FISICA/MENTE

http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/index1.html

 

Uguaglianza, leva dell'emancipazione


Henri Peña-Ruiz


Riguardo alle leggi politiche, il curato Lacordaire ha detto l'essenziale: «Tra il forte e il debole, la libertà opprime e la legge libera».
Così, in periodi di disoccupazione, la legge che regola il licenziamento protegge i dipendenti dal diktat della forza economica. In una comunità di diritto come la Repubblica francese, la legge politica, portatrice dell'interesse generale, permette di sottrarre i rapporti umani all'impero multiforme della forza. La laicità realizza tale esigenza, e così facendo favorisce l'interesse comune e null'altro. Insieme all'autonomia morale e intellettuale delle persone, promuove la libertà di coscienza così come la piena eguaglianza dei loro diritti, senza discriminazione alcuna legata al sesso, all'origine o alla convinzione spirituale.
La laicità non è mai stata nemica delle religioni, nella misura in cui queste si esprimono come comportamenti spirituali e non rivendicano alcuna ingerenza sullo spazio pubblico. La separazione giuridica del potere pubblico rispetto a qualsiasi Chiesa e a qualsiasi gruppo di pressione, religioso, ideologico o commerciale che sia, è essenziale a tale proposito. La
scuola pubblica e l'insieme dei servizi pubblici devono essere tutelati da qualsiasi interferenza di tali gruppi di pressione.
Attualmente si tratta di sapere se uno spazio pubblico, portatore di emancipazione potrà
continuare ad esistere. Chi ignora il fatto che la valorizzazione eccessiva delle differenze, così costantemente alla moda, porta alla guerra? In periodi di tensioni sociali ed internazionali, è un grave errore lasciar credere che queste «differenze» debbano essere in grado di esprimersi ovunque, senza condizioni. Così facendo, si espongono le persone che intendono restare libere, e rifiutano qualsiasi fanatismo legato alla differenza religiosa o culturale, a essere ricoperte di vergogna, stigmatizzate, se non addirittura aggredite.
Le audizioni della Commissione Stasi (1) hanno evidenziato la gravità delle minacce che pesano su tali persone, alcune delle quali hanno voluto testimoniare in udienze private per tema di rappresaglie.
È accettabile che nelle cosiddette «periferie sensibili», le giovani donne siano insultate, se non addirittura violentate perché rifiutano di portare il velo? È accettabile che i professori siano ricusati per motivi di genere o a causa del loro sesso o del contenuto del loro insegnamento, per esempio sulla evoluzione della specie in biologia o il genocidio degli ebrei nella storia? È accettabile che, dal diritto legittimo a nutrirsi secondo le proprie consuetudini culturali, si possa scivolare a rivendicare tavoli di mense comunitariste?
Proibire non risolve tutto L'ingenuità non è di moda. Difendendo il diritto di indossare segni religiosi, soprattutto a
scuola, alcuni agiscono in buona fede, anche se palesemente non si rendono conto di quali siano le esigenze tipiche dell'ambito scolastico. Ma altri non sono per nulla degli ingenui chierichetti, bensì gruppi organizzati che coniugano l'uso sofistico più abile della retorica della libertà e della tolleranza, laddove non hanno ancora il potere, e le minacce abbinate a varie forme di violenza nei quartieri in cui di fatto detengono il potere. Rattrista il fatto che talune organizzazioni - peraltro dedicate alla difesa dell'ideale laico e delle libertà - siano ancora accecate e manifestino la loro ostilità nei confronti di una misura legislativa destinata a consolidare la laicità. Lo spirito laico è crollato contemporaneamente alla strenua difesa dei diritti (sociali) acquisiti?
È desolante dover assistere ad una confusione concettuale che induce a trattare come razzista qualsiasi analisi polemica di una religione.
Notiamo peraltro l'aberrazione di un tale stato confusionale. Il razzismo prende di mira un popolo in quanto tale. Quale popolo prende di mira la critica dell'islam? La popolazione araba? Essa è una minoranza demografica tra i musulmani... Il veleno dell'amalgama tra cultura e religione, o ancora tra religione e identità, falsa costantemente gli elementi della discussione.
Se diventa necessario trascinare in tribunale uno scrittore che mette in ridicolo l'islam, allora bisognerà bandire dalle biblioteche anche Voltaire, che scriveva «schiacciamo l'infame» a proposito del clericalismo cattolico, oppure Spinoza, che non trovava parole abbastanza dure per i teologi regressivi. Colonialismo, razzismo, discriminazione in nome dell'origine (sono) un'abiezione. D'accordo. Ma l'oppressione delle donne, l'imposizione del credo religioso, il marchio identitario esclusivo, la religione trasformata in dominio politico non sono anch'esse un'abiezione? E si dovrà tacere di fronte alle seconde abiezioni, col pretesto di lottare contro le prime?
