Abairach
beagan
Is abair gu
Math e.
Say but little and
Say it
well.
Introduzione
Nell’ambito
del ciclo di seminari organizzato del partenariato internazionale (CIDI-ESEL-SCRE)
a Genova, Napoli e Lisbona, ci saranno molte occasioni per interrogarci sui
temi della scuola, della democrazia, della cultura e della cittadinanza.
Prima
di affrontare il tema delle “nuove competenze di base”, e della loro
collocazione (o non) nella vita della scuola, volevo farvi vedere il nuovo
Parlamento scozzese come lo vedo (tante speranze e un bel po’ di
preoccupazioni per il futuro) . Siccome, non sono una “buona fide
journalist, media organisation or publisher” e di conseguenza non sono
autorizzata a riprodurre le immagini sul sito, dovete essere voi cittadini
attivi e andare sul sito per vederle: http://www.scottish.parliament.uk/home.htm.
Allora,
qualche parola di introduzione. Il
parlamento scozzese (cioè l’edificio che vi ho mostrato) è stato
inaugurato nel 2004 dopo sei anni di polemiche sul ritardo del cantiere e sui
costi, che sono cresciuti di almeno sette volte. Secondo me, che sono una
persona semplice e di buona fede è un capolavoro, un edificio splendido,
pieno di luce e di speranze — soprattutto la meravigliosa sala dei dibattiti
— tanto più necessario in un’epoca della politica perduta, come la
definisce Marco Revelli nel suo libro omonimo (Einaudi, 2003).
Ancor più
vero per gli scozzesi che hanno un grande attaccamento alle istituzioni
civiche, tra le quali la scuola è una delle più importanti.
L’amministrazione e la struttura del sistema scolastico scozzese sono
indipendenti da quelle inglesi e gallesi. Io penso che la differenza più
significativa sia che nel sistema scozzese non esistono programmi di studio
per singole materie strettamente obbligatori. Invece ci sono i National
Guidelines (le linee - guida nazionali) che consistono in principi-guida
per quanto riguardo le metodologie di insegnamento, raccomandazioni sui tempi
minimi e massimi da dedicare allo singole materie, e così via. In breve,
(come ci raccomanda l’iscrizione fuori del Parlamento) è un sistema molto
meno prescrittivo di quello inglese.
Abbiamo
anche un sistema legale con codici e regole diverse (voglio ricordare che la
legislazione scozzese è basata sul diritto romano) Queste istituzioni,
compresa la chiesa nazionale scozzese, sono rimaste intatte dopo l’unione
politica con l’Inghilterra nel
1707.
Dopo
questo breve excursus si tenga a mente che i poteri esecutivi del Parlamento
scozzese sono abbastanza limitati. Il Parlamento ha competenze in materia di
educazione, sanità, giustizia, trasporti, ambiente e cultura. Al governo di
Londra sono invece riservati quelle legate a difesa, politica estera, energia,
politica sociale e lavoro.
La
scuola come “frontiera strategica per la democrazia”?
Nella
sua relazione introduttiva al XXIX convegno nazionale del Cidi nel 2001 Alba
Sasso, allora presidente nazionale del Cidi, ha descritto la scuola come
“una frontiera strategica per la democrazia”. Io penso che alla scuola si
chiede troppo, ma questo è un altro discorso. Basta ricordare il concetto di
“riproduzione”, secondo l’analisi del sistema scolastico francese
condotta da Bourdieu e Passeron negli anni sessanta. Per riproduzione si
intende l’assioma che i figli dei ricchi vanno bene a scuola e i figli dei
poveri vanno male e iniziano a lavorare presto (questo anche prima della
riforma Moratti nella scuola italiana). In alcuni dei nostri paesi —
soprattutto in Gran Bretagna — le ineguaglianze socio-economiche sono tali
che alea iacta est anche prima che il bambino vada a scuola. Ad
esempio, in uno studio sullo sviluppo cognitivo di ragazzi inglesi del 1970,
Leon Feinstein della London School of Economics ha sottolineato il valore
predittivo delle prestazioni cognitive dei bambini di 22 mesi per quelle
all’esordio (precoce) della scuola.
