FISICA/MENTE

Per Santiago e Campanella

Autore: Roberto Renzetti (151.39.95.---)

Data: 02-09-01 13:35

Condivido ciò che dice il sig. Campanella. Lo dico fino in fondo: coloro che non sanno fare il loro mestiere o ci marciano debbono poter essere licenziati specialmente in servizi talmente delicati come la scuola. Riguardo ai dati OCSE, discendono dalle indagini che periodicamente fa la IEA. Si tratta di batterie di test che vengono somministrate a delle classi campione nei vari Paesi. Ecco il problema nasce proprio qui: i nostri ragazzi non hanno una preparazione a test che invece spopola negli altri Paesi. Se facessimo le prove con una interrogazione orale (che altrove generalmente non esiste) le cose cambierebbero drasticamente. Vi è poi il problema dei livelli di istruzione degli italiani che sono più bassi che negli altri Paesi. È in più forum che lo vado dicendo. È ora il caso di specificare. Le percentuali di promozione dei deprecati esami sono superiori al 97%. Quindi il problema non nasce da una selezione scolastica (tanto più che la selezione nelle classi intermedie quasi non esiste). Nasce proprio da quella "cultura" che vuole i soldi subito e considera la scuola una inutile perdita di tempo. In questo aiutano molto i media. Di scuola si occupano assoluti incompetenti. Come al solito colgono gli aspetti clamorosi senza mai soffermarsi fino in fondo sulle problematiche che si pongono. Malaspina, che pure è un bravo professionista, ne è un esempio. Vi era poi una Roberta .... (di cui non ricordo il cognome) che si occupava di scuola per Repubblica: diceva una stupidaggine dietro l'altra. Lo stesso Pirani, forse perché ha un nipote che va a scuola, ha tirato sassi senza vedere dove. Poi, quando il nipote avrà finito, non si occuperà più del problema. Ma tutti questi uomini di cultura, giornalisti impegnati e saputelli perché OGGI non gridano allo scandalo del blocco di una riforma che è costata un gravosissimo impegno in termini di intelligenze, anni e denari? Tutti parlano di cicli. Molti dicono che no, si perde il classico! Non è vero! Si è solo aggiornato nel senso delle cose che diceva Festa e Pier Antonio. La referenza per leggersi la riforma l'ho data. Mi sono dovuto servire del sito CGIL e non di quello del MPI perché quest'ultimo l'ha tolta. Il riferimento è al messaggio al sig. Peppino di questa mattina. Se si vuole criticare lo so faccia (ed io ho molte critiche), ma basandosi sui fatti (e tenendo conto che ogni riforma che parte non può essere un dogma, che abbisogna di essere attuata, andare a regime per intervenire nelle certe storture che da varie parti vi saranno. La riforma perfetta a priori non esiste in nessun campo. Sono i ragazzi, tornando indietro, che non si iscrivono e le famiglie li assecondano. Se spostassimo l'obbligo ai 18 anni come era previsto nell'ambito dell'applicazione completa e definitiva della riforma ecco che avremmo la situazione europea perché lì l'obbligo è nella gran parte dei Paesi proprio ai 18 anni. Sui costi maggiorati vi è da fare una ricerca approfondita. Io sulla carta conosco molte scuole europee. Sul campo conosco la scuola spagnola. In quella scuola si hanno fino a 40 alunni per classe! Se facessimo questa riforma e spostassimo i nostri 28 a 40 lei crede che guadagneremmo? L'insegnante si adatta. Farà test, anziché interrogazioni, si perderà quel dialogo che per fortuna ancora esiste e che permette di capire l'origine di certe difficoltà di apprendimento (per quel che riguarda le discipline scientifiche solo da noi ci sono persone, che pure si reputano colte, che in un salotto si vantano di non aver mai capito la matematica mentre si vergognerebbero come ladre di affermare che Dante non lo conoscono, poi magari dicendo che è quello del Decamerone. E poi, quando il bambino che sta toccando una lucertola viene strattonato dicendo che fa schifo, non lo si allontana da subito da tutto ciò che è la natura? Insomma, molti genitori dovrebbero fare una qualche scuola per tentare di aiutare i figli evitando di diventarne "complici". Ma poi lei sa, sig. Santiago, che i nostri ragazzi, a fine studi superiori si inseriscono brillantemente in tutte le università del mondo (con forse le eccezioni di Germania e Francia)? I nostri corsi di studi (pur con tanti insegnanti che funzionano non troppo bene), purché appunto si studi, portano ad una preparazione di livello molto buono. Non occorre demoralizzare tutto. L'operazione di critica anche dura su molti aspetti della scuola deve essere fatta. Devono emergere le gravi storture che vi sono ma occorre procedere in questa operazione al fine di rendere il tutto migliore proprio eliminando ciò che si è capito non andare. Non è facendosi i complimenti che si capisce dove le cose non vanno. Con la speranza (e non mi riferisco a lei) di parlare con persone oneste che capiscano che tutta la critica ha il solo fine di volere essere costruttiva. E con la speranza che chi davvero si interessa di scuola vada a leggersi il documento costruito da quasi 400 studiosi divisi in svariate commissioni (la riforma dei cicli) e poi si dibatta su quello, la lascio. La scuola della Moratti è la scuola che conserva tutti i mali di cui stiamo parlando. Secondo me si stavano aprendo strade promettenti. La frana ha bloccato tutta la viabilità.

Un cordiale saluto

Roberto Renzetti

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Istruzione ed Educazione 1

Autore: Roberto Renzetti (151.39.95.---)

Data: 03-09-01 16:54

Effettivamente vi è una grave carenza di educazione civica. Qui il problema non è quello di scegliere se andare nella scuola A o nella scuola B. Ma di mandare un ragazzo in A/B o in un'altra cosa che chiamiamo C. Cominciamo con il precisare un concetto sche spesso, nei vari messaggi esce distorto: La scuola non educa, istruisce. Questa dizione (istruzione) è stata introdotta dalla Repubblica, prima (Fascismo) il ministero si chiamava dell'educazione (l'indottrinamento di Godzilla). Vi è una profonda differenza fra le due terminologie che non sono assolutamente sinonimi. Anche l'esame finale, che improvvidi ministri DC avevano chiamato di maturità è stato riportato al più attinente esame di Stato (centrosinistra). Anche qui la differenza è enorme. Se si va sulla strada dell'istruzione non si capisce bene cosa sia l'istruzione cattolica (opzione C). Se si va su questa strada si può capire la scelta tra opzione di scuola A e di scuola B. Con l'autonomia scolastica e con i Piani di offerta formativa (POF) si sta iniziando a creare una struttura competitiva tra scuole pubbliche. In questo non è prevista competizione tra scuola pubblica e privata perché non esistono scuole private in Italia (se non in una superminima minoranza scuole così). Esistono scuole confessionali che non rispondono a criteri di "istruzione" ma di "educazione". E questo uno Stato laico e pluralista non può tollerarlo. E chiunque creda ad una educazione più aperta e più libera in una scuola confessionale è solo uno sciocco. Potrà dargli tutti gli aggettivi che vuole ma quelli NO. Quindi, in Italia è improponibile una concorrenza alla pari tra pubblico e privato; esiste (o si vorrebbe far esistere) una concorrenza tra pubblico e confessionale. So bene che esistono i valori cristiani (meglio dire cattolici). Ma vi sono i valori che tali non sono, e sono i valori dei cittadini e dei loro diritti civili. Spesso, per fortuna, vi è sovrapposizione tra valori dei cattolici e quelli dei cittadini. Ma quando tale sovrapposizione non vi è è il cittadino che ha il primato. Quali sono i valori (e quindi educazione) che un cattolico vorrebbe si passassero ai suoi figli? Guardandolo da 'istruito' e non 'educato' cittadino credo: no alla 194, no al divorzio, no alla clonazione da cellule staminali, no alla contraccezione, no alla pillola del giorno dopo, no all'evoluzionismo, no alle coppie di fatto, no al riconoscimento dei gay, revisionismo truffaldino su Galileo, Bruno e gli oltre 5000 eretici che in quegli anni furono bruciati, quindi altri no....,no...., ecc. In una scuola pubblica vi sono le voci rappresentative di quanto detto. Molti insegnanti esprimeranno le loro opinioni nel senso di quanto propaganda la Chiesa. Altri insegnanti no. Questa parte è quella che crea il dibattito fra ragazzi, fra ragazzi e professori, fra professori. È l'unico modo che conosco per crescere formandosi: il confronto delle idee che, non dimentichiamolo, a casa, sono (o dovrebbero essere) supportate da insegnamenti (educazione?) familiare. Raccontare dei fatti (istruire) cercando di mettere in moto nei ragazzi i meccanismi dell'imparare ad imparare non è una operazione di costrizione ma di liberazione. È quanto, nel pluralismo più completo, si tenta di fare nella scuola pubblica. Se l'istruzione non basta e si vuole quel pezzo in più chiamato educazione, semplicemente occorre rispondere che la scuola pubblica non è attrezzata per questo ed occorre rivolgersi a specialisti esterni che faranno il servizio. Ma qual è il servizio? Esso non è aggiuntivo è proprio un rileggere ogni disciplina sotto la prospettiva del credo cattolico. Cosa c'entra lo Stato con questo? Se la cosa è rilevante, così come molti sembrano ritenere, il problema lo può risolvere il centro del cattolicesimo, il Vaticano, con le migliaia di miliardi che prende dallo Stato italiano PROPRIO PER OGNI COSA CHE ATTIENE AL CULTO. Ed attenzione qui non si sta facendo propaganda atea (potrei rivendicare un tale insegnamento a scuola ma poi di rivendicazione in rivendicazione ci riduciamo ciascuno in una parrocchietta perché, anche nella Chiesa cattolica, un conto è Baget Bozzo ed un conto è Don Gallo), neppure si attacca una determinata religione, semplicemente si afferma che la religione riguarda la sfera del privato e, siccome qualcuno richiamava il dare a Cesare quel che è di Cesare (oppure è vero ciò che molti sostengono: dal Vangelo si può estrapolare e far dire a Gesù ciò che si vuole?), Cesare non ha nulla a che vedere con l'educazione religiosa anche nel senso letterale di quella moneta che Gesù diceva di ridare agli esattori di Cesare.

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Istruzione ed Educazione 2

Autore: Roberto Renzetti (151.39.95.---)

Data: 03-09-01 16:55

E non è una novità di questi giorni. Già i padri risorgimentali avevano individuato nella gerarchia ecclesiastica una possente nemica. La religione era stata bandita dall'insegnamento. Poi nel 1929, per vicende che non è qui il caso di ricordare, Mussolini la reintrodusse ma in ambiti non certo di parità. Quindi si riconobbbe l'operato di Mussolini nella Costituzione (art. 7). Analoga cosa fu fatta nella revisione del Concordato (1984). Nessuno mai aveva avanzato richieste che andassero al di là del dettato costituzionale. Poi sono arrivati i post-comunisti che dovevano accreditarsi al governo del Paese e fecero i più realisti del re. Adesso però non chiedete il braccio a chi ha dato una mano. E nessun governo si permetta di andare oltre, rispetto a quanto fatto da varie Regioni e Comuni. Si è già violato l'art. 33 della Costituzione, con il trucco che non sarebbe lo Stato a finanziare tali scuole ma enti diversi. Il fatto è che la Costituzione definisce lo Stato come suddiviso in varie autonomie (Regioni, Comuni. ...). Più in generale, da cittadino, sono spaventato da questa voglia di isolarsi in ghetti (perché di questo si tratterebbe). I valori cristiani, se non catechistici, non si capisce bene cosa sono (se non quelli che elencavo prima e che contribuirebbero solo a creare steccati e non ad unire) e se ci imbarcassimo in una tale strada tra un poco dovremmo finanziare anche le scuole di Moon e quelle sataniche (e non si dica che i valori delle une hanno un qualche primato perché non vi è nessun giudice in tal senso, se non si riconosce allo Stato proprio quell'autorità nell'istruire ma solo quella notarile). Vi è poi l'aspetto dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche. Conseguenza del Concordato che pare non soddisfaccia. Si faccia una campagna per l'abolizione di tale insegnamento per sostituirlo con quello, rilevante, di storia delle religioni (con insegnanti non più di provenienza curiale ma dai ruoli dello Stato). Si utilizzi quella montagna di miliardi per finanziare le scuole confessionali (perché nessuno mai si mette su questa strada?). I degni professori di religione che non avrebbero più lavoro nella scuola di Stato lo troverebbero in quella confessionale. Detto meglio: CHE POSIZIONE ASSUMONO GLI INSEGNANTI DI RELIGIONE RISPETTO ALLA PARITÀ (fanno vaire capriole ma non lo dicono preferendo siringa piena e moglie drogata). Anche qui è veramente defatigante avere a che fare con gente che petulantemente chiede l'elemosina. Anche la vicenda dell'inquinamento da onde elettromagnetiche da parte delle emittenti vaticane è stato risolto con un ponte verso un'altra emittente privata. Questo costa qualche miliardo e Padre Lombardi ha subito chiesto che tali spese vengano sostenute dallo Stato italiano (siamo alla follia ed alla perdita di ogni senso della misura). L'altra questione che riguarda la scuola privata confessionale è il non riconoscimento da parte di essa proprio della parte che fa assumere i docenti rispetto a determinati concorsi, abilitazioni e graduatorie. La scuola confessionale si è rifiutata: afferma che la propria è scuola di formazione a sfondo religioso e non può venire chiunque ad insegnare in essa. Quindi si sceglie a piacimento gli insegnanti (il che vuol dire discriminando alcune persone rispetto ad altre; allo stesso modo di quando per lavorare, sotto il fascismo, occorreva la tessera del PNF). E lo Stato dovrebbe pagare (o contribuire a farlo) personale assunto in modo clientelare o quanto meno per affinità ideologica? Vi rendete conto dell'assurdo giuridico? Ed in più si fa una scrematura nelle iscrizioni: il questionario che occorre riempire per essere o no iscritto è una forma di discriminazione che lo Stato, proprio per quella Costituzione di cui si diceva, non può tollerare SE DEVE ESSERE LUI A PAGARE. Un consiglio lo potrei dare ai credenti alle varie confessioni religiose. Dentro la scuola pubblica, a fine orario di lezione ordinario, assumete qualcuno di vostra fiducia che faccia le lezioni che crede a coloro che vogliono seguirle. Il pagamento di tali persone, dentro una struttura già esistente, sarebbe irrisorio per i fruitori. Fareste voi riunione con tali persone da voi assunte per fisssare gli insegnamenti che volete siano impartiti. Valuterete voi i risultati e deciderete come aggiustare il tiro e/o se cambiare. Le scuole confessionali continueranno per quella parte di ricchi che non rinuncia alle cose esclusive e comunque diverse. Quei ricchi che se ne andrebbero da quelle scuole prestigiose (esteriormente ed apparentemente) quando si trovassero contaminati da persone con buono scuola provenienti da piccola o media borghesia (o non conoscete la gran massa di ipocriti che si nasconde tra loro?).

Roberto Renzetti

P.S. Sarei curioso di conoscere l'impostazione cattolica dei vari programmi d'insegnamento di un qualunque liceo. Quella laica è quella che conoscete.

