Il
lavoro nella scuola pubblica
Il
Dipartimento
Nazionale Scuola, Università e ricerca
del Partito della Rifondazione Comunista, ha realizzato un'indagine
campionaria sugli insegnanti su atteggiamenti,opinioni, organizzazione del
lavoro e approccio collegiale all’insegnamento. Maggio 2003.
L’indagine
è stata condotta tramite un questionario a risposta chiusa su un campione
rappresentativo, non altissimo ma rigoroso, di 174 insegnanti della scuola
pubblica, scelti con un criterio che rispetta la casualità statistica: non
sono amici né conoscenti dei compagni che hanno curato l’indagine, non
sappiamo se siano iscritti a un sindacato né tanto meno a un partito. Sono
insegnanti veri, che non confonderemo con tutti gli
insegnanti della scuola pubblica, ma sui quali ci permetteremo un
ragionamento più ampio.
A
indicare la creatività del lavoro come il più importante dei motivi di
soddisfazione sono soprattutto gli insegnanti che hanno da 10 a 20 anni di
insegnamento, quelli che hanno meno di 10 anni l’utilità del lavoro,
mentre coloro che hanno più di 20 anni la stabilità.
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I motivi di soddisfazione % |
I motivi di insoddisfazione % |
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lavoro creativo 40,7 lavoro utile 34,3 crescita personale 9,3 stabilità 8,7 orario 6,4 retribuzione 0,6
|
retribuzione 41,8 scarso riconoscimento 17,1 troppi studenti 12,4 burocrazia 9,4 carico di lavoro 7,6 lavoro esecutivo 7,6 strutture inadeguate 4, |
|
% |
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|
preparazione delle lezioni |
40,1 |
|
correzione dei compiti |
28,1 |
|
programmazione |
28,1 |
|
preparazione personale |
27,5 |
|
sedute del consiglio di classe o altri organi collegiali |
24,6 |
|
progettazione e realizzazione dei progetti |
23,4 |
|
frequenza a corsi di aggiornamento |
10,8 |
|
rapporto individuale con gli studenti |
7,2 |
|
partecipazione alle riunioni di commissione |
4,8 |
|
rapporto con i genitori |
1,8 |
|
verifica dei progetti |
1,8 |
Il totale è superiore a 100 perché la domanda prevedeva la possibilità di dare due risposte.
Le attività cui si vorrebbe dedicare più tempo
|
% |
|
|
frequenza a corsi di aggiornamento |
45,9 |
|
preparazione personale |
39,4 |
|
progettazione e realizzazione dei progetti |
32,4 |
|
rapporto individuale con gli studenti |
24,1 |
|
programmazione |
21,8 |
|
preparazione delle lezioni |
14,7 |
|
partecipazione alle riunioni di commissione |
4,1 |
|
rapporto con i genitori |
4,1 |
|
correzione dei compiti |
4,1 |
|
sedute del consiglio di classe o altri organi collegiali |
3,5 |
|
verifica dei progetti |
2,4 |
Anche in questo caso, il totale è superiore a 100.
Il lavoro per progetti:
|
% |
|
|
consente di collaborare |
51,8 |
|
è interessante |
47,6 |
|
toglie tempo |
18,2 |
|
autorizza a lavorare meno |
8,8 |
|
permette di guadagnare di più |
8,2 |
Il totale è superiore a 100 perché la domanda prevedeva la possibilità di dare due risposte.
I primi due criteri, quello più egualitario (nessuno, tutti allo stesso modo) e quello più oggettivo (impegno orario) sono indicati in misura più evidente dagli insegnanti con meno di 10 anni di insegnamento. In particolare, sono quelli che hanno ancora un problema di stabilità occupazionale a indicare più spesso la preferenza per una retribuzione uguale per tutti.
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% |
|
|
impegno orario |
27,3 |
|
nessuno, tutti dovrebbero essere pagati allo stesso modo |
27,3 |
|
cura messa nel lavoro |
18,0 |
|
esperienza |
9,9 |
|
capacità di lavoro collegiale |
6,8 |
|
meritocrazia |
6,2 |
|
preparazione personale |
4,3 |
Più
della metà del campione dichiara di collaborare spesso con gli altri
insegnanti, il 30% solo qualche volta e meno del 9% raramente. Colpisce il
fatto che quasi il 60% dichiari che la collaborazione non è prevista
istituzionalmente dalla scuola, ma è affidata a relazioni informali. Si
noti che quando la collaborazione è prevista dall’istituto scolastico
essa è molto più frequente.
Collaborazione: frequenza per tipo
Per capire meglio questa dimensione abbiamo messo in relazione il livello di soddisfazione rispetto al rapporto con i colleghi con l’opinione su come si vorrebbe fossero gli insegnanti della propria scuola, individuando quattro tipi di atteggiamento.
Il tipo A (attribuisce maggiore importanza alla competenza e ha buone relazioni con i colleghi, 6%) ha più frequentemente un incarico annuale, vorrebbe essere pagato a seconda dell’impegno orario, dedica più ore alla preparazione personale e a questa, insieme all’aggiornamento, dedicherebbe ancora più tempo. Ha in genere un giudizio negativo del lavoro per progetti e dichiara di collaborare poco con gli altri insegnanti.
|
sempre |
spesso |
a volte |
raramente |
totale |
|
|
prevista dalla scuola |
68,8 |
46,3 |
36,5 |
13,3 |
42,3 |
|
affidata a relazioni informali |
31,3 |
53,8 |
63,5 |
86,7 |
57,7 |
Il tipo B (ha buoni rapporti con i colleghi e attribuisce maggiore importanza alla collegialità dell’insegnamento, 40%) è in genere più giovane, ha meno anni di insegnamento e soprattutto un miglior rapporto con gli studenti. Trova interessante il lavoro per progetti che — di conseguenza — è una delle attività cui dedica più tempo. Naturalmente dichiara di collaborare più frequentemente con gli altri insegnanti.
Il tipo C (ha un buon rapporto con i colleghi e attribuisce più importanza alla motivazione, 45%) lamenta più frequentemente la scarsa retribuzione, ritiene che tutti dovrebbero essere pagati allo stesso modo e dichiara di avere una collaborazione medio-alta con gli altri insegnanti.
Il tipo D (indipendentemente dalla dimensione cui attribuisce più importanza si dichiara insoddisfatto del rapporto con i colleghi, 10%) ha in genere più di 20 anni di insegnamento e lamenta che il proprio lavoro sia troppo esecutivo e che ci siano troppi studenti per classe. Le attività che lo impegnano di più sono quelle più individuali, come la correzione dei compiti, la preparazione personale e delle lezioni. Dichiara di collaborare raramente con gli altri insegnanti e in maniera del tutto informale. Tuttavia ritiene che il lavoro per progetti consenta di collaborare con gli altri insegnanti e che la scuola in cui insegna dovrebbe avere più lavoro collegiale. Non stupisce che le attività cui dedicherebbe più tempo siano proprio il lavoro per progetti e la relazione con gli studenti, rispetto ai quali — aihmé - lamenta un rapporto relativamente poco soddisfacente.
Indice di collaborazione
|
Quanto si ritiene soddisfatto del rapporto con gli altri insegnanti? |
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|
molto |
abbastanza |
poco |
||
|
Gli insegnanti della sua scuola dovrebbero essere: |
più competenti |
A |
D |
|
|
più collaborativi |
B |
|||
|
più motivati |
C |
|||
Concludiamo con due dati: più del 96% degli insegnanti intervistati non è d’accordo con la politica dell’attuale Ministero dell’Istruzione; l’85% ritiene che - non solo recentemente ma ormai da alcuni anni - sia in atto un graduale processo di dequalificazione della scuola pubblica. Chiunque voglia fare una politica di sinistra nella scuola pubblica ci rifletta.
|
Da alcuni anni è in atto un graduale processo di dequalificazione della scuola. È d’accordo con questa affermazione? |
È d’accordo con la politica dell’attuale Ministero dell’Istruzione? % |
|
|
sì 3,5 no 96,5 |
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Appendice
Il
questionario
|
Il partito della Rifondazione Comunista ha promosso un’indagine campionaria tra gli insegnanti della scuola pubblica per comprendere le loro aspettative rispetto alla prossima tornata contrattuale, particolarmente importante per contrastare il processo di dequalificazione dell’istruzione pubblica. Contiamo sulla vostra disponibilità, chiedendovi di rispondere a questo breve questionario. Il piano di campionamento ha seguito i criteri della probabilità statistica, per cui il vostro nominativo è stato estratto in maniera del tutto casuale. I dati raccolti saranno elaborati in forma statistica, pertanto del tutto anonima. Vi ringraziamo per la collaborazione.
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|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Sex |
□ |
M |
□ |
F |
Anno di nascita: 19……. |
Provincia: …………………………………………… |
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|
Da quanto tempo insegna: |
□ |
meno di 1 anno |
□ |
più di 1 anno |
Quanti? |
………….. |
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|
Tipo di contratto: |
□ |
tempo indeterminato |
□ |
supplente temporaneo |
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|
□ |
tempo determinato con incarico annuale |
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|
Materia di insegnamento: |
……………………………………………………………………………… |
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|
Tipo di scuola: |
□ |
elementare |
□ |
media inferiore |
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|
□ |
liceo |
□ |
istituto tecnico |
□ |
istituto professionale |
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|
La scuola in cui insegna è un istituto comprensivo? |
□ |
sì |
□ |
no |
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|
Stato civile: |
□ |
nubile/celibe |
□ |
convivente/sposato |
□ |
separato/divorziato |
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|
Numero di figli: |
□ |
nessuno |
□ |
uno |
□ |
più di uno |
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|
Attualmente, oltre alle ore dedicate all’insegnamento frontale, quali di queste attività le impegnano più ore? (due risposte in ordine di priorità) |
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|
1a risposta |
2 a risposta |
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|
Preparazione personale |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Frequenza a corsi di aggiornamento |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
La preparazione delle lezioni |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Le sedute del consiglio di classe o di altri organi collegiali |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
La partecipazione alle riunioni di commissione |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
L’attività di programmazione |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
La progettazione e la realizzazione dei progetti |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
La verifica dei progetti |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Il rapporto con i genitori |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Il rapporto individuale con gli studenti |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
La correzione dei compiti |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
A fronte di un aumento di salario, a quale di queste attività dedicherebbe più ore? (due risposte in ordine di priorità) |
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|
1a risposta |
2 a risposta |
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|
Preparazione personale |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Frequenza a corsi di aggiornamento |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
La preparazione delle lezioni |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Le sedute del consiglio di classe o di altri organi collegiali |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
La partecipazione alle riunioni di commissione |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
L’attività di programmazione |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
La progettazione e la realizzazione dei progetti |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
La verifica dei progetti |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Il rapporto con i genitori |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Il rapporto individuale con gli studenti |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
La correzione dei compiti |
□ |
□ |
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Quanto frequentemente le capita di collaborare con gli altri insegnanti per lo svolgimento del suo lavoro? |
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|
□ |
sempre |
□ |
spesso |
□ |
a volte |
□ |
raramente |
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|
Con colleghi di quali insegnamenti le capita più spesso di collaborare? (anche più di una risposta) |
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|
□ |
uguali al mio |
□ |
simili al mio |
□ |
differenti dal mio |
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|
La collaborazione con gli altri insegnanti è prevalentemente: |
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|
□ |
prevista dall’istituto scolastico |
□ |
affidata a relazioni informali tra colleghi |
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|
Tra quelli elencati, quali sono i motivi di maggiore soddisfazione nello svolgimento del suo lavoro? (una sola risposta) |
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|
□ |
l’orario di lavoro |
□ |
la retribuzione |
|||||||||||||||||||||||||||||||||
|
□ |
la possibilità di svolgere un lavoro creativo |
□ |
la crescita personale |
|||||||||||||||||||||||||||||||||
|
□ |
la possibilità di svolgere un lavoro utile |
