FISICA/MENTE

Scienza e Scuola

  Roberto Renzetti

(pubblicato sul n° 4/2004 di Insegnare)

                Ma è necessaria la scienza? (*) Non è una domanda oziosa, oggi. Sono passati anni da quegli interrogativi che ci ponevamo nel 1968. La scienza è neutrale? Che rapporti vi sono tra scienza e società? La scienza lavora contro gli interessi dei cittadini o per migliorare le condizioni di vita e di lavoro? I suoi prodotti danneggiano o aiutano l’umanità nel suo complesso? Naturalmente di domande di questo tipo se ne possono fare molte. Le risposte sarebbero, in gran parte, una raccolta di luoghi comuni che, chi insegna, sa di aver letto per secoli (erano anni?) nei temi di maturità (o di esame di Stato). Ma perché riproporre oggi, come dicevo prima, queste domande? Perché di quel dibattito si è persa la memoria, come oggi accade per molte vicende che hanno segnato la vita di persone un poco più avanti negli anni .(**)  Inoltre, da vari anni, s’avanzano pericoli mortali per ogni intelligenza: l’irrazionale, i miracoli, l’integralismo, la magia, la superstizione, l’astrologia, la new age, … e  la scienza è vista con sospetto, con l’atteggiamento di chi ha avuto una qualche delusione e deve rifarsi.

                Non vorrei fare il pedante e riprendere i vari luoghi comuni e, come il saccente maestro, tentare di spiegare le mie ragioni rispetto a chi dice cose non, così io credo, argomentate. Ma il problema, che poi si suddivide in altri problemi  sempre più particolari e pieni di significati, tale problema esiste. Provo ad affrontarlo partendo da un fatto lontano, clamoroso e foriero di grosse ricadute nella vita poltico-economico-sanitaria di molti Paesi tra cui l’Italia. Amplierò poi il discorso ad altri fatti meno clamorosi ma non meno importanti.

Era l’aprile del 1986. Una violenta esplosione fu il sintomo della parziale fusione di uno dei quattro reattori della Centrale nucleare di Chernobyl, cittadina vicina a Kiev nell’Ukraina, una delle Repubbliche dell’ex URSS. Dopo l’emozione iniziale, dopo i silenzi comuni ad ogni altro Paese del mondo su vicende di questo tipo, iniziarono a capirsi varie cose. Partirono indagini da molteplici enti che si occupano della sicurezza nucleare nel mondo intero. La scienza, intrisa di politica della scienza, andava avanti parallelamente all’informazione che è felice solo quando la notizia è clamorosa se non tragica. L’informazione all’opinione pubblica proveniva, generalmente, da improbabili conoscitori di ciò che era accaduto e/o sarebbe potuto accadere. I morti, i tumori, le leucemie, le prime vittime eroiche tra i pompieri che intervennero, i bambini che cominciavano a perdere i capelli, le piaghe sui corpi,… Insomma vi era di che inorridire.

Era, appunto, il 1986. Eppure era un secolo fa. Ed oggi sarebbe la stessa cosa, forse peggio. Non parlo dell’incidente ma dell’informazione sull’incidente. Come è stata? Chi ha capito? Cosa ha capito? Chi la doveva dare? Cosa si doveva dire? Che competenze occorrevano? Chi le aveva ed ha? … ed anche qui un rosario di domande senza risposta.

I fatti, parlo solo di fatti, hanno mostrato una sequenza di avvenimenti che credo tutti ricordino: vengono raccolte firme per bandire il nucleare dal nostro Paese; si indice il referendum; nel 1987 i cittadini italiani, con maggioranza schiacciante, decidono ciò che tutti sapete: in Italia si debbono chiudere i pochi reattori nucleari in funzione, non se ne possono costruire altri con la ricaduta del quasi azzeramento della ricerca scientifica in tale campo.