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A Francesco Neri, Fabio62, Marvin, ed altri

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 04-09-01 14:27

Caro Francesco, evidentemente mi sono espresso male. La cosa che sostengo è che nel 1923 vi era una larghissima maggioranza di italiani che non aveva la possibilità di studiare (figurati se la cosa può piacermi!). In quell'epoca si tentava ancora con estrema fatica di rendere l'obbligo almeno al saper leggere, scrivere e far di conto. Neppure questo obiettivo è stato raggiunto. Vi erano le scuole operaie, quelle delle Società di mutuo soccorso che sopperivano in molti posti all'assenza dello Stato. Il fascismo era poi fascismo e non un'altra cosa (le idee di istruzione sostenuta dallo Stato con un sistema di borse di studio vere che, ad esempio, la Germania aveva, non è mai stato presente. D'altra parte da questa scuola classista si è iniziato ad uscire solo nel 1963 con la scuola media unica che impose il primo centro sinistra di Moro e Nenni) . Ma un aspetto voglio sottolineare (che non trova riscontro in nessuno dei governi successivi fino a Berlinguer e De Mauro) almeno all'inizio il fascismo mise in un posto strategico (per l'EDUCAZIONE) il suo uomo più colto e con valenze assolute (poi a quel ministero andò Starace, così come al Consiglio Nazionale delle Ricerche andò Badoglio). Riguarda i ministri DC fino al CAF, guarda la Moratti e poi vedrai che valenza aveva Gentile. In ogni caso, in quel sistema che era per abbienti a priori, Gentile costruì una ipotesi di liceo che ha mostrato essere solida. Poi si può parlare dei danni clamorosi che ha fatto altrove. Quando appunto considerava la scienza come una mera tecnica che non aiutava l'uomo a raggiungere l'IO e l'ASSOLUTO. Mostrando la sua totale ignoranza di qualunque almeno argomento scientifico (ma lo stesso fu per Croce e per tutto l'idealismo italiano che, probabilmente, aveva solo letto l'Enciclopedia delle Scienze Filosofiche di Hegel, quel testo ABOMINEVOLE). Quindi tentavo di storicizzare tagliando con l'ascia e non facendomi capire. Me ne scuso. A rileggerti, Francesco.

Una informazione a Fabio 62: per sapere tutto ciò che occorre allo sbattezzo, vai al sito www.uaar.it (unione atei ed agnostici razionalisti) e troverai la pagina che si occupa dell'argomento. Caro Marvin, non è cosa da poco sbattezzarsi. Una persona semplicemente esce dal libro di quelle statistiche che fa dell'Italia un Paese con oltre il 90% di cattolici, quando le indagini ISTAT lo danno intorno al 50%, molto meno della Spagna e certamente più vicino alla Francia che non all'America Latina.

Qualcuno chiede perché deve pagare una scuola pubblica (con le tasse) della quale non si serve. Lo Stato italiano paga ogni anno 4000 miliardi al Vaticano, esenta dalle tasse i suoi beni sul territorio italiano (tutti risultano edifici per il culto!), lo Stato paga circa 100 mila insegnanti di religione cattolica, lo Stato dà finanziamenti speciali per particolari avvenimenti (il Giubileo è costato all'Italia oltre 4000 miliardi), lo Stato italiano è tenuto a costruire nuove chiese dove la Curia dica esservi bisogno, lo Stato italiano fornisce gas, luce, fogne, acqua, poste, alla Città del Vaticano,..... Questi soldi vengono anche dalle mie tasse (e l'otto per mille è una invenzione per finanziare la Chiesa, se si abolisse quei soldi andrebbero per scuole ed ospedali). Ma tutto questo (come l'ora di religione) è all'interno della nostra Costituzione che ha riconosciuto i Patti Lateranensi che sono poi stati rimaneggiati con Craxi. Ed io potrò chiedere che vi sia una denuncia del Concordato, che esso non venga rinnovato. Ma finché vi è la Costituzione io accetto questo (art. 7). Altri accettino l'articolo 33 che permette tutte le scuole private SENZA ONERI PER LO STATO. A chi parla poi di adeguatezza dei programmi va l'invito ad informarsi. Con il governo di centro-sinistra sono spariti i programmi ministeriali ed è subentrato il Piano di Offerta Formativa (POF), che vuol dire che ogni scuola ha ampia autonomia a costruirsi percorsi formativi nella direzione che ritiene più opportuna a quanto richiesto, ad esempio da genitori e da aziende intorno a cui la scuola gravita. Per finire riprendo atto, per l'ennesima volta che non c'è possibilità di sbarazzarsi dei rompi .... che non si fanno gli affari loro e vogliono sempre entrare nella vita privata degli altri. Se io avessi un'agenzia immobiliare e mi trovassi senza clienti, posso scrivere dal lavoro? Se il mio ufficio, anche pubblico, ha una linea internet a prezzo fisso ed uso illimitato ed in un momento in cui non ho cose da fare, mi leggo un forum e mando un messaggio, che male faccio? Quel qualcuno potrebbe dire che però si vorrebbero conoscere le vere condizioni di utilizzo del computer. Ecco, si faccia gli affari suoi .....

Un saluto a tutti

Roberto Renzetti

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Per nicola

Autore: Roberto Renzetti (151.39.95.---)

Data: 04-09-01 16:04

Io sono uno di quelli che le invia studenti. Posso provare a dire qualcosa. Da un punto di vista strutturale i cicli riformati prevedevano un triennio di indirizzo ed, intanto, facevano fuori questa idea che tutti gli studenti delle secondarie di secondo grado possano accedere a qualunque facoltà (non si può pensare di ricominciare sempre da zero). Aggiungo che, con il sistema attuale, i sistemi di valutazione e decisionali sull'ammissione alla classe successiva sfuggono completamente al singolo insegnante. Da quando per gli studenti sono stati introdotti i circoletti (o i sei in rosso) al posto degli esami di riparazione (D'Onofrio) è possibile fare uno scientifico senza aver mai studiato le mie discipline (matematica e fisica). Come funziona uno scrutinio? Intanto si vota come persona fisica e non per il numero di discipline che si insegnano. Faccio esempi di casi accaduti spesso: il ragazzo va male in matematica e fisica, va male in italiano e latino, va male in storia e filosofia; i tre insegnanti dicono di bocciare. Il professore di educazione fisica, quello di religione (è uno dei motivi per cui spessissimo non si chiede di essere esonerati: quello di avere quel voto per le promozioni facili), quello di arte, dicono che il ragazzo deve essere promosso. Qualcuno si astiene. Il preside, non conoscendo le situazioni specifiche, con una parità di voti e nel dubbio si schiera per l'"assoluzione". Alla fine il ragazzo è promosso con tre circoletti, in matematica, in fisica, in latino. Quei circoletti si riproporranno per lo stesso studente ogni anno più gravi. Fino agli esami quando il tutto gli costerà un paio di voti in meno di credito (visto che su alcuni "percorsi" certi presidenti non permettono di intervenire con domande specifiche). È questo che fa uscire fuori dai gangheri. È insopportabile anche perché, dopo un poco, i ragazzi capiscono il meccanismo e applicano il "principio del minimo sforzo". Con l'aggravante che coloro che vogliono lavorare e fare cose a livelli importanti vengono mortificati ed a volte anche presi in giro come "ruffiani". Eppure nei POF, che vari genitori ingegneri o preparati in discipline scientifiche, avevamo messo cose che arrivavano fino alle equazioni differenziali del primo ordine, matrici e determinanti, algebra vettoriale, probabilità e statistica (buttando via la discussione dei problemi). Analogamente per la fisica dove si facevano elementi di fisica dei quanti, relatività ristretta, fisica nucleare, delle particelle elementari e dei semiconduttori (buttando via molta acustica, ottica geometrica, meccanica bagnata,....). Non vi sono soluzioni diverse da una scuola che fino ai 15/16 anni dia ogni possibilità di apertura e conoscenza dei vari campi ma che poi indirizzi verso un settore o un gruppo di settori. In questo ambito niente circoletti, ma scuola che pretende, né più né meno, ciò che si insegna.

Riguardo agli insegnanti, due osservazioni: 1- il nuovo sistema di reclutamento, due anni dopo la laurea, dovrebbe garantire una maggiore qualità e comunque una scelta specifica di fare l'insegnante e non un ricasco con conseguente fristrazione (personalmente a questo io aggiungerei un tirocinio di due anni: un neo assunto affianca un professore che abbia almeno un certo numero di anni di insegnamento come assistente); 2 - come si può pretendere un bravo informatico, o matematico, o fisico, o ingegnere, o chimico,... a scuola quando si mantengono tali stipendi di fame (ricordo che nei licei vi è un ingresso a meno di 2 milioni l'anno ed una uscita a circa tre milioni l'anno, DOPO 40 ANNI DI SERVIZIO) ?

La saluto

Roberto Renzetti

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x renzetti su scuola e riforma

Autore: nicola (137.204.134.---)

Data: 04-09-01 17:48

Caro Renzetti, ti ringrazio per chiarimenti, osservazioni e informazioni (ti do del tu, visto che siamo colleghi). Una domanda: che cos'e' il POF? Un'osservazione: ai fini della preparazione universitaria non e' importante che i ragazzi sappiano cos'e' un determinante (non che questo guasti), ma che abbiano un certo patrimonio di conoscenza critica della matematica, una buona padronanza di alcuni strumenti di calcolo, la capacita' di matematizzare un problema geometrico e poco piu'. In un certo senso, ci risultano piu' utili proprio quelle conoscenze che nell'immaginario popolare sono piu' "inutili" (come sai bene). Va detto, poi, che la scuola (con i suoi studenti e i suoi insegnanti) ha una sua autonomia, che non e' riducibile alla preparazione agli studi universitari, quindi che le mie osservazioni vanno prese con molto relativismo. Concordo pienamente su quanto tu dici a proposito di formazione e retribuzione degli insegnanti. Ritengo anche che agli insegnanti piu' motivati e preparati vada offerta una carriera (come gia' succede in universita'). Condivido anche quando dici: "Non vi sono soluzioni diverse da una scuola che fino ai 15/16 anni dia ogni possibilità di apertura e conoscenza dei vari campi ma che poi indirizzi verso un settore o un gruppo di settori."

Ti faccio una domanda finale. Secondo te, cosa c'era di giusto e di sbagliato nella riforma dei cicli? Penso che noi forumisti che viviamo fuori dal mondo della scuola potremmo ricavare qualche informazione piu' precisa e magari uscire dalle secche della disputa pubblico-privato, da cui non si riesce a disincagliarsi.

Saluti,

nicola

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Caro nicola 1

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 04-09-01 20:39

il POF, lo ha già detto Maria Grazia, è il Piano di Offerta Formativa. Ogni scuola da quando c'è Berlinguer deve preparare una Carta dei Servizi che deve esporre al pubblico, deve poi preparare un piano di lavoro di Istituto che riguarda la didattica per uno o più anni ivi compresi i programmi e la loro modifica. Il Piano viene elaborato prima dal Collegio che individua delle linee guida che a volte sono suggerite da avvenimenti esterni, mostre, ricorrenze (RICORDO A TUTTI CHE TRA QUALCHE GIORNO SONO 100 ANNI DALLA NASCITA DI ENRICO FERMI), o dei temi intorno a cui far ruotare l'intera programmazione. Faccio l'esempio di qualche anno indietro. A scuola scegliemmo come argomento "la diversità". La cosa era suggerita da una mostra che si teneva in città dal titolo "i mostri", dall'immigrazione di extracomunitari, dal gay pride. Evidentemente nessuna delle cose che ho detto riguarda l'altra ma riassumemmo il tutto in "diversità". Quindi ognuno ha dei tempi per tirare fuori proprie idee di come o fare proprio un programma mirato sul tema o trattare alcuni argomenti che riguardano il tema, o agganciarsi in modo un poco acrobatico (io: in fisica insegnai a costruire una atomica e raccontai delle vicende che portarono alla sua costruzione ed alla sua esplosione; la matematica non ha problemi, è un mostro di per sé). Non è poi necessario individuare una sola tematica, ma si può lavorare anche su più di una. In altra occasione costruimmo un lavoro che mentre nelle medie riguardava l'"educazione alla salute", nel liceo riguardava l'ambiente e lo sviluppo compatibile (da parte scientifica ed in parte filosofica) ma altra tematica per materie umanistiche. Se quindi si vuole si può marciare su strade completamente innovative. Nessuno vieta, date le competenze (che a questo punto devono essere il più possibile trasversali), di fare un corso di informatica ma non di banale uso del computer, ma di programmazione, di logica di algebra di Boole, ....E la fisica a lato potrebbe lavorare bene sulla microelettronica, sui semiconduttori,... Ma lei sollevava il problema di quel contenuto che non è tanto importante quanto il modo di porsi davanti ai problemi in senso lato, in precedenti messaggi mi sono soffermato proprio su quanto sostieni: occorre lavorare perché i ragazzi divengano autonomi nel loro apprendimento e quindi proprio il porsi in modo problematico di fronte ad ogni questione. Non si tratta di fargli l'elenco dello scibile ma di far loro intendere almeno uno dei possibili metodi di indagine scientifica. Il problema, visto tutto insieme (questo vale per la matematica e per la fisica), sembra insolubile o molto complesso. Occorre suddividerlo in tante parti che si risolvono separatamente per poi ricostruire, alla fine, l'unità della soluzione richiesta. Il fatto che si sia passati ad argomentoi non comunemente inseriti nei programmi discendeva dal fatto che alcuni genitori sostenevano che erano gli argomenti che mancavano ai ragazzi nel loro impatto con la matematica dell'università. Io non lo credo ma, poiché se la metodologia di lavoro è adeguata, un tema vale l'altro, perché non andare su argomenti che i ragazzi poi si ritrovano subito in esami di fisica o di matematica. La parte di fisica, necessariamente divulgativa (ma approfondita laddove la matematica lo permetteva), era legata ad iuna esigenza ormai ineludibile: almeno come fatto culturale non si può più prescindere dalla conoscenza della fisica del secolo appena conclusosi. Se si dovessero seguire i programmi arriveremmo alle equazioni di Maxwell (1864), il resto è accennato in modo piuttosto povero.