□ |
la stabilità occupazionale |
|||||||||||||||||||||||||||||||||
|
E quelli di maggiore insoddisfazione? (una sola risposta) |
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|
□ |
l’eccessivo carico di lavoro |
□ |
la retribuzione |
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|
□ |
l’eccessivo numero di studenti per classe |
□ |
l’eccesso di burocrazia |
|||||||||||||||||||||||||||||||||
|
□ |
lo scarso riconoscimento sociale |
□ |
la mancanza di strutture adeguate |
|||||||||||||||||||||||||||||||||
|
□ |
la riduzione dell’insegnamento a mero lavoro esecutivo |
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|
Quanto si ritiene soddisfatto dei rapporti che intrattiene con: |
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|
molto |
abbastanza |
poco |
per niente |
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|
i suoi colleghi |
□ |
□ |
□ |
□ |
||||||||||||||||||||||||||||||||
|
gli studenti |
□ |
□ |
□ |
□ |
||||||||||||||||||||||||||||||||
|
i genitori |
□ |
□ |
□ |
□ |
||||||||||||||||||||||||||||||||
|
il capo di istituto |
□ |
□ |
□ |
□ |
||||||||||||||||||||||||||||||||
|
il personale tecnico |
□ |
□ |
□ |
□ |
||||||||||||||||||||||||||||||||
|
il personale ausiliario |
□ |
□ |
□ |
□ |
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|
Nella scuola dove insegna, gli insegnanti dovrebbero essere: (una sola risposta) |
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|
□ |
più competenti |
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|
□ |
più disponibili a collaborare tra di loro |
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|
□ |
più motivati |
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|
Lavorare per progetti: (una o due risposte) |
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|
□ |
è interessante |
□ |
toglie tempo all’insegnamento frontale |
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|
□ |
permette di guadagnare di più |
□ |
consente di collaborare con insegnanti di altre materie |
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|
□ |
autorizza chi non è motivato a lavorare meno degli altri |
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In generale, il lavoro di un insegnante è prevalentemente: (tra i due estremi indicare la casella corrispondente al proprio giudizio) |
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collegiale |
□ |
□ |
□ |
□ |
□ |
□ |
□ |
individuale |
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|
La scuola in cui insegna dovrebbe avere: (una sola risposta) |
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|
□ |
attrezzature e tecniche di supporto alla didattica più efficienti |
□ |
più finanziamenti |
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|
□ |
più integrazione con il territorio |
□ |
più cultura di lavoro per gruppi e per progetti |
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|
□ |
una migliore organizzazione degli uffici amministrativo-segretariali |
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Quali dovrebbero essere i criteri per determinare il livello di retribuzione di un insegnante? (una sola risposta) |
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□ |
l’impegno orario |
□ |
la preparazione personale |
□ |
la cura messa nel lavoro |
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|
□ |
la valutazione meritocratica |
□ |
la capacità di lavoro collegiale |
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|
□ |
l’esperienza |
□ |
nessuno, tutti dovrebbero essere pagati allo stesso modo |
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|
Sarebbe favorevole a ricevere una parte della retribuzione sotto forma di benefits? |
□ |
sì |
□ |
no |
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Se sì, per quali di queste attività? (una o due risposte) |
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|
□ |
corsi di formazione |
□ |
sconto sui libri |
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|
□ |
attività culturali (mostre, cinema, teatro…) |
□ |
altro (specificare) ………………………………….. |
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"Da alcuni anni, è in atto nella scuola pubblica un progressivo processo di dequalificazione." È d’accordo con questa affermazione? |
□ |
sì |
□ |
no |
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|
È d’accordo con l’attuale politica scolastica del Ministero dell’Istruzione? |
□ |
sì |
□ |
no |
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http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Novembre-1998/9811lm02.01.html
http://www.ecn.org/reds/scuola/scuola0202genitori.html
In difesa della scuola pubblica di qualità per
tutti LA FINE DELL'OBBLIGO SCOLASTICO LA RIDUZIONE DELLE ORE DI LEZIONE LA SCELTA PRECOCE LA VALUTAZIONE Accanto alla nuova "riforma dei
cicli" altre iniziative del governo - come la riforma dell'esame di stato,
il buono scuola, la riforma degli organi collegiali - rischiano di precipitare
il sistema scolastico italiano in un vicolo cieco nel quale saranno penalizzati
valori quali la democrazia e la parità di diritti e di opportunità per tutti. UN TITOLO DI STUDIO SENZA PIU' ALCUN
VALORE LA SCUOLA DIVENTA UN'AZIENDA UNA SCUOLA CHE DIVIDE LA VERA SCUOLA LIBERA Una scuola di qualità diventerà possibilità
e prerogativa solo di una minoranza della popolazione italiana. Offriamo questo
nostro contributo a studenti, studentesse e genitori, non solo per esprimere le
nostre preoccupazioni, ma anche perché riteniamo di fondamentale importanza le
loro considerazioni su un tema così importante e delicato come quello della
scuola. http://www.uaar.it/chi/ateo/2000_1_art4.html Quando parlo di privata, evito il linguaggio dell’ipocrisia che addolcisce
il privato nel «non statale», perché privato ha un significato che, nel
nostro sistema, si basa sia sul profitto sia sull’affermazione di un’identità
condivisa solo da alcuni e non da tutti i cittadini dello Stato.
In Trentino le scuole private che contano sono cattoliche ed esercitano una
pressione notevole sull’opinione pubblica, sfruttando campagne pubblicitarie
basate su quelle considerazioni qualunquiste e superficiali dei genitori che
vedono i punti di forza nel maggior controllo dei ragazzi, nell’impossibilità
di scioperare o autogestire, nel trovarsi in una situazione protetta dai mali
della società come droghe, fumo, alcool, e cosiddette cattive compagnie.
Io, che lavoro nella scuola da molti anni, so bene come queste situazioni
protette, derivate da mancanza di fiducia nei figli, generalmente si risolvano
in veri e propri boomerang; ma questo è un problema che riguarda altri.
Ciò che conta è che in Trentino è stata approvata una legge - la Legge
Provinciale n. 29 del 1990 - che, in barba al 2° comma dell’Art. 33 della
Costituzione, prevede il finanziamento pubblico provinciale alle scuole private
mediante contributi in conto gestione e assegni agli studenti. E non sono
proprio briciole quelle che vengono stornate dal bilancio provinciale della
scuola pubblica; anche se le cifre esatte non si riesce mai a saperle.
Ora la situazione è ancora più grave: con la discussione, parzialmente
approvata, sulla parità scolastica il Governo assegna alla scuola privata la
Funzione pubblica, pari a quella svolta dalla scuola statale. Funzione pubblica
che dovrebbe essere reale e controllata dallo Stato; il che rimane invece solo
sulla carta e solo per chiedere denaro, perché, alla fine, il re è nudo, e le
private vogliono solo denaro pubblico per mantenere inalterati i loro profitti e
far fronte così al calo demografico.
Le scuole private, di fatto, la funzione pubblica non la svolgono per vari
motivi tra cui: non prendono o dissuadono i ragazzi portatori di handicap dal
frequentarle, così non devono pagare insegnanti di sostegno, non prendono
alunni di altre confessioni religiose (per esempio islamici: l’ultimo caso è
successo a Trento in novembre quando la scuola professionale delle Canossiane ha
rifiutato l’iscrizione a una bambina islamica); e poi non esistono scuole
private nelle zone periferiche o disagiate, e il numero di alunni per classe
arriva anche a 32. Si può quindi dire che le scuole private svolgono un
servizio pubblico dove sono garantiti i profitti; ma per svolgere la funzione
pubblica dell’istruzione rimangono da soddisfare ancora molti parametri.
Se si vuole poi parlare delle differenze oggettive tra scuola privata e
scuola pubblica, basti considerare che nella pubblica gli studenti sono i
soggetti dell’educazione e dell’istruzione, in quella privata essi sono
l’oggetto del condizionamento della tendenza, sia cattolica sia di altro
genere. La scuola pubblica non pensa che si debba fornire un pacchetto di valori
in termini assoluti e una proposta di vita preconfezionata: propone istruzione,
indica valori che sono alla base della civiltà democratica, favorisce il
confronto con l’altro, anche con l’alunno «diverso» inserito nella classe,
educa al rispetto e alla libertà, è disinteressata all’ideologia perché ha
superato il carattere ideologico e condizionatorio che le imponeva il fascismo,
facendo anzi tesoro di questo superamento, e ha fatto del disinteresse
ideologico un valore come condizione primaria della sua laicità. Si può dire
lo stesso delle scuole private? Sicuramente no, ma ciò non è importante;
ognuno può istituire scuole dove e quante ne vuole, ma pretendere che vengano
finanziate dallo Stato per affermare idee che possono essere in contrasto con i
principî dello Stato stesso non è possibile.
Il rischio che si corre è quello di un frazionamento dell’istruzione e
della formazione dei cittadini.
Fino ad oggi, la scuola pubblica ha garantito a tutti una uguale opportunità
di crescita e formazione; la parificazione può comportare l’istituzione di
una scuola padana, di una islamica, di scuole new age, o di ogni altro
particolarismo. Avranno tutte pari diritto al finanziamento, e i fondi verranno
stornati dal bilancio della scuola pubblica, la quale verrà relegata al ruolo
di ricettacolo di poveri ed emarginati; e così si scardinerà un sistema
dell’istruzione che, pur con qualche difetto, rappresenta una garanzia di
formazione democratica e civile. Probabilmente è questo ciò che si vuole, ma
le conseguenze sono state analizzate?
http://www.uaar.it/documenti/laicita/24.html Il mutamento della società italiana avvenuto nel secondo dopoguerra portò
molte persone a ritenere che l’esecuzione di riti religiosi durante l’orario
scolastico non fosse molto pertinente con i fini educativi che si proponeva la
scuola pubblica. Da parte cattolica si cominciò, allora, a cercare nuove strade
per continuare a comportarsi come se niente fosse.
In particolare, il DPR 416/74 (Istituzione e riordinamento di organi
collegiali della scuola materna, elementare, secondaria e artistica) stabilì,
all’articolo
6 (Attribuzioni del consiglio di circolo o di istituto e della giunta
esecutiva) che «Il consiglio di circolo o di istituto... ha potere
deliberante... su criterî per la programmazione e l’attuazione delle attività
parascolastiche, interscolastiche, extrascolastiche, con particolare riguardo ai
corsi di recupero e di sostegno, alle libere attività complementari, alle
visite guidate e ai viaggi di istruzione... e sulla partecipazione del circolo o
dell’istituto ad attività culturali, sportive e ricreative di particolare
interesse educativo». Nonostante l’estensore della legge non avesse certo
in mente, utilizzando tale formulazione, di consentire l’effettuazione di riti
religiosi, si cercò di utilizzare questo grimaldello per attribuire ai consigli
di istituto la possibilità di effettuarli, ritenendo gli atti di culto un’«attività
scolastica di tipo culturale».
Le modifiche concordatarie del 1984, benché non intervenissero direttamente
sulla materia, furono comunque la base di partenza per la stipula di una serie
di Intese con le confessioni cristiane di minoranza (Tavola valdese nel 1984,
Chiese avventiste nel 1988, Assemblee di Dio nel 1989), nonché con l’Unione
delle Comunità ebraiche italiane (nel 1989). Queste intese, approvate con legge
dal Parlamento, prevedono espressamente che le eventuali cerimonie religiose non
devono avvenire durante l’orario scolastico.
Questo elemento di chiarezza fu messo ancora una volta in discussione nel
1992 da una circolare, la numero 13377/544/MS
(Partecipazione degli alunni ad attività di carattere religioso) del
Ministero della Pubblica Istruzione, all’epoca retto dal democristiano Misasi.
Tale circolare prevedeva nuovamente la possibilità di partecipare liberamente,
in orario scolastico, a cerimonie religiose in seguito a delibere dei consigli
di Circolo e di Istituto, motivandola con la citazione espressa del DPR 416/74.
Un nuovo capovolgimento, e questa volta definitivo, si ebbe già l’anno
dopo. A dare il colpo di grazia alle pretese cattoliche fu la sentenza 250/93
del TAR dell’Emilia Romagna (poi confermata dalla sentenza 489/95
del TAR del Veneto e da altre ancora). Questa sentenza sancì l’illegittimità
delle delibere di Consigli di circolo che disponevano lo svolgimento di pratiche
religiose in orario scolastico, ravvisando che la celebrazione di liturgie o di
riti religiosi rappresenta un’attività del tutto estranea alla scuola e alle
sue attività istituzionali.
