FISICA/MENTE

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Il rifiuto della Seine-Saint-Denis


di Sandrine Garcia, Franck Poupeau e Laurence Proteau*


Gli scioperi nelle scuole della Seine Saint Denis (alla periferia nord di Parigi, ndt) sono iniziati ai primi di marzo di quest'anno, dopo l'annuncio del ministro della pubblica istruzione, della ricerca e della tecnologia, Claude Allègre, di un piano di recupero per il dipartimento. Questo piano faceva seguito a un rapporto redatto dal rettore Fortier, che invece di analizzare le cause del fallimento scolastico preferiva fare constatazioni rattristate e proposte irrisorie. Vari fattori spiegano l'ampiezza e la durata della contestazione: l'insufficienza delle soluzioni proposte, la consapevolezza degli insegnanti di non poter tornare in classe senza aver ottenuto qualcosa (pena il discredito delle forme di rivendicazione legali), e non va dimenticato l'atteggiamento sprezzante del ministro (sette settimane di conflitto e più di nove manifestazioni prima che un incontro abbia potuto aver luogo...). In ogni caso, al di là della gestione della faccenda da parte delle strutture ufficiali, bisogna interrogarsi sull'orientamento della politica scolastica in Francia.
Il governo, scommettendo su un rapido esaurimento del conflitto, non ha valutato nella giusta misura il peso sociale degli scioperi. Non si tratta affatto di una lotta corporativa di cui gli allievi sarebbero le vittime (vittime, del resto, lo sono già, visto che il tasso di riuscita a tutti gli esami è di gran lunga inferiore alle medie nazionali). Al contrario, si è sviluppato un movimento sociale di carattere eccezionale: fin dall'inizio, le famiglie hanno appoggiato gli insegnanti e occupato assieme a loro le scuole per lottare contro le ineguaglianze nel campo dell'istruzione e per chiedere allo stato un impegno a ristabilire la giustizia. Anche il personale dell'insegnamento superiore e della ricerca ha appoggiato questa difesa del servizio pubblico (1).
L'annuncio che le misure indicate dal rapporto Fortier implicavano "una deroga per garantire fino al 2003 il mantenimento integrale dei mezzi sia per quanto riguarda il personale che i finanziamenti" ha inquietato soprattutto chi era preoccupato non solo per la situazione specifica del dipartimento della Seine Saint Denis ma anche per la pubblica istruzione in generale. Poiché, mentre le riduzioni di bilancio sono giustificate su base nazionale a causa del calo demografico, si pretendeva di favorire un dipartimento largamente discriminato... non riducendone i finanziamenti. E invece di accordare maggiori fondi per permettere la creazione di un numero sufficiente di veri posti di lavoro, il ministro ha proposto in un primo tempo una semplice redistribuzione di bilancio.
Anche se alla fine il numero di posti promessi dal governo sembra importante (tremila in tre anni), rimane però al di sotto dei bisogni reali: complessivamente, la politica di stabilizzazione della spesa pubblica contraddice l'obiettivo, fissato ormai da più di dieci anni, di portare l'80% di una generazione a conseguire il baccalauréat (la nostra maturità, ndt). Un obiettivo che aveva suscitato aspirazioni alle quali gli allievi della Seine Saint Denis non sono disposti a rinunciare, anche se hanno l'impressione di essere stati presi in giro: dal prolungamento della scolarità si attendono un effetto concreto sul loro destino sociale, mentre le autorità sembrano soprattutto vedervi un mezzo per ritardare l'entrata sul "mercato della disoccupazione"...