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Caro nicola 2

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 04-09-01 20:40

Alla fine dello sproloquio ci tengo a dire che la scuola permette oggi grosse possibilità di cambiamento senza aspettare autorizzazioni. Certo, tutto questo era in visione di una scuola riformata (cicli) che poi, nell'ultimo triennio, stringeva sulle discipline che uno voleva studiare all'università o su quelle che lo avrebbero immesso nel mondo del lavoro. Così la situazione è monca ed a forte rischio: l'esame di stato sta diventando come un esame di 3ª media un pochino più elevato nei contenuti. La riforma dei cicli era una enorme opportunità elaborata in 5 anni dai migliori studiosi italiani (di varia provenienza politica) per modernizzare la nostra scuola. Il suo pregio era la sua apertura (non vi erano elenchi di cose da dover fare, come nel precedente tentativo di riforma Brocca) ma aree di studio ed indirizzi ed obiettivi. Vi era una scuola che riandava su indirizzi che ti guidavano alla tua facoltà con la possibilità di studiare davvero negli ultimi tre anni in modo propedeutico alla facoltà universitaria. Si introduceva la lingua inglese dalla prima elementare ed in 5ª ancora un'altra lingua. Si introduceva la musica ed il teatro nelle elementari (la musica dalla 1ª). Si dava la stessa enfasi nel primo ciclo all'italiano ed alla matematica. Una delle cose più positive era relativa agli sbocchi finali: gli attuali circa 300 erano stati ridotti a 15. Questo proprio per evitare l'eccessiva specializzazione che poi rende obsoleti e preparare persone sempre più (odio la parola flessibili) in grado di rielaborare il proprio sapere su un'altra professione. I difetti di questi cicli erano invisibili perché si doveva lavorare sul campo per riempirli (proprio per la loro apertura iniziale). Un difetto gravissimo, che per me è stato un grave errore politico, è il non aver coinvolto gli insegnanti nei processi di costruzione e di averli considerati (come sempre) solo meri esecutori. Aggiungo che nella scuola c'è totale insofferenza a qualsiasi riforma se prima non si parla di stato giuridico e corrispettivo pagamento (altrove ho sostenuto che occorre stare a scuola 36 ore settimanali, 18 di didattica frontale + 18 per tutti i servizi che la scuola richiede). Non passerà nulla con un corpo insegnante, più che demotivato, prostrato (e con molti che se ne andrebbero con una scuola che richiedesse un maggior impegno nella scuola stessa). Quindi senza un piano di finanziamento da affiancare alla Riforma questa non sarebbe andata avanti (oppure stavamo al solito Principe Salinas). Se poi uno vuole può leggersi tutta la riforma dei cicli (112 pagine) pubblicata sul sito www.cgilscuola.it Si clicca lì, nella colonna centrale si clicca su riforma cicli quindi si aprono due finestre possibili. La seconda è quella che riporta il dettaglio della riforma così come elaborata dalle varie commissioni composte da circa 400 esperti (quella della scuola secondaria era presieduta dall'editorialista de Il Giornale, filosofo cattolico e popperiano, Dario Antiseri noto appartenente al Polo). Ti saluto nicola, disponibile ad ogni chiarimento

Roberto Renzetti

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x Renzetti, sulla "cooperazione"

Autore: E. Da Empoli (---.dialup.tiscalinet.it)

Data: 04-09-01 22:52

Ho cominciato a leggere il testo della Legge 30/2000 del Riordino dei cicli (la Berlinguer-De Mauro), che ho trovato sul sito di "cgilscuola" che tu ci hai utilmente segnalato.

Nel paragrafo dedicato ai "soggetti della riforma" (docenti,dirigenti scolastici, studenti e famiglie) un ruolo nuovo e importante sembra essere assegnato a studenti e genitori.

L'Art, 1 della Legge del riordino introduce il termine (definito "pregnante") di "cooperazione", cioè il rafforzamento della funzione delle famiglie e delle loro forme associative. Viene confermata la validità de "Lo statuto delle studentesse e degli studenti" (D.P.R. del 26/06/98 N. 249)

Non ho potuto (per mancanza di tempo) ricercare interventi nel Forum (anche se ho visto che tu hai introdotto questo aspetto della riforma), nè inoltrarmi nel testo della riforma medesima.

Vorrei chiederti, a titolo di anticipazione, in quale misura il concetto di "cooperazione" (se giuridicamente questi organismi sono consultivi) è più "pregnante" rispetto al passato e se si può parlare di qualcosa di assimilabile al concetto di "concertazione", che sarebbe un'altra bella e sostanziale differenza, nella fattispecie, di quella legge rispetto al rischio di "patteggiamento" che può verificarsi nella scuola privata. Il discorso di un nuovo ruolo delle forme associative coinvolge direttamente genitori e studenti, ma il concetto di "cooperazione" potrebbe anche essere "allargato".

Non vorrei che ne aveste già discusso nel Forum per una settimana e non me ne sono accorto... In tal caso puoi tranquillamente rinviarmi ai precedenti interventi (poichè ti riteniamo, oltre che uno dei protagonisti, anche la "memoria storica" del Forum:di cui Godzilla è il "cronista") e te ne ringrazio ugualmente.

Cordiali saluti.

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Caro E. Da Empoli....

Autore: Roberto Renzetti (151.39.95.---)

Data: 04-09-01 23:59

... poni dei problemi di grande rilevanza che rappresentano l'altro aspetto della riforma: la gestione democratica della scuola. Una scuola non può fare a meno dei suoi utenti. È necessario che insieme si valuti il POF (che infatti è pubblico ed a disposizione degli utenti) e che nasce da riunioni preliminari con alunni e genitori. Il fatto che il tutto sia consultivo, essendo questioni di didattica e, da un certo punto, per professionisti mi pare inevitabile. Occorre comunque spiegare certe scelte (ad esempio in termini di propedeuticità o facendo intravedere una strada che si apre se si inizia un determinato argomento). Le forme, i modi di rendere questo (che già funziona) uno strumento di lavoro più produttivo sono da sperimentare andando avanti nella riforma e, mi permetto di dire, con l'aiuto che i genitori potrebbero dare su due fronti: sulla loro professione e sul non essere complici ma stimoli per i loro ragazzi. Una volta a scuola avevo genitori che, dopo avermi parlato e detto che i propri figli studiavano poco, mi invitavano a farli lavorare di più, a dargli più compiti a casa. Oggi è generalmente il contrario: il figlio studia, ha varie attività, io lo faccio studiare troppo, debbo dare meno compiti,... Sono convinto che su questo si possa discutere ma non su questa base. Occorre trovare altri terreni e poi è forse ora che arrivino insegnanti più giovani, probabilmente più in sintonia... Questa cooperazione in nessun caso può essere intesa come concertazione. Il giorno che diventasse questo mi troverei in una scuola azienda e me ne andrei immediatamente. Si tratta di raggiungere obiettivi modificabili ma condivisibili. Sono di tutti. A me la scuola interessa perché vi lavoro, ma soprattutto perché è, nel suo insieme, la fucina dei cittadini che costituiranno la società del mio Paese. Non posso pensare alla scuola come un luogo in cui io debba difendere qualcosa rispetto alla comunità degli utenti. L'idea di un corporativismo degli insegnanti riaspetto a studenti e genitori non la condivido e non la condividerò mai. Anche le vicende della nostra professionalità insieme a quelle del nostro orario di lavoro e del nostro salario debbono essere condivise. Per questo le campagne che, a volte in modo dissennato e forse non voluto, si scatenano contro di essa e contro pretesi privilegi degli insegnanti sono deleterie non per me come insegnante ma per me come cittadino. Dirò di più (nel senso del tuo messaggio): tutto il quartiere, la comunità produttiva, tutti dovrebbero poter aiutare ad indirizzare una IMPRESA DI COSTRUZIONE DI CITTADINI che poi lavoreranno, opereranno nel territorio, saranno genitori,... Quindi cooperazione in senso lato con tutti i soggetti che possaano e vogliano contribuire (un esempio banale è quello di una scuola in cui invitavamo dei genitori che svolgevano diverse professioni a "raccontare" ai ragazzi le loro professioni). In definitiva la democrazia che nasce e si alimenta dalla scuola deve avere la società che sulla scuola possa potersi esprimere (conoscendo però i problemi nei dettagli e non facendo come a volte accade dei minestroni nazionalpopolari con miscugli di frasi fatte e tiritere note che non aiutano nessuno ma fanno perdere tempo). In questo senso, mentre di un progetto di ricerca tipo Laboratori del Gran Sasso o Lep a Ginevra, nessuno opina perché si sa che lì vi sono tecnici e professionisti, nella scuola è facile opinare perché sembra che vi lavorino delle persone scelte per strada. Si tenga conto che l'insegnante è un professionista, non un mero conoscitore della sua disciplina (per questo, insisto, le figure di cooperazione sono consultive).

Un caro saluto ed a rileggerti

Roberto Renzetti

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Questa è la Scuola di Moratti, Confindustria (per non dir del cane) 1

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 06-09-01 23:07

Riporto un documento firmato da tutti i padroni italiani (più qualche servo docile) sulla scuola. È stato pubblicato da vari quotidiani poco prima delle elezioni.

"Scuola libera!

Appunti per la nascita di un movimento

Con questo documento intendiamo avanzare all'opinione pubblica una ipotesi di riforma della scuola italiana. Essa non va confusa con un ennesimo tentativo di emendare come si può l'attuale sistema scolastico. Proponiamo invece un cambiamento profondo e dunque, innanzitutto, un uovo orientamento nel modo di concepire il problema della formazione dei cittadini, dei lavoratori, delle classi dirigenti. Proponiamo una autentica svolta culturale che consenta di costruire in Italia una scuola libera.

I VALORI

La nostra proposta è in primo luogo ancorata a una precisa visione di etica pubblica. Siamo convinti innanzitutto che compito prioritario della scuola sia quello di promuovere la maturazione della persona. Siamo del pari convinti che la libertà di scelta in ordine alla propria formazione da parte di ciascun individuo e della sua famiglia sia parte integrante ed essenziale della libertà di pensiero, e questa sia il presupposto di ogni ulteriore libertà e creatività della persona stessa: civile, sociale, economica, politica. Perciò quando parliamo di scuola libera, noi pensiamo all'intero sistema scolastico del nostro Paese, statale e non, pensiamo che nell'intero sistema possano crearsi circostanze di maggiore libertà: per gli studenti e le loro famiglie da un lato e dall'altro per l'insieme del corpo insegnante, il quale dovrebbe sentirsi riconosciuto come un ceto di liberi professionisti. Ma è chiaro che, affinché anche nella scuola statale si arrivi a questo, devono affermarsi i valori di una scuola non monopolio dello Stato. Ecco perché oggi la nostra proposta mira essenzialmente e in primo luogo alla nascita di una scuola non statale. In secondo luogo la nostra proposta guarda al futuro del Paese. È evidente infatti che cultura e formazione conteranno sempre di più per garantire il benessere materiale e morale di ogni nazione. La globalizzazione economica, del resto, richiede standard sempre più elevati di preparazione per ogni tipo di lavoro e professione. Riteniamo perciò doveroso dire ai nostri concittadini che, se l'Europa e in essa l'Italia vorranno mantenere i livelli di benessere raggiunti, dovranno portare la propria efficienza economica e tecnologica a livelli di eccellenza. Dovranno stare sempre 50 metri avanti rispetto agli altri nel campo dell'innovazione. Ma questo è possibile solo realizzando più sapere, più cultura, più formazione. E a questo scopo serve una scuola più efficace. Il che significa una scuola in cui gli istituti siano indotti a una emulazione per proporre la migliore offerta formativa possibile. La scuola, dunque, deve essere alla testa e non alla coda della modernizzazione della società italiana del 2000.

IL RUOLO DELLO STATO

Quasi ovunque, nel dibattito culturale e politico, si sostiene che lo Stato deve ritirarsi dalla gestione diretta di aziende e servizi. Perché questo non deve valere anche per la scuola? Noi non pensiamo che lo Stato sia sempre e comunque sinonimo di inefficienza. In diversi campi e occasioni, in passato, ha dimostrato di non esserlo. C'è da dubitare, ad esempio, che l'Italia avrebbe oggi una migliore rete autostradale o telefonica se a suo tempo non fosse intervenuto lo Stato. Questo vale senza dubbio anche per la prima, grande istruzione elementare e di massa del nostro popolo, realizzata appunto, sia pure non in modo esclusivo, dallo Stato. Ma oggi? Noi facciamo in proposito due considerazioni. La prima di ordine storico. Negli scorsi decenni la scuola (e anche l'Università) italiana ha sperimentato una lunga serie di progetti di riforma che non hanno affatto risolto ma anzi penosamente aggrovigliato tutti i nodi che ne soffocano la vita e il funzionamento. E' lecito dunque pensare che, muovendosi in continuità con le ricette del passato, non si riuscirà ad evitare gli stessi errori e non si migliorerà la situazione presente. E' dunque necessaria una discontinuità. La seconda considerazione è di ordine strutturale. Nonostante i meriti del passato sopra ricordati oggi, lo Stato, in ragione dell'accresciuto dinamismo della vita economica e sociale, mostra, come gestore di servizi, scarsa efficienza ed eccessiva burocratizzazione. Questo vale anche nel campo della scuola ed è sotto gli occhi di tutti. Perciò noi proponiamo che lo Stato si ritiri almeno in parte dalla gestione del sistema scolastico. Vuol dire questo che lo Stato deve disinteressarsi della formazione dei cittadini? Assolutamente e ovviamente no. Lo Stato, al contrario, è chiamato ad adempiere sempre meglio a essenziali funzioni di garanzia e regolazione. Lo Stato deve garantire a tutti la migliore istruzione possibile. Esso deve avere una funzione regolativa nella definizione di standard qualitativi per tutti gli istituti formativi. Deve infine promuovere l' introduzione di strumenti volti a verificare i livelli di qualità di ciascun istituto. Ma ancora di più: lo Stato deve indicare aree di programma comuni a ogni tipo si scuola, che consentano la trasmissione delle tradizioni culturali più profonde del popolo italiano, e la costituzione di una larga base culturale comune a tutti i cittadini italiani.

I PREGIUDIZI DEL PASSATO

Per favorire il processo da noi auspicato è utile sgombrare il campo dal retaggio di antichi pregiudizi ideologici che non hanno più motivo di essere e che sono solo paralizzanti e dannosi. Più precisamente: la scuola di Stato ha rappresentato un vessillo per la edificazione stessa dello Stato unitario che, per i complessi motivi che tutti conosciamo, si è realizzata attraverso una dialettica conflittuale con la Chiesa. La scuola confessionale, dal canto suo, ha a lungo costituito un presidio della Chiesa in questa sua dialettica con lo Stato italiano. Nel corso dei decenni, pur essendosi stemperate e infine venute a cessare le ragioni di quella dialettica conflittuale, il dibattito su scuola statale e non ha sempre subìto il riflesso di quell'antica contrapposizione, intrecciandosi e confondendosi con la questione storica del rapporto tra laici e cattolici nel nostro Paese. Ebbene, i promotori di questa proposta pensano, e per la loro diversa estrazione culturale testimoniano, che il tema di una scuola libera, non gestita dallo Stato, esula oggi, per motivazioni e finalità, dalla questione del rapporto Stato-Chiesa e da quello tra laici e cattolici. Anche perché non vi sono più motivi per i quali le suddette relazioni possano essere interpretate in modo conflittuale. Siamo al contrario persuasi che la proposta di una nuova scuola italiana, libera, potrà affermarsi e realizzarsi solo grazie al concorso di passioni, intelligenze e culture laiche e cattoliche. La scommessa sulla nuova scuola sarà vincente se, al di là dei vecchi steccati ideologici, si saprà realizzare una efficace sintesi culturale del patrimonio morale e ideale che, a prescindere dalle loro appartenenze, i nostri padri ci hanno comunque trasmesso. Noi non abbiamo di mira una parte ma la nazione. La nostra non è una proposta difensiva ma creativa, che guarda non al passato ma al futuro dell' Italia.