Affinché si capisca bene ciò che dico occorre che io sia più chiaro sulla mia posizione di allora (e di oggi): ero tra i fondatori del Comitato Italiano per il Controllo delle Scelte Energetiche, tra quelli cioè che furono definiti “antinucleari”. Io avrei dovuto esultare per il risultato di questo referendum. Invece non riuscii a farlo. Su questo credo si possa dire che vi fu un accordo sottinteso tra tutti gli addetti ai lavori in buona fede, siano essi stati “filo” o “anti”. L’insoddisfazione, che ancora brucia (sto parlando di queste cose a quasi 20 anni da quegli eventi), riguardava la scelta fatta dai nostri concittadini. Non nel merito ma nella consapevolezza. Io sapevo che quella scelta nasceva tutta sull’emozione di un momento, sulla paura. Eh, riflettete un poco, riguardate le cronache di quei giorni e credo possiate intendere perfettamente ciò che dico. Si poteva comunque essere contenti, in definitiva il risultato era stato raggiunto. No, no, … porca miseria! Uno che ha dedicato la vita all’insegnamento, con la sua parte di educazione, non può mai essere soddisfatto dell’irrazionale. Perché ? chiedevo. E’ pericoloso, si muore. Si ma fino ad ieri non lo era. Ed oggi cosa è cambiato? Chernobyl! Si ma poco tempo fa quella petroliera si è spezzata in due ed ha creato quel disastro ecologico …. Si, si ma nessuno è morto. D’accordo ma anche prima di Chernobyl le centrali provocavano morti e non dicevate nulla. Non è vero. Ma che scherzate? Mai sentito. Insomma morti subito con tanto sangue oppure non ci credete? E’ l’unico modo di morire tragicamente, o no?  NO. Vi sono anche delle malattie che esplodono DOPO, molto dopo, e non comportano sangue. E così seguendo con ogni dialogo possibile ed impossibile (vi erano anche coloro che invocavano la vendetta di Dio e cose simili che mai mancano in una società in cui una piaga come l’AIDS fu proprio indicata come vendetta di Dio da qualche integralista).

Quanti avevano scelto di votare no allo sviluppo dell’energia nucleare in Italia ? Credo, anche se non ho informazione di ricerche in proposito,  una piccola minoranza. Tutti gli altri seguivano sull’onda di quella emozione. Ed una persona che crede al suo lavoro di insegnante non può accettare una cosa del genere. E’ come vincere un incontro di pugilato dando un calcione all’avversario quando l’arbitro guarda altrove. Mai mi sognerei o mi sarei sognato di vincere imbrogliando. Eppure … eppure la cosa a me suonava in questo modo.

Ma perché dalla domanda se serve la scienza, sono passato a parlare di Chernobyl? Qui parrebbe che la scienza abbia tradito le sue promesse… Ed è proprio per questo che sono partito da lì. Proprio da dove è più facile imbrogliare i cittadini. L’energia nucleare e Chernoyl sono due cose diverse che iniziano dagli stessi principi ma che, lungo la strada, subiscono delle mutazioni importanti. I principi scientifici restano lì e sono fondamentali per la comprensione del mondo con tutti gli annessi e connessi; Chernobyl è una mediazione tecnologico-politica-propagandistica che è tutta da discutere. In genere si fa grande confusione tra scienza e prodotti della scienza (non tenendosi per nulla in conto l’avvelenatore del processo che è la massimizzazione del profitto, anche nella ex URSS, proprio così!). Il fatto è che i cittadini conoscono i prodotti senza conoscere la scienza e credono di giudicare la prima quando si intrattengono sui secondi.

I lettori sanno certamente come prosegue il  racconto: cosa fare allora? È la scuola che deve pensare a queste cose. Eccetera, eccetera.

E’ così con molte precisazioni.

Intanto non è sufficiente dire che la scuola deve occuparsi di queste cose (ed occorre finirla con il pensare la scuola come il contenitore di tutto: ambiente, educazione sessuale, educazione stradale, educazione alimentare, …). A scuola si può capitare con insegnanti di orientamenti diversi su un certo problema che, senza alcun dolo, possono spingere verso un orientamento o l’altro. Quando le cose si pongono in termini ideologici vi sono almeno due verità, ambedue ugualmente degne. Ed allora? Qui non troverete chi vi dice che occorre fare quella parte di fisica nella scuola per sapere e saper scegliere, almeno: non solo!. Prenderei in giro me stesso e tutti voi. Non è la divulgazione, per quanto degna, che può risolvere problemi di così vasta portata e così grande implicazione non solo per il presente ma per il futuro dell’umanità. Occorre diventare cittadini pensanti che siano messi in grado di dirimere da soli alcune questioni vitali per la nostra vita sia quotidiana, sia di specie.

Anche se non ci si rende conto, siamo immersi in una società tecnologica che esclude dalla comprensione dei meccanismi profondi di essa. Occorre conoscere per ciò che serve ad essere dei consumatori di apparati tecnologici (PC, cellulari, digitale, ….) ma occorre essere abbastanza ignoranti da non essere capaci di cogliere l’essenza di quelle macchine.