La sentenza spiazzò le gerarchie ecclesiastiche, che reagirono in modo molto
astioso. Un primo commento fu rilasciato da mons. Mario Marchesi, direttore
dell’Ufficio giuridico della CEI (su SIR n. 310 del 25/6/93): «Viene
spontaneo domandare a questo TAR “laico” chi gli abbia dato l’autorità di
qualificare un atto religioso. Chi gli abbia dato la capacità di
“escludere” che abbia carattere di attività extrascolastiche e di fatto
culturale, un atto richiesto dai cittadini come momento espressivo di cultura
religiosa popolare, di “arte” religiosa popolare, di espressione comunitaria
di fede popolare, per segnare socialmente determinati momenti dell’attività
scolastica. Tutto ciò non costituisce forse quell’indivisibile insieme che è
la cultura? (...) La logica che sta nel sottofondo della decisione sembra quella
del “gerarca” che si arroga il diritto di insegnare e comandare ai suoi
sudditi, in fatto di fede, come esso pensa e vuole che sia la qualifica della
stessa fede e non gli interessa come essa è realmente e come i cittadini la
pensano e la vogliono esprimere. Sembra che alcuni organismi
dell’amministrazione pubblica, incaricati di applicare le leggi, pur di
raggiungere determinati obiettivi prefissati, attuino veri e propri interventi
“manipolativi”, assumendo funzioni che l’ordinamento democratico assegna
ad altri».
In seguito, il d.lgs. 297/1994 (Testo Unico delle disposizioni legislative
in materia di istruzione), recependo anche la normativa sottoscritta nelle
Intese con le confessioni di minoranza, all’articolo
311 vietò espressamente, nelle classi nelle quali sono presenti alunni che
abbiano dichiarato di non avvalersi di insegnamenti religiosi, di svolgere
pratiche religiose in occasione dell’insegnamento di altre materie o secondo
orarî che abbiano comunque effetti discriminanti.
Il quadro delineatosi fu apparentemente rimesso in gioco dal DPR
n. 567/1996 (Regolamento recante la disciplina delle iniziative
complementari e delle attività integrative nelle istituzioni scolastiche).
In realtà i riti religiosi non furono ricompresi tra le iniziative e le attività
oggetto del testo, ma tanto bastò alla lobby cattolica per riproporne una
interpretazione simile alla circolare Misasi, già cassata dal TAR, e
definitivamente annullata dalla sentenza 2478/99
del TAR del Veneto.
Difficile spiegarlo. Si può forse anche dire che i non credenti, non sapendo
come muoversi in queste circostanze e forse non sapendo neppure di avere dalla
propria parte la legge, con la loro supina accettazione di questi abusi spingono
le gerarchie ecclesiastiche a commetterne di nuovi con la complicità degli
organi scolastici. Cerchiamo quindi di tracciare una breve guida per impedire
che si realizzino.
Intanto va ribadito che è quasi sempre inutile protestare a voce o per
iscritto: in base alle leggi italiane in vigore, le autorità pubbliche non sono
tenute a rispondere a semplici proteste o a domande di spiegazione. Invece, non
appena si ha notizia che in una classe di una scuola pubblica sono programmate
queste attività, bisogna assolutamente mandare subito una diffida al Dirigente
scolastico e al Consiglio di Circolo o di Istituto e dargli una scadenza. Clicca
qui per un modello di diffida. Nel caso che l’iniziativa sia stata presa
dal Preside o da altra persona senza l’autorizzazione del Consiglio di
Istituto o di Circolo, è bene chiedere per iscritto che questi organi si
esprimano in merito.
Se, nonostante la diffida, il Consiglio di Istituto o di Circolo delibera
l’atto di culto in orario scolastico, l’interessato (genitore, alunno
maggiorenne, insegnante di quella scuola) può farsi consegnare dalla segreteria
una copia della delibera del Consiglio di Istituto o di Circolo (che è
l’unico organo competente a programmare le attività della scuola) e/o della
circolare che dà agli alunni o alle famiglie le indicazioni per il culto.
Le delibere possono comunque sempre essere impugnate davanti al TAR
regionale, meglio se con l’aiuto di un’associazione come l’UAAR. Il
ricorso dev’essere presentato da un genitore di un alunno interessato dal
provvedimento o anche dall’alunno stesso, se maggiorenne. Quanto alla
legittimazione a ricorrere di associazioni aventi come scopo sociale la tutela
della laicità delle istituzioni (quali l’UAAR) o il buon funzionamento delle
istituzioni scolastiche (come ad esempio il Comitato per Scuola della
Repubblica) esistono in giurisprudenza orientamenti diversi ed è quindi
opportuno che l’iniziativa di queste associazioni si accompagni sempre a
quella dei soggetti direttamente interessati. Il ricorso dev’essere
sottoscritto da avvocato e al costo dell’assistenza del professionista si
devono aggiungere le spese per il contributo unificato (310,00 Euro per le cause
di valore indeterminabile).
Se il ricorso è presentato prima (almeno una settimana dovrebbe bastare)
della messa o della visita pastorale, può essere chiesta con urgenza al
Presidente del TAR la sospensiva del provvedimento, adducendo l’esistenza di
un danno grave e irreparabile (nel caso deciso dal TAR del Veneto con sentenza
2478/99 il Tribunale amministrativo ha riconosciuto che lo svolgimento di una
messa in orario scolastico poteva recare un grave pregiudizio al ricorrente e ha
quindi concesso il provvedimento cautelare); in questo caso il Presidente del
TAR può concedere subito la sospensiva.
Tra i principali obbiettivi vi sono soprattutto i luoghi di lavoro. Capita
infatti che si svolgano funzioni durante l’orario d’ufficio, grazie alla
concessione di un permesso retribuito ai soli dipendenti partecipanti (ad
esempio, tra i casi segnalatici, la Corte di Appello di Roma, l’ENEL
Produzione di Palermo, l’Agenzia delle Dogane di Roma e l’AMIA di Verona).
Capita, ma non è consentito, in quanto vìola lo Statuto
dei Lavoratori. Negli Stati Uniti è accaduto anche di peggio: nel 2001 il
ministro Ashcroft avviò seminarî di studi biblici al Dipartimento di Giustizia
(135 mila dipendenti), cominciando a radunare gruppi di pii funzionari in una
sala per pregare e commentare le Sacre Scritture.
La stessa cosa accade anche in quei particolari luoghi di istruzione dove non
vige la normativa dell’ora di religione (ad esempio, tra i casi segnalatici,
la Scuola di Polizia di Spoleto e l’Università di Verona).
Invitiamo pertanto tutti coloro che sono a conoscenza di casi analoghi a
segnalarceli all’indirizzo e-mail soslaicita@uaar.it,
affinché l’UAAR possa aiutarvi a intervenire prontamente nei confronti dei
responsabili.
Un altro tipo di pesante ingerenza è rappresentato dalle preghiere di
caseggiato: del resto, l’idea che la preghiera abbia una funzione
“socializzante” è un concetto così diffuso, anche fuori dall’Italia, che
si è dovuti arrivare a un pronunciamento della Corte Suprema degli Stati Uniti
e a una delibera della FIFA (la Federazione Internazionale delle Associazioni
Calcistiche) per vietare le preghiere negli stadî.
Infine, l’illegittimità di erigere i presepî in quanto simbolo di una
specifica confessione è stata disinvoltamente aggirata costruendo presepî in
quanto simbolo storico della cultura italiana. Per fortuna esistono ancora
istituti dove meritorî insegnanti o genitori di altre opinioni minacciano il
ricorso alle vie legali. Al proposito, va segnalato che la Lega Nord,
nell’ottobre 2002, propose che ogni scuola materna comunale di Milano si
dotasse di un presepe, minacciando in caso di rifiuto di riconsiderare la
propria presenza nella maggioranza: per la cronaca, entrambi gli eventi non si
verificarono.
Si ringrazia per la collaborazione:
Comitato Nazionale Scuola e Costituzione http://digilander.libero.it/maximusmagnus/Pedagogia/relig.htm Massimo
Cogliandro Storia
dell'insegnamento della religione cattolica nella scuola elementare pubblica
italiana Introduzione L'insegnamento della
religione nella scuola italiana si è sviluppato o ha subito dei momenti di
arresto a seconda dell'evoluzione dei rapporti tra la borghesia di Stato
nazionale italiana e la burocrazia clericale. 1. L'insegnamento
della religione nei programmi Casati L'insegnamento della
religione nei programmi Casati non era più finalizzato all'ossequio verso un
mondo fondato sul condizionamento esercitato sulla menta umana da un Dio
lontano, che trascendeva completamente l'uomo, e sul potere tutto terreno di una
casta sacerdotale - la burocrazia clericale -, che deteneva le leve del potere
non solo religioso, ma anche economico e politico, ma diventava uno strumento di
dominio per la nuova classe sociale dominante - la borghesia di Stato -, che,
nella prima metà dell' '800, aveva scalzato soprattutto negli Stati regionali
del Nord Italia le classi sociali dominanti tradizionali della società feudale,
cioè l'aristocrazia e la burocrazia clericale. 2. L'insegnamento
della religione nei programmi Coppino Nei Programmi Coppino del
1867, pur non cambiando la matrice ideologica di fondo dell'insegnamento
religioso, ci si è posti il problema di una sua semplificazione e di non
caricare troppo le menti dei fanciulli di problematiche, che, per quanto
importanti, diventavano in quel contesto storico secondarie. 3. Il graduale
superamento dell'insegnamento della religione cattolica nei programmi del
positivismo Il "liberale"
Gabelli, segretario di una apposita Commissione presieduta da Pasquale Villari
incaricata dal Ministro Boselli di redigere i nuovi programmi per la scuola
elementare ed estensore della Premessa e della Relazione di accompagnamento al
Ministro, ha avuto una influenza decisiva nella adozione della decisione di
escludere dai programmi del 1888 l'insegnamento della religione cattolica, perché
"lo Stato non può fare, né direttamente né indirettamente una
professione di fede, che manchevole per alcuni, sarebbe soverchia per
altri" (Relazione a S.M. sulla riforma dei programmi per le scuole
elementari del Ministro Boselli, 1888). 4. I programmi
Orlando-Orestano e la completa espulsione dell'insegnamento della religione
cattolica dalla scuola pubblica I programmi del 1905,
scritti dal filosofo F. Orestano chiudono il conto sia con la religione di
matrice clericale sia con il sentimento religioso della famiglia borghese a cui
tanta importanza veniva data dai programmi Baccelli. 5. La restaurazione
dell'insegnamento della religione cattolica nei programmi fascisti di Giuseppe
Lombardo Radice La fine del periodo
giolittiano si era caratterizzato per la graduale salita al potere della
burocrazia politica dei partiti "tradizionali" in un primo momento e
del Partito Nazionale Fascista in un secondo momento e per la loro
trasformazione da soggetti sociali antagonisti verso la borghesia di Stato a
soggetti sociali pienamente integrati nella borghesia di Stato. Questo
cambiamento del carattere fondamentale della classe sociale dominante, che,
tramite quelle vere e proprie cinghie di trasmissione del potere e della
ideologia sociale che erano i grandi partiti di massa, ha potuto, per la prima
volta nella sua storia, aprire i propri ranghi a persone provenienti dalle
classi sociali subalterne e ascoltare le esigenze di queste stesse classi
sociali, ha reso evidente la necessità di una ripoliticizzazione
dell'insegnamento religioso e di una riconsiderazione del suo inserimento
esplicito nei Programmi. Con decreto reale del 1° ottobre del 1923, n° 2185,
il ministro fascista Gentile ha, quindi, reintrodotto l'insegnamento della
religione nella scuola elementare. 6. I programmi
confessionali del 1955 I programmi Ermini, stesi
nel periodo di massimo potere dell'oscurantismo politico-religioso della
burocrazia politica democristiana, si inserivano in una sorta di continuità con
i programmi del 1923 di cui, però, accentuavano l'aspetto confessionale.
L'insegnamento della religione nei Programmi Ermini, come del resto anche in
quelli del 1923 (art. 3 comma 1 del R.D. 1° ottobre 1923, n° 2185), è stato
posto a "fondamento e coronamento" di tutta l'educazione impartita
dalla scuola pubblica. 7. L'insegnamento
della religione cattolica nei Programmi del 1985 A partire dalla metà
degli anni '80 con la revisione del concordato e con l'emanazione dei nuovi
programmi per la scuola elementare è ricominciato un processo di laicizzazione
del mondo scolastico, che rispecchiava l'analogo processo di laicizzazione che
aveva investito tutta la società italiana a partire dalla lunga serie di lotte
di classe istituzionali e sociali, che, nelle scuole, nelle università, sui
posti di lavoro e nelle piazze d'Italia, a partire dal 1968 ha radicamente
modificato i costumi e le idee del popolo italiano. Roma, 14-5-2000 La scuola in Italia
Generalità
Posto che il diritto pubblico è costituito dalle
norme che disciplinano la struttura ed il funzionamento dell’apparato statale,
il diritto scolastico si configura come una parte del diritto pubblico.