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Questa è la Scuola di Moratti, Confindustria (per non dir del cane) 2

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 06-09-01 23:08

SETTE OBIETTIVI

Noi immaginiamo una nuova scuola nella quale:

1) lo Stato finanzi ma non gestisca l'istruzione di tutti i cittadini;

2) si affermi una pluralità di offerte e istituti formativi, statali e non, e una pluralità di opzioni possibili per il cittadino;

3) viga la pari dignità tra le diverse scuole e quindi l'assoluta irrilevanza del fattore economico nella scelta da parte dei cittadini ; 4) si giunga all'abolizione del valore legale del titolo di studio,necessaria conseguenza di tale nuovo assetto; 5) A tal fine lo Stato deve fissare quanto intende spendere annualmente per la formazione di ciascun cittadino;

6) deve disporsi poi a riconoscere quella somma, diversificata a seconda del grado di istruzione, alla famiglia di ciascun alunno, utilizzando appositi bonus o altri analoghi strumenti;

7) si può infine prevedere che gli alunni iscritti a scuole non statali gravino sulle casse dello Stato per un 10% in meno di quelli che scelgono la scuola statale. C'è infatti da calcolare una serie di spese fisse che lo Stato è comunque chiamato a sostenere, ad esempio nei piccoli centri a scarsa popolazione scolastica e dove però l'istruzione va comunque garantita. C'è per converso da pensare che altri sussidi, familiari, di enti privati e imprese possano giungere alla scuola non statale.

Questi sono gli obiettivi finali. Siamo consapevoli che occorrerà del tempo per realizzarli pienamente. Due cose sono però essenziali: tener fermo il punto di arrivo; far sì che nel frattempo ogni atto legislativo in questo campo sia coerente e non contraddittorio rispetto al traguardo.

COME ARRIVARCI

Una cosa deve essere ad ogni modo ammessa: la scuola italiana, oggi, non funziona e conosce un crescente processo di dequalificazione. La nostra proposta nasce innanzitutto per rispondere a questa situazione. Noi riteniamo che siano in corenza con l'iniziativa che sollecitiamo e con il bene delle nostre strutture scolastiche:

a) ogni riforma che favorisca la differenziazione dei percorsi formativi contro la tendenza all'omogeneizzazione sin qui seguita;

b) la realizzazione, in particolare, di un serio canale di formazione professionale. La sua mancanza costuituisce un gap dell'Italia rispetto agli altri Paesi europei. La sua realizzazione consentirebbe, tra l'altro, di riconquistare allo studio tanti giovani (la maggioranza) che oggi loabbandonano;

c) ogni intervento volto a migliorare seriamente la qualità dell' insegnamento e la reintroduzione di criteri che valorizzino il merito nella scuola e la coerenza dei diversi percorsi scolastici;

d) l'introduzione di incentivi per la emulazione tra istituti sia all' interno del settore statale sia fra scuole statali e non statali.

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Questa è la Scuola di Moratti, Confindustria (per non dir del cane) 3

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 06-09-01 23:09

LIBERTÀ, EFFICACIA, GARANZIE

Noi proponiamo dunque una scuola più libera ed efficace. A scapito della sicurezza di una buona istruzione per tutti? Assolutamente no. Tutti i cittadini, infatti, vedrebbero garantita dalla proposta qui avanzata la propria istruzione. Quel che però deve esser reso chiaro, perché è vitale per ciascun individuo e per il Paese, è che i cittadini hanno interesse a veder garantita a ciascuno l'istruzione. Ma soprattutto hanno interesse che questa sia la più idonea a fornire loro una seconda garanzia: quella dell'ingresso nel mondo del lavoro. Ebbene - è ormai chiaro a tutti -, una scuola statale dequalificata questo non lo garantisce. Essa quindi non è solo un impaccio per il Paese ma colpisce proprio i cittadini più deboli economicamente, coloro che non hanno possibilità di prolungare i propri studi e di andare a specializzarsi all' estero. Il mito della scuola uguale per tutti è l'alibi di una crescente inefficienza per tutti che si risolve in una formidabile fonte di ineguaglianza di opportunità. Proprio in ragione di ciò, come si è detto, dichiariamo il nostro favore, come punto di arrivo, all'abolizione legale del titolo di studio che deprime la spinta all'eccellenza degli istituti spingendoli sempre più a diventare una sorta di esamificio. E dichiariamo la nostra contrarietà al metodo della convenzione, che non apre nessun processo di emulazione tra istituti, tra settore statale e non, non garantisce perciò efficienza e dunque sicurezza del valore dello studio fatto e non apre nuovi spazi di libertà a insegnamento e apprendimento.

I SOGGETTI:

GLI INSEGNANTI E I GENITORI

Siamo convinti che l'applicazione della nostra proposta costuituirebbe, per un corpo docente oggi spesso insoddisfatto, un forte motivo di stimolo, di dispiegamento di grandi energie presenti ma depresse. Se nella fase di transizione, sulla base delle scelte degli alunni e delle famiglie, si creasse una situazione di esubero nel campo dell'insegnamento impiegato dallo Stato, si potrebbe pensare ad agevolazioni fiscali per quegli istituti non statali che assumessero personale docente dalla scuola statale. Anche per quanto riguarda gli edifici scolastici non più necessari al settore statale, si potrebbe pensare al loro trasferimento al campo non statale mediante contratti di affitto. Del resto proprio gli insegnanti non possono non essere la prima risorsa per rendere effettiva e operante l'esistenza di una offerta di scuola alternativa a quella statale. Immaginiamo che essi, riunendosi con altri soggetti in associazioni e cooperative, diano vita a nuovi istituti non statali. Ma appunto, per rendere realistica la prospettiva che indichiamo, è necessario che, oltre agli insegnanti, si mobilitino altri soggetti. Fermo restando il necessario rispetto del ruolo docente, genitori e figli sono chiamati a contribuire alla realizzazione del progetto educativo apportando la propria domanda di educazione e la propria esperienza di vita. La nuova scuola non dovrà limitarsi soltanto alla ricerca dell'efficienza ma dovrà necessariamente radicarsi sul territorio anche attraverso le famiglie, affermandosi come scuola della società civile. Una delle fonti di crisi del sistema scolastico nazionale consiste nell' allentamento e nella distorsione del rapporto tra famiglia e scuola. Si é deteriorato il rapporto tra due mondi vitali e due sistemi sociali quali la famiglia e la scuola. La stessa modalità partecipativa non risulta più sufficiente a qualificare il sistema scolastico e va dunque rafforzata con nuovi strumenti. Si tratta di costruire un nuovo modello relazionale che valorizzi la famiglia sostenendola nel suo primario compito educativo; d' altro canto la scuola é chiamata ad offrire valori, conoscenze, strumenti comunicativi alla persona. Tutto ciò può stabilire un rinnovato patto educativo. Un patto che per sua natura richiede primariamente la possibilità di essere stipulato, ovvero esige che sia permessa ai genitori la libera scelta educativa, a pari condizioni economiche.

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Questa è la Scuola di Moratti, Confindustria (per non dir del cane) 4

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 06-09-01 23:12

I SOGGETTI:

IMPRESA, NO PROFIT, VOLONTARIATO

Si tratta in proposito di rispondere a un'altra obiezione radicata alla nascita di una scuola libera. Essa suona: da dove verranno le risorse umane ed economiche necessarie a creare una vera offerta alternativa a quella dello Stato? La nostra proposta, come dovrebbe essere a questo punto chiaro, ha come obiettivo che sia lo Stato medesimo a garantire finanziariamente un nuovo sistema formativo pubblico misto, in cui possano convivere, quanto a gestione, istituti statali e non. Noi diciamo però qualcosa di più. La scuola italiana ha e avrà bisogno in prospettiva di risorse crescenti e la nostra proposta vuole contribuire a mobilitarle. Noi pensiamo che vi siano molte energie che possono progressivamente rafforzare il nostro apparato formativo. Esse vanno fatte scattare come una molla. Il sapere è una risorsa. L'impresa deve quindi trovare proficuo e vantaggioso investire nella scuola. Da questo punto di vista gli Stati Uniti possono insegnarci qualcosa. Particolarmente per le scuole professionali, snodo decisivo come si è detto del sistema formativo, le imprese, le aziende artigianali, le associazioni di categoria potrebbero essere interessate a partecipare alla gestione di istituti che hanno per scopo quello di preparare i lavoratori di cui esse hanno bisogno. Tutto ciò favorirebbe una maggiore osmosi tra mondo della scuola e mondo del lavoro. Ma le energie che possono essere coinvolte non sono assolutamente riducibili a quelle legate all'impresa intesa in senso classico. Oltre agli insegnanti e alle famiglie, pensiamo che anche le organizzazioni no profit e il volontariato debbano svolgere un ruolo decisivo. Cittadini e famiglie vanno responsabilizzati. La svolta culturale di cui abbiamo parlato all'inizio deve significare innanzitutto questo. I cittadini italiani devono imparare a considerare la scuola, come in passato è avvenuto, il principale strumento di crescita personale, civile ed economica. Se ciò avverrà, e siamo sicuri che nella nuova scuola libera avverrà, tanti uomini e donne, tante organizzazioni civili, tanti lavoratori che hanno tempo libero, che sono magari in pensione, potranno contribuire alla vita di ogni singolo istituto, rendendolo maggiormente un organismo vivo, un nucleo essenziale della società civile. Anche per questa via il richiamo costituzionale ai corpi intermedi della società civile (che è decisivo ravvivare anche nella prospettiva della nuova società europea fondata sul principio della sussidiarietà e dell' organizzazione federale dello Stato) non resterà lettera morta. Il nostro movimento guarda con grande interesse alle iniziative di alcune Regioni (legge della Regione Lombardia, proposta della Regione Emilia-Romagna) a favore di una effettiva parità scolastica da raggiungersi anche mediante l'erogazione di un buono scuola alle famiglie attraverso l' istituto del Diritto allo Studio, di competenza regionale. La nostra, dunque, non è una fredda proposta tecnocratica. È una proposta che nasce dalla passione per l'Italia e dalla passione per l'Europa. Dalla convinzione che l'una e l'altra avranno futuro se sapranno tenere insieme la scienza e la vita il sapere e la vita, come hanno fatto in passato ma in forme nuove. Questa capacità di sintesi è sempre stata uno dei più grandi talenti degli europei e di noi italiani. Riscopriamola.

Il documento è stato sottoscritto da

Ferdinando Adornato, Dario Antiseri, Antonio Augenti, Paolo Blasi, Carlo Bo, Dino Boffo, Pellegrino Capaldo, Innocenzo Cipolletta, Emma Marcegaglia, Antonio Martino, Letizia Moratti, Angelo Panebianco, Sergio Romano, Cesare Romiti, Giorgio Rumi, Paolo Savona, Lorenzo Strik Lievers, Marco Tronchetti Provera, Stefano Versari, Giorgio Vittadini, Sergio Zaninelli."

Ogni discussione ulteriore è inutile. La moratti, appartenente alla scuola di Berlusconi mente agli italiani. E lo fa sapendo di mentire. Avete visto con che faccetta da educanda si presenta ai TG? Mente!

Roberto Renzetti

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Valentina è eterea e scrive ai Presidi

Autore: Roberto Renzetti (151.39.95.---)

Data: 07-09-01 18:08

Valentina Aprea, sottosegretario alla Pubblica Istruzione, interveniva alla Camera distinguendo i forzaitalioti dai rappresentanti del centrosinistra, bollando questi ultimi come massificati. Il che conferiva a lei la caratteristica di eterea. Quindi l'etereo sottosegretario così scriveva alla Associazione Nazionale Presidi (ANP):

Al Presidente ANP Prof. Giorgio Rembado

Milano, 30 Aprile 2001

Egregio Professor Rembado, a nome del Presidente Berlusconi, in qualità di dirigenti nazionali del Dipartimento Pubblica Istruzione dei Partiti della Casa delle Libertà, rispondiamo alla Sua lettera del 24 aprile u.s. Sulla questione scuola la Casa Libertà non ha mai taciuto il proprio dissenso radicale verso la politica scolastica del centro sinistra ed ha al contempo avanzato proposte decisamente innovative. Abbiamo sempre sostenuto la necessità di introdurre un'autonomia non solo di facciata, ma sorretta da efficaci strumenti di gestione, come la possibilità' di integrare sostanzialmente i finanziamenti pubblici con risorse private, la titolarità nella scelta e nel reclutamento del personale per renderlo compatibile con il piano dell'offerta formativa, un equilibrato rapporto fra la dirigenza delle scuole e gli organi collegiali, che eviti ogni deriva assembleare ed ogni pletorica ed inutile moltiplicazione di sedi di sterile dibattito. Abbiamo sempre ritenuto indispensabile che nella scuola trovasse posto una moderna cultura formativa non ostinatamente chiusa alle dinamiche del mondo produttivo e dell'internazionalizzazione del mercato del lavoro. Abbiamo sempre auspicato una scuola aperta alla domanda di formazione e d'istruzione che nasce dal territorio, dalle famiglie e dalle forze produttive, strutturata in modo da rispondere efficacemente a tali bisogni e finalmente liberata dalle pastoie dell'apparato burocratico e centralistico del Ministero. Coerentemente con tale idea di scuola, abbiamo sempre sostenuto l'esigenza imprescindibile che alla sua guida sia preposto un dirigente autorevole, dotato di tutte le prerogative necessarie per una gestione efficace e quindi in grado di assumere pienamente la responsabilità' effettiva del servizio. E' nostra ferma intenzione passare dalle riforme nominalistiche alle riforme vere, ponendo termine alla prassi fin qui seguita dal centro sinistra, che ha ripetutamente fornito prova di non credere neppure alle proprie riforme, circondando ogni timido passo innovativo di pesanti precauzioni e vincoli tali da snaturarlo e renderlo sostanzialmente bloccato. L'ennesima prova di quest'atteggiamento irresoluto e contraddittorio e' venuta dalla vicenda del primo contratto dei dirigenti della scuola al quale si sono volute negare le risorse finanziarie indispensabili per garantire una retribuzione ed una dignità professionale corrispondenti agli obiettivi dichiarati. Per parte nostra sosteniamo invece la necessità di prevedere all'interno del contratto istituti normativi interamente dirigenziali, a fronte dei quali sarà compito e dovere del Governo assicurare risorse finanziarie di pari livello. Questo impegno noi assumiamo formalmente fin d'ora tra quelli da onorare nei primi cento giorni della legislatura, prevedendo gli stanziamenti aggiuntivi con la prossima legge di aggiustamento del bilancio, nella misura indicata nella Sua lettera.

On. Valentina Aprea

dirigente nazionale Dipartimento Pubblica Istruzione Forza Italia

On. Angela Napoli

dirigente nazionale Dipartimento Pubblica Istruzione Alleanza Nazionale

On. Giovanna Bianchi Clerici

dirigente nazionale Dipartimento Pubblica Istruzione Lega Nord

On. Beniamino Brocca

dirigente nazionale Dipartimento Pubblica Istruzione C.C.D.-C.D.U.

A fianco di ciò vi è il progetto di legge di Forza Italia sulla scuola (firmato da tutti i parlamentari italioti, con Berlusconi in testa). Chi lo vuol vedere (è lungo e non lo posso riportare) lo trova facendo questi passi:

1) www.cgilscuola.it/index1.htm

2) andare su "Archivio monografici"

3) andare su "La scuola nel dibattito politico"

4) andare su "La scuola secondo Forza Italia"

(a questo punto è finito e vi si apre il progetto di FI. Ma, per chi è interessato, è possibile successivamente aprire su "La scuola secondo la Confindustria" dove vi è un sunto delle tesi sulla scuola di Confindustria illustrate al Convegno di Parma). Il fatto che Fregoli e Tacito lodino queste cose mostra che i livelli di ignoranza dei problemi è abissale. Il volere assegnare tutto il potere ai Dirigenti (Presidi), anche di prendere personale fuori graduatoria, costituisce per la gran maggioranza delle scuole l'inizio di una scuola di Famiglia. Appunto, Berlusconi se ne intende e, giustamente,va su strade in cui le Famiglie contano. In fondo sono cose di Casa Nostra. Tutti gli altri non scherziono: questi progetti sono l'assassinio della scuola. E chiunque guadagni meno di 100 milioni netti l'anno, nei prossimi 10 anni non avrà più possibilità di accedere ad una scuola se non in quelle in cui per entrare occorre passare sotto il metal detector. Concentratevi tutti su queste cose, lasciate perdere, per ora gli anticoncezionali. L'emergenza è massima. Il grande Don Severino, come sempre, ha colto il punto centrale: stiamo iniziando ad entrare nel punto di non ritorno.

