delle riforme Bassanini e Berlinguer, si mostra
particolarmente attiva in prima persona. Inizia con un documento del 1998
(mentre si sta varando la Riforma Berlinguer), Verso la scuola del 2000
[40] , nel quale si denuncia ciò che è denunciato dagli industriali della UE
(l'ERT di cui abbiamo parlato nella premessa): troppe nozioni, troppi
insegnanti, troppe scuole, costo esagerato [con confronti assolutamente
disomogenei, ndr], ... e si reclamano le
conclusioni dei rapporti UE, Delors e Cresson[40].
Nessuna novità rispetto a quanto rivendicato dall’ERT e da altri
gruppi imprenditoriali di pressione (in fondo è un gioco ad incastro: si
tratta degli stessi che ritroviamo da più parti in più ruoli).
Ma vediamo qualche citazione d’interesse. Dopo essersi incensata (“Confindustria
ha una storica attenzione ai problemi dell’education”) afferma
che occorre puntare sul capitale umano perché noi abbiamo scarse risorse
naturali, che servono ponti tra scuola ed impresa, che serve mobilità e
flessibilità, che i capi d’istituto possano scegliere gli insegnanti (io
pensavo il viceversa! ndr.), che occorre che sia praticato l’orientamento,
che gli studenti operano oggi come i loro bisnonni, che le scuole devono farsi
concorrenza, che vi è un assemblearismo irresponsabile, che i capi
d’istituto non hanno poteri, che le spese per la formazione delle imprese
devono essere considerate come investimento ammortizzabile, che la scuola ha
scarso appeal (si confronti con quanto sostengono i pedagogisti), che
serve responsabilità sociale degli individui. Si passa al problema dei costi,
subito dopo aver detto che in Italia il tempo pieno
è poco praticato e che da noi si fa un anno in più che nel resto di
Europa. Si dice che qui il costo per alunno è superiore a quello della media
UE. Naturalmente non tenendo conto del fatto che il grosso di questa spesa è
per una scuola di eccellenza che noi abbiamo, la scuola elementare funzionante
proprio a tempo pieno e con i moduli (3 insegnanti per due classi) in base
alla legge istitutiva, la 148 del 1990. Ma le due cose non devono essere messe
in relazione: si tratta di smontare un’altra delle grandi conquiste sociali
degli anni passati. Se si confrontano questi dati con la simultanea richiesta
di estendere il tempo pieno ci si rende conto che Confindustria ha in mente
solo il fatto che la scuola deve essere pagata dai clienti, deve
prevedere classi sovraffollate, deve ridurre il numero delle discipline, deve
ridurre il numero delle ore, deve aumentare l’orario di servizio degli
insegnanti, deve ridurre il numero delle scuole, deve
… . Confindustria passa poi all’operazione mai denunciata con forza
dal nostro Ministero per la denigrazione reiterata che viene fatta sulla
nostra scuola: va a confrontare i livelli di apprendimento nelle indagini
internazionali (P.I.S.A.-OCDE; TIMMS-IEA) (48). Poiché i nostri
studenti hanno valutazioni al di sotto della media OCDE, la colpa la si dà
alla scuola. A nessuno dei tecnici di Confindustria (e dei vari ministri) è
venuto in mente che le valutazioni che vengono effettuate sono disomogenee
rispetto alla preparazione? Sanno gli esponenti dell’impresa che, ad
esempio, chi sa lavorare con problemi da liceo scientifico e non ha mai
lavorato con test, non ottiene buone valutazioni? Sanno che mentre è facile
addestrare ad un test (appiattimento verso il basso della preparazione per
garantire uniformità alle domande) non è facile insegnare a risolvere
problemi con tutte le abilità che si devono mettere in campo? Al
momento del varo della Riforma Berlinguer la stessa Confindustria darà il suo
parere molto favorevole. Certo si poteva fare di più ... e
comunque facciamo presto. Per non perdere altro tempo Confindustria delega i
piani organizzativi della scuola che gradisce in tutta la loro completa
strutturazione, all’Associazione TreeLLLe (Per
una società dell’apprendimento continuo). La
TreeLLLe ha fino ad ora prodotto tre ponderosi documenti che, in molto
maggiori dettagli, iniziano a definire la politica dell’impresa nei riguardi
della scuola. Leggendoli ci si può rendere conto che, ora,
l’impresa sembra andare avanti accompagnata da una marcia trionfale. E dico
questo non per dire che tutto ciò che fa l’impresa è male, ma solo per
auspicare che la politica sostenga quella parte di società che non è impresa
e che dovrebbe rientrare in un
ambito di rapporti civili, quanto meno di welfare. Ma, anche qui, la
politica si è dissolta ed i politici eletti da noi lavorano insensibili agli
interessi dei loro elettori, con i sindacati confederali di categoria
colpevolmente assenti. L’organizzazione
degli imprenditori italiana si coordina anche con altre 6 organizzazioni
europee simili per varare un documento, Per una scuola di qualità
(Londra 2000) che compendia tutto ciò che l’impresa vuole
dalla scuola (ora si ha a che fare con 10 messaggi chiave, ricalcando
proprio quelli della Commissione Cresson, mostrando come si lavori in stretta
sinergia): ripensamento del sistema educativo, nuova organizzazione della
scuola, autonomia organizzativa, didattica e gestionale [nella Riforma
Berlinguer i pochi soldi arrivavano dall’ex MPI, sostenere l’autonomia
gestionale vuol dire sostenere la privatizzazione della scuola pubblica, ndr];
standard nazionali di conoscenze e competenze; un ente indipendente per la
valutazione di ogni singola scuola e del complesso; finanziamento pubblico
guidato dalla domanda; competizione; tecnologie informatiche e multimediali;
saper fare; flessibilità del lavoro docente; docenti estremamente
preparati ed in continua formazione; docenti non necessariamente titolati;
docenti transitori; maggior ruolo per il dirigente; integrazione scuola
impresa, con l’impresa che indirizza gli studenti, con stage aziendali e per
studenti e per insegnanti. Naturalmente, per gli aderenti a Confindustria, non
avvezzi storicamente a fare ricerca, la scuola dovrà essere bassamente
professionalizzante
LE RIFORME DELLA DESTRA (Brichetto,
detta Moratti)
“una
nuova scuola nella quale:
1)
lo Stato finanzi ma non gestisca l'istruzione di tutti i cittadini;
2)
si affermi una pluralità di offerte e istituti formativi, statali e non, e
una pluralità di opzioni possibili per il cittadino;
3)
viga la pari dignità tra le diverse scuole e quindi l'assoluta irrilevanza
del fattore economico nella scelta da parte dei cittadini ;
4)
si giunga all'abolizione del valore legale del titolo di studio,necessaria
conseguenza di tale nuovo assetto;
5)
A tal fine lo Stato deve fissare quanto intende spendere annualmente per la
formazione di ciascun cittadino;
6)
deve disporsi poi a riconoscere quella somma, diversificata a seconda del
grado di istruzione, alla famiglia di ciascun alunno, utilizzando appositi
bonus o altri analoghi strumenti;
7)
si può infine prevedere che gli alunni iscritti a scuole non statali gravino
sulle casse dello Stato per un 10% in meno di quelli che scelgono la scuola
statale. C'è infatti da calcolare una serie di spese fisse che lo Stato è
comunque chiamato a sostenere, ad esempio nei piccoli centri a scarsa
popolazione scolastica e dove però l'istruzione va comunque garantita. C'è
per converso da pensare che altri sussidi, familiari, di enti privati e
imprese possano giungere alla scuola non statale.”
[40] Si devono prevedere dei
percorsi formativi individuali ed un rafforzamento della formazione
professionale per legare il mondo della scuola a quello dell’impresa.
Saranno i genitori a garantire le libertà di scelte educative (questi
genitori sono sempre presi a pretesto per fare i propri comodi, ndr). Dove
trovare le risorse? “L'impresa
deve trovare proficuo e
vantaggioso investire nella scuola. Da questo punto di vista gli Stati Uniti
possono insegnarci qualcosa. Particolarmente per le scuole professionali
..”. Ed anche qui si
arriva ad una medesima conclusione – l’impresa che deve fare affari con la
scuola - con una possibile aggravante: che si richiami
il Paese in cui ogni tecnica privatistica è stata utilizzata può
essere naturale, ma far finta di non sapere che proprio negli Usa si sta
ripensando tutto, compresi i buoni scuola, si sono avute clamorose bocciature
di Bush in Senato dove i democratici
e 13 repubblicani hanno creato un ampio fronte anti-vaucher,
dove sono state bocciate in Stati del calibro della California
e del Michigan (per ora),
leggi per il finanziamento pubblico di scuole private, dove si sta tornando
dal decentrato al centralismo, ... beh, sembra davvero esagerato. Anche la destra ha dei
suoi fidi pedagogisti. Quello ora in oggetto è tal Bertagna, cattolico
militante ed in definitiva in accordo con Maragliano in quello che sarà il progetto
Buonsenso (vedi oltre). Il Documento
Bertagna getta le basi ideologiche della scuola di destra ma, da
cattolico, non sa ben cogliere il liberismo sfrenato per cui anche Bertagna
andrà in soffitta molto presto. Si parte dalle
seguenti raccomandazioni:
1)
ribadire il principio che il sistema di istruzione e di formazione
del Paese è al servizio della società e del progresso economico se e solo
se è primariamente al servizio della persona di ciascuno e mira al massimo
sviluppo possibile delle capacità di tutti; in questa prospettiva va
collocato l’obbligo di 12 anni di istruzione e/o di formazione per tutti; 2)
valorizzare ulteriormente il ruolo e la funzione educativi della
scuola dell’infanzia valutando “se e in quale modo considerare la
frequenza della scuola dell’infanzia triennale, che resta non obbligatoria
e curricolarmente unitaria, come possibile credito ai fini del
soddisfacimento di almeno un anno dei 12 di istruzione e/o formazione
obbligatoria”; ciò anche allo scopo di non lasciare “minori” sul
piano della qualità della formazione iniziale e della successiva carriera i
docenti che insegnano in questo grado di scuola; 3)
ipotizzare un’articolazione unitaria della scuola dai 6 ai 14 anni
che avvalori le specificità delle età evolutive della fanciullezza e della
preadolescenza sul piano degli ordinamenti, del piano degli studi e
dell’organizzazione del servizio; ciò significa promuovere, nella cornice
ordinamentale della scuola primaria quinquennale e della scuola secondaria
di I grado triennale, un piano degli studi unitario, continuo e progressivo
organizzato in cicli biennali, dove si realizzi un più efficace raccordo
tra l’ultimo anno della scuola primaria e il primo della secondaria di I
grado e, nondimeno, tra l’ultimo biennio della scuola secondaria di I
grado e gli studi liceali o professionali successivi, al fine di stimolare
una spinta qualitativa verso l’alto dell’intero sistema di istruzione e
di formazione; 4)
eliminare la cosiddetta “onda anomala” determinata
dall’attuazione della legge 30 per i gravi problemi che essa solleva
anzitutto sul piano educativo e metodologico, per gli alunni, le famiglie ed
i docenti, e, in secondo luogo, a livello organizzativo, edilizio,
finanziario, anche per lo Stato e gli Enti locali; 5)
progettare una scuola secondaria superiore di elevata qualità
culturale ed educativa, prevedendo anche la possibilità di completarla con
eventuali anni di specializzazione non universitaria; 6)
identificare la natura pedagogica, l’identità curricolare e la
fisionomia istituzionale di un percorso graduale e continuo di
Istruzione/Formazione secondaria e superiore parallelo a quello di
Istruzione secondaria e superiore, dai 14 ai 21 anni, con esso integrato a
livello di funzioni di sistema e ad esso pari in dignità culturale ed
educativa, abilitato a rilasciare tre titoli di studio corrispondenti a
standard nazionali concertati in sede nazionale (Qualifica, Diploma di
formazione secondario, Diploma
professionale superiore); 7)
predisporre piani di studio/standard nazionali obbligatori che ...
consentano più di ora sia percorsi e completamenti personalizzati da parte
delle famiglie e degli studenti, sia una maggiore verifica comparativa
nazionale dei risultati; 8)
dar corso ai punti precedenti avvalorando l’autonomia degli
istituti del sistema di istruzione e di formazione, facendo sempre
prevalere, sia sul piano delle verifiche dell’apprendimento sia su quello
del soddisfacimento dell’obbligo per tutti i giovani di 12 anni di
istruzione/formazione, i vincoli di
risultato su quelli procedurali e di percorso; 9)
prevedere linee di formazione iniziale degli insegnanti in relazione
ai cicli scolastici e di Formazione ipotizzati.
il
tema della formazione
in alternanza scuola/lavoro, va comunque tenuto concettualmente e di
fatto distinto dall’ apprendistato.
Quest’ultimo, a differenza del primo, è infatti un contratto di
lavoro a causa mista (che pone in capo all’imprenditore un obbligo di
retribuzione e insieme di formazione) e
come tale coinvolge direttamente la responsabilità della parti sociali. E' certamente rassicurante leggere queste cose all'inizio di un
documento che deve gettare le basi di una riforma della scuola. Tale
documento prosegue con un altro elenco di buone intenzioni:
In
questa prospettiva ha segnalato come strategico per lo sviluppo del paese e
per la maturazione dei singoli soggetti in età evolutiva il raggiungimento
dei due seguenti obiettivi: Ø
la disponibilità di un sistema educativo nel quale esistano e si
intersechino percorsi di istruzione e percorsi di formazione, ambedue a
livello secondario e superiore; Ø
l’obbligo per tutti i cittadini italiani, come irrinunciabile
conquista di civiltà, di seguire, all’interno di questo sistema, un
itinerario formativo di 12 anni o almeno fino all’ottenimento di una
qualifica. Ø
è saggio e prudente evitare una scolarizzazione precoce, dando
rilievo all’importanza che il bambino, prima di accedere a un vero e
proprio percorso di apprendimento di tipo cognitivo e alla logica già
strutturata dei piani di studio pensati per il sistema di istruzione,
“impari il difficile mestiere dell’alunno”, abituandosi a stare in
gruppo, a seguire le indicazioni dei maestri, a sviluppare relazioni
positive e non conflittuali con gli altri, a maturare sotto il profilo della
capacità operativa e manuale e di quella che oggi viene chiamata
“l’intelligenza emotiva” ecc. Ciò consiglia di mantenere e
valorizzare, aggiornandola, la nostra peculiare tradizione sociale e
pedagogica, espressa negli Orientamenti
per l’attività educativa, ribadendo la funzione essenziale della
scuola dell’infanzia e la sua partecipazione insostituibile alla funzione
critica generale del sistema educativo. Sulla base di queste premesse il Grl
ha riscontrato un compatto e deciso orientamento contrario all’ingresso a
5 anni nella scuola primaria, nell’ambito comunque di un comune
riconoscimento della necessità di definire in modo più preciso ed
avvertibile i “traguardi di sviluppo” da conseguire al termine della
scuola dell’infanzia; Ø
è inopportuno “compattare” e ridurre a un unico ciclo di 7 anni
la scuola primaria e l’istruzione secondaria di I grado perché ciò,
oltre agli inconvenienti determinati dall’ “onda anomala”,
determinerebbe la mescolanza (che rischia di degenerare in confusione) tra
approcci, metodologie di insegnamento ancora troppo diversi ed eterogenei.
Su questo punto non solo le consultazioni sviluppate nei Gruppi
Focus, ma anche il confronto
critico con i consigli di classe e di istituto e l’indagine dell’Istat
hanno fatto registrare una massiccia convergenza di opinioni; Ø
è importante evitare qualsiasi forma di canalizzazione precoce,
offrendo a tutti la possibilità non solo di acquisire una buona formazione
di base, ma di “saggiare” anche il percorso didattico ed educativo
dell’istruzione secondaria superiore, prima di decidere, eventualmente, di
abbandonare la scuola; Ø
è fortemente sconsigliabile, se non addirittura inaccettabile,
ridurre il percorso dell’istruzione secondaria di II grado, perché ciò
rischierebbe di “svendere” il prezioso patrimonio educativo e culturale
della nostra tradizione liceale e di intaccarne la credibilità, il
prestigio e, soprattutto, l’efficacia. Anche su questo punto forze
politiche e sociali, opinion leader,
accademici e rappresentanti dell’associazionismo culturale e professionale
si sono espressi in modo netto e deciso; Ø
è, al contrario, fortemente consigliabile fissare in 12 anni la
durata complessiva del percorso della istruzione e/o formazione
preuniversitaria (o, nell’ipotesi del Grl, che precede l’ingresso nel
sistema della formazione superiore) consentendo così anche ai nostri
giovani di accedere all’università (o a una formazione superiore che
riprenda e consolidi l’esperienza degli IFTS, facendola evolvere verso
assetti istituzionali più stabili) in coincidenza con il compimento della
maggiore età. Anche questa ipotesi ha fatto registrare un grado di consenso
molto elevato.
