FISICA/MENTE

LA LEGGE BERLINGUER SULLA PARITA' SCOLASTICA


[Per consultare tutte le altre disposizioni sulla parità scolastica, vedi: http://www.edscuola.it/archivio/parita.html]


 

Legge 10 marzo 2000, n. 62
(in GU 21 marzo 2000, n. 67)

Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione

 

Articolo 1 

1. Il sistema nazionale di istruzione, fermo restando quanto previsto dall’articolo 33, comma 2 della Costituzione, è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali. La Repubblica individua come obiettivo prioritario l’espansione dell’offerta formativa e la conseguente generalizzazione della domanda di istruzione dall’infanzia lungo tutto l’arco della vita.

2. Si definiscono scuole paritarie, a tutti gli effetti degli ordinamenti vigenti in particolare per quanto riguarda l’abilitazione a rilasciare titoli di studio aventi valore legale, le istituzioni scolastiche non statali, comprese quelle degli enti locali, che, a partire dalla scuola per l'infanzia, corrispondono agli ordinamenti generali dell’istruzione, sono coerenti con la domanda formativa delle famiglie e sono caratterizzate da requisiti di qualità ed efficacia di cui ai commi 4,5, e 6.

3. Alle scuole paritarie private è assicurata piena libertà per quanto concerne l’orientamento culturale e l’indirizzo pedagogico-didattico. Tenuto conto del progetto educativo della scuola, l’insegnamento è improntato ai principi di libertà stabiliti dalla Costituzione repubblicana. Le scuole paritarie, svolgendo un servizio pubblico, accolgono chiunque, accettandone il progetto educativo, richieda di iscriversi, compresi gli alunni e gli studenti con handicap. Il progetto educativo indica l’eventuale ispirazione di carattere culturale e religioso. Non sono comunque obbligatorie per gli alunni le attività extra-curriculari che presuppongono o esigono l’adesione ad una determinata ideologia o confessione religiosa.

4. La parità è riconosciuta alle scuole non statali che ne fanno richiesta e che, in possesso dei seguenti requisiti, si impegnano espressamente a date attuazione a quanto previsto dai commi 2 e 3:

  1. un progetto educativo in armonia con i principi della Costituzione; un piano dell’offerta formativa conforme agli ordinamenti e alle disposizioni vigenti; attestazione della titolarità della gestione e la pubblicità dei bilanci;
  2. la disponibilità di locali, arredi e attrezzature didattiche propri del tipo di scuola e conformi alle norme vigenti;
  3. l’istituzione e il funzionamento degli organi collegiali improntati alla partecipazione democratica;
  4. l’iscrizione alla scuola per tutti gli studenti i cui genitori ne facciano richiesta, purchè in possesso di un titolo di studio valido per l’iscrizione alla classe che essi intendono frequentare;
  5. l’applicazione delle norme vigenti in materia di inserimento di studenti con handicap o in condizioni di svantaggio;
  6. l’organica costituzione di corsi completi: non può essere riconosciuta la parità a singole classi, tranne che in fase di istituzione di nuovi corsi completi, ad iniziare dalla prima classe;
  7. personale docente fornito del titolo di abilitazione;
  8. contratti individuali di lavoro per personale dirigente e insegnante che rispettino i contratti collettivi nazionali di settore.

5. Le istituzioni di cui ai commi 2 e 3 sono soggette alla valutazione dei processi e degli esiti da parte del sistema nazionale di valutazione secondo gli standard stabiliti dagli ordinamenti vigenti. Tali istituzioni, in misura non superiore a un quarto delle prestazioni complessive, possono avvalersi di prestazioni volontarie di personale docente purché fornito di relativi titoli scientifici e professionali ovvero ricorrere anche a contratti di prestazione d’opera di personale fornito dei necessari requisiti.

6. Il Ministero della pubblica istruzione accerta l’originario possesso e la permanenza dei requisiti per il riconoscimento della parità.

7. Alle scuole non statali che non intendano chiedere il riconoscimento della parità, seguitano ad applicarsi le disposizioni di cui alla parte II, Titolo VIII del Decreto legislativo 16 aprile 1994, n.297. Allo scadere del terzo anno scolastico successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore della presente legge il Ministro della pubblica istruzione presenta al parlamento una relazione sul suo stato di attuazione e, con un proprio decreto, previo parere delle competenti commissioni parlamentari, propone il definitivo superamento delle citate disposizioni del decreto legislativo 16 aprile 1994, n.297, anche al fine di ricondurre tutte le scuole non statali alle due tipologie delle scuole paritarie e delle scuole non paritarie.

8. Alle scuole paritarie, senza fini di lucro, che abbiano i requisiti di cui all’articolo 10 del decreto legislativo n.460 del 1997, è riconosciuto il trattamento fiscale previsto dal suddetto decreto e successive modificazioni.

9. Al fine di rendere effettivo il diritto allo studio e all’istruzione a tutti gli alunni delle scuole statali e paritarie nell’adempimento dell’obbligo scolastico e nella successiva frequenza della scuola secondaria e nell’ambito dell’autorizzazione di spesa di cui al comma 12, lo Stato adotta un piano straordinario di finanziamento alle regioni e alle province autonome di Trento e di Bolzano da utilizzare a sostegno della spesa sostenuta e documentata dalle famiglie per l’istruzione mediante l’assegnazione di borse di studio di pari importo eventualmente differenziate per ordine e grado di istruzione. Con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri emanato su proposta del Ministro della pubblica istruzione entro 60 giorni dall’approvazione della presente legge sono stabiliti i criteri per la ripartizione di tali somme tra le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e per l’individuazione dei beneficiari, in relazione alle condizioni reddituali delle famiglie da determinarsi a norma dell’articolo 27 della legge 23 dicembre 1998, n.448, nonché le modalità per la fruizione dei benefici e per la indicazione del loro utilizzo.

10. I soggetti aventi i requisiti individuati dal decreto del Presidente del Consiglio di cui al comma 9 possono fruire della borsa di studio mediante la detrazione di una somma equivalente dall’imposta lorda riferita all’anno in cui la spesa è stata sostenuta. Le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano disciplinano le modalità con le quali sono annualmente comunicati al Ministero delle finanze e al Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica, i dati relativi ai soggetti che intendono avvalersi della detrazione fiscale. Il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica provvede al corrispondente versamento delle somme occorrenti all’entrata del bilancio dello Stato a carico dell’ammontare complessivo di tali somme stanziate ai sensi del comma 12.

11. Tali interventi sono realizzati prioritariamente a favore delle famiglie in condizioni svantaggiate. Restano fermi gli interventi di competenza di ciascuna regione e delle province autonome di Trento e di Bolzano in materia di diritto allo studio.

12. E’ autorizzata la spesa di lire 250 miliardi per l’anno 2000 e di lire 300 miliardi annui a decorrere dall’anno 2001.

13. A decorrere dall’esercizio finanziario successivo all’entrata in vigore della presente legge gli stanziamenti iscritti nelle unità previsionali di base 3.1.2.1 e 10.1.2.1 dello stato di previsione del Ministero della pubblica istruzione sono incrementati, rispettivamente, della somma di lire 60 miliardi per contributi per il mantenimento delle scuole elementari parificate e della somma di lire 280 miliardi per spese di partecipazione alla realizzazione del sistema prescolastico integrato.

14. E’ autorizzata, a decorrere dall’anno 2000, la spesa di lite 7 miliardi per assicurare gli interventi di sostegno previsti dalla legge 5 febbraio 1992, n. 104, nelle istituzioni scolastiche che accolgono alunni con handicap.

15 All’onere complessivo di lire 347 miliardi derivanti dai commi 13 e 14 si provvede mediante corrispondente riduzione delle proiezioni per gli anni 2000 e 2001 dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 1999-2001, nell’ambito dell’unità previsionale di base di parte corrente "Fondo speciale" dello stato di previsione del Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica per l’anno 1999, allo scopo parzialmente utilizzando quanto a lire 327 miliardi l’accantonamento relativo al Ministero della pubblica istruzione e quanto a lire 20 miliardi l’accantonamento relativo al Ministero dei trasporti.

16. All’onere derivante dall’attuazione dei commi 9,10,11, e 12 pari a lire 250 miliardi per l’anno 2000 e a lire 300 miliardi per l’anno 2001 si provvede mediante corrispondente riduzione delle proiezioni per gli stessi dello stanziamento iscritto, ai fini del bilancio triennale 1999-2001, nell’ambito dell’unità previsionale di base di parte corrente "Fondo speciale" dello stato di previsione del Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica per l’anno 1999, allo scopo parzialmente utilizzando quanto a lire 100 miliardi per l’anno 2000 e lire 70 miliardi per l’anno 2001 l’accantonamento relativo al Ministero degli affari esteri, quanto a lire 100 miliardi per l’anno 2000 e l’accantonamento relativo al Ministero della pubblica istruzione. A decorrere dall’anno 2002 si provvede ai sensi dell’articolo 11, comma 3, lettera d), della legge 5 agosto 1978, n.468, e successive modificazioni ed integrazioni.