Dovrei
affrontare il tema delle “nuove competenze di base”, identificate nella
strategia di Lisbona, cioè comunicazione e lingue straniere; scienza e
tecnologia; competenze in materia d’informatica; competenze sociali
(interpersonali, interculturali e civiche); imprenditorialità.
Devo
confessare che il tema non mi entusiasma molto, per vari motivi. Come ho detto
al convegno nazionale lo scorso marzo, queste “nuove competenze” sono
originate all’interno del palazzo. Inoltre, sembra difficile accordarsi
sulle loro definizioni, come testimoniano tutti gli sforzi del gruppo di
lavoro della Commissione Europea. Poi non è per niente chiaro quanto le
“nuove competenze di base” riflettano i contesti socio-culturali a cui
vengono applicate. Mi riferisco in particolare alla qualità dell’alfabetizzazione
e/o della preparazione culturale nel contesto contemporaneo. Per non parlare
poi della difficoltà di distiguere fra il sapere e le competenze o dell’
insostenibile leggerezza dell’ essere … Per quanto riguarda le competenze
in materia d’informatica, bisogna chiedersi — come ha fatto Roberto
Renzetti in uno recente articolo in Insegnare (2004, n. 6) —
‘se occorre che i cittadini abbiano la preparazione tecnologica
sufficiente per essere [solo] consumatori ma non tale da essere creatori di
scienza e tecnologia.’ O, si potrebbe aggiungere, per essere cittadini
coinvolti e attivi. Non sono per
niente d’accordo che la scuola debba preparare “dei cittadini a livello di
buoni consumatori in questa società tecnologica”. E un concetto di
cittadinanza troppo ristretto. Ma questo è già un altro discorso …
Insomma,
io penso che si parla troppo di competenze (che sono fondamentalmente prive di
contenuto, di sostanza, di significato) e troppo poco di qualità, di valori.
Siamo diventati uomini (e donne) senza qualità. Come è scritto nel romanzo
incompiuto dello scrittore austriaco Robert Musil ‘L’uomo senza qualità’,
‘La curva è bella, ma si vorrebbe conoscere il cerchio che la trascende e
la chiude.’
In
“questo mondo dopo la fine del vecchio mondo”, per citare di nuovo Revelli,
sembra che l’unica cosa che riempia il vuoto creato dalla mancanza di valori
e di fiducia nei nostri sistemi politici, sia la paura, anzi il terrore del
terrore.
Allora,
io vorrei che nell’ ambito della scuola si parlasse meno di competenze, e più
di valori, di qualità, per esempio di umiltà, di compassione e di fiducia
(in se stessi e negli altri), e di senso critico, creatività, e passione.
Tutti questi elementi hanno un valore — laico o cristiano — e sono
fondamentali in uno sviluppo sano e positivo dei giovani. Come osserva
Margherita Papa in uno recente articolo sulla riforma Moratti,
‘Per
imparare una tecnica di lavoro, sopratutto se è uno tecnico di un lavoro non
particolarmente qualificato, bastano dei mesi, uno stage, un apprendistato ben
fatto. Per imparare la flessibilità ed il senso critico a volte non è
sufficiente una vita.’
Sembra
che nei nostri paesi questi principi siano ormai relegati a categorie
inferiori rispetto a quelle dell’imperativo economico.
BIBLIOGRAFIA
Bourdieu,
P e Passeron, J-C (1972) Riproduzione. Teoria del sistema scolastico. Guaraldi.
Feinstein, L (2003) Not just the early years. The need for a developmental perspective for equality of opportunity. New Economy, 10 (4) 213-218 http://www.blackwell-synergy.com/links/doi/10.1046/j.1468-0041.2003.00321.x/abs
Papa, M
(2004) La riforma Moratti. http://www.wema.it/art.asp?id=976
Renzetti,
R (2004) Le mani sulla scuola. Insegnare 6, 14-22.
Revelli,
M. (2003) La politica perduta. Einaudi.
Sasso, A (2001) Il senso delle riforme.
Domenica, 28 Novembre 2004
Scuola,
democrazia
e
karaoke
di
Giuseppina
Crocenti (CIDI NAPOLI)
http://www.cidinapoli.org/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=14
Era
da
molto
tempo
che
d'estate
non
frequentavo
una
località
marina
di
sera
e
devo
confessare
che
quest'anno
l'incontro
con
la
"vita"
estiva
di
una
cittadina
costiera
calabrese
è
stato
davvero
istruttivo.