Faccio una pausa per ritornare al discorso di partenza. La scienza serve solo a preparare i frutti avvelenati di Chernobyl? O, peggio, alle applicazioni non pacifiche dell’energia nucleare? Insomma tutti sappiamo (o no?) che la scienza avrebbe promesso mondi migliori e poi ce la ritroviamo con OGM, emissioni elettromagnetiche, diossina, residui tossici, armi sofisticate, ingegneria genetica, clonazione, … Il problema è complessivo. Il disastro di cui ho parlato è solo un aspetto, il più clamoroso, ma le cose si pongono allo stesso modo, anche se in scala più piccola, per molte altre questioni che quasi quotidianamente ci troviamo davanti. Ma allora la scienza non mantiene le promesse che ha fatto? Perché dobbiamo, noi cittadini, finanziare un’impresa che, quanto meno, non ci riguarda? Intanto provo a dire una piccola sommessa cosa: mai la scienza ha promesso mondi fantastici. Mai si è arrogata una missione fantastica ed impossibile. Direi che, al contrario, è sempre stata la scienza a moderare gli entusiasmi (dolce eufemismo) di chi scienziato non è. Iniziando con il Positivismo che ipotizza  una fantasiosa marcia trionfale del progresso: sempre in avanti,  senza ripensamenti, con una crescita lineare continua, ritmata dall’’avanzare della scienza’. Una sciocchezza che nasce nel mondo della filosofia, senza riscontri, come si direbbe oggi. Buona volontà che ha anche creato danni clamorosi permettendo che le scienze si indicassero come “esatte” (ma quando mai? Ma quale scienziato vi parlerà di certezze? Nel caso, fatelo conoscere …) e facendo cataloghi di scienze, cataloghi comprendenti cose stravaganti come la sociologia (quindi psicologia, poi pedagogia,…) ma in fondo comprensibili se si pensa che poi, in definitiva, è la metafisica della religione che raccoglie tutto in sé. Solo in questo senso, quindi, la scienza è risolutrice dei mali del mondo, solo in quanto è figlia della suprema sintesi, la religione. Non vorrei che chi si è distratto dalle premesse e leggesse questa ultima frase a sé stante credesse…. Dico solo che questa è la posizione positivista, da me aborrita.

Tanto tempo fa si parlava della scienza che aveva deluso perché era in grado di costruire fertilizzanti capaci di far crescere pannocchie con rese anche quadruple rispetto al normale, e quella scienza si era invece arresa alla costruzione di defolianti che servivano e servono per offendere. Se si osserva con attenzione, si scopre che nella nostra mente mescoliamo la scienza con gli orrori della guerra: nucleare, uranio impoverito, laser, armi chimiche e batteriologiche, misteriosi satelliti spia, … Non è colpa cosciente di noi cittadini se i finanziamenti per la ricerca prevedono che nel mondo vi siano circa 6 milioni di scienziati e che, tra questi, solo circa il 10% si occupa di questioni “di pace”. Gli altri, i governi e gli eserciti, parlano di ricadute che si avrebbero dalle ricerche militari…. Si chiamano così. E noi facciamo le collette per la lotta contro il cancro, le facciamo contro le distrofie, contro qualunque male ci affligga. Ma mai ho visto un militare venire a pietire per un Cruise o un Apache. Chiedete e vi sarà dato. Per maggior gloria del nuovo colonialismo. Non è cambiato molto da 500 anni a questa parte, anche se non consola ma dispera di più.

