FISICA/MENTE

http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/index1.html

la fabbrica del bambino postmoderno
Una scuola «consumata» dalla tv


La riflessione costituisce forse un ostacolo al consumo, che esige individui privi di ogni punto di riferimento? La televisione provvede a diffondere, fin dalla più tenera infanzia, la confusione tra realtà e immaginazione, tra il sé e l'altro, tra la presenza e l'assenza. La scuola sembra ormai orientata a seguire la stessa strada, con un'imposizione generalizzata della forma del talk show televisivo e dell'«interazione» al posto della riflessione e dell'istruzione. Ed è così che diventa una fabbrica di «allievi-consumatori», pronti a celebrare ognuno a modo proprio il culto del mercato.

di Dany-Robert Dufour*


Il neoliberismo minaccia non soltanto le istanze collettive esistenti da lunga data (la famiglia, i sindacati, i partiti e più in generale la cultura), ma la stessa forma individuo-soggetto che si è venuta plasmando nel corso del lungo periodo moderno (1). La fabbrica del nuovo soggetto «postmoderno», acritico e «psicotizzante», è il risultato di un'impresa di impressionante efficacia, al cui centro figurano le due maggiori istituzioni deputate a produrre questo nuovo soggetto: la televisione, e una scuola di nuovo tipo, considerevolmente trasformata da trent'anni di sedicenti riforme «democratiche», volte fin dall'inizio a indebolire la funzione critica.
L'effetto laminatoio esercitato dalla televisione inizia fin dai primissimi anni di vita. Il più delle volte, i piccoli arrivano alle elementari già imbottiti di messaggi catodici. Spesso sono stati piazzati davanti al piccolo schermo prima ancora di aver imparato a parlare, cosa che dal punto di vista antropologico costituisce un fatto nuovo. Il loro consumo di immagini raggiunge negli Stati uniti una media di ben cinque ore al giorno.
Il flusso ininterrotto delle immagini che inondano gli spazi familiari scorrendo da questo rubinetto costantemente aperto non manca di produrre effetti considerevoli sulla formazione del futuro soggetto. Si è sollevato il problema dei contenuti, denunciando ad esempio la violenza di queste immagini, senza tener conto della pericolosità del mezzo in sé, indipendentemente da ciò che diffonde. Anche le fiabe raccontate un tempo dalle nonne parlavano di orchi divoratori di fanciulli, che non avevano nulla da invidiare alle attuali immagini gore. Ma non bisogna sottovalutare la differenza tra l'universo prettamente immaginario dell'orco della fiaba, vissuto dal bambino come un altro mondo (quello della finzione) e il contesto del tutto realistico dei serial infarciti di violenza, stupri e omicidi, in cui non c'è alcuna distanza dal mondo reale. Senza alcun dubbio la televisione, anche per l'enorme spazio che riserva a una pubblicità aggressiva e onnipresente, costituisce un autentico e precoce addestramento al consumismo. Il problema però non si limita al contenuto delle immagini, ma riguarda anche la forma.
Innanzitutto, la televisione ha ridotto a poca cosa il ruolo della famiglia come sede di trasmissione culturale e generazionale. L'espressione «i figli della tv», presa alla lettera, rivela fino a che punto il piccolo schermo si è sostituito di fatto ai genitori nel loro ruolo di educatori. Il minor tempo dedicato alla trasmissione generazionale comporta conseguenze molto precise, che possono arrivare fino al tracollo dell'universo simbolico e psichico.
L'universo simbolico rientra nella capacità essenziale che distingue l'uomo dagli animali: quella di parlare, designando se stesso come soggetto parlante e rivolgendosi, a partire da questo punto, ai propri congeneri per inviare loro segnali intesi a rappresentare qualcosa.
Per accedere alla funzione simbolica basta far proprio e integrare un sistema nel quale «io» (presente) parlo con «te» (copresente) a proposito di «lui o lei», (l'assente, cioè chiunque, o qualunque cosa s'intenda rappresentare) (2). Questi riferimenti simbolici di base consentono le distinzioni fondamentali tra me e l'altro, tra il qui e il là, tra il prima e il poi, tra la presenza e l'assenza.
Questo sistema, che apre l'accesso alla funzione simbolica e garantisce un certo grado di integrità psichica, si trasmette essenzialmente tramite il discorso: i genitori si rivolgono al bambino. Parlare vuol dire raccontare, trasmettere credenze, nomi propri, genealogie, riti, obblighi, sapere, rapporti sociali... ma innanzitutto la parola in quanto tale. Vuol dire far passare da una generazione all'altra l'attitudine umana a parlare, in modo che colui al quale ci si rivolge possa a sua volta identificarsi nel tempo (adesso), nello spazio (qui), in quanto sé (io) e, a partire da questi riferimenti, convocare nel suo discorso il resto del mondo. Questo discorso orale, faccia a faccia, istituisce la facoltà di parlare in un duplice registro: il discorso è sonoro o gestuale, e convoglia immagini mentali: quando l'altro mi parla vedo ciò che mi vuol dire. È questa trasmissione generazionale del discorso che la televisione può mettere in pericolo.
