Disastro scuola: dentro il disastro liberista europeo
Scritto da Roberto Renzetti Giovedì 01 Dicembre 2011 19:05
da http://www.megachipdue.info/tematiche/cervelli-in-fuga/7269-disastro-scuola-liberismo.html
Proponiamo ai nostri amici e lettori di Megachip questo contributo di Roberto Renzetti in tema di "Europa, scuola e università". Si tratta di un contributo poderoso e ponderato: Roberto Renzetti la scuola l'ha vissuta e la conosce in tutti i suoi aspetti e nei minimi dettagli. Lo scritto è corposo e dettagliato ma crediamo che valga la pena leggerlo: viene delineato un affresco della storia recente e della realtà della scuola e dell'università italiane che disvela molti meccanismi, smaschera la reale natura di molte scelte, contestualizza dibattiti e posizioni. Un contributo notevole, documentato, approfondito che consigliamo non solo a chi la scuola e l'università la vive quotidianamente ma anche a chi, dall'esterno, vuole sapere dove nascono le decisioni.
Cioè a chi vuole conoscere nei dettagli il dispiegamento e l'origine di idee e decisioni ministeriali e legislative che in definitiva provengono da entità che niente o poco hanno a che fare con le regole e la natura delle nostre democrazie (ormai quasi solo virtuali...). Un documento da leggere con calma e non da consumare; uno scritto che ci fornisce gli strumenti per valutare le future mosse e decisioni del governo Monti, come se fosse una bussola, o meglio, letteralmente, da usare come una cartina da tornasole che ci mostrerà in quale direzione andrà la politica scolastica e culturale nei prossimi mesi.
Michele Maggino - Megachip
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Disastro scuola: dentro il disastro liberista europeo
di Roberto Renzetti - Megachip.
La
crisi
economica
che
ha
colpito
l'Italia,
crisi
che
parte
dagli
USA,
che
gli
USA,
al
solito,
trasferiscono
ad
altri
e
che
in
Italia
ha
avuto
un
forte
impulso
dai
craxisti
degli
anni
Ottanta
e
dai
medesimi,
ora
diventati
craxifascisti,
degli
ultimi
anni,
ci
vede
sotto
esame
da
parte
della
UE.
Il
governo
europeo
di
destra
(non
lo
si
dimentichi,
quel
governo
snobbato
dall'Italia
che
ha
in
Europa
come
massimo
rappresentante
un
tal
Tajani,
noto
per
le
sue
visite
all'ex
Re
d'Italia
Umberto
II
in
esilio
in
Portogallo),
quel
governo
europeo,
dicevo,
ci
ha
rivolto
39
domande
su
come
intendiamo
far
fronte
alla
crisi.
Alcune
di
queste
domande
riguardano
la
scuola.
Di
seguito
riporto
la
premessa
generale
alla
lettera
della
UE e
quindi
le
domande
relative
alla
scuola:
Richiesta
di
chiarimenti
relativi
alla
lettera
indirizzata
dall'allora
primo
ministro
Silvio
Berlusconi
al
presidente
del
Consiglio
europeo
e al
presidente
della
Commissione
europea.
Domanda
generale:
1.
Per
favore
fornite
una
versione
postillata
della
lettera
che
indichi,
per
ciascun
provvedimento/misura
se:
i. È
già
stato
varato,
e in
caso
di
risposta
affermativa
indicare
i
progressi
ottenuti
tramite
la
sua
attuazione;
ii.
È
già
stato
adottato
dal
governo,
ma
non
ancora
da
Parlamento;
in
caso
di
risposta
affermativa
chiarire
i
tempi
necessari
all’approvazione
da
parte
del
Parlamento
e
alla
sua
entrata
in
vigore;
in
caso
contrario,
iii.
È un
nuovo
provvedimento:
in
questo
caso
fornire
un
piano
d’azione
concreto
per
l’adozione
e la
sua
applicazione,
comprensivo
di
scadenze
e di
tipologia
dello
strumento
legislativo
che
il
governo
intende
utilizzare.
Si
prega
di
indicare
anche,
ove
appropriato,
l’impatto
stimato
sul
bilancio
di
ciascun
provvedimento/misura
e i
mezzi
con
i
quali
lo
si
finanzierà.
Capitale umano
13.
Quali
caratteristiche
avrà
il
programma
di
ristrutturazione
delle
singole
scuole
che
hanno
ottenuto
risultati
insoddisfacenti
ai
test
INVALSI?
14.
Come
intende
il
governo
valorizzare
il
ruolo
degli
insegnanti
nelle
singole
scuole?
Quale
tipo
di
incentivo
il
governo
intende
varare?
15.
Il
governo
potrebbe
fornirci
ulteriori
dettagli
su
come
intende
migliorare
ed
espandere
l’autonomia
e la
competitività
tra
le
università?
In
pratica,
che
cosa
implica
la
frase
“maggior
spazio
di
manovra
nello
stabilire
le
tasse
di
iscrizione”?
16.
Per
quanto
riguarda
la
riforma
dell’università,
quali
misure
e
quali
provvedimenti
devono
essere
ancora
adottati?
Cosa
rispondere?
Vi
sono
due
possibili
approcci:
quello
di
un
governo
liberista
ma
non
cialtrone
con
spruzzate
catto-democristiane
e
quello
di
chi
considera
la
scuola
come
motore
dell'evoluzione
politico-sociale
e
quindi
economica
del
Paese.
