FISICA/MENTE

 

IL RUOLO DI DOCENTE PRESSO I LICEI ITALIANI ALL'ESTERO

Roberto Renzetti

2001

 

CONOSCERE LE SCUOLE STATALI PER RIFORMARLE

        Le Scuole statali italiane all'estero non sono nate, a suo tempo, per seguire la nostra emigrazione. Se si fa un minimo di indagine si scopre che le scuole italiane di Stato sono (o sono state) presenti a Parigi, a Madrid, a Barcellona, ad Atene, ad Istanbul, ad Addis Abeba, ad Asmara, a Mogadiscio. Evidentemente la politica dei nostri governi seguiva altri criteri che non quelli del mantenimento della cultura italiana presso i nostri connazionali. Tali criteri sono facilmente rintracciabili in politiche di tipo coloniale, in scuole presso governi affini, in scuole di prestigio. Sarebbe di grande interesse cogliere ora le volontà che sono dietro queste scuole per tentare di capire cosa vuole il Ministero degli esteri, di concerto con quello della Pubblica Istruzione, rispetto a cosa facciamo noi che operiamo in tale scuole.

        Dai dibattiti parlamentari susseguitisi in questi ultimi tempi si mostra una totale non conoscenza dei problemi che sono in gioco, dei saperi necessari e delle peculiarità di scuole che, comunque, non riguardano la nostra emigrazione.

        I fruitori di un segmento delle nostre attuali scuole sono generalmente figli di una medio alta borghesia imprenditoriale che è in gran parte del Paese che ospita la scuola. I motivi che li indirizzano da noi sono i più vari e generalmente rapportabili alla qualità che noi offriamo. È facile capire che coloro che escono dalle nostre scuole sono in futuro amici dell'Italia, integrati fino in fondo nella nostra cultura e frequentatori, ad esempio, degli Istituti di Cultura. La provenienza familiare dei nostri studenti li fa futuri dirigenti o imprenditori che , naturalmente, avranno l'Italia come principale referente dal punto di vista commerciale, oltreché culturale ed affettivo. È opportuna qui almeno una petizione di principio: sarebbe estremamente importante estendere la struttura "scuola" in varie altre realtà, ad esempio, di nostra antica emigrazione (ma con interventi controllati di qualità, non affidati a strutture private che puntano solo al profitto). Allo stesso modo sarebbero di grande interesse interventi non episodici (dalla scuola materna alle soglie dell'Università: quindi scuole) in Paesi emergenti come quelli, ad esempio, dell'Est d'Europa: le ricadute, inevitabilmente mediate, per il nostro Paese sarebbero impensabili.

LA SPECIFICITÀ DEL RUOLO DOCENTE ED IL SOSTEGNO DEL MAE

        Cosa deve fare un insegnante in una tale scuola di diverso da ciò che fa un insegnante in Italia ? Capire questo fa capire anche come orientarsi per cercare i migliori professionisti che vadano ad operare in tali istituzioni. Innanzitutto il lavoro non si conclude all'interno della classe. Si hanno continuamente rapporti con genitori che parlano solo la lingua del luogo, con personale assunto in loco che non conosce l'italiano, con scuole locali per scambi di informazioni e culturali, con sindacati locali per illustrare la nostra situazione occupazionale, con le Università e le istituzioni culturali del luogo. Si arriva in una scuola ed improvvisamente si scopre faticosamente che l'insieme dell'intervento è complesso e risulta impossibile nascondersi dietro: "fatto il mio orario ho finito!". Quindi la padronanza della lingua è elemento qualificante non solo per i rapporti con l'"esterno", ma anche per l'intervento stesso nella scuola. Vi sono strutture, come la cassa scolastica, che sono gestite da genitori ed insegnanti che non parlano bene la nostra lingua. Sono gli insegnanti che vengono dall'Italia che devono sapere muoversi agilmente con registri linguistici differenti. Ma anche in classe, dove le interferenze linguistiche sono molto forti, quasi giornalmente occorre tradurre i termini tecnici di una data disciplina per evitare la più completa confusione.