Avendo
scarsa
propensione
per
il
passeggio
serale
sulle
vie
principali,
arrivando
sul
posto
mi
illudevo
di
dedicare
le
mie
serate
a
qualche
chiacchiera
poco
impegnativa
e ad
alcune
piacevoli
letture.
Comodamente
distesa
su
un
fresco
balconcino,
ho
scoperto
subito
che
tali
attività
mi
sarebbero
state
rudemente
precluse:
verso
le
ventitré
l'aria
cominciava
ad
essere
percorsa
da
mediocri
melodie
che,
pur
partendo
in
sordina,
acquistavano
in
poco
tempo
un
vigore
e
una
prepotenza
che
rendevano
impraticabili
sia
la
conversazione
che
la
lettura.
A
nulla
serviva
naturalmente
la
precipitosa
fuga
in
casa
perché
i
decibel
risultavano
insostenibili
anche
lì.
L'elemento
più
sgradevole
di
questa
orgia
di
suoni
non
era
tuttavia
la
musica
quanto
piuttosto
le
voci
dei
cantanti.
Né
Mina
né
Dalla
e
neanche
Masini.
Erano
voci
incongrue,
troppo
alte
o
troppo
basse,
un
po'
stonate
o
molto
stonate.
Quasi
mai
in
accordo
con
la
base
musicale.
Insomma,
con
un
ritardo
di
alcuni
lustri
io
quest'estate
ho
violentemente
"impattato"
il
Karaoke.
Incuriosita
e un
po'
incazzata,
sono
uscita
a
guardare.
Le
scene
erano
impressionanti:
schiere
compatte
di
bambini,
giovani,
adulti
che
sgomitavano
per
avere
il
"loro
momento"
e si
impadronivano
freneticamente
del
microfono
preoccupati
solo
di
emettere
suoni,
senza
curarsi
della
sincronia
con
la
musica
o
del
senso
delle
parole
(spesso
in
un
inglese
mal
trascritto)
che
leggevano
sul
megaschermo
né
dell'effetto
prodotto
dalla
loro
performance.
Erano
lì,
soddisfatti
di
"aver
partecipato".
Poi
sono
andata
a
rileggere
l'illuminante
articolo
"Le
mani
sulla
scuola"
di
Roberto
Renzetti,
comparso
sul
n.
6/2004
di
Insegnare
nel
quale
l'autore,
documenti
alla
mano,
illustra
il
peso
crescente
che,
fin
dai
primi
anni
novanta,
la
lobby
degli
industriali
è
andata
assumendo
nella
pianificazione
dell'istruzione
europea.
In
primo
luogo
Renzetti
ci
ripete
una
informazione
che
già
Benedetto
Vertecchi
diffonde
da
anni:
nel
1995,
a
San
Francisco,
500
persone
considerate
l'élite
del
mondo
(
tra
cui
M.Tatcher,
G.Bush
sr.,
G.
Schultz,
T.
Turner,
G.
Rifkin,
Brzezinski)
prefigurarono
un
modello
di
società
in
cui
solo
il
20%
dei
cittadini
del
mondo
sarebbe
stata
necessaria
per
mandarlo
avanti.
Il
rimanente
80%
sarebbe
stata
da
considerarsi
massa
eccedente,
cioè
massa
idonea
a
consumare
ma
tassativamente
non
abilitata
a
creare
e
governare
tecnologia
o a
manipolare
simboli.
L'accesso
alle
specializzazioni
superiori
avrebbe
dovuto
essere
riservato
a
un'esigua
minoranza
designata
dalle
imprese
e
dalle
scuole
private
che
si
sarebbero
occupate
della
loro
formazione.
In
tale
logica,
sarebbe
antieconomico
dissipare
denaro
nell'istruzione
pubblica.
I
rapporti
Ocse
e
Unesco
del
1996
e i
libri
bianchi
dell'
UE
del
1995
e
1996
si
affrettarono
a
sancire
tale
linea
con
documenti
la
cui
lettura
fa
venire
i
brividi
alle
anime
più
disincantate.