Una lettura, anche superficiale di queste cose fa rendere conto del
livello ciarlatano che la destra pone a base della sua scuola, salvo
sbarazzarsene immediatamente per realizzare obiettivi concreti che non possono
mai coniugarsi con una qualche epistemologia. Bertagna cerca
una base scientifica al suo progetto. Lo dice e lo ripete più volte. Egli
stesso non ci crede. Comunque mette giù un elenco di obiettivi (vincoli)
da conseguire:
Ø
Innalzamento della qualità e del livello complessivo del sistema
scolastico da realizzarsi, in primo luogo, attraverso l’obbligo di
istruzione e/o formazione per almeno 12 anni (o, nell’ipotesi minima, fino
all’ottenimento di una qualifica), articolato in obbligo di istruzione dai
6 ai 14 anni con successiva possibilità di scelta, all’interno del
sistema educativo di istruzione e di formazione, tra il percorso
dell’istruzione secondaria di secondo grado e il percorso della
formazione, senza nessuna canalizzazione, comunque intesa e definita, prima
dei 14 anni; Ø
Articolazione del ciclo dell’obbligo di istruzione in una scuola
primaria, che resta ordinamentalmente quinquennale, e in una scuola
secondaria di I grado, che rimane triennale, fortemente collegate tra loro
in un percorso continuo e progressivo, sul modello degli istituti
comprensivi, e in più suddiviso in cicli biennali. Questa soluzione
consente un immediato ampliamento dello studio secondario rispetto a quello
primario attraverso la saldatura tra la V elementare e la I media e quindi
contiene in sé la possibilità di riorganizzare l’intero sistema di
istruzione e formazione in articolazioni differenti da quelle del modello
previsto dal Grl. Non è ad esempio azzardato ipotizzare che, qualora gli
interventi proposti funzionino, si possa pervenire, in tempi ragionevoli, a
due cicli di 6 anni ciascuno, frutto, appunto, della saldatura, da una
parte, tra l’ultimo anno della scuola primaria e il primo della secondaria
di I grado e, dall’altro, tra l’ultimo biennio di quest’ultima e il
ciclo quadriennale della scuola secondaria di II grado. L’organizzazione
in cicli biennali è fatta apposta per operare questa eventuale transizione
da una soluzione immediata, che tenga conto degli attuali vincoli della
realtà di fatto, a una che, via via che il sistema scolastico si assesta,
si riorganizza, migliora la propria funzionalità ed efficacia, si riveli più
conforme alle nuove esigenze. In questo senso, non è nemmeno escluso, in
base ai risultati delle misure di riforma che si propongono, che il
consolidato professionale dei docenti e dell’esperienza di apprendimento
degli alunni possa portare anche verso una soluzione non di sei più sei,
bensì di quattro, più quattro, più quattro, oppure alla conferma della
scelta per ora proposta come più ragionevole. È buona regola d’azione,
del resto, in qualsiasi riforma, essere attenti all’ evoluzione
sostanziale delle cose, piuttosto che costringerle dentro schemi
pregiudiziali formali. Ciò, è bene ribadirlo, sempre nel rispetto di due
vincoli che il Ministro ha posto e che il Grl ha recepito volentieri:
l’obbligo per tutti di acquisire almeno una Qualifica in 12 anni di
istruzione e/o formazione o, comunque, entro il 18° anno di età, e
l’esclusione di qualsiasi “canalizzazione” o scelta prima dei 14 anni
di età, cioè prima che tutti abbiano compiuto un percorso formativo di 8
anni, comunque internamente articolato e organizzato. L’ultimo biennio
della scuola secondaria di I grado, rigorosamente
uguale per tutti, deve avere un forte carattere orientativo, in modo da
consentire a ciascuno, attraverso moduli didattici specifici, incontri con
docenti e allievi dell’istruzione secondaria di II grado e della
formazione, di poter anche sperimentare forme e contenuti tipici
dell’apprendimento e dell’esperienza formativa dei diversi indirizzi di
studio successivi e di avere, di conseguenza, la possibilità di effettuare
scelte consapevoli; Ø
Potenziamento del percorso della formazione secondaria, sia essa a
tempo pieno o in alternanza, e istituzione, accanto al sistema
universitario, di un sistema di formazione superiore, che come detto
generalizzi l’attuale sistema degli IFTS, ancora agli inizi, e lo faccia
evolvere verso assetti istituzionali meglio definiti e più stabili, e
preveda itinerari differenziati per durata e terminalità (da 1 a 6 semestri
a tempo pieno o da 1 a 8/9 se posti in alternanza scuola-lavoro), in modo da
rispondere alla richieste, da parte del mondo produttivo, in primo luogo di
diversi livelli di professionalità, e in secondo luogo sia di figure
polivalenti, in grado di inserirsi in organizzazioni più complesse, sia di
figure più specialistiche, che rispondono al bisogno di competenze più
marcate dal punto di vista operativo; Ø
Organizzazione della didattica in cicli biennali, sia per favorire
una maggiore flessibilità, con effettive possibilità di riarticolazioni
interne sulla base dell’esperienza acquisita e delle esigenze che possono
via via emergere, sia per assumere, nei confronti dei cosiddetti debiti
formativi, un atteggiamento che permetta di combinare e contemperare, in
modo coerente, rispetto delle differenze dei diversi ritmi di apprendimento
e rigore. Il primo principio trova concreta applicazione nel considerare non
preclusiva, ai fini del passaggio dalla prima alla seconda classe di ogni
biennio, la presenza anche di più debiti; il rigore si esprime
nell’obbligo di colmare, durante il secondo anno del biennio medesimo, per
ottenere il passaggio al successivo, i debiti registrati l’anno
precedente, con la tolleranza per uno. Nel caso in cui i debiti siano emersi
nel corso del secondo anno del biennio, lo studente ha l’obbligo di
recuperarli (sempre con la tolleranza per uno) l’anno successivo. Tra i
debiti da prendere in considerazione vi è anche il mancato conseguimento
degli obiettivi relativi a un comportamento del soggetto in classe, che
attesti il raggiungimento del livello di maturità sociale e di
responsabilità consono all’età; Ø
Piena attuazione dell’art.6, c.1, del D.M. 509/99 che obbliga
l’università a verificare se chi chiede l’immatricolazione possiede
davvero la preparazione iniziale necessaria per frequentare il corso di
laurea prescelto in maniera proficua. Nell’ipotesi del Grl, questo obbligo
si estende anche ai corsi di formazione superiore, che debbono verificare
l’effettivo possesso, da parte di chi desidera l’accesso, delle
conoscenze, delle abilità e
delle competenze stabilite. All’uno
e all’altro canale, università e formazione superiore, si può accedere
indifferentemente sia dal percorso dei licei, sia da quello della formazione
secondaria. Viene altresì
proposta l’attivazione di un servizio di attività formative
propedeutiche, svolte in collaborazione con istituti della scuola superiore
di II grado, da docenti di quest’ultima appositamente selezionati dai
diversi corsi di laurea, che provveda a “riallineare”
la preparazione dello studente ai livelli qualitativi richiesti per
l’accesso. Questi moduli avranno durata variabile, da un mese a un intero
anno, e sono aggiuntivi alle normali attività previste nel piano degli
studi universitario. La certificazione dell’avvenuto recupero dei debiti,
e quindi l’ammissione ai corsi universitari che danno diritto ai crediti
per il conseguimento della laurea, dovrà essere il risultato di una
valutazione, se non comune, almeno condivisa, tra i docenti cui sono stati
affidati i moduli di riallineamento e quelli universitari. Questo cardine è
il risultato del tentativo di dare concreta espressione e attuazione a un
principio generale, cui il Grl ha cercato di ispirare tutta la costruzione
del proprio modello: la scelta di operare nella “zone di confine” tra i
cicli in cui è attualmente articolata la scuola italiana, al fine di
ridurre le eccessive “linee di demarcazione” che li separano, con
conseguenti gravi difficoltà e disagi per gli studenti negli anni di
passaggio dall’uno all’altro (dalla scuola elementare alla scuola media
inferiore; da quest’ultima alla scuola superiore; e appunto, dai licei o
dagli istituti tecnici e professionali all’università); Ø
Affidamento al Servizio Nazionale per la Qualità del Sistema
Educativo di Istruzione e di Formazione, all’inizio della 1°, 3° e 5°
primaria, della 2° media, della 1° e della 3° secondaria, nonché alla
fine della 3° media e dell’ultimo anno della
secondaria, il compito di predisporre verifiche sistematiche sulle
conoscenze e sulle abilità degli allievi, richieste dai piani di studio
nazionali. La scelta di operare le verifiche nazionali all’inizio del
ciclo scolastico successivo, piuttosto che alla conclusione del precedente,
è motivata dal desiderio di attribuire alle verifiche un carattere più
promozionale che descrittivo e sommativo. Ciò non toglie che, con
appuntamenti di questa natura,
le scuole possano contare su numerosi ed eloquenti stimoli per la pratica
dell’autovalutazione e di una programmazione educativa e didattica
autocorrettive; Ø
Riorganizzazione dell’attività didattica sulla base di modalità
capaci di assicurarle maggiore flessibilità ed efficacia. Si tratta, in
particolare, di ridurre il numero delle discipline, mantenendolo entro una
soglia che sia compatibile con la reale possibilità, da parte dello
studente, di assimilare il linguaggio, la trama concettuale, i contenuti
essenziali e lo statuto epistemologico di ciascuna di esse, e di assicurare,
nel contempo, l’attivazione di uno spazio di lavoro interdisciplinare che
permetta l’acquisizione concreta di tutte quelle conoscenze, abilità e
competenze che non rientrano nei confini delle discipline prescelte e sono,
tuttavia, da considerarsi irrinunciabili ai fini di una formazione completa
degli studenti. La combinazione di questi due approcci deve essere tesa a
favorire la costruzione della conoscenza secondo una forma duale,
in virtù della quale essa, da
una parte, rimanga ancorata al
contesto utilizzato e da questo in genere attivata; dall’altra, ne risulti
svincolata, in modo da poter essere proiettata su altri contesti,
considerati, per qualche aspetto, analoghi al precedente. Ne escono in tal
modo rafforzate l’attitudine al trasferimento
analogico da un contesto a un altro, basata sulla capacità di
“vedere” un materiale di apprendimento relativo a una particolare
conoscenza in situazioni differenti da quella originaria e abituale, e l’ astrazione,
cioè la capacità di
identificare caratteristiche comuni in campi differenti. Legare strettamente
un concetto a un solo contesto rende più difficile lo sviluppo di queste
capacità: ciò non significa, ovviamente, negare non solo l’utilità, ma
anche la necessità di un lavoro di riflessione e di codificazione
all’interno di un contesto specifico, al fine di cogliere gli elementi
essenziali che ne caratterizzano gli apporti concettuali o metodologici. Si
parla di forma duale proprio per sottolineare, da un lato, che la base di
conoscenza da fornire allo studente deve essere codificata in termini
precisi all’interno di uno specifico linguaggio e di un dominio teorico
ben definito, in modo da offrire cardini di riferimento significativi e
stabili: dall’altro, però, che questa stessa base deve essere
sufficientemente flessibile da consentire l’allargamento dello sguardo ad
altri contesti e da favorire la capacità di generalizzare quanto già
costituito, prendendo in considerazione altre situazioni e altre
problematiche; Ø
Articolazione delle ore annuali di lezione in due sottoinsiemi: uno
di 25 ore settimanali (825 annuali), a loro volta distinte in 20 ore
settimanali (660 annuali) a quota nazionale e 5 settimanali (165 annual)i a
quota locale, pensate non tanto come aggiuntive,
bensì come intensive rispetto
alle precedenti; e il secondo di 300 ore annuali. Il primo sottoinsieme è
riservato alle discipline che caratterizzano i diversi piani di studio, ai
contenuti che le istituzioni del sistema educativo sono tenuti ad insegnare
e a far acquisire e alle attività che esse devono svolgere ed è utile
soprattutto alla determinazione dell’organico funzionale di istituto con
docenti dotati di determinate classi di abilitazione. Il secondo fa invece
riferimento al percorso che, in mancanza di un termine più adatto, il Grl
ha chiamato dei Laboratori (nelle
scuole secondarie: Informatica, Attività motorie e sportive, Attività
espressive, Lingue, Attività di progettazione di artefatti manuali o
simbolici, di interventi di azione sociale, di soluzioni produttive e
gestionali, del proprio progetto di vita, professionale e no, ecc.). L’
espressione “in mancanza di meglio” serve a dissipare un possibile
equivoco, e cioè che il percorso obbligatorio possa o debba strutturarsi
senza attività laboratoriali. Si tratta di un eventuale fraintendimento da
dissipare, in quanto, al contrario, queste attività debbono costituire una
costante di tutto l’insegnamento. I Laboratori nell’accezione del Grl
sono uno spazio didattico che per gli istituti è comunque obbligatorio
istituire, da soli o in collaborazione tra loro, mentre gli studenti e le
famiglie decidono se, quando, come ed eventualmente in quale scuola ne
vogliono usufruire, fatto salvo il dovere per le scuole, al termine del
percorso formativo, di accertare il raggiungimento del livello previsto di
conoscenze, abilità e competenze anche in relazione a questi contenuti,
accertamento che entra, ovviamente, a far parte della valutazione
complessiva finale. La scelta degli studenti e delle loro famiglie è da
intendersi legata alla possibilità che queste abilità e competenze
(linguistiche o informatiche, ad esempio) siano già state conseguite
altrove e in altro modo a un livello tale da garantire una positiva
valutazione finale. Tra questi Laboratori in ogni ordine e grado scolastico
deve essere prevista anche l’attivazione di uno specifico dedicato al
Recupero e sviluppo degli apprendimenti, la cui funzione risulta strategica
alla scopo non solo di concretizzare il diritto, appunto, al recupero o allo
sviluppo in discipline e attività previste nei rispettivi piani di studi ,
ma anche alla transizione reciproca
tra il sistema educativo di formazione e quello di istruzione e viceversa.
Esso dà quindi espressione e contenuto concreto alle cosiddette
“passerelle”, intese come strumento utilizzato dalle scuole per
facilitare il passaggio da un percorso di studi ad un altro.
A questo punto seguono
indicazioni di dettaglio per i cicli scolastici, per la formazione degli
insegnanti eccetera. Ma per far vedere la sfrontatezza di
questi personaggi, che copiano senza pudore, anche da documenti ufficiali,
occorre riprendere alcune cose che erano state sostenute, in sede UE dal Libro
Bianco Cresson del 1996 [40].
Tale studio parte
dal riconoscimento di una società in rapido cambiamento (mondializzazione,
informazione, scienza e tecnica, impresa, ... ) ed afferma che la scuola si
deve adeguare. In particolare la crescita dell'informazione a livello mondiale
potrebbe essere di aiuto al sistema formativo. Ma per far questo l'Europa deve
avere come priorità l'investire in software multimediale, data la
frammentazione del mercato multimediale europeo, al fine di sfruttare tutte le
potenzialità dell'educazione permanente attraverso la TV e, quando si saranno
diffusi i computer, attraverso internet. Ma una 'scuola' di questo tipo non può
più certificare le conoscenze attraverso un diploma che è sempre più
obsoleto. E' quindi auspicabile quella "Tessera personale delle
competenze" , il portfolio!, da spendere nella UE. Gli obiettivi
principali che il sistema educativo deve conseguire sono: 1) l'avvicinamento
della scuola all'impresa con l'educazione alla flessibilità ed alla mobilità;
2) il trattare allo stesso modo gli investimenti in affari e quelli in
formazione; 3) la lotta all'emarginazione ed all'abbandono scolastico, che
possono avere successo con l'introduzione di ogni tecnica multimediale e con i
suggerimenti della Commissione: "sviluppare la concertazione ed il
partenariato con il settore economico; si può ad esempio immaginare che ogni
impresa sponsorizzi una scuola ... Le famiglie sarebbero anch'esse coinvolte
direttamente ..."; 4) la conoscenza di tre lingue comunitarie; 5)
l'auspicio che i Paesi della UE adottino "disposizioni a favore delle
imprese che attribuiscono particolare attenzione alla formazione".
A
questo occorre aggiungere quanto sostenuto dal Memorandum della UE del 30/10
del 2000
ripreso poi più volte in seguito): ”Esistono
tre tipi di educazione: Si
distinguono tre diverse categorie fondamentali di apprendimento finalizzato: •
l’apprendimento formale che si svolge negli istituti d’istruzione e
di formazione e porta all’ottenimento
di diplomi e di qualifiche riconosciute; •
l’apprendimento non formale che si svolge al di fuori delle
principali strutture d’istruzione
e di formazione e, di solito, non porta a certificati ufficiali.
L’apprendimento non
formale è dispensato sul luogo di lavoro o nel quadro di attività di
organizzazioni o gruppi
della società civile (associazioni giovanili, sindacati o partiti politici).
Può essere fornito
anche da organizzazioni o servizi istituiti a complemento dei sistemi formali
(quali •
l’apprendimento informale è il corollario naturale della vita
quotidiana. Contrariamente Fino
a questo momento, l’istruzione formale ha dominato la riflessione politica,
influenzando Tuttavia,
è l’apprendimento informale che rischia di essere completamente trascurato,
benché Questa
disquisizione è fatta per sostenere che occorre puntare sull’educazione
informale, riserva considerevole di sapere e possibile sorgente
d’innovazione per metodi e contenuti (naturalmente per coloro che non hanno
i mezzi per accedere ad altra istruzione). Ma dove si
può educare informalmente? Lo dice la stessa UE: "Per
avvicinare l'offerta di formazione al livello locale bisognerà anche
riorganizzare e ridistribuire le risorse esistenti al fine di creare dei
centri appropriati di acquisizione delle conoscenze nei luoghi della vita
quotidiana in cui si riuniscono i cittadini, non solo gli istituti scolastici,
ma anche i centri municipali, i centri commerciali, le biblioteche i musei, i
luoghi di culto, i parchi e le piazze pubbliche, le stazioni ferroviarie e
autostradali, i centri medici e i luoghi di svago, le mense dei luoghi di
lavoro". Chissà cosa avranno in mente ! Sembrerebbero
cose stravaganti. Evidentemente non lo sono se nel documento Bertagna,
premessa alla Riforma Brichetto Moratti, si legge: "In
genere, si distingue tra sistema educativo informale, non formale e formale.
Il primo è rappresentato dalla vita sociale ordinaria che non esprime
programmatiche potenzialità formative, pur determinandole di fatto,
funzionalmente, in maniera anche irreversibile. Il secondo riguarda
quell'insieme di istituzioni che, pur non essendo strutturate in maniera
esplicita per promuovere, con gradualità e sistematicità, processi educativi
di istruzione e formazione, tuttavia esprime intenzionalità in questa
direzione in un territorio e lungo l'intero arco della vita dei soggetti.
L'ultimo si riferisce specificatamente al sistema educativo di istruzione e di
formazione istituito e strutturato dalla Repubblica (Stato, Regioni, Enti
Locali [ci si sta qui riferendo alla modifica, fatta dal centrosinistra,
del Titolo V della Costituzione – art. 55 - che permette il finanziamento
delle scuole private]) per i minori e per le giovani generazioni. L'ipotesi
di riforma che si presenta vuole essere attenta all'integrazione tra questi
diversi sistemi (...). L'attenzione si sposta, dunque, dai luoghi di
istruzione (scuola) e della formazione (centri, agenzie, servizi, imprese)
alla certificazione delle competenze finali che si possono e si debbono
maturare in un ambiente piuttosto che in un altro (...) certificazione delle
competenze che proprio per la sua natura rifugge da ogni esclusività di
percorso e, più che consentire, favorisce i passaggi tra un indirizzo e
l'altro del sistema educativo di istruzione e formazione (...) Le tradizionali
alternative tra scuola (statale) e centri della formazione professionale
(regionali o non statali), tra scuola e impresa, tra scuola ed extra scuola
perdono, perciò, la loro drammaticità (...) Si aprono, al contrario, le
prospettive di una solidarietà cooperativa tra tutte le esperienze e i luoghi
formativi nei quali si possono raggiungere livelli di maturazione educativa,
culturale e professionale, (...) indipendentemente dal fatto che siano
statali, regionali o di enti e privati (accreditati)".
E
cose analoghe erano anche nella Riforma Berlinguer. Nel
1997, nel suo primo documento sulla "Riforma dei cicli", si
legge: "Gli obiettivi generalmente condivisi sono stati: (...)
avvicinare i luoghi dell'istruzione alla realtà sociale, culturale,
produttiva, occupazionale del territorio".