        È l'offerta formativa italiana il primo obiettivo dei fruitori della nostra scuola ? Si, ma con molti distinguo. Innanzitutto la gran parte di loro tiene d'occhio le prove di accesso alle Università del Paese ospitante. La preparazione che noi offriamo deve adeguarsi a tale necessità ed oscillare tra i due ambiti (dobbiamo spesso muoverci modificando drasticamente i nostri programmi per sviluppare quelle parti che sono necessarie al superamento della prova di accesso all'Università che quel Paese richiede).

        Ciò comporta una conoscenza non superficiale del sistema scolastico del Paese in cui si va ad operare, i suoi programmi, i suoi libri di testo, le sue riforme (ed anche le sue leggi, per evitare spiacevolezze di ogni tipo).

        Vi è un ulteriore aspetto da sottolineare: le nostre scuole di secondo grado sono in massima parte licei scientifici. Spesso coloro che si indirizzano verso una tale scuola lo fanno non tanto per lo "scientifico" quanto perché la scuola è italiana. E così convivono nella stessa classe persone che in Italia avrebbero frequentato istituti di orientamenti formativi diversi.

        In questo contesto sembra importante sapere che il lavoro presso una scuola statale italiana all'estero non si improvvisa ma è lavoro da professionisti. Tale lavoro, per l'importanza che riveste nel definire le credenziali del nostro Paese, non può essere un esercizio episodico e transitorio, anche perché è visto con fastidio dagli utenti il cambio di insegnanti ed il ritardo cronico nelle loro nomine. Ed allora è indispensabile anche un ambito di sostegno a tale lavoro, sostegno che raramente proviene dai Consolati che percepiscono la Scuola come un fastidio burocratico - amministrativo.

        L'Italia rappresentata degli Istituti Italiani di Cultura Sono innumerevoli le volte in cui, all'estero, si assiste a situazioni paradossali ed a sprechi di pubblico denaro. In linea teorica vi sono le forze, spesso molto valide. Ciò che manca è la sinergia. Gli Istituti di Cultura, entità spente che lavorano per la mostra di pittura o il concertino dell'amico del paesello, che fanno conferenze su Dante chiamando un probabile esperto dall'Italia quando nel liceo vi è un esperto vero. Tali Istituti continuano a presentare l'Italia come il Paese degli spaghetti, della pizza, del bel canto e del Neorealismo. Anche istituzionalmente non vi è una figura che operi in tali Istituti che possa affrontare, capire e muoversi su temi di carattere scientifico tecnologico (le lauree per essere ammessi ad operare presso tali Istituti sono di tipo umanistico e basta).

        L'idea del Direttore manager è poi lontana anni luce se solo si pensa che mai, che io sappia, si è avuto il coraggio di invitare a parlare uno dei meccanici della Ferrari o uno dei sarti di Armani che presentasse anche la tecnologia dei nostri tessuti, tra i migliori del mondo. Entrando poi in un tale Istituto si trova di tutto ma nessuna opera di carattere scientifico come, ad esempio, l'Edizione Nazionale degli scritti di Galileo o i Collected Papers di Fermi. A chi si può rivolgere un cittadino del Paese ospitante per avere informazioni di questo tipo, indicazioni bibliografiche, indirizzi di Università, specializzazioni, Istituti di ricerca, ... Nella Scuola è ancora possibile trovare tutte queste competenze! Ma si vive in mondi separati. Non credo occorra ricordare che occupiamo quel famoso 5º posto tra i Paesi industrializzati e non certo per la nostra ultima edizione dei Promessi Sposi, ma perché costruiamo con scienza e tecnologia avanzate. Le nostre commesse mondiali in costruzioni metalmeccaniche, edili, idriche, elettriche, ferroviarie, stradali, ... Il nostro essere produttori di Ferrari e Cagiva, ... , il nostro produrre macchine utensili. Tutto ciò è , o meglio deve essere, il bagaglio di chi opera in una scuola italiana all'estero. E questo sia che si attuino le sinergie di cui sopra, sia se questi messaggi dobbiamo passarli ai soli nostri ragazzi.

