Non mi ritrovo per un semplice motivo: da anni lavoro nella scuola ma non supplisco nessuno.
In gergo: occupo un posto vacante.
Mi sono abilitata con il concorso ordinario del 1990 e da allora, tranne che per qualche sporadico anno ho occupato un posto di lavoro di cui nessun altro era titolare. Ho seguito classi ogni anno diverse, in scuole diverse, ed in province d’Italia spesso diverse, dall’inizio alla fine dell’anno scolastico, come un qualsiasi titolare avrebbe fatto, con tutte le mansioni e responsabilità ad egli assegnate ma con uno stipendio di un lavoratore che si trovi sempre al primo anno di lavoro.
Come bisognerebbe chiamare un tale lavoratore?
Direi, precario!
Questa è una definizione che avverto, mio malgrado, più calzante, alla mia realtà.
Mi capita spesso di imbattermi in persone che con molta fatica riescono a ritenere plausibile una cosa del genere, per tanti motivi. Per lo più si sostiene che è inammissibile che il datore di lavoro assuma nuovo personale a tempo determinato se di quel lavoratore ha bisogno per un tempo reiterato .……e si parla di anni e anni!
Ebbene, nella scuola può succedere! La Corte Costituzionale, a seguito di un ricorso proposto dai precari, ha affermato che ciò è possibile e legittimo.
Ripercorrere la storia della legislazione in materia di precariato scolastico sarebbe lungo ed estenuante. In particolar modo, richiamare leggi e regolamenti ministeriali di recente emanazione sulla suddivisione in graduatorie dei precari, oltre che faticoso, e comprensibile forse solo agli “addetti ai lavori” precari, sarebbe avvilente, poiché tali interventi normativi e la loro successione testimonierebbero la precisa volontà del legislatore, in perfetto accordo con l’esecutivo, di giungere alla divisione del precariato in mille sottocategorie dagli interessi contrapposti ed in quanto tali non coordinabili per un’azione comune che fosse in contrasto con la volontà dei governi.
Sintetizzo i fatti affermando solamente che lo stravolgimento continuo e retroattivo di ogni criterio giuridico sulla valutazione dei vari sistemi abilitanti all’insegnamento ha raggiunto livelli parossistici che hanno messo e mettono tuttora a dura prova la psiche di “storici” precari della scuola.
La reazione immediata che ha colto gran parte di noi tutti è stata purtroppo quella di sentirsi discriminati in quanto avevamo conseguito il titolo ad insegnare attraverso sistemi abilitanti ritenuti di maggiore o minore valore formativo.
Nulla di più fuorviante, a mio avviso!
Se l’obiettivo di chi governa la scuola fosse stato veramente quello di coltivare una migliore formazione dell’insegnante allora avremmo potuto anche crederci. In realtà l’obiettivo centrale è stato quello di ridurre la spesa pubblica per la retribuzione del personale, e con essa il personale stesso e le spese per il reclutamento mediante concorso pubblico - secondo quanto detta la Costituzione - nonché di spostare l’onere della formazione dallo Stato al singolo cittadino che sceglie di essere maestro o professore.
Nascono così le finanziarie – a partire da quella per il 1998 – che prevedono il taglio
degli organici e, quasi contestualmente, le scuole di specializzazione
universitarie (SSIS) a carico del laureato che intende seguirle;
l’accorpamento delle classi di concorso per una più agevole mobilità interna
del personale; il concorso riservato aperto al personale di ruolo che così si
ritrova riconvertito e pronto per eventuali necessità di mobilità interna.
Giunge poi la ministra Moratti che pensa bene, come primo atto del suo governo, di unificare le fasce di abilitati con ordinario, riservato e SSIS facendo fare un balzo in avanti agli abilitati SSIS che non siano stati al tempo stesso studenti e lavoratori, e di procedere con ulteriori manovre al taglio degli organici, non ultima quella della riduzione dei curricoli contenuta nell’attuale riforma che porterà, ahimè!, il suo nome.
Che peso che dovrà portarsi sulle spalle la storia!
Tra le altre cose, e per evidenziare quanto detto in precedenza su scelte di formazione e reclutamento, nella legge di riforma, che la ministra ha solertemente provveduto ad inviare a ciascun insegnante, esiste l’art. 5, nel quale si precisa, rimandando ai decreti attuativi di cui abbiamo avuto un primo assaggio di recente, che la formazione iniziale dell’insegnante sarà affidata esclusivamente alle Università e che “ coloro che hanno conseguito la laurea specialistica, ai fini dell’accesso nei ruoli organici del personale docente delle istituzioni scolastiche, svolgono, previa stipula di appositi contratti di formazione lavoro, specifiche attività di tirocinio…”.