L'insegnamento dell'ignoranza Nel caso in cui i riferimenti simbolici di tempo, spazio e persona non siano debitamente fissati, l'immagine esterna diventa una sorta di collegamento più o meno sintonizzato con le immagini interne - o fantasie - presenti nell'apparato psichico, la cui chiave è però sottratta al soggetto che ne è portatore. Le immagini possono quindi assalire chi le percepisce, ma senza fissarsi né inserirsi in un processo cumulativo controllabile, ponendo così il soggetto sotto la loro dipendenza.
In questo caso, l'uso della televisione rischia di allontanare sempre più il soggetto dalla padronanza delle categorie simboliche di spazio, tempo e persona, in quanto confonde la sua percezione, aggravando così la confusione e lo scatenamento fantasmatico. E viene quindi compromessa la capacità discorsiva del soggetto.
Non solo l'uso della televisione non può supplire alle carenze della simbolizzazione, come qualcuno potrebbe ingenuamente credere, ma rischia di confonderne ulteriormente l'accesso (3). Questa osservazione non vale solo per la Tv, ma per ogni tipo di protesi sensoriale: la telematica, in quanto gioca sulla tele-presenza, rendendo intercambiabili il contiguo e il distante; i videogiochi, i telefoni cellulari che ci accompagnano ormai tutti 24 ore su 24, e infine Internet... Dovunque, ci ritroviamo di fronte al rischio di vedere decuplicate le competenze di alcuni, mentre negli altri aumenta la confusione. Alcuni riescono quasi ad affrancarsi dai vincoli spazio-temporali, mentre molti altri non sono più in grado di abitare nessun tipo di spazio-tempo.
Questi ultimi sono essenzialmente i «figli della Tv» che oggi troviamo a
scuola. Si comprende così più facilmente perché molti insegnanti siano ridotti a constatare con amarezza che di fronte a loro «non ci sono più discenti»; che gli alunni «non ascoltano più (4)»; e probabilmente hanno smesso anche di parlare. Non che siano diventati muti, tutt'altro; ma trovano un'enorme difficoltà a integrarsi nel filo di un colloquio ove si alternino i ruoli di chi parla e di chi ascolta. Non riescono più a inserirsi, a scuola, in un discorso in cui uno degli interlocutori (il professore) avanzi una serie di proposte fondate sulla ragione (ossia un sapere accumulato dalle generazioni precedenti e costantemente aggiornato) e l'altro (l'allievo) le discuta nella debita misura.
Come è facile constatare, sono numerosi gli insegnanti che non risparmiano i loro sforzi, e molte volte si impegnano anche al di là delle loro energie (5) nel tentativo di far rientrare i giovani nella loro posizione di discenti, per poter fare il loro mestiere di insegnanti. Ma la novità sta proprio qui: dopo aver indotto gli allievi a non comportarsi più come tali, si impedisce sempre più ai professori di svolgere il loro compito. Da trent'anni, da quando cioè sono iniziate le cosiddette riforme «democratiche», responsabili politici e pedagogisti non cessano di sollecitarli ad abbandonare la loro arcaica pretesa di «insegnare».
Come l'ex ministro dell'educazione francese Claude Allègre, il quale li esortava a rinunciare alla loro «arcaica tendenza», da lui sintetizzata nella frase: «devono starmi a sentire, perché quello che sa sono io». E al posto degli «alunni» o «allievi» è stata introdotta una nuova categoria, quella dei «giovani». I quali «vogliono interagire (6).» In nome della democratizzazione della
scuola si prende dunque atto che non ci sono più discenti. Perché allora devono continuare ad esistere i professori? Nel discorso dei responsabili politicie degli esperti in pedagogia, il modello educativo che andrebbe sostituito a questo sedicente «arcaismo» è in definitiva quello del talk-show televisivo, in cui ciascuno può esprimere «democraticamente» il proprio parere. Così tutto si trasforma in una faccenda inter-soggettiva.
Non c'è più da compiere uno sforzo critico per distaccarsi di volta in volta dal proprio punto di vista e accedere ad altre proposte un po' meno limitate, meno speciose e meglio costruite. Il tipo di professore considerato ormai intollerabile è quello che continuamente incita e spinge gli allievi alla funzione critica. È lui il nemico da battere, dato che non rispetta il punto di vista del «giovane».
Tanto che molti pedagogisti «spiegano» la violenza nelle scuole come reazione dei «giovani» all'indebita autorità dei professori.