17. Il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica è autorizzato ad apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.


Ordini del Giorno accolti dal Governo

ORDINI DEL GIORNO

La Camera,

esaminata la proposta di legge n. 6270, recante «Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all'istruzione»;
tenuto conto che il comma 1 dell'articolo 1 prevede che il sistema nazionale di istruzione sia costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali, mentre al successivo comma 3 si fa riferimento unicamente alle scuole paritarie private senza menzionare le scuole istituite dagli enti locali;
considerato che l'evidente mancanza di omogeneità tra i due commi potrebbe ingenerare confusione relativamente all'applicazione del provvedimento in esame alle scuole istituite dagli enti locali;

impegna il Governo

a garantire la piena libertà di insegnamento e di organizzazione anche alle scuole istituite e gestite dagli enti locali, in tal modo prevenendo le eventuali difficoltà che potrebbero derivare dall'applicazione dell'attuale testo di legge.

 


La Camera,

esaminata la proposta di legge n. 6270, recante «Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all'istruzione»;
considerato che il comma 7 dell'articolo 1 prevede che, allo scadere del terzo anno scolastico successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore della legge, il Ministro, con proprio decreto, riconduca tutte le scuole non statali alle due tipologie delle scuole paritarie e delle scuole non paritarie;

impegna il Governo

a garantire l'esistenza anche delle scuole private che non intendano accedere al sistema paritario.

 


La Camera,

considerato che:
l'articolo 1, comma 13, della proposta di legge n 6270 reca una previsione di spesa per contributi in favore delle scuole elementari parificate, nonché in favore delle scuole materne per la partecipazione alla realizzazione del sistema prescolastico integrato, a decorrere dall'esercizio finanziario successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore della legge in questione;
la disposizione sopra richiamata è stata formulata sul presupposto di una definitiva approvazione della legge nel corso dell'anno 1999, di talché fosse possibile assegnare i finanziamenti previsti fin dall'esercizio finanziario 2000;
il ritardo nell'approvazione definitiva della legge nei tempi ipotizzati impedisce l'utilizzo dei finanziamenti;
coerentemente con l'impostazione sopra descritta, il successivo comma 16 prevede la copertura della relativa spesa a decorrere già dall'esercizio 2000;
un intervento del Governo, per dare all'impegno di spesa di cui al comma 13 decorrenza fin dall'esercizio finanziario in corso, non comporta aggravi di spesa rispetto alle previsioni di bilancio per l'anno 2000;

impegna il Governo

ad adottare provvedimenti, anche d'urgenza, per consentire che l'impegno di spesa di cui all'articolo 1, comma 13, possa essere reso operante a decorrere dall'esercizio finanziario in corso.

 


La Camera,

considerato che:
i riferimenti all'attuale assetto degli ordini e gradi di scuola contenuti nella proposta di legge n. 6270, sono esclusivamente finalizzati ad individuare i destinatari attuali dei benefici ivi previsti, senza pregiudizio delle modifiche ordinamentali introdotte dalla legge 10 febbraio 2000, n. 30, modifiche che troveranno attuazione dopo l'adozione dei relativi provvedimenti;

impegna il Governo

in sede di attuazione della legge n. 30 del 2000 ad individuare e adottare i provvedimenti necessari per raccordare le disposizioni in materia di parità scolastica con quelle in materia di riordino dei cicli.

 


La Camera,

considerato che:
le norme in materia di parità scolastica sono successive a quelle del decreto legislativo 4 dicembre 1997, n. 460, e introducono una tipologia di enti che lo stesso decreto legislativo non poteva considerare in quanto non ancora esistenti;
il comma 8 dell'articolo 1 della proposta di legge n. 6270 deve pertanto essere interpretato alla luce di quanto disposto dal comma 4 dello stesso articolo e, in particolare, dalle lettere d) ed e);

impegna il Governo

ad interpretare il comma 8 dell'articolo 1 nel senso che tra i requisiti di cui all'articolo 10 del decreto legislativo 4 dicembre 1997, n. 460, richiesti alle scuole paritarie senza fini di lucro per godere dei benefici fiscali dallo stesso introdotti, non sono compresi quelli che contrastano con la stessa definizione di scuola paritaria e, segnatamente, non è compreso il requisito di cui all'articolo 10, comma 1, lettera b), come precisato dai successivi commi 2 e 3.

 


La Camera,

premesso che le norme per la parità scolastica e sul diritto allo studio e all'istruzione (contenute nella proposta di legge n. 6270) prevedono, all'articolo 1, comma 7:
a) la possibilità, per le scuole non statali che non intendono chiedere il riconoscimento della parità a norma della nuova disciplina, di continuare ad avvalersi delle disposizioni di cui alla parte II, titolo VIII, del testo unico approvato con decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297;
b) che allo scadere del terzo anno scolastico successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore della nuova disciplina legislativa, il Ministro della pubblica istruzione presenta al Parlamento una relazione sullo stato di attuazione della medesima disciplina e, con proprio decreto, previo parere delle competenti Commissioni parlamentari, propone il definitivo superamento delle disposizioni del citato testo unico, anche al fine di ricondurre tutte le scuole non statali alle due tipologie delle scuole paritarie e delle scuole non paritarie;
considerato che:
la relazione del Ministro è configurata, nell'enunciazione del testo, in funzione della proposta del definitivo superamento del precedente regime giuridico in materia di riconoscimenti legali;
la proposta del Ministro, proprio perché tale, non può identificarsi in alcuna delle forme di esercizio diretto della potestà normativa del Governo a norma della legge 23 agosto 1988, n. 400, e successive modificazioni, e che, nella fattispecie, non ricorre, in particolare, una delegificazione della materia a norma dell'articolo 17, comma 2, della predetta legge, né, d'altra parte, può ipotizzarsi una proposta del Ministro presentata con proprio decreto;

impegna il Governo

ad interpretare la previsione del testo nel senso di considerare la relazione del Ministro come finalizzata ad acquisire le valutazioni del Parlamento, in vista del definitivo superamento delle disposizioni del testo unico n. 297 del 1994, e delle conseguenti proposte legislative da parte del Governo, da assumere nelle forme previste dall'ordinamento vigente.

 


La Camera,

in sede di discussione della proposta di legge n. 6270, recante norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all'istruzione;
considerato che:
dal 1o settembre 2000 troveranno piena attuazione le norme sull'autonomia didattica e organizzativa delle istituzioni scolastiche previste dall'articolo 21 della legge 15 marzo 1997, n. 59, e, in particolare, dal comma 9;
è in corso di esame presso la Camera un disegno di legge finalizzato al riordino degli organi collegiali, in coerenza con i principi che informano le norme sull'autonomia;

impegna il Governo

a dare attuazione alle disposizioni contenute all'articolo 1, comma 4, armonizzandole con le sopra citate disposizioni sull'autonomia didattica e organizzativa delle istituzioni scolastiche.

 


Ordini del Giorno accolti dal Governo come raccomandazione

 

Il Senato,

considerato che:

in merito alla parità scolastica si è manifestato, nel corso di questa legislatura, un forte impegno civile e parlamentare espressosi attraverso dibattiti, documenti, audizioni presso la VII Commissione del Senato, undici disegni di legge, a testimonianza che le questioni afferenti la scuola hanno occupato il ruolo che ad esse competono nella pubblica opinione, ma anche nei lavori parlamentari;
dopo decenni di immobilismo e disinteresse sono in atto o, in divenire, o allo studio riforme fondamentali quali l'autonomia, l'elevamento dell'obbligo, il riordino dei cicli, i sistemi formativi integrati, il servizio nazionale per la qualità dell'istruzione, il sistema nazionale di valutazione, le carte dei servizi e le offerte formative;
tali riforme sono effettivamente sostenute da rilevanti impegni finanziari;

atteso che:

le scelte definitive circa gli orientamenti di fondo sulla questione nodale della parità scolastica devono necessariamente maturare in un arco di tempo congruo, affinché le diverse opzioni possano risultare valorizzate anziché vanificate da un confronto affrettato;
non corrisponderebbe agli interessi della scuola e quindi del Paese operare scelte definitive che, in questo momento di transizione, non consentirebbero di verificare condizioni, valutare opportunità, ricercare ulteriori convergenze, anche e soprattutto alla luce delle riforme in atto e in divenire;

ribadito che:

i progetti educativi sono di competenza delle scuole, ma allo Stato compete non solo l'obbligo di istituire scuole di ogni ordine e grado, bensì anche la funzione di controllo e valutazione stante la vigenza del valore legale dei titoli di studio;

constatato che:

frattanto il riconoscimento dell'autonomia e della funzione pubblica della scuola non statale, quale arricchimento e non mera alternativa, nonché l'affermazione della parità nel diritto allo studio rappresentano un significativo e concreto avvio sulla strada di un'effettiva parità,

impegna il Governo:

a ricercare, contestualmente alla progressiva attuazione delle riforme scolastiche, e nel rispetto dei principi della Costituzione italiana, nuove convergenze, nuove soluzioni a sostegno di una parità effettiva, anche in armonia alle forme e ai modi adottati nell'Unione Europea.