Esso, infatti, regola l’Amministrazione scolastica,
ossia la struttura, gli organi ed i soggetti attraverso i quali lo Stato
esercita la funzione pubblica dell’insegnamento.
La legge Casati
L’atto di nascita della legislazione scolastica italiana e
della nostra scuola si fa risalire alla legge Casati (13 novembre 1859) con la
quale si pone a carico del costituendo Stato italiano la responsabilità
dell’azione educativa del popolo, e si dà luogo ad una prima positivizzazione
del principio dell’obbligatorietà e gratuità dell’istruzione,
almeno elementare.
In occasione di un suo intervento in Parlamento, nel 1874,
Francesco De Sanctis osservò: "L’istruzione elementare è innanzitutto
una questione di interesse pubblico come l’Amministrazione della giustizia,
come la guerra, come la marina, come tutti i servizi pubblici; è qualche cosa
che non interessa la famiglia solamente, ma interessa tutti. Ond’è che in
questo concetto l’azione dello Stato diviene principale, e l’azione dei
Comuni e della famiglia diviene sussidiaria".
La legge Casati affronta, per la prima volta, il grave
problema dell’analfabetismo dominante in tutta Italia (78% della popolazione)
ma non arriva alla sua soluzione; l’assenza di prescrizione dell’obbligo
della frequenza da parte dell’alunno e di sanzioni al riguardo,
l’affidamento ai Comuni dell’obbligo di istituire le scuole in proporzione
alle proprie disponibilità finanziarie, dappertutto precarie, vanificano
l’intervento legislativo. Il censimento del 1871 accerta che dopo 10 anni di
scuola obbligatoria, l’analfabetismo, piuttosto che diminuire, è notevolmente
aumentato.
La legge Coppino
La legge Coppino del 15 luglio 1877 non sortisce migliori
risultati per quel che riguarda il proposito della alfabetizzazione, nonostante
lo stanziamento dei fondi necessari ai Comuni per istituire le scuole
occorrenti, e l’imposizione ai genitori di inviare i propri figli a scuola
fino all’età di 9 anni; mancano ancora le sanzioni contro gli inadempimenti,
il termine prescrittivo di adempimento dei loro obblighi per i Comuni, e
soprattutto, la coscienza popolare della valenza e della necessità
dell’istruzione.
La legge Orlando
La legge Orlando dell’8 luglio 1904 estende l’obbligo
scolastico dal 9º al 12º anno di età, impone ai Comuni di istituire scuole
almeno fino alla quarta classe, nonché di assistere gli alunni più poveri ed
elargisce fondi ai Comuni con modesti bilanci.
Gli effetti, tuttavia, non sono quelli desiderati: i
contributi statali si rivelano ben presto inadeguati e ciò impedisce
l’istituzione delle scuole occorrenti.
L’analfabetismo non decresce, acquista però sempre più
forza il convincimento che non i Comuni ma lo Stato abbia il dovere di
provvedere all’istruzione ed alla formazione dei cittadini.
Emblematico in tal senso è un discorso pronunciato in
Parlamento, l’8 maggio 1907, da F.S. Nitti: "In Italia la popolazione
scolastica è così scarsa ancora, dopo 50 anni di unità e dopo 30 anni di
istruzione obbligatoria, che si può dire che lo scopo della legge del 1877 non
fu mai realizzato. Vi sono almeno 4 milioni e mezzo di bambini che avrebbero
l’obbligo di seguire le scuole, ma sono appena 2 milioni e 700 mila che le
frequentano… Sì i Comuni dovrebbero fare, ma se i Comuni non fanno, vi è
forse il Governo che li spinge?".
La legge Credaro
Con la legge Credaro del 4 giugno 1911, n. 407 comincia a
trovare una prima timida concretizzazione l’idea di affidare allo Stato il
compito della gestione dell’istruzione e della formazione dei futuri
cittadini.
Pertanto si avvia, sia pur con estrema gradualità, il
passaggio allo Stato delle competenze e delle funzioni dei Comuni in materia di
gestione delle scuole: in particolare, le scuole dei capoluoghi di Provincia
restano affidate alla gestione dei Comuni; le scuole degli altri Comuni passano
alle dipendenze dei Provveditorati agli studi.
La legge Credaro, poi, prevede nel bilancio dello Stato
stanziamenti a vari fini: per l’apertura di nuove scuole, per l’edilizia
scolastica, per l’istituzione di Patronati scolastici per l’assistenza ai
meno abbienti, per migliorare la retribuzione degli insegnanti, per istituire
scuole serali e festive per gli adulti analfabeti.
La riforma Gentile
Gli anni successivi al primo conflitto mondiale vedono lo
Stato fermamente impegnato a dare un assetto organico al sistema scolastico,
riesaminando le norme in vigore, rimuovendo quanto di improduttivo ed imperfetto
esisteva nell’organizzazione della scuola.
A tanto provvede la c.d. riforma Gentile (L.
31-12-1923, n. 3126) che prende il nome dal filosofo Giovanni Gentile al quale
fu affidato l’incarico di "disegnare" il nuovo assetto scolastico
ispirandosi alle linee guida della filosofia neoidealistica e
dell’ideologia politica prevalente nel nostro Paese.
Il pensiero di Giovanni Gentile in materia ruota intorno alla
affermazione per cui: "Nella scuola lo Stato realizza sé stesso… Perciò
lo Stato insegna e deve insegnare. Deve mantenere e favorire le scuole…".
La riforma Gentile si sostanzia in una congerie di norme
(decreti, regolamenti, etc.) raccolti in un T.U. (R.D. 5-2-1928, n. 577) e nel
relativo regolamento di esecuzione (R.D. 26-4-1928, n. 1297) che interessano le
scuole di ogni ordine e grado, comprese le Università.
I punti chiave della riforma Gentile sono:
— l’estensione dell’obbligo scolastico fino al 14º
anno di età con un corso elementare della durata di 5 anni e con un corso
di avviamento professionale della durata di tre anni per coloro che non
accedono alla scuola media;
— l’istituzione di scuole speciali per handicappati
sensoriali della vista e dell’udito;
— la disciplina di tutti i tipi di istituzioni
scolastiche (statali, private, parificate, etc.) nelle quali svolgere
l’obbligo scolastico;
— l’insegnamento obbligatorio della religione
cattolica;
— l’istituzione di rigidi controlli per la
inadempienza dell’obbligo scolastico;
— la creazione dell’istituto magistrale per la
preparazione dei maestri elementari.
Il ventennio fascista si mantiene, nella sostanza, aderente
ai principi intellettualistici della riforma Gentile: il sistema scolastico
conserva la concezione aristocratica della cultura e dell’educazione; la
scuola superiore è riservata a pochi, ai migliori per censo e per classe
sociale; soltanto ai diplomati del liceo classico è consentita l’iscrizione a
qualunque Facoltà universitaria.
Alle classi più modeste e meno abbienti è riservata l’educazione
del lavoro, ritenuta una degli obiettivi primari del processo
educativo, e svolta attraverso la frequenza della scuola di avviamento
professionale, riordinata dalla L. 22-4-1932, n. 490, e le scuole dell’ordine
tecnico.
[Nel 1925 Giuseppe Lombardo Radice, direttore generale
dell’istruzione elementare nel 1923 e autore dei nuovi programmi, aveva già
lasciato l’incarico pubblico e considerato insormontabile, per la
continuazione dei suoi apporti al fascismo, il delitto Matteotti; al manifesto
gentiliano degli intellettuali fascisti, il Croce aveva risposto con un suo
contromanifesto; nel 1924 Gentile era già dimissionario, sostituito da
Alessandro Casati e nel 1925 assisteva con il nuovo ministro Pietro Fedele alla
politica dei “ritocchi”; anche il Codignola, deposta ogni speranza nel
fascismo, dopo i Patti Lateranensi si distaccava dal regime. Gentile definisce,
in una lettera a Bottai direttore di Epoca, la politica dei ritocchi un
tradimento: “Sì, la parola è dura: ma è la sola parola propria].
[di Elena D'Ambrosio
(ANPI) Il punto di partenza di questo percorso è costituito dalla
riforma scolastica varata nel 1923 dal filosofo idealista, ministro della
Pubblica Istruzione, Giovanni Gentile e adottata dal fascismo, da poco al
potere, senza un preciso programma di politica scolastica. La riforma presentata come sistematica e costruttiva risposta
alla crisi che aveva investito globalmente l’istituzione scolastica, con
accentuazioni autoritarie ed elitarie, fu salutata da Mussolini come "la più
fascista delle riforme". Tuttavia questo preteso carattere fascista della
riforma fu più apparente che reale. Criticata anche in ambito fascista,
sottoposta a continui "ritocchi", fu liquidata dalla "Carta della
Scuola" - progetto di riforma del sistema scolastico presentato dal
ministro Bottai al duce e al Gran Consiglio del fascismo nel gennaio del 1939 -
che rimase però una semplice indicazione programmatica. La matrice ideologica e
politica della Riforma Gentile era decisamente prefascista, ispirata al vecchio
liberalismo. Con l’instaurarsi della dittatura - dopo la crisi seguita
al delitto Matteotti - e la fine delle ultime parvenze democratiche iniziava ad
attuarsi la progressiva fascistizzazione dello Stato, della società e della
cultura. Anche la scuola era sottoposta a radicali trasformazioni. Di fronte
alla necessità di inserire sempre più l’istituzione scolastica nella vita
della nazione, l’ordinamento gentiliano si rivelò presto inadeguato. Fu dato
così il via ad una serie di provvedimenti e disposizioni per fascistizzare la
scuola, adattandola alle esigenze educative del regime. I successori di Gentile al ministero della Pubblica
Istruzione alterarono profondamente la sua riforma snaturando l’ispirazione
originaria per strumentalizzare la scuola e gli insegnanti come veicoli di
propaganda del regime. Nell’istruzione elementare taluni aspetti didattici
innovatori contenuti nei programmi sottoscritti da Lombardo Radice furono poco
per volta svuotati. La scuola divenne in questo modo il più efficace strumento
per l’organizzazione del consenso di massa. Ed è proprio la scuola elementare
il primo e più importante gradino di un lungo processo di irreggimentazione e
indottrinamento il cui obiettivo primario era quello di costruire futuri
soldati, uomini ciecamente pronti a "credere, obbedire e combattere"]
Con
le truppe alleate era sbarcato in Italia un pedagogista: si chiamava Carleton W.
Washburne, ed era seguace e amico del celebre filosofo e pedagogista americano
John Dewey. Aveva applicato le metodologie dell'attivismo deweyano a Winnetka,
un sobborgo di Chicago , per creare una vita comunitaria nella quale formare la
personalità democratica e nello stesso tempo di svolgere il lavoro tenendo
presenti le capacità e il ritmo di apprendimento di ogni bambino.
La Costituzione della Repubblica italiana promulgata il 27
dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1º gennaio 1948 dedica alcuni articoli
all’istruzione considerata come uno dei fini di benessere perseguiti dallo
Stato, ovvero dei fini di cui ogni Stato, in relazione al momento storico e alla
ideologia politica della classe al potere, può farsi carico per procurare un
maggior benessere alla collettività e per migliorare ed elevare le condizioni
di vita dei cittadini. In particolare è sottesa alla Costituzione l’opzione
della neonata Repubblica Italiana in favore di una scuola democratica, ponte di passaggio tra la famiglia, primigenio nucleo formativo della
persona, e la società come luogo di integrazione con gli altri individui e di
esplicazione della propria personalità.
Art. 3) - Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e
sono eguali davanti alla Legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua,
di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine
economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei
cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva
partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e
sociale del Paese.
Art. 9) - La Repubblica promuove lo sviluppo della
cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio
storico ed artistico della nazione.
Art. 30) - È dovere e diritto dei genitori mantenere,
istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nel caso di
incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.
Art. 33) - L’arte e la scienza sono libere e libero ne
è l’insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed
istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e
istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
La Legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole
non statali, che chiedono la parità deve assicurare ad esse piena libertà e ai
loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di
scuole statali.
È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari
ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione
all’esercizio professionale.
Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie,
hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi
dello Stato.
Art. 34) - La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è
obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto
di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di
studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite
per concorso.
Art. 38) - Gli inabili e i minorati hanno diritto
all’educazione e all’avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed
istituti predisposti o integrati dallo Stato.