Di fatto, se si ritrovano costretti alla violenza e soggetti al rapporto di forze è perché non gli viene lasciata altra via d'uscita: sono stati «prodotti» per sfuggire a ogni rapporto fondato sul senso, sulla paziente elaborazione discorsiva e critica. Di conseguenza è fin troppo facile pronosticare il contrario esatto delle tesi che mettono sotto accusa gli insegnanti: quanto più i ragazzi saranno sottratti al rapporto tra docente e discente, tanto più aumenterà la loro propensione alla violenza.
Secondo Jean- Claude Michéa, l'abbandono delle relazioni fondate sul significato e lo scatenamento dei rapporti di forze conduce, né più né meno, alla «
scuola del capitalismo totale» (7). Una scuola che dovrà formare alla perdita del senso critico, in modo da produrre individui labili e aperti a tutte le pressioni consumistiche. In questa scuola destinata ai più, «l'ignoranza dovrà essere insegnata in tutti i modi concepibili». Gli insegnanti dovranno quindi essere rieducati sotto l'autorità dei pedagogisti, i quali dimostreranno che nulla più deve essere insegnato. Basterà lasciare che ciascuno si abbandoni esclusivamente ai propri sentimenti momentanei e alla loro gestione vincente. In altri termini, sempre secondo Michéa, si tende ad imporre le condizioni di una «dissoluzione della logica»: rinunciare a qualsiasi discriminazione tra ciò che è importante o secondario, e ammettere senza batter ciglio tutto e il contrario di tutto ...
Uno zapping interattivo e «democratico» Persino nelle università sta emergendo tutta una corrente pedagogica in base alla quale non si deve chiedere ai «giovani» di pensare; l'importante è soprattutto distrarli con varie forme di animazione e lasciare che procedano a modo loro, con una specie di zapping «democratico», sull'onda dell'interazione; invitarli a raccontare la loro vita; spiegare che le conquiste della logica sono puri e semplici abusi di potere. Ma soprattutto dimostrare che non c'è niente da pensare, non esiste alcun oggetto del pensiero. Tutto si riduce così all'affermazione di sé e a una gestione relazionale di questa auto-affermazione, che va difesa, come deve saper fare ogni buon consumatore. Ma allora si tratta di fabbricare burocrati in funzione del consumismo?
Probabilmente non è questa l'intenzione dei pedagogisti, che vorrebbero solo adeguarsi allo stato in cui trovano i «giovani» a
scuola. Ma con questo atteggiamento buonista non fanno altro che contribuire ad aggravare la situazione in cui versa la scuola. L'uso che viene fatto della loro opera fornisce un nuovo esempio del modo in cui il neoliberismo si è impossessato a proprio vantaggio degli schemi libertari degli anni '60 (8).
Le istituzioni scolastiche, università compresa, accolgono dunque una popolazione labile, per la quale il rapporto con il sapere è ormai una preoccupazione del tutto accessoria. Sono istituzioni di tipo nuovo, dalla struttura debole, il cui segreto è nel loro carattere post-moderno: una specie di ibrido tra centro giovanile, ente culturale e dispensario sociale, o anche una sorta di parco d'attrazioni scolastico.
Tutto ciò non esclude l'esistenza di alcune aree residuali di produzione e riproduzione del sapere, dove si tende però a conferire un ruolo preponderante alle nuove tecnologie («tutti i compiti ripetitivi dell'insegnante saranno registrati e memorizzati», come ha promesso allegramente l'ex ministro durante il colloquio sopra citato). Nel frattempo, però la formazione e riproduzione delle élite (altra funzione decisiva della «
scuola del capitalismo totale»), tende sempre più ad essere coperta in esclusiva dalle «Grandes écoles» in Francia, o meglio ancora dai Colleges e dalle università private degli Stati uniti (dove la retta annuale può arrivare anche a 30mila dollari).
Quel tipo di formazione, che continua a funzionare secondo un rigido modello critico, non tiene in nessun conto le derive pedagogiste destinate ai più.
La fabbrica di individui sottratti alla funzione critica, la cui identità ha molte probabilità di rimanere incerta, non è dunque frutto del caso. È un'operazione perfettamente gestita dalla televisione e dalla
scuola attuale. Il capitalismo non sogna più soltanto di estendere a tutto il globo terrestre (da qui il nome di globalizzazione) il territorio di conquista delle merci, ove tutto si possa vendere e comprare (i diritti sull'acqua, il genoma, le specie viventi, fino alla compravendita di bambini e al traffico di organi..), ma vuole ora incorporare nell'ambito delle merci le faccende private, che ai vecchi tempi venivano lasciate alla gestione dei singoli (soggettivazione, sessuazione... ). Da questo punto di vista stiamo assistendo a una svolta del capitale. Se sarà colpita la forma soggetto, non saranno in pericolo soltanto le istituzioni che abbiamo in comune, ma anche e soprattutto ciò che noi siamo. Allora più nulla potrà arginare un capitalismo totale ove tutto, senza eccezione alcuna, sarà fagocitato dall'universo mercantile: la natura, la sostanza vivente, l'immaginario.