Nulla sui comitati di valutazione dei contrattisti.
Abbiamo ragionevoli motivi per ipotizzare una valutazione da parte dell’istituzione scolastica con a capo il dirigente.
Bell’affare se non ci si comporta in maniera “conforme” alle aspettative…. o alle richieste, se vogliamo!
Pluralismo? Esisterà. Certamente! Ma in realtà scolastiche nettamente separate tra loro piuttosto che all’interno della stessa istituzione.
E il precario aspirante ai ruoli dello Stato, se vorrà lavorare dovrà adeguare il proprio modo di pensare a quello dell’istituzione di cui sarà “ospite”.
……e la mente va alla frase pronunciata da Sergio Cofferati al Foro Romano in occasione della manifestazione del 23 marzo 2002:
“E’ evidente ai nostri occhi il disegno di
indebolire, impoverire e rendere marginale il ruolo della scuola pubblica in
questo paese. Una scuola pubblica più debole può facilmente arrendersi alla
logica del mercato e persino ad una visione cinica della vita……Ma è
questa la prospettiva di vita che i padri possono indicare ai loro figli? Noi
non lo abbiamo mai pensato”.
Sorvolo, volutamente e necessariamente - anche se la mente
fatica ad uscire da quel contesto – sui provvedimenti di legge passati e
recenti che nell’ambito del “riordino” conducono e condurranno ad un
copioso cambio della guardia per ciò che riguarda l’estrazione culturale
dell’insegnante; e mi riferisco all’immissione in ruolo degli insegnanti di
religione cattolica, al transito degli insegnanti, chiamati ad personam dagli
istituti cattolici, nelle graduatorie pubbliche e laiche, garantiti dall’aver
acquisito pieno punteggio nelle scuole di provenienza ed a seguito della legge
di parificazione scolastica.
Ma torniamo alla questione specifica del precariato, soffermandoci su un articolo, passato molto sotto silenzio, contenuto nell’ultimo CCNL sottoscritto dal governo, dai sindacati confederali e dallo SNALS.
Si tratta dell’art.33 che, a mio avviso, ma non solo,
attesta molto chiaramente la tendenza ad una sempre
maggiore precarizzazione del lavoratore della scuola, accompagnata dal
dimensionamento degli organici. Quel che è grave, per non dire sconvolgente, è
che tale articolo faccia parte di un contratto sottoscritto da sindacati che per
definizione dovrebbero opporsi ad ogni forma di ingiustificato licenziamento ed
all’offesa della dignità personale e professionale del lavoratore, e per di
più da sindacati che si proclamano contro la precarizzazione ed il selvaggio
mercato del lavoro.
L’art. 33 recita:
1.
Ad integrazione di quanto previsto dall’art. 26, il personale docente può
accettare, nell’ambito del comparto scuola, rapporti di lavoro a tempo
determinato in un diverso ordine o grado d’istruzione, o per altra classe di
concorso, purché di durata non inferiore ad un anno, mantenendo senza assegni,
complessivamente per tre anni, la titolarità del proprio posto.
2.
L’accettazione dell’incarico comporta l’applicazione della relativa
disciplina prevista dal presente CCNL per il personale assunto a tempo
determinato.
Traduco
con un esempio per i non addentrati nel linguaggio politico-sindacale,
scusandomi con tutti gli altri.
Immaginiamo,
senza dover impiegare troppa fantasia, un insegnante a tempo indeterminato delle
scuole elementari che dovesse trovarsi in una situazione di esubero.
In
virtù dell’articolo suddetto, egli/ella può temporaneamente, per non meno di
un anno e per un massimo di tre anni, occupare un posto di lavoro vacante nelle
scuole superiori, mantenendo la titolarità del posto di provenienza, percependo
sempre lo stipendio di maestro (è risaputo che lo stipendio dei maestri è
inferiore a quello dei professori), ed essendo sottoposto alla disciplina
prevista per un precario anziché per un insegnante a tempo indeterminato così
come direbbe il suo inquadramento contrattuale originario.