Roberto Renzetti.

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Per Renzetti

Autore: Martino Mosna (137.204.187.---)

Data: 18-09-01 16:37

Studiare comporta fatica. (Su questo, pochi dubbi: me ne sono accorto...) Ora le chiedo una cosa, o meglio: le lancio una provocazione da ex studente liceale (ora universitario) a professore (immagino liceale). E accennare qualche volta al PERCHE' di questa fatica? Voglio dire: ho passato cinque anni di scuola superiore in cui letteralmente subivo ciò che mi veniva imposto di studiare. Fino a qui, nessun problema. Qualche volta era pure interessante... ma da qui ad essere fermamente convinti che "farsi il culo sui libri" sia la cosa migliore da fare per se stessi... beh non era proprio lineare! Il fatto è che alla domanda "Perché fare fatica?" le risposte che mi arrivavano dalle figure, per così dire "istituzionali", i docenti o i parenti, erano (o mi sembravano) sempre di una retorica disarmante. "Per la tua cultura..." "Per allenare la mente..." "Perché devi..." (questo è mio padre: è sempre stato un Kantiano... adesso poi sta invecchiando...) Belle parole, ma vuote.

Io la risposta ho provato a trovarla da me e con quella sempre in mente cerco di frequentare al meglio l'università, ma mi andrebbe prima di sentire la sua opinione in merito, dato che la stimo molto come "forumista" ed ho letto divertito e interessato parecchie delle sue crociate...

Grazie e a risentirla, Martino Mosna

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Sig Mosna

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 19-09-01 20:32

Lei mi fa una domanda apparentemente semplice che in realtà richiede una risposta complessa. Io generalmente introduco il corso con nuovi studenti tentando di spiegare proprio ciò che lei chiede. Fino al 1978/79 avevo un buon successo. Da allora credo che vi sia stato un cambio radicale in qualche cosa. Le dico perché, a mio giudizio, lo studio implica fatica e lo faccio riferendomi alla mia esperienza di studente che passava dal liceo (classico) a studiare fisica. Iniziai a frequentare corsi che neanche avevo ben definiti nella mia mente. Le mie conoscenze nel campo erano prossime allo zero. Comunque ero della generazione che aveva visto lo sputnik, il primo uomo in orbita, la gara spaziale, la nascita della ricerca nucleare in Italia. In televisione, la notte (era il 1963, prima del caso Ippolito) parlava un fisico che poi sarebbe stato mio professore e mio relatore al momento della laurea, Giorgio Salvini (Presidente dei Lincei, fu ministro della ricerca scientifica nel governo Ciampi). Salvini faceva praticamente una campagna per iscriversi a fisica. Vi era una esplosione di ricerche in campo nucleare spinte da Ippolito e servivano ricercatori. Questo spinse me e molti altri a iscriversi a fisica. Il 1963 fu l'anno del boom: si passo da una media di 120 iscritti al 1º anno ad una di 1500. Nella mia ignoranza ero pieno di curiosità e mi aspettavo, entro un breve lasso di tempo di parlare di missilistica, di assenza di gravità, di centrali nucleari. Neanche per sogno. Iniziammo con le cose più noiose del mondo (intanto con una matematica che, anche come simbolismo, per me era arabo; quindi con cinematica, meccanica del punto, meccanica del corpo rigido, meccanica razionale, matrici, vettori, determinanti, nabla, lagrangiano, hamiltoniana,......). A parte la mia personale ignoranza in matematica che mi fece chiudere in casa per un anno con un libro di liceo scientifico per tentare di mettermi in pari, il fatto era che ogni disciplina era trattata come se quella matematica si conoscesse. Fatica a prendersi un libro per studiare da soli, fatica a iniziare di nuovo a frequentare l'anno successivo (allora non vi erano i semestri), fatica su cose che, ANCORA, mi sembrava non avessero sbocchi, mi sembravano chiuse su se stesse, .... A quel punto solo un atto di fede che feci mi salvò. Fu un vero calvario per i primi due anni (Analisi 1 e 2, Fisica sperimentale 1 e 2 - che poi è solo teoria -, Meccanica Razionale,.....). Il mondo mi si cominciò a spalancare e la fatica sparì dietro dei risultati spettacolari che vedevo costruire da me, quando iniziai il secondo biennio. Intanto eravamo diventati 120. Ci eravamo suddivisi per indirizzi ee quindi nei laboratori, nelle classi, nei seminari, eravamo una ventina. I professori, veri miti (Amaldi, Salvini, Conversi, Persico, Cini, Cabibbo, Bernardini,...) ti salutavano quando ti incontravano ed anche chiamandoti per nome. Non può immaginare cosa voleva dire per me incontrare nel corridoio Amaldi che, anche se io ero girato da un'altra parte, mi diceva "Buongiorno Renzetti, come va?". Poi tutti disponibili. Una volta mi serviva una spiegazione di fisica teorica che richiedeva un solo passaggio. Andai verso le 6 di pomeriggio a bussare alla stanza di Cabibbo. Gli chiesi del dubbio che avevo ed egli mi tenne lì fino alluna di notte! Si immagina, con che entusiasmo poi si lavora. A parte questo i laboratori. Ci si divideva in gruppi di tre e si PROGETTAVA una esperienza. Dico tutta. Con i miei due compagni di lavoro ottenemmo la possibilità di lavorare sui semiconduttori e di trovare alcuno loro proprietà. Noi il disegno dello strumento per fare le misure, noi il progetto da portare in officina meccanica dove una decina di tecnici lavoravano in tempoi brevissimi per noi, potevamo muoverci in Istituto chiedendo fotocopie, le segretarie ci battevano a macchina relazioni, avevamo l'uso del gigantesco computer centralizzato al centro di calcolo (UNIVAC con qualche numero dopo che non ricordo). Tutto quello che avevo studiato ritornava dentro qualunque passo noi facessimo. Sarebbe stato impossibile vivere quella avventura e poi andare alla tesi, imparare le altre cose che ci portarono alle frontiere della conoscenza, senza quella faticaccia infame. La fatica discende dal non vedere un risultato. Io ho scritto dei libri. A volte stavo due giorni sulla macchina da scrivere senza rendermi conto di ciò. Non mi fermavo mai. Due ore di sonno ogni tanto ed avanti. Nessuna fatica se quello è il tuo progetto. Fare conferenze che ti svenano non è faticoso. Andare a scuola la mattina dove sei ingabbiato in strutture che sono diventate opprimenti e fortemente burocratiche, ecco quello è faticoso (e questo mi pare sia un cenno di Risposta a Bastiano Bucci, che ha come sempre ragione). Occorre che i ragazzi sappiano che quella fatica corrisponde ad arare un campo per chi ancora non sa cosa accade dopo aver seminato. Poi il raccolto meraviglioso, rigoglioso. Allora quella fatica è sparita. Allora si capisce che era indispensabile passare per quella strada. Come quando si fanno le fondamenta di una casa. È il pezzo più odioso. Non si vede, ma è il pezzo che regge l'edificio. E qui dico qualche altra cosa per l'amico Bucci. Quando inizio a fare fisica ai ragazzi di liceo ho il problema che io avevo vissuto. Chissà cosa si aspettano? Ed io come rispondo? Gli parlo di moto rettilineo, accelerato, circolare, gli faccio qualche grafico, qualche conticino,... Ma loro volevano sapere chissà cosa! Ed allora entrano (sempre meno, per la verità PERCHÉ LA STRUTTURA A PRATICA PROMOZIONE GARANTITA LO PERMETTE) nel tunnel della fatica. Non vedono risultati,, non sanno a cosa serve e lì io neppure posso dire che alla fine del corso...A quel punto saremo pronti per affrontare le loro curiosità su buchi neri, viaggi nel tempo, stringhe, ... ma se la risposta che si fornisce alle loro domande supera i tre minuti già te li sei persi. Curiosità moltissime. Interessi pochi. Quando si trovano queste rarità uno se li coccola come se fossero dei vasi Ming. Ma anche lì subentra la frustrazione dell'insegnante: non puoi lavorare con una classe curando uno o due studenti. Purtroppo devi tenerti ad un livello medio che, generalmente mortifica chi ha voglia di sapere e si annoia a ritmi lenti, spesso troppo. Io ho lavorato all'estero dove nelle scuole vi è autonomia amministrativa (niente di sensazionale, ma tutto molto agile dal punto di vista burocratico). Molti ragazzi riuscivo a tirarli dietro su PROGETTI che vedessero uno sbocco pratico. Naturalmente dovevamo renderci conto che le conoscenze non ci avrebbero permesso di fare cose incredibili (tipo un amplificatore, una radio, ... tali cose si possono fare ma da un certo punto in poi gli studenti diventano non possono seguire più e diventano dei semplici esecutori. Un lavoro alla loro completa portata fisica, chimica e matematica è "la costruzione di un pannello solare piano" che poi abbaiamo utilizzato per dare acqua calda ad un rubinetto della scuola. Si mettono in gioco una montagna di conoscenze che loro possono padroneggiare. Li vedevo lavorare anche molto oltre l'orario ordinario. Anche loro dimenticavano i tempi e la fatica. Non so se questo lungo sproloquio è servito a qualcosa. Ma è così che io vedo le cose. Aggiungo solo che, senza quel pezzo di fatica, il nostro cervello non fa quella "ginnastica" che gli è indispensabile per "crescere", per permettere il passaggio nei ragazzi dalla fase del pensiero concreto a quella del pensiero astratto. Allo scopo le materie che più servono sono quelle più faticose e che, una volta, erano quelle che facevano la maggiore selezione: il latino e la matematica. Uno dei pezzi secondo me fasulli che si sono fatti in passato è stata l'eliminazione dello studio dell'analisi grammaticale e logica. Senza queste cose che, mi ricordo, mi facevano passare pomeriggi funesti, non credo si possa davvero capire neppure l'italiano (per non dire del latino) e non credo si mettano in moto molti meccanismi fondamentali proprio per la maturazione di molte abilità cerebrali dei ragazzi.

Un caro saluto

Roberto Renzetti

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A Martino Mosna su Renzetti e fatica

Autore: Ugo2000 (212.177.57.---)

Data: 20-09-01 09:28

Caro Martino,

permettimi di rispondere alla domanda sulla fatica che hai posto a Renzetti. Mi intrometto perchè penso di essere stato uno dei primi ad introdurre l'argomento e quindi credo di poter contribuire alla discussione.

La fatica ha un valore morale, ecc. ecc vabbè si sa. Nulla d nuovo.

Ciò che ti posso assicurare, però, è un'altra cosa: nonostante si dica il contrario il cervello è un muscolo. Si, hai capito bene. E' un muscolo che si sviluppa con l'esercizio.

Io non ci credevo e da "piccolo" mi credevo abbastanza intelligente di nascita. Poi ho iniziato a studiare sul serio, leggere libri ecc. Ho anche fatto l'università, una facoltà "difficile" che non mi ha dato alcuno strumento diretto per trovare lavoro (gravissima colpa) ma mi ha fatto sudare parecchio. E ora ne sento i benefici. Sento il mio cervello più agile nel connettere le nozioni che possiedo.

Una grande confusione che c'è in giro è quella su "cultura" e "intelligenza". Per quest'ultima soprattutto è difficile dare una definizione. Io ci provo facendo un accostamento tra le due. "Cultura" è un concetto statico = quantità di nozioni, di esperienza di libri letti ecc. "Intelligenza" è un concetto dinamico = capacità di connettere tra loro 2 nozioni per ottenerne una terza, capacità di produrre nuove nozioni a partire da quelle che si posseggono.

Si può essere molto colti ma poco intelligenti.

Usando un concetto matematico che forse a molti è sconosciuto: l'intelligenza è la derivata della cultura. Forse molti inorridiranno davanti a questa semplificazione, però rende l'idea ( a quelli che conoscono il concetto di derivata di una funzione).

Non mi piaceva leggere libri, ma quando mi sono sforzato di rileggermi completamente i Promessi Sposi (dopo il liceo, ovviamente) ho scoperto di aver acquistato una migliore proprietà di linguaggio. Prima mi esprimevo a suon di "cioè" e frasi spezzettate e dopo ho iniziato ad elaborarne di più articolate. Ho continuato e continuo tutt'ora. Sia per il piacere di leggere qualcosa di bello, di aumentare la cultura ecc. ma anche per potenziare la proprietà di linguaggio.

La fatica dello studio è la palestra del cervello. Puoi credere di faticare su libri inutili e magari lo sono anche, ma la fatica resta, la "forma mentis" pure.

Ciao

Ugo

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Grazie sig. Renzetti (e B.B.B.)

Autore: Martino Mosna (---.dsc.unibo.it)

Data: 21-09-01 13:07

La trovo davvero un'ottima risposta, e la ringrazio sentitamente. Tuttavia mi pare di aver avvertito che, come lei stesso ammette nelle prime righe, quello in cui crede stia lentamente perdendo presa sul presente... Io lo chiamo divario generazionale. In altre parole, ora è il mio turno: le spiegerò qual'è stata la mia risposta alla domanda "Qual'è il senso della fatica?", se non altro perché già gliel'avevo accennato... Ora, alla base di tutto c'è la consapevolezza che lo scenario tencologico e culturale è radicalmente cambiato negli ultimi vent'anni (tra parentesi: io ne compio 20 a ottobre) e non sto parlando solo dell'inflazionatissimo Internet, ma di tutto un complesso di messaggi che vengono trasmessi da e attraverso le forme di comunicazione, che sono diventate fortemente interconnesse tra di loro e con il tessuto sociale. Le conclusioni alle quali sono giunto, ben sapendo che queste premesse fanno parte del MIO modo di vivere, sono piuttosto radicali... comprendo pienamente il ruolo della fatica quasi sovrumana, monolitica. Riesco perfettamente ad inserire la sua immagine del tunnel nel contesto di quella che è la generazione dei miei genitori. Solo non riesco ad accettarla come parte del mio sistema. Il mio modo di aumentare la mia cultura e la mia intelligenza (e qui rispondo anche a B.B.B.) passa per il concetto di rete. Aumentare gradualmente le proprie conoscenze pratiche (il tanto gratificante "fare") incastonandole su una griglia di conoscenze teoriche, che viene costruita parallelamente. Quasi come un rampicante che si costruisca da solo il suo sostegno. Anche se sarebbe meglio che qualcuno lo aiutasse... (gli insenganti?) E, date le premesse, a mio avviso questo è il modo migliore per vivere in questa società. Non le sembra del resto che tutte le cose, dalle più belle alle più terribili, che sono nate in questo ventennio/trentennio presentano la caratteristica del network? Internet, la Rete di Lilliput, il commercio equo e solidale, il terrorismo e la guerriglia, le piccole imprese-rete... non credo di essere eccessivo se dico che i supercalcolatori, le grandi organizzazioni, le multinazionali, le Guerre Mondiali e le grandi imprese appartengono ormai al passato. Lei che ne dice?