In
sintesi,
i
documenti
citati
dichiaravano:
1.
la
necessità
di
una
formazione
continua
polivalente
fondata
non
più
sulla
presenza
permanente
di
insegnanti
ma
pronta
ad
avvalersi
piuttosto
di
"prestatori
di
servizi
educativi"
che
tramite
tv e
internet
possono
diffondere
istruzione
in
tutto
il
mondo;
2.
lo
scavalcamento
del
titolo
di
studio
dei
singoli
paesi
con
una
tessera
personale
delle
competenze
rilasciata
dall'UE;
3.
la
destinazione
degli
insegnanti
residuali
alla
formazione
della
popolazione
non
redditizia;
4.
la
necessità
di
differenziare
i
curricoli
e
costruire
passaggi
tra
i
vari
sistemi
di
istruzione
o
tra
la
vita
lavorativa
e
ulteriori
corsi
di
formazione;
5.
la
priorità
dell'investimento
in
software
multimediale.
Il
Memorandum
della
UE
del
2002
introduceva
infine
la
distinzione
fra
tre
tipi
di
educazione:
formale,
non
formale
e
informale
-
che,
a
partire
dall'emanazione
della
legge
53,
popolano
gli
incubi
degli
insegnanti
della
scuola
di
base
-
sostenendo
che
ormai
occorre
puntare
sull'educazione
informale,
corollario
della
vita
quotidiana,
riserva
inesauribile
di
sapere
e
fonte
di
rinnovamento
di
metodi.
(Mi
chiedo
se
chi
distilla
queste
creative
definizioni
sia
a
conoscenza
di
quale
"educazione
informale"
assorba
quotidianamente
un
bambino
di
un
quartiere
degradato
e di
quante
tonnellate
di
educazione
formale
e di
quanti
anni
di
decontestualizzazione
avrebbe
bisogno
per
sperare
di
diventare
un
cittadino
presentabile).
Ma
il
modello
statunitense
è la
bussola
indiscutibile
per
l'impresa
europea,
che
trova
edificante
una
situazione
scolastica
in
cui
le
"menti"
vengano
formate
in
scuole
da
quarantamila
dollari
l'anno
mentre
cinquanta
milioni
di
alunni
possono
accedere
soltanto
ad
una
scuola
pubblica
caratterizzata
da
classi
superaffollate,
insegnanti
giovani
e
poco
qualificati,
curricoli
diversi
da
Stato
a
Stato.
Niente
paura,
però.
Il
luciferino
disegno
prevede
(che
fortuna!)
il
lifelong
learning,
attualizzato
nello
stanziamento
di
fondi
sociali
europei
delegati
a
finanziare
progetti
che
operino
da
struttura
di
contenimento
dell'analfabetismo
funzionale
(oggi
denominato
Illetteratismo)
ormai
dilagante
e
che
costituiscano
al
contempo
una
strategica
area
di
parcheggio
per
quegli
insegnanti
residuali
di
cui
si
diceva
prima.
Intendiamoci:
"l'apprendimento
lungo
l'arco
della
vita"
è
cosa
buona
e
giusta.
A me
pare
però
che
diventi
operazione
pericolosa
- e
anche
un
bel
po'
immorale
-
quando
risulti
funzionale
al
progetto
di
esclusione
della
massa
dai
saperi
forti
tracciato
dagli
imprenditori
con
l'avallo
dell'UE.
E lo
è
tanto
più
se
si
considera
che
i
Fondi
sociali
europei
si
configurano
sempre
più
- e
sempre
più
rischiosamente
-
come
campo
di
intervento
di
tutte
le
più
scalcinate,
improvvisate,
improbabili
agenzie
di
formazione,
a
cui
è
data
l'opportunità
di
concorrere
a
patto
che
dimostrino
non
di
possedere
lunga
esperienza
e
accertata
competenza
nel
campo
della
formazione
ma
di
disporre
di
ampie
e
confortevoli
sedi,
naturalmente
provviste
di
un
numero
di
computer
sufficiente
a
garantire
l'accesso
degli
allievi
alla
totemica
"società
dell'informazione".
Se
poi
queste
agenzie
possono
contare
sull'appoggio
di
lobby
e
potentati
politici
locali
e
nazionali
che
garantiscano
l'approvazione
di
dieci,
cento,
mille
progetti,
il
business
formativo
diventa
molto
interessante,
come
si
può
intuire.