 


Il Senato,

premesso che:

il provvedimento in discussione prevede la realizzazione del diritto allo studio e all'istruzione quale diritto costituzionalmente garantito,

verificato:

che lo stesso prevede altresì - per la realizzazione di tale diritto - l'adozione di un piano straordinario di finanziamento alle regioni al fine di sostenere le spese documentate dalle famiglie,

considerato:

che i criteri per la ripartizione delle somme tra le regioni e per l'individuazione dei beneficiari di tale finanziamento dovranno essere stabiliti con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri,

impegna il Governo:

a stabilire tra i criteri e le modalità previsti nel decreto del Presidente del Consiglio dei ministri un tetto minimo di spesa scolastica per la fruizione dei benefici previsti.


 

A questo mostro legislativo anticostituzionale, approvato tra ladri di Pisa di maggioranza ed opposizione, seguono le dotte disquisizioni del buttiglionpensiero:

http://www.ecn.org/filirossi/buttiglionepensiero.html 

IL BUTTIGLIONE PENSIERO: CICLI E PARITA' SCOLASTICA

Alcune questioni fondamentali per la scuola nel pensiero di colui che sembrava dover diventare il ministro della P.I. del governo di centrodestra. Maggio 2001


Fino a pochi giorni fa sembrava che Rocco Buttiglione dovesse diventare il nuovo ministro della Pubblica Istruzione. E' per questo motivo che abbiamo dedicato un po' di spazio al suo pensiero su alcune questioni chiave che interessano la scuola, quali la riforma dei cicli, i contenuti dell'insegnamento (della storia in primo luogo) e la parità scolastica, intesa come finanziamento pubblico alle scuole private.

Abbiamo quindi riportato una sua intervista alla Stampa di Torino, pochi giorni dopo le elezioni del 13 maggio, in cui dichiara la volontà di bloccare la riforma dei cicli, di sdoganare definitivamente il fascismo rivalutandone la funzione storica di crociata anticomunista e di depurare la storia dalle "incrostazioni marxiste".

Sulla questione della parità scolastica, riproponiamo la relazione introduttiva alla presentazione di un progetto di legge di due anni fa, da parte di un gruppo di deputati del CDU, tra cui Rocco Buttiglione. Poiché in essa si fanno diversi riferimenti al dibattito in sede di Assemblea Costituente per sostenere le tesi della sussidiarietà e del finanziamento pubblico alla scuola privata, riproduciamo come risposta un articolo contemporaneo di quel dibattito dal titolo Scuola pubblica e scuola privata con cui Giulio Preti, sulle pagine del Politecnico nel lontano 1946, criticava i sostenitori della scuola privata. La prospettiva da cui parte è completamente ribaltata: la sussidiarietà deve essere casomai la prerogativa concessa ai privati di intervenire dove il settore pubblico è carente o mancante. Certamente ai nostri nuovi governanti, sia di centrodestra che di centrosinistra, non può che apparire un vecchio e superato concetto statalista! A costoro noi chiediamo: "A chi giova"? A chi giova, in termini anzitutto monetari, affidare l'educazione ai privati?

Suggeriamo sicuramente la lettura integrale dell'articolo di Preti, ma vogliamo presentarne in questa sede un assaggio, in risposta alle argomentazione di Buttiglione:

oggi la scuola privata italiana non ha alcuna funzione sua propria: essa non rappresenta, come vogliono i suoi sostenitori, un'integrazione della scuola statale, non è un'iniziativa privata che sorga a colmare le lacune e le deficienze - immancabili in un'istituzione burocratizzata - dell'ordinamento governativo dell'istruzione: non tenta nuovi metodi di insegnamento, non tenta nuovi orientamenti dell'organizzazione degli studi, non è neppure un tentativo di far sorgere scuole specializzate in settori in cui occorrono dei tecnici specializzati. (...) In sostanza, le scuole dei religiosi sono organizzazioni di propaganda clericale (e questo nel migliore dei casi) oppure ottimi investimenti di capitali degli istituti ecclesiastici: ottimi anche per i privilegi fiscali di cui godono, e per i generosi aiuti di pii patroni e patronesse, i cui figli, naturalmente, frequentano le loro scuole... In realtà, le scuole private sono organizzazioni industriali - la più orribile delle industrie. (...) In generale le scuole private sono forme scandalose di organizzazione commerciale a scopo di lucro. Disciplina, efficienza didattica, moralità, tutto vi lascia a desiderare: e chi scrive lo sa per esperienza diretta. Inoltre esse sono quasi sempre, e lo sono state in particolare in questi ultimi anni, impiantate sulla base di una scandalosa compra-vendita di titoli di studi; al tempo dell'esame di Stato erano il centro che faceva da mediatore interessato di colpevoli e poco puliti accordi fra famiglie ed esaminatori. Scuole corrotte e fonte di corruzione, perciò diseducatrici dei giovani che ci vivono in mezzo e che imparano anche troppo presto come con la corruzione si possa evitare il lavoro e l'impiego. La legge prevedeva un controllo burocratico da parte dei provveditori e di commissari: ma non ha mai funzionato, e si capisce fin troppo bene il perché. Conclusione: bisognerebbe abolire tutte le scuole private. Questo sarebbe un provvedimento necessario per ridare serietà ed efficienza alla scuola tutta quanta, compresa la scuola statale, che risente anch'essa della concorrenza sleale e della pressione corruttrice di quelle ed è costretta ad abbassare il suo tono e a rilassare la sua disciplina.

Infine, una frequentatrice del newsgroup "it.istruzione.scuola" diffonde questa vecchia nota presente alla pagina del 20 maggio 1998 del sito Cronologia, ai tempi del governo Prodi e della Bicamerale: "Ricompaiono i vecchi steccati dell'ideologia. La "parità scolastica" è sempre stata uno dei passaggi più insidiosi della politica italiana: per causa sua molti governi sono caduti dall'Unità d'Italia fino ad oggi. - Il finanziamento dello Stato alla scuola privata è già però inserito nella nuova riforma bicameralista, ma nessuno si è ancora accorto del "trucco". Infatti, nel nuovo articolo 55 della "nuova" Costituzione si legge (si faccia attenzione!): "La Repubblica Italiana è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Regioni, dallo Stato". Quindi lo Stato è un ente come gli altri tre. E prima all'articolo 33 c'è la norma sul divieto: "I privati possono istituire scuole ma senza oneri per lo Stato". In pratica se i soldi provengono dalle Regioni e non dallo Stato il finanziamento pubblico diventa lecito. Tutti i polemisti o sono ipocriti oppure non hanno letto e visto le quattro virgole all'art. 55 e il precedente art. 33. Sarebbe interessante sapere chi ha redatto questo testo con il "trucco". Se Berlusconi affossa questa Bicamerale, sulla scuola fa un clamoroso autogol".



 E' anche d'interesse riportare le ipocrite posizioni dei verdi e del solito CIDI su questa triste vicenda:

 

I Verdi e la Parità

[Ho lasciato il colore originale verde utilizzato per questa lettera per far risaltare di più l'ipocrisia della lettera stessa]


On. Walter Veltroni
On.
Franco Marini
On. Clemente Mastella
On. Armando Cossutta
On. Enrico Boselli
On. Lamberto Dini
On. Giorgio La Malfa
Sen. Antonio Di Pietro

 

Cari amici,

la questione della parità scolastica in una società plurale e laica allude a principi e a diritti che riguardano domande essenziali di libertà e domande, altrettanto essenziali, di equità. Domande spesso divergenti, la cui composizione e "convivenza" non sono né semplici né lineari. Questa situazione favorisce approcci strumentali e conseguenti reazioni che, facilmente, potrebbero essere inquadrati nello storico conflitto tra "confessionali", da un lato, e "laicisti", dall’altro.

Di fronte a questo, vogliamo avanzare una proposta di mediazione per contribuire a riportare il confronto sul merito della legge.

Si tratta di pensare a provvidenze per il diritto allo studio e a sgravi fiscali, aventi come destinatari diretti gli alunni, senza discriminazioni: e questo in coerenza con ripetuti pareri della Corte costituzionale.

L’attuale conflitto, infatti, risulta, più che sterile, dannoso; e produce una discussione povera, che appare indifferente al nuovo contesto sociale che, con formule usurate, chiamiamo "multiculturale" e "multietnico".