Ancora grazie,

Martino Mosna

(anni 19, studente di Scienze della Comunicazione, Bologna)

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A Martino ed alcune cose per il sig. Bucci

Autore: Roberto Renzetti (151.39.95.---)

Data: 21-09-01 20:48

Vista la tua età permettimi il tu. Caro Martino, capisco cosa dici ma dentro ci vedo un difetto che mina "la rete". Se i nodi della rete non sono robusti, questa si sfilaccia e non regge più. Più in piccolo quando a scuola si fanno fare dei lavori di gruppo occorre stare bene attenti a ciò che si fa. Proprio per evitare che vi sia qualcuno che campi di rendita e non apprenda (ma qui il danno è limitato al parassita che eventualmente ti ha fregato). Tornando invece alle mie esperienze di lavoro di gruppo, ti assicuro che non è tollerato il nullafacente. C'è una sorta di controllo reciproco che impedisce ad uno dell'équipe di fare il parassita; dopo un poco viene naturalmente espulso. E questo è sempre così (a volte di fronte a problemi esistenziali che uno può vivere può scattare la solidarietà che ti fa fare anche il lavoro dell'altro ma, stanne certo, questo dura poco). Come si fanno i nodi delle reti robusti? Io credo attraverso quel processo che tentavo di descriverti l'altra volta che passa inesorabilmente attraverso la fatica. Il sig. Bucci sostiene cose di grande interesse quando dice che lo slancio e la voglia di apprendere dovrebbero far passare in secondo piano questo. Io non ho esempi in proposito. Con tutto l'amore che ho per la termodinamica, ho sofferto molto nel farmi tutta la statistica e la probabilità (con calcoli combinatori vari) per arrivare a fare quella bella cosa di cui prima. Il ragionamento del sig. Bucci funziona fino a quando per fare una certa cosa non servano prerequisiti. Esempio: se faccio la storia civile del mondo sto studiando una specie di romanzo che di per sé può appassionare. Ma se faccio la storia della fisica non vi sono più romanzi se uno PRIMA non conosce la fisica. Come faccio a spiegare a qualcuno la novità introdotta da Oersted se non si conosce l'azione a distanza e come posso operare l'avvicinamento alla comprensione della relatività ristretta se non passo attraverso le equazioni di Maxwell, nella forma di Hertz, modificate da Lorentz (con un poco di teoria dei gruppi di S. Lie, introdotta da Einstein). Certo il raccontino alla Zichichi è sempre possibile. Ma quello è nell'empireo di Novella 2000. Qui si parla di cose serie.

Più in dettaglio per il sig. Bucci. Quello che dice è vero. Le ragioni del degrado ho provato a dirle tempo fa poi siamo stati tutti travolti dalla tragedia in USA. Alcune cose le dice Antonio ed a lato ci si mettano almeno due cose: la soddisfazione economica degli insegnanti (si veda P.S.) e l'eliminazione di ogni burocrazia. Pensi che stamane sono andato in segreteria a ritirare un fax che il provveditorato mi mandava. La segretaria mi ha detto che doveva prima vederlo il Preside. Ho obiettato che il fax era diretto a me. Mi ha risposto che questo è un ufficio pubblico ed io non posso ricevere corrispondenza privata ! Cioè comunicare con il Provveditorato è corrispondenza privata. Allora è iniziata la prassi. Alla fine la cosa è arrivata a me. Mi si invitava in Campidoglio a tenere una breve relazione connessa con Fermi ed a portare una trentina di alunni. Per fare ciò ho dovuto riempire un modulo in cui vi erano 30 domande (perché e per come); poi sono dovuto andare da tutti i colleghi che avrebbero avuto lezione quel giorno per chiedere loro il permesso, poi tutti i ragazzi minorenni devono portarmi l'autorizzazione dei genitori, poi altre tre o quattro cose correndo su due piani molto estesi. Come reagisce uno di fronte ad una prossima iniziativa? Lascia perdere la scuola. Chiede un giorno di permesso (abbiamo diritto a 6 giorni l'anno purché recuperiamo poi le ore perse). Va a fare la sua conversazione e FINE. Ma come i ragazzi sono esclusi da questa attività? Sentite, io non ce la faccio più, sono 35 anni che cerco di battere il mostro. Mi dò per vinto. Un bel gioco di parole nasce con la lingua "spagnola". Asino in quella lingua si dice "burro". Per cui per loro è facile trasformare la parola "burocrazia" in "burrocrazia". Questo gioco da noi non si può fare, ma il senso è quello.

Un saluto

Roberto Renzetti

P.S. Sono non solo cosciente ma convinto che a lato della soddisfazione economica serva una preparazione adeguata e forse più che adeguata. Ma qui c'è un gatto che si mangia la coda. Sarebbe possibile risolvere il tutto mantenendo (ad esaurimento ed allo stesso stipendio) gli attuali insegnanti. Questi insegnanti sono quasi tutti pronti per la pensione perché sono quelli mai ricambiati a seguito dell'eliminazione delle pensioni baby. La sostituzione si fa con insegnanti preparati attraverso gli SSIS (il biennio universitario di preparazione con annesso tirocinio) che entrano nella scuola con uno stipendio europeo e con una carriera legata alla professionalità acquisita. Gli insegnanti che sono in servizio si sottopongono ad un esame che li sistema, a seconda dei risultati e dei titoli professionali che hanno accumulato, in vari scaglioni di stipendio. Sia i provenienti dai SSIS, sia quelli che hanno fatto l'esame di cui sopra fanno un orario scolastico di 36 ore (18 di didattica frontale + 18 di servizi connessi con la scuola: riunioni, famiglie, organi collegiali, correzioni compiti, a disposizione degli alunni per chiarimenti, a disposizione del quartiere per guidare i cittadini alla biblioteca, alla videoteca, ai laboratori, per sistemare e rendere efficienti i laboratori, ecc...). Fine, di ogni recriminazione degli altri lavoratori ed inizio di una vera carriera che si può SCEGLIERE per mantenere una famiglia (oggi si tratta generalemente di un secondo lavoro e chi lo fa come primo si vergogna a prendere quanto gli danno e gli stessi ragazzi lo guardano come un fallito ed un povero disgraziato).

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Per il prof. Renzetti e lo stud. Martino

Autore: Bastiano.B.Bucci (212.171.161.---)

Data: 22-09-01 19:26

Mi spiace di non aver chiarito molto bene il mio pensiero, me ne scuso: il fatto è che su queste tematiche non si può essere concisi e nello stesso tempo fare un discorso articolato.

Ha ragione il prof. Renzetti, non penso affatto che si possa studiare ed attingere dei risultati "seri" con la sola passione. Anzi forse passione è proprio un termine sbagliato, è evidente che nello studio ci sono cose amene che si apprendono e si ricordano con piacere, e cose molto più complesse, astruse e delle quali spesso non si vede la fine ed il fine. A quel punto non basta più la passione e tante volte anche l'interesse iniziale si affievolisce, e subentra una buona dose di autodisciplina e di impegno se si vuole andare avanti.

Ma in realtà io volevo porre l'accento sulla motivazione. Se non si è motivati e ci si disinteressa, ben difficilmente si sarà in grado di affrontare gli impegni di studio più ardui. In altre parole penso che non sia con la passione e con l'interesse che si diventa Fermi o Sraffa (che era un topo di biblioteca e consigliava di leggere ogni libro almeno otto volte) ma senza??? Come dice il proverbio: "se i soldi non fanno la felicità, figuriamoci la miseria..." E siccome secondo me la scuola ha il compito fondamentale di insegnare, ma e soprattutto deve porsi anche quello di motivare.Poi c'è caso che i sacrifici si facciano anche, senza si cerca solo di fare i furbi.

Io ho la fortuna di avere avuto un grande Maestro Elementare (è per questo che ho una grande passione per la politica..) perchè fin da allora ci spiegava che partecipare al mondo che ci circonda in modo consapevole, ci rende più liberi. All'epoca si studiavano le poesie a memoria... ma invece di "settembre andiamo è tempo di migrare.." o "l'albero a cui tendevi..." studiavamo "m'illumino d'immenso" e "padre se anche tu non fossi mio padre..." e si faceva "teatro" quando gli altri facevano le recitine scolastiche. Vi assicuro che era una rivoluzione non da poco, e tutti gli altri bimbi ci invidiavano.. e dicevano che in classe nostra "non si faceva niente", all'esame andammo tutti bene con grande meraviglia degli altri maestri e genitori. In quinta il nostro maestro divenne il più giovane deputato del Parlamento Italiano ... indovinate... nelle fila dell'MSI. (per questo, e per la lettura abbastanza approfondita di Thomas Mann, sostengo, contro ogni attuale evidenza, che c'è dignità ad essere di destra...)

Ops, scusatemi la digressione..

Penso che si possa suscitare interesse se si marcia al passo coi tempi. Perché ad esempio non entra a scuola il cinema? Non 'l'agnese va a morire' o 'Noi ragazzi dello zoo di Berlino' che vanno anche bene, ma hanno solo finalità moralistiche. Lo sceneggiato è il linguaggio di oggi, non sarebbe più utile la sua conoscenza ed analisi, che oltre ad interessare di più, coinvolgerebbe molti ragazzi nell'affronto (come direbbe la nostra Preside) di tematiche attuali, ma anche universali.

Pensate davvero che sia più utile la parafrasi dei Promessi Sposi? A cosa serve se poi non si legge neanche una novella e gli unici riferimenti culturali sono Rocki III o Dragon Ball? Non sarebbe necessaria una reale interdisciplinarietà? Ho la sensazione, che la consapevolezza che tutto serve alla formazione ed alla crescita dell'uomo si vada grandemente affievolendo e mi sembra un gran male.

Io comunque sono da sempre un sostenitore dell'inutilità del valore legale della laurea: sai quanti pecoroni in meno all'università.

Scusate per la prolissità e la frammentarietà del mio intervento

Ciao Bastiano

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Al sig. Bucci

Autore: Roberto Renzetti (151.39.94.---)

Data: 23-09-01 10:37

È chiarissimo ciò che dice. Teoricamente non vi sono obiezioni. Nella pratica sorge qualche problema. Il nodo dell'intervento è sulla motivazione. È la chiave di ogni sano apprendimento. Senza di quella si fa i pappagalli, magari bravi, ma si resta dei pappagalli. La motivazione, per le cose che lei riferisce alla parte umanistica potrebbero funzionare. Eliminare una montagna di zavorra ed agilizzare con l'introduzione di molti elementi di cultura contemporanea da cui prendere spunto per costruire degli itinerari. Certamente la cosa è relativa a tutta la scuola dell'obbligo. Poi iniziano delle difficoltà mai espresse chiaramente ma sempre presenti. Compito di almeno 3 classi di studi superiori è il "conquistare" una disciplina. L'interdisciplinarità è un poco un'araba fenice che resta indefinita perché non si sa cosa essa sia. Mi spiego. Vi sono diverse scuole di pensiero che suddividono almeno in tre approcci divers¡i il tema. Multidisciplinarità: i vari insegnanti (magari con i ragazzi) individuano un tema da studiare e tutte le discipline ruotano intorno a questo tema. Pluridisciplinarità: ciò che generalmente si fa quando i programmi nel limite del possibile marciano in parallelo. Interdisciplinarità: questa è di interesse ma non c'è verso di farla. Provo a dire cosa è. La scuola non deve fornire solo le famose nozioni ma anche un METODO di lavoro. Ma di metodi di lavoro ve ne sono tanti. Se ci si accordasse in un lavoro che insegnasse uno stesso metodo (che io definisco scientifico) si sarebbe fatta interdisciplina. Al di là di questo che prevederebbe discussioni molto ampie e che portano sempre a poco, vorrei dire che la struttura della scuola non permette il muoversi liberamente. Se anche solo ci si volesse muovere in ambito pluridisciplinare (il multidisciplinare è per la scuola dell'obbligo o eventualmente per una scuola riformata in cui l'ultimo anno -che è dentro un preciso indirizzo di studi- è dedicato a costruire una TESI, magari di gruppo). Ebbene, la struttura dei programmi è micidiale (e non si dimentichi mai che vi è un esame in cui qualche collega arriva a fare gli esami anche a te, con una relazione finale in cui, ad esempio, si dice, il prof. tale non ha fatto studiare questa parte ai ragazzi, non dicendo che invece ha fatto studiare quell'altra). Per quanto si possa sperimentare, si è dentro un recinto con pochissimi gradi di libertà. Intanto la matematica è sempre fuori da ogni collegamento (quando si parla della matematica greca, altrove si studiano i romani). Storia dell'arte è sempre sfasata perché inizia dopo. Quando da una parte la storia è al Medioevo, arte studia l'antichità classica. La fisica, per quanto sto drammaticamente vedendo in questi ultimi anni è condannata a restare alla fine del 900 (al 1864, alle equazioni di Maxwell con qualche puntata ad Hertz che ci porta al 1884). Perché questa ultima cosa? Intanto vi è il motivo della forte propedeuticità delle materie scientifiche "dure". Poi vi è un vizio d'origine, la cattedra di matematica e fisica cui possono accedere sia fisici che matematici. I primi conoscono la matematica bene (ma vi introducono cose che fanno rizzare i capelli ai matematici: uso strumentale della matematica, il rigore messo un poco da parte. Questa cosa comunque sembra gradita agli studenti) e naturalmente la fisica. I secondi conoscono bene la matematica con tutto il rigore e la bellezza estetica che le compete ma nel loro corso di studi non hanno che due esami di fisica (la fisica classica) e nessun momento di laboratorio. Sono almeno 50 anni che le due categorie implorano la separazione delle cattedre: non siamo riusciti mai a portare questo argomento al di là di una semplice lamentela. Di queste situazioni ve ne sono altre che creano problemi che burocraticamente potrebbero essere risolti. Io insisto: non ero innamorato della riforma dei cicli di Berlinguer ma quella mi sembrava un cavallo di Troia per scardinare la struttura attuale avvitata su se stessa. Qual è stato l'errore del centrosinistra? Aver ceduto all'inizio con la destra. La riforma in origine non parlava di riduzione di anni! Parlava di anticipare la prima elementare a cinque anni!! Questo deve essere chiaro! Lo stupido buonismo e lo stupido cedimento alla destra ha snaturato il pezzo iniziale della riforma creando molti risentimenti negli insegnanti elementari e medi (ha ragione Carlo Felici quando dice che il problema non era il sentirsi degradati ma il cogliere che un pezzo di momento di crescita se ne andava). Ora però la storia va ricordata e, mentre è giusto criticare la riforma dei cicli, occorre sapere da dove nasce la deformazione FORTEMENTE VOLUTA dal Polo (per motivi legati agli interessi delle scuole private che in gran parte lavorano a livello prescolare ed iniziare un anno prima gli avrebbe tolto una grande quantità di clienti. Insomma la scuola DEVE essere riformata e la strada intrapresa era la migliore con il ritorno alle origini. Da quella riforma toglierei tutti i contributi degli psicopedagoghi e docimologi (almeno a livello di ultimo triennio). Reintrodurrei gli esami di riparazione oppure farei come nei Paesi in cui vi sono i debiti: se dentro il primo mese di scuola dell'anno successivo non si sono recuperati i debiti (la verifica la si fa con uno scritto o un orale), si ritorna all'anno prima (è praticamente la stessa cosa). La questione degli insegnanti che fanno lezioni private (non ne ho mai fatte a pagamento; con somma fatica le ho fatte solo a qualcuno che ne aveva bisogno e non se le poteva permettere) io la girerei. Vietiamole. Vediamo a chi si dovranno rivolgere gli studenti! È come il medico a cui sia vietato avere una consulta in casa. Facciamolo. Veramente l'idiozia non ha limiti. Se poi si parla di evasione allora sono d'accordo, ma per tutti! Io, ho già detto, eliminerei i denari contanti e farei operare tutti con carte di credito e con macchinette portatili per ricevere il pagamento. Tutti i flussi sarebbero registrati e neppure sarebbe necessaria la dichiarazione dei redditi. Ritornando alla motivazione oggi. È molto difficile in una scuola che opera con una tale concorrenza (TV, musica, auto, moto, discoteca, telefonini, pallone, tennis, ....) riuscire a offrire un tema che possa attirare i ragazzi. Quando inizio a parlare di monomi e di scomposizioni, cosa debbo fare per motivarli? Forse se mi mettessi in tutù riuscirei a motivarli, comunque per poco. Il giorno dopo già sarebbero distratti. È quel problema della fatica che forse in qualche materia di tipo umanistico si può superare, che certamente si può superare a livello di scuola dell'obbligo, ma che non credo lo si possa in tutte le discipline strutturate come il latino, il greco, la matematica, la fisica, la chimica,... Sono anni che lavoro con un gruppo di ricerca su questo. Belle idee che poi si scontrano con un mondo che è cambiato radicalmente. Occorre ripensare tutto. Ci vorrà tempo ed energia. Nel frattempo nessuno abbandoni la scuola che, se mai ve ne fosse una, è l'unica ancora di salvezza.