Viene
da
chiedersi
quale
e
quanta
democrazia
rimanga
in
un
sistema
formativo
concepito
in
modo
da
indebolire
i
curricoli
dell'istruzione
"formale"
(in
Italia
la
parola
"curricolo"
è
addirittura
svanita
nelle
recenti
leggi
sulla
scuola
di
base)
e da
rafforzare
contemporaneamente
i
modi
di
istruzione
"non
formale",
cui
accedano
sia
adulti
ridiventati
analfabeti
sia
quella
popolazione
giovane
che
esce
dalle
scuole
superiori
con
un'attrezzatura
cognitiva
e
strumentale
lacunosa
e
insufficiente.
Noi
insegnanti
sappiamo
che
ciò
che
si
impara
a
scuola,
se
lo
si
impara
bene,
rimane
dote
inesauribile
e
fondamento
di
tutti
i
successivi
apprendimenti.
In
particolare,
sappiamo
che
non
è il
semplice
"leggere,
scrivere
e
far
di
conto"
che
ci
fa
accedere
dignitosamente
alla
realtà.
Certo,
quelle
abilità
minimali
sono
imprescindibili
ed è
quindi
"democratico"
farle
acquisire
alla
totalità
della
popolazione.
Ci
mancherebbe!
Ma
la
scuola
deve
puntare
molto
più
in
alto.
"Tutti
gli
usi
della
parola
a
tutti"
ammoniva
Gianni
Rodari
all'inizio
della
sua
bellissima
"Grammatica
della
fantasia",
pubblicata
nel
1973.
Tutti
gli
usi
della
parola
non
vuol
dire
solo
saper
leggere
e
scrivere.
Vuol
dire
che
- e
cito
Le
Dieci
tesi
per
un'educazione
linguistica
democratica
(1974)
:
"Lo
sviluppo
delle
capacità
verbali
va
promosso
in
stretto
rapporto
reciproco
con
una
corretta
socializzazione,
con
lo
sviluppo
psicomotorio,
con
la
maturazione
ed
estrinsecazione
di
tutte
le
capacità
espressive
e
simboliche"
e
"Per
le
capacità
sia
ricettive
sia
produttive,
sia
orali
che
scritte,
occorre
sviluppare
e
stimolare
la
capacità
di
passaggio
dalle
formulazioni
più
accentuatamente
locali,
colloquiali,
immediate,
informali,
a
quelle
più
generalmente
usate,
più
meditate,
riflesse
e
formali"
e
"Nella
cornice
del
complessivo
delle
varie
capacità
linguistiche,
occorre
curare
e
sviluppare
in
particolare,
fin
dalle
prime
esperienze
scolari,
la
capacità,
inerente
al
linguaggio
verbale,
di
autodefinirsi
e
autodichiararsi
e
analizzarsi"[1].
Naturalmente
dal
1974
a
oggi
molta
acqua
è
passata
sotto
i
ponti
e
molti
cambiamenti
si
sono
prodotti
nel
mondo
della
comunicazione
e
dei
linguaggi.
Raffaele
Simone
ne
"La
terza
fase"
denuncia
la
perdita
della
proposizionalità
nella
lingua
delle
nuove
generazioni;
in
"Homo
videns"
Giovanni
Sartori,
ancora
prima,
aveva
segnalato
come
il
primato
dell'immagine
(il
"vedere
senza
capire")
sulla
cultura
alfabetico-simbolica
abbia
prodotto
un
fatale
impoverimento
cognitivo
che
si
ripercuote
sulle
capacità
di
gestire
la
vita
associata.
Ma
posto
che
questo
sia
il
quadro
desolante,
il
sistema
formativo
in
generale
- e
la
scuola
in
particolare
-
devono
"accomodarsi",
giocare
al
ribasso,
comprimere
e
addomesticare
curricoli
per
la
massa
eccedente?
Devono
cioè
dimenticare
o
fingere
di
non
sapere
ciò
che
è
evidente
al
punto
che
il
mondo
dell'impresa
se
ne è
fatto
carico
molto
per
tempo
e
cioè
che
un
individuo
che
possiede
più
lingua
e
linguaggi
possiede
più
pensiero,
più
capacità
critica
e
più
volontà
di
opporsi?