Mi
attengo
a
questo
secondo
approccio
ritenendo
il
primo
antagonista
al
mio
modo
di
pensare.
CONSIDERAZIONI GENERALI
La soluzione alla crisi che la destra ipotizza è una soluzione liberista che prevede l'affossamento dei diritti e dello stato sociale conquistato in anni di dure lotte e, mentre in ambito economico, spinge per abolire l'articolo 18, nella apparentemente meno importante scuola spinge per una formazione scolastica che prepari cittadini acritici, ubbidienti e flessibili senza ritorno alla produzione ed al consumo. Sono anni che le cose vanno avanti così e la destra italiana ha solo le colpe che il suo livello di preparazione le permette mentre la pretesa sinistra è dietro ogni disastro sociale con cui abbiamo a che fare.
Serve, tra il molto altro, ricordare Tiziano Treu ed il lavoro flessibile ? E D'Alema con la svendita del patrimonio pubblico a zero lire ? E Bassanini con il taglio delle cattedre per la riduzione degli insegnamenti, l'accorpamento di classi che non raggiungano un determinato numero di alunni, la chiusura di scuole che non abbiano un dato numero di alunni, il licenziamento (meglio: la non riassunzione) della pletora di precari che da almeno 20 anni permettono che la scuola vada avanti, il licenziamento dei fondamentali "bidelli", la riduzione a meno dell'osso del personale ATA, ... con il Ministero che perde la qualifica di Pubblica Istruzione, con la dirigenza ? E Luigi Berlinguer, con il concorsone, i pedagogisti della domenica e la scuola dell'autonomia ? E Panini con il suo contratto scuola del 1998 ?
La scuola pre Berlinguer era molto ben strutturata e, negli anni che ci separavano dal 1923 (inizio Riforma Gentile con i contributi dei massimi pedagogisti non fascisti dell'epoca: Croce, Salvemini, Mondolfo, Lombardo Radice, Codignola...), erano stati fatti qua e là cambiamenti di enorme importanza: la Scuola Media Unica del 1962-63 e la Riforma della Scuola Elementare (con l'introduzione dei moduli) del 1990-91.
Con governi ballerini e mancanza di continuità legislativa non si era proseguito sulla strada dei raccordi tra riforme fatte e da fare. In particolare erano rimasti dei buchi neri nella stessa Scuola Media che non si capiva bene cosa fosse tra una scuola elementare pregevole ed una degna scuola di secondo grado (le superiori).
Vi erano altri buchi neri sia negli istituti tecnici, che riguardavano la mancanza di flessibilità ed aggiornamento dei loro programmi per stare al passo quotidiano con le innovazioni tecniche e scientifiche che entravano nel mondo produttivo, sia e soprattutto nei professionali che erano diventati uno strumento di finanziamento indiretto per le scuole di tale natura a gestione confessionale (la maggioranza), poi sindacale, quindi regionale e che, salvo rarissime eccezioni, erano vere fabbriche di ignoranza. Questa scuola si doveva e poteva riformare nella linea della strutturazione forte che, a quei livelli scolari, non può mancare pena l'inarrestabile decadenza. Ed io intendo per ristrutturazione forte quanto si tende a dimenticare e che fu detto con estrema chiarezza da Gramsci:
“Oggi
la
tendenza
è di
abolire
ogni
tipo
di
scuola
"disinteressata"
(non
immediatamente
interessata)
e
"formativa"
o di
lasciarne
solo
un
esemplare
ridotto
per
una
piccola
élite
di
signori
e di
donne
che
non
devono
pensare
a
prepararsi
un
avvenire
professionale
e di
diffondere
sempre
più
le
scuole
professionali
specializzate
in
cui
il
destino
dell'allievo
e la
sua
futura
attività
sono
predeterminati”.
Ed
aggiungeva:
“Occorre
persuadere
molta
gente
che
anche
lo
studio
è un
mestiere,
e
molto
faticoso,
con
un
suo
speciale
tirocinio,
oltre
che
intellettuale,
anche
muscolare-nervoso:
è un
processo
di
adattamento,
è un
abito
acquisito
con
lo
sforzo,
la
noia
e
anche
la
sofferenza.
…
Occorrerà
resistere
alla
tendenza
di
render
facile
ciò
che
non
può
esserlo
senza
essere
snaturato”
[Volume
III
dei
Quaderni
dal
Carcere]
Ben
altro
rispetto
alle
sciocchezze
di
Maragliano
che
pensa
ad
una
scuola
che
non
sa
di
scuola,
fosse
anche
con
l'ausilio
didattico
di
videogiochi.
Cosa hanno fatto Berlinguer ed il suo staff di pedagogisti e psicologi? L'operazione in uso in regimi liberisti: iniziare la fase della liberalizzazione della scuola preparandola per la privatizzazione. E questa non è una boutade perché Berlinguer ha seguito pedissequamente ciò che voleva l'OCSE le cui nefandezze vedremo più oltre.
Sul fronte della scuola i nostri sinistri politici avevano letto da qualche parte che la scuola sarebbe una potenziale fonte di infiniti guadagni (la seconda fonte dopo la sanità) se solo si fosse riusciti a renderla privata. Chissenefrega di quell'idiozia di scuola pubblica come istruzione garantita almeno (almeno!) fino ai 16 anni! Costi, solo costi dai quali i potenti non guadagnano nulla (gli idioti sono sempre ricchi). La scuola così come è costa troppo ed è una spesa superflua per i fini che si vogliono conseguire. Occorre pensare una scuola che costi molto meno e che prepari dei cittadini a livello di buoni consumatori in questa società tecnologica.