Basta
poi leggersi le stravaganze delle passerelle, che dovrebbero permettere
il passaggio dalla scuola statale
ordinaria alla formazione
professionale, qualcosa che esiste solo nella mente di chi l’ha pensata se
anche la bontà dello stesso Berlinguer fa dire (a 4 anni di distanza
dalla sua Riforma), che il percorso inverso è di là da venire soprattutto se
non sostenuto da corsi ad hoc mai previsti dalle sue pretese riforme e tanto
meno dei suoi esimi successori. Non
a caso i due pedagoghi di punta dei due schieramenti antagonisti,
Bertagna e Maragliano (ma anche Luisa Ribolzi e Silvano Tagliagambe che
avevano lavorato con Berlinguer), lavorano oggi insieme nel progetto “Buonsenso
per la scuola" (vedi oltre) in
cui si riaffermano tutti i desiderata dell’impresa. Nel loro documento, che
vorrebbe dire l’ultima parola sulla scuola (in liquidazione, anche se lor
signori non si rendono conto di ciò), nella sostanza si dice che la sinistra
e la destra hanno le stesse idee sulla scuola, a parte alcune sfumature. La
sinistra ha una possibilità di egemonia sul sindacato che la destra non ha.
Poiché sembra fuori luogo fare riforme ad ogni cambio di legislatura, sarebbe
opportuno convergere in un unico progetto che, non a caso, è quello della
destra. Nel documento del Buonsenso, tra l’altro, si dice infatti: “Di
fronte all’irrompere del computer e di internet sulla scena dei processi di
apprendimento qualcuno prevede un futuro in cui la scuola sarà
interamente soppiantata dalle nuove modalità di auto-apprendimento in rete,
un apprendimento non più insegnato ma semmai tutorato e prevalentemente on
line (...). In una logica di «integrazione» l’intreccio e l’alternanza
di esperienze di aula, di laboratorio e di vera e propria attività lavorativa
condotta in situazione di apprendistato o di tirocinio diventano requisiti
fondamentali del curricolo scolastico, come lo diventa lo sforzo di non
fermarsi alle conoscenze (...) Le scuole non statali devono essere considerate
come una risorsa per la riqualificazione e il rilancio dell’intero sistema
formativo pubblico (...) L’abolizione del valore legale del titolo di studio
(...) un sistema di valutazione reale dei processi e dei prodotti”.
Mi
pare sia chiaro che di elaborazioni autonome, a parte le sciocchezze
perbeniste di sole chiacchiere dovute alla formazione cattolica, non vi sia
nulla. Passiamo ora a descrivere in breve gli
aspetti salienti della riforma Brichetto sanzionata dalla legge
finanziaria 2002 in alcuni aspetti fondamentali. Tale riforma, almeno ora, è
sulla linea delle indicazioni del documento Bertagna..
- Innanzitutto sparisce la distinzione tra
scuola pubblica e privata - La scuola privata sarà finanziata
in accordo con quanto fatto da Berlinguer ed in continua violazione della
Costituzione. - Consulente per la scuola di Letizia
Brichetto Moratti è Muccioli, quello che ha metodi convincenti per “guarire” i
tossicodipendenti. Il pedagogista Bertagna è altro consulente.
- Gli esami finali (art.
13 della finanziaria) saranno fatti da sole
commissioni interne con un presidente esterno per un intero istituto e non per
ogni classe (con festeggiamenti da parte degli esamifici confessionali e non). A margine va osservato che gli insegnanti degli ultimi
anni dovranno scrutinare gli studenti 10 giorni prima degli esami. A che
servono gli esami? Conseguenza di ciò è una cosa di estrema gravità già
prevista dal Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli: abolizione nei
fatti del valore legale al titolo di studio.
- Si lasciano inalterati i cicli elementari
e medie; si riduce di un anno la scuola secondaria.
- Si reintroduce tra i 12 ed i 13 anni
l’odioso avviamento professionale (che, lo ricordo, era stato eliminato nel
1963).
- I salari degli insegnanti vengono ridotti
(aumento mensile lordo di 9 mila lire, che è più basso dell’erosione
salariale dovuta all’inflazione): art. 9 della finanziaria.
- Gli insegnanti che dovessero assentarsi
per meno di 16 giorni non hanno diritto ad un supplente: dovranno essere
sostituiti dai colleghi in servizio che saranno per questo pagati 27 000 lire
nette l’ora (data la situazione disperata di molti insegnanti vi sarà la
corsa a queste ore che potranno essere assegnate fino a che l’insegnante non
arrivi alle 24 ore di insegnamento). Se nessuno fosse disponibile a sostituire
il collega per una assenza breve la classe rimarrebbe scoperta (immaginate 4 o
5 classi scoperte in una scuola media). Ecco il modo per arrivare agli aumenti
di stipendio! (art. 13 della finanziaria). Per ora la cosa è posta su un
piano facoltativo. Ma, al momento in cui si andrà a regime, quando cioè non
sarà più possibile avere supplenti e saranno abolite le cattedre orario,
quelle ore in più diventeranno obbligatorie per gli insegnanti che lavorano
nella scuola. La qualità della scuola pubblica continuerà ad abbassarsi.
- Il numero delle ore che dovranno essere
fatte da qualsiasi ordine di scuola non potrà superare le 25 settimanali. Ciò
comporta l’eliminazione di alcune materie ritenute non necessarie: musica ed
educazione fisica dovrebbero sparire, la matematica dovrebbe sparire nel
classico mentre il latino nello scientifico. Finisce il tempo pieno e quello
prolungato. Finiscono i moduli nelle elementari. Chiunque volesse sviluppare
le discipline eliminate può farlo a pagamento in ore extra.
- Le pulizie scolastiche dovranno essere
fatte da imprese esterne alla scuola. Sparirebbero così i bidelli che
svolgono una importante funzione ai piani. (articoli 15, 16, 17, 18, 23 della
finanziaria)
- Analoga sorte per l’amministrazione
della scuola che dovrebbe andare ad agenzie esterne (come sopra).
- Gli organi collegiali vengono eliminati e
sostituiti da un “consiglio di amministrazione” della scuola in cui
compare per la prima volta un politico, il rappresentante dell’Ente
proprietario dell’edificio (Stato, Regione, Provincia o Comune): art. 13
della finanziaria. Anche qui siamo in accordo con il centrosinistra che aveva
aperto la strada alla riforma
degli organi collegiali.
- Vi è il divieto di assunzione di nuovo
personale a qualsiasi titolo. Si prevede una riduzione di personale di 40 000
unità (ampiamente in grado di coprire l’obbligo per ciascuna
amministrazione di ridurre il personale almeno dell’1%): articoli 12 e 13
della finanziaria.
- A margine, non si sa bene che fine faranno
tutti coloro che, dopo la laurea, hanno già imboccato la strada delle SSIS.
Tempo perso? Presi in giro?
- Viene istituita una agenzia, esterna alla
scuola, che valuterà il lavoro della scuola stessa. Non è retorico chiedersi
il senso di tale misura e forse vale la pena ricordare che, anche qui, Moratti
si muove su una strada aperta da Berlinguer.
E' utile a questo punto riportare un
commento alle ultimissime proposte Moratti (18 gennaio 2002) da parte di Pino
Patroncini, un esperto di questi problemi della CGIL Scuola:
"Un passo avanti o un passo indietro la
nuova proposta di riforma della Moratti che dopo aver raccolto i dissensi
dell'opposizione è stata impallinata dai suoi stessi compari di governo nella
migliore delle tradizioni della cosiddetta prima repubblica?
La proposta Bertagna non esiste più mentre quello che il Consiglio dei
Ministri doveva varare è in realtà un disegno di legge che mantiene,
peggiorandolo, l'attuale sistema, che si diceva di voler riformare.
Il nodo, più spinoso, come sempre, è quello della secondaria superiore, ma i
guasti si fanno a tutto campo:
1) La secondaria superiore sarà di cinque
anni, ma il quinto anno non sarà il vecchio quinto, ma piuttosto un anno di
raccordo con l'università ovvero se all'università non si va (tecnici) il
corso sarà di 4 anni più uno di formazione tecnica superiore (eventuale)
2) Il problema dell'allineamento della fine
degli studi secondari a 18 anni è rimosso. Si finirà a 19 a meno che non si
iscrivano i figli a scuola a 5 anni e mezzo anziché a 6, oppure a meno che
non si faccia leva sugli sconti a "geometria variabile" (?!)
ottenuti frequentando la scuola materna (sconti spostati nel ciclo di base a
differenza della proposta Bertagna che li prevedeva solo nel percorso
professionale e quindi dopo l'assolvimento dell'obbligo).
3) La scelta tra i due percorsi del sistema
duale (scuole/alternanza scuola lavoro) avverrà a 15 anni e non più a 14, ma
a 14 comunque bisognerà scegliere l'indirizzo.
Sorgono subito spontanee alcune obiezioni logiche:
1) La uniformazione al termine
"europeo" degli studi secondari a 18 anni non è più un problema?
Gli italiani finiranno dunque a 19 anni i loro studi? Oppure lo risolveranno
solo i nati entro aprile dell'anno successivo, bambini che non si capisce se
saranno fortunati o non piuttosto disprezzati nei loro diritti ai tempi
dell'infanzia.
2) Se le cose stanno così allora perché
differenziare gli studi tra licei (5 anni) e tecnici (4+1 eventuale)? Sicché
chi ha la prospettiva di studiare di più perché va anche all'università
continuerà studiare di più e chi ha la prospettiva di studiare di meno può
terminare addirittura un anno prima? Non sarebbe più logico il contrario,
anche in relazione a tempi e modi di una preparazione professionale?
Ma dietro a questi pasticci, c'è l'idea di non mollare su alcuni principi di
fondo:
1) Un sistema scolastico a fondamento
segregazionista: da una parte chi studia per sapere, dall'altra chi studia per
lavorare. Due sistemi diversi nei tempi, nei modi, nello spirito e soprattutto
negli ambienti.
2) Una retrocessione de jure dell'obbligo
scolastico da 15 a 14 anni che deriva automaticamente dalla necessità di
affermare il principio segregazionista;
3) L'affermazione di una scelta precoce,
soprattutto per chi deve uscire prima dalla scuola, nonostante tutte le
controindicazioni per questa scelta.
4) Una definizione dei tempi della vita da
dedicare agli studi lasciata al know how delle famiglie (mandare prima i figli
a scuola, decidere se frequentare o no la scuola materna) invece che garantita
dall'istituzione.
Il nocciolo del modello c'è ancora tutto, anche se un po' più spolpato di
prima. Ed è un modello che non valorizza il ruolo della scuola pubblica né
aumenta il numero di diplomati e laureati, né risolverà il problema della
dispersione scolastica. In compenso ci allontana dall'Europa della cultura e
del diritto all'istruzione e ci riporta ad un passato che pensavamo finito per
sempre, nel quale l'istruzione era un privilegio per pochi e l'avviamento al
lavoro una condanna per troppi". (Pino Patroncini)
Con tutta la stima che ho per Pino Patroncini, le vicende del Congresso CGIL
che si svolge alla fine di gennaio, mostrano volontà di convergenza con la
maggioranza di quel sindacato, maggioranza che non ha mai fatto un minimo di
autocritica rispetto al suo essere stato sindacato che ha sostenuto il
complesso delle riforme di Berlinguer. Oggi il gioco è facile: si richiamano
tutti all'unità di Patria contro il nemico comune. E' evidente che
l'operazione è ancora di potere e non riguarda il merito delle questioni in
gioco. Per essere chiari, dato per assurdo un ministro Berlinguer domani,
questa CGIL sarebbe di nuovo cinghia di trasmissione del potere costituito.
Insomma siamo in una vera e propria distruzione della Scuola così come la
abbiamo sempre intesa. I
livelli di quest’ultima non miglioreranno certamente dato che i criteri di
assunzione del personale sono e resteranno non oggettivi e legati a scelte
ideologiche precise. L’effetto unico possibile riguarderà l’aumento dei
profitti. E basta. Nell’attesa dell’introduzione dei metal-detector nella
scuola pubblica. L'approvazione da parte del
Consiglio dei Ministri della versione definitiva della Riforma Moratti è del
01/02/02.
Cosa è cambiato con questo abbozzo di riforma (sarà formalizzata in
Parlamento) rispetto all’esistente e rispetto a Berlinguer? Si tratta di
sciocchezze verbali nelle enunciazioni e delle mazzate violente nei fatti.
Per leggere questa riforma occorre
rifarsi alla finanziaria che taglia i fondi dell’Istruzione di un 19% e che
ha introdotto il fatto che tutti i servizi scolastici saranno effettuati da
aziende esterne alla scuola.
Le due cose insieme vogliono dire
ciò che già è stato detto da vari quotidiani:
1) riduzione da qui al 1°
settembre 2004 (due anni scolastici) di 56.000 posti di insegnanti “di ruolo”
nella scuola,
2) ciò va aggiunto al fatto che
non sarà più possibile avere precari e supplenti (circa 60 000 persone)
3) occorre ancora pensare a 20 000 posti di
bidelli e personale di segreteria che spariranno.
Come si realizzerà tutto ciò?
1) Il numero massimo di ore che i ragazzi
faranno a scuola sarà di 25 a settimana
2) Le materie saranno ridotte, da quelle che
sono, ad 8 (o massimo 10)
3) Spariranno (ciò che ora si sa)
educazione tecnica, educazione musicale, educazione artistica, educazione
fisica (chi vorrà fare di queste cose se le pagherà con corsi a pagamento)
4) Se una scuola parte, ad esempio, con 10
prime classi con 25 alunni ciascuna e l’anno successivo vi sono un totale di
200 alunni (50 sono stati bocciati o si sono ritirati), si rifanno le classi
che non potranno essere più di 8 (minimo 25 alunni per classe con conseguente
sparizione della continuità didattica). Questa operazione di accorpamento
delle classi può avvenire ogni anno.
5) Non si potranno nominare supplenti per
assenze fino ai 16 giorni. Saranno i professori della scuola che dovranno fare
fronte all’assente (pagati 27.000 lire nette l’ora). Chi conosce la scuola
sa cosa ciò vuol dire: è praticamente impossibile fare qualcosa di utile in
una sarabanda di supplenze non continue con lo stesso insegnante.
6) Le lingue così come sono previste sono
l’esatto identico della riforma Berlinguer, con una aggravante Moratti:
saranno licenziati tutti quelli che davvero facevano imparare le lingue, gli
11 000 insegnanti di madrelingua che attuavano nei laboratori linguistici
7) La prima elementare che inizia a 5 anni
è l’esatto identico di quanto previsto dalla prima versione della riforma
Berlinguer, bocciato per il buonismo del centrosinistra, a seguito delle
violente proteste del Polo (e della sua ala cattolica in combutta con i
cattolici dell’Ulivo). Si tenga conto che questo cedimento del
centrosinistra è quello che ha poi creato il maggior malcontento tra
insegnanti ed utenti (i cicli che vedevano una riduzione di un anno tra
elementari e medie)
8) Chi conosce la scuola sa quanto siano
importanti i bidelli agli ingressi ed ai piani. Questa riforma li vede solo
come addetti alle pulizie. Saranno aziende esterne alla scuola ad occuparsi di
pulizie, con la sparizione di bidelli e la scuola lasciata in balia di se
stessa con ogni nefandezza che può accadere nei corridoi
9) Anche le segreterie spariscono con il
solito sistema delle agenzie esterne
10) Gli insegnanti non avranno nessun
miglioramento economico ma, a seguito degli accorpamenti, dovranno certamente
avere cattedre di 18 ore che possono arrivare fino alle 24. Con 24 ore si
moltiplicano compiti in classe , lezioni da preparare, consigli di classe,
ricevimenti genitori. La qualità scende. I rapporti con i singoli studenti
pure. Andremo al trionfo dei quiz ed alla sparizione delle interrogazioni. La
contropartita, quello che è considerato aumento di stipendio? Sono le 27.000
nette l’ora per i servizi accessori.
11) Fine di ogni programmazione didattica.
La scuola è determinata dal consiglio di amministrazione che potrà farla
virare su gli interessi di una fabbrichetta vicina che sponsorizza.
Naturalmente anche la gestione democratica non esiste più
12) Sperimentazioni e simili decadono
dall’inizio dell’anno prossimo per legge
13) La cosa più grave di tutte è la scelta
a 12 anni (inizio della seconda media) tra licealizzazione e
professionalizzazione. E’ detto che saranno possibili dei passaggi
orizzontali. E’ una menzogna. Nessuno, dopo due anni di programmi così
divaricati, potrà passare da una parte all’altra (è vero invece che si
fornisce giovane manodopera alle fabbrichette del nord, poiché tale
manodopera gratuita sarà poi un titolo di merito agli esami finali). Altro
che abolizioni dei crediti e prosopopee varie sui giovani avviati al lavoro!
14) Tutti coloro che hanno affrontato tali
questioni sanno che una preparazione professionale specialistica NON è
vendibile su nessun mercato. Iniziando oggi una data specializzazione essa sarà
terminata tra 5 anni. Che valenza avrà allora? Ciò che tutti chiedono non è
questa sciocca operazione ma una preparazione più generale che permetta di
acquisire le abilità mentali che permettono la tanto lodata flessibilità.
Qui si gioca su persone che saranno magari usate qualche anno , ma poi saranno
gettate perché non in grado di reinserirsi in un nuovo modo di produzione!
15) Gli esami finali affidati a commissioni
interne sono un gravissimo attacco al valore legale del titolo di studio e la
molla più potente per scardinare la qualificazione della scuola pubblica: i
professori dell’ultimo anno che non volessero lavorare dovrebbero solo
garantire la promozione a tutti. Si ottengono due perfidi risultati: tutti
promossi con livelli indecenti di preparazione; degli insegnanti completamente
nullafacenti.
16) Checché ne dica qualche buontempone gli
insegnanti non hanno carriera e non l’avranno! La valutazione del merito era
esattamente quanto aveva messo in piedi Berlinguer con l’Istituto della
valutazione del lavoro degli insegnanti gestito dal CEDE di Frascati e dalla
Biblioteca Pedagogica e Didattica di Firenze (BDP). Qui valgono le stesse obiezioni
a Berlinguer: chi valuta chi?
17) Il tutto è una regalia alle scuole
private. Tutto il caos che ne conseguirà ed i vincoli che verranno indotti,
riguarderanno le sole scuole pubbliche; le scuole private non saranno
toccate. I diplomifici potranno
funzionare a pieno ritmo, infatti, essendo stata abolita l’ammissione agli
esami finali, ed essendo possibile che una scuola di salesiani faccia gli
esami ai suoi alunni, saranno possibili salti olimpici. In pochissimi anni
tutta la borghesia ignorante del nostro Paese si addottorerà passando
attraverso questi diplomifici e certe università di campioni del calcio. La
moneta di scambio è oggi l’euro.