Devono
accettare
che
le
nuove
generazioni
continuino
a
passare
le
loro
serate
davanti
ai
megaschermi
del
karaoke,
intruppati
in
malinconiche
colonne
di
afasici
vocianti,
che
guardano
senza
vedere
e
vedono
senza
capire?
Devono
consentire
che
pseudoagenzie
formative
si
facciano
carico
di
azioni
di
pseudoriqualificazione
e di
pseudorialfabetizzazione
e
abdicare
totalmente
ad
ogni
funzione
pedagogica?
Non
sarebbe
forse
compito
di
una
pedagogia
democratica
tentare
di
ricostituire
nelle
pratiche
educative
(e
conseguentemente
in
queste
benedette
teste
così
poco
ben
fatte)
il
segno
(i
segni),
garanzia
della
triade
semiotica
e
cioè
garanzia
e
sostanza
della
comunicazione?
Può
oggi
la
scuola
accarezzare
l'ambizione
di
impedire
che
la
massa
eccedente
"scenda
nel
gorgo
muta"
recuperando
al
suo
interno
la
forza
della
riflessività
e
dell'ancoraggio
di
ogni
sapere
a
significati
socialmente
condivisi
e
perciò
collocabili
in
orizzonti
di
senso?
Immagino
che
qualunque
individuo
che
ancora
crede
nei
valori
della
democrazia,
della
partecipazione
e
della
Costituzione
abbia
pronta
la
sua
risposta
ma
abbia
contemporaneamente
da
porre
innumerevoli
domande
sul
come
scongiurare
lo
scenario
apocalittico
appena
delineato.
Perché
è
indubbio
che
l'offerta
della
scuola
appare
oggi
poco
desiderabile,
considerate
le
sollecitazioni
più
seducenti
cui
sono
sottoposti
i
giovani.
Ed è
altresì
palese
che
la
concorrenza
delle
altre
agenzie
sia
temibile,
visto
il
vorticoso
giro
di
quattrini
- ma
visto
anche
il
gioco
al
ribasso
-
che
ci
sono
dietro.
Per
la
verità
il
cognitivismo
prova
da
un
paio
di
decenni
a
fornire
una
bussola
che
orienti
la
nuova
pedagogia.
Il
problema
sta
forse
nella
scelta
"neoplatonica"
che
ha
prevalso
all'interno
della
pista
cognitivista
e
cioè
in
quella
eccessiva
fiducia
nei
modelli,
negli
esemplari
la
cui
applicazione
dovrebbe
garantire
la
realizzazione
di
apprendimenti
forti
e
stabili
e
che
invece
rischiano
talvolta
di
condurre
alla
deriva
proceduralistica
che
non
fa
che
portare
acqua
al
progetto
educativo
cui
ci
si
dovrebbe
opporre.
Bisognerebbe
probabilmente
andare
a
rileggere
attentamente
autori
molto
citati
ma
evidentemente
poco
conosciuti
come
Piaget,
Vygotskij,
Bruner
e
Morin
per
scoprire
che
qualcosa
di
diverso
c'è
da
fare,
anche
se è
più
complicato
e
complesso
farlo.
L'orientamento
costruzionista,
che
più
di
quello
neoplatonico
contestualizza
i
saperi,
pone
infatti
la
discorsività
-
intesa
nella
sua
dimensione
di
elaborazione
e
interpretazione
sociale
dei
valori
e
dei
significati
- a
fondamento
del
successo
della
comunicazione.
E
bisogna
dire
che,
a
parte
tutti
gli
esempi
di
cooperative
learning,
di
cui
si
legge
e si
sa,
ci
sono
già
da
tempo
testimonianze
di
buone
pratiche
che
propongono
percorsi
che
puntino
alla
costruzione
delle
conoscenze
piuttosto
che
alla
loro
riproduzione
regolata
[2].
Si
obietterà
che
questa
strada
è
difficile
anche
perché
richiede
specifiche
precondizioni:
setting
di
lavoro
adeguati,
formazione
e
riqualificazione
dei
docenti,
capacità
di
intendere
e di
volere
negli
amministratori
centrali
e
locali
di
destra
e di
sinistra,
le
cui
facce,
azioni
e
discorsi
ci
fanno
spesso
pensare
alle
malinconiche
maschere
del
teatrino
dell'arte.[3]
E
tuttavia
è la
sola
strada
in
grado
di
aprire
gli
spazi
di
riflessività
e di
coscienza
necessari
a
contrapporsi
alle
invasioni
barbariche
cui
facciamo
fronte
ogni
giorno,
in
classe
e
fuori.