LO STATUS DEL DOCENTE, LA SUA SELEZIONE E LA ROTAZIONE

        Solo un cenno alla situazione di un operatore scolastico all'estero perché si tenga conto di problemi che non appaiono a prima vista. Egli non ha status giuridico anche se la cosa non preoccupa nessuno. Ciò che preoccupa è invece l'entità del suo assegno, anche se è il più basso percepito da qualsiasi operatore statale italiano all'estero. Questo assegno serve ad ovviare a situazioni di spesa familiare molto maggiorate e ad incentivare l'"emigrazione" dal territorio metropolitano di qualificati professionisti.

        Ritornando a questioni più generali, ciò che si può dire certamente è che il Ministero degli Affari Esteri non ci aiuta in alcun modo. Gli Istituti di Cultura, come i lettori, non sanno neppure che esistiamo. Eppure l'anima della cultura italiana all'estero si costruisce solo nelle scuole che prendono i bambini dalla materna e li portano fino alle soglie dell'Università. Come già accennato, queste persone saranno poi "affamate" di cultura italiana e saranno le nostre migliori banditrici, a partire dai loro figli che continueranno ad essere nostri "clienti".

        Insieme all'utente del Paese straniero vi è anche quello proveniente dall'Italia. Le possibilità sono due: o si tratta di italiani di seconda o terza generazione che ormai vivono stabilmente in quel posto; o si tratta di figli di imprenditori, dirigenti di azienda di passaggio per un periodo limitato di tempo. Il primo caso è immediatamente ascrivibile a quanto fino qui discusso (interessante sarebbe l'instaurare una politica di borse di studio che permetta a studenti italiani privi di possibilità di frequentare le nostre scuole). Il secondo prevede invece che il nostro intervento non sia estemporaneo ma tenga conto di integrazioni di alunni a corsi iniziati e di alunni che dovranno reinserirsi in Italia. Occorre quindi muoversi su molteplici fronti non perdendone di vista nessuno.

        È necessario riprendere contatti frequenti con la scuola in Italia ? Questa cosa, sostenuta da alcuni parlamentari, non fa loro onore per ciò che riguarda la conoscenza del mondo che si evolve. Ferma restando la necessità di un periodo di ruolo in Italia prima di prendere servizio all'estero, ferma la necessità di ricambi graduali, come del resto si andava attuando con la normativa preesistente all'art. 9 della legge 147, con tutti i mezzi informatici, con le videoconferenze, con tutto ciò che si vuole si è perfettamente al corrente di ciò che accade in Italia in tempo reale. Dirò di più. Essendo le nostre scuole generalmente piccole, abbiamo una inerzia minore e le cose le realizziamo in tempi addirittura più rapidi che in territorio metropolitano. Ma non dico certo novità. E quanto sostengo si può accertare con un colloquio rapidissimo che abbracci tutto quanto di nuovo nella scuola si va facendo.

        Ma qui sorge una obiezione al legislatore che ha avuto fretta ed ha fatto un gattino cieco. Mettere su un POF, lavorare per programmare una offerta didattica e di sbocchi culturali non è cosa che si improvvisa. Serve comunque una ricaduta che nasce solo dalla valutazione dei risultati. I tempi previsti dall'art. 9 non hanno niente a che vedere con tutto ciò. I cinque anni di intervento (tenendo conto che il MAE nomina sempre con 6 mesi di ritardo) si riducono a 4. Noi possiamo solo programmare su questo numero di anni con la conseguenza che non siamo neppure in grado di vedere la fine di un ciclo e, quindi, di poter aggiustare il tiro dove fosse necessario (e lo è sempre proprio perché si tratta di scuola con pubblico e tempi che cambiano continuamente, più in fretta di ogni riforma). Arriverà un nuovo insegnante che perpetuerà questo stato di cose con la conseguenza che la nostra scuola ne uscirà fortemente dequalificata.