18) L’impianto è gentiliano e chiunque ha
visto i servizi TV se ne sarà accorto. Si dice: “resta l’impianto
umanistico letterario dei licei a cui si affianca la formazione
professionale”. Quindi si continua a spacciare il liceo scientifico per un
liceo umanistico (e se il tutto resta così lo è senza ombra di dubbio). Ma
poi si parla del liceo tecnologico. Ma anch’esso non è scientifico.
Insomma, ancora oggi, le scienze non hanno dignità. Sono, alla Gentile, mere
tecniche che nulla danno all’uomo ed alla sua formazione.
Chiunque plaude questa follia sta poco bene. Un bene come questo
bistrattato da molti anni da tutti, viene ora destrutturato e reso inutile con Letizia dalla
Brichetto Moratti.
E qui non valgono neppure richiami ideologici. Dietro questo governo vi è il
nulla ideologico. Una riforma di bottega, ottenuta per sottrazione di beni e
risorse a tutti noi.
I miserabili
(gli insegnanti) che lavorano dentro questa istituzione, non hanno né la
forza, né la volontà di reggere questo impatto distruttore. O se ne fanno
carico tutte le categorie o l’intera società perderà ogni residua speranza
di crescita morale e civile.
Riporto di seguito il susseguirsi
delle riforme della Brichetto (sono tratte dal sito della CGIL Scuola):
A quanto detto si possono aggiungere delle considerazioni
più puntuali che nascono da una approfondita indagine
di Legambiente, dalla quale traggo i passi salienti: Finora
l’azione del Governo si è mossa su due fronti complementari: riforme a
costo zero e tagli per la scuola pubblica. Sul primo fronte
rientra l’azzeramento delle riforme avviate dall’Ulivo e la proposta di
una legge delega che non ha copertura finanziaria, tanto da sollevare il
legittimo sospetto che si attueranno solo i decreti che non implicano spese.
Sul
secondo fronte, come documentiamo in questo Dossier, si è proceduto con
precisione a tagliare sul versante dell’organizzazione del
sistema e su quello della qualità dell’offerta formativa della
scuola pubblica.
I
tagli sull’organizzazione del sistema si sono concentrati
sull’organico, sulle sedi e sull’edilizia. In
merito all’organico, ... si è intervenuto sul
prolungamento dell’orario di lavoro degli insegnanti, sulle regole per le
supplenze, sull’accorpamento di classi finali e intermedie,
sull’insegnamento dell’inglese, limitato nella scuola elementare al
secondo ciclo, sul blocco dell’organico funzionale che, fino ad oggi, era
stato la principale risorsa per la realizzazione dell’autonomia
scolastica. La
scuola più colpita è la secondaria superiore ... Mentre
nella scuola media i tagli hanno colpito soprattutto il tempo prolungato ..., con evidenti danni per le famiglie, che hanno dovuto
sopperire al mancato tempo scuola con attività presso privati. A
tutto ciò va aggiunto il taglio per il personale ATA: 20.000 posti, nel
luglio 2001, e il 2% annuo, per i prossimi tre anni, disposto dalla
finanziaria 2003. Ma
forse il dato più significativo (ed anche più doloroso) sul piano
simbolico e su quello del funzionamento concreto della scuola di tutti i
giorni riguarda l’handicap. Aumentano gli studenti portatori di handicap
... che frequentano la scuola pubblica e
diminuiscono gli insegnanti ..., mentre la finanziaria
2003 dispone di rivedere i criteri per la certificazione dell’handicap.
Non essendo passato il tentativo di rivedere i criteri per determinare
l’organico per il sostegno, si cerca di diminuire il numero di studenti
bisognosi "declassando" alcune tipologie. Altrettanto
"precisi" sono i tagli che incidono sulla qualità
dell’offerta formativa della scuola pubblica. I tagli colpiscono tutte
quelle voci su cui fino ad oggi si era investito per migliorare il successo
formativo degli studenti, il diritto sociale all’istruzione e la qualità
del sistema: il sostegno all’autonomia scolastica, l’integrazione degli
immigrati, la formazione, l’handicap, l’innovazione tecnologica. ... Scompare il finanziamento, su base provinciale,
dell’organico aggiuntivo a disposizione delle scuole autonome per le
proprie attività educative, mentre fa per la prima volta la sua apparizione
il finanziamento del Piano dell’offerta formativa delle scuole paritarie
(circa 6 milioni di euro). Viene tagliato tutto ciò che può migliorare la
qualità delle scuole pubbliche, viene tagliato tutto ciò che fino ad oggi
(handicap, lingua, scuole ospedaliere) era andato incontro alle esigenze
delle famiglie ed aveva consentito di cominciare a dare risposte avanzate al
problema dell’integrazione degli immigrati (educazione degli adulti),
mentre i finanziamenti a disposizione dell’amministrazione centrale sono
stati utilizzati per la produzione e la diffusione di opuscoli per
"comunicare" il processo di riforma. Sull’integrazione
degli immigrati non si investe, il finanziamento non viene
decurtato ma aumentano gli studenti, così il calo per alunno è superiore
al 18%. ... i finanziamenti per le
nuove tecnologie calano
infatti del 30%. Né va meglio alla formazione,
altro cavallo di battaglia di ogni processo riformatore ... ... del tutto azzerati
i finanziamenti per la scuola ospedaliera, per l’handicap, per
l’educazione degli adulti e l’obbligo formativo (in aperta
contraddizione con la rilevanza dell’intreccio tra scuola e formazione
professionale che si dichiara nella legge delega). Unica
filiera di finanziamento in controtendenza è quella per le scuole
paritarie. L’azione del Governo si articola in quattro mosse [che
prendono tutte spunto dalla Legge 60/00 del centrosinistra, ndr]. ... In
sintesi diminuiscono i finanziamenti nella scuola pubblica e aumentano
quelli nella scuola privata paritaria. Questo, nella scuola pubblica ha
determinato quattro fenomeni: diminuiscono le classi, diminuiscono
gli insegnanti, diminuisce il numero e la sicurezza delle sedi
scolastiche, mentre aumentano gli studenti. ... Aumenta il numero di
studenti per classe, aumenta il carico di lavoro per gli insegnanti, la cui
attività si riduce alla lezione frontale, aumenta la discontinuità
didattica, peggiora il diritto allo studio e la qualità
dell’apprendimento, peggiora il servizio per i genitori, le sedi si
allontanano dalla residenza, le persone in difficoltà non hanno la
possibilità di trovare l’accoglienza di cui avrebbero bisogno. La vittima
predestinata di queste azioni è la qualità della scuola pubblica,
la qualità dell’apprendimento e la possibilità stessa di far
funzionare l’autonomia scolastica. L’attacco
all’autonomia, riconosciuta dalla Costituzione, è particolarmente grave.
Con l’autonomia alla scuola è stata affidata la responsabilità di
decidere su molte questioni importanti e fondamentali, a cominciare dal
curricolo di scuola e dal POF. Ogni istituto ha la possibilità di darsi un
modello organizzativo, di individuare e progettare le attività formative più
idonee alle esigenze dei propri alunni. Tutto questo ha bisogno di tempi e
spazi riconosciuti, di risorse economiche per consentire ai docenti di
organizzare la riflessione, prendere decisioni condivise, entrare in
relazione con le altre scuole del territorio e con i soggetti della comunità
locale. Oggi le caratteristiche innovative acquisite rischiano di essere
cancellate, la "voglia di fare" degli insegnanti annullata, la
scuola di qualità che faticosamente stava emergendo può affogare in un
rituale stanco, ripetitivo, "deresponsabilizzato"[tutto ciò
mostra l'irresponsabilità del governo di centrosinistra che ha costruito
un'autonomia che la destra si può gestire al fine di distruggere la
scuola medesima, ndr]. Portando
tutte le cattedre a 18 ore settimanali spariscono quelle ore a disposizione
per attività di sostegno o recupero, per le attività alternative alla
religione cattolica, per l’accoglienza. Si allunga l’orario e si
impediscono le attività di ricerca e sperimentazione, si eliminano gli
spazi di progettazione collegiale. Meno
insegnanti di sostegno vogliono dire rallentare o impedire l’integrazione
e il recupero sociale degli "alunni diversamente abili". Il
taglio di un numero così consistente di collaboratori scolastici (36.000 in
quattro anni) non è insignificante per il destino della scuola. Questo
comporta dover sacrificare le attività extracurricolari, annullare attività
di recupero, sostegno, approfondimento o arricchimento dell’offerta
formativa. Sarà garantito solo l’ordinario, la lezione "nel solo
mattino", regalando il pomeriggio dei ragazzi ad un variegato mondo
della formazione extrascolastica (a pagamento) o alla solitudine domestica e
televisiva. Il governo
della destra ha cominciato ad abbozzare una scuola molto vicina alle richieste di una
parte del mondo imprenditoriale: una scuola con meno ore di insegnamento
obbligatorio per tutti, con meno insegnanti, che costi meno.
L’indicazione, infatti, di una parte del mondo confindustriale era chiara:
prima di parlare di livello europeo degli stipendi occorre adeguarsi al
livello europeo di rapporto alunni / insegnanti. ... C’è un disegno strategico che mira a trasformare la natura del sistema
scolastico italiano. Si punta a far funzionare sempre peggio la scuola
pubblica così che il Paese si convinca che la scuola pubblica non va, per
aprire lo spazio alla privatizzazione promossa e voluta dal WTO tramite i
GATS, gli accordi internazionali che rispondono alle pressioni di alcune
multinazionali per trasformare una parte dell’istruzione (e gli altri
servizi) in una merce appetibile per il mercato (percorso che si concluderà
a Cancun in Messico il prossimo settembre). In una parola si smonta
la scuola pubblica per aprire spazi alla privatizzazione. Ma attenzione è
la privatizzazione di "seconda generazione" quella che interessa
il mercato, non è la scuola di tendenza, non è lo spazio per le scuole
private cattoliche. Per
raggiungere questo obiettivo, nei Paesi del primo mondo, c’è bisogno che
si consumino alcuni passaggi. Bisogna che si delineino i settori dove
l’istruzione possa essere più facilmente standardizzabile in modo che la
tecnologia possa impossessarsene per produrre pacchetti vendibili (è il
caso delle lingue straniere, dell’informatica, della valutazione, ecc.).
Bisogna che la scuola pubblica si ritiri o si dimostri del tutto incapace a
coprire questi settori dell’istruzione. Bisogna che il lavoro
dell’insegnante venga trasformato in un’attività trasmissiva, sempre più
assimilabile alla funzione di una macchina, piuttosto che in un conduttore
di contesti di apprendimento e ricerca mai standardizzabili. A
questo mira la metodica opera di "smontaggio" della scuola
pubblica avviata dal Governo. Quello che si vuole smontare è la scuola
pubblica come luogo collettivo in cui si apprende insieme agli altri
e trasformare il servizio scolastico in un servizio a domanda individuale. Anche se chi ha condiviso le riforme Berlinguer, come Legambiente, non
lo dice o non sa o non vuole riconoscerlo, se si legge la legge 30/00 a
confronto con la 53/00 ci si rende conto che l'impianto
della Brichetto, a parte alcune cose che dirò, è berlingueriano.
Tutto si ispira all'autonomia, all'efficienza, all'efficacia, alla
managerialità, ai risparmi, alle valutazioni docenti, all'esternalizzazione
dei servizi [ci si può rendere materialmente conto della cosa andando a
leggersi il testo della
riforma Brichetto nel quale ho evidenziato in rosso le parti quasi
letteralmente prese da Berlinguer]. Questo è tanto più vero quanto solo si
pensi che manca completamente alla destra la cultura anche solo per fare
danni.
Da Retescuole
vengono poi delle schede informative di grande utilità. Vediamone gli aspetti
salienti. Orari
settimanali del tutor e degli insegnanti di laboratorio nella scuola Primaria. La
proposta di organizzazione della scuola Primaria è contenuta negli allegati
al DM 100 del 18 settembre del Dalle
ipotesi di modelli organizzativi della scuola primaria, allegati alle
Indicazioni, sono stati tratti gli specchietti Figure
professionali •
Ritorna il maestro/a unico/a che insegnerà tutte le materie •
Per la prima volta si distinguono in modo netto figure docenti diverse. Finora
le figure professionali nuove •
Ordini del giorno già presentate durante la discussione della riforma Moratti
prevedono riconoscimenti economici Ruoli Ogni
insegnate, sia essa/o coordinatore tutor, docente di laboratorio, specialista
di lingua straniera o di religione Coordinatore
tutor •
Ritorna il maestro/a unico/a che insegnerà tutte le materie. Negli ultimi
anni le insegnanti elementari hanno •
Questo insegnante assume un ruolo centrale e gerarchico rispetto alle
colleghe/i che lavorano per poche ore Docente
di laboratorio •
Questi docenti lavoreranno con un numero considerevole di alunni/e per poche
ore la settimana. •
Dagli specchietti orari presenti nel modelli organizzativi degli allegati al
Decreto, risulta che questo insegnante •
C’è il rischio che questo insegnante, che è una figura marginale, svolga
un lavoro non coordinato con l’attività Cosa
sono i laboratori •
C’è una forte accentuazione all’utilizzo del “laboratorio” inteso non
tanto come luogo fisico, ma come modalità —
di compresenze per permettere di lavorare con un piccolo gruppo di alunni/e (max
12) —
di investimenti in tecnologia (vedi laboratori di informatica) e in materiali
di vario genere (strumentazioni •
Questa netta distinzione tra didattica del docente tutor e didattica di
laboratorio porta con sé il rischio di una Ipotesi
organizzative •
Nell’ipotesi A1 (organizzazione a 27 ore antimeridiane comprensive del
sabato) è evidente che il coordinatore •
Nell’ipotesi D (organizzazione a 40 ore con 2 ore di mensa giornaliere) —
L’insegnante di laboratorio (insegnante L) svolge in questa classe quattro
ore. Il restante orario in quante —
non c’è più nemmeno un’ora di compresenza (nemmeno con LS e RC), —
la mensa non è coperta dalle insegnanti della classe. •
Cosa accade quando è assente l’insegnante; visto che non si chiamano o non
si trovano supplenti quando La
questione della delega La
legge delega è un meccanismo attraverso il quale il Parlamento,
eccezionalmente, delega al Governo il compito La
questione dell’obbligo scolastico Con
la riforma Brichetto Moratti cade il concetto di obbligo scolastico. Attualmente la
legge 20 gennaio 1999, n.9 prevedeva La
netta separazione dell’istruzione superiore (vedi anche oltre) Da
una parte il sistema dei licei, dall’altro quello dell’istruzione
professionale, nel quale la formazione avviene in La
scelta, sicuramente precoce, tra i due sistemi avviene “ufficialmente” a
14 anni, ma in realtà molto prima perché Tra
l’altro non sono specificati i criteri che stanno alla base della possibilità
di bocciare, lasciando però intendere Resta
inoltre il problema del passaggio alle Regioni dell’istruzione professionale
(e di gran parte di quella tecnica I
contenuti I
contenuti verranno definiti in parte su base nazionale e in parte su base
regionale. Non è specificata l’entità della Si
fa riferimento da una parte alla necessità di impartire una formazione spirituale
e morale e dall’altra la formazione
Tornando alla scansione in cicli, occorre osservare che essi in sé dicono
comunque poco. Non è una scansione o un'altra che fanno la scuola. Si
tratterà di vedere cosa c'è dentro. Dal punto di vista del denaro che si
vuole investire è inutile far finta di aspettare chissà cosa: è detto
chiaramente nella finanziaria che non accadrà nulla se non il disastro al
quale si vuole dare una qualche dignità espositiva.
Diciamoci una verità che non ho udito da nessun pensatore di sinistra:
Brichetto Moratti ignora completamente i problemi della scuola. La madame viaggia
su binari sospesi in aria e neppure ha la percezione di scuola. Il suo
riferimento è San Patrignano e, probabilmente, con macelleria annessa. Poiché
le nostre istituzioni (MIUR, MAE, ecc....) sono piene di yesman e yeswoman, la
Brichetto Moratti farfuglia qualcosa e trova sempre qualcuno che glielo mette in
bell'ordine. Vi è poi da saccheggiare una montagna di leggi e decreti
prodotti dal centrosinistra e non serve quindi fare grossi voli. Inoltre sua
signoria dispone dell'incondizionato appoggio del clero avido e reazionario già
indirizzato sulla strada del furto allo Stato (in violazione costituzionale)
dal centrosinistra. Le tare
che discendono dall'autonomia di queste dichiarazioni di intenti, arrivate in porto definitivamente
il 14 ottobre 2005 con l'approvazione del Consiglio dei Ministri, sono - i riferimenti ai crediti formativi
nell'alternanza scuola-lavoro - l'affermazione di una congrua permanenza dei
docenti nella sede di titolarità - la competenza regionale in materia di formazione
ed istruzione professionale - l'apprendistato - l'articolazione in indirizzi dei diversi
fabbisogni formativi - l'alfabetizzazione nelle nuove tecnologie e
nell'informatica. Più in dettaglio: - Intanto l'anticipo dell'inizio della scuola
elementare. Già il centrosinistra aveva parlato nel
suo primo progetto di prima elementare da doversi iniziare a 5 anni. Anche qui
la Brichetto ha precedenti illustri. - Quindi la nefandezza peggiore che è quella
della separazione ai 13÷14 anni degli indirizzi: da una parte i licei che in
teoria sono 8 ma nella pratica possono diventare una pletora (si rilegga la
possibilità per certi licei di moltiplicarsi). Si tratta del ritorno
all'avviamento professionale. Il Presidente di Confindustria, D'Amato, che non
solo non sa cosa è scuola, ma neppure cosa è flessibilità, ha avuto da
esultare. Egli già vedeva
forza lavoro gratuita in giro per le fabbrichette ad arricchire gratis i
padroncini fregandosene dell'aspetto sociale profondo della vicenda. Anche
supponendo che questo sistema apra più facilmente la strada del lavoro ai
giovani (io non lo credo nel modo più assoluto), neppure ci si degna di
studiarsi esperienze di altri Paesi a noi vicini, come ad esempio la Germania.
Intanto osservo che sia Germania che Francia stavano muovendosi modificando le
loro scuole sul modello italiano pre Berlinguer. Quindi i tedeschi
hanno provato a fare scuole direttamente finalizzate allo sbocco professionale
(soprattutto nei land del Sud). Da quel parti (Baviera) si producono occhiali.