Come
direbbe
Borrelli,
è
una
questione
di
Resistenza.
Certo
non
sarebbe
neanche
male
reclamare
un
po'
di
trasparenza
- e
quindi
di
democrazia
-
nell'espletamento
dei
concorsi
pubblici
e
nel
reclutamento
dei
docenti
universitari
(che
sono
stati
capaci
di
"imbrogliare"
perfino
in
alcuni
concorsi
per
Supervisori
delle
Siss).
Ma
questa
è
davvero
un'altra
storia.
A
conclusione
di
queste
poche
riflessioni
e a
proposito
di
Illetteratismo,
di
orde
barbariche
e
del
rapporto
inscindibile
che
esiste
tra
pensiero
e
linguaggio,
voglio
solo
proporre
-
anche
per
ridere
un
po'
- un
esempio
di
prosa
giornalistica
in
cui
mi
sono
imbattuta
qualche
mese
fa,
che
credo
non
abbia
bisogno
di
grandi
commenti.
Garantisco
che
la
trascrizione
è
fedelissima:
interpunzione,
concordanze,
connettivi
e
citazioni
latine
sono
esclusivo
frutto
della
"creatività"
sintattica
e
della
adamantina
competenza
argomentativa
dell'autore.
"
Riassumo
brevemente
i
fatti
per
chi
non
li
avesse
seguiti.
Monsieur
Colombani
ha
un
figlio,
di
origine
indiana
e
quindi,
dice
lui,
da
ben
cinque
anni,
e
cioè
da
quando
ha
quindici
anni
è
sottoposto,
ogniqualvolta
arriva
a
Venezia,
a
pratiche
vessatorie
da
parte
dei
carabinieri
a
causa,
bien
sûr,
del
fatto
che
è
scuro
di
pelle.
(...)
Minime
Amo
quel
Paese
e ne
approfitto
per
dichiarare
tutto
il
mio
apprezzamento
per
il
governo
francese
e
soprattutto
per
il
ministro
Dominique
Perben
che
ha
avuto
la
forza
ed
il
rigore
morale
per
applicare,
loro
sì,
fino
in
fondo
la
dottrina
Mitterand
sfidando
le
ire
di
personaggi
influenti
come
Colombani".[4]
__________________________________
[1]
Dieci
tesi
per
l'educazione
linguistica
democratica
del
Giscel
-
Gruppo
di
intervento
e
studio
nel
campo
dell'educazione
linguistica,
costituito
nell'ambito
della
Società
di
Linguistica
italiana.
Tesi
n°
8.
In
Italiano
&
Oltre,
n°1/1997
[2]
Molto
interessante
il
lavoro
"La
scrittura
emergente"
di
M.
Gineprini
e
A.Roncallo,
edizioni
Rubbettino,
2001
[3]
Mi
sembra
indispensabile
qui
citare
di
nuovo
le
Dieci
tesi:
" Da
anni
si
verifica
l'esattezza
della
tesi
di
Gramsci:
Ogni
volta
che
affiora
in
un
modo
o
nell'altro
la
questione
della
lingua,
significa
che
si
sta
imponendo
una
serie
di
altri
problemi,
la
necessità
di
stabilire
rapporti
più
intimi
e
sicuri
tra
i
gruppi
dirigenti
e la
massa
popolare
nazionale.
Perciò
queste
analisi
e
proposte
acquistano
senso
soltanto
se
maturate
in
rapporto
a
forze
sociali
interessate
a
gestire
la
scuola
secondo
obiettivi
democratici,
a
<<riorganizzare
l'egemonia>>,
a
<<stabilire
rapporti
più
intimi
e
sicuri
tra
gruppi
dirigenti
e
massa>>".
Op.cit.,
Tesi
n°10
[4]
Da
una
lettera
del
Ministro
Castelli
al
quotidiano
La
Repubblica
dell'8
agosto
2004.
NDR. Chi glielo spiega a queste gentili signore che il CIDI mi ha chiuso ogni porta proprio a seguito della pubblicazione di questo articolo ?
R.R.