La riforma della scuola media Il principio costituzionale dell’obbligatorietà e gratuità
dell’istruzione impartita per almeno otto anni (ovvero dal 6º al 14º anno
d’età) trova attuazione nella L. 31-12-1962, n. 1859, istitutiva della scuola
media unica, che dispone: "l’istruzione obbligatoria successiva a
quella elementare è impartita gratuitamente nella scuola media, che ha la
durata di tre anni ed è scuola secondaria di 1º grado". La nuova scuola secondaria, unitaria, obbligatoria
e gratuita abolisce le preesistenti scuole inferiori e cioè i primi
tre anni di ginnasio, i primi quattro degli istituti magistrali e tecnici, le
scuole secondarie di avviamento professionale, i corsi inferiori delle scuole
d’arte e dei conservatori di musica, le classi post-elementari previste
dall’art. 172 del T.U. 577/1928. Il carattere democratico della nuova scuola media unica si
rivela tanto più auspicabile in un contesto sociale il cui evolversi costante,
dal dopoguerra in poi, rende anacronistico ed inadeguato il vecchio ordinamento
scolastico di taglio squisitamente classista e selettivo ancorato
all’ideologia e all’impostazione gentiliana, e trova un preciso riscontro
nell’introduzione di nuove strategie educative e di un progetto di
rinnovamento della didattica in chiave orientativa che punta alla qualità e non
alla quantità dei contenuti.
La scuola materna statale
La L. 18-3-1968, n. 444 istituisce la scuola materna
statale che "accoglie bambini nell’età prescolastica dai tre ai sei
anni e si propone fini di educazione e di sviluppo della personalità infantile,
di assistenza e di preparazione alla scuola dell’obbligo, integrando l’opera
della famiglia".
Il carattere statale della scuola materna ne sottolinea la gratuità
laddove fino ad allora l’istruzione prescolastica era stata affidata ad
enti locali, ecclesiastici e non, a privati ed era spesso a pagamento.
Il tempo pieno
La legge 24-9-1971, n. 820 istituisce la
scuola "a
tempo pieno", riduce il numero massimo di alunni per ciascuna classe a
25, avvia la sperimentazione di attività integrative che affiancano le materie
curricolari richiedendo un impegno scolastico temporale più lungo e il
coinvolgimento di tutti i docenti in lavori integrati e pluridisciplinari.
L’intento della L. 820/71 è, dunque, quello di fornire
alla scuola nuovi strumenti e metodi in grado di garantire una "piena e
completa" educazione.
I decreti delegati
La legge 30 luglio 1973, n. 477 delega il Governo ad emanare
norme sul riordinamento dell’organizzazione della scuola e sullo stato
giuridico del personale direttivo, ispettivo, docente e non docente della scuola
dello Stato, con un termine di nove mesi dall’entrata in vigore della
legge stessa.
I decreti delegati del 1974 costituiscono la risposta
legislativa alle contestazioni studentesche clamorosamente culminate nel 1968 e
ai nuovi atteggiamenti degli intellettuali democratici e progressisti che,
assumendo la convinzione che i fermenti innovativi trovano corrispondenza nella
mutata situazione sociale, economica e culturale, avvertono come non più
rinviabile l’attuazione di una scuola diversa, orientativa e promozionale al
posto di quella selettiva contestata a gran voce dagli studenti in tutte le
piazze e le scuole d’Italia.
I decreti delegati nn. 416, 417, 418, 419, 420 emanati con
D.P.R. 31 maggio 1974 e ora integralmente confluiti nel Testo unico delle leggi
sulla scuola (D.Lgs. 297/94), contengono norme giuridiche riguardanti:
— istituzione e riordinamento di organi collegiali
della scuola di ogni ordine e grado;
— stato giuridico del personale della scuola statale;
— corresponsione di un compenso per lavoro
straordinario al personale scolastico;
— sperimentazione e ricerca educativa, aggiornamento
culturale e professionale;
— stato giuridico del personale non insegnante statale
delle scuole.
I decreti delegati impostano in modo nuovo la professionalità
dei docenti, definiscono il loro ruolo e creano nuovi organismi di gestione a
livello nazionale (Consiglio Nazionale della P.I., I.R.S.S.A.E., distretti
scolastici).
La scuola diviene una struttura non più verticistica ma
orizzontale in cui l’organizzazione ed il funzionamento, sul piano
amministrativo e sul piano didattico ed educativo, sono affidati ad organi a
carattere collegiale democratico che, nel rispetto delle competenze di ciascuno,
assicurano la partecipazione di tutta la comunità scolastica alla vita della
scuola.
L’integrazione degli alunni handicappati
Con la L. 517/77 il principio costituzionale dell’eguaglianza
sostanziale di cui all’art. 3 trova riscontro concreto anche nell’ambito
scolastico, ammettendosi che in una scuola realmente democratica e, per volontà
del Costituente, aperta a tutti, devono trovare posto anche alunni
handicappati accanto ad alunni normodotati.
Naturalmente l’integrazione deve avvenire attraverso
attività di sostegno ad hoc predisposte e realizzate da insegnanti
specializzati il cui ingresso nella scuola rompe l’impostazione didattica
individualistica tradizionale per consentire "l’apertura delle classi"
e la "collegialità dell’insegnamento".
La riforma della scuola elementare
Con la L. 5-6-1990, n. 148 si dà attuazione alla tanto
attesa ed auspicata riforma dell’ordinamento della scuola elementare.
La scuola elementare in particolare concorre alla prima
formazione dell’uomo e del cittadino secondo i principi sanciti dalla
Costituzione e nel rispetto e nella valorizzazione delle diversità individuali,
sociali e culturali: si propone, in altre parole, lo scopo dello sviluppo della
personalità del fanciullo promuovendone la prima alfabetizzazione culturale.
Nella rinnovata scuola elementare trova posto anche l’insegnamento di una
lingua straniera (L. 114/93) in linea con l’intento di continuità del
processo educativo (rispetto alla scuola media nella quale tale insegnamento
è obbligatorio) che anima la legge di riforma e che sottende alle numerose
forme di raccordo pedagogico, curricolare ed organizzativo con la scuola materna
e con la scuola media.
Il Testo Unico n. 297/94
Con la legge delega 10-4-1991, n. 121, successivamente
modificata dalla L. 20-4-1993, n. 126, il Parlamento ha autorizzato il
Governo ad emanare entro il 30 aprile 1994 un Testo Unico delle
disposizioni legislative vigenti relative alle scuole di ogni ordine e
grado, ivi comprese le scuole italiane all’estero, e
all’ordinamento dell’amministrazione scolastica centrale e periferica:
il D.Lgs. 16-4-1994, n. 297.
La legislazione confluita nel Testo unico vige —
secondo quanto disposto dall’art. 676 — nella formulazione da esso
risultante; quella non inserita resta ferma nella sua vigenza; quella che
risulti ad esso contraria o incompatibile è abrogata.
La chiarezza testuale della norma finale ci fa intendere
che, pur sostituendosi alla legislazione scolastica previgente con
l’intento di coordinare disposizioni talora contrastanti o di ambigua
interpretazione, il Testo unico non esaurisce in sé la disciplina in
materia di istruzione.
Altre fonti vanno, infatti, a completare il quadro
normativo scolastico:
— le disposizioni in materia contrattuale
succedutesi nel tempo a partire dal D.P.R. 10-4-1987, n. 207 fino al
contratto collettivo nazionale di categoria stipulato il 4 agosto
1995;
— la disciplina del pubblico impiego che trova
applicazione anche per il personale della scuola (D.P.R. 10-1-1957, n.
3; D.Lgs. 3-2-1993, n. 29 e succ. modif.);
— la congerie di norme di fonte secondaria
(decreti ministeriali, circolari, regolamenti) necessariamente escluse
dal Testo unico perché la delega di cui alla L. 121/91 era riferita a
disposizioni di natura legislativa;
— le norme di legge intervenute successivamente a
regolare la materia scolastica.
La Carta dei servizi scolastici
Nel quadro di una progressiva sensibilizzazione della
P.A. nei confronti delle aspettative dei cittadini a fruire di prestazioni
efficienti si colloca la Carta dei servizi pubblici come codice di
autoregolamentazione cui ciascuna P.A. deve attenersi nell’erogazione dei
pubblici servizi.
L’obbligo della sua adozione si fa risalire alla
direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 27 gennaio 1994 con
la quale si definiscono i servizi pubblici come quelli che tendono a
"garantire il godimento dei diritti della persona, costituzionalmente
tutelati, alla salute, all’assistenza e previdenza sociale, alla
istruzione e alle libertà di comunicazione, alla libertà e sicurezza
della persona, alla libertà di circolazione, e quelli di erogazione di
energia elettrica, acqua e gas", nonché all’art. 2 della L. 273/95
che prevede l’elaborazione di carte dei servizi settoriali.
La scuola italiana avverte da tempo la necessità di
imparare a conoscersi, valutando e misurando i livelli qualitativi delle
prestazioni rese per poter rilevare con tempestività le deficienze e le
discrasie ed introdurre idonei correttivi.
L’adozione della Carta dei servizi scolastici
(DPCM
7-5-1995) impegna seriamente ciascuna unità scolastica a garantire un
servizio più orientato allo studente e perciò qualitativamente migliore
perché ancorato a precisi standard o fattori di qualità.
Tali standard si identificano:
— nell’uguale possibilità di accesso e di
fruizione dei servizi scolastici secondo l’insegnamento
costituzionale (art. 34, 1° comma), cui si accompagna l’impegno in
favore dell’integrazione degli alunni nella realtà
scolastica con particolare riguardo alle situazioni problematiche
(studenti lavoratori - stranieri - degenti negli ospedali - internati
negli istituti carcerari etc.);
— nell’imparzialità e regolarità dei
servizi scolastici da intendersi come obiettività ed equità
nella gestione della scuola;
— nella partecipazione alle scelte
scolastiche nella quale si fa rientrare il diritto dell’utente
di scegliere liberamente fra le istituzioni che erogano il servizio
scolastico e il coinvolgimento dello studente e dei genitori
nell’offerta formativa elaborata nel Progetto educativo di istituto
(c.d. contratto formativo);
— nella efficienza e trasparenza delle
decisioni di politica educativa, ma anche dei singoli servizi
amministrativi (ad es. i servizi di segreteria);
— nel costante aggiornamento didattico dei
docenti, punto focale della programmazione educativa.
L'autonomia scolstica
La legge 15 marzo 1997, n. 59, recante delega al
Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle Regioni ed enti
locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la
semplificazione amministrativa, riprende l’indicazione normativa già
inserita nella legge 24-12-1993, n. 537 ampliandone i contenuti nel senso
di proiettare il processo autonomistico delle istituzioni scolastiche e
degli istituti educativi nel più ampio contesto della riorganizzazione
dell’intero sistema formativo.
Pur affidandosi ad interventi normativi successivi per
dare concretezza al manifesto intento riformatore, il legislatore segna con
precisione le tappe di questo processo evolutivo:
— individua i parametri in relazione ai quali
opera il riconoscimento della personalità giuridica, ovvero il raggiungimento
di requisiti dimensionali ottimali attraverso piani di
dimensionamento della rete scolastica;
— predispone l’avvio di apposite iniziative
che
rendano meno traumatico il passaggio al nuovo regime di autonomia
aventi ad oggetto formazione del personale, analisi delle realtà
territoriali, sociali ed economiche delle singole istituzioni
scolastiche, interventi perequativi dal punto di vista finanziario
etc.;
— definisce con esattezza la portata del
riconoscimento dell’autonomia organizzativa, didattica e
finanziaria, nonché delle implicazioni pratiche che vi sono
connesse;
— managerializza lo stato giuridico dei capi di
istituto conferendo loro la qualifica dirigenziale
contestualmente all’acquisto della personalità giuridica e
dell’autonomia da parte delle singole istituzioni scolastiche.
La riforma degli esami di maturità
Con la L. 10-12-1997, n. 425 si è provveduto a
riformare l’esame conclusivo degli istituti di istruzione secondaria
superiore (cd. esame di maturità) avente come finalità l’analisi
e la verifica della preparazione di ciascun candidato in relazione agli
obiettivi generali e specifici propri di ciascun indirizzo di studi.
La citata legge ed il successivo regolamento di
attuazione (D.P.R. 23-7-1998, n. 323) dispongono l’articolazione
dell’esame di maturità su tre prove scritte, di cui una a carattere
multidisciplinare, ed una prova orale, introducono un nuovo sistema di
valutazione del rendimento calcolato in centesimi e prevedono un ulteriore
parametro valutativo rappresentato dal credito scolastico. È
infatti disposto nell’art. 6 della L. 425/97 che il consiglio di classe
attribuisce ad ogni alunno che ne sia meritevole, nello scrutinio finale di
ciascuno degli ultimi tre anni della scuola secondaria superiore, un credito
per l’andamento degli studi per un totale massimo di venti punti.