A lato si sono realizzate scuole che preparavano per quello. I poveri ragazzi
cavie, resistevano due anni in quel posto di lavoro e poi ne erano espulsi
perché cambiavano i modi di produzione. Non vi erano abilità di riciclaggio
che sono alla base della flessibilità. Per questo le scuole migliori del
mondo erano quelle del tipo licei alla Gentile, proprio perché non ti
facevano esperto in niente ma erano una palestra eccellente per mettere in
moto il cervello in tutte le condizioni e circostanze. Non capire questo non
è costoso per chi ha il potere: "morto" un ragazzo ne entra un
altro. Ma è veramente mortifero per generazioni intere di giovani. Su questo
occorrerebbe una vera rivolta sociale per l'interesse stesso della comunità fosse anche della produzione e liberistica. Sarà interessante vedere come si
valuteranno le esperienze in stage o in semplici lavori da facchino in
fabbrichette. - Vi è poi l'insipida insistenza sulle
alfabetizzazioni informatiche. Qui davvero c'è da dire che l'Italia produce
una grande quantità di zerbini, tra questi quelli di marca Brichetto Moratti. Questa
sciocchezza non verrebbe in mente a nessuno. Nessuno
80 anni fa avrebbe (ed ha) mai fatto corsi scolastici per usare la macchina da
scrivere. Oggi tutti mitizzano il nulla. L'uso del computer è cosa da
forzaitalioti, da leghisti, da fascisti. Loro possono innamorarsi delle
macchine e di notte perfino giacere con esse. Ma quella macchina non fornisce
soddisfazioni se non agli scemi che passano il tempo con MP3 o Nasdaq o su
ogni altro sito distruggicervelli. Vi è
certamente una necessità di avere dei tecnici informatici ben preparati. Ma
questi si "fabbricano" all'interno o di licei tecnologici o di
scuole professionali con corsi specifici, con insegnanti specifici (ed anche
pagati perché altrimenti vanno a fare assistenze casa per casa guadagnando
per 10). In ogni caso per questa vicenda non si caverà una sola mosca morta
dal buco del ragno se non si fornisce un computer per ogni studente con tutti
i softwhare necessari. Quindi soldi che, a priori, non vi sono e, quindi: di
cosa parliamo? - Tentando di toccare le altre due "i"
che stanno a cuore alla destra, sull'inglese c'è solo da dire
che occorre piantarla con la letteratura e fare lingua possibilmente con
insegnanti di madre lingua e con gite scolastiche che si dirigano in Gran
Bretagna o Irlanda. Inoltre non si incrementa lo studio delle lingue
dimezzando le ore del loro insegnamento.
L'altra "i" , quella che dovrebbe significare impresa dovrebbe
diventare la p di pubblicità. Uno dei licei si occupa
di impresa e tanto basta. Il resto si studia ad Economia all''Università. Ma
anche in questo caso non si è garantiti sul posto di lavoro, sempre rubato da
avvocati. - I riferimenti alla morale, allo spirituale, al
religioso che sono nella legge riportano al Ministero Fascista
dell'Educazione. Non a caso i governi del dopo Liberazione sostituirono
Educazione con Istruzione. E non è certo compito dell'istruzione navigare sul
morale, sullo spirituale, sul religioso. Senza dubbio sull'educazione civica,
e sul modo di comportarsi civilmente, ma qui si tratta di ben altro. - L'altra vicenda sulla quale si è data enfasi
nei commenti è quella relativa all'obbligo ora sostituito con diritto-dovere.
E' certamente vero ma in un passo si sottolinea la necessità di questo
obbligo (si usa proprio questa parola) fino ai 18 anni. - La competenza regionale sulla scuola è stata
fissata dal centrosinistra in due momenti. Quando si assegna alla scuola
dell'autonomia un 15% dei tempi scuola da gestire dalla scuola medesima e
quando si è riformato il Titolo V della Costituzione in senso federalista. - A me preoccupa l'affermazione dei docenti che
garantiscono la continuità didattica per un congruo periodo di tempo. Sarà
che il congruo è un aggettivo da azzeccagarbugli italiani ma quella parola
spaventa. Che vuol dire in pratica? Si sottintende che si cercherà di
mantenere al massimo la continuità didattica come la conosciamo oggi, o si
intende che, a seguito di sfasciamento classi e corsi si perderà facilmente
posto e ci si dovrà adattare a continui trasferimenti? Io credo che il tutto
vada nel senso della seconda eventualità. - Adesso dico che, a parte l'accento sul morale e
religioso e alla nefandezza della ricreazione dell'avviamento, come insegnante
sarei preoccupato del fatto che si mantiene la
scuola dell'autonomia, con la dirigenza, col lo spoyl sistem, con i salari
variabili, con l'esternalizzazione dei servizi, i finanziamenti alle scuole
private ... Di tutti questi frutti
avvelenati, eredità del centrosinistra, non veniamo liberati. Ed i sindacati
dei lavoratori della scuola non si occupano di questo.
Riporto ora una immagine ed alcune note che illustrano la riforma Brichetto
(legge 53/03),
relativa alle scuole superiori, come approvata dal Consiglio dei Ministri del
14 ottobre 2005 (tratto da la Repubblica del 15 ottobre 2005). La Brichetto presenta la sua riforma del secondo ciclo nel
modo seguente: "Filosofia delle scelte (sic! n.d.r.) Tra i punti maggiormente qualificanti si segnalano: - Investimento sull'istruzione e formazione dei giovani Caratteristiche del sistema liceale -I licei hanno una durata di 5 anni, si articolano in 2 + 2 + 1, si
concludono con l'esame di Stato. Caratteristiche del sistema dell'Istruzione e
formazione professionale Vengono indicati i livelli essenziali di prestazioni; quelli
maggiormente qualificanti riguardano che riguardano: - l'offerta formativa - l'orario minimo annuale e l'articolazione dei percorsi formativi - gli obiettivi generali e il profilo educativo, culturale e
professionale comune al sistema dei licei; - gli standard minimi dei percorsi formativi - la prosecuzione degli studi e della formazione a livello
terziario - i requisiti dei docenti - il certificato di qualifica professionale e il diploma
professionale Processo di attuazione L'attivazione delle prime classi dei percorsi liceali e del primo
anno dei percorsi di istruzione e formazione professionale avverrà
dall'anno scolastico e formativo 2007-2008. - Circa i percorsi liceali, per la definizione di alcuni aspetti
specifici, è necessario procedere mediante provvedimenti del Ministro
dell'Istruzione, sentita la Conferenza Unificata Stato-Regioni. - Circa i percorsi dell'Istruzione e Formazione Professionale
ciascuna Regione adotterà una specifica disciplina nel rispetto dei livelli
essenziali e previa definizione di taluni aspetti con accordi in Conferenza
Unificata. Come previsto dalla legge di delegazione, sul decreto è stato
acquisito il parere della Conferenza unificata e delle Commissioni
parlamentari; Fonte: MIUR" Senza spendermi in ulteriori analisi critiche, è del
tutto evidente quanto siano bugiarde le dichiarazioni della Brichetto ('alla
Berlusconi'). Si è creata una istruzione separata dalla formazione (che in
modo farisaico viene chiamata integrazione tra teoria e pratica) e la si è
furbescamente chiamata unitaria. Si sono realizzate le peggiori forme di
apprendistato non pagato che risulterà come formazione. Si è andati sulla
peggiore strada chiamata della scelta delle famiglie che, come ormai sappiamo,
vuol dire che le famiglie indirizzeranno i loro figli alla scuola privata e
cioè agli affari, esenti da ICI, della Chiesa. Si blatera sulla preparazione
ad hoc degli insegnanti come si fa da sempre senza mai fare assolutamente
nulla (soprattutto poi sul fronte dei salari che restano i più bassi in
Europa). Sull'insegnamento delle lingue stendiamo un velo pietoso perché, a
partire dalle elementari si sono dimezzate le ore di tale insegnamento (ed
anche sull'informatica si mente spudoratamente: quando si parla infatti del
numero dei computer che è cresciuto ciò avviene per ragioni di non scarico
dei vecchi computer giacenti anche se non utilizzati nei magazzini. Per cui
nelle scuole esistono computer comprati 15 anni fa che dovrebbero coesistere
con quelli comprati 5 anni fa, con i softwhare che girano negli uni ma
non negli altri, con chi dovrebbe spiegare qualcosa impossibilitato a farlo
dalla completa disomogeneità delle aule di informatica). Infine, la
valutazione della scuola e del sistema fa parte di quella carne da cannone
introdotta da Berlinguer per far felici i pedagogisti e trasformare la scuola
in un supermercato.
Più in dettaglio, si ha a che fare, come già ripetuto, con due percorsi
paralleli (serie A e serie B), di "pari dignità" con competenze di base
comuni: licei e istruzione e formazione professionale; 8 licei di cui tre
articolati in diversi indirizzi; possibilità di stage e tirocini per tutti
gli studenti delle superiori, indipendentemente dal percorso scelto;
"passerelle" (il termine era stato introdotto dai cicli di
Berlinguer) per chi cambia idea e vuol passare
dall'uno all'altro sistema; personalizzazione dei piani di studio;
introduzione della figura del tutor. In dettaglio:
- Il secondo ciclo di istruzione è costituito dai licei e
dall'istruzione e formazione professionale. Hanno pari dignità e sono dotati
di autonomia didattica, organizzativa, finanziaria e di ricerca e sviluppo.
Rispondono all'esigenza di garantire 12 anni di istruzione o di istruzione e
formazione professionale fino al compimento del 18mo anno di età. - Cinque (classico, linguistico, musicale e coreutico, scientifico) sono senza specializzazioni e tre con indirizzi
specialistici: artistico (arti figurative; architettura, design, ambiente;
audiovisivo, multimedia, scenografia), economico (economico-aziendale;
economico-istituzionale), tecnologico (meccanico, elettrico ed elettronico,
informatico, grafico e della comunicazione, chimico e biochimico, sistema
moda, agrario, costruzioni e territorio, trasporti). I licei durano 5 anni e
sono articolati in un sistema 2+2+1 con un esame di Stato conclusivo il cui
superamento è necessario per accedere all'università. È prevista una
valutazione, periodica e annuale, che riguarderà profitto e condotta. Ai fini
della validità dell'anno è richiesta la frequenza di almeno tre quarti
dell'orario annuale personalizzato complessivo. Quanto all'orario sono previsti insegnamenti
obbligatori, opzionali obbligatori e opzionali facoltativi. È prevista la
figura di insegnante tutor, la possibilità di stipulare contratti ad hoc con
esperti e la permanenza dei docenti nella sede di titolarità almeno per il
tempo corrispondente a un periodo didattico. Altra cosa di una gravità
assoluta è che i Dirigenti Scolastici potranno scegliersi liberamente gli
insegnanti, fuori da graduatorie, purché abilitati all'insegnamento. I percorsi liceali sono attivati
gradualmente dall'anno scolastico 2006-2007 (l'accordo con le Regioni era
2007-2008). - Dall'anno scolastico 2006-2007
le competenze relative a questo tipo di percorso sono gradualmente trasferite
alle Regioni. I ragazzi potranno scegliere tra percorsi triennali, che si
concludono con il conseguimento di una qualifica professionale (saranno
individuati specifici profili professionali sulla base dei fabbisogni del
territorio), e percorsi quadriennali, che consentono di ottenere un diploma
professionale. È previsto un orario complessivo annuale obbligatorio dei
percorsi formativi di almeno 990 ore annue, di cui tre quarti a frequenza
obbligatoria, destinando almeno il 25% all'apprendimento in contesti di
lavoro. Le Regioni assicureranno, infine, che le istituzioni formative abbiano
alcuni requisiti: rispetto dei contratti di lavoro del personale dipendente,
accettazione di controlli pubblici, completezza dell'offerta formativa,
disponibilità di laboratori, capacità di progettazione e realizzazione di
stage e tirocini. - In contemporanea si è appreso che una parte dell'orario di
lezione alla scuola elementare non è più obbligatoria, ma facoltativa. Le ore obbligatorie sono 27. A queste possono aggiungersi altre 3 ore
settimanali, se le famiglie scelgono di farle frequentare ai propri figli. E
ciò vale sia per il tempo normale (senza rientri pomeridiani) sia per il
tempo pieno (con i rientri pomeridiani). Il governo ha dato il via libera a questi
provvedimenti (ultima parte della legge
53/03) rimangiandosi l'accordo con le
Regioni di due settimane fa per un percorso di attuazione realizzato
insieme e che procrastinava l'applicazione al 2007 (ma poi ci ha ripensato
ulteriormente). E, come al solito, le cose
sono assolutamente poco chiare.
Primo: a cosa serviranno una parte dei diplomi? Oggi gli studenti e le
famiglia sanno che a un diploma corrisponde una professione, nel decreto tutto
è molto ambiguo fatto salvo il liceo classico. Secondo: le iscrizioni si
aprono a gennaio del 2006 (sembra ora che saranno a gennaio 2007), chi si iscrive a ragioneria farà il liceo
economico? Il decreto non lo dice. Terzo: non si parla di risorse
finanziarie, chi pagherà la riforma? Quarto: nessuna chiarezza su programmi
didattici e orari, sulle competenze statali e regionali in materia. Ultimo
problema: la modifica del titolo V della Costituzione affida alle Regioni le
competenze sull'organizzazione scolastica, il decreto sorvola sull'argomento.
Infine vi è il decreto sulla formazione iniziale dei
docenti. Con esso si cancellano le SSIS di Berlinguer.
Il nuovo decreto prevede: dopo la laurea triennale e al termine
di biennio "specialistico" l'aspirante docente fa domanda di
frequenza ai "Centri di ateneo", a numero chiuso, dove, dopo due
anni potrà ottenere l'abilitazione all'insegnamento. Chi passa la selezione
viene inserito in un albo regionale gestito dall'Ufficio scolastico regionale
che avrà il compito di segnalare alle scuole che fanno richiesta gli
abilitati disponibili per ogni materia d'insegnamento. L'istituto sceglie il
candidato e lo assume con un contratto di formazione-lavoro della durata di un
anno. Al termine nuova valutazione e conferma dell'abilitazione alla
professione o la bocciatura.
Peggio che andare di notte e, nel frattempo e per
offendere le migliaia di precari storici, si continuano ad immettere in ruolo
i professori di religione al di fuori di ogni graduatoria.
BERLINGUER E
DE MAURO OGGI
Berlinguer, dopo la sua triste esperienza alla ex Pubblica Istruzione, è
passato a fare il giudice costituzionale. E' d'interesse leggere cosa pensa
dopo le sue riforme.
In un articolo su l'Unità del 20 settembre 2004
(Un'altra strada), che ne seguiva un altro del 6 agosto 2004, invita a leggere il libro di De Mauro, La
cultura degli italiani (Laterza 2004), perché afferma di lasciar perdere
le recriminazioni sul passato, essendo molto più utile guardare al
futuro. E qual è questo futuro ? Per la prima volta Berlinguer lo dice
esplicitamente, "il futuro si chiama
Europa, si chiama Lisbona 2000". Ciò vuol dire che Berlinguer si era
mosso sulle indicazioni del Consiglio d'Europa che erano poi quelle della
Tavola Rotonda degli Industriali Europei (ERT) mutuate dagli industriali USA
del diamo pane e circo ai disgraziati per accrescere i nostri profitti
e rendere la scuola merce secondo i desiderata
del WTO. Di ciò avevo discusso in breve nella premessa. Quindi Berlinguer non smentisce il suo frenetico neoliberismo che, anzi,
riafferma con forza in tutto l'articolo dandoci anche coordinate
imprevedibili ai non addetti ai lavori. Al solito le parole roboanti sugli
obiettivi: "gli obiettivi sono intanto tre:
migliorare la qualità, agevolare l'accesso a tutti, aprirsi al mondo",
alle quali con semplicità si può rispondere: Berlinguer avrebbe migliorato
la qualità ? Berlinguer avrebbe agevolato l'accesso ? Berlinguer si sarebbe
aperto al mondo ? Naturalmente Berlinguer mente. L'astioso Berlinguer ci dice che abbiamo sfide culturali
importanti e che dobbiamo far fronte ad esse con i quiz ed i concorsoni
?
Il riformista che ha distrutto la scuola agli ordini di chi l'ha sempre
odiata, per quella cosa che si chiama vorrei ma non posso, D'Alema ci dice che
occorre scolarizzare più persone ed elevare l'obbligo scolastico. Nel far
questo se la prende debolmente con la destra che, come tutti sanno è sempre
stata un faro culturale per il Paese, ma con "gli
illuminati del pensiero nostalgico nostrano di sinistra che continuano ad
esortare tanti giovani a «fare i falegnami, che la cultura non è per
loro…»". Io sarei tra quelli. Ma continua il nostro: "C'è un rischio costante
nell'allargamento a tutti dei benefici dell'istruzione ed è l'abbassamento
della qualità e la mortificazione delle eccellenze. Ma non è un rischio
ineluttabile. Guai a soggiacere e rassegnarsi di fronte all'apparentemente
automatica antitesi qualità-equità o qualità-grandi numeri. Guai ad
accettarla fatalisticamente perché l'antitesi si può spezzare. Anche in
Europa c'è chi ci sta provando (in questi giorni Treellle ci ha offerto un
confronto con l'eccellente sistema della Finlandia). L'importante è porsi
correttamente l'obiettivo di coniugare insieme qualità ed equità, e
sconfiggere i lamenti nostalgici di tanti nostri maitres à penser". Interessantissimo scoprire che Berlinguer sa delle
cose. Ma soprattutto della sua sinergia con De Mauro e con la Confindustria in
Treellle. Ormai lo si dice che si lavora per chi ha altri interessi rispetto
alla scuola pubblica. Ma
poi è divertente il riferimento alla Finlandia, il Paese numero uno nella
lista di quelli più scolarizzati, che dedicano più fondi alla ricerca, che
hanno meno conflitti d'interessi, ... Dopo di noi c'è solo la Grecia ed il trend
è iniziato con Berlinguer! Una noterella a margine. Vari ministri della
(allora) pubblica istruzione hanno esordito con ... i miseri salari degli
insegnanti. Ricordo Lombardi, De Mauro, Berlinguer. Non ne ricordo uno che
si sia fatto carico del problema da dopo la sua nomina a ministro. Ma poi di
cosa parla il Berlinguer ? Quello che ha distratto i soldi dalla scuola
pubblica per indirizzarli alla privata e principalmente alla confessionale ?
La legge di parità (fatto osceno in Italia) è sua. Assicuro che non si
trova nel suo testo di riferimento, Lisbona 2000, perché i liberisti veri sono
seri. Libera concorrenza ma senza concessioni pubbliche al privato (è una
delle norme fondanti della UE che Monti ha fino ad ora sanzionato). Andando oltre si affinano le cose
che dice l'ex ministro: "Occorre motivare
studenti e docenti. Offrendo ai primi innanzitutto un ampio spettro di
tipologie educative, nei contenuti e nei metodi. Facendoli sentire a a casa,
stimolandoli con il rigore e l'attrattività dell'esperienza di studio,
dell'avventura intellettuale e professionale. Centralità dell'apprendimento e
differenziazione fra istituti e, al loro interno, percorsi individualizzati
per sollecitare attitudini e vocazioni, per gratificare i successi. Ieri
abbiamo chiamato tutto questo con un vocabolo che non è piaciuto e che
potremmo anche non riprendere. Ma, per intenderci, alludo all'autonomia, la più
grande delle riforme fatte - anche se oggi un po' malconcia - che va difesa,
sostenuta ed attuata soprattutto in sede curricolare, come Andrea Ranieri
anche di recente ha ricordato su Italianieuropei". Ed è inutile ricordare Gramsci a Berlinguer. Si tratta di due pensieri
radicalmente diversi se
Berlinguer ci parla di attrattività, pensando al suo profeta Maragliano che teorizza di fare a scuola
tutto
ciò che non sa di scuola con buona pratica di videogiochi.