Un caro saluto

Roberto Renzetti

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Raccolgo B.B.B. e ribatto su Renzetti

Autore: Martino Mosna (---.tin.it)

Data: 23-09-01 11:36

Mi trova assolutamente d'accordo, caro Bastiano B. Bucci sulla questione della motivazione, da molto tempo è collegata agli studenti di ogni età da una relazione negativa: manca. Non ce n'è. Ed allora affrontare la fatica dello studio diventa un problema. Ma qui si rischia di diventare retorici (il discorso credo di averlo già sentito da qualche parte), quindi passo subito a sottolineare "l'interdisciplinarietà" da lei suggerita. Ora: quando dicevo al sig. Renzetti che lo scenario tecnologico e socioculturale è cambiato (e sta tuttora cambiando) e quando, forse un po'retoricamente, ho concluso il mio intervento successivo con un panegirico sulla "rete" intendevo proprio questo: che oggi SI PUO' fare un efficace lavoro interdisciplinare con gli strumenti a nostra disposizione. Cambiare radicalmente il modo di insegnare. A questo proposito ho alcune cose importanti da chiarire con il signor Renzetti sul valore che per me ha il concetto di "fatica". Nel metodo di apprendimento che io auspicavo questo non è affatto assente! Ricorda come ho iniziato il mio primo intervento? Dissi testualmente che "studiare comporta fatica". Ed era un'asserzione quantomeno categorica... La differenza sta nella strategia. Al giorno d'oggi non è più necessario uno sforzo titanico di accumulazione di nozioni, da applicare in un futuro lontano. Per lo meno non del tutto... è più consono ed efficace un tipo di "fatica" dilazionata e costante nel tempo, le cui conseguenze si ripercuotano nell'immediato futuro. Insomma: sempre un tunnel, ma come quando si passa in treno lungo le Cinqueterre. Ogni tanto c'è uno spiraglio: ed è dei più splendidi e suggestivi. E vi prego di fidarvi quando parlo di situazione tencologica nell'ambito dello scambio di informazioni e conoscenze: ormai non sono nemmeno più una matricola, quindi posso cominciare (con le dovute cautele, ovviamente) a parlare da tecnico nel settore delle comunicazioni... Per concludere, un piccolo appunto sempre al sig.Renzetti: anche se ho meno della metà dei suoi anni, comunque gradirei mi desse del lei, come fa con gli altri foristi. (Non è uno sfogo di presunzione: il fatto è che gli anni del liceo sono finiti ed adesso quelli che occupano la stessa posizione mi danno del lei...)

Grazie e a risentirci, Martino Mosna

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Va benissimo il lei, sig. Mosna.

Autore: Roberto Renzetti (151.39.95.---)

Data: 23-09-01 15:22

Le chiedo scusa per avere azzardato il tu. Riguardo a ciò che dice io non so che esperienze abbia avuto ma, per me, se uno studente è capace di risolvere un problema di matematica o fisica con tutta la biblioteca che vuole a disposizione, è bravo. Personalmente e, per quanto ne so, moltissimi colleghi non si occupano delle nozioni in senso stretto. Ma danno loro quel rilievo minimo indispensabile per sapere che quella cosa esiste. Insomma a scuola non ricominciamo da zero ma, speriamo, ricominciamo da tre. La situazione tecnologica, e questo è un mio parere, non cambia nulla nei meccanosmi di apprendimento. È neutra e può essere utilizzata bene o male coscientemente o incoscientemente. Ad esempio l'uso di videoproiezioni abitua alla pigrizia mentale. Inoltre l'immagine che uno sceneggiatore ed un regista ci mandano in onda ci tagliano quel pezzo di fantasia che faceva lavorare il nostro cervello quando, di fronte alla lettura di una pagina di un romanzo, poggiavamo il libro sulle ginocchia, chiudevamo gli occhi e ci facevamo la nostra regia e sceneggiatura. Senza una preparazione preliminare ed individuale, secondo me, non ci si inserisce da nessuna parte. Per il resto vale quanto dicevo al Sig. Bucci a proposito di interdisciplinarità.

Cordiali saluti

Roberto Renzetti

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Ma io non faccio parte...

Autore: Bastiano.B.Bucci (212.171.163.---)

Data: 24-09-01 14:06

Ringrazio il Prof. Renzetti per l'interessantissima lettera che ha ben focalizzato delle cose sulle quali avevo cercato di riflettere con pochi strumenti, non essendo insegnante. Certo che il tutto è molto meno semplice di quanto si possa immaginare.

Il fatto che dall'esterno non si vede lo sforzo, non si vede neanche il tentativo di fare quel poco che si potrebbe in quanto tutti o quasi condividono quelle impostazioni di base, rende la cosa disperante. Specie in un ambito che tutti riconoscono come essenziale per lo sviluppo della società... altro che PIL.

Non ho approfondito il discorso della riforma, ma mi sembra che non ci fosse un segnale forte, una variazione di prospettiva di cui, a mio avviso (sempre da esterno) ci sarebbe un gran bisogno.

Una cosa mi interessa: "il metodo" secondo me non è una cosa che si trasferisce, ma è quasi sempre oggetto di una ricerca comune fra discente e docente... almeno io l'ho sempre percepito così (da discente) Ho avuto ottimi professori: Prodi, Andreatta, che però davano pochissimo, trasferivano quello che sapevano.. Andreatta, per la verità, molto più di Prodi, che era molto più disponibile al dialogo. E sì che le materie, almeno a livello universitario consentivano un confronto di impostazioni e metodologie non indifferente. Penso che non esistano in assoluto metodi migliori, secondo me dovrebbe esserci un confronto costante anche con chi è meno preparato o sembra partire per la tangente, se non altro perché è l'unico modo per scoprire come possiamo comunicare...

Anche io sono del parere (essendo anche un pò lento nella riflessione)che niente può regalare di più dell'attimo della chiusura degli occhi davanti al libro. Però se il libro non lo leggi c'è poco da fare. Allora ben venga lo sceneggiato che non ti faccia dire alla fine: "fa sboccare" oppure "figo" che sono i soli canoni estetici di tanti giovani di oggi. Ma che magari ti faccia ripercorrere con la mente quello che hai visto perché toglie un pò di polvere dai files che hai in testa, e dia l'occasione all'insegnante per parlarti di qualcosa... o per invitarti a qualche lettura che affronti lo stesso argomento.

C'è poco da fare, anche ai livelli più elevati la motivazione deve rimanere la preoccupazione costante, altrimenti non ti stanno a sentire e puoi essere bravo quanto vuoi.

Un altra cosa molto bella (che rientra nel concetto di condivisione della metodologia) è riuscire a trasmettere ai ragazzi l'affanno e la difficoltà di quello che si sta facendo, quasi sempre premia perché ingenera nell'allievo la preoccupazione di non deludere. Ho avuto, da studente l'esperienza di un prof. di elettronica che era talmente impegnato, nell'insegnamento che per noi tutti era diventato un punto d'onore impegnarci a nostra volta in una materia così arida ed ostica, anche perché era quasi nostro coetaneo.

C'è da dire anche che gli insegnanti italiani non hanno alcuna cognizione di pedagogia o psicologia, che non si capisce perché, si ritengono necessarie solo agli insegnanti elementari.

E i libri di testo? E' incredibile come in Italia la redazione di libri di testo sia considerata un'attività poco qualificante, molte belle "menti" si sentirebbero molto degradate a perdere il loro tempo in questa attività. Cosa che, invece mi risulta non essere nei paesi anglosassoni, ed infatti ci arrivano dall'america o da latri paesi dei testi splendidi. Forse i nostri editori pagano poco... come avvine per tutto ciò che concerne l'insegnamento.

Scusatemi ancora, come al solito, continuo ad affastellare argomenti. In realtà anche se espressi in forma polemica, vogliono esse più che altro dubbi...

Cordialmente Bastiano

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Innovazione e cultura

Autore: cosmopolites (---.21-151.libero.it)

Data: 24-09-01 20:32

La questione della metodologia didattica, è uno degli aspetti fondamentali di un itinerario scolastico innovativo. Evidentemente ogni docente, dovrebbe possedere non solo un bagaglio di nozioni e di cultura, ma anche una certa dose di creatività che possa spingerlo, non dico a mettersi "a ballare" anche se nel caso dei colleghi di Ed. Fisica, non sarebbe sbagliato proporre anche corsi di free dance o aerobica, ma almeno a percorrere sentieri anche poco battuti. Penso ad esempio quanto può diventare interessante lo studio della matematica, attraverso l'approccio formalista di Hilbert per il quale gli enti matematici perdono il loro riferimento concreto e possono diventare entità astratte, definite attraverso assiomi o deduzioni la cui esistenza è assicurata dalla loro coerenza formale. In questo modo modo, o anche attraverso altri approcci, come quello logicista di Russel o intuizionista di Brower, la matematica non si è più dimostrata una disciplina autoconsistente. Renzetti mi perdonerà se da profano, mi sono avventurato un pochino nel suo campo, ma come già anche egli fatto notare, non vedo perché un docente magari anche molto aggiornato, e dotato di interessi che vanno oltre il programma, debba esser vincolato ad itinerari didattici che si fermano a uno o due secoli fa. Tempo fa, parlavo di un grande monumento di muffa che cresce rigoglioso sui programmi, ma il dramma è che si controlla ancora scrupolosamente che continui a crescere. Passando ad un altro campo nel quale sono più ferrato: la civiltà greca, non si può più studiarla con un approccio esclusivamente storico filologico, ma ormai anche con uno soprattutto antropologico facendo riferimento ad autori come Gernet, Detienne, Vernant, Vidal Naquet o ad altri come Havelock, che hanno studiato le tecniche di comunicazione del mondo antico. E la civiltà etrusca? Siamo ancora fermi ai capitoletti da manuale di quarto ginnasio o al loro "mistero"? Eppure quanto si vede nelle mostre, si pubblica e si sa ormai in merito? In definitiva, la gabbia stretta dei programmi, in cui si muove anche un docente di liceo, risulta mortificante anche per i più preparati, e nessuna riforma ha consentito ancora ai licei di cambiare le prospettive di programmazione e di approfondimento didattico. Per finire a mio avviso è da incentivare, l'uso dei film o dei documentari che abbiano rilevanza culturale, così come quello dei CD-ROM, ormai molto diffusi anche con varie iniziative editoriali e che certamente non sostituirà mai l'opera preziosa di un insegnante, e nemmeno quella di un libro. Per quanto un film sui "Miserabili" di Hugo possa essere bello, non supererà mai la lettura del corposo romanzo, però mi son trovato con alunni che dopo aver visto il film, hanno avuto il coraggio di leggerselo tutto e nemmeno in troppo tempo, oppure in circostanze inverse, a leggere un romanzo per verificarne la eventuale attendibilità nella traduzione cinematografica, non senza aver spiegato anche, cosa è un flash forward e in cosa differisce da un flashback o da un montaggio in parallelo. Non mi dilungo poi su quanto possa essere interessante andare a teatro e fare teatro, perché per come ne sono appassionato, non finirei più. In conclusione, chi più ne ha più ne metta, (la scuola vive solo se ci mettiamo sempre qualcosa in più) lasciando finalmente che anche gli alunni entrino con le loro proposte innovative e di approfondimento nell'elaborazione dell'itinerario didattico e programmatico, sicuramente noi che certe vole li sottovalutiamo, ce li ritroveremmo più vispi e motivati, altro che Ministero..: siamo o no nell'era dell'autonomia, ma quale? Quella delle mani legate?

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Siamo al caffè, ed abbiamo già mangiato la frutta!

Autore: Roberto Renzetti (151.39.95.---)

Data: 30-09-01 18:29

Ecco il testo della Finanziaria di questi truffatori che usano leggi dello Stato per fini diversi da quelli che gran parte degli elettori capiscono (se ne sono in grado!)

"«Art. 13

(disposizioni in materia di organizzazione scolastica) […] 7 La commissione di cui all'art. 4 della legge 10 dicembre 1997, n. 425, è composta dagli insegnanti delle materie d'esame della classe del candidato. Il dirigente regionale competente nomina il presidente tra il personale docente e dirigente delle scuole secondarie superiori, per ogni istituto scolastico, con il compito di organizzare e coordinare le operazioni».

Inutile dire che ai membri di commissione non verrà corrisposto alcun compenso, a differenza di quanto accadeva con la vecchia normativa, per cui i membri interni ricevevano comunque una specie di elemosina (meglio che niente) e i membri esterni venivano compensati con un gettone di presenza che variava in base a parametri territoriali molto discutibili.

Tutto ciò vuol dire che:

1) Le scuole private potranno promuovere tutti i loro allievi, facendo in più lievitare i voti senza alcun controllo (in pratica la funzione del presidente sarà puramente notarile).

2) Anche nelle scuole pubbliche sarà giocoforza promuovere il maggior numero possibile di candidati, quanto meno per non discriminarli a vantaggio di quelli delle private.

3) Nei fatti, questo comporta per gli insegnanti maggior carico di lavoro senza alcun compenso.

