FISICA/MENTE

 

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ASI - Formazione e Scuola


Roma, 27 Novembre 2001


Riforma della scuola - Articolo di Barilla



IL SOLE24ORE

DEL 25 NOVEMBRE 2001


E' NEGLI STAGE LA SFIDA DELLA SCUOLA


DI

GUIDO MARIA BARILLA

DELEGATO DEL PRESIDENTE CONFINDUSTRIA
PER LE ATTIVITA' DI EDUCATION E CONOSCENZA




Nel passato tra scuola e lavoro c'era una grande distanza. La scuola era vista come un percorso idoneo a preparare alle professioni liberali, l'addestramento professionale preparava invece i giovani che intendevano andare a lavorare nelle imprese. Questa realtà è oggi profondamente mutata. Il mondo del lavoro è evoluto. Per accedervi occorre possedere solide conoscenze di base che solo una buona scuola può assicurare. La preparazione professionale non è più separabile dalla preparazione culturale di base. I cittadini non sono più disponibili a far frequentare ai propri figli percorsi formativi considerati di serie B. Le imprese d'altro canto non ne hanno mai chiesto il ripristino. E' l'evoluzione del mercato del lavoro che richiede la diffusione dell'istruzione e della cultura. Tutti i giovani dovrebbero seguire obbligatoriamente un percorso formativo che duri dodici anni, dal sesto al diciottesimo anno d'età. In tutt'Europa, anche in Paesi, come la Germania e la Danimarca, che adottano il sistema duale, la scelta tra scuola e formazione professionale si fa dopo i sedici anni. Infatti solo dopo questa età si può scegliere, avendo conquistato le basi culturali indispensabili, un percorso professionalizzante. Confindustria ha sempre richiamato l'attenzione del legislatore sulla qualità della scuola e della formazione professionale. La competitività delle imprese richiede giovani competitivi, con una personalità ricca, che abbiano non solo l'indispensabile bagaglio di conoscenze, ma abbiano imparato a scuola a renderle operative. Questo spiega perché in tutt'Europa si siano da tempo diffusi gli stage e l'alternanza tra periodi di studio e di lavoro. Da noi purtroppo la scuola non offre a tutti gli studenti l'opportunità di svolgere stage e non attribuisce ancora allo stage lo stesso valore delle materie di studio. Il messaggio dell'impresa che chiede, alla luce della grande trasformazione tecnologica e produttiva, più cultura di base, più conoscenze linguistiche, scientifiche, informatiche è stato mal interpretato da molte scuole che sembrano gareggiare per diventare licei. Gli istituti tecnici e professionali che forniscono, secondo le ultime stime, quasi il 20 % degli addetti richiesti dalle imprese, stanno progressivamente perdendo il loro carattere professionalizzante. Vorrei che il nostro messaggio non fosse frainteso ulteriormente. Noi imprenditori denunciamo il rischio di un progressivo abbandono del filone professionalizzante nel sistema educativo italiano. Al tempo stesso siamo contrari a qualunque ipotesi di scelta precoce, fatta a 11 o a 14 anni del canale della formazione professionale, che come in tutt'Europa dovrebbe essere un'opzione che si fa non prima dei 16 anni. Noi imprenditori siamo fortemente contrari a costruire una sorta di Muro di Berlino tra una scuola che allontana da sé ogni rapporto con la cultura del lavoro e dell'impresa e una formazione professionale che rischia di diventare il canale dove vengono indirizzati i giovani ritenuti meno capaci. Questo muro di separazione in tutt'Europa non esiste più. E sono sicuro che non sarà certamente il Ministro Moratti a volerlo ricostruire. Dalle dichiarazioni svolte in Parlamento dal Ministro al contrario, è del tutto evidente la volontà di ridare alla scuola italiana, a tutta la scuola italiana, una qualità che si è ormai smarrita, ricostruire percorsi formativi che aiutino i nostri ragazzi ad entrare nel mondo del lavoro con un solido bagaglio di conoscenze di cui oggi spesso invece sono privi. A Bologna, il 30 ottobre scorso, in occasione di Orientagiovani, il Ministro Moratti e il Presidente di Confindustria, D'Amato hanno concordato sull'idea di assicurare a tutti gli studenti delle ultime classi delle scuole superiori la possibilità di svolgere stage in impresa, rendendo al tempo stesso obbligatorio l'orientamento di cui oggi invece gli studenti, nella maggioranza dei casi, sono privati. Da tutto ciò deriva che siano stabiliti standard e obiettivi di apprendimento a livello nazionale. Non è più possibile che la nostra scuola sia priva di obiettivi e di valutazione. Le indagini dell'Ocse che mostrano impietosamente che sono rimasti analfabeti il 34% dei cittadini italiani a cui la scuola ha dato negli ultimi anni un titolo di studio di base e che i nostri studenti si attestano ad un poco onorevole 21° posto nelle conoscenze matematiche e 23° posto nelle conoscenze scientifiche, necessitano di concrete risposte. Il parlamento italiano potrebbe, su proposta del Ministro Moratti, approvare alcuni grandi obiettivi che la scuola italiana si ripromette di raggiungere nell'arco dei prossimi cinque anni. Per esempio adottare ogni iniziativa (compresa la selezione rigorosa e la formazione degli insegnanti) idonea a colmare questi ritardi nelle conoscenze linguistiche, in quelle matematiche, in quelle scientifiche. Ma non basta. Occorre che la formazione professionale, dopo i sedici anni, grazie anche ad un impegno straordinario delle Regioni di miglioramento di questa offerta, divenga un must per i nostri ragazzi, come per i loro coetanei europei. Da noi solo 5 ragazzi su cento frequentano, dopo la scuola, corsi di formazione professionale. In Europa questa percentuale raggiunge il 30-40%. Ma senza orientamento questo obiettivo resta una chimera, anche perché nella scuola si continua a dis-orientare i ragazzi facendo apparire obsoleti e privi di prospettive i percorsi più professionalizzanti. Occorre ricostruire i percorsi professionali dell'istruzione italiana (istituti tecnici industriali, istituti professionali di stato) che da alcuni anni stanno scomparendo a causa della sconsiderata politica di chiusura dei laboratori e della obsolescenza delle competenze tecniche tra gli insegnanti. Occorre far conoscere ai giovani e valorizzare i molti corsi di formazione professionale di qualità promossi dalle regioni e i percorsi biennali di Istruzione e Formazione Tecnico Professionale superiore (IFTS) che possono costituire per i giovani diplomati una opportunità formativa utile per trovare lavoro e di pari dignità rispetto all'università. Ci auguriamo che il dibattito che si è aperto in queste settimane e che troverà un momento di ampio confronto in occasione degli Stati generali della scuola italiana che si svolgeranno nel prossimo mese di dicembre sia l'occasione per concentrare tutti gli sforzi verso questo grande obiettivo: dare ai nostri ragazzi una scuola e una formazione professionale migliori.



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