La
maggiore precarietà dell’insegnante mi sembra evidente, ma aggiungiamo: chi
avrebbe altrimenti occupato il posto vacante delle superiori?
Naturalmente
il precario, che magari, quel posto, l’aveva occupato per un decennio. Io, ad
esempio.
Precario,
che, senza colpo ferire, si ritroverà disoccupato nella più assoluta
inconsapevolezza dell’opinione pubblica e senza possibilità di difesa alcuna
da parte sindacale…..quel precario che ha magari votato per la salvaguardia
dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori.
L’articolo non può che essere
inteso, quindi, come strumento per contribuire al “riordino” del personale
in esubero a seguito della “soppressione” di posti di lavoro operata dal
governo con strategie di varia natura.
Le parole che ho racchiuso tra
virgolette, inoltre, non sono inventate da me, ma fanno parte dell’accordo
governo-sindacati (sempre quelli di prima) sul pubblico impiego sottoscritto il
4 febbraio 2002 e che ha visto morire sul nascere lo sciopero in difesa della
scuola pubblica previsto per il 15 febbraio e, almeno per quella volta,
proclamato da tutti i sindacati del comparto scuola, nessuno escluso,
all’indomani dell’insediamento del governo in carica.
Il comma 8 dell’accordo
suddetto recita:
“In relazione agli
interventi normativi relativi alla delega per la riforma dell’organizzazione
del Governo, nonché di enti pubblici, il Governo si impegna ad attivare un
tavolo di confronto con i sindacati per quanto concerne i provvedimenti di
attuazione aventi riflessi sull’organizzazione delle strutture delle
amministrazioni e degli enti interessati ai processi di riordino, fusione o
soppressione. Per quanto riguarda le ricadute sul personale conseguenti a questi
ultimi processi di riordino si attivano le procedure di cui al punto 6.”
Punto 6:
“(…) Il Governo, tramite
il Ministro per la Funzione Pubblica, promuoverà accordi contrattuali per
prevenire eventuali eccedenze di personale, individuando le condizioni
economico-normative necessarie alla soluzione di eventuali problemi
occupazionali”.
Concludo dicendo sarcasticamente,
ma dicendo il vero, che evidentemente i precari non fanno parte del personale
della scuola e non fanno parte di coloro che hanno problemi occupazionali.
Aggiungo pure che
l’individuazione delle condizioni economico-normative per risolvere eventuali
problemi occupazionali degli assunti a tempo indeterminato, per la quale questo
Governo si era impegnato, sono sfociate nella legge 212/2002 (prima decreto) la
quale prevede la riconversione, ed in caso di esito negativo o rifiuto del
lavoratore a raggiungere la sede indicata, l’applicazione del decreto 165 del
marzo 2001, il quale a sua volta prevede la messa a disposizione del lavoratore
con uno stipendio pari all’80 % della retribuzione e per un massimo di 24
mesi.
Dopo di che?
La legge non mi pare lo dica, ma
non è difficile da immaginare.
Torno di nuovo ai precari ed alle
scelte sindacali, anche se non è facile scindere la problematica specifica del
precario da quella del precarizzando.
Mantenere/eliminare i precari per
“riordinare” gli insegnanti a tempo indeterminato in soprannumero equivale
ad una scelta politica ben precisa, in linea con le regole liberiste del mercato
del lavoro, e la cosa assume una connotazione grave oltre che nei confronti del
singolo lavoratore, qualsiasi sia il suo inquadramento contrattuale, per il
significato politico che cela.
Ma procediamo.
Partiamo dal fatto che i tagli
sono un fenomeno oggettivo ed immodificabile, per lo meno allo stato attuale, e
che quindi, secondo il governo, parte dei lavoratori della scuola debba essere
estromessa. Cosa ci si sarebbe atteso dal sindacato?
Assecondare la politica liberista
di utilizzare i posti vacanti per il “travaso” degli esuberi è
un’operazione molto semplice. Più difficile ma molto più significativo ed
importante per un sindacato, sarebbe stato non collaborare in quest’intento
del governo, e giungere al momento della gestione degli esuberi secondo principi
propri della lotta sindacale.
Mi spiego: in tale contesto il
governo avrebbe dovuto procedere a licenziamenti riconosciuti tali già nella
loro definizione. Poiché provvedimenti impopolari, sarebbe stato, per esso,
molto più difficile metterli in atto; più difficile di quanto non lo sia,
invece, l’affermarsi del licenziamento di un precario che passa invece sotto
silenzio, poiché il precario, di norma è licenziato quando non serve.