Occorre che i cittadini conoscano, ad esempio: digitale, satellitare, DVD, Laser, Hi Tech, PC, Internet, Provider, CD, masterizzatore, Ipod, ...; non è invece in alcun modo necessario che conoscano i meccanismi scientifico-tecnologici che sono dietro questi nomi.
Per intenderci: occorre che si abbia la preparazione tecnologica sufficiente per essere consumatori ma non tale da essere creatori di scienza e tecnologia. Questo almeno a livello di impegno di scuola pubblica, di quella che è pagata dalla fiscalità generale.
Vi è naturalmente necessità di cittadini preparati a livelli superiori, ma è del tutto inutile e soprattutto è un vero spreco di risorse pensare di formare tutti in modo che possano pensare all’accesso a queste superiori specializzazioni. Chi serve per tali fini verrà preparato in scuole speciali. La selezione per accedere a queste scuole la faranno: le stesse scuole private e le imprese. Non ha senso continuare a dissipare denaro nell'istruzione pubblica.
Il mercato è buono e gli interventi dello Stato sono cattivi: deregulation anziché controllo statale, liberalizzazione di commercio e capitali, privatizzazione di ogni cosa abbia il sapore del pubblico (come sosteneva l'economista protoliberista americano Friedman, grande ispiratore del Cile di Pinochet).
E come si privatizza la scuola? Così come era, l'impresa sembrava impossibile. Nessun privato si accolla tanti insegnanti utili per un'istruzione di qualità ma non per i profitti. E chi si accolla i ragazzi con handicap che richiedono insegnanti di sostegno (le scuole confessionali, ad esempio, già respingono l'handicap)? Chi edifici, laboratori, trasporto, preparazione docenti (quest'ultima cosa è oggi altra fonte di guadagno per potentati collaterali al potere politico)? Nessuno fa questo, di modo che l'affare sfuma ed i tanti soldini che si tirano fuori dalla scuola, ad esempio negli USA, da noi niente!
Ma anche se ci fosse stato qualcuno che avesse voluto acquistare in blocco tale sommo bene non avrebbe rischiato di fare lui l'operazione finalizzata al profitto perché sarebbe stato chiaro che si veniva meno in servizi e qualità con proteste popolari importanti. Berlinguer e i pedagogisti buoni per ogni stagione hanno risolto il problema con le seguenti operazioni. Primo: destrutturare, cioè togliere ogni rigidità al sistema e renderlo liquido (un poco come D'Alema pensava il suo partito che tutti sappiamo la fine indegna che ha fatto). In tale situazione, poiché si aveva a che fare con giovani fanciulli e non con idrocarburi o caselli autostradali insensibili a scelte politiche, gli utenti giovani della scuola hanno iniziato a credere che si potesse giocare a scuola così come teorizzavano i pedagogisti di regime (Vertecchi, Maragliano, Tagliagambe, Bertagna, Ribolzi, Ceruti & C) che volevano una scuola che non sapesse di scuola, che inventavano l'autonomia scolastica (ogni scuola fa per sé ed è in concorrenza con l'altra), che caparbiamente insistevano su di essa, che introducevano i percorsi educativi per gli studenti (ognuno si fa il suo curriculum e studia ciò che vuole) e che se ne fregavano dell'impegno e dell'indispensabile fatica.
E gioca oggi e gioca domani, con i genitori di tali sfortunati fanciulli (formatisi negli anni del rampantismo craxiano) che hanno creduto di partecipare al gioco facendo i sindacalisti dei figli, la scuola si è completamente dequalificata tanto da dare risultati completamente insoddisfacenti (e non mi riferisco solo alle indagini internazionali ma a quello, ad esempio, che lamentavano sempre con maggior forza gli insegnanti del primo anno di università, quella indegna del 3 + 2: i ragazzi non sanno leggere, scrivere e far di conto; e neppure capire concetti elementari).
Cosa aspettarsi del resto di diverso se è iniziata una caduta verticale della credibilità della scuola fino a situazioni che paiono ormai irrecuperabili? Si è permesso da legislatori incompetenti che la magistratura decidesse chi deve essere promosso o meno, si è permesso che i genitori sindacassero tutto, si sono resi responsabili gli insegnanti, si sono assunti sempre più insegnanti senza verifiche adeguate, si sono fatte sanatorie con apporti sindacali vergognosi (abilitazioni e passaggi di cattedra del 2001, ad esempio) ed in definitiva si è lasciata marcire la scuola.
Poi è arrivata Moratti, altra ignorante degli argomenti in discussione, che ha spinto con maggiore decisione verso la dequalificazione (tagli di risorse continui e pedagogista cattolico Bertagna che tagliava pezzi culturali fondamentali come l'evoluzionismo) e che partiva dal volere una scuola libera (insieme a vari intellettuali come Adornato ed Antiseri, ... che fine hanno fatto, oggi? ed anche Dino Boffo, Innocenzo Cipolletta, Emma Marcegaglia, Antonio Martino, Angelo Panebianco, Sergio Romano, Cesare Romiti, Marco Tronchetti Provera, Giorgio Vittadini, ...) per arrivare alle scuole confessionali, sempre e comunque da foraggiare alla faccia di chi paga le tasse, che notoriamente non vanno alle scuole di lusso dei preti (Nazzareno, Massimo, San Giuseppe di Merode, San Leone Magno...).