Si moltiplicano, infatti, le agenzie capaci di produrre conoscenza e formazione; agenzie che, già oggi, concorrono alla definizione di una offerta differenziata nei tempi e nei luoghi, al cui interno le diverse identità potrebbero cooperare e competere per fronteggiare una sfida culturale inedita. Una sfida culturale che propone nuove relazioni tra globale e locale, nuovi supporti per la comunicazione (come la telematica) e nuove forme di distribuzione e accesso alla produzione culturale. La sussidiarietà nella formazione si presenta, in questo quadro, come una grande risorsa democratica, che può concorrere alla ridefinizione della moderna cittadinanza.

Per queste ragioni (ovvero per cogliere un’opportunità, piuttosto che per enfatizzare una minaccia) vogliamo avanzare una proposta capace - noi crediamo - di tutelare entrambi i diritti, quello alla libertà e quello all’equità, prima richiamati.

Quando parliamo di pluralismo per la scuola non possiamo accettare che questo si riduca alla contiguità tra gabbie confessionali o ideologiche diverse, preludio alla alterità (se non ostilità) reciproca come prevalente forma di relazione.

Una società plurale e laica (per credenti e non credenti) trova nella scuola pubblica la garanzia di un comune denominatore civile; e la scelta privata di offrire un progetto educativo-formativo deve avere la responsabilità, e l’onere, di conciliare la propria ispirazione con questa garanzia civile. La finalità della scuola non può essere concepita che come uno spazio per acquisire lo spirito critico e per rapportarsi alla faticosa complessità della società contemporanea, nel dialogo con il pluralismo dei saperi. Le scuole parificate, d’altra parte, devono offrire garanzie irrinunciabili riguardo ai diritti acquisiti negli accordi collettivi per i docenti e per gli studenti.

Uno sforzo straordinario di investimento economico e finanziario per la scuola pubblica, e per i suoi docenti, può ben conciliarsi con (ed essere accompagnato da) un supporto agli alunni che volessero indirizzarsi verso la scuola privata. La Corte Costituzionale (con sentenza n. 454 del 1994), in coerenza con il principio di eguaglianza, ha ritenuto legittima la fornitura gratuita di libri di testo agli alunni sia di scuole pubbliche che di scuole private, introducendo la distinzione tra prestazione pubblica avente come destinatari diretti gli alunni e prestazione avente come destinatarie le scuole. La prima prestazione potrebbe estendersi alle mense, ai corsi privati di musica, di lungue straniere, di alfabetizzazione telematica, agli abbonamenti a reti di trasporto, a reti civiche e internet, agli accessi ai musei, ai teatri, alle sale concerto pubbliche e private.

E’, quindi, pensabile l’utilizzo dello strumento del diritto allo studio come provvidenza non discriminatoria per gli alunni; e si può utilizzare la detrazione fiscale, legata alle fasce di reddito e con esclusione delle rette scolastiche, per le spese sostenute dalle famiglie di alunni frequentanti sia le scuole non statali che quelle statali e pubbliche (tale possibilità trova parere di legittimità da parte della Corte Costituzionale con l’ordinanza n. 556 del 1987).

Sen. Luigi Manconi, portavoce nazionale dei Verdi
On. Nando Dalla Chiesa, capogruppo Verde della commissione Cultura della Camera
Sen. Fiorello Cortiana, capogruppo Verde della commissione Istruzione del Senato

Roma, 24 novembre 1998


     03.03.2000

Legge sulla Parità scolastica


        
comunicato stampa di Alba Sasso, presidente nazionale del Cidi

  La legge di parità risponde alla necessità di mettere ordine nella giungla incontrollata delle scuole parificate, pareggiate e legalmente riconosciute, che già oggi rilasciano titoli. Ed è importante garantire agli alunni che frequentano le scuole private - il 7% dell'intera popolazione scolastica - il diritto a un trattamento equipollente. L'aver inserito, però, le scuole private paritarie nel sistema nazionale dell'istruzione - come previsto dalla legge di parità approvata oggi dal Parlamento (art.1) - rischia di avviare un processo che mette in discussione la natura stessa del sistema scolastico pubblico, in quanto riconosce alle scuole private, ancorché paritarie, una funzione pubblica (art.2, c.2) che esse non possono avere. Con questa legge si rischia, perciò, di riaprire varchi e pressioni per richieste di ogni tipo. Di ridare fiato a quell'idea di sussidiarietà secondo la quale la scuola privata può anche essere sostitutiva di quella statale istituita dalla Repubblica.  

Roma, 3 marzo 2000


 

E' utile rinfrescare la memoria di questi sciocchini, ricordando cosa scriveva Giulio Preti nel 1946 a proposito di questa vicenda:

 

SCUOLA PUBBLICA E SCUOLA PRIVATA


di Giulio Preti, dal Politecnico n.19, Febbraio 1946.

Riprendiamo un vecchio articolo di Giulio Preti apparso sul Politecnico, n. 19 del 2 febbraio 1946, su un tema oggi di grande attualità. Il contesto storico in cui l'articolo si iscrive (l'uscita dalla guerra e dalla rovinosa dittatura fascista con tutte le necessità di ricostruire un tessuto non solo civile ma anche democratico della società italiana) è certo diverso da quello di oggi, ma le tematiche affrontate sono quanto mai attualissime. Preti riconosce alla scuola, nell'opera di ricostruzione civile e materiale, tutta la sua centralità. Alcuni giudizi espressi sono necessariamente superati e vanno corretti o integrati, ma nel complesso, numerose osservazioni e critiche, non solo alla scuola privata ma anche a quella pubblica, nonostante i cinquant'anni trascorsi, mantengono ancora oggi tutta la loro validità e forza.
Particolarmente interessanti ci sembrano la critica all'esame di Stato, quale meccanismo di involuzione della didattica e di burocratizzazione della scuola, realtà evidenti anche della scuola statale odierna, e alla sussidiarietà dell'intervento privato in caso di insufficienza di quello pubblico.
Come alla fine della seconda guerra mondiale, anche oggi viviamo in un periodo di cambiamenti e di riforma della scuola italiana, che sta prendendo però una direzione assolutamente inaccettabile, antipopolare e aziendalista, in ossequio alle sbandierate esigenze del mercato. Differentemente da allora, il supporto a questa linea liberista è stato dato anche e fortemente da settori politici e culturali tradizionalmente rappresentativi del movimento operaio, governo e sindacato in primis. Alla destra ora non resta che raccoglierne l'eredità!


Vai a Modifica all'art.33 della Costituzione. Relazione di Rocco Buttiglione, 29 settembre 1999.
[N. d. R. Il grassetto è nel testo originale]

Abolire la scuola privata?

Il terzo grande problema relativo alla riforma, o meglio alla ricostruzione della scuola media italiana, riguarda l'esistenza della scuola privata e i suoi rapporti con la scuola pubblica o statale.
La riforma Gentile del 1925 e in seguito le leggi Bottai del '38 hanno dato alla scuola privata una sempre maggiore indipendenza per quanto riguarda il controllo dell'insegnamento, i criteri didattici, la direzione, la valutazione degli alunni, gli orari, togliendole contemporaneamente qualsiasi indipendenza politica e imponendo il rispetto dei programmi ufficiali. Alla fine del corso di studi tanto gli studenti delle scuole non statali quanto quelli delle scuole statali dovevano sostenere un esame di Stato di fronte ad una commissione ministeriale formata da un professore universitario, un preside di scuola media e alcuni professori di ruolo delle scuole medie governative - tutti forestieri ed estranei all'"ambiente". In sostanza la scuola privata è divenuta un doppione della scuola statale, una scuola statale di gestione privata accanto alla scuola statale di gestione governativa. È questo un punto da tenere ben fermo perché su di esso si imposta gran parte della discussione. Perché ne deriva un'importante considerazione: oggi la scuola privata italiana non ha alcuna funzione sua propria: essa non rappresenta, come vogliono i suoi sostenitori, un'integrazione della scuola statale, non è un'iniziativa privata che sorga a colmare le lacune e le deficienze - immancabili in un'istituzione burocratizzata - dell'ordinamento governativo dell'istruzione: non tenta nuovi metodi di insegnamento, non tenta nuovi orientamenti dell'organizzazione degli studi, non è neppure un tentativo di far sorgere scuole specializzate in settori in cui occorrono dei tecnici specializzati. Ci sono è vero, anche scuole di quest'ultimo tipo, ma sono poche. Ci sono stati alcuni istituti privati che hanno annunciato a colpi di grancassa di fondarsi su principi pedagogici nuovi, ma erano soltanto una bella truffa. Ci sono infine gli istituti tenuti dai religiosi, preti, frati e monache: ma essi in generale si distinguono soltanto per una maggior unzione, una minore serietà negli studi veri e propri, un "lasciare-andare" nelle promozioni e negli esami, un insegnamento o superficiale o invecchiato (perché le due cose non si escludono affatto). In sostanza, le scuole dei religiosi sono organizzazioni di propaganda clericale (e questo nel migliore dei casi) oppure ottimi investimenti di capitali degli istituti ecclesiastici: ottimi anche per i privilegi fiscali di cui godono, e per i generosi aiuti di pii patroni e patronesse, i cui figli, naturalmente, frequentano le loro scuole...
In realtà, le scuole private sono organizzazioni industriali - la più orribile delle industrie. - Nella migliore delle ipotesi esse hanno la funzione di colmare una lacuna amministrativa della gestione statale, ossia di far sorgere scuole dove quelle governative o mancano o sono insufficienti [È il caso lampante di nidi e materne - N. d. R.]. Ma qui non si tratta che di un problema di gestione: queste ultime scuole, ove veramente rispondano ad un'esigenza di fatto, possono essere assunte direttamente nella gestione statale, oppure essere gestite amministrativamente da enti pubblici (Comune, Provincia) e didatticamente dallo Stato. In generale le scuole private sono forme scandalose di organizzazione commerciale a scopo di lucro. Disciplina, efficienza didattica, moralità, tutto vi lascia a desiderare: e chi scrive lo sa per esperienza diretta. Inoltre esse sono quasi sempre, e lo sono state in particolare in questi ultimi anni, impiantate sulla base di una scandalosa compra-vendita di titoli di studi; al tempo dell'esame di Stato erano il centro che faceva da mediatore interessato di colpevoli e poco puliti accordi fra famiglie ed esaminatori. Scuole corrotte e fonte di corruzione, perciò diseducatrici dei giovani che ci vivono in mezzo e che imparano anche troppo presto come con la corruzione si possa evitare il lavoro e l'impiego. La legge prevedeva un controllo burocratico da parte dei provveditori e di commissari: ma non ha mai funzionato, e si capisce fin troppo bene il perché.
Conclusione: bisognerebbe abolire tutte le scuole private. Questo sarebbe un provvedimento necessario per ridare serietà ed efficienza alla scuola tutta quanta, compresa la scuola statale, che risente anch'essa della concorrenza sleale e della pressione corruttrice di quelle ed è costretta ad abbassare il suo tono e a rilassare la sua disciplina. Ma questa conclusione presta il fianco ad alcune obbiezioni che sarà bene esaminare.