Il sindacato avrebbe dovuto
quindi battersi contro i licenziamenti degli assunti a tempo indeterminato, come
sempre ha dovuto fare ed in tutti i contesti lavorativi, poiché questa è la
sua funzione primaria.
E invece cosa ha fatto?
Scegliendo di difendere una categoria di lavoratori piuttosto che un’altra ha,
di fatto, collaborato all’affermazione dei principi liberisti…..senza
considerare che la percentuale parziale, oggi limitata al 50%, stabilita
contrattualmente per la mobilità professionale e territoriale, in assenza di
immissioni in ruolo che si protrae per anni, si tramuta automaticamente in un
100%. Ed anche quest’ultima operazione mi sembra volta al riordino del
personale ed all’esclusione del precario attuale.
Qualche mese fa, il Governo,
mentre cominciava a “navigare in acque cattive”, ha deciso per
l’immissione in ruolo di 15.000 insegnanti ed ATA.
Reazione immediata dei sindacati:
“Inversione di tendenza”(alcuni).
“Inversione di tendenza ma troppo poche” (altri).
Reazione immediata di esponenti
della sinistra DS i quali, probabilmente, non conoscono il significato concreto
di quella cifra, a differenza del sindacato che invece lo conosce bene poiché:
ATA, compresi i LSU, + insegnanti in tutt’Italia e per tutti i gradi ed ordini
scolastici = una miseria di posti di lavoro che non farà altro che determinare
ulteriori divisioni tra il personale della scuola, anche perché non è dato
conoscere gli organi competenti per la ripartizione degli stessi.
Ma torniamo alle dichiarazioni
dei politici di sinistra:
Da fuoriregistro del 15-11-2003
“Dopo 2 anni di blocco totale delle nomine a tempo
indeterminato il Governo ha deciso la copertura di 15.000 posti per i docenti e
per gli ATA. Si tratta di un primo risultato positivo della lotta dei precari,
delle organizzazioni sindacali e dei gruppi parlamentari DS che in tutti questi
mesi hanno denunciato e incalzato l'inerzia governativa.
(…)
Si tratta anche di un risultato che nasconde, almeno per
i docenti, una grave manovra politica quella di subordinare le nomine, previste
per il prossimo mese di luglio, all'approvazione del DDL governativo sul
rifacimento delle graduatorie permanenti.
(…)
Si tratta di una proposta semplice ed efficace su cui si
misurerà nei prossimi giorni la vera volontà di questo Governo di affrontare
un così grave fenomeno che colpisce il funzionamento del sistema scolastico.”
Reazione immediata di insegnanti precari decennali che
dall’approvazione del DDL sul riordino della graduazione degli insegnanti non
avrebbero comunque molto da guadagnare o perdere:
“Né sindacalista, né politico ma precario della
scuola.
Oltre al danno la beffa.
Da diverse parti l’immissione in ruolo di 15.000 precari ATA ed insegnanti è
stata definita “inversione di tendenza” o “risultato non ancora del tutto
adeguato” a seconda del credito (mediatico) che vuole essere attribuito
(indotto) rispetto al governo in carica e futuribili governi.
- Blocco dei tagli in corso d'opera
- Ripristino delle cattedre con le ore a disposizione
- Annullamento della legge 53 e recupero del tempo pieno e di quello prolungato
gratuiti
- Riformulazione delle classi con un numero "decente" di alunni e nel
rispetto della 626
- Immissione in ruolo su tutte le cattedre vacanti
- Passaggi di cattedra e trasferimenti solo a seguito di analoghi passaggi e
trasferimenti (scambi)
QUESTO SAREBBE STATO UN SEGNALE DI INVERSIONE DI TENDENZA!!!!
Dire 100.000 immissioni in ruolo a seguito di tagli e rimaneggiamenti che hanno
sconquassato la vita di lavoratori decennali, potrebbe essere, oggi, più un
obiettivo politico che l'obiettivo di un sindacato per il quale il lavoro di
ciascun lavoratore (che non è un numero ma una PERSONA) dovrebbe essere tenuto
in rispettosa considerazione.
Gli obiettivi che ho riportato in alto, sono stati rivendicati, uno alla volta,
da tutti i sindacati o da alcuni di loro, ed anche compresi ed appoggiati dai
politici dell'opposizione in particolare.