Quindi tal Fioroni che è emerso alle cronache solo per i finanziamenti tolti alle scuole pubbliche e dati (con lettera di accompagnamento ammiccante) alle scuole dei preti (ancora ed ancora!). Un vero disastro la scuola dopo anni come questi. L'istituzione non riesce a preparare gli studenti ed in più costa un mare di soldi per tutto il personale che impiega. È qui che arriva Gelmini che più ignorante non si può (ma ha dietro le spalle una tal Aprea che ignorante non è pur rappresentando i mal protesi nervi e la clientela meridionale al servizio dei padroni del dané del Nord).
Gelmini non ha riformato la scuola, ha semplicemente tirato una linea in fondo al bilancio fallimentare degli ultimi anni ed ha detto, con l'avvocato Tremonti aleggiante come un vampiro, che la scuola va ridotta drasticamente al nulla. Ed è ovvio che il degrado può resistere fino ad un certo punto, dal quale poi le famiglie iniziano a pensare alla scuola seria che Berlinguer ha cancellato (con il sostegno di tanti ignavi furbacchioni e profittatori di corsi d'aggiornamento come CGIL Scuola, CIDI, Legambiente Scuola, Proteo, ...).
Nel frattempo, tagliando e riformando a modo loro, mai si sono occupati di salari, diventati un contributo per non morire di fame (a parte quelli degli insegnanti di religione che, dopo il miracolo dell'immissione in ruolo senza concorso, godono di aumenti incredibili, mai sognati da altri insegnanti), così sempre più la scuola è diventata appetibile ai cercatori del secondo lavoro. Al suo interno ormai andiamo ad una popolazione docente che all'85% è femminile e ciò vuol dire che gran parte degli insegnanti è (al di là della preparazione che può ed anzi è certamente eccellente) soprattutto fatto di madri e mogli di professionisti che non hanno la scuola medesima come primo lavoro perché la famiglia è la famiglia, altrimenti Ruini e Bagnasco di Santa Romana Chiesa che ci stanno a fare ?
Gli ultimi sciagurati interventi sulla scuola sono di Gelmini-Tremonti. Gelmini non sa nulla di scuola ed è inutile pensare al recupero di encefalogrammi piatti. Faceva pena vederla pontificare in una situazione che la vedrà presto indicata nella storia d'Italia come quella che ha fatto il maggior danno al Paese compatibilmente con le sue capacità (cioè: meno male che ne ha poche).
La scuola non si riforma per decreti legge decisi in fretta dentro il Ministro dell'Economia che era retto da un avvocato che neppure era in grado di capire un economista che gli parla di derivata seconda e che quindi non è in grado di leggere curve e concavità di esse (crescite e decrescite, per intenderci). E costui doveva interpretare il comune sentire degli italiani ammazzando il primo bene di un Paese? Costui doveva dare l'indirizzo al declino completo del Paese portandolo ad essere un Paese non industriale ma di servizi da offrire a padroni localizzati altrove ed alla cui corte va rubizzo l'avvocato con il cappello craxista in mano.
Qualche dettaglio lo posso dare in attesa di avere uno scritto in cui le bestialità di tali intelligenze siano raccontate nel consueto disordine, approssimazione, incomprensibilità, incongruenze ed idiozie varie.
La scuola non serve molto se non punta ad una preparazione ampia e non direttamente e strettamente finalizzata ad un qualche uso. Spiego meglio. Vi sono alcuni bipedi che credono sia possibile insegnare l'uso di una macchina e con questo di aver risolto il problema. Il giovane sa tutto su quella macchina ed è insostituibile... fino a che quella macchina non è sostituita, dopodiché la rigida preparazione di quell'ex ragazzo non serve più ed è conveniente assumerne un altro lasciando il primo come un vecchio arnese, a quel punto non più riciclabile (eccheglienefrega del capitale umano al padrone liberista? Si tratta di massa eccedente!).
Gli avvocati, sia tributaristi che divenuti tali a Reggio Calabria, non sanno che questa operazione di preparazione specialistica su tecniche precise è fallimentare soprattutto per lo studente che deve diventare un lavoratore. Una preparazione meno specialistica e più umanistica rende molto più flessibili ed in grado di riciclarsi continuamente.
Una scuola insomma (ed ormai non so se ridere o piangere di fronte ad una reiterazione che da parte mia ha almeno 45 anni) che più che insegnare nozioni insegni come imparare, come essere educatori di se stessi per tutta la vita. Non è un caso che più la preparazione scolare è spinta in un settore tecnico e meno successi di studio superiore si hanno (i dirigenti ministeriali dovrebbero studiare le esperienze avute nel mondo, come quelle disastrose delle scuole che dovevano preparare alla fabbrica di occhiali nella ricca Baviera in Germania).