Le obbiezioni In primo luogo, si dice, la scuola privata costituisce una istanza di libertà contro la tendenza all'irrigidimento della scuola governativa. Ma abbiamo visto che, così come stanno le cose, ciò non è vero. La libertà dovrebbe prima di tutto essere introdotta nella scuola governativa, lasciando gli insegnanti pienamente responsabili dell'indirizzo didattico, politico, morale, religioso del loro insegnamento, senza diritto di controllo da parte di chicchessia; e lasciando anche libertà, almeno entro certi limiti, di concepire e di disporre il "programma". L'attuale libertà della scuola non governativa è la libertà di fare porcherie: libertà che non c'è barba di liberalismo che possa permettere. Certo che l'esigenza di omogeneità, le necessità amministrative, la tendenza naturale dei professori-burocrati al conformismo e al tradizionalismo faranno sempre della scuola governativa una cosa poco vivace e assai restia alle novità, agli esperimenti di forme e discipline nuove. Una partecipazione degli studenti alla direzione didattica della scuola sarebbe assai cosa utile, e potrebbe rappresentare una soluzione: ma chi conosce le masse studentesche di oggi ha molti legittimi dubbi sulla loro attuale maturità per adempiere ad una funzione così importante e delicata. Sopprimere la scuola privata significa togliersi la speranza di un movimento progressivo e rinnovatore dell'istruzione - certo però che non è dalla scuola privata com'è oggi che potrà mai venire un tale movimento progressivo e rinnovatore, né un'istanza liberale di qualunque genere.
La seconda obbiezione è data dal fatto che l'esame di Stato è una forma perfetta o quasi perfetta di controllo da parte del governo su tutta l'istruzione, sia pubblica che privata. L'esame di Stato ha anche oggi moltissimi sostenitori, specialmente fra gli idealisti (non per niente il Gentile, che l'ha istituito, era un maestro dell'idealismo). Si dice che presentandosi al giudizio di una commissione di Stato il giovane si presenta davanti a giudici estranei e imparziali cui deve dare prova della sua maturità qualunque sia il modo (indirizzo didattico, indirizzo di studi, orientamento politico e religioso) con cui l'ha conseguita. Tutto questo, però, è pura teoria: presuppone esaminatori ideali ed esami ideali, cioè tali che in realtà non esistono. In pratica, gli esaminatori esaminano il candidato su di un programma, e guardano se l'ha studiato o no; hanno pochi minuti di tempo (perché i candidati sono molti e il tempo a disposizione è relativamente scarso), e non possono conversare a lungo con lui. Primo difetto essenziale dell'esame di Stato: esso è per eccellenza antiliberale, antiprogressivo, antieducativo, perché fa della scuola una preparazione all'esame e non un dialogo o una ricerca comune. Perciò l'esaminatore che abbia degli scrupoli finisce per allargare le maniche più del bisogno, e far buoni tutti - com'è avvenuto precisamente negli ultimi anni immediatamente precedenti la guerra. Perciò, sotto l'incubo dell'esame, gli insegnanti cercano di ridurre al minimo la loro "personalità" e di insegnare secondo la "cifra" più diffusa fra i loro colleghi dotati di maggiore conformismo e di minore "personalità". Se ciò sia educativo o "liberale" lascio giudicare al lettore.
Ma c'è un terzo argomento, che è il più scottante di tutti: il Concordato con la S. Sede. Secondo questo le scuole tenute dai religiosi devono essere in tutto pari a quelle governative. Il che ci mette nell'alternativa di costituire per le scuole dei religiosi un mostruoso ed anacronistico privilegio, o di allargare la concessione a tutte le scuole non statali. Il fascismo aveva preferita questa seconda soluzione: ma noi diciamo con tutta tranquillità che uno Stato moderno non può tollerare un patto che lo metta in una simile disastrosa alternativa.
Per una sua nuova funzione E veniamo all'ultimo argomento, il più serio. Si può togliere ogni possibilità alla scuola privata? È stato giustamente rilevato che la scuola del cantiere, dell'officina, del fondo agricolo, è la scuola dell'avvenire. Solo il sorgere e il prosperare di tali scuole darà all'istruzione italiana quell'agilità, quella progressività, quell'adesione concreta alla vita del Paese che la scuola pubblica, burocratizzata e necessariamente chiusa entro le strettoie della legge e dell'amministrazione, non potrà mai avere. Vietare a priori la nascita e lo sviluppo di tali scuole, che anzi dovremmo augurarci florido, sarebbe un delitto. Ma come distinguere le scuole che sorgono per esigenze vitali da quelle che hanno scopi di speculazione? Criteri se ne potrebbero trovare, e precisi: le scuole private ammesse e incoraggiate dallo Stato dovrebbero in primo luogo non essere un doppione di quelle pubbliche, e, per quanto riguarda il loro preciso scopo e la qualità degli alunni (per esempio: scuole serali d'officina per operai e impiegati che di giorno lavorano), non essere in concorrenza con le scuole pubbliche. Ammesse dunque tutte le scuole private che non preparano a conseguire titoli di studio legalmente validi per impieghi pubblici, ammesse quelle che dànno titoli validi per un impiego o un miglioramento di impiego presso l'ente stesso che le gestisce (per esempio, una scuola superiore di tecnica bancaria presso una grande banca; o una scuola di ingegneria presso una grande industria, ecc. - lasciando a questi enti il diritto di preparare e reclutare in questo modo il loro personale tecnico). E finalmente, perché no? anche scuole riservate a particolari categorie di studenti che, privi del titolo di studio, aspirano a frequentare l'università: operai, impiegati, ecc. - Queste dovrebbero essere ben controllate; ci dovrebbe essere la sicurezza che non sono istituite a scopo di lucro, e che sono fatte seriamente; e finalmente sarebbe cosa giusta che agli studenti di queste scuole fosse concesso di fare un esame, serio e accurato quanto si vuole, presso i professori di quella stessa facoltà universitaria (e quello stesso ateneo) presso il quale vorrebbero iscriversi. Questi professori dovrebbero accertarsi unicamente, ma completamente e seriamente, di ciò: che lo stato di cultura degli aspiranti sia tale mettere questi ultimi in grado di seguire con profitto gli studi di quella facoltà. 