Abbiamo scioperato e manifestato tutte le volte che ne abbiamo avuto
l’opportunità.
Arrivati al dunque, però, si dimentica l’insieme trascorso e si attende di
verificare (?)
>>….la vera volontà di questo Governo di affrontare un così
grave fenomeno (quello del precariato) che colpisce il funzionamento del sistema
scolastico<<
Per noi precari però, l’insieme trascorso, è indimenticabile. Esso è
indelebilmente scritto nella nostra storia di vita di ansiosi nomadi in un paese
stracarico di disoccupazione, per i quali gli standard di personale della scuola
pubblica di altri paesi europei, che per giunta hanno gettato in pasto ai cani
la formazione di migliaia e migliaia di bambini e studenti, non hanno alcun
significato.”
Ecco il cruccio dei precari! Che
non siamo io e qualcun altro, ma siamo in tanti.
Magari, ad insegnare siamo un
po’meno di quanti eravamo, dati i tagli all’organico, ma al nostro posto ci
sono e ci saranno gli insegnanti precarizzati in perenne inquietudine.
In compenso i sindacati ci
chiamano al voto per le RSU, dopo essersi “scannati” l’uno con l’altro
per avere, finché dura, la rappresentanza nelle scuole.
La seguente è stata la nostra
risposta in occasione delle elezioni con l’invito al presidente del seggio di
inoltrarla ai sindacati al posto del nostro voto:
PRECARI e difesa
dei diritti sindacali
Quella di oggi - elezione
delle RSU - è per noi precari un’altra occasione per sottolineare
la ormai palese negazione del diritto primario alla dignità professionale e
personale del lavoratore: LA NEGAZIONE DELL’INDIVIDUO SE NON INTESO COME
FUNZIONALE AD UN SISTEMA CHE DI LUI HA BISOGNO.
Voi tutti sapete che essere precario oggi non
significa più transitare dalla normale “gavetta”, termine che gli
insegnanti di ruolo amano citare e ricordare come un loro trascorso, come una
fisiologica fase di transizione attraverso la quale, agli albori della loro
carriera, sono passati quasi tutti (chi per un anno, chi per due, anche magari
per cinque….ma non oltre un decennio e senza speranza di poter “vedere
terra”!).
Oggi, essere precario della scuola significa
occupare un posto disponibile in attesa che abbiano luogo le operazioni di
“riordino, soppressione e fusione” – termini rinvenibili nell’accordo
governo-sindacati di poco più di un anno fa –, che cancelleranno il suo ruolo
ed il suo posto di lavoro indirizzandolo verso altre situazioni di precarietà o
verso la disoccupazione.
L’assoluta inconsistenza del diritto del
lavoratore precario è testimoniata, in questa occasione, dal fatto che egli è
elettore RSU ma non può essere eletto.
Ci chiediamo quindi che peso abbia per noi
precari la contrattazione della distribuzione dell’orario di servizio nel
corso della settimana o dell’individuazione del giorno libero settimanale o di
altre piccole cose, a fronte del licenziamento ricorrente in corso d’anno e
dello spettro continuo della disoccupazione definitiva che si protrae, nel
migliore dei casi, per decenni di vita lavorativa.
Saremmo stati contenti se avessimo potuto far
sentire la nostra voce dall’interno del sindacato o della comunità di
docenti, da soggetti di diritto e non da oggetti, ma perché ciò accadesse
sarebbe stata necessaria la volontà dei vertici sindacali di accoglierci
all’interno dei direttivi e combattere la nostra imminente espulsione da un
impiego che, a breve, sarà sempre più soggetto al diritto privato e non a
quello pubblico, sempre meno collettivo e più individuale, per tutti.
Così non è stato e non accenna ad essere.
In compenso, i sindacati continuano a misurare
la rispettiva forza, per tutti decrescente, contandosi attraverso i voti alle
varie sigle e facendosi concorrenza nel presentarle. Nascono inoltre nuove liste
dei dirigenti (datori di lavoro o lavoratori dipendenti?)
e delle alte professionalità docenti (?) che attendono anche il voto dei
precari ai quali si promette implicitamente tutela in termini di maggiore
possibilità di assunzione in caso della paventata chiamata diretta del
personale: altro spettro che si presenta ai nostri occhi dall’analisi del
procedere della ristrutturazione del sistema di pubblica istruzione da qualche
anno a questa parte.