Certamente, un provvedimento legislativo che vieti i segni religiosi palesi non risolve tutto - peraltro, non pretende neppure di farlo.
Ma salva lo spazio pubblico, comune a tutti, dal pericolo incombente se, in nome della tolleranza o di una presunta laicità «aperta» o «plurale», si arriva a frammentarlo, a fare concessioni ai comunitarismi, a spezzare l'unità di legge che, nella Repubblica francese libera i gruppi di pressione. La laicità non ha bisogno di aggettivi. Da dieci anni a questa parte, la cosiddetta laicità «aperta» si è dimostrata un fallimento. I rappresentanti del principale sindacato dei dirigenti d'impresa, al pari di numerosi professori, hanno dichiarato di essere stanchi di dover fare del «diritto locale», vale a dire di doversi consegnare alla geometria variabile dei rapporti di forza. E questo messaggio, e il grido di dolore delle donne che non rinnegano la loro cultura né la loro spiritualità, ma non intendono più essere asservite o minacciate ogni giorno, che la Commissione ha voluto ascoltare, proponendo una grande legge sulla laicità, applicando gli stessi criteri a tutte le religioni, che è come minimo inammissibile e falso presentare come una legge eccezionale e punitiva.
La Commissione Stasi non era favorevole di primo acchito all'idea di questa legge, anzi i membri vi sono arrivati seguendo un percorso molto libero, secondo scienza e coscienza. La sua composizione così variegata basta a ricusare qualsiasi processo alle intenzioni.
La
scuola laica è uno degli ultimi luoghi ad anteporre ciò che unisce tutti gli esseri umani a ciò che li divide. Proprio perché non è tenuta a incoraggiare il differenzialismo identitario o la discriminazione sessista, per motivi religiosi o di altra natura. Essa non nega peraltro le «differenze», come sostiene invece l'eterno ritornello caro a taluni personaggi, fra cui anche alcuni autentici antirepubblicani.
Essa si preoccupa semplicemente del fatto che il loro regime di affermazione sia compatibile con l'universalità dei diritti e con la libertà riconosciuta ad ognuno di definirsi, o anche di ridefinirsi, senza vedersi imporre necessariamente l'adesione e la fedeltà a un gruppo.
Studiare la matematica o la storia non è come andare a comprare i francobolli alla posta o prendere il treno. L'atteggiamento di ricerca e di apertura di fronte al sapere è incompatibile con l'affermazione perentoria di un'identità più fantomatica che liberamente scelta, soprattutto in un'età in cui ci si costruisce. La
scuola non è un luogo anodino, ed è inammissibile applicarle lo stesso regime di libertà che si ha per la strada o per la pubblica piazza. Molti studenti sono minorenni, e sembra irrealistico pretendere che dispongano pienamente di se stessi in quello che sono o in quello che fanno. Una bambina di tredici anni col velo che recita a memoria una sentenza del Consiglio offre un piccolo esempio di quello che può essere la «libertà degli scolari».
La concordia interna alla
scuola è dovuta in larghissima parte al fatto che gli allievi non pensano per prima cosa a darsi o a togliersi alcuni caratteri distintivi. Se lo facessero, per effetto di qualche pressione malevola, sarebbe doveroso non incoraggiarli. La regola non vieta l'espressione discreta di una fede o di una convinzione religiosa, ma proscrive invece qualsiasi manifestazione di appartenenza religiosa con una divisa o un segno. Alcuni provveditori scolastici hanno parlato di allievi raggruppati in base all'affinità religiosa nelle classi del liceo, con rischi di tensioni e di scontri che ne derivano. Un domani, migliaia di giovani donne saranno riconoscenti alla Repubblica francese per aver saputo tutelare il loro diritto di recarsi a scuola a capo scoperto e di sedersi al fianco dei ragazzi, da pari a pari.
Sarebbe meglio non contrapporre in questa sede il dialogo della persuasione educativa alla legge, come se dovessero escludersi a vicenda. Non si può dialogare e persuadere quando, nello stesso tempo, ci si impegna in un braccio di ferro che si propone sostanzialmente di mettere alla prova la resistenza della laicità e della repubblica. È la legge quindi a permettere un autentico dialogo, perché allora il destino della norma non sarà più in gioco. Sappiamo tutti che il percorso pedagogico non può procedere di pari passo con una prova di forze.
E come si può credere a coloro che rivendicano il dialogo a
scuola, senza proibizione del velo, mentre in alcune città le ragazze che hanno scelto di andare a capo scoperto sono prese a sassate o insultate?
Certo, la laicità non è onnipotente. Essa fa valere i diritti e contemporaneamente i doveri. Ma esistono situazioni sociali che rendono poco credibili i diritti e, pertanto, aiutano poco e male coloro che ne sono vittime ad assumersi i propri doveri nei confronti della Repubblica laica.