L’innalzamento dell’obbligo scolastico
L’innalzamento dell’obbligo scolastico oltre gli
otto anni previsti dalla Costituzione era da tempo considerato un obiettivo
prioritario della politica scolastica, sia in risposta all’esigenza di
uniformare il nostro ordinamento a quello vigente negli altri Paesi
europei, sia per far fronte all’esigenza di fornire agli studenti una
base culturale più congrua, anche in un’ottica tecnico-professionale, e
facilitare così l’ingresso in un mondo del lavoro sempre più
specialistico.
La L. 20-1-1999, n. 9 dispone che, a decorrere
dall’anno scolastico 1999-2000 l’obbligo di istruzione è elevato da
otto a dieci anni. Tuttavia, in sede di prima applicazione della legge,
l’obbligo avrà durata novennale fino ad estendersi — in concomitanza
al generale riordino del sistema dei cicli scolastico — al diciottesimo
anno di età (cd. obbligo formativo) con un corso di studi a
conclusione del quale gli studenti possono acquisire un diploma di
scuola secondaria superiore o una qualifica professionale.
http://www.bdp.it/~caps0002/gramsci/terzah/scuola.htm
di Yves Careil *
Introdotta dalla legge di orientamento del 1989, dovrebbe
liberare le forze creative di prossimità. Nell'immediato,
ha soprattutto fatto scendere in piazza centinaia di
migliaia di liceali.
Questa "buona novella" pedagogica si presenta come
generosa e persino ovvia: insegnare è innanzitutto creare
le condizioni perché il discente si impossessi del sapere,
trasformi le sue concezioni iniziali, elabori concetti
operativi nuovi Tuttavia la generosità, benché proclamata
a gran voce, non resiste mai molto a lungo alle logiche
sociali in atto (1). E la
nozione di ritmo dell'alunno (di fatto, determinato
socialmente e quindi ben lontano dall'essere suo proprio)
rischia di servire un disegno tutt'altro che democratico,
quando si attua in un sistema scolastico a più velocità (2).
Un sistema la cui mutazione non può essere affrontata
indipendentemente dalle trasformazioni della società e
dalla loro traduzione in termini di rapporti di classe (3).
Difatti, se nessun progetto nazionale fa riferimento alla
scuola, in compenso un numero crescente di progetti locali
produce un discorso politico, in un contesto concorrenziale
inerente all'utopia neoliberista dominante (4).
Genitori professionisti L'alunno in quanto tale non esiste:
esistono gli alunni, che hanno o non hanno genitori in
condizioni tali da potersi permettere di fare di questo loro
ruolo una professione. Il senso dell'"inserimento
scolastico" non nasce infatti spontaneamente: è in
un'atmosfera di esacerbata competizione scolastica che la
ricerca sfrenata del filone giusto (per arrivare a un titolo
di studio più raro e più ricercato), del miglior istituto,
(classificato ai primi posti nell'elenco dei più quotati) e
della miglior classe (composta con ogni accorgimento) è
divenuta la principale preoccupazione dei genitori.
Le strategie adottate da questi ultimi sono molto diverse e
di portata molto variabile, a seconda della loro posizione
sociale nonché della natura e dell'entità del capitale
(culturale, economico, simbolico, sociale, informatico e di
"tempo liberato") di cui dispongono. Il grado di
connivenza nel rapporto tra insegnanti e genitori varia
considerevolmente in funzione del tipo di quartiere. Il
problema della scuola è infatti legato a quello della
segregazione sociale, spaziale ed etnica esistente, e
aggravato dagli scarsi rapporti del corpo insegnante con i
ceti popolari, ormai anche ai primi gradi della scuola
elementare (5).
Vi sono comuni (o dipartimenti, o regioni) ricchi o
ricchissimi, e altri poveri o poverissimi. Queste
disuguaglianze si ritrovano nel finanziamento pubblico delle
scuole di grado inferiore. Per non parlare dei finanziamenti
occulti, sempre più apprezzati, che approfondiscono
ulteriormente il fossato tra gli istituti scolastici. A loro
volta, i sindaci e i consiglieri municipali sono entrati
nella logica concorrenziale. La loro adesione quasi
obbligata al modello aziendale come riferimento dominante
per la gestione delle città sta divenendo un elemento
centrale della crescente segmentazione della struttura
sociale (6).
Gli eletti sono a volte tanto più tentati di concedere
deroghe in campo scolastico, in quanto i genitori che le
richiedono sono anche elettori. E quando finanziano, ancorché
parzialmente, i progetti di azione educativa, hanno tendenza
a imporre le loro vedute agli insegnanti, o a privilegiare
quelli che condividono le loro opinioni. Il dinamismo dei
comuni nel campo della scuola è divenuto in effetti un tema
elettorale, in particolare per le pressioni dei ceti medi,
che hanno forti aspettative in materia di istruzione.
Il progetto che dal 1990 coinvolge tutto il complesso degli
istituti pubblici francesi è strettamente imparentato con
il "carattere proprio" delle scuole cattoliche. E'
stato ampiamente mediatizzato e posto al servizio delle
varie strategie di carriera, e rappresenta un elemento
propulsore della competizione tra istituti scolastici. E'
ormai all'ordine del giorno un'offerta di istruzione
apertamente concorrenziale; e non ci si preoccupa troppo
della provenienza dei fondi esterni occorrenti, così come
non ci si impegna più di tanto a distinguere tra ciò che
rientra nella prestazione dei servizi e ciò che risponde a
bisogni reali.
Gli insegnanti del settore pubblico dato che un istituto
scolastico innovativo e ben attrezzato nel campo delle nuove
tecnologie costa caro si allineano ogni giorno di più,
volenti o nolenti, alle modalità di funzionamento
dell'insegnamento cattolico, fondato su una doppia logica,
mercantile e di "apertura". In un crescente numero
di scuole primarie pubbliche dei quartieri dei ceti medi
intellettualizzati, lo stesso corpo insegnante incoraggia
apertamente la partecipazione pedagogica e finanziaria di
genitori fortemente mobilitati. Ci sono quindi tutte le
condizioni perché gli alunni provenienti da queste famiglie
possano progredire più rapidamente nell'apprendimento,
circondati da un clima di benessere. Nulla di simile si
osserva nelle banlieues, dove non si può ricavare granché
da feste scolastiche, tombole, vendita di foto individuali o
di prodotti derivati, e dove l'"apertura" verso
l'esterno, quando è praticata, trasforma generalmente la
scuola in ricettacolo dei problemi sociali del quartiere.
Quello di partenariato è un altro termine buono per tutti
gli usi, che ha acquistato ormai una valenza quasi
religiosa. Qual è il contesto al quale si applica? Da una
parte si trovano genitori abbastanza facoltosi, che
contribuiscono attivamente al successo scolastico dei loro
figli, ed eletti che non possono rimanere sordi alle
esigenze di questi elettori; e inoltre, imprese che si
interessano alla scuola pubblica per meglio piazzare i loro
prodotti negli istituti e presso i genitori abbastanza
ricchi da poterseli permettere, e ne approfittano per
trasformare gli alunni in tramiti pubblicitari, nella misura
in cui influiscono sulle decisioni d'acquisto dei genitori.
Dall'altra parte, nelle banlieues, i possibili partner sono
gli insegnanti e gli assistenti sociali che hanno
interiorizzato la nozione di handicap socio- culturale, in
un contesto di profonda rielaborazione delle rispettive
identità professionali. Questo famoso handicap è
inseparabile dalla classificazione dei poveri in buoni e
cattivi. Lo stesso vale per i genitori, "poveri
meritevoli" dei quali si apprezzerà "al giusto
valore" l'aiuto che daranno alla scolarizzazione dei
loro figli, anche se "non è sempre facile per
loro". Il governo di Lionel Jospin ha appena
ufficializzato la settimana dei genitori nella scuola, nuovo
punto segnato dalla logica civile a discapito della logica
civica La scuola pubblica e laica si trasforma così in una
scuola di ispirazione liberale, chiamata a funzionare per il
maggior profitto di chi sta meglio ed è più informato,
mentre tende a squalificare in partenza i genitori di
condizione modesta che non possono impegnarsi pienamente
sulla via della professionalizzazione del loro ruolo. Il
decentramento del sistema educativo avviene mediante impulsi
successivi, a volte sostenuti, ma spesso così discreti che
si può avere almeno in certi periodi l'impressione
complessiva di un grande immobilismo.
Insegnanti senza mezzi e un ministro "moderno" In
questa messinscena collettiva, non è riconoscibile un vero
e proprio complotto, ma piuttosto l'azione di una somma di
meccanismi convergenti che servono interessi talora
individuali, talaltra sociali o corporativi. Risultato:
un'attività proteiforme, volta a minare le fondamenta della
scuola pubblica e laica, anche se non è questa l'intenzione
degli agenti interessati, che spesso hanno "il cuore a
sinistra". La priorità attribuita al qualitativo
sfocia necessariamente sul sacrificale, quando la barca
degli insegnanti si carica sempre più, senza che si
provveda a dotarli dei mezzi per fare decentemente il loro
mestiere.
Lo sviluppo dei nuovi processi di segregazione e il processo
sempre più accelerato di svendita all'asta della scuola
pubblica cui non si contrappone nessuna significativa misura
ministeriale compromettono in partenza gli sforzi degli
insegnanti più impegnati in favore degli alunni in
difficoltà.
Gli uni e gli altri avranno apprezzato al loro giusto valore
i recenti elogi che Alain Madelin l'incarnazione francese
dell'ultraliberalismo ha rivolto a Claude Allègre, ministro
della pubblica istruzione: "Finalmente un ministro
moderno e coraggioso! (7)."
note:
*Autore di De l'école publique à l'école libérale.
Sociologie d'un changement, postfazione di Bernard Charlot,
Presses universitaires de Rennes, 1998.
(1) Leggere Bernard Charlot
(coordinato da), L'Ecole et le Territoire: nouveaux espaces,
nouveaux enjeux, Armand Colin, Parigi, 1994.
(2) Leggere Lucien Sève, "Touche
pas à mon rythme", L'Ecole et la Nation, n&oord
402, settembre 1989.
(3) Leggere François Cardi e Joælle
Plantier (testi raccolti da), e Paul de Gaudemar
(presentazione), Durkheim, sociologue de l'éducation, l'Harmattan/INRP,
Parigi, 1993.
(4) Leggere Pierre Bourdieu,
"L'essenza del neoliberalismo", le Monde
diplomatique/il manifesto, marzo 1998.
(5) Cosa che produce effetti
molto negativi sulle scuole delle banlieues. Leggere Yves
Careil, Instituteurs des cités.
Radioscopie et réflexions sur l'instauration progressive de
l'école à plusieurs vitesses, PUF, Parigi, 1994.
(6) Leggere Vincent de Gaudeine e
Isabel Taboada Léonetti, La lutte des places, EPI, coll.
"Hommes et perspectives", Parigi, 1994.
(7) Journal du dimanche, 18
ottobre 1998.
(Traduzione di P.M.)
Lettera aperta ai genitori, agli studenti e alle
studentesse, ai lavoratori e alle lavoratrici della scuola. Della Rete di
Resistenza a difesa della scuola pubblica. Febbraio 2002.
Anche noi, insegnanti e ATA delle scuole milanesi costituiti in "Rete di
resistenza a difesa della scuola pubblica", ci opponiamo con fermezza a
questa riforma, che penalizza sia i lavoratori e le lavoratrici della scuola,
sia soprattutto voi, cittadini e cittadine di questo Paese, in qualità di
genitori e di soggetti in crescita. Tale riforma infatti comprometterà
profondamente la qualità della formazione dei giovani, relegando ai margini il
ruolo che la scuola statale ha svolto dal dopoguerra ad oggi. Vogliamo in questa
lettera mettere in evidenza i punti che riteniamo più negativi e preoccupanti:
Nella proposta di riforma Moratti non si parla più di obbligo scolastico, ma di
"diritto-dovere all'istruzione e alla formazione", dove per formazione
si intende esclusivamente quella professionale e non quella legata alla crescita
della persona in quanto tale.
L'obbligo scolastico, principio sancito dalla Costituzione, è innanzitutto
obbligo per lo Stato di istituire scuole di ogni ordine e grado (articolo 33
Cost.) cui tutti possano accedere. E' evidente che in tal modo lo Stato non è
più obbligato nei confronti dei cittadini. E' un aspetto fondamentale per
privatizzare sempre più la scuola, lasciando allo stato il compito di garantire
standard minimi in termini di servizi e programmi scolastici, destinati a coloro
che non sono in grado o non intendono pagare una scuola privata sempre più
agevolata.