Berlinguer conclude al solito di ogni ministro o ex imbroglione: al solito, degli insegnanti si parla dopo, dopo, ... LISBONA 2000. BOLKSTEIN
Berlinguer,
si era precedentemente riferito alla Conferenza dei Ministri
dell’Istruzione
di Lisbona del 2000 . In essa la UE ha deciso di occuparsi in prima persona
delle scuole nazionali, con il solito slogan di scuola per tutta la vita,
affermando "La
sorte dell'insegnamento non è oggetto di un intendimento unanime. Deve
anch'esso essere oggetto di una privatizzazione? In quale misura? Secondo
quali modalità? Non si tratta pertanto di stabilire se la concorrenza tra
gli stabilimenti scolari sia auspicabile o pericolosa, ma di analizzare se
essa è concretamente realizzabile, sapendo che in certi paesi essa è stata
chiaramente inscritta nelle politiche educative. (...) I sistemi di
insegnamento primario e secondario inferiore sono organizzati secondo la
logica dell'economia di mercato? Concretamente, si tratta di esaminare se le
condizioni di messa in opera di una concorrenza perfetta tra stabilimenti
scolari sono presenti nei paesi toccati dallo studio". La
cosa che preoccupa non è che si sostengano determinate cose ma che da Lisbona
2000, vista la poca attenzione dei cittadini alla politica europea che
sembra andare per suoi sentieri, senza controlli da parte di chi è dedito a
beghe quotidiane di piccolo cabotaggio, c’è da preoccuparsi se, dalla
“Conferenza dei Ministri dell’Istruzione” a Lisbona nell’anno 2000,
arriva una delega quasi totale dell’istruzione dai governi nazionali alla
Commissione UE. Con il rischio aggiunto che si passi immediatamente dal
Commissario che si occupa di Educazione a quello che si occupa di Commercio.
Nelle enunciazioni di Lisbona risulterebbe che tutti i 15 sono d’accordo su
una politica comune europea per l’educazione. Se così fosse resterebbe il
dubbio del sapere perché si è spinto tanto per una delega completa alla
Commissione. In definitiva, a tutt’oggi, sono indispensabili due cose: piena
trasparenza preventiva di ogni atto della Commissione UE ed invito a tutti
alla massima attenzione all’operato di essa. In particolare Pascal Lamy è
persona preoccupante, insieme ai suoi consiglieri (Madelin, Servoz, Defraigne,
...), eredi del tatcheriano Leon Brittan (predecessore di Lamy come
Commissario UE al commercio). L’ultimo documento della
Commissione UE è comunque dell’ 11 novembre 2003 ed è un progetto a medio
termine dal nome Istruzione & Formazione 2010 , l’urgenza delle
riforme per la riuscita della strategia di Lisbona.
Si tratta di un documento che cerca la verifica di quanto si era
accordato nel documento di Barcellona del marzo 2002. Dopo
aver ricordato tutti i passi successivi a Lisbona 2000, agli obiettivi che
dovevano rappresentare “una svolta epocale risultante dalla
globalizzazione e dalle sfide presentate da una nuova economia basata sulla
conoscenza“, la Commissione si chiede a che punto si è arrivati nel
conseguimento di tali obiettivi ambiziosi ma realistici? La cosa non
sembra andare bene se si afferma: “in tutti i paesi europei si compiono
sforzi per adattare i sistemi d’istruzione e formazione alla società e
all’economia della conoscenza, ma le riforme avviate non sono all’altezza
delle sfide e il loro ritmo attuale non consentirà all’Unione di
raggiungere gli obiettivi che si è fissata”. Occorre
darsi da fare subito. I governi nazionali devono investire di più e,
soprattutto, incentivare di più i privati perché intervengano. Serve poi una
cooperazione strutturata e continua a livello comunitario per la migliore
utilizzazione delle risorse umane e degli investimenti (ed anche per far
confluire al più presto le legislazioni nazionali in una legislazione
europea). Ciò al fine di avere “un
quadro di riferimento europeo per le qualifiche
Molti ritardi nell’attuazione dei piani nascono perché i singoli
Paesi si preoccupano troppo degli sbocchi professionali e di far fronte alla
dispersione scolastica. Inoltre
gli insegnanti delle scuole professionali non rendono affascinanti le loro
lezioni e pochissimi sono disponibili alla mobilità.
Viene poi un discorso ricorrente (che male si coniuga intanto con
quanto sostiene Confindustria): il basso numero di diplomati.
L’organizzazione degli imprenditori afferma che in Italia si è puntato
sulla quantità piuttosto che sulla qualità. Come mettere d’accordo questo
con il basso numero di diplomati denunciato da tutti? Credo si debba fare uno
sforzo di comprensione del perché i giovani se ne vanno dalla scuola. Essa
dovrebbe portare (dopo anni di parcheggio improduttivo ai fini economici) ad
un mondo del lavoro flessibile, incerto e mal pagato, quando l’immagine che
i giovani hanno dalla società dello spettacolo è bellezza, denaro e successo
subito. E’ una contraddizione dello stesso sistema che porta ad
abbandonare per guadagnare, come si può al più presto. L’idea
dell’investimento in cultura sta sparendo perché i modelli sociali hanno
operato in tal senso. Ma la Commissione dice: “Per
essere competitiva nell’economia della conoscenza l’Unione ha anche
bisogno di un sufficiente numero di diplomati dell’istruzione superiore
che dispongano di una preparazione adattata al mercato del lavoro europeo.
Il ritardo a livello dell’istruzione secondaria si ripercuote a livello
dell’istruzione superiore. Nell’Unione, mediamente 23% degli uomini e
20% delle donne tra i 25 e i 64 anni hanno un diploma d’istruzione
superiore. Tale cifra è nettamente inferiore a quella del Giappone (36%
degli uomini e 32% delle donne) e degli Stati Uniti (37% per l’insieme
della popolazione).” Il documento prosegue
dicendo che l’Unione deve essere capace di attirare studenti che dal resto
del mondo vengano in Europa a studiare. Il proposito è di grande interesse
solo che si scontra con il fatto che alla fine saranno qui ben preparati per
poi, di nuovo andarsene dove gli viene offerto un lavoro dimensionato alla
loro preparazione e questo in Europa avviene sempre meno. Del resto la stessa
Commissione ammette questo quando dice: “L’Unione
« produce » un maggior numero di diplomi e di dottori in scienze e
tecnologia degli Stati Uniti o del Giappone (25,7% del totale di diplomati
dell’istruzione superiore per l’Unione rispetto a 21,9% e a 17,2%
rispettivamente per il Giappone e gli Stati Uniti). Contemporaneamente, la
quota dei ricercatori nella popolazione attiva è molto più debole
nell’Unione (5,4 ricercatori su 1000 nel 1999) che negli Stati Uniti (8,7)
o nel Giappone (9,7) e in particolare nelle imprese private. Il mercato del
lavoro europeo è molto più stretto per i ricercatori che lasciano spesso
l’Unione per continuare altrove le loro carriere (essenzialmente negli
Stati Uniti in cui godono di migliori condizioni di lavoro) o decidono di
cambiare professione”. E questa affermazione fornisce anche una
spiegazione al problema posto precedentemente (basso numero di diplomati):
alcuni studenti ce la mettono tutta anche in diplomi duri. Ma se l’esempio
per gli altri studenti è il rifiuto anche di questi dal mercato del lavoro,
allora il fallimento è garantito. Il problema può essere posto altrimenti
proprio soffermandosi sull’altro aspetto che la Commissione denuncia: la
mancanza di ricerca soprattutto nelle imprese private. Se tali imprese
continuano a non fare ricerca o a trasferire la produzione all’estero, chi
dovrebbe assumere i diplomati in discipline dure e, successivamente, i
laureati o i dottorati nelle medesime? A tutt’oggi, in gran parte, si tratta
di sottoccupazione. La Commissione dovrebbe convincersi che i buoni propositi
sociali non possono convivere con il neoliberismo e la massimizzazione del
profitto. Quanto diciamo è relativo alla Commissione
Educazione. Ma in parallelo lavora la Commissione Commercio ed alcuni fatti
recentissimi vanno ricordati. Il commissario europeo al Commercio nella
Commissione Prodi (2000 - 2004) era Pascal Lamy (non a caso passato a
settembre 2005 dalla UE alla direzione generale del WTO). Questi tenne un
discorso all’International Council for International Business di New York
nel quale sostenne: “Se vogliamo migliorare il nostro accesso ai mercati
esteri , allora non possiamo mettere al riparo i nostri settori protetti.
Dobbiamo essere pronti a farne materia di negoziato se vogliamo conseguire un
accordo globale (big deal, ndr) Per gli Stati Uniti, come per l’UE, questo
significherà dare un qualche dolore a qualche settore, ma realizzare guadagni
in molti altri, e credo che noi sappiamo, da una parte e dall’altra, che
bisognerà acconsentire a dei sacrifici” e cioè cedere sui pubblici
servizi (tra cui la scuola). Lamy parlava dopo Seattle
e dopo che l’OCSE aveva resistito ad iniziative liberiste selvagge
(AMI) ed avvertiva che si dovevano trarre degli insegnamenti da quelle
sconfitte. Tali insegnamenti erano solo relativi alla maggiore discrezione se
non al segreto quando si trattavano certi argomenti. Come aggirare le
normative nazionali nel caso vi fosse resistenza? Ricatalogando le voci. Così
che, ad esempio, i dati dei pazienti o degli studenti non rientrerà più alla
voce sanità o scuola ma a quella di dati informatici; la
gestione delle scuole, degli ospedali, delle pensioni sotto la voce management.
Recentemente però, a precise richieste, Lamy ha sempre fornito
risposte che negavano l’inserimento della scuola nell’elenco delle merci,
anche se l’argomento è già arrivato alla discussione in
seno alla Commissione UE (era segretamente all’ordine del giorno) ed è
recentissimo l’argomento capzioso che porterebbe al colpo definitivo sulla
scuola pubblica: poiché essa è un servizio per il quale i cittadini pagano
allora, secondo le ferree regole del WTO, non può ricevere aiuti dallo Stato.
E’ elementare comprendere che ciò significherebbe la fine della scuola
pubblica. E, sgomberato il campo da questo ultimo orpello (l’aggettivo pubblico),
si potrebbe dispiegare in ogni sua forma l’ingresso dei privati in una entità
ormai solo privata. Sto parlando della Direttiva Bolkestein, quella
jattura, ancora non operativa ma che se passasse significherebbe una
catastrofe per la scuola europea. Vediamo di cosa si tratta.
Nel gennaio del 2004, nella Commissione Prodi, fu votata all'unanimità la
Direttiva Bolkestein, dal nome di Frits
Bolkestein, olandese, liberale, fino al 2004 Commissario Europeo per il
Mercato Interno, la Tassazione e l'Unione Doganale. La
direttiva Bolkestein è stata elaborata con la consultazione di 10.000 imprese
europee, senza però mai aver consultato alcuna organizzazione sindacale,
ambientale o impegnata nel sociale. Il punto di vista che emerge è
chiaramente di parte e la direttiva Bolkestein mira ad applicare all'Europa
intera i principi del Wto e del Gats, con alcune importanti estensioni in
senso ancora più liberista e competitivo. Si tratta di un ciclone che sta per
abbattersi sullo statuto sociale europeo, sulla sua costituzione materiale,
sulle condizioni di lavoro di milioni di persone.
La Direttiva stabilisce «un quadro giuridico generale per eliminare gli
ostacoli alla libertà di insediamento dei fornitori di servizi e alla libera
circolazione dei servizi in seno agli Stati membri»; la Direttiva definisce
(art. 4) i servizi come segue: «Ogni attività economica che, secondo
l'art. 50 del Trattato istitutivo, si occupa della fornitura di una
prestazione oggetto di contropartita economica». Chiaramente sono presi
in considerazione tutti i servizi eccetto quelli erogati direttamente e
gratuitamente dai poteri pubblici; la nuova definizione dei servizi è molto
ampia e apre la strada alla privatizzazione e alla messa in concorrenza di
quasi tutte le attività di servizio, compresa la quasi totalità
dell'insegnamento, la totalità della sanità e delle attività culturali; le
legislazioni ed i regolamenti nazionali sono considerati dalla Commissione
europea «arcaici, obsoleti e in contraddizione con la legislazione europea».
Gli "ostacoli" presi di mira dalla Commissione europea sono dunque
decisioni che i poteri pubblici hanno preso per evitare che il settore dei
servizi diventi una giungla. La Commissione europea intende dunque rimettere
in causa «il potere discrezionale delle autorità locali»; allo scopo di
eliminare gli ostacoli alla libera circolazione dei servizi, il progetto
rinuncia a una pratica consolidata nella costruzione europea, quella
dell'armonizzazione. L'armonizzazione viene sostituita dal "principio del
Paese d'origine". Secondo questo principio, un fornitore di servizi è
sottoposto alla legge del Paese in cui ha sede l'impresa, e non a quella del
Paese dove fornisce il servizio. Ci si trova di fronte a un vero e proprio
incitamento legale a spostarsi verso i Paesi dove le normative fiscali,
sociali e ambientali sono più permissive. Con il "principio del Paese
d'origine", la Direttiva viola l'art. 50 del Trattato istitutivo della
Comunità europea, secondo cui «il fornitore di servizi può esercitare a
titolo temporaneo la sua attività nel Paese in cui fornisce la prestazione
alle stesse condizioni che questo Paese pratica alle imprese nazionali»; il
"principio del Paese d'origine" permette di deregolamentare e
privatizzare totalmente i servizi che non sono forniti direttamente e
gratuitamente dai poteri pubblici consentendo di destrutturare e smantellare
il mercato del lavoro nei Paesi in cui è organizzato e protetto. Ciò
significa che viene altresì legalizzata l'esportazione di contratti di lavoro
peggiori laddove vi sono condizioni contrattuali migliori per i lavoratori e
le lavoratrici; per facilitare la libertà di insediamento, gli Stati dovranno
limitare le condizioni poste all'autorizzazione di insediamento di un'attività
di servizio. Questo progetto sottrae ai poteri pubblici qualsiasi diritto di
indirizzare l'organizzazione dell'attività economica del proprio Paese; la
Direttiva non prevede norme particolari per nessun settore dei servizi, tranne
che per le cure sanitarie. Un fornitore di cure che si stabilisca in un Paese,
non è tenuto a rispettare il sistema di sicurezza sociale del Paese ospite.
Ci si trova in presenza della volontà deliberata da parte della Commissione
europea di togliere agli Stati il potere di decidere della loro politica
sanitaria; la scomparsa delle restrizioni nazionali all'insediamento apre la
strada allo "Stato minimo", e cioè a uno Stato che ha perso il
diritto di fare le scelte fondamentali nella politica dell'istruzione, della
sanità, della cultura e dell'accesso di tutti ai servizi essenziali. La
direttiva in questione abbasserebbe notevolmente i livelli di tutela dei
diritti di lavoratori e lavoratrici ed aprirebbe la strada alla
privatizzazione selvaggia di tutti i servizi (tratto da www.cobas.it). Questa
è solo la premessa che però è il seguito di quanto in Europa si fa da molti
anni: si vuole privatizzare la scuola e la sanità. Solo gli sciocchi, tra cui
Legambiente e la dirigenza CGIL Scuola (che mentre firmano appelli contro la
Bolkestein, sostengono Lisbona 2000 e la scuola di Bassanini e Berlinguer che
erano le necessarie premesse della Bolkestein), non si sono accorti di cosa
viaggia da anni. La cosa gravissima è che questo avviene senza che
nessuno dei nostri politici si opponga minimamente (ignoranza o malafede?).
L'unanimità con cui è stata approvata questa direttiva mostra che siamo in
mano a dei politici che sono mercenari delle multinazionali che da anni
premono per entrare selvaggiamente nei servizi pubblici distruggendo lo stato
sociale. Noi
siamo a discutere delle cose più futili, degli pseudoproblemi, quando
abbiamo una minaccia gigante che incombe. Insisto, nessun politico parla di
questo. Nessuno che si mobiliti con tutte le energie. Valgono anche qui i
silenzi incrociati ed omertosi. ITALIANIEUROPEI
E BUONSENSO
Vediamo
cosa dice il documento riassuntivo dei lavori. Dopo le solite chiacchierate inutili sui valori e gli obiettivi si arriva al nocciolo che è solo questo:
occorre che destra e sinistra si mettano insieme per un processo
condiviso sulla scuola. Per ulteriori approfondimenti si rimanda
all'ineffabile progetto Buonsenso per la scuola
. Sarà pure ineffabile ma io qualcosa dico lo stesso su questa vergogna
che i sinistri aspiranti DC sostengono. Intanto vediamo quali sono i
buonsensisti: Sergio Belardinelli, Luciano Benadusi, Giuseppe Bertagna,
Luigi Bobba, Vittorio Campione, Lorenzo Caselli, Alessandro Cavalli, Nicola
D'Amico, Fiorella Farinelli, Paolo Ferratini, Claudio Gagliardi, Claudio
Gentili, Claudia Mancina, Roberto Maragliano, Franco Nembrini, Luisa Ribolzi,
Silvano Tagliagambe, Elena Ugolini. E' d'interesse scoprire le punte di
diamante pedagogiche di Berlinguer e di Moratti. Dopo aver contribuito alla
distruzione della scuola lor signori invocano il buonsenso! Più in generale
vi è un discorso circolare che parte da De Mauro attraverso la
Confindustria. Passa da Berlinguer attraverso Confindustria, ItalianiEuropei,
Ranieri, D'Alema. Arriva alla destinazione di accettare la scuola della
Moratti che, i folli, si crede sia un tutt'uno con quella di Berlinguer. Io
che sono un eretico dico che è proprio così. L'importante è che lo
sappiano gli elettori. I
buonsensisti che nascono da Vittorio Campione, sinistro della ex segreteria
del ministro Berlinguer, e dalla sociologa di destra Luisa Ribolzi (1),
teorizzano una collaborazione stretta perché il Paese non si può
permettere riforme ad ogni cambio di governo. E perché, dico io, ad ogni
cambio di governo vi sarebbero pedagogisti di una parte disoccupati,
certamente un Maragliano o un Bertagna (2). Sta di fatto che
ambedue gli schieramenti non presentano divisioni di fondo: ambedue si
ispirano ad una scuola liberista con qualche accento confessionale in più
per i morattiani. Sta di fatto che, tra l'appoggio incondizionato a questi
personaggi da operetta da parte della Moratti, la scuola che passa non è
quella progressista o comunque laica e pubblica ma quella che finanzia il
privato, quella confessionale, quella che censura i testi scolastici, che
non permette l'accesso al darwinismo, ... quella di una destra oscurantista
e non certamente liberale. La CGIL Scuola non dice nulla in omaggio al
sindacato pesce in barile, detto CISL, che cattolicheggia. Noi tutti quindi
ci accingiamo a sostenere una coalizione di governo che non ci dice tutto su
cosa farà della scuola (ipotesi migliore) o che sa già che con qualche
aggiustamento manterrà questa scuola classista, dequalificata, per i ricchi
(ipotesi più realista).