        Il lavorare all'estero ha delle sue peculiarità? In nessun caso può essere inteso come una lotteria in cui i premi li dobbiamo distribuire al maggior numero di partecipanti. Se si ritiene questo da autorevoli parlamentari che, mi si perdoni l'ardire, non conoscono la scuola, allora è del tutto inutile fare delle prove di selezione per recarsi all'estero. Basta estrarre a sorte ed ogni estratto va certamente bene. Se si ritiene che occorra qualcosa in più, allora è necessaria una selezione seria su ogni argomento che il MAE ed il MPI ritengano di volere e dovere accertare. Ma, fatta una tale selezione, quell'insegnante è un professionista, abilitato per quello scopo e non si capisce con quale criterio di efficienza deve essere restitutito definitivamente ai ruoli metropolitani se ha superato un dato numero di anni all'estero. A me sembra che ciò è fumo negli occhi ed operazione populista che per nulla aiuta la crescita, lo sviluppo ed il moltiplicarsi delle nostre scuole italiane all'estero.

VALUTARE SUI FATTI NON SUI PREGIUDIZI

        L'ultimo aspetto è il controllo di qualità.

        Chi meglio di una Commissione di Esame di Stato (non vacanziera) può accertare i livelli di crescita, di integrazione culturale, ... dei nostri studenti ? Si facciano fare delle relazioni a tali Commissioni, si costituisca un Ufficio competente (nel senso che deve sapere di cosa si sta parlando) presso MAE-MPI. Si tolga ad Uffici, che hanno funzionari comandati solo perché stanchi di insegnare, la responsabilità della gestione delle scuole italiane all'estero (anche qui si riutilizzino le professionalità di chi ha operato all'estero per poter lavorare nell'Ufficio MAE che in qualche modo è preposto alla gestione delle scuole)! Si facciano Commissioni adeguate allo scopo che dicevo prima. Non si tenti, anche qui di accontentare tutti.

        Il problema resta uno solo: cosa si vuole dalle scuole italiane all'estero ? Se si vuole un forte ritorno occorre personale preparato e professionista specifico. Se si pensa ad una occasione per sistemare provvisoriamente qualche amico inesorabilmente bocciato in selezioni serie, allora la cosa cambia aspetto ed è del tutto inutile disquisire su riforme, aggiornamenti, sinergie, ...

        Non si possono in ogni caso confondere i due piani: quello della lingua e quello della cultura. La lingua è strumento che interessa quelle persone che o la vogliono mantenere in quanto discendenti da emigrati o la vogliono apprendere per fini specifici di ulteriori studi in Italia soprattutto in campo musicale, artistico o della moda. Vi è poi la cultura che è qualcosa che non può passare altro che attraverso le scuole (chi crede che sia possibile farlo attraverso gli IIC, non conosce le elementari e basilari questioni di psicopedagogia). Si tratta di conoscere fin da bambino le implicazioni dell'altra cultura, il modo di pensare, di giocare, ... La cultura non è uno strumento ma un modo di essere e quindi di porsi. La sua conoscenza è ciò che davvero permette l'avvicinamento ad un Paese. Occorre quindi distinguere i due ambiti di intervento. Nel primo caso saranno insegnanti che abbiano fatto corsi specifici di italiano come L 2 nel proprio corso di laurea. Nel secondo caso occorre, non solo avere l'insegnante che opera in territorio metropolitano, ma anche un curriculum dove si possa riconoscere la sua preparazione in ambito culturale più vasto rispetto al relativo ambito disciplinare.

        Quindi occorre una mappatura delle intenzioni di intervento. E solo per conseguire gli obiettivi che ci si propongono occorre muoversi. In tal senso il personale dovrà rispondere a determinate caratteristiche che lo rendano idoneo al conseguimento dei dati obiettivi (oppure le centinaia di ore che abbiamo dedicato alle questioni di docimologia sono state sprecate e più in generale, nella scuola, lavoriamo sul nulla). Operare, come si fa, all'inverso è operazione antiscientifica oltre ché antistorica.