Ma anche Piero Calamandrei senza esitazione si schierava per una difesa incondizionata della Scuola Pubblica:

Discorso di Piero Calamandrei,
11 febbraio 1950

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso
dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN),
Roma 11 febbraio 1950

[Pubblicato in Scuola democratica, periodico di battaglia per una nuova scuola, Roma, iv, suppl. al n. 2 del 20 marzo 1950, pp. 1-5]
Cari colleghi,

Noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle università [...]. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla Difesa della scuola. Perché difendiamo la scuola? Forse la scuola è in pericolo? Qual è la scuola che noi difendiamo? Qual è il pericolo che incombe sulla scuola che noi difendiamo? Può venire subito in mente che noi siamo riuniti per difendere la scuola laica. Ed è anche un po’ vero ed è stato detto stamane. Ma non è tutto qui, c’è qualche cosa di più alto. Questa nostra riunione non si deve immiserire in una polemica fra clericali ed anticlericali. Senza dire, poi, che si difende quello che abbiamo. Ora, siete proprio sicuri che in Italia noi abbiamo la scuola laica? Che si possa difendere la scuola laica come se ci fosse, dopo l’art. 7? Ma lasciamo fare, andiamo oltre. Difendiamo la scuola democratica: la scuola che corrisponde a quella Costituzione democratica che ci siamo voluti dare; la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perché questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà [...].

La scuola, come la vedo io, è un organo “costituzionale”. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola “l’ordinamento dello Stato”, sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue [...].

La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l’alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società [...].

A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità (applausi). Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali.

Vedete, questa immagine è consacrata in un articolo della Costituzione, sia pure con una formula meno immaginosa. È l’art. 34, in cui è detto: “La scuola è aperta a tutti. I capaci ed i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Questo è l’articolo più importante della nostra Costituzione. Bisogna rendersi conto del valore politico e sociale di questo articolo. Seminarium rei pubblicae, dicevano i latini del matrimonio. Noi potremmo dirlo della scuola: seminarium rei pubblicae: la scuola elabora i migliori per la rinnovazione continua, quotidiana della classe dirigente. Ora, se questa è la funzione costituzionale della scuola nella nostra Repubblica, domandiamoci: com’è costruito questo strumento? Quali sono i suoi principi fondamentali? Prima di tutto, scuola di Stato. Lo Stato deve costituire le sue scuole. Prima di tutto la scuola pubblica. Prima di esaltare la scuola privata bisogna parlare della scuola pubblica. La scuola pubblica è il prius, quella privata è il posterius. Per aversi una scuola privata buona bisogna che quella dello Stato sia ottima (applausi). Vedete, noi dobbiamo prima di tutto mettere l’accento su quel comma dell’art. 33 della Costituzione che dice così: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi”. Dunque, per questo comma […] lo Stato ha in materia scolastica, prima di tutto una funzione normativa. Lo Stato deve porre la legislazione scolastica nei suoi principi generali. Poi, immediatamente, lo Stato ha una funzione di realizzazione [...].

Lo Stato non deve dire: io faccio una scuola come modello, poi il resto lo facciano gli altri. No, la scuola è aperta a tutti e se tutti vogliono frequentare la scuola di Stato, ci devono essere in tutti gli ordini di scuole, tante scuole ottime, corrispondenti ai principi posti dallo Stato, scuole pubbliche, che permettano di raccogliere tutti coloro che si rivolgono allo Stato per andare nelle sue scuole. La scuola è aperta a tutti. Lo Stato deve quindi costituire scuole ottime per ospitare tutti. Questo è scritto nell’art. 33 della Costituzione. La scuola di Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti. La scuola è l’espressione di un altro articolo della Costituzione: dell’art. 3: “Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali”. E l’art. 151: “Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”. Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni [...].

Quando la scuola pubblica è così forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene. Può essere un bene che forze private, iniziative pedagogiche di classi, di gruppi religiosi, di gruppi politici, di filosofie, di correnti culturali, cooperino con lo Stato ad allargare, a stimolare, e a rinnovare con varietà di tentativi la cultura. Al diritto della famiglia, che è consacrato in un altro articolo della Costituzione, nell’articolo 30, di istruire e di educare i figli, corrisponde questa opportunità che deve essere data alle famiglie di far frequentare ai loro figlioli scuole di loro gradimento e quindi di permettere la istituzione di scuole che meglio corrispondano con certe garanzie che ora vedremo alle preferenze politiche, religiose, culturali di quella famiglia. Ma rendiamoci ben conto che mentre la scuola pubblica è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica, la scuola privata è espressione di varietà, che può voler dire eterogeneità di correnti decentratrici, che lo Stato deve impedire che divengano correnti disgregatrici. La scuola privata, in altre parole, non è creata per questo.

La scuola della Repubblica, la scuola dello Stato, non è la scuola di una filosofia, di una religione, di un partito, di una setta. Quindi, perché le scuole private sorgendo possano essere un bene e non un pericolo, occorre: (1) che lo Stato le sorvegli e le controlli e che sia neutrale, imparziale tra esse. Che non favorisca un gruppo di scuole private a danno di altre. (2) Che le scuole private corrispondano a certi requisiti minimi di serietà di organizzazione. Solamente in questo modo e in altri più precisi, che tra poco dirò, si può avere il vantaggio della coesistenza della scuola pubblica con la scuola privata. La gara cioè tra le scuole statali e le private. Che si stabilisca una gara tra le scuole pubbliche e le scuole private, in modo che lo Stato da queste scuole private che sorgono, e che eventualmente possono portare idee e realizzazioni che finora nelle scuole pubbliche non c’erano, si senta stimolato a far meglio, a rendere, se mi sia permessa l’espressione, “più ottime” le proprie scuole. Stimolo dunque deve essere la scuola privata allo Stato, non motivo di abdicazione.

Ci siano pure scuole di partito o scuole di chiesa. Ma lo Stato le deve sorvegliare, le deve regolare; le deve tenere nei loro limiti e deve riuscire a far meglio di loro. La scuola di Stato, insomma, deve essere una garanzia, perché non si scivoli in quello che sarebbe la fine della scuola e forse la fine della democrazia e della libertà, cioè nella scuola di partito. Come si fa a istituire in un paese la scuola di partito? Si può fare in due modi. Uno è quello del totalitarismo aperto, confessato. Lo abbiamo esperimentato, ahimè. Credo che tutti qui ve ne ricordiate, quantunque molta gente non se ne ricordi più. Lo abbiamo sperimentato sotto il fascismo. Tutte le scuole diventano scuole di Stato: la scuola privata non è più permessa, ma lo Stato diventa un partito e quindi tutte le scuole sono scuole di Stato, ma per questo sono anche scuole di partito. Ma c’è un’altra forma per arrivare a trasformare la scuola di Stato in scuola di partito o di setta. Il totalitarismo subdolo, indiretto, torpido, come certe polmoniti torpide che vengono senza febbre, ma che sono pericolosissime. Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci).

Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.

Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna di­scutere. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: (1) ve l’ho già detto: rovinare le scuole di Stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. (2) Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. (3) Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico! Quest’ultimo è il metodo più pericoloso. È la fase più pericolosa di tutta l’operazione [...]. Questo dunque è il punto, è il punto più pericoloso del metodo. Denaro di tutti i cittadini, di tutti i contribuenti, di tutti i credenti nelle diverse religioni, di tutti gli appartenenti ai diversi partiti, che invece viene destinato ad alimentare le scuole di una sola religione, di una sola setta, di un solo partito [...].

Per prevedere questo pericolo, non ci voleva molta furberia. Durante la Costituente, a prevenirlo nell’art. 33 della Costituzione fu messa questa disposizione: “Enti e privati hanno diritto di istituire scuole ed istituti di educazione senza onere per lo Stato”. Come sapete questa formula nacque da un compromesso; e come tutte le formule nate da compromessi, offre il destro, oggi, ad interpretazioni sofistiche [...]. Ma poi c’è un’altra questione che è venuta fuori, che dovrebbe permettere di raggirare la legge. Si tratta di ciò che noi giuristi chiamiamo la “frode alla legge”, che è quel quid che i clienti chiedono ai causidici di pochi scrupoli, ai quali il cliente si rivolge per sapere come può violare la legge figurando di osservarla [...]. E venuta così fuori l’idea dell’assegno familiare, dell’assegno familiare scolastico.

Il ministro dell’Istruzione al Congresso Internazionale degli Istituti Familiari, disse: la scuola privata deve servire a “stimolare” al massimo le spese non statali per l’insegnamento, ma non bisogna escludere che anche lo Stato dia sussidi alle scuole private. Però aggiunse: pensate, se un padre vuol mandare il suo figliolo alla scuola privata, bisogna che paghi tasse. E questo padre è un cittadino che ha già pagato come contribuente la sua tassa per partecipare alla spesa che lo Stato eroga per le scuole pubbliche. Dunque questo povero padre deve pagare due volte la tassa. Allora a questo benemerito cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, per sollevarlo da questo doppio onere, si dà un assegno familiare. Chi vuol mandare un suo figlio alla scuola privata, si rivolge quindi allo Stato ed ha un sussidio, un assegno [...].