La proposta di riforma elaborata dallo staff della ministra Moratti prevede di
abbattere a 25 ore settimanali il monte ore obbligatorio delle lezioni, in tutti
gli ordini di scuola. Ad esso si aggiunge un "percorso facoltativo"
(laboratori di educazione fisica, motoria, artistica, musicale, informatica,
lingue straniere, ecc.), che può raggiungere un tetto massimo di 300 ore annue,
ossia circa 9/10 ore settimanali, assicurato non da ogni singola scuola, ma da
una rete di scuole, con gli inevitabili disagi logistici ed educativi per
studenti e famiglie. Si prevede infine un percorso "a responsabilità
familiare", a pagamento, fruibile anche in ambiti extrascolastici e
certificato dalla scuola. In pratica saltano il tempo pieno alle elementari e il
tempo prolungato alle medie, nati non solo come risposta alle esigenze sociali
delle famiglie, ma anche per soddisfare precisi bisogni educativi dei bambini e
delle bambine, per aiutarli a superare le difficoltà e a sviluppare al meglio
le proprie potenzialità. Nelle superiori sono a rischio numerosi insegnamenti
che concorrono al pari delle altre discipline a sviluppare una conoscenza ricca,
articolata e consapevole. Non corre invece alcun rischio l'insegnamento della
religione cattolica, previsto nell'orario obbligatorio di ogni ordine di scuola,
anzi ancor più garantito dalla nuova norma che prevede di effettuare la scelta
se avvalersene oppure no una sola volta, all'inizio di ogni ciclo (e non più
anno per anno, come finora si è fatto). La riduzione massiccia del tempo-scuola
significa incidere negativamente sulla qualità della formazione complessiva dei
giovani, al di là della loro estrazione sociale e territoriale, e significa
svalorizzare il tempo scuola come elemento fondamentale di formazione e di
crescita della persona.
La riforma prevede un sistema scolastico scandito in bienni e strutturato in due
cicli: il ciclo primario di 8 anni, il ciclo secondario di 4 o 5 anni. Alla
conclusione del I ciclo, all'età di 13-14 anni, i ragazzi e le ragazze sono
costretti/e a scegliere tra due ordini di scuola completamente distinti, uno
statale e l'altro regionale: quello dell'istruzione (licei) - l'ambito della
astrazione e delle idee - e quello della formazione professionale (istituti) -
l'ambito della manualità e della praticità. In sintesi, percorsi distinti e
separati per l'accesso al lavoro o all'università. Questa canalizzazione rigida
e precoce, non solo indurrà i ragazzi e le ragazze (o meglio i loro genitori) a
scelte difficilmente modificabili, ma punta chiaramente a fornire un'istruzione
secondaria di base diversa in relazione all'estrazione sociale dei giovani e al
territorio in cui si risiede. A parole la riforma non impedisce il passaggio
dalla formazione professionale all'istruzione e viceversa, ma è molto difficile
che una scuola così radicalmente divisa consenta nei fatti questa possibilità.
Quanto è realistica, ad esempio, la prospettiva di un passaggio allo studio del
latino o del greco, della fisica o del diritto, dopo che per anni si è seguito
un percorso di semplice addestramento professionale?!
La riforma introduce anche un un sistema di verifiche standardizzate e biennali,
in pratica di esami, che determineranno il passaggio o meno al biennio
successivo. Questa valutazione in serie contrasta fortemente con i bisogni
fondamentali di bambini e bambine, ragazzi e ragazze, che sono bisogni di
socializzazione, di cooperazione, acquisizione e arricchimento di conoscenze, di
pratiche comunicative, nel rispetto dei tempi necessari a una crescita armonica.
Essa mira invece a selezionare e a indirizzare sempre più precocemente, in
un'ottica individualistica, bambini e bambine, ragazzi e ragazze e loro
genitori, verso quello che dovrà essere il loro destino scolastico e sociale:
l'istruzione o la formazione professionale, il lavoro o l'università.
I docenti delle commissioni degli esami di stato saranno tutti interni alle
scuole (eccetto il presidente che svolgerà un ruolo di garanzia formale). Non
ci sarà più alcuna valutazione esterna del lavoro svolto: i docenti che
preparano gli studenti e le studentesse saranno i medesimi che li sottoporranno
all'esame.
Questo priverà i giovani e le giovani di un'importante esperienza formativa,
impedirà loro di confrontarsi e di rapportarsi in maniera nuova con adulti
diversi. Inoltre favorirà i numerosi "diplomifici" che, a fronte di
costose rette annuali (anche 10 milioni), elargiranno titoli di studio senza
porsi troppi problemi sulla qualità della formazione. La modificazione imposta
non solo penalizzerà quella scuola che continua a mettere al centro la qualità
della formazione culturale e professionale dei giovani, ma porterà alla
svalutazione del titolo di studio, ponendo così le premesse per l'abolizione
del suo valore legale.
L'unica preoccupazione degli attuali legislatori è ridurre i costi del sistema
scolastico statale (l'Italia è l'ultima in Europa negli investimenti per
l'istruzione: il 5% del PIL, contro il 5,7% della media europea). La finanziaria
2002 prevede cospicui tagli che colpiranno la scuola pubblica con danni
irreparabili: 34.000 docenti in meno previsti nel prossimo triennio, 8.500 già
nel prossimo anno scolastico. Mentre si operano questi tagli alla scuola
pubblica, si finanzia col "buono scuola" la scuola privata.
C'è il rischio, a questo punto, che la scuola statale - privata di adeguate
risorse - venga ridotta al rango di scuola per i ragazzi con difficoltà e per
le famiglie disagiate economicamente e culturalmente.
Anche la riforma degli Organi Collegiali va nella direzione della
privatizzazione e della aziendalizzazione della scuola. La sparizione dei
consigli di classe e la sostituzione del consiglio di istituto con il
"consiglio di amministrazione" denuncia, già nel lessico utilizzato,
tali intendimenti. Viene fortemente ridimensionata la partecipazione dei
docenti, dei genitori e degli studenti alle scelte che interessano la vita
scolastica; la presenza del personale ATA viene addirittura eliminata. La
gestione della scuola viene in pratica affidata ai dirigenti scolastici
coadiuvati da "esperti" esterni. Il verticismo diventa il nuovo
parametro di riferimento, e chi ne fa le spese è l'idea di una scuola
partecipativa e democratica, aperta al contributo di tutti.
La scuola dello Stato ha garantito fino ad oggi un'istruzione pubblica di qualità,
seppur da migliorare, offrendo una sostanziale uguaglianza di opportunità
educative per tutti i giovani, indipendentente dalla loro origine sociale e
culturale. Con i "buoni scuola" verranno finanziate, con i soldi dello
Stato, quindi di tutti, scuole private che potranno essere fatte su misura per
studenti e famiglie in base al censo, all'ideologia, alla religione, al
territorio.
In questo modo la scuola non sarà più opportunità di crescita, di confronto,
di formazione umana e culturale tra studenti e studentesse, ma si creeranno
scuole e culture separate. Solo una scuola pluralista e laica invece è garanzia
di salvaguardia della democrazia, luogo di confronto e crescita umana e
culturale per tutti i giovani, indipendentemente dalle loro origini e condizioni
sociali, dalle loro convinzioni politiche o religiose.
La vera scuola libera è quella che:
- assicura il libero confronto delle idee, salvaguardando il pluralismo
nell'insegnamento e nell'apprendimento;
- recluta imparzialmente i docenti, in base ai titoli culturali, professionali e
di servizio, secondo leggi e regolamenti;
- garantisce la libertà e l'autonomia dell'insegnamento, esercitata anche
attraverso la sua dimensione collegiale, nell'interesse dell'allievo;
- accoglie tutti gli allievi, compresi i portatori di handicap;
- non discrimina gli allievi in base alla loro appartenenza sociale, religiosa,
nazionale, ecc., favorendone invece l'inserimento nel rispetto delle differenze.
Tutto questo finora è stato ricercato e assicurato solo dalla scuola statale,
nonostante i ripetuti tentativi di dequalificarla, a cominciare dalla riduzione
delle risorse. Se la riforma verrà approvata nei termini in cui è stata
illustrata, la scuola pubblica statale verrà ulteriormente e radicalmente
ridimensionata, compromettendo la qualità dell'istruzione e della formazione
culturale e professionale delle future generazioni.
Ancora sulla scuola pubblica e privata
di Romano Oss
Dalla lontana provincia di Trento, lontana non solo per chilometraggio dalla
capitale, ma anche per un’autonomia che, come spesso sogliono dire i nostri
amministratori, è con la A maiuscola, voglio ritornare sul problema scuola
pubblica/privata.
Messe, preghiere, benedizioni e visite pastorali
PREMESSA
nella scuola pubblica
STORIA
E NORMATIVA
COSA
SI PUÒ FARE
ALTRI
CASI DI RITI «FUORI LUOGO»
PREMESSA
La giurisprudenza vieta l’effettuazione di messe, di preghiere, di visite
pastorali e di benedizioni in ambito scolastico. Eppure, non esiste forse in
Italia un’abitudine più dura da modificare che quella di contrassegnare
l’attività educativa con qualche rito religioso. La necessaria premessa è
quindi ribadire che queste attività non sono consentite, che dobbiamo cercare
di capire su quali basi si cerca di farle svolgere e, infine, di evidenziare
cosa si può fare per impedirne l’effettuazione.
STORIA E NORMATIVA
L’organizzazione di riti durante l’orario scolastico, nello stato unitario,
è connessa con la riforma Gentile del 1923 e con la susseguente
ri-confessionalizzazione coronata dai Patti Lateranensi sottoscritti nel 1929.
COSA SI PUÒ FARE
Come si può notare dal capitolo precedente, la normativa sembra oramai
delineata. Se questa è la situazione, come mai allora le richieste cattoliche
di effettuare riti religiosi negli edifici scolastici continuano imperterrite a
essere formulate?
ALTRI CASI DI RITI «FUORI LUOGO»
Lo svolgimento di riti religiosi durante l’orario scolastico ha, come già
detto, il fine di contrassegnare in modo univoco un ambiente che, salvo ormai
rare eccezioni, non la pensa allo stesso modo. Non sorprende quindi che il
pressing ecclesiastico si estenda anche al di là degli edificî scolastici.
via degli Scialoja 18, 00196 Roma
telefono 076 371 0036 - 06 333 7437; telefax 06 372 3742
e-mail scuolaecostituzione@virgilio.it.
Un ruolo centrale nell'economia di questo discorso lo ha
avuto la vicenda della conquista di Roma nel 1870 e il conseguente
raffreddamento dei rapporti tra il nuovo Stato nazionale italiano e la Chiesa
cattolica.
Se i programmi del 1860 della legge Casati non risentivano
ancora di un clima di rottura tra la nascente borghesia di Stato nazionale
italiana e il potere temporale dei Papi e davano una importanza particolare
all'insegnamento della religione cattolica, inteso ancora come uno strumento
privilegiato di dominio politico e ideologico della borghesia di Stato sulle
classi sociali subalterne, al punto che veniva posto a fondamento
dell'insegnamento morale e civico, la situazione era destinata a cambiare
radicalmente con l'evolvere della situazione politica…
La religione, come spiegano bene le Istruzioni relative ai
Programmi del 15/9/1860, aveva il compito di inculcare nei fanciulli l'idea
dell'importanza dell' "obbedienza […] verso le Podestà costituite, non
già per timore de' castighi, ma per ossequio a quei principi di pubblico
interesse, che esse rappresentano e tutelano" in maniera non dissimile
dall'obbedienza filiale che si deve dimostrare verso il Dio Padre del
cattolicesimo.
E' da notare, quindi, che già nei Programmi Casati, vi era
un uso tutto laico dell'insegnamento religioso, che veniva ridotto a mero
strumento di potere e di condizionamento delle coscienze da parte della
borghesia di Stato.
E' importante rilevare che anche dopo la parentesi dei
programmi Gabelli, Baccelli e Orlando-Orestano, che per ragioni politiche e
filosofiche legate alla scelta più o meno strategica della borghesia di Stato
di lasciare un certo spazio allo sviluppo nell'economia del modo di produzione
capitalistico e della piccola e media borghesia urbana e, nel campo delle idee,
all'ideologia laicista di cui questa classe sociale era portatrice, la borghesia
di Stato farà sempre un simile uso meramente strumentale dell'insegnamento
della religione nella scuola.