Ritorno ancora all’origine: ma davvero si crede che la scienza sia alla base di guerre. distruzioni, fame, malattie, povertà, miseria, sottosviluppo….? Pensateci un poco e capirete che le cause dei mali del mondo risiedono altrove. Semmai la scienza è uno strumento neutro che può piegarsi a vari desideri. Si può aggiungere che è il più possente tra gli strumenti neutri, ma nessuno mai si sognerebbe di gettare le macchine da scrivere sapendo che con esse è stato scritto il Mein Kampf (naturalmente non vale che qualche pedante mi dica che è stato scritto a mano, il discorso ritorna pari per le rotative di stampa). Io ritengo che i mali che discendono dall’uso della scienza non siano in sé ma per sé e, in proposito, provo a dire qualche cosa che dovrebbe pacatamente farci ripensare eventuali giudizi affrettati. Vi sono prodotti scientifici inimmaginabili pochi decenni fa: tutti conoscete la TAC, la risonanza magnetica nucleare, l’acceleratore di elettroni, l’insulina, gli antibiotici, la radio, la miniaturizzazione, i satelliti meteorologici, la microchirurgia, …. Non proseguo perché l’elenco è lunghissimo. Ma non voglio stupire per aver credito. Mi interessa più pensare in grande: questo mondo, così come si è strutturato, se rinunciasse alla ricerca scientifica da un momento all’altro, dovrebbe fare i conti con centinaia di milioni di morti nell’arco di due anni. La scienza permette la sopravvivenza delle grandi produzioni e distribuzioni che nel bene e nel male (soprattutto nel male) sono garanzia di sopravvivenza per gli stessi addetti alle produzioni e per un indotto enorme. Il sistema economico-produttivo risponde ad altre logiche che invece prevedono il bruciare milioni di tonnellate di grano per mantenere alti i prezzi sul mercato. Un  solo dato su una nicchia di mercato: se i soldi destinati alla realizzazione di videogiochi avessero avuto per destinazione lo sviluppo di cuori artificiali, vi sarebbero salvate molte migliaia di vite umane. Eppure c’è scienza da una parte e dall’altra. Evidentemente una scienza rende denaro e l’altra meno. Ad esempio, i medicinali contro l’AIDS che non vanno in Africa, sono il prodotto della scienza o del sistema economico? Ed i reattori che producono la diossina (per altri versi sostanza molto utile), reattori che esplodono a Severo o a Bophal, sono un portato della scienza o della massimizzazione del profitto? Queste implicazioni non sono generalmente chiare anche perché, ribadisco, sono quasi sempre raccontate da incompetenti (non faccio il panegirico dei supposti competenti: so bene che dalle parti mie vi sono dei tromboni infiniti che, in accordo con le premesse hanno grandi spazi in TV, alla faccia delle molte persone serie che pure vi sono. Vi sono, eccome!).

Con tutto il rispetto per il mestiere del giornalista, se ho letto cose di scienziati che parlavano di scienza e basta, ho letto di letterati, storici, umanisti, entrare con sicumera in qualunque argomento, sparando sciocchezze a raffica. Legittimo che i non scienziati entrino in domande, le più varie, molto meno che si mettano a disquisire di cose che corrisponderebbero al mio spiegare il punto Palestrina in un corso di ricamo. La nostra informazione scientifica, quando c’è, proviene da lì.. Quark, la migliore delle trasmissioni TV sull’argomento, non rinuncia al clamoroso; se ricordate, Fermi è stato spacciato per uno che ha dedicato la vita alla bomba. Il complesso dei suoi contributi scientifici è stato messo in ombra (anche per la segreta complicità narcisista del consulente scientifico). E se anche Fermi gioca con le bombe siamo fregati!

Della Macchina del Tempo non parlo, come non parlo degli altri programmi o riviste di pretesa divulgazione (Stargate, Newton, Gaia, Sfera, Quark cartaceo, …): titoli strillati, richiamo ancestrale all’emozione e mai alla razionalità che richiede tempi di riflessione e di pacatezza ed anche impegno e fatica.

Ma che facciamo, allora?

Voi tutti sapete cosa voglio dire e dove voglio portarvi. La scuola è insostituibile e non una scuola dell’autonomia (bella parola ma indeterminata epistemologicamente che nella scuola ha assunto proprio il significato contrario alle buone intenzioni: mortificazione della libertà didattica e di insegnamento) con i POF variabili per far felice l’Auditel, ma una scuola che abbia al centro il cittadino sociale che deve crescere e maturare consapevolmente, allo stesso modo, in ogni angolo d’Italia (questo è un altro discorso che, se ne avrò l’opportunità, affronterò in seguito).