Il mandare il proprio figlio alla scuola privata è un diritto, lo dice la Costituzione, ma è un diritto il farselo pagare? È un diritto che uno, se vuole, lo esercita, ma a proprie spese. Il cittadino che vuole mandare il figlio alla scuola privata, se la paghi, se no lo mandi alla scuola pubblica. Per portare un paragone, nel campo della giustizia si potrebbe fare un discorso simile. Voi sapete come per ottenere giustizia ci sono i giudici pubblici; peraltro i cittadini, hanno diritto di fare decidere le loro controversie anche dagli arbitri. Ma l’arbitrato costa caro, spesso costa centinaia di migliaia di lire. Eppure non è mai venuto in mente a un cittadino, che preferisca ai giudici pubblici l’arbitrato, di rivolgersi allo Stato per chiedergli un sussidio allo scopo di pagarsi gli arbitri! [...]. Dunque questo giuoco degli assegni familiari sarebbe, se fosse adottato, una specie di incitamento pagato a disertare le scuole dello Stato e quindi un modo indiretto di favorire certe scuole, un premio per chi manda i figli in certe scuole private dove si fabbricano non i cittadini e neanche i credenti in una certa religione, che può essere cosa rispettabile, ma si fabbricano gli elettori di un certo partito [...].

Poi, nella riforma, c’è la questione della parità. L’art. 33 della Costituzione nel comma che si riferisce alla parità, dice: “La legge, nel fissare diritti ed obblighi della scuola non statale, che chiede la parità, deve assicurare ad essa piena libertà, un trattamento equipollente a quello delle scuole statali” [...]. Parità, sì, ma bisogna ricordarsi che prima di tutto, prima di concedere la parità, lo Stato, lo dice lo stesso art. 33, deve fissare i diritti e gli obblighi della scuola a cui concede questa parità, e ricordare che per un altro comma dello stesso articolo, lo Stato ha il compito di dettare le norme generali sulla istruzione. Quindi questa parità non può significare rinuncia a garantire, a controllare la serietà degli studi, i programmi, i titoli degli insegnanti, la serietà delle prove. Bisogna insomma evitare questo nauseante sistema, questo ripugnante sistema che è il favorire nelle scuole la concorrenza al ribasso: che lo Stato favorisca non solo la concorrenza della scuola privata con la scuola pubblica ma che lo Stato favorisca questa concorrenza favorendo la scuola dove si insegna peggio, con un vero e proprio incoraggiamento ufficiale alla bestialità [...].

Però questa riforma mi dà l’impressione di quelle figure che erano di moda quando ero ragazzo. In quelle figure si vedevano foreste, alberi, stagni, monti, tutto un groviglio di tralci e di uccelli e di tante altre belle cose e poi sotto c’era scritto: trovate il cacciatore. Allora, a furia di cercare, in un angolino, si trovava il cacciatore con il fucile spianato. Anche nella riforma c’è il cacciatore con il fucile spianato. È la scuola privata che si vuole trasformare in scuola privilegiata. Questo è il punto che conta. Tutto il resto, cifre astronomiche di miliardi, avverrà nell’avvenire lontano, ma la scuola privata, se non state attenti, sarà realtà davvero domani. La scuola privata si trasforma in scuola privilegiata e da qui comincia la scuola totalitaria, la trasformazione da scuola democratica in scuola di partito.

E poi c’è un altro pericolo forse anche più grave. È il pericolo del disfacimento morale della scuola. Questo senso di sfiducia, di cinismo, più che di scetticismo che si va diffondendo nella scuola, specialmente tra i giovani, è molto significativo. È il tramonto di quelle idee della vecchia scuola di Gaetano Salvemini, di Augusto Monti: la serietà, la precisione, l’onestà, la puntualità. Queste idee semplici. Il fare il proprio dovere, il fare lezione. E che la scuola sia una scuola del carattere, formatrice di coscienze, formatrice di persone oneste e leali. Si va diffondendo l’idea che tutto questo è superato, che non vale più. Oggi valgono appoggi, raccomandazioni, tessere di un partito o di una parrocchia. La religione che è in sé una cosa seria, forse la cosa più seria, perché la cosa più seria della vita è la morte, diventa uno spregevole pretesto per fare i propri affari. Questo è il pericolo: disfacimento morale della scuola. Non è la scuola dei preti che ci spaventa, perché cento anni fa c’erano scuole di preti in cui si sapeva insegnare il latino e l’italiano e da cui uscirono uomini come Giosuè Carducci. Quello che soprattutto spaventa sono i disonesti, gli uomini senza carattere, senza fede, senza opinioni. Questi uomini che dieci anni fa erano fascisti, cinque anni fa erano a parole antifascisti, ed ora son tornati, sotto svariati nomi, fascisti nella sostanza cioè profittatori del regime.

E c’è un altro pericolo: di lasciarsi vincere dallo scoramento. Ma non bisogna lasciarsi vincere dallo scoramento. Vedete, fu detto giustamente che chi vinse la guerra del 1918 fu la scuola media italiana, perché quei ragazzi, di cui le salme sono ancora sul Carso, uscivano dalle nostre scuole e dai nostri licei e dalle nostre università. Però guardate anche durante la Liberazione e la Resistenza che cosa è accaduto. È accaduto lo stesso. Ci sono stati professori e maestri che hanno dato esempi mirabili, dal carcere al martirio. Una maestra che per lunghi anni affrontò serenamente la galera fascista è qui tra noi. E tutti noi, vecchi insegnanti abbiamo nel cuore qualche nome di nostri studenti che hanno saputo resistere alle torture, che hanno dato il sangue per la libertà d’Italia. Pensiamo a questi ragazzi nostri che uscirono dalle nostre scuole e pensando a loro, non disperiamo dell’avvenire. Siamo fedeli alla Resistenza. Bisogna, amici, continuare a difendere nelle scuole la Resistenza e la continuità della coscienza morale.


 

Da Liberazione del 27 ottobre 1998

"Bonus" o aiuti diretti, tutti contro Costituzione

Carlo Cartocci

 

La questione della parità continua ad essere presente sulle pagine dei giornali, nelle interviste televisive, nei comunicati stampa e negli interventi, ormai quasi quotidiani, delle autorità ecclesiastiche. Berlinguer afferma, sulla Repubblica di ieri, che la parità si farà con le "regole pubbliche" applicando il "combinato disposto" tra l'articolo 33 e l'articolo 34 della Costituzione. Dichiara che un finanziamento diretto alle scuole private aprirebbe problemi costituzionali, ma che «i ragazzi hanno diritto a studiare e che la scelta della scuola non diventa influente a questo proposito» e quindi «l'unica strada percorribile sarebbe il sostegno alle famiglie non abbienti». Il deputato Gianni Risari (Ppi), replicando a Giorgio La Malfa, contrario al sistema integrato pubblico-privato, sostiene invece che «un sistema integrato tra scuola statale e scuola non statale garantirebbe il diritto allo studio a tutti i cittadini indipendentemente dal loro reddito». Nel contempo il Papa chiede il finanziamento pubblico alle scuole non statali senza fini di lucro e l'Osservatore romano esprime «un profondo turbamento» per la posizione espressa dal ministro della Pubblica istruzione che ritiene che «l'insistenza della Chiesa sulla parità non sia utile alla soluzione del problema». Tutti, infine, si affannano ad affermare che è tempo che clericali e anticlericali facciano cadere il muro risorgimentale degli ideologismi. In realtà non sembra che ci si trovi di fronte a sostanziali novità. Dopo le dichiarazioni alla Camera del presidente incaricato, dichiarazioni gravi che abbiamo commentato venerdì scorso, siamo di fronte a un esercizio oratorio a tutto campo, una sorta di polverone di dichiarazioni e controdichiarazioni, che invadono i media escludendo di fatto i cittadini, i quali, ancora una volta, restano soltanto spettatori, senza alcuna possibilità di reale intervento. Per quel che ci riguarda noi restiamo convinti che il finanziamento pubblico alle scuole private, realizzato in aperto contrasto con la Costituzione o attraverso strategie di aggiramento come l'elargizione di un bonus alle famiglie o la detassazione generalizzata delle spese scolastiche e delle rette, è la punta dell'iceberg della più generale questione della realizzazione del sistema integrato pubblico-privato.

La montagna sommersa del sistema integrato è la minaccia più grave, perché prefigura l'attribuzione di funzioni pubbliche a settori di iniziativa privata e perché, nel campo della formazione e dell'istruzione, si combina con i regolamenti dell'autonomia degli istituti e con le leggi attuative della Bassanini, che attribuiscono ampie funzioni agli enti locali anche in campo scolastico. Questa miscela esplosiva sta già dando ampi frutti attraverso i finanziamenti regionali e comunali a scuole private, che si inseriscono nelle colpevoli carenze della scuola pubblica e, perfino, finanziamenti a scuole di appartenenza di sicura "fede padana". L'Autonomia scolastica permette convenzioni e istituzioni di reti di scuole pubbliche e private, aprendo di fatto non soltanto a scuole di appartenenza religiosa, ma anche a scuole aziendali e confindustriali, mettendo così le basi per un futuro sistema scolastico variegato, in concorrenza permanente, diversificato per classe e censo, come nelle peggiori esperienze degli Stati Uniti.