Le sperimentazioni, buttate con fare negligente ed ottuso da Gelmini e non solo, avrebbero dovuto servire a questo ed io che ho lavorato per molto tempo alla teoria ed alla pratica di sperimentazioni so che non vi è mai chi legge i risultati per trarne conseguenze. E chi doveva farlo? Un preteso ministro che non sapeva di cosa parlava, se parlava? O chi entra in istituti come Invalsi o BDP/INDIRE? Se il merito non c'è in tali assunzioni, e non c'è, si ingenera una catena di cattiva trasmissione dei processi che porta al disastro e noi siamo al disastro. Possibile che, ad esempio, non si sappia che per apprendere la matematica, per diventarne non solo uno che conosce a memoria i teoremi ma uno che la pratica con divertimento e successo, serve prima di tutto conoscere la lingua italiana ed essere stato educato a ragionare attraverso le più disparate discipline non matematiche? Se non si capiscono concetti elementari, connessioni logiche semplici, è impossibile imparare la matematica. E Gelmini, con cavalcata di barbari a lato, ha lavorato per insegnare più matematica tagliando proprio ciò che permette il suo apprendimento. Non hanno capito un tubo e, lor signori medesimi, sono l'esempio dei disastri che provocano culture abborracciate e finalizzate al successo e non alla formazione. Intanto cedono i nostri studenti tecnici e professionali direttamente a Confindustria perché li utilizzi gratis al fine, dicono gli ipocriti, di formarli.
E VENIAMO ALLA PRIMA DOMANDA DELLA UE
13. Quali caratteristiche avrà il programma di ristrutturazione delle singole scuole che hanno ottenuto risultati insoddisfacenti ai test INVALSI?
Questa prima domanda, come le altre, parte dal dare per scontata l'oggettività e la giustezza dell'approccio liberista alla scuola e quindi delle valutazioni INVALSI. Per carità, niente di più errato, indipendentemente dal grado di preparazione degli studenti. Per raccontare cosa è l'INVALSI serve premettere qualcosa sul suo papà, l'OCSE.
L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) è stata istituita con la Convenzione di Parigi firmata il 14 dicembre 1960 ed entrata in vigore il 30 settembre 1961.
Attualmente
aderiscono
all’OCSE
una
trentina
di
Paesi
industrializzati,
che
rappresentano
i
due
terzi
dell’intera
produzione
mondiale
di
beni
e
servizi
ed i
tre
quinti
delle
esportazioni
complessive.
La
possibilità
di
diventare
membri
dell’OCSE
è
condizionata
all’impegno
da
parte
dello
Stato
richiedente
di
avere
un’economia
di
mercato
ed
una
democrazia
di
tipo
pluralistico,
come
quella
di
Berlusconi,
per
intenderci.
In
base
al
proprio
statuto,
l’OCSE
si
occupa
delle
più
rilevanti
questioni
in
campo
economico
e
sociale.
Uno
spettro
di
questioni
molto
ampio.
L'OCSE è anche l'agenzia che promuove, come visto, le indagini comparative sulla scuola dei vari Paesi membri. L'interesse per la scuola di un'agenzia per lo sviluppo economico è tutto un programma finalizzato ad armonizzare i sistemi d'istruzione con un mondo globalizzato. È d'interesse rendersi conto di cosa raccomandava l'OCSE nel 1997, e come vi sia stata una non casuale identità di vedute con Bassanini, Berlinguer e liberisti comunisti, con la CGIL Scuola come mosca cocchiera.
È
inutile
soffermarsi
sul
fatto
che
l'OCSE
è
interessata
al
massimo
profitto
mediante
persone
che
siano
educate
ad
essere
brave
nel
produrre
e/o
brave
nel
consumare.
Con
queste
finalità
interessa
la
scuola,
almeno
una
scuola
di
un
certo
tipo,
ma è
indifferente,
almeno
in
prima
battuta,
che
la
scuola
sia
pubblica
o
privata.
Possiamo
ora
discutere
dell'INVALSI,
Istituto
Nazionale
per
la
VALutazione
del
Sistema
d'Istruzione.
Esso
nasce
per
produrre
in
Italia
le
famigerate
prove
PISA-OCSE.
Vediamo
con
ordine:
PISA (Programme for International Student Assessment) è l’acronimo che definisce un programma di valutazione degli apprendimenti degli studenti quindicenni lanciato dall’OCSE nel 1997.
In quanto ‘programma’, PISA è qualcosa di più e di diverso rispetto alle tante indagini internazionali attraverso le quali i Paesi hanno finora misurato e confrontato gli esiti dei loro sistemi educativi in determinati ambiti disciplinari e in diversi momenti del percorso formativo. PISA, infatti, è lo strumento di cui i Paesi OCSE si sono dotati per acquisire, a scadenze regolari, dati affidabili su cui calcolare gli indicatori di risultato degli studenti.
La produzione degli indicatori internazionali dell’istruzione è stata avviata dall’OCSE alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, attraverso il progetto INES (Indicators of Education Systems), quando l’esigenza di fronteggiare i gravi problemi della recessione economica e della disoccupazione spinse i Paesi più sviluppati a guardare con interesse diverso alle questioni dell’istruzione e della formazione e a considerarle come leve essenziali dello sviluppo economico.
In
questa
prospettiva
furono
avviate
significative
azioni
di
riforma
dei
sistemi
formativi
e,
in
molti
Paesi,
furono
impiantate
strutture
di
valutazione
dell’efficacia
ed
efficienza
dei
sistemi
stessi.
Parallelamente
si
rafforzarono
la
cooperazione
e la
comparazione
internazionale
nei
Paesi
dell’area
OCSE,
anche
attraverso
la
costruzione
di
un
sistema
di
indicatori
internazionali
dell’istruzione.
Da
circa
15
anni,
quindi,
gli
indicatori
dell’istruzione
forniscono
informazioni
sull’organizzazione
e
sul
funzionamento
dei
sistemi
educativi
così
come
informazioni
sulla
realtà
socioeconomica
dei
Paesi
membri
sono
fornite
dagli
indicatori
economici
che
l’OCSE
pubblica
da
diversi
decenni
e
che
sono
ben
più
noti
al
vasto
pubblico.