Sarebbe ingiustificato trarne la conclusione che le esigenze della laicità siano illegittime, e rinunziare ad affermarle. Tanto che, in numerosi casi, non è in gioco l'ingiustizia sociale, bensì un progetto politico di opposizione alla laicità. Resta comunque il fatto che la preoccupazione di affermare la laicità non può prescindere dalle condizioni sociali che le danno credibilità.
La lotta politica contro la violenza integralista deve essere intesa come la preoccupazione di promuovere una coscienza lucida delle cause reali dei problemi, al posto di una diagnosi fallace che pone sotto accusa la modernità, la Repubblica e l'emancipazione laica. Ci troviamo di fronte ad una situazione abbastanza simile a quella che descriveva Marx, allorché attaccava non qualsiasi coscienza religiosa, bensì la religione utilizzata come «supplemento di anima in un mondo senz'anima».
In Gran Bretagna, il fatto che lo stato e i servizi pubblici si siano ritirati dalle «periferie difficili» ha avuto l'effetto oggettivo di «delegare» la questione sociale agli integralisti religiosi, che si riempiono la bocca di discorsi anticapitalisti. Occorre tener presente tale esempio, e trarne le conseguenze per il nostro paese.
L'integralismo religioso è in realtà complice della deregulation liberista ad oltranza che attualmente provoca tanti disastri. Oggettivamente, in quanto evita con cura di formulare la diagnosi esatta, che deve mettere in discussione soltanto il capitalismo. Soggettivamente, in quanto il mantenimento di una coscienza mistificata che considera ineluttabile la globalizzazione capitalista liberista, volendovi cogliere, in un amalgama disonesto, l'unica manifestazione possibile della modernità, provoca la disperazione, negando la possibilità di una reale alternativa sociale, e si limita a proporre la carità come se fosse la panacea di tutti i mali.
Sarebbe quindi più che mai opportuno riattivare contemporaneamente le leve autentiche dell'emancipazione umana: la lotta sociale e politica contro tutte le deregulations capitaliste e per potenziare i servizi pubblici, che producono solidarietà e non carità; lotta per una emancipazione intellettuale e morale di tutti, affinché una coscienza illuminata delle cause reali consenta di resistere al fatalismo ideologico; lotta per l'emancipazione laica del diritto, garanzia di libertà di tutti gli essere umani, che così arrivano ad una autentica autonomia etica - scegliere il proprio stile di vita, la propria sessualità, il proprio tipo di relazioni con gli altri nel rispetto di leggi comuni, accedere liberamente alla contraccezione o all'interruzione volontaria di gravidanza (Ivg).
La trappola differenzialista Si potrà obiettare che le disparità sociali e culturali delle famiglie pregiudicano l'eguaglianza delle opportunità cui contribuisce la
scuola pubblica e laica. Certamente. Ma la diagnosi non pone in discussione la scuola in quanto tale: rimanda alle ingiustizie sociali, e invoca pertanto un'azione adeguata.
L'esistenza di discriminazioni, riflesso di un razzismo diffuso e persistente, deve essere considerata nel contesto stesso in cui si pone la nostra riflessione, come tutto ciò che rende fragile la laicità.
Tra l'altro, la discriminazione sul lavoro, spesso subita senza reagire, può indurre le vittime a perdere ogni fiducia nel modello repubblicano e nei valori ad esso sottesi. Allorché la
scuola laica esalta l'emancipazione e si sforza di realizzarne le condizioni intellettuali, la società civile introduce invece un altro elemento di ineguaglianza. Non bisogna stupirsi, quindi, che una sorta di coscienza vittimista induca a valorizzare a contrario l'origine così stigmatizzata, se non addirittura a mitizzarla con il fanatismo della differenza. A questo punto il rischio della deriva comunitarista non è certo lontano. È necessario evitare che la nobiltà dei principi sia smentita dalla bassezza della prassi. Perché la laicità non è un incidente di percorso nella storia della Francia, ma costituisce invece una conquista da tutelare e valorizzare, su scala universale.



note:

* Filosofo, professore incaricato presso l'Istituto di studi politici di Parigi, membro della Commissione Stasi, autore di Che cos'è la laicità?, coll. Folio Actuel, Gallimard, Parigi, 2003................

(1) Dal nome del suo presidente, Bernard Stasi, mediatore della Repubblica francese dopo il 1998. Composta da 20 membri, questa commissione di studio sull'applicazione del principio di laicità è stata costituita il 3 luglio 2003 dal presidente della Repubblica, Jacques Chirac.
Ha presentato le conclusioni del suo lavoro l'11 dicembre scorso.
(Traduzione di R. I.)

 

 

Torna alla pagina principale