In questa prospettiva separare il discorso del finanziamento pubblico alle scuole private da quello più generale della creazione di un sistema integrato, è pericoloso, di fatto si tratta di due facce di una stessa medaglia. Noi ribadiamo: non si deve parlare di parità ma di equipollenza di trattamento scolastico per gli alunni delle scuole private.

È improcrastinabile un aumento consistente di finanziamenti per la scuola pubblica, senza il quale è patetico parlare di riforme. È dovere costituzionale dello Stato garantire a tutti i cittadini, su tutto il territorio nazionale, l'istruzione dell'obbligo gratuitamente. I provvedimenti per rendere effettivo il diritto allo studio «ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi», riguardano tutti i cittadini e devono essere assicurati, come dice la carta costituzionale, attribuendo a concorso borse di studio, assegni alle famiglie e altre previdenze. Non si può parlare, quindi, di buoni-scuola o detassazioni generalizzate.

Infine, nello spirito e nella lettera degli articoli 33 e 34 della Costituzione, non esiste alcun possibile appiglio per prevedere un sistema integrato pubblico-privato. La Repubblica, aprendo la sua scuola a tutti, l'ha pensata libera, laica e pluralista, adatta quindi a tutti i suoi cittadini. Resta la libertà di chi vuole distinguersi per appartenenza religiosa, etnica o ideologica, di poterlo fare, ma senza oneri per lo Stato.



Un comunicato COBAS-Scuola:

La legge sulla "PARITA' SCOLASTICA" sta maturando progressivamente i suoi frutti velenosi.

Sono ormai 5 le Regioni che hanno istituito i "Buoni scuola", con i quali si pagano le rette che le famiglie dei ricchi devono alle scuole private. Ormai tutte le Regioni hanno, comunque, delle proposte di legge regionali perché in tutto il Paese le scuole private vengano finanziate indirettamente pagando con i soldi pubblici una buona parte delle rette e delle spese che le scuole private chiedono alle famiglie degli studenti iscritti. Il governo ha manifestato l'intenzione di stanziare per il 2002 altri 260 miliardi a favore delle scuole private, con il che gli stanziamenti a favore delle scuole non statali raggiungeranno i 1.200 miliardi di lire l'anno (620 milioni di Euro).

Tutto questo era previsto dalla legge sulla parità che prevedeva, appunto, attraverso l'aggiramento del dettato Costituzionale del "senza oneri per lo stato", che le scuole private fossero finanziate dalle Regioni attraverso i fondi e la legislazione relativa al "Diritto allo studio". Il secondo canale di finanziamento, previsto dalla legge ma che ancora le Regioni non hanno attivato, sarà per i Super ricchi i quali potranno detrarre interamente dalle tasse le spese effettuate per la frequenza alle scuole private.

Nonostante questo profluvio di soldi la scuola privata continua a non essere né apprezzata né amata dalla maggioranza degli Italiani: sono in caduta verticale le iscrizioni e molte di esse devono chiudere.

Ma la politica di sostegno alle scuole private non si limita solo a queste forme di finanziamento ma arriva a modificare persino lo stato giuridico degli insegnanti. Infatti grazie al testo della legge di parità che prevede che il 25% del personale docente delle scuole paritarie sia volontario o a prestazione d'opera, l'attuale governo ha escogitato che agli insegnanti delle scuole "paritarie" vengano riconosciuti 12 punti per ogni anno di servizio prestato, senza aver dovuto fare concorsi, senza essere stati immessi nelle graduatorie pubbliche, senza aver fatto anni di faticosissimo pendolarismo. Così molti aspiranti insegnanti si sono sentiti proporre dalle scuole private lavorare come "volontari", senza stipendio, che intanto poi sarebbero stati ricompensati con i 12 punti annui previsti dalla normativa utili per accedere alla scuola pubblica.

I privilegi a favore delle scuole private non riescono a far decollare le scuole paritarie, né ad arrestarne la debacle, l'obiettivo di questo governo è stato e resta dunque l'aziendalizzazione, l'immiserimento e il degrado della scuola pubblica … sulle sue macerie potrà finalmente trionfare il mercato e prender forza la scuola privata.

Contributi Statali alle scuole non statali, nel periodo del governo di centro-sinistra  (miliardi di lire)

 

1997

1998

1999

2000

2001

Spesa per trasferimenti alla scuola non statale

235,7

345,7

565,7

575,9

922,9

Variazione rispetto all'esercizio precedente

+32,3

+110,0

+220,0

+10,3

+347

Fonte: Camera dei Deputati Giugno 2001

 

Decremento della frequenza delle scuole private in Italia

Anni scolastici 1997/98 - 2000/3001

 

Scuola Materna

Scuola Elementare

Scuola Media

Scuola Superiore

1997 - 1998

670.139

251.037

96.804

198.353

1998 - 1999

660.237

244.212

71.549

193.175

1999 - 2000

656.374

184.175

57.681

139,723

2000 - 2001

638.454

171.950

61. 773

120.125

Decremento 1997 - 2001

-31.685

-(4,8 %)

-79.087

-(31,5 %)

-35.031

-(36,2 %)

-78.228

-(39,4 %)

Fonte: Dati MUIR - Elaborazione Cobas Scuola



 

Riporto infine la posizione di Giuseppe Aragno, trovata su di un forum di discussione, che riassume bene i livelli di indignazione che oggi vi sono:

Prima lo capiremo

Giuseppe Aragno

05-09-2003


Dirla tutta e fuori dai denti non è mai facile.
C’è la destra al governo.
L’opposizione annaspa.
L’unità sindacale è incrinata.
Prodi e D’Alema si stanno ritrovando: nasce un nuovo partito? è la panacea di tutti i mali.
C’è la guerra infinita.
Ci sono le pensioni in discussione.
Ogni giorno c’è qualcosa e tutta non la dici.
Nelle scuole intanto i colpi giungono come mazzate.
Non la riforma, s’intende, che verrà pure, per forza d’inerzia suppongo o perché qualcuno dei saggi di Berlinguer, passato in campo opposto - ognuno ha il suo prezzo e le differenze non sono poi così marcate - ne indovinerà una meno sporca e più praticabile e finiremo col chiamarla riforma.
I colpi sono altri e più pesanti: i soldi che non ci sono e si danno alle private, i tagli di ogni genere, le assunzioni in ruolo chiuse a tutti i docenti, tranne che a quelli di religione, le cambiali da pagare a leghisti e separatisti nella scuola provvidamente regionalizzata da D’Alema.
Colpi come mazzate ed è inutile elencarli: li riceviamo ogni giorno e sappiamo di che si parla.
L’anno scorso, da Rsu della Cgil, sono stato messo alla porta dal Dirigente scolastico e minacciato: ti cambio le mansioni. Serve dirlo? Un dirigente scolastico iscritto come me alla Cgil. L’hanno cacciato dal sindacato? No. Il segretario provinciale della Cgil a Napoli è un dirigente scolastico, come Panini, il segretario nazionale.
Dirla tutta e fuori dai denti non è facile. Pesano la formazione politica, il senso della responsabilità, il passato di dirigente. Non è facile, ma ogni tempo viene e la dignità non si baratta.
Alla Cgil scuola si sono distribuiti i distacchi e c’è stata la paralisi consueta. Io mi aspettavo il ferro ed il fuoco ed invece c’erano i distacchi. Alla Cgil scuola c’è sempre qualcosa che viene prima delle lotte dei lavoratori: le regole ferree dell’organizzazione, i Cobas che mettono la testa fuori dal sacco, la Gilda che va tenuta a freno, le altre categorie che ce l’hanno coi docenti, le riunioni, i convegni, i partiti di riferimento, i congressi, l’atmosfera precongressuale ed i mesi di assestamento che seguono i congressi. C’è sempre qualcosa.
Dirla tutta e fuori dai denti non è mai facile, ma è il tempo di farlo.
Questa Cgil scuola non ha le carte in regola per contrastare la Moratti. Non può perché è stata la maggiore ispiratrice e la peggior complice dei misfatti che le hanno spianato la strada. Insistiamo da tempo su una verità detta male: c’è stata una legge sbagliata e la destra ne approfitta. Quello che non diciamo è che la parità scolastica è stata fortemente voluta dai gruppi dirigenti della Cgil scuola e dei DS. Combattiamo gli effetti, non la causa. DS e Cgil hanno inferto la prima ferita mortale alla Costituzione della repubblica.
Dirla tutta e fuori dai denti non è facile, ma le cose stanno così: questa Cgil scuola ha ormai davvero ben poco da dire ai docenti.
Prima lo capiremo e meglio sarà.

 

 

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