Gli
indicatori
dell’istruzione
sono
pubblicati,
in
media
ogni
due
anni,
nel
volume
intitolato
Education
at a
Glance
(Regards
sur
l’éducation
nella
versione
francese),
nel
quale
gli
indicatori
sono
presentati
non
isolatamente,
ma
raggruppati
in
modo
da
rappresentare
le
caratteristiche
strutturali,
il
funzionamento
e i
risultati
dei
sistemi
formativi.
Così nell’edizione del 2001 di Education at a Glance (EAG 2001) i 31 indicatori sono raggruppati nei seguenti sei ambiti:
contesto dell’istruzione (3);
risorse umane e finanziarie investite in istruzione (6);
accesso e partecipazione all’istruzione (6);
ambiente educativo e organizzazione degli istituti scolastici (7);
risultati dell’istruzione in termini di risultati individuali, sociali e come sbocchi sul mercato del lavoro (5);
risultati dell’istruzione in termini di ‘apprendimento’ degli studenti (4).
Dei 4 indicatori presenti nell’ambito dei risultati di apprendimento degli studenti, tre sono stati calcolati su dati forniti dalle indagini TIMSS (Third International Mathematics and Science Study, la terza indagine internazionale su matematica e scienze) e TIMSS R (Third International Mathematics and Science Study Repeat, la seconda fase della stessa indagine), rispettivamente nel 1995 e nel 1999. Queste indagini sono state condotte dalla IEA (International Association for the Evaluation of Educational Achievement), un’organizzazione privata cui aderiscono istituti di ricerca educativa di diversi Stati che dal 1959 conduce studi internazionali sui risultati degli studenti in matematica, scienze, composizione scritta, lettura, educazione civica.
Il quarto indicatore è stato elaborato su dati forniti dall’indagine IALS (International Adult Literacy Survey), condotta negli anni 1994-98 da Statistics Canada. La popolazione di riferimento è nel caso di TIMSS quella dei tredicenni, mentre nel caso di IALS è quella adulta oltre i 25 anni.
In alcuni ambiti sono compresi indicatori ‘solidi’, quelli, cioè, calcolati su dati che per lunga tradizione sono raccolti in tutti i Paesi (spese per l’istruzione, tassi di scolarizzazione, numero degli insegnanti, dei diplomati e dei laureati); nell’ambito relativo ai risultati di apprendimento degli studenti, invece, non è stato possibile costruire fino al 2001 indicatori pienamente affidabili per mancanza di una solida base di dati.
Si è cercato di sopperire alla lacuna utilizzando, di volta in volta, i dati acquisiti in precedenti indagini internazionali condotte prevalentemente dalla IEA, indagini che hanno riguardato, nel corso degli anni, gli ambiti più diversi (dalla Reading Literacy alla Computer Education) e le popolazioni scolastiche più diverse (dalla scuola della prima infanzia alla secondaria superiore). La produzione regolare degli indicatori, invece, richiede un altrettanto regolare produzione di dati, proprio quella che il programma PISA intende assicurare.
Ebbene i cosiddetti ricercatori dell'INVALSI sono intercambiabili con IEA-PIRLS e OCSE-PISA. Si tratta di persone con studi in statistica (il responsabile del gruppo di ricerca) che hanno lavorato per analizzare i risultati dei test OCSE-PISA o di insegnanti comandati che si occupavano di cose come il disagio educativo (ed io so, per mia conoscenza dei comandi al Centro Europeo Educazione, poi Centro Europeo Dell'Educazione, presso Villa Falconieri prima che ivi si insediasse l'INVALSI o all'Ufficio IV del Ministero degli Esteri, come si ottengono tale comandi, in modo spesso indipendente dalle singole abilità). In ogni caso, in linea generale si tratta di pedagogisti e docimologi, il peggio dei fornitori di ogni giustificazione al sistema di potere regnante. Se si aggiunge a questo il clamoroso errore nelle griglie di valutazione del giugno 2011, ci si deve chiedere con molta ragione chi valuta chi?
Costoro sanno, perché se non lo sapessero sarebbero da scalciare e cacciare con disonore, che non esiste una valutazione interna al sistema d'istruzione indipendente dai fini (obiettivi) che ci si è prefissi. Altra cosa è la valutazione che farebbe un datore di lavoro che volesse assumere. Altra dallo Stato che deve garantire una corretta e sana preparazione e non si deve occupare delle esigenze di chi vuole assumere (se non in seconda battuta). Dico meglio. Nonostante la quantità spropositata di pedagogisti, sociologi e docimologi al servizio dei vari governi (non importa quali), nessuno ha mai osservato che una valutazione risponde ad una data finalità che ci si è data per raggiungere determinati obiettivi.
NON HA ALCUN SENSO INTERVENIRE DALL'ESTERNO su processi didattici in corso con dei test preparati altrove che ingannevolmente vorrebbero misurare le conoscenze in determinati ambiti. In realtà questi test servono per modificare il piano di intervento dell'educazione formale che, non a caso, è decaduta da quando sono iniziati gli interventi OCSE ed UE a partire da Berlinguer, attraverso i test PISA. Sono anni che sentiamo i vari ministri dell'istruzione, che ignorano l'ABC della didattica in senso lato, affermare che occorre modificare l'insegnamento in modo da rendere i nostri studenti in grado di rispondere a quei test.