Al potere della borghesia di Stato e della monarchia sabauda
in quanto classe sociale dominante su base nazionale avrebbe potuto rendere un
servigio ben maggiore l'unificazione culturale e linguistica del nostro paese.
Le spinte centrifughe verso la disgregazione del nuovo Stato
nazionale italiano erano ancora molto forti per la permanenza tra le varie
regioni di economie radicalmente diverse con sistemi di rapporti sociali di
produzione estremamente differenziati, che, in un contesto di permanenza di
lingue e culture locali radicalmente diverse, mettevano in forse l'esistenza
stessa di una borghesia di Stato nazionale.
L'insegnamento religioso passava, quindi, in secondo piano
rispetto all'insegnamento di materie come la lingua italiana e l'aritmetica (in
quegli anni era stato generalizzato in Italia l'uso del sistema metrico
decimale).
La religione, dunque, veniva di fatto, anche se non
formalmente, eliminata come materia di insegnamento nella scuola elementare.
In questa fase, la borghesia di Stato nazionale vedeva più
in una scuola funzionale allo sviluppo dei rapporti sociali di produzione
capitalistici, della borghesia e della sua ideologia - anche in campo pedagogico
-, che nel mantenimento di un insegnamento come quello della religione
cattolica, che perpetuasse l'oscurantismo ideologico-religioso di derivazione
feudale, il migliore strumento per stabilizzare il proprio potere.
In sintesi, era cambiata l'ideologia della classe sociale
dominante - la borghesia di Stato -, che diventava sempre più laicista, e
questa stessa classe sociale dominante si serviva ormai della scuola come di uno
strumento per fare della propria nuova ideologia l'ideologia di tutto il popolo.
Si trattava di una operazione fondamentale per spazzare via
gli ultimi residui dei rapporti sociali di produzione feudali, che affondavano
il proprio potere sull'ideologia religiosa cattolica.
I Programmi Baccelli del 1894, di fatto, hanno confermato
l'impostazione di Gabelli nei confronti dell'insegnamento religioso anche se lo
Stato ha assunto un atteggiamento più benevolo verso il sentimento religioso
visto come il luogo in cui avveniva la trasmissione dei valori della famiglia
tradizionale e della ideologia di cui essa era portatrice.
La borghesia di Stato ha dimostrato così di non avere più
realmente bisogno per il consolidamento del proprio potere né della borghesia
tradizionale, né del suo sistema di valori, né tanto meno dell'appoggio della
burocrazia clericale e della ideologia di cui essa era portatrice.
L'accentuazione del sistema di alienazione del plusvalore
sociale e del sovrapotere istituzionale e sociale da parte della borghesia di
Stato non richiedeva in questa fase di essere occultato e giustificato in
qualsivoglia modo da questa o quella ideologia religiosa alienante.
La borghesia di Stato, al culmine della sua potenza sociale,
dimostrava di poter fare a meno dei valori trasmessi dalla tradizione.
Il totalitarismo pedagogico di Orestano, al contrario del
totalitarismo pedagogico di un Gentile, non si basava su una concezione positiva
della realtà che viene proposta più ancora che imposta ai fanciulli, ma era un
totalitarismo pedagogico negativo, che tendeva a distruggere il mondo di valori
della società tradizionale, ma che non ne proponeva un altro. Si può, quindi,
ben capire la considerazione fatta da Gentile nel momento in cui reintroduceva
l'insegnamento della religione nella scuola elementare secondo cui i
"vecchi" programmi nel momento stesso in cui "volevano la scuola
neutra", la volevano "nulla".
Nonostante il linguaggio notevolmente più raffinato, i
motivi che Gentile ha posto per riabilitare l'insegnamento della religione sono
quelli stessi dei Programmi Casati; del divino interessava solo ciò che
induceva il fanciullo a comprendere "i suoi doveri di uomo" (circolare
n° 2 del 5/1/1924) o, meglio, i suoi doveri di suddito della burocrazia
politica fascista, la nuova classe sociale dominante in Italia in quegli anni,
al punto che per i fanciulli che professavano fedi diversi veniva comunque
garantita la possibilità di non avvalersi dell'insegnamento della religione
cattolica.
Il reinserimento dell'insegnamento della religione nella
scuola elementare pubblica permetteva anche alla burocrazia politica fascista di
aprire un dialogo con la burocrazia clericale, fondamentale per la
stabilizzazione del proprio potere in quanto nuova classe sociale dominante.
L'aspetto marcatamente confessionale della svolta dei
Programmi Ermini, varati in un periodo di fortissima lotta di classe a livello
sociale e di netta contrapposizione ideologica con la burocrazia politica
"comunista", rifletteva l'esigenza tutta partitica della borghesia
politica democristiana di dare alla nuova pedagogia di Stato una connotazione
politica chiaramente orientata, tale da dare in questo come in altri settori una
giustificazione storica al proprio potere e alle nuove più sofisticate forme di
sfruttamento che stava costruendo in quegli anni di ristrutturazione e
potenziamento del capitalismo di Stato italiano (sono gli anni della
liquidazione dei Consigli di Gestione all'Iri e della nascita di grandi monopoli
statali come l'ENEL).
Se la parziale riforma dei programmi operata dal governo
fascista nel '34 voleva "fascistizzare ancora di più" la società
italiana, la centralità data all'insegnamento della religione cattolica, che
doveva informare tutto l'insegnamento - sulla scorta dello sviluppo distorto in
senso confessionale già a partire dalla riforma Gentile di una vecchia idea di
Gabelli, secondo cui i valori della religione cattolica non potevano avere dei
programmi a se stanti ma che avrebbero dovuto informare tutto l'insegnamento -,
nei programmi del 1955 avevano l'unico scopo di "democristianizzare"
ancora di più la società italiana.
Nei programmi del 1985, infatti, l'insegnamento della
religione cattolica viene visto nel suo aspetto storico più che confessionale:
era un cambiamento di prospettiva che rispecchiava anche le idee espresse in
quegli anni dagli studenti in lotta nelle rituali, ma non per questo meno
significative, autogestioni prenatalizie che si tenevano e si tengono tuttora
nei licei e nelle scuole superiori italiane. Queste ultime considerazioni sono
il frutto anche delle esperienze e dei ricordi personali che chi scrive ha di
quelle autogestioni, delle rivendicazioni e delle idee che esse esprimevano
relativamente al problema dell'insegnamento della religione cattolica nella
scuola.
In conclusione, con i programmi del 1985 si è avuta la
trasformazione dell'insegnamento della religione cattolica da insegnamento
confessionale a strumento di allargamento della capacità di penetrazione dei
fenomeni storico-sociali. Va detto, però, che nonostante le intenzioni del
legislatore, per l'ambiguità del testo programmatico, legato alla contemporanea
riforma del concordato stipulato tra lo Stato e la Santa Sede, e la incapacità
per lunghi anni di portare a termine la modifica del sistema di selezione dei
docenti destinati all'insegnamento della religione, questa disciplina ha
mantenuto fino ad oggi - anche se in un contesto di progressivo
ridimensionamento - il proprio carattere confessionale.
[Gramsci dal carcere scriverà:
"[...] la riforma Gentile ha il grave torto di separare la scienza
dalla tecnica, il lavoro intellettuale da quello manuale" ]
Per quanto riguarda il socialismo, Gramsci si batte per una interpretazione non
deterministica di Marx
e a tal proposito sottolinea l'importanza della volontà
umana che necessariamente deve
tradursi in azione ; dunque un'azione che sia culturale
e una cultura che sia attiva.
E della cultura Gramsci sottolinea il momento soggettivo e
contemporaneamente l'organizzazione oggettiva... La struttura
oggettiva è rappresentata dalla scuola come luogo di elaborazione culturale,
appunto. Eccoci dunque al problema della scuola.Gramsci
entra in polemica contro la scuola
del suo tempo, polemica che
deriva dalla sua esperienza diretta e dal ricordo di una scuola
autoritaria e discriminante e di
cui egli denuncia l'arretratezza e il carattere classista.
"La cultura è un privilegio, la scuola è un privilegio" ;
mentre invece
"tutti i giovani dovrebbero essere uguali dinanzi alla cultura .".
Perché ciò sia possibile dovrebbe essere superata
la divisione tradizionale della
scuola in CLASSICA
e PROFESSIONALE,
accentuata dalla riforma Gentile.
Con la riforma Gentile il liceo classico viene
riportato al centro della scuola italiana, rendendola severa, selettiva e
aristocratica : una vera e propria palestra di futuri dirigenti. Perciò
mentre la scuola classica con la sua educazione alla disciplina e
all'organizzazione intellettuale era concepita unicamente per le classi
dominanti e per gli intellettuali, quella professionale invece per le classi
strumentali (gli operai). La scuola professionale è espressione della civiltà
moderna in cui le attività pratiche sono diventate così complesse e le scienze
si sono talmente intrecciate alla vita da portare ad una sempre maggiore
specializzazione della scuola .
La soluzione per eliminare il distacco tra
scuola classista e professionale sarà allora la creazione di "una scuola
unica, iniziale, di cultura
generale, umanistica e formativa" che contemporaneamente porti ad uno
sviluppo delle capacità intellettuali e di quelle "manuali" (attività
tecniche) : è questa la scuola
unitaria. I suoi fini dovranno
essere : una formazione intellettuale e pratica ; autonomia degli
allievi nell'iniziativa ; l'immissione dei giovani nel mondo del lavoro e
nella società con un certo grado di maturità e capacità : al riguardo
diversamente dalla riforma Gentile che prevede una scelta precoce tra immissione
nel mondo del lavoro e prosecuzione degli studi all'università, Gramsci ritiene
utile ritardare il più possibile questo momento garantendo a tutti una
formazione umana. La scuola unitaria dovrà rendere poi autonomi
nell'organizzazione dello studio proponendo un "metodo di ricerca e di
conoscenza". Sarà una scuola pubblica gratuita articolata nel seguente
modo :
- Scuola
Primaria (3-4 anni) ;
- Scuola Media
(6 anni).
L'intero corso dovrebbe concludersi verso l'età di 15-16 anni ; al fine
che esso non risulti troppo faticoso è necessario lo sviluppo di una rete di
Asili d'infanzia e di altre strutture che abituino i bambini ad una certa
disciplina collettiva e che portino all'acquisizione di nozioni prescolastiche.
Abbiamo poi una evoluzione del
pensiero di Gramsci anche in
seguito alla Rivoluzione russa, per cui al ruolo della scuola si affianca quello
del partito nella formazione della classe lavoratrice (Partito
come intellettuale collettivo).
Dunque stretto sarà il rapporto tra cultura, società e politica : la
prospettiva ideale è l'unificazione culturale dell'umanità. Ruolo degli
intellettuali dovrà essere quello di intermediari tra masse e dirigenti nella
prospettiva di una società senza classi. Il contributo della scuola sarà
quello di portare all'identità tra governanti e governati e di offrire a tutti
i giovani la possibilità di realizzare la loro piena formazione intellettuale e
morale. Dovrà dunque esserci uno stretto rapporto tra educazione ( o pedagogia)
e politica. Elemento fondamentale della scuola è la combinazione
di libertà e
disciplina. Apriamo a questo
punto una breve parentesi per spiegare cosa intenda Gramsci per disciplina :
la disciplina è intesa come coercizione e sforzo,
che si traduce in un'educazione che riesca a combinare le sollecitazioni
naturali (la spontaneità)
con l'offerta di condizioni
ambientali atte ad accelerare il
processo di sviluppo. "occorre far riacquistare al fanciullo abitudini di
disciplina senza mortificare la sua spontaneità" : ci deve essere
creatività anche nell'accettazione delle norme e delle idee del gruppo. La
disciplina coercitiva deve essere strumento di autonomia, a differenza della
disciplina intesa da cattolici e fascisti che è perpetuazione di uno stato di
minorità. A questo proposito si inserisce la
critica dell'insegnamento della religione nelle
scuole elementari prevista nella riforma Gentile : ciò mostra l'incapacità
degli idealisti di sostituirsi ai cattolici nell'elaborazione di una cultura
laica. Chiusa questa breve parentesi, riprendendo il tema della figura degli
intellettuali e del ruolo del partito nell'educazione delle masse, infine,
Gramsci critica una imposizione della cultura da parte di intellettuali estranei
alla classe di lavoratori e ribadisce la necessità che sia questa stessa ad
esprimere dal suo interno propri intellettuali, che quindi sono
"organici" ad essa.