Dicevo prima che non mi riferisco alla divulgazione. Provo ora ad argomentare. Se mi metto sulla strada del dover spiegare tutto, la scuola pre-universitaria dovrebbe finire intorno agli 80 anni degli studenti. Solo chi si cimenta con la conoscenza sa quanto c’è da conoscere e quanta ignoranza ci accompagna. Non è pensabile divulgare l’universo. Quanto dico è tanto vero che, anche dentro uno stesso Dipartimento di Fisica, ricercatori impegnati in settori diversi (ad esempio, alte energie e struttura della materia) non riescono a comunicare. I campi sono molti, le specializzazioni in ogni campo divergono sempre di più, la conoscenza minimamente accettabile di ogni cosa rappresenti la frontiera è sogno, fantasticheria, pia illusione. E’ possibile invece (anche se è più difficile, come tenterò di dire) lavorare duro perché gli studenti acquisiscano le capacità necessarie per studiare ciò che a loro interesserà, per costruirsi loro autonomi giudizi, per avere capacità analitiche, critiche e sintetiche tali da permetter loro di affrontare in modo non ingenuo ogni problematica che si ponga. La divulgazione, se si dà da sola,  non fa crescere nessuno. E’ utile a chi la fa nel senso che affina le sue capacità di comunicare (se ne è capace). Ma così come un film tratto da un romanzo famoso uccide la fantasia di chi lo vede rispetto a chi lo legge (ricordate la lettura, ad esempio, di Poe? Il poggiarsi il libro sulle ginocchia dopo una pagina letta; il costruirsi scenografia, colonna sonora, il sentire rumori ed immaginare effetti; cosa resta ora di queste emozioni profonde? Niente!), una fatica divulgata, banalizza il tutto e fa perdere la migliore conquista del pubblico, la sintesi, che è stata invece operata dal divulgatore.

Occorre tornare indietro su quanto si era pensato per la scuola (anche, ed a mio giudizio, soprattutto, nella Riforma Berlinguer). Questa operazione non è sempre segno di sconfitta. A volte, ed in questo caso io credo lo sia, occorre avere l’umiltà di ammettere qualche errore (io credo moltissimi ma … ne riparleremo). Del resto non ha molto senso prendersela con gli attuali lanzichenecchi se non si ripensa alla base l’impianto che li ha messi in moto. I punti che ritengo chiave per la crescita delle capacità di cui abbisogna un cittadino (ed ai quali accennavo prima) sono dentro una parola tabù ai nostri tempi: fatica. Lo so, lo so,… abbiamo convissuto con menti eccelse quali Montessori, Rogers ed altri … ispirati al fanciullo che non si tocca:  attenzione è un vaso Ming! Come danno collaterale abbiamo creato la categoria dei genitori non amici dei figli ma complici. Ed a fianco hanno prosperato figure in un primo tempo di sostegno e, successivamente, con pretese sempre più spinte di egemonia. Parlo degli psicologi, dei sociologi, dei pedagoghi, dei docimologi. Hanno avuto il merito di trasformare la scuola in un gigantesco ufficio in cui tutti sono mezzemaniche sempre dedite a riempire carte, cartucce e cartuccelle. Hanno fatto sparire la competenza disciplinare (a lor signori ostica!) dietro cortine fumogene di elencazione di sciocchezze che si chiudono su se stesse, mortificando il lavoro di chi si è sempre davvero dedicato alla didattica delle sue discipline ed a vantaggio degli ultimi insegnanti assunti con dubbie professionalità (grazie a molte complicità)  che riescono a coalizzarsi (hanno più tempo degli studiosi e degli amanti del loro lavoro) e a prendere potere e briciole di salari aggiuntivi nella scuola destrutturata ed allo sbando. Questi tecnologi della didattica hanno poi il sostegno degli illuminati giornalisti liberals che informano su queste cose. Naturalmente solo quando hanno qualche figlio in età scolare. E’ certamente piacevole dal punto di vista del fanciullo aver sempre ragione, avere pennarelli con cui istoriare la scuola, poter dare calci al maestro, poter gettare la carta in terra ed esercitarsi con la calligrafia del futuro improbabile medico. Si costruisce un Eden fantastico  che riguarda il periodo di vita che va, grosso modo, dai 6 ai 15 anni. E poi ? E’ un vero problema perché gli anni di cui abbiamo detto sono fondamentali (letterale) per la crescita della persona. Il recupero allo studio, che è disciplina, sarà sempre più difficile quanto più dura il trattamento di cui sopra. Ecco, io ritengo che occorra essere direttivi (da non confondersi con autoritari, please); credo che occorra dire fermamente al bambino che si deve lavare le orecchie, che non deve mettersi le dita nel naso, … e questo non perché si odia il bambino, ma solo perché vi sono, fra le altre, anche delle prescrizioni igieniche! Ma come, maestra, lei fa ancora fare ai bambini le aste? Ma dove sta scritto che fare le aste è una punizione mentre fare le a è un’esaltazione del pensiero? Chi lo ha detto e come lo motiva? Io dico solo che ogni attività dell’uomo richiede un addestramento univoco e, quando si dice saper scrivere, vuol dire in modo comprensibile. Costruire un ordine materiale che corrisponde ad un ordine mentale è faticoso (per chi si accinge all’impresa e per chi la subisce) ma è estremamente formativo nel senso di rendere liberi e non schiavi. Quest’ultima uscita non la sento mai come finalità didattica cumulativa.  E’ la dialettica mani-cervello che dovrà seguire sempre lo studente, anche quando farà attività di laboratorio. La sola attività pratica rende idioti se non strettamente connessa con un sempre maggiore impegno del cervello, con la comprensione critica di cosa si sta facendo, di quale processo complessivo si fa parte.  