Si vogliono pian piano creare degli ubbidienti a stimoli predefiniti, con risposte uguali negli oltre 30 Paesi industrializzati aderenti all'OCSE. Gli addetti ai lavori sanno di cosa parlo. Per i non addetti valga un esempio semplice. Per risolvere un problema di matematica dello scientifico sono necessarie alcune abilità, per risolvere un test OCSE di matematica ne servono altre.
Tutti sanno che lo studente dello scientifico ha bisogno di un paio di mesi per imparare a risolvere un test OCSE mentre uno che risolve agevolmente i test OCSE ha bisogno di qualche anno per imparare a risolvere i problemi dello scientifico. Allora che facciamo? Bocciamo i nostri studenti dello scientifico? Evidentemente non si vuole più uno studio approfondito e critico ma solo l'impadronirsi di alcune tecniche molto meno dispendiose per la società che bada solo al dané. Ma nessuno lo dice e ci fanno sembrare ineluttabile ciò che accade demoralizzando studenti ed insegnanti.
Provo ad argomentare ancora di più poiché conosco i trascorsi dell'INVALSI, fin dal 1970 quando Gozzer mise su Villa Falconieri a Frascati. L'inizio era buono, poi quel luogo divenne rifugio di quegli insegnanti che per scappare dalla fatica della scuola si fecero comandare. Non avendo mai o poco insegnato e comunque girando intorno ad improbabili discipline, costoro spiegavano a chi lavorava senza raccomandazioni nella scuola, come si faceva scuola. Hanno dedicato una vita ai test e, poveretti, non ci hanno mai capito un tubo. Ora fanno gli idraulici e si lanciano verso questa scelta non perché le cose siano cambiate rispetto alla bestialità della prova ma perché il padrone OCSE ordina e lor signori, sempre ubbidienti, eseguono.
Poiché il test dovrebbe avere una valenza epistemologica superiore al rapporto o scritto o orale che nella massima parte si è sempre tenuto nelle nostre scuole, chiedete ai docimologi qual è tale valenza epistemologica superiore, quali prove sono state fatte con quali risultati, quante classi, quante di controllo, a che livello, con test preparati da chi e su quali discipline. Insomma: dove si fanno i test? Come funzionano? Le scuole dove si fanno test forniscono risultati migliori nella preparazione degli studenti? Se sì, dove, come e quando? I docimologi di oggi, che si suppone abbiano letto Gattullo, hanno l'obbligo di dire tutte queste cose ed aggiungere: chi prepara i test? Chi li testa? Dove si testano? Sono state previste classi di controllo? Oppure andiamo, come sempre, random?
Ma assumiamo un tono didascalico prendendo il discorso da lontano. Un insegnante preparato, come la gran parte degli insegnanti che lavorano in Italia (il riferimento è a mia conoscenza almeno fino a 10 anni fa), sa che non esiste un programma a priori da somministrare ad una data classe di una data scuola di una data città. Quella classe, quella scuola, quella città, ... qualificano i fruitori del servizio scuola e l'insegnante non può partire come se nulla fosse.
Anche i patiti dei test, coloro che hanno letto letteratura anglosassone inutilmente perché non hanno appreso nulla, devono sapere che esistono le prove di ingresso, DOPO le quali, è possibile capire cosa fare e come farlo. Esemplifico per tutti. Se si è in una città con nefaste influenze di camorra occorre recuperare i ragazzi riportandoli anzitutto alla conoscenza ed al rispetto della legalità. Questo tempo è perso rispetto allo studio delle poesie ma è fondamentale per il Paese. Alla fine del ciclo di studi i ragazzi riconquistati vanno premiati su valutazioni che non siano fiscali sulle poesie. Che facciamo, questa scuola la vendiamo ai privati, cioè alla camorra che potrà educare a suo modo i pargoli? Se in alcune zone del Paese la scuola deve occuparsi di inserire stranieri, extracomunitari o no, farà inizialmente più fatica e non dovrà essere penalizzata per questo rispetto al Collegio delle Fanciulle frequentato (inutilmente) dalla Moratti.
Ogni persona pensante capirebbe questo ragionamento.
Ma oltre ai casi citati vi sono motivazioni molto più interne all'insegnamento. Ogni classe è differente e ve ne sono alcune che ti tirano e ti portano rapidamente molto avanti nei programmi, negli approfondimenti, nelle discussioni extra programmi (per tranquillizzare Garagnani, l'esimio fustigatore di insegnanti della CGIL, che merita l'encomio del pernacchio di Eduardo; esemplifico sulle domande del tipo: che ne pensa del film ultimo uscito? e di quel libro?...). Insomma il programma di un insegnante si costruisce lungo la strada e, attenzione!, la prova di valutazione deve avvenire su ciò che si è fatto in sintonia con quegli obiettivi prefissati e che, alla fine del percorso educativo, possono trovare una qualche modifica.
Che senso ha, a questo punto, che arrivi una prova INVALSI? Che ricercatori sono quei personaggi che lì lavorano (?)?
Purtroppo so rispondermi anche per averlo appreso da quella virago di nome Moratti che fece il Ministro dell'Istruzione. Ma prima occorre dire che queste prove furono richieste proprio dall'OCSE nel 1997 in un documento indirizzato all'Italia. Leggiamo:
Abbiamo
dedicato
un
po'
di
tempo
all'esame
delle
implicazioni
che
i
principi
dell'autonomia
e
del
decentramento
e il
processo
di
valutazione
potrebbero
avere
per
le
scuole,
e
ciò
al
fine
di
rendere
comprensibile
gli
effetti
delle
riforme.