Per denunciare l’assoluta mancanza di una
politica sindacale volta a sanare la tendenza ad una sempre maggiore
precarizzazione dei lavoratori, i precari di questa scuola scelgono oggi di
rinunciare ad una partecipazione democratica importante – IL VOTO – per
partecipare invece alla denuncia della negazione dei fondamentali diritti che
caratterizzano una collettività democratica e trasparente.
In sintesi, I PRECARI DI QUESTO ISTITUTO NON
VOTANO PER LE RSU IN QUANTO:
1)
non si sentono affatto “rappresentati” da alcun sindacato, visto che
nessuno fra i tanti ha fino ad ora affrontato seriamente la lotta alla
precarizzazione dei posti di lavoro nella scuola;
2)
non avendo per ovvi motivi, il diritto di essere eletti nelle stesse
votazioni, ritengono comunque di essere vittime di una preoccupante crepa
democratica, che li relega di fatto in una condizione di non pari dignità, da
casta immonda;
3)
si sentono anno dopo anno sempre più esclusi dalla partecipazione alle
attività degli Istituti in cui si trovano ad operare temporaneamente, come
ospiti utili ma appena tollerati, in un’assurdità che sottrae al loro impegno
ogni possibilità di aderire con entusiasmo a progetti ed iniziative:
4)
non ricevono altro aiuto, da parte dei colleghi di ruolo (che dovrebbero
votare per spingere ad una rappresentanza sindacale che comunque non li
riguarderà più di tanto), all’infuori di qualche impotente pacca sulle
spalle.
5)
Pensano sia più significativo denunciare in ogni sede possibile la
condizione che li riguarda piuttosto che continuare ad essere, in modo
silenziosamente accondiscendente, sostenitori di chi non sostiene la loro causa
che è poi la causa di tutti i lavoratori flessibili non tutelati.
Fiduciosi attendiamo ancora di
essere chiamati ad esprimere le nostre opinioni e soprattutto di ricevere una
motivazione logica all’assurdità, straniante, che stiamo vivendo.
Una risposta che non sia del tipo
“Ma cos’è che volete?” (data da un sindacalista, badate bene!) in
occasione di un’assemblea “allestita” per i precari, per la quale non c’è
stata altra risposta da dare se non un secco “Un po’di rispetto, per
favore!”.
I precari che hanno scritto la
lettera appena ricopiata hanno ricevuto un benevolo appunto da sindacalisti
attenti alle loro problematiche. L’appunto era che essa potrebbe fornire
l’immagine illusoria dei precari come “belve del sindacalismo di classe”.
Concordiamo con l’immagine illusoria, ma al tempo stesso rivendichiamo una
consapevolezza che, in quanto esistente, va espressa, anche se proviene da una
minoranza.
Noi
volevamo esprimere un pensiero; un pensiero che ci appartiene non come categoria
precari, ma come persone che vivono, da anni, la condizione della precarietà. E
non si parlava certamente a nome dei precari in genere, tanto più che i precari
in genere, avvertono il proprio dramma come qualcosa di estremamente
individuale, di cui sono paradossalmente responsabili…...responsabili perché
non hanno saputo non essere precari.…….perché la sorte non è stata
favorevole……..perché questo governo o quell'altro ha tutelato più o meno
questa o quella categoria, ecc.
Sono
pochissimi coloro i quali riescono ad uscire dalla dimensione apparentemente
fissa dell'esistenza necessaria di un precariato funzionale al sistema e così
facendo trovano la forza (ce ne vuole tanta, lo so!) necessaria per sollevare un
problema collettivo che, nelle singole realtà individuali, semplicemente trova
la sua espressione.
Nel
contesto in cui è stata inviata la precedente lettera ai sindacati, fare
un'analisi delle varie tipologie di precario esistenti, nonché degli insegnanti
di ruolo, non avrebbe avuto senso o meglio avrebbe fatto perdere di senso al
messaggio che si voleva trasmettere.
L'immagine
illusoria dei precari come belve del sindacalismo di classe è quindi un
riflesso, di chi, leggendo, è portato a categorizzare piuttosto che ad
ascoltare. Del resto come avremmo dovuto chiamarci? X ed Y? No! X e Y possono
parlare dei loro problemi personali, ma nel momento in cui questi ultimi si
configurano come problemi legati alla condizione del precario, stanno
parlando del precariato, e PRECARI si devono firmare.
Precaria Concetta Pindilli