Le successive attività che fanno (o facevano) crescere sono: imparare a memoria dei brevi brani di poesia o prosa ed apprendere l’arte del riassumere. Queste cose fondamentali non ci sono più, perché? Si passa poi ad elementi più sofisticati che richiedono una parallela crescita delle capacità astrattive dei ragazzi. Da piccolini ragionano legando cose a cose, fatti a fatti, (questo è più grande di …; Anna è andata da …; piove e mi bagno…;) …. Crescendo abbisognano di legare concetti a concetti (a sta a b come c sta a d; i verbi irregolari; la consecutio;…), in modo sempre più spinto. E quali sono le occasioni didattiche che permettono di sviluppare queste capacità? Non vi è alcun dubbio, sono quelle parti di discipline che richiedono sforzi importanti di ragionamento. Certamente: l’analisi logica, l’analisi grammaticale, il latino, la geometria e l’algebra (si integri per ciò che non ho ancora capito). Le altre discipline sono in gran parte descrittive (ma si possono strutturare in modo da renderle oggetto di ricerca), non mettono in moto nulla se non curiosità vaghe, soprattutto con orari che le fanno trattare in modo superficiale, che però non lasciano nulla dal punto di vista delle abilità mentali del ragazzo. Non è un caso che lo smontaggio della scuola è iniziato con l’abolizione (o neutralizzazione) del latino che ha comportato la fine dell’analisi logica e grammaticale e con le conseguenze che tutti coloro che operano sul campo conoscono. E che ne è della geometria e dell’algebra? Oggi sono le uniche opportunità che restano e quindi … Non si creda  vi sia consequenzialità. Piuttosto oggi si tende a dire che non è possibile che un ragazzo che non conosce la matematica debba essere penalizzato o, peggio, fermato. Così è nato il costume, rafforzato dai sei rossi o con il circoletto (ma dove siamo arrivati?),  di decidere di farsi un intero corso di studi, buttando a mare la matematica (per ciò che a me interessa, questa è la parte triste). Ma, come ho sempre sostenuto, la geometria ad esempio, non serve perché poi uno,… nella vita,…avrà di fronte ... Queste sono sciocchezze. E’ molto probabile che uno poi non incontri mai più il primo teorema di Euclide e non si ricordi proprio di cosa trattava. Allora la matematica non serve? Neanche per idea. Serve per ciò che mette in moto e solo in seconda battuta per i contenuti.

Se trasferiamo questo discorso, tagliato ovviamente con l’ascia, a tutto ciò che alcuni campioni delle nuove tecnologie didattiche propongono (ho ancora i capelli che sfidano la gravità al pensiero del panegirico del videogioco fatto da una supposta mente operante tra i tecnologi della didattica) o alle parole suadenti di qualche ministro che ci parla di percorsi individuali che rispettino le scelte dei ragazzi e delle famiglie (cosa sono queste parole in libertà?), ci rendiamo conto che il sistema di potere ha scientemente (sono autorizzato a pensare a questo perché l’alternativa sarebbe peggiore) deciso di abbandonare l’impresa della preparazione dei nostri ragazzi (gli psicopedagoghi sosterranno sempre la giustezza di tutto - anche l’assassinio del padre e della madre in un salotto TV -… per una cattedra in più). La società neoliberista prevede che i giovani debbano passare nella scuola, costare il meno possibile, acquisire quelle abilità che li rendano capaci (ma non troppo) di muoversi nel consumo hi tech. Gli aziendalisti al potere sanno che, per quella sciocchezza del principio di Maupertuis (o del minimo sforzo), avranno i ragazzi silenti alleati. Se si aggiunge poi il Secondo Principio della Termodinamica con la sua tendenza al disordine, allora siamo sistemati. Se infine si fanno le carte costituzionali degli studenti, quasi sembrasse che i giovin signori entrino in un apparato di tortura (gestito dagli insegnanti, con alla testa il kapò di matematica) allora, diciamocelo, abbiamo perso prima di cominciare.