VENIAMO A COSA DICONO GLI ECONOMISTI Il
gruppo di economisti che si raccoglie in www.lavoce.info
dedicano le news del 12 ottobre proprio alla scuola, analizzando alcuni dati
dal loro punto di vista. Il riferimento è il continuo lamento di
Berlinguer e De Mauro sul basso numero di studenti che in Italia arriva al
diploma (75% contro una media europea del 90%) e sul basso numero di
laureati sempre in riferimento alle medie europee. Sembrerebbe, secondo i
nostri ex ministri che, di per sé, l'aumento di diplomati e laureati debba
comportare un ingresso più semplice, più orientato e più qualificato nel
mondo del lavoro. Questi signori usi alle cifre acritiche non hanno tenuto
conto della realtà italiana e di quale, in definitiva, è la molla che
porta ad un 30% di dispersione scolastica. Berlinguer e De Mauro
individuavano le difficoltà tutte dentro il sistema scolastico. In realtà,
come già denunciato da varie parti oltre che da me, tali difficoltà sono
tutte esterne.
Daniele Checchi e Tullio Jappelli, ne La laurea inutile, sostengono
che: "Oltre
un terzo dei laureati italiani dichiara di essere occupato in un lavoro per
il quale la laurea non è necessaria ... la
durata della transizione dalla scuola al lavoro è di undici anni, quattro
anni più della media dei Paesi OCSE." Da una estesa
indagine dell'Unioncamere risulta poi che "A
fronte di una domanda di 54mila laureati, il nostro sistema universitario ne
"produce" 225mila, creando un potenziale di disoccupazione
intellettuale pari a 171mila persone per anno ... Non stupisce che in
queste condizioni molti laureati accettino impieghi per cui non è
necessaria la laurea e che si dichiarino insoddisfatti del lavoro che
svolgono. Dal lato della domanda di lavoro da parte delle imprese, i dati
segnalano che la struttura produttiva del paese è in gran parte
arretrata. Fatti assai noti, e spesso ricordati sulla base delle cifre
modeste impegnate per investimenti in ricerca e sviluppo. Le competenze
qualificate sono dunque poco richieste dalle imprese: delle
673mila nuove assunzioni previste nel 2004, il 41 per cento prevede il
livello della scuola dell’obbligo, il 21 per cento quello delle scuole
professionali, il 29 per cento gli istituti tecnici e solo l’8 per cento
la laurea". Giorgio Brunello ed Adriana Topo, in Apprendisti nel tempo,
sostengono che: "In Italia si fa poca
formazione. Secondo l’ultima indagine Eurostat, le imprese che hanno
investito in formazione nel 1999 erano il 62 per cento nei quindici paesi
della Comunità europea e il 24 per cento in Italia". Dal
pacchetto Treu in poi (Biagi e la flessibilità del lavoro estremizzata) in
Italia è iniziato uno sfruttamento selvaggio del lavoro scambiando i
contratti di formazione lavoro come momenti formativi. Ma "più
apprendistato non significa necessariamente più formazione. Da più parti
si è osservato infatti come l’incremento dell’utilizzo dei contratti di
apprendistato sia da attribuire principalmente alla possibilità di assumere
personale a costo ridotto, godendo di forti sgravi contributivi,
piuttosto che all’esigenza di fare effettivamente formazione. Pensiamo che
ciò avvenga perché le regole nel nostro paese non forniscono alle parti
incentivi adeguati a svolgere un investimento formativo di tipo
sostanziale". Il riassunto del problema è che: "Nel
rapporto tra sistema formativo e mercato del lavoro colpiscono sia lo
squilibrio tra domanda e offerta, sia lo scostamento tra le competenze di chi
cerca lavoro e quelle richieste dalle imprese. Solo per l'8% dei nuovi
assunti del 2004 sara' richiesta la laurea. E' l'universita' a produrre troppi
laureati, o sono le imprese a chiederne troppo pochi? Probabilmente entrambe
le cose. Quindi non basta cercare di razionalizzare l'offerta formativa come
sta facendo il Governo. Meglio non imporre una scelta troppo precoce delle
competenze, come avviene nella scuola secondaria prima e dopo la riforma
Moratti. C'e' anche un problema di informazione e di trasparenza del
mercato: spesso non mancano i lavori ma e' difficile trovare quelli
"giusti”. E il collocamento continua a non funzionare. Utile
anche incoraggiare le imprese a svolgere formazione. Molti i dubbi sulla
nuova disciplina dell'apprendistato. Permette di avere manodopera
a basso costo e puo' scoraggiare le imprese che vogliono fare vera
formazione".
Poche considerazioni, da parte mia, su queste cose che mi sembrano
molto chiare. Sottolineo il problema principale del Paese: l'arretratezza
produttiva e culturale delle imprese. Da sempre cialtrone hanno, negli ultimi
decenni, accentuato il loro voler guadagnare molto e subito senza preoccuparsi
del futuro del Paese e degli occupati. Solo poche imprese si sono mosse a
livello di eccellenza creando nicchie di ricerca e sviluppo, comunque troppo
piccole. In questa situazione niente ricerca ma furbesco copiare in giro. Di
conseguenza tutto è demandato allo Stato e quindi all'Università che però
non ha più fondi. Il Paese decade mentre i nostri governanti neppure si
rendono conto, non tanto del disastro in sé, quanto dell'irreversibilità di
esso. D'altra parte c'è poco da pretendere da un potere in mano a
chansonnier, valligiani, integralisti ed (ex ?) picchiatori. Manca una cultura
di base che possa permettere il salto verso la comprensione integrata dei
problemi. Per altri versi si aggiunge il problema della formazione scolastica.
Sembra di capire che una rigida formazione non fa al caso di un mercato del
lavoro estremamente flessibile. Occorrerebbe una scuola altrettanto
flessibile. Con sommo dispiacere degli ex ministri occorre dire che le scuole
professionali salesiane o no e gli istituti tecnici industriali, brillano per
la loro rigidità. Una volta obsolete le abilità per cui i giovani sono stati
preparati, da quella parte sembra impossibile riacquistare la flessibilità
che pur si richiede. Ma la flessibilità che si richiede non è quella che si
ottiene con piani di studio flessibili ma quella che si ottiene con studi
molto seri che forniscono agilità mentale. Capisco che si parla di cose
difficili ma con un piccolo sforzo anche gli ex ministri possono capire cosa
dico. A
fronte di queste cose resta, sullo sfondo, una situazione drammatica: secondo
dati ISTAT (2003) su circa 57 milioni di
Italiani poco più di 3.500.000 sono forniti di laurea, 14.000.000 di titolo
medio superiore, 16.500.000 di scuola media e ben 22.500.000 sono privi di
titoli di studio o possiedono, al massimo, la licenza elementare. In
percentuale 39,2% dei nostri concittadini sono fuori della Costituzione che,
come si sa, prevede l’obbligo del possesso di almeno otto anni di scolarità.
Siamo assolutamente in linea con il Paese più avanzato del mondo, gli USA.
Inoltre, come vanno le cose, otto anni dopo l'indagine OCSE che ci vedeva
molto indietro per numero di diplomati ? Confrontando la tabella fornita nel
primo paragrafo di questa terza parte con quella relativa al 2004, si scopre
che le cose sono ulteriormente infatti, oggi (2004) anche la Spagna ci sopravanza ed in
questo Paese il Preside è elettivo e non esiste l'autonomia ma il lavoro è
meno flessibile (al massimo due anni e poi occorre essere assunti) e vi è
certezza di diritto. In Italia non vi è lotta la lavoro minorile che è
strettamente legato alla fuga dalla scuola: il 74 per cento dei piccoli lavoratori fa molte assenze, il 56 ripete, il 77 fa i compiti a casa da solo, senza alcun aiuto dalla famiglia. Ancora il 77 per cento pensa
di fermarsi alla scuola media. Metà dei padri ha la sola licenza elementare, nel 16 per cento dei casi nessun titolo di studio, nel 31 per cento la media inferiore. La stragrande maggioranza lavorava già a 15 anni.
E questa corsa al lavoro precoce si dirige verso il nulla. E
nessuno, tanto meno i pedagogisti, pensa a questo come ad un Paese che sta
inseguendo il peggio offerto dai Paesi anglosassoni con i ceti più deboli
sempre più indifesi. Ci risolleveremo, dice Maragliano, la punta di
diamante del pensiero di Berlinguer, con i videogiochi. Uno
degli snodi alla base della crisi profonda del nostro Paese era stato
individuato con lucidità da Sergio Cofferati (che ultimamente, ottobre 2005,
sta impazzendo). E' impossibile una crescita
basata sulla competitività in termini salariali con i Paesi emergenti.
Occorre puntare alla qualità, alla ricerca ed ai prodotti con grande valore
aggiunto. Cosa ha recepito la nostra industria ? Niente ed ora chiude
trascinando con sé i risparmi ed il lavoro di migliaia di persone. Cosa ha
recepito il mondo politico di attuale opposizione ? Niente, anzi ha esiliato
Cofferati ad amministratore locale, per maggior gloria delle mezze calzette
che fanno da presunti leader di quell'opposizione. ULTIME Siamo alla fine della storia. In questi anni di
centrodestra abbiamo sentito di tutto. E non parlo di quello che dicevano a
destra, generalmente scolasticamente sgrammaticato, ma di quello che
dicevano nella cosiddetta sinistra. Nel caso si vincessero le elezioni del
2006, i centrosinistri, ad opera di DS e Margherita, sono via via passati da
un iniziale rifiuto di ogni proposta Brichetto, alla cancellazione di
solo ciò che non va (senza che noi si possa sapere cosa è che non va).
Coloro che si sono presentati a Bologna nella fabbrica di Prodi per chiedere
la cancellazione di ogni provvedimento Brichetto sono stati trattati da
estremisti. Lo stesso Prodi ha assunto un atteggiamento conseguente
alla sua presidenza del Commissario Bolkestein. Non si esprime con
chiarezza, tanto che il Forum degli Insegnanti (web community di docenti),
in proposito di un suo intervento in diretta chat nel sito de
l'Unità on line, gli ha scritto la lettera seguente: Caro
Prof. Prodi, Ed il forum parlava dei
sindacati oltreché dei buonsensisti DS. Che fanno i sindacati ? Niente, al di là di partecipazioni
schizofreniche a manifestazioni contro la Bolkestein, quando condividono i
principi ispiratori della legislazione che porta a Bolkestein. La CGIL
Scuola in particolare, dopo anni di silenzio e dopo che per anni non è
riuscita a proclamare un solo sciopero contro le riforme Brichetto, oggi
vede il suo segretario, Panini, scrivere contro la sinistra che non si
occuperebbe del problema. Il fatto è che l'opportunismo è ormai endemico,
anche a sinistra. Panini sa che si avvicinano due scadenze: il congresso
CGIL scuola (che sarà unitario, con tutti d'accordo per l'opportunismo e
per i distacchi); e le lezioni politiche. Panini deve vendere la pelle.
Ormai è in scadenza alla CGIL Scuola. NOTE (1) I due fondatori del
Buonsenso descrivono così la loro impresa su Il Corriere della Sera: "Basta «noi» e «loro», i
ragazzi hanno diritto a essere al primo posto (2) Articoli scritti a 4 mani dai nostri eroi, Bertagna e Maragliano,
che descrivono molto bene la situazione si trovano in http://www.fisicamente.net/index-489.htm;
http://www.fisicamente.net/index-490.htm.
BIBLIOGRAFIA
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scuola elementare - Paravia 1946. 31 - Giuseppe Vettori (a cura di) - Duce e ducetti: citazioni
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Roma - Studi Storici 2, anno 36, aprile - giugno 1995. 34 - http://www.edscuola.it/archivio/norme/leggi/index.html .
Su questo sito si trovano moltissime leggi relative alla scuola. 35 - AA.VV - Scuola: Riforma o controriforma ? - Savelli
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39) Valentina Fulginiti - Gats - Cesp di Bologna: http://www.cespbo.it/testi/controlessico/gats.htm 40) Roberto Renzetti - La scuola sotto attacco - Giornale di
Storia Contemporanea, Anno VII n. 2, Dicembre 2004. http://www.fisicamente.net/index-668.htm
41) Giulio Ferroni - La scuola sospesa - Einaudi 1997. 42) Fondazione Agnelli - A lavorare si impara - SEI 1981. 43) G. Gozzer - Il capitale invisibile. L'epoca dei ripensamenti
1977-1980 - Armando 1980. 44) Roberto Mazzetti - Quale scuola secondaria ? - Armando
1977. 45) Roberto Renzetti - La scuola pubblica ovvero "la scuola
dell'ignoranza" - http://www.fisicamente.net/index-94.htm
Si tratta in sostanza di uno strumento giuridico che incentiva il processo di
valorizzazione del ruolo delle scuole come centri di vita culturale e sociale
aperti al territorio, in linea con il contenuto di recenti. intese generali,
promosse dall'amministrazione con le associazioni rappresentative degli enti
locali, volte a creare le condizioni più idonee per favorire la qualità dei
processi educativi.
RIFORME
CONTENUTO
servizio scolastico, dell’integrazione e del miglior utilizzo delle
risorse e delle strutture.
Art.
21 legge 59/97
(Autonomia delle istituzioni scolastiche)
DM
765/97
( Sperimentazione
dell'autonomia organizzativa e didattica delle istituzioni
scolastiche)
CM
766/97 (
Sperimentazione dell'autonomia organizzativa e didattica delle
istituzioni scolastiche)
CM
239/98 (Sperimentazione piani
offerta formativa)
Dir.238/98
(Finanziamento piani offerta formativa)
DPR
275/99 (Regolamento
sull'autonomia)
DM
179/99 (Sperimentazione
dell'Autonomia Scolastica - A.S. 1999-2000)
Lett.
Cir. 194/99 (Finanziamento
realizzazione della sperimentazione del POF)
CEDE
- BDP
(Art.21)
ISTRUZIONE
Legge
n. 30 del 10/2/2000
(Legge-quadro sul
riordino dei cicli scolastici)
MENTO
COMPETENZE STATO
AGLI ENTI LOCALI
(Capo
1)
Dlgs
112/98
(Conferimento di funzione e compiti amministrativi dello Stato alle
Regioni ed agli Enti Locali)
Dlgs
59/98
(Disciplina della qualifica dirigenziale dei Capi di Istituto sulle
istituzioni scolastiche autonome)
CM
461/98 (Corsi di formazione
per il conferimento della qualifica dirigenziale ai Capi di Istituto)
DPR
233/98
(Regolamento recante norme per il dimensionamento ottimale delle
istituzioni scolastiche)
TARIA
DOCENTI
Legge
341/90
(Riforma degli ordinamenti didattici universitari)
Legge
315/98 (Interventi
finanziari per l'Università e la ricerca)
DPR
470/96 (Regolamento
concernente l'ordinamento didattico nelle scuole di specializzazione)
DPR
471/96 (Regolamento
concernente l'ordinamento didattico nel corso di laurea in scienze
della formazione primaria)
DM
2/12/98 (Utilzzazione
a tempo parziale presso le Università)
Indicazioni
(Alle Università relative ai
bandi)
MENTO
OBBLIGO
SCOLASTICO
Legge
9/99
(Elevamento dell'obbligo di istruzione)
DM
323 del 9.8.99 (Regolamento
attuativo dell'obbligo di istruzione)
CM
22/99 (Disposizioni
urgenti per l'elevamento dell'obbligo di istruzione)
MINISTERO
PUBBLICA ISTRUZIONE
(Artt.11
e 13)
Regolamento
approvato dal Consiglio dei Ministri il 17/3/2000 (Regolamento
recante norme in materia di Autonomia delle istituzioni scolastiche
ai sensi dell'art.21, della legge 15 marzo 1999, n.59)
D.M.
301/99
nistrazione scolastica)
Legge
n. 17 del 28/1/99
(Integrazione
legge 104/92)
Legge
104/92 (Legge-quadro
per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone
handicappate)
NUOVA
LEGGE PER IL SOSTEGNO ALLA MATERNITA'
Legge
104/92 (Legge-quadro
per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone
handicappate)
DI STATO
Legge
425/97
(Disposizioni per la riforma degli esami di Stato)
DPR
n. 323/98 (Regolamento esami)
DM. 518/99 (Nomina e formazione
delle commissioni)
DM. 519/99 (Modalità
di svolgimento della prima e seconda prova scritta)
DM.
520/99 (Caratteristiche
generali della terza prova scritta)
OM
31/00 (Istruzioni e modalità
organizzative ed operative svolgimento esami)
CM
280/99 (Candidati
esterni)
CM
158/99 (Commissari
supplenti)
CM
157/99 (Le assenze dei
commissari)
CM
1/2000 (Attività preparatoria
per gli esami di stato)
CM
114/00 (Formazione a distanza)
DM
24/2/00
(Crediti formativi)
DM.295/99
DM. 295/99
(Materie esami)
FORMATIVO
di età sono tenuti a
iscriversi e frequentare
percorsi e/o attività
formative
Art.68
della Legge 144/99
(Obbligo di frequenza di attività formative)
Testo Accordo
Conferenza Stato-Regioni
Regolamento
Governativo sull'obbligo di frequenza nella scuola secondaria
superiore
Regolamento sull'obbligo
di frequenza nel sistema regionale di Formazione Professionale e
nell'apprendistato -
COLLEGIALI
D’ISTITUTO
Testo
(Unificato del Comitato ristretto della VII
Commissione Camera Deputati)
ORGANI
COLLEGIALI
NAZIONALI, PROVINCIALI
E DISTRETTUALI
(Art.21)
delle funzioni dei nuovi organi collegiali con la competenza
dell’amministrazione centrale e periferica, eliminando le duplica-
zioni organizzative e
funzionali.