Il discorso conservatore sull'"abbassamento del livello scolastico" considerato una conseguenza dell'accesso agli studi superiori di categorie sociali che un tempo erano escluse nasconde l'insufficienza dei mezzi educativi stanziati dopo gli anni 80. E' troppo facile imputare all'elitismo repubblicano la causa dello scacco scolastico, quando per ridurlo bisognerebbe intanto cominciare a dotarsi di mezzi per seguire meglio gli allievi. Il problema non è soltanto quantitativo, ma lasciando immutate le condizioni di trasmissione dei saperi, si incitano gli insegnanti a ripiegarsi su esigenze scolastiche qualitative. In seguito non resta altro che mutare pedagogia in nome di un "adattamento al nuovo pubblico"...
Ghetti scolastici Questo approccio favorisce nuove forme di selezione e contribuisce più a rafforzare le ineguaglianze che un vero e proprio rinnovamento pedagogico. Orientando verso tipi di studi valorizzati in modo diseguale, la "massificazione" del sistema nasconde la ghettizzazione e differisce solo nel tempo l'eliminazione. Gli allievi della Seine Saint Denis hanno capito benissimo il disprezzo sociale sottinteso in questa retorica : il "bac 93" (la maturità conseguita in un istituto scolastico della Seine Saint Denis, dipartimento numero 93, ndt), contro il quale si sono mobilitati, non era stato certo annunciato ufficialmente, ma l'idea di non imporre più nelle scuole pubbliche un identico programma, e permettere invece di adattarlo alla situazione locale, è molto di moda. La tendenza alla dissoluzione degli obiettivi nazionali viene rafforzata dalla politica delle scuole sperimentali, che dovrebbero rinnovare l'approccio pedagogico.
Allo stesso modo, l'invito rivolto ai licei e alle scuole medie a farsi concorrenza fa riferimento più a una visione liberista della società che alla volontà di promuovere l'eguaglianza delle possibilità. Questa logica favorisce l'omogeneizzazione sociale nell'iscrizione a certi istituti scolastici e, attraverso la ghettizzazione scolastica, accentua il declassamento sociale : nella Seine Saint Denis, la fuga verso Parigi o verso le scuole private degli allievi delle classi medie ne è un esempio significativo. Gli indesiderabili dei licei in seguito si arenano nelle università che non praticano la selezione all'entrata e, all'interno di esse, nei corsi di studio ritenuti più "aperti" : vale a dire quelli meno valorizzati.
Ma il discorso secondo il quale basterebbero dei buoni professori per farla finita con il fallimento scolastico ha il vantaggio di non costare nulla. Fustigando gli insegnanti e le loro pratiche pedagogiche "inadatte", ogni voce discordante viene assimilata al conservatorismo, al corporativismo e all'immobilismo. La retorica della "modernizzazione" del servizio pubblico ha come effetto (e senza dubbio come fine) di dissimulare il fatto che la restrizione dei finanziamenti per la
scuola pubblica viene imposta dalla costruzione dell'Europa liberista.
La politica condotta dal governo comporterà, a termine, la rimessa in causa del carattere nazionale dell'istituzione scolastica. Bisogna prendere sul serio Allègre quando dichiara : "voglio instillare lo spirito di impresa nel sistema educativo" (2). Già ora è possibile osservare nella
scuola l'introduzione di forme di management e di valutazione proprie del campo economico. Nozioni tipo "competenza", "valutazione", "sapersi comportare", "contratto", "progetto", "obiettivi", legittimati da una razionalizzazione pseudoscientifica, ricercano esplicitamente l'efficacia e la redditività. Il riavvicinamento tra la scuola e l'impresa mostra chiaramente l'Opa avviata dal mondo economico sul sistema educativo con la complicità dei poteri pubblici che si sono susseguiti. L'individualizzazione dell'apprendimento e del cursus anticipa così quella delle carriere; l'autovalutazione (alla base dell'ideologia delle competenze), predispone all'accettazione della legittimità delle classificazioni e permette di rendere socialmente accettabili le gerarchie scolastiche e professionali.

L'estensione della ragione e del calcolo economico minaccia l'autonomia del sistema educativo e prepara l'adattabilità del futuro lavoratore: a quando un piano sociale per le "fabbriche educative" che trascurerebbe i criteri di redditività, in nome di un ideale, ormai desueto, di istruzione per tutti? A questo ci avviciniamo un po' quando il rapporto Attali (una proposta di riforma della scuola secondaria, ndt) propone di valutare più frequentemente le università, brandendo l'arma delle sanzioni di bilancio. Le timide smentite del ministro non fanno scomparire l'ipotesi della deregolamentazione: la riforma annunciata della gestione dei trasferimenti (decentramento) permetterà il reclutamento a livello locale, a discrezione dei presidi, e faciliterà una "gestione delle risorse umane" simile a quella in atto nelle imprese. Con il pretesto dell'autonomia, il preside diventa quasi un dirigente d'azienda, con potere di assunzione e di gestione delle carriere (3).
Cosa fare dei "selvaggi"?
Dopo una consultazione che è servita solo a legittimare le idee del promotore di questo progetto di riforma, il pedagogo Philippe Mairieu, adesso si vuole dirimere le questione dei saperi da trasmettere. Mentre alcuni continueranno ad acquisire conoscenze sempre più necessarie, gli altri saranno destinati a "zone di socializzazione prioritarie": per chi ha già difficoltà scolastiche, significherà meno ore di
scuola e più di animazione socio-culturale In seguito, con la scusa di voler trasmettere un'idea di cittadinanza ricca di elementi civili, non rimarrà altro che promuovere corsi di educazione civica (4) per mantenere calmi e al loro posto coloro che un ministro socialista ha chiamato "piccoli selvaggi". Riducendo la questione scolastica a un problema pedagogico e amministrativo, il governo legittima la propria politica di riduzione della spesa. Ma, soprattutto, occulta le logiche sociali che conducono al fallimento scolastico, scaricando sulla scuola ogni responsabilità degli effetti sociali che una politica neo-liberale non può mancare di produrre nelle zone ghettizzate. E questo succede dove le persone sono meno "cittadini" che altrove, lì dove ci sono meno mezzi, meno conoscenze e meno avvenire che altrove.




note:

* Ricercatori in scienze sociali, membri dell'Associazione Raisons d'Agir.

(1) Cfr. il "Manifesto per il diritto all'istruzione in Seine Saint Denis", pubblicato da Le Monde, 1 aprile 1988.

(2)
Les Echos, 3 febbraio 1998. Cfr. qui accanto l'articolo di Gérard de Sélys.

(3) Nel rapporto Attali viene anche previsto che i rettori dell'università scelgano il proprio personale.

(4) Cfr. il supplemento al Bulletin officiel del 9 aprile 1998, dove Ségolène Royal, ministro con la delega alla
scuola, propone "iniziative cittadine per imparare a vivere assieme", dove il moralismo si apparenta all'intruppamento.

 

 

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