Altra perla, sono le supplenze temporanee abolite per periodi inferiori a 31 giorni. Cito:

«5 Le istituzioni scolastiche autonome provvedono con proprie risorse umane e finanziarie, ovvero con opportune scelte organizzative alla sostituzione del personale assente fino a 30 giorni». A me sembra che questa norma, almeno nella secondaria superiore, sia inattuabile a meno di una tragica caduta qualitativa dell’insegnamento. Infatti, dato che: a) le ore a disposizione verranno abolite e i docenti saranno tenuti a raggiungere le 18 ore mediante ore di insegnamento curriculare; b) i docenti potranno facoltativamente - come peraltro già ora - arrivare a 24 ore per coprire spezzoni o effettuare supplenze, sarà estremamente problematico trovare un docente di una certa materia disponibile per un periodo prolungato a sostituire il collega. Facciamo un esempio concreto: ipotizziamo che un docente di filosofia e storia di un liceo classico (18 ore in tre classi) si ammali per 28 giorni. Sarà impossibile nominare un supplente. Né sarà possibile convincere tre docenti a t. i. di filosofia e storia a coprire per quasi un mese l’insegnamento in quelle tre classi (perché nessuno vuole lavorare più di 18 ore). Ma anche se qualcuno fosse disposto alla prestazione aggiuntiva, come sarà possibile conciliare il suo orario con quello delle classi dove dovrà andare a sostituire il collega? È verosimile che ci siano sovrapposizioni che vanificherebbero tutto. Temo che il risultato sarà semplicemente questo: verranno nominati dei docenti tappabuchi giorno per giorno, i ragazzi non studieranno né filosofia né storia per un mese e i precari saranno sul lastrico! Oltre al fatto che, come qualcuno ha fatto giustamente notare, molti di questi provvedimenti dovrebbero essere materia contrattuale e non venire introdotti con una legge finanziaria pressoché blindata. Chi ha votato Berlusconi e Fini è ottimamente servito: la cuoca Moratti ha ammannito un menu davvero esaltante! "

Questo brano è ripreso da un altro forum ed è perfettamente condivisibile.

Si, adesso basta con i piagnistei è ora di scendere in piazza con durezza.

C'è un pezzo che mi interessa. Credono i genitori che sia un affare dei soli docenti, oppure pensano che si sta intaccando un valore sociale incalcolabile. Dico meglio: preferite una bocciatura per vostro figlio da questa scuola, o una promozione da quella della Moratti?

Sveglia gente, tra un poco ci leveranno pure il letto nel quale dormiamo per arredare l'ennesima villa del cavaliere.

In bocca a Berlusconi a tutti

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A dicembre 2001, il ministro Moratti, con un impianto scenografico degno di Berlusconi mette su gli Stati Generali della Scuola (ignorantella la ministra non sa che gli Stati Generali non sono convocati dal potere). In una gigantesca assemblea all'EUR dovrebbe nascere la sua riforma. La cosa finisce a fischi.

Repubblica.it ha aperto un nuovo forum. Ciò che più colpisce è che gli squallidi sostenitori di questo governo mostrano plagio completo verso i loro rappresentanti. Sfogano ogni loro frustrazione sugli insegnanti. Condividono tutto ciò che fa il ministro. Uno strano rancore che non si capisce bene da dove venga.

Alcuni (pochi) messaggi di tale forum riporto di seguito, avvertendo che in altro articolo del sito tratto dei problemi della scuola, dei vari tentativi di riforma che dal 1969 ad oggi si sono susseguiti.

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x renzetti

Autore: fabrizio (195.31.128.---)

Data: 28-12-01 09:54

vede renzetti , la cosa + fastidiosa del suo atteggiamento è che lei si crede l'unico in grado di capire e di comprendere, ma mi creda non è cosi.

Sa quanto guadagna un operaio della Volkswagen tedesca? Circa 4 mil. al mese, + del doppio di quello della Fiat. Quindi le medie europee che lei cita sono proprio fuori luogo. Comunque ribadisco: quando lei ha deciso di fare l'insegnante, sapeva che non era un mestiere ben pagato (anche se non condivido del tutto , ma ammettiamolo pure) . Perche ora protesta? Solo perche il suo datore di lavoro non è un artigiano, altrimenti le garantisco che le sue proteste le terrebbe per se, altrimenti si troverebbe senza lavoro dall'oggi al domani. Lei può permettersi questo suo atteggiamento sarcastico e strafottente solo perchè è un dipendente dello stato, e per questo intoccabile. E' ora di finirla: pari dignita per statali e privati, questo chiedo io, altro che aumenti.

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Al sommo lavoratore 1

Autore: Roberto Renzetti (62.211.204.---)

Data: 29-12-01 12:55

Sul lavoro degli insegnanti chi ne ha voglia può leggere un mio contributo su: http://www.ilpartitoperlascuola.it/files/lavoriamopoco.htm.

Chi crede alle fandonie di Fabrizio, si sollazzi pure, verrà il giorno in cui…. (il “veniet dies cum….” di Padre Cristoforo. Chissà cosa dirà l’americanus infelix?).

Sulle vacanze, già scritto nel riferimento dato. Sulle ripetizioni due parole. Intanto a noi era vietato farne a nostri alunni mentre per gli insegnanti delle private tale obbligo non è mai esistito. Poi dalle “riforme” vergognose di D’Onofrio (primo governo Berlusconi) tra cui l’abolizione degli esami di riparazione le ripetizioni sono calate vertiginosamente. Io, da quando lavoro nella scuola non ho mai fatto lezioni private a pagamento. L’ho fatto solo per ragazzi che ne avevano bisogno e li riunivo a casa mia in gruppi, GRATIS (questa parola lei non potrà mai capirla se rivolta ad una sua prestazione verso gli altri). Infine un’ora di lezione, oggi, se pagata 50 mila lire è troppo. Ma l’intervento di un idraulico di 30 minuti sono 200 mila lire. Se poi va da un avvocaticchio per fare scrivere una lettera, ad esempio, ad un moroso, subito saltano dalle 600 mila lire al milione (10 minuti perché la lettera è conservata in fac simile nel computer.

Una sola considerazione sulla pretesa dignità del nostro lavoro: a noi è VIETATA qualunque attività commerciale o artigianale. Solo quelli che hanno libera professione possono esercitarla (ingegneri, avvocati,…). Lo stesso motivo (alla rovescia) per cui gli ebrei sono stati storicamente condannati a fare i commercianti: era il lavoro più squalificato che nessuno voleva fare. Dignità quindi sulla carta (alla “faccetta nera”), ma nei fatti: ZERO.

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Al sommo lavoratore 2

Autore: Roberto Renzetti (62.211.204.---)

Data: 29-12-01 13:45

Il corpo insegnante inetto ed impreparato e gli studenti manovrati.

Intanto una osservazione: il sommo lavoratore che si aggira sputacchiando per il forum dà come riferimento Mirko il quale racconta di una infelice esperienza di un figlio di 3° liceo scientifico.

Naturalmente Mirko ha detto la verità che è quella che ha creduto di ricostruire. Andiamo a dati certi che non riguardino una singola esperienza, altrimenti, avendo io assistito ad uno studente che picchiava un insegnante dovrei dire che gli studenti picchiano gli insegnanti E NON E’, evidentemente, così. Nella scuola solo il 30% degli insegnanti è sindacalizzato su 55 sigle sindacali (in nessun altro comparto le cose sono così sfilacciate. In una scuola di 500 alunni vi sono all’incirca 50 insegnanti, quindi 15 tra questi sono sindacalizzati.

Nelle ultime elezioni per le RSU la CGIL è risultata il sindacato più votato. Ma rappresenta circa il 25% dei sindacalizzati. Nella scuola che esemplifico, quindi, vi sono 6 insegnanti della CGIL. E’ possibile certamente che il potere di tali persone (parlo di potere alla Wanna Marchi) sia immenso, ma a me sembra veramente ridicolo che si riesca ad influire su una scuola di 550 persone in 6! Oppure, chi pensa diversamente, oltre a fare un gigantesco complimento a quelli come me, offende violentemente tutti gli altri.

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Al sommo lavoratore 3

Autore: Roberto Renzetti (62.211.204.---)

Data: 29-12-01 13:47

Certamente la “nefasta influenza” di 6 persone su tutti non è il caso della mia scuola, dove vi sono stati pure scontri verbali accesi tra i 5 professori CGIL e COBAS , da una parte ed il comitato che gli studenti si sono eletto (e non so come e neppure mi interessa: mi preoccuperei se qualcuno venisse dall’esterno a dare a me indirizzi qualsiasi) dall’altra. L’argomento della contesa era questo: lasciate perdere questa occupazione che non risolve i problemi. Partecipate se credete alle manifestazioni ma non occupate. Perché? Perché si perdono opportunità didattiche importanti. Da tempo prepariamo piani di lavoro in seminari per “la settimana dello studente”. Se occupate questo risulterà come una perdita di tempo ed il dirigente non ci darà poi la possibilità di approfondire alcuni temi trasversali (nella “settimana dello studente”) che ci eravamo proposti ed avevamo concordato dai primi di ottobre. Alla fine hanno occupato. Poiché la scuola ha due ingressi a noi è stata lasciata la possibilità di entrare negli uffici e nella biblioteca. La porta che immetteva al resto dell’edificio era sprangata. Fine di ogni contatto. Grande novità rispetto al passato, quando si cercava sempre una sorta di sponda. Questa volta addirittura nessuna comunicazione. Se poi nella scuola vi sono professori di Rifondazione bisogna eventualmente cercarli tra i 6 insegnanti di cui prima e, a me sembra, che non possano pesare più di una voce tra le tante.

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Al sommo lavoratore 4

Autore: Roberto Renzetti (62.211.204.---)

Data: 29-12-01 13:47

Il fatto di manifestazioni che si fanno in cui spuntano bandiere di Guevara, di Rifondazione, della CGIL, è facile da capire, per chi voglia: in queste manifestazioni quelle organizzazioni aderiscono e quindi sono accettate. Ne bastano cento di bandiere su 50.000 persone perché sembri che i leader siano… Ma non è così. Solo chi ha vissuto vicino a questi movimenti giovanili sa che non hanno più, nella grandissima maggioranza, riferimenti tradizionali. Sembrano certamente libertari (non alla Pannella, per carità!), sono vagamente di sinistra ma non schierati con un partito riconoscibile, sono antiautoritari ed in questo non accetterebbero nei cortei bandiere non in questa linea generale (addirittura vengono fischiati i DS e, se uno dovesse trarre una qualche conclusione, dovrebbe dire che sono tutti di Rifondazione, ma non vi è nulla di più sbagliato). Non sono classificabili in caselle che noi abbiamo come pregiudizio. Non so fare graduatorie di qualità ma a me sembrano persone che hanno interessi importanti e non li vedo proprio strumentalizzabili. Questo aspetto poteva forse esistere 30 anni fa, quando vi era un rapporto professore-alunno molto stretto di tipo psicanalitico.

Oggi chi in genere non ti segue più in itinerari didattici non ha più legami con te, è veramente libero o se non lo è risulta legato ad altro e cioè al mondo dell’informazione, della TV, dei messaggi, di internet, mondo rispetto al quale la scuola non è fascinosa perché è faticosa.

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Al sommo lavoratore 5

Autore: Roberto Renzetti (62.211.204.---)

Data: 29-12-01 13:48

Il corpo insegnante inetto ed impreparato fa il paio con gli insegnanti che non lavorano. Sul secondo aspetto ho fornito una referenza. Sul primo vorrei dire che questi insegnanti preparano studenti che sono poi a livelli di eccellenza in giro per il mondo. Al loro interno vi è tutto. Come in qualunque lavoro. Bravi, meno bravi, nullafacenti, incapaci,… Anche politicamente vi sono percentualmente rappresentate le varie formazioni politiche esistenti. Ma la struttura nel suo complesso tiene. Anche perché si tratta strutturalmente di tutto personale laureato (la cosa non la si ritrova in nessuna altra professione) ed a priori a livelli superiori di formazione professionale. Ma la laurea non esaurisce il percorso formativo dell’insegnante che prevede una montagna di cose nella sua “carriera”. Piuttosto soffriamo da vari anni dei genitori che non sono più nostri alleati in un progetto educativo ma sono ostacolo ad esso. Fino ad una 15ina di anni fa avevo genitori che continuavano a ripetermi ossessivamente “professore li faccia studiare!”. Da allora, pur essendo io restato lo stesso. Arrivano genitori lamentandosi sempre più: “troppi compiti! Poveri ragazzi come fanno! Il pomeriggio hanno nuoto, inglese, danza, teatro, ippica, …come fanno a fare i compiti?”. Inoltre molti genitori si sono illusi sul populismo di D’Onofrio: non sono più rimandati, allora sono bravi. Nessun dubbio sorge più, nessuna ansia, preoccupazione per la crescita e la formazione dei loro figli. Almeno non lo fanno più vedere. In compenso i figlioli hanno diritto a tutto, telefonini, abiti firmati, lettori di CD,…. Insomma è un mondo diverso da chi ha solo 40 anni, figuriamoci per i più avanti negli anni.

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renzetti dice che dico fandonie

Autore: fabrizio (195.31.128.---)

Data: 31-12-01 11:59

Si, perchè solo lui conosce il mondo della scuola. O non è forse lui che dice fandonie quando da un'immagine della classe docente nelle scuole di gente bistrattata? Renzetti: 'E verrà il giorno in cui....' che cosa? Lei difende una categoria che spesso, per vendicarsi di ciò che non riesce ad ottenere, fa male il proprio lavoro: nel privato, per questo si finisce a casa. Forse questa è una fandonia? Oppure è una fandonia che i professori, è vero che devono correggere i compiti, ma possono farlo a casa coi loro bambini vicino? Renzetti deve solo vergognarsi di alzare la cresta in quel modo con la sua aria da saccente da 2....euro (almeno gli diamo un po' + valore). I professori non hanno stipendi altissimi, ma godono di una qualità della vita invidiabile. E se queste sono fandonie, renzetti, si dimetta , e si cerchi un lavoro meglio retribuito, se qualcuno glielo dà.

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Fabrizio, Renzetti e la scuola

Autore: Giuseppe R. Festa (212.17.209.---)

Data: 31-12-01 12:41

Mi intrometto perché vedo in Fabrizio il perpetuarsi di un'acrimonia verso la classe docente italiana che sinceramente non capisco.

Nel suo ultimo post, Fabrizio afferma una cosa non vera quando attribuisce a Renzetti una difesa d'ufficio ed indiscriminata degli insegnanti che in realtà non gli appartiene. Tutti i frequentatori dei forum di Repubblica hanno avuto modo di rilevare che a più riprese Renzetti ha stigmatizzato i docenti a mezzo servizio, i parcheggiati, gli inabili ad altre attività che si accontentano del "poco" lavorando "male".

Ma non scrivo questo post per difendere Roberto Renzetti, che si sa difendere benissimo da solo.

Quello che trovo incomprensibile è un atteggiamento in forza del quale Fabrizio sembra legittimare il trattamento OGGETTIVAMENTE SCADENTE del quale sono oggetto i nostri insegnanti; e sembra dire che chi insegna, per definizione, è una mezza calzetta, altrimenti, se sapesse fare qualcosa, andrebbe a cercare migliori retribuzioni nel mondo delle attività private.

E poi - scusi, Fabrizio - quei luoghi comuni sui compiti che si possono correggere a casa godendo della vicinanza dei propri bambini...

Lei mi fa pensare a quella storiella del marito che si evira per far dispetto alla moglie. Un Paese civile che vuole avere un futuro DEVE avere una scuola che funziona. E una scuola che funziona non può prescindere da insegnanti motivati, preparati e gratificati.

E se ci sono insegnanti che credono in quello che fanno, che segnalano i guasti e si sforzano di superarli, ben vengano. I rancori personali dovrebbero restare fuori dalle discussioni sui massimi sistemi.


 

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