SCUOLA
PUBBLICA
PRIVATA
Legge
n. 62 del 10/3/2000
(Norme per la parità scolastica e disposizioni sul
diritto allo studio e all’istruzione)
MENTO
PERSONALE
SCUOLA
Legge
124/99
(Disposizioni
urgenti in materia di personale didattico)
OM
153/99 (Abilitazione
riservata)
OM
247/99 (Abilitazione
riservata Accademie e Conservatori)
OM
33/00 (Riapertura
termini abil. Riserv.)
Materna
(Bando di concorso abilitazione scuola materna)
Regolamento
graduatoria permanente
ISIA E CONSERVA-
TORI DI MUSICA
Legge
n. 508 del 21/12/99
(Riforma degli istituti superiori di istruzione artistica)
SCUOLA
Dlgs
396/97
(Modificazioni al decreto legislativo n. 29/93 in materia di
contrattazione collettiva e di rappresentatività sindacale nel
settore pubblico)
Legge
69 del 22.3.1999
(Disposizioni
urgenti in materia di elezioni delle rappresentanze unitarie)
DI BASE
Sintesi
commissione
(I contenuti essenziali per la formazione di base)
Sintesi
Maragliano
(Sintesi
dei lavori della Commissione)
DM
50/97 (Commissione
Tecnico-Scientifica per le proposte di riforma della scuola)
DM
84/97 ( Modifiche ed
integrazioni alla Commissione Tecnico-Scientifica)
NAZIONALE
QUALITÀ
ISTRUZIONE
Direttiva
307/97
(Comitato per valutare il prodotto educativo)
Relazione
valutazione
(Relazione
conclusiva della Commissione tecnico-scientifica)
FORMAZIONE TECNICA
SUPERIORE
Art.
69 Legge 144/99
(Istituzione del sistema di istruzione e formazione tecnica superiore)
Regolamento
attuativo
(Schema
di decreto interministeriale, approvato dalla Conferenza Unificata
Stato-Regioni-Città del 4.4.2000)
Certificazione
finale (Modello
di certificazione finale dei percorsi IFTS e modalità di composizione
delle Commissioni giudicatrici)
STUDENTI
DPR
249
del 24.6.98 (Regolamento recante lo statuto delle studentesse e
studenti nella scuola secondaria)
MENTO
CONTRO-
VERSIE
AL PRETORE
Dlgs
80/98
(Nuove
disposizioni in materia di organizzazione e di rapporti di lavoro
nelle amministrazioni pubbliche, di giurisdizione nelle controversie
di lavoro)
In crescita (+ 40%) il numero di scuole che negli ultimi tre anni ha
ottenuto la parità: sono passate da 8.710 nel 2000 alle attuali 12.226. In
calo, invece, il numero di studenti che le frequenta. A far registrare la
flessione maggiore (-31,8%) sono le scuole medie, a seguire le scuole
elementari (-22,4%) e le scuole superiori (-20,94%)."
testi di buona divulgazione, per tutti gli ambiti disciplinari, scritti con
abilità narrativa e capaci di attrarre l'interesse degli allievi;
impiego delle macchine della conoscenza e dell'elaborazione di informazioni e
problemi. In particolare, gli strumenti multimediali sono estremamente
motivanti per bambini e ragazzi, perché non hanno affatto odore di scuola
(sottolineatura mia), danno loro il
senso di disporre di risorse per il saper fare e consentono di non disperdere,
ma valorizzare, in un quadro intellettuale più strutturato, forme di
intelligenza intuitiva, empirica, immaginativa, assai diffuse tra i
giovani.”
dalle opportunità offerte da un mercato interno e internazionale in cui si fa
sempre più forte la domanda di prodotti di divulgazione di elevato profilo
culturale e che utilizzino al meglio le risorse della tecnologia.
L'istruzione e la vita famigliare dovrebbero essere maggiormente connesse che
nel passato. ........
Ma il peggio è che queste iniziative, piene di buone intenzioni e cattive
attuazioni, sono inserite nel progetto, clerical-liberale, di un "sistema
nazionale integrato" tra scuola pubblica e scuola privata, dove ogni
valore ideale della tradizione risorgimentale, volta a promuovere la
formazione di una coscienza nazionale moderna, anziché essere corretto e
sviluppato, come si doveva, in senso democratico e scientifico, viene
rinnegato. Non per niente Berlinguer occulta le origini di questa sua dubbia
ispirazione: il "Documento dei 31", del 13 luglio 1994, autodefinito
"pidiessino, popolare e confindustriale" (cioè clerical-liberale
accettato dai post-comunisti), che proponeva la "idea nuova" di un
«sistema formativo pubblico, nazionale ed unitario, del quale partecipano
scuole statali e non statali». L'ispirazione della riforma è tutta lì, in
questo vecchio programma della Dc giulivamente accolto dai dirigenti del Pds
contro le resistenze della loro base. Miracoli del nuovo centralismo
democratico, inaugurato da Occhetto e perfezionato da D'Alema: due persone cui
Berlinguer non lesina elogi, parlando della «grande rivoluzione di Occhetto»
e della "delega implicita" ricevuta dal governo D'Alema, col quale
si è avuto «l'anno d'oro» delle riforme.
Ogni riforma di Berlinguer mira a creare questo sistema integrato, destinato a
sboccare in quella «straordinaria novità che è nel riconoscimento concreto
del principio di parità tra scuole statali e non statali», coi relativi
finanziamenti. E' lui stesso, non io, a presentare tutte le sue leggi come
grimaldelli per veicolare nei nuovi ordinamenti questa "svolta"
della parità: soprattutto la legge sull'autonomia, «base dell'intero
progetto formativo» e «anello da cui partire»: «Porre la parità nel
contesto dell'autonomia e anzi in dipendenza da essa... Nel quadro
dell'autonomia sembra logico riaffrontare in termini nuovi la stessa
distinzione concettuale tra pubblico e privato», ecc.
LE RIFORME BRICHETTO
BREVE DESCRIZIONE
Proposta
Bertagna
E' la copertura del pedagogista che presto sarà
messo da parte.
Proposta
di revisione della Legge 10 febbraio 2000, n. 30 del 10.01.02
Si forniscono generiche indicazioni sui vari tipi di
scuola e si abroga la legge 30 di riforma Berlinguer.
Testo
ddl delega per la scuola del 1.02.02
Il governo si dà 24 mesi di tempo per riformare la
scuola.
Testo
ddl Delega per la Scuola del 14.3.03 approvato dal Consiglio dei
Ministri
Stessa cosa di prima.
Controriforma
dei cicli
Alla Commissione Cultura si dibatte sulla abrogazione
della legge 30 e sul progetto Brichetto.
Parere
CNPI sul disegno di legge delega
Il CNPI Stronca i progetti Brichetto
I
nuovi programmi della scuola elementare
(bozza)
Si abbozzano i nuovi programmi della scuola
elementare, Uno degli innumerevoli tentativi.
Indicazioni
Nazionali per i Piani Personalizzati delle Attività Educative nelle
scuole dell'infanzia (Bozza)
Altra bozza di quello di cui sopra.
Bozza
Decreto "Progetto nazionale di sperimentazione"
Si autorizza la sperimentazione nella scuola
primaria.
Niente
copertura economica per la riforma
L'apposita Commissione parlamentare dice che non vi
è copertura economica per la sperimentazione.
Lettera
del Ministro Moratti sulla sperimentazione
Moratti scrive al CNPI per farsi autorizzare la
sperimentazione
Parere
del CNPI sulla sperimentazione
... che il CNPI non concede.
Circolare
Ministeriale sulla Sperimentazione
Moratti autorizza la sperimentazione relativa alla
scuola dell'infanzia ed alla prima elementare.
Decreto
sulla Sperimentazione
Il decreto di cui sopra.
Legge
Delega al Governo per la riforma della scuola
La delega al governo per la riforma della
scuola è approvata dal Senato (13 novembre 2002).
I
nuovi piani di studio per la scuola media
I nuovi piani di studio personalizzati per la scuola
secondaria di 1° grado.
Stato
giuridico degli insegnanti: o.d.g. alla Camera
Parlamentari della maggioranza chiedono l'impegno del
governo a definire lo stato giuridico degli insegnanti.
Formazione
a sostegno della sperimentazione nazionale TIC
Si pretende formare insegnanti per sperimentare le
TIC (Technology Innovation Council) o nuove
tecnologie.
Legge
Delega al Governo per la riforma della scuola
La delega al governo per la riforma della scuola è
definitivamente approvata alla Camera (18 febbraio 2003).
Pubblicata
in Gazzetta la Legge delega Moratti
La legge delega è pubblicata sulla Gazzetta
Ufficiale.
Legge
53/03: pubblicato in Gazzetta Ufficiale il primo decreto attuativo
Finalmente vi è una legge. E' la 53/03 che
idealmente sostituisce la abrogata 30/00. La G.U. pubblica il 1°
decreto attuativo.
Il
testo della bozza clandestina di decreto (16 dicembre 2004)
Una prima versione del testo del decreto
relativo alla scuola secondaria di secondo grado.
L'ottava
bozza (2 maggio 2005)
Una ulteriore versione del testo di cui sopra.
La
decima bozza (5 maggio 2005)
L'ennesima versione del testo di cui sopra.
Decreto
Legislativo (27 maggio 2005)
La versione provvisoria del testo di cui sopra..
Decreto
Legislativo (14 ottobre 2005)
Approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del
Decreto attuativo del
secondo ciclo di istruzione e formazione previsto dalla legge 53/03.
Decreto
Legislativo (17 ottobre 2005)
Approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del
Decreto attuativo dell'articolo 5 della legge 53/03 relativo alla
formazione iniziale degli insegnanti.


- Articolazione unitaria del sistema
- Potenziamento della libertà di scelta degli studenti e delle famiglie
- Flessibilità strutturale e personalizzazione educativa, metodologica e
didattica dei percorsi
- Valorizzazione della professionalità docente
- Potenziamento della competenza nella lingua inglese ed in una seconda
lingua europea
- Integrazione tra teoria e pratica
- Sviluppo delle conoscenze relative all'uso delle nuove tecnologie
- Valutazione nazionale degli apprendimenti e valutazione di sistema
- Razionalizzazione dei percorsi sperimentali in atto nella scuola
secondaria di secondo grado
- L'ammissione al 5° anno dà accesso all'istruzione e formazione
tecnica superiore.
- È specificato l'asse culturale proprio di ciascun liceo (artistico,
classico, economico, linguistico, musicale e coreutico, scientifico,
tecnologico, delle scienze umane).
- La determinazione dei livelli di flessibilità è rimessa all'autonomia
delle scuole, alla scelta degli studenti e delle famiglie ed al raccordo con
il territorio.
- È obbligatoria da parte dello studente la frequenza di ¾ dell'orario
annuale ai fini della validità dell'anno scolastico.
- L'esame di Stato si attua con prove sia nazionali sia di istituto,
coerenti con il Profilo educativo culturale e professionale e agli obiettivi
specifici di apprendimento del corso.
- Gli studenti di entrambi i percorsi avranno la
possibilità di effettuare stage e tirocini in modo da confrontarsi con il
mondo del lavoro. Non solo. Se strada facendo si accorgeranno di aver fatto
una scelta sbagliata potranno rimediare: è "assicurata e assistita"
(dagli insegnanti), infatti, la possibilità di cambiare percorso tra i licei,
all'interno dei licei e anche passando dai licei all'istruzione e formazione
professionale e viceversa. Si potrà fare grazie a un sistema di crediti e
certificazioni per qualsiasi segmento del secondo ciclo frequentato con esito
positivo. Anche gli studenti del percorso di formazione professionale
(quadriennale) potranno accedere all'università previa frequenza di un corso
annuale.
Prima della riforma, invece, le ore di lezione erano tutte obbligatorie: 30
ore settimanali nel tempo normale e 35 ore nel tempo pieno. Ciò vuol dire che una parte molto consistente dell'organico sopravviverà
solo se le famiglie degli alunni opteranno per le attività facoltative. In
caso contrario le relative cattedre verranno cancellate. E con esse anche i posti di lavoro.
"Un ultimo obiettivo: i docenti. Che però non è l'ultimo, anzi, è il
primo. Sono giunto troppo in fondo per parlarne adeguatamente e spero che ci
si possa ritornare… "
siamo rimasti a dir poco sconcertati e delusi nel leggere la chat
che lei ha tenuto sull'Unità rispondendo alle più disparate
domande. Abbiamo trovato il suo atteggiamento supponente, un po’
arrogante e, su diverse questioni, ambiguo.
E non ci pare corretto soprattutto da parte di chi, come lei, dice
di volersi opporre all'illusionismo berlusconiano.
Può darsi che non siamo stati capaci di rilevare le sottili
ironie, crediamo però che molte delle sue siano state delle
non-risposte.
E pensiamo che si abbia bisogno di chiarezza, possibile che per un
politico sia così difficile dire si o no?
Siamo stanchi di leggi e leggine calate dall'alto con
l'atteggiamento di chi "sa cosa occorre al paese”, e se il
paese desidera altro gli si fa capire (ancora a colpi di
maggioranza?) che quello che fa chi governa è cosa giusta.
Presumiamo che l'Unione si senta la vittoria già in tasca,
sarebbe auspicabile che evitasse di ragionare secondo questa
prospettiva, che già alle ultime politiche ha causato un bel
disastro.
Molte persone sono stanche di dover votare per il meno peggio tra
due e di riconoscersi parzialmente o molto poco negli intenti e
nei programmi. In particolare ci riferiamo alla risposta che lei
ha dato alla laureanda in fisica invitandola ad andare pure
all'estero per una parentesi ( sappiamo tutti che in Italia niente
è più definitivo del provvisorio) e a chi le
chiedeva che cosa intendesse fare a proposito della riforma
Moratti. Continuiamo a favorire l'esodo di cervelli all'estero? La
scuola come istituzione viene smantellata e ci vogliamo limitare a
delle aggiustatine?
Il popolo della scuola, fatto non solo dagli insegnanti, ma anche
dagli studenti e dalle loro famiglie ( quanti voti saranno?) non
è disposto a farsi massacrare come è stato in questi ultimi
anni.
Faccia una passeggiata per i siti web che si occupano di scuola e
sono scontenti dell'attuale stato di cose, e se ne renderà conto.
Siamo arrivati a un punto tale per cui "non esistono governi
amici", e tutto quanto andrà a danno della scuola sarà
contestato.
Auspichiamo che i sindacati non vogliano commettere l'errore del
periodo in cui era Berlinguer ministro dell'istruzione, avvallando
spudoratamente, come fece allora la cgil, ipotesi come quella del
concorsone ed ignorando le contestazioni.
Occorrerebbe convocare gli stati generali della scuola per venire
a capo di questioni spinose.
Ma forse il suo atteggiamento si spiega anche alla luce
dell'intervista fatta a Ranieri (DS) e pubblicata su un
quotidiano. Veramente ai confini della realtà.
Foruminsegnanti.it
Nessuno ha detto con chiarezza che per riformare il sistema formativo
saranno necessari tempi lunghi, certamente più lunghi di una
legislatura, ed è quindi necessario trovare l'accordo delle forze
politiche su alcuni punti di comune interesse del Paese e dei cittadini,
da mantenere anche nel caso di un'alternanza politica perché, nel caso
in cui la maggioranza cambiasse, almeno sui punti essenziali non si
torni a cominciare tutto da capo. Abbiamo parlato di punti essenziali e del
resto i progetti di questi anni (non parliamo più, per favore,
di riforma Berlinguer o Moratti: la
personalizzazione è diventata un pretesto per una lettura ideologica
del cambiamento) li avevano correttamente individuati: la
riqualificazione della formazione di base; la valorizzazione della
formazione professionale a tutti i livelli; il riconoscimento alle
scuole non statali che svolgono un ruolo pubblico di essere parte, con
le statali, di un unico sistema scolastico nazionale; la
riqualificazione degli insegnanti; il potenziamento di competenze come
l'inglese e l'informatica.
Ma di accordo non si è mai parlato, e si
fronteggiano l'incapacità della maggioranza a formulare proposte
analitiche e a realizzarle, e l'incapacità speculare dell'opposizione a
contrapporre proposte alternative, o quantomeno a supportare
quelle proposte che essa stessa aveva formulato in precedenza. Se
pensiamo ad esempio all'obiettivo di sviluppare l'integrazione fra
istruzione generale e formazione professionale, con il passaggio dal
solo obbligo scolastico all'obbligo formativo e il riconoscimento del più
ampio concetto di «diritto all'istruzione», che sulla carta è un
obiettivo comune della legge precedente come di quella in discussione,
nessuno ha ragionato sulla base di dati certi, di sperimentazioni in
atto, di collaborazione con gli enti locali e i soggetti economici, ma
se ne è data una lettura ideologica.
Occorre realizzare un sistema formativo integrato, con l'obiettivo
esplicito di formare cittadini in grado di inserirsi in modo attivo e
flessibile in un mercato del lavoro che richiede più conoscenza, una
maggiore capacità di imparare ad apprendere e soprattutto che si
aggiungano massicce dosi di saper fare dove prevaleva il sapere (e
viceversa).
Un'impostazione realista, volta ad accogliere le proposte valide
da qualsiasi parte vengano, suscita
resistenze che non sono, stranamente, «di destra» o «di sinistra»,
ma si riconoscono innanzitutto in un sostanziale rifiuto
dell'innovazione, nella fatica ad uscire da una logica
centralistica, nella difficoltà a costruire una diversa organizzazione
degli apprendimenti.
Non serve a nulla opporre una presunta «cultura utile» alla «cultura
classica»: piuttosto, accanto alla doverosa trasmissione dei saperi
consolidati dalla tradizione,
la scuola deve saper offrire ai ragazzi delle esperienze significative,
che rispondano alle loro domanda di senso e di costruzione dell'identità,
stimolando il desiderio di apprendere ed organizzando il curricolo
intorno a centri di interesse. La scuola autonoma è la risposta giusta
a questa esigenza.
Infine la «questione
insegnanti». Non si va da nessuna parte senza una consapevole
partecipazione di chi nella scuola lavora tutti i giorni, cioè i
dirigenti scolastici e gli insegnanti. E'
necessario riqualificare la professione docente attraverso un
serio programma di formazione iniziale e in servizio, un contratto di
lavoro che consenta le diversificazioni di funzione e le progressioni di
carriera, e premi il maggior impegno o i migliori risultati, e infine è
indispensabile fare una programmazione delle entrate in servizio che
tenga conto delle esigenze delle scuole e di quelle dei singoli docenti,
consentendo vie d'uscita che valorizzino le competenze dei docenti anche
in altri ambiti. Sull'educazione,
si dice, ci giochiamo il futuro come singoli e come Paese:
vorremmo davvero sbagliarci ed essere clamorosamente smentiti, ma
temiamo che la scuola e la formazione non costituiscano una vera priorità,
né per il governo, né per un'opinione pubblica preoccupata da altre e
più clamorose emergenze.
Vittorio
Campione
Luisa Ribolzi