In questa situazione parlare di preparazione nel senso delle abilità che dicevo è una pia illusione. Anche se si facessero dei corsi di fisica nucleare con cenni alle centrali nucleari ed alle armi nucleari non si otterrebbe nulla perché, nel frattempo, resterebbe scoperto il problema delle onde elettromagnetiche o quello degli OGM o quello del buco dell’ozono o quello della diossina o quello dei vaccini…. E così recitando.

E’ il metodo che si richiede nello studio. Il metodo della ricerca, senza cedimenti e concessioni, sulla disciplina argomento di studio. Il contenuto specifico non è tanto determinante come il modo di affrontare quel contenuto. Non è certamente auspicabile fare tutta la geometria ma quella che si fa deve essere affrontata non cedendo di un millimetro al rigore. Si può studiare la meccanica e poi passare all’ottica, dimenticando macchine semplici e meccanica dei fluidi. Ma ciò che si studia deve essere rigoroso. Occorre affrontare poche cose ma finalizzando il lavoro alla ricerca ed alla scoperta. Occorre mettere in moto la tanto citata quanto mai realizzata dialettica mani-cervello cui accennavo in modo che anche il lavoro di laboratorio divenga attività dalle grosse implicazioni e ricadute teoriche. Il metodo di lavoro potrebbe anche diventare grande occasione per costruire una interdisciplina che veda tutti gli insegnanti lavorare allo stesso modo, rigoroso, per raggiungere lo stesso fine che può enunciarsi in linea del tutto generale così: occorre che i ragazzi imparino ad imparare. Oggi domina il dibattito, la visione di filmati, l’ascolto, la cronaca anziché la storia, l’attività che richiede fatica viene scavalcata. Si discute di tutto in tavole rotonde. Democraticismo e populismo, nient’altro! Come si può pretendere da chi si affaccia nel mondo una qualche competenza che gli permetta di dibattere davvero? Certo che se il riferimento è la TV, allora tutti possono dibattere. Ma è proprio quel riferimento, quel modello, che va cancellato. Non si può essere liberisti a fianco di Popper, per poi dimenticarlo proprio quando ci parla di Cattiva maestra televisione! I giovani che escono dalla scuola sono, nella gran parte ormai, non più in grado di recuperare le facoltà che li rendono cittadini liberi ed in grado di SCEGLIERE. Faranno delle scelte di serie B, tra il telefonino X o quello Y. Parlerà di pixel, di metatag, di server, di digitale e di account. Qualcuno azzarderà il default ed il php, ma se un altro gli parla di algebra binaria, della logica che è sottesa al computer, dei diagrammi a blocchi, di un microprocessore, … beh, provate… Così si inizia a far morire un intero Paese. Condannarlo a diventare il terziario ed il consumatore di ciò che viene prodotto altrove. Non vi sono giustificazioni per chi non ha tenuto ben presente questo. Le riforme ad ogni costo, in modo frenetico, non servono come bene stabile, possono essere un narcotico populista e fare danni clamorosi. Non vi sono alibi possibili, occorre gente superpreparata.nei posti in cui si decidono queste cose e che non si sia allontanata dalla scuola da troppo tempo, sicché la descrive come crede che sia e non come è (chi è in tale condizione faccia una visita culturale in una scuola qualunque, anche nei templi del sapere come i licei classici, scoprirà quale deserto sia stato chiamato scuola riformata).

La divulgazione, dalla quale eravamo partiti, potrà avere posto in un ultimo anno di corso. Ma solo quando sarà supportata dalle acquisite capacità di analisi, di sintesi e, soprattutto, critiche attraverso lo studio strutturato e faticoso degli anni precedenti. A questo punto quella parte divulgata potrà essere presa come esemplificativa e non esaustiva. Ogni ragazzo avrà la capacità di prendersi un libro divulgativo su un altro argomento che a lui interessa o abbia acquisito una valenza politico-sociale e potrà studiarselo con tutti gli strumenti concettuali a disposizione. Ma qui viene fuori la necessità di un insegnante che abbia una eccellente preparazione nella sua disciplina (nessuno pensi al mostro concorsone, prego) perché solo da questo prerequisito si può partire per riuscire a tirar fuori, da una massa indistinta di argomenti disciplinari, quelli che si ritengono più adatti ai fini che si vogliono raggiungere, più consoni all’età mentale degli studenti ed alla capacità di trasmissione dell’insegnante medesimo. Solo chi ha una approfondita conoscenza della sua materia sa scremare le parti accessorie da quelle qualificanti. Sa trasmettere i contenuti in modo da non banalizzarli in riassunti e divulgazioni premasticate. In questo senso esprimo netto dissenso a quelle proposte che vorrebbero gli insegnanti uscire da lauree triennali o con corsi comunque più semplici rispetto a quelli che creano gli addetti alle discipline di studio. E la scuola non può diventare il luogo dove, in piccolo, si ripropone un dibattito simile a quello quotidiano. E’ il contenuto, con il metodo di cui prima indissolubilmente legato ad esso, che fa crescere. Io mi guarderei dalle scorciatoie di ogni tipo che rendano tutto, sempre e comunque, divertente.