note:

* Filosofo, docente a Parigi-VIII, autore, tra l'altro, di Folie et démocratie, Gallimard, Parigi, 1998.

(1) Si legga «Gli smarrimenti dell'individuo-soggetto», Le Monde diplomatique/il manifesto, febbraio 2001. La modernità, secondo il grande storico Fernand Braudel, nasce «tra il 1400 e il 1800», ed è quindi contemporanea del capitalismo.

(2)
Dany-Robert Dufour, Les Mystères de la Trinité, Gallimard, Parigi, 1990.

(3) Il film di Michael Haneke, Benny's Video (1993) dà un'idea abbastanza probante e terrificante di dove potrebbe portare questa confusione.
Il protagonista è un adolescente i cui rapporti con i genitori sono puramente funzionali, e che non ha contatti con il mondo al di fuori dei videoschermi. Quando gli si presenta un frammento reale di questo mondo (una ragazza) reagisce in modo totalmente inadeguato e finisce per commettere un crimine.

(4)
Adrien Barrot, L'enseignement mis à mort, Librio, Parigi, 2000.

(5) Cfr. i numerosi casi di insegnanti depressi, che l'ex ministro Claude Allègre riteneva simulatori desiderosi di estorcere giorni di permesso per malattia.

(6)
Le Monde, 24 novembre 1999.
(7) Jean-Claude Michéa, L'enseignement de l'ignorance, Climats, Castelnau, 1999.

(8) Sull'integrazione della contestazione libertaria da parte del neoliberismo, leggere Luc Boltanski e Eve Chiapello, Le Nouvel Esprit du Capitalisme, Gallimard, Parigi, 1999. Si veda inoltre Serge Halimi, «I nuovi gattopardi», Le Monde diplomatique/il manifesto, aprile 2001. (Traduzione di E. H.)


 

Torna alla pagina principale