LA SITUAZIONE A BARCELLONA

        Lavoro a Barcellona da vari anni. L'italiano qui si presenta come terza lingua. Le autonomie regionali sono molto forti in varie zone della Spagna e la lingua veicolare nelle scuole di Catalogna è il catalano. Lo spagnolo (meglio: il castigliano) è L 2. In questo Paese non vi è stata l'emigrazione povera che ha riguardato vari Paesi europei ed americani. La struttura socioeconomica dei "figli degli emigranti" è di borghesia medio-alta. I genitori occupano posti generalmente a livelli importanti. Serviamo invece moltissimi "stranieri" (ma con la politica di borse di studio, almeno a studenti di origine italiana, cui accennavo prima, avremmo inaspettate ulteriori presenze). Innanzitutto abbiamo una tradizione "democratica" che vedeva la nostra scuola come oasi di libertà nel periodo franchista.

        Con gli anni gli studenti di allora sono quelli che si sono affezionati al nostro Paese e sono i "clienti" di cui dicevo. Inoltre la nostra scuola offre un servizio di gran lunga più avanzato rispetto alla scuola spagnola che non è mai cresciuta perché in gran parte privata, a fini di lucro ed in gestione storica ad enti religiosi. Nella scuola pubblica lo studente si trova in classi che possono arrivare ai 40 alunni. Nella scuola privata il numero di alunni per classe diminuisce ma i costi sono direttamente proporzionali al servizio. Si tratta di una vera scuola che prepara (o dovrebbe preparare) in base al censo. Le nostre rette mensili sono basse. Noi non lavoriamo a fini di lucro. I soldi richiesti alle famiglie degli studenti servono per pagare quelle attrezzature e servizi che il MAE non ci fornisce (il costo della nostra scuola si aggira intorno alle settecentomila lire per anno e per alunno a fronte, ad esempio, delle quattrocentomila lire al mese per alunno richieste dalla scuola francese). Oltre ai catalani, ospitiamo spagnoli di altre regioni della Spagna (figli di funzionari dello Stato trasferiti in Catalogna che preferiscono imparare una lingua apparentemente per loro più semplice che non il catalano che non ritengono utile). Situazione analoga riguarda l'emigrazione dall'America Latina verso la Catalogna: anche questi studenti si servono della scuola italiana.

        Occorre qui una piccola notazione che riguarda differenze tra Madrid e Barcellona. Da noi, in corrispondenza con l'avvento della democrazia (1975), svariati studenti catalani sono tornati verso le loro scuole (di impostazione catalana) che laicamente cominciavano a nascere. Abbiamo quindi sofferto un calo nelle iscrizioni tale da ridurre i corsi da due ad uno. Ma, dopo i fisiologici 10 anni di un tale calo, nonostante la scuola laica catalana, i vecchi utenti stanno tornando nella nostra scuola tanto che in altri due anni avremo ricostruito i due corsi. A Madrid non vi è stata la problematica della lingua catalana. In quella città vi è sempre stata una grandissima richiesta di scuola italiana. Ad un certo punto si sono dovute bloccare le iscrizioni. Da un paio d'anni a Madrid stanno soffrendo contrazioni a seguito della politica sbagliata del MAE che ha permesso assunzioni in loco di insegnanti di scuola materna di madre lingua castigliana. Secondo l'Associazione dei Genitori ciò ha rappresentato un calo della qualità del nostro intervento con le conseguenze che dicevo. Quest'ultima nota potrebbe illuminare qualcuno che con estrema tranquillità parla di assunzioni in loco con "un corsetto" di qualche mese.

        Tutti coloro che escono dalle nostre scuole hanno un buon livello di preparazione e sono messi in grado di inserirsi proficuamente sia in Università spagnole che italiane. Sarebbe comunque utilissima una indagine di qualità più oggettiva e comparativa, anche con i livelli degli standard delle scuole in territorio metropolitano.


 

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