            Ho fatto questo lungo discorso per arrivare a chiudere relativamente a quel referendum sul nucleare del 1987. Non vi erano le condizioni perché i cittadini potessero dare (almeno nella loro maggioranza) un parere consapevole. Inoltre il tutto non si chiude a quell’episodio che, se ricordate, avevo dato come esemplificativo. Osservo poi che non esiste un luogo dove vengano discussi i termini per dirimere le questioni relative a: questo è scienza; questo no. Dove si dovrebbe capire cosa è scienza, cosa tecnologia, cosa politica? Ma se neppure è dato, in un Paese che fa la storia di tutto, fare una storia della scienza? Una storia che permetterebbe un minimo di raccordo tra le, almeno, due culture (dico questo con la convinzione che parlare di saperi, parola clou dei pedagogisti, sia un cedere ad una moda. Lor signori mi perdoneranno ma io credo ancora nel sapere). Io credo che ogni cittadino (informato dai nostri mezzi di comunicazione di massa e basta) abbia inteso questa serie di identità: Chernobyl = disastro = scienza = rifiuto della scienza. Su quasi ogni vicenda occorre conoscere i termini del problema per sapersi schierare. Ad esempio: chi conosce le problematiche connesse con le indagini epidemiologiche? Io richiedo questo non tanto per esaudire un diritto individuale di scelta, quanto perché alcuni cittadini, che potrebbero soffrire delle eventuali conseguenze negative, non siano penalizzati dall’ignoranza, dal convenzionalismo, dall’integralismo … degli altri cittadini. Un recente esempio è la procreazione assistita (non aggiungo altro, ognuno rifletta su come sia possibile distruggere le poche speranze che qualcuno si è fatto per la propria esistenza e, soprattutto, come una maggioranza ignorante o giocherellona possa interferire sulle scelte a volte drammatiche di esigue minoranze. E chi non si rende conto di questo non ha nessun argomento morale, oltre ché naturalmente scientifico, a sostegno delle sue tesi).

            Roberto Renzetti

 

NOTE

            (*) La domanda è il titolo di uno splendido libro del biologo molecolare e Premio Nobel Max  Perutz (Garzanti, 1989). In questo lavoro si discutono, con abbondanza di dati, molte delle cose qui solo sfiorate.

         (**)  Sull’argomento vi sono alcuni classici ormai introvabili: il numero 6 di Critica Marxista del 1972 “Sul marxismo e le scienze” ed un articolo di M. Cini, Il satellite della Luna, sul numero 4 de il manifesto mensile del settembre 1969, in occasione dello sbarco USA sulla Luna. In questo articolo si sosteneva, tra l’altro, almeno una cosa di interesse: solo per sbaglio quegli astronauti erano lì per una missione spaziale, si sarebbero tranquillamente potuti trovare su un B 52 a bombardare il Viet Nam. Il dibattito si è poi fortificato ed è diventato sempre più cólto. Si può ricordare  di AA.VV. L’Ape e l’architetto (Feltrinelli 1976) e le discussioni che ne seguirono, soprattutto su il manifesto e l’Unità , raccolti in uno stimolante libretto di AA.VV. dal titolo Api o Architetti.(1990). Oggi, tra tutte le riviste che si occupavano della questione (Sapere, SE, Testi & Contesti, …), resta la sola Sapere. Ne riparleremo alla prossima emergenza. Come dicevo all’inizio, la memoria sta offuscandosi per maggior gloria del mercato. Non è ozioso inoltre ricordare che questi primi dibattiti hanno, tra l’altro, dato inizio all’ambientalismo italiano, con tutte le sue contraddizioni e narcisismi.

 

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