Il
punto
critico
è, a
nostro
avviso,
il
miglioramento
delle
scuole
e
siamo
persuasi
che
i
principi
dell'autonomia
possano
essere
utili
a
questo
scopo.
In
effetti,
alle
istituzioni
scolastiche
è
stata
conferita
l'autonomia
affinché
esse
possano
migliorare,
e
non
perché
possano
"fare
le
proprie
cose"
in
maniera
disinvolta.
Abbiamo
anche
visto
che
il
decentramento
della
presa
delle
decisioni,
poniamo,
in
campo
finanziario
o
della
responsabilità
gestionale
potrebbe
anche,
se
non
fosse
strettamente
legato
al
miglioramento
pedagogico,
non
avere
successo
e
non
recare
alcun
beneficio
alle
scuole.
L'autonomia
è
stata
conferita
alle
istituzioni
scolastiche
italiane
nel
quadro
di
una
legge
sul
decentramento.
Essa
resta
tuttavia
un
concetto
distinto
e
deve
essere
concepita
come
un
mezzo
per
migliorare
l’insegnamento,
implicando
quindi
la
necessità
di
rendere
conto,
di
sottoporsi
alla
valutazione
e di
beneficiare
di
un
sostegno
[si
noti
come
Berlinguer
sia
stato
alunno
diligente
dell'OCSE,
ndr].
[...]
Sosteniamo
l'opportunità
di
creare
un
sistema
nazionale
di
valutazione
indipendente
con
il
compito
di
esaminare
l'efficacia
delle
riforme
una
volta
che
queste
siano
attuate.
Riteniamo,
inoltre,
che
sia
molto
valida
l'idea
di
istituire
un
centro
indipendente
di
ricerca
che
intraprenda
un
programma
a
lungo
termine
di
indagini
in
campo
educativo,
come
ad
esempio
il
monitoraggio
di
una
particolare
classe
di
età
nel
passaggio
dalla
scuola
al
lavoro,
o
progetti
di
ricerca
per
conto
di
alti
enti
interessati
ai
problemi
della
scuola,
come
le
associazioni
imprenditoriali.
Noi
raccomandiamo
che
sia
istituito
un
sistema
di
valutazione
indipendente,
che
incentri
la
sua
attività
sulla
definizione
di
parametri
di
valutazione,
per
mettere
le
scuole
nella
condizione
di
autovalutarsi
con
riferimento
a
tali
parametri,
sviluppi
test,
svolga
verifiche
ai
vari
livelli
scolastici
e
fornisca
consulenza
su
come
devono
essere
allocate
le
risorse
perché
si
ottengano
risultati
più
equi
e
migliori.
Raccomandiamo
altresì
che
il
Governo
consideri
l'opportunità
di
istituire
un
ente
indipendente
incaricato
di
svolgere
ricerche
indipendenti
in
materia
di
istruzione
utilizzando
sia
fondi
pubblici
che
fondi
provenienti
da
altre
fonti,
se
c'è
interesse
ad
avere
un
parere
indipendente
sul
funzionamento
del
sistema
formativo.
[...]
Raccomandiamo
la
creazione
di
un
sistema
di
testing
per
valutare
gli
alunni
in
determinati
momenti
del
corso
di
studi
o in
determinate
classi,
specialmente
al
termine
della
scuola
dell'obbligo.
Spetta
al
governo
decidere
quale
tipo
di
estensione
debba
avere
la
valutazione:
se a
campione
o
per
l’intera
coorte,
in
modo
che
ogni
allievo
e la
sua
famiglia
possano
conoscere
il
livello
medio
di
rendimento
della
scuola
frequentata.
Raccomandiamo,
inoltre,
che
i
risultati
di
questa
valutazione
vengano
messi
a
disposizione
dei
genitori
e
della
comunità,
in
genere
sotto
forma
di
media
delle
scuole,
in
modo
che
si
possa
decidere
come
le
singole
scuole
possano
migliorare
e
come
le
pratiche
che
hanno
successo
possano
essere
disseminate
a
favore
di
un
maggior
numero
di
insegnanti.
Passiamo
ora
alle
sciocchezze
che
la
virago
Moratti
è
riuscita
a
dire.
Innanzitutto
occorre
lavorare
a
scuola
per
preparare
i
ragazzi
alle
prove
OCSE-PISA.
Quindi
che
occorrono
insegnanti
più
preparati
ed
infine
che,
per
vincere
l'abbandono
scolastico
serve
avere
più
scuole
professionali.
Un
campionario
davvero
incredibile.
Nel
2002,
così
Paola
Tonna,
in
Scuola
e
Didattica
n°
1,
2003,
riassumeva
le
posizioni
della
Moratti:
Il
Ministro
Moratti,
dal
canto
suo,
ascrive
i
modesti
risultati
dell’Italia,
alla
prevalenza
di
una
cultura
delle
procedure,
del
processo
e
dell’economicità,
piuttosto
che
di
una
cultura
della
valutazione
dei
risultati.
È
necessario
perseguire
quella
trasparenza
dei
risultati
(accountability)
per
fornire
i
risultati
attesi.
[...][...]
Da
ultimo,
la
Moratti
ha
posto
l’accento
sul
fatto
che
una
maggiore
qualificazione
degli
insegnanti
può
essere
un
fattore
determinante
alla
risoluzione
del
problema.
Rispetto
al
problema,
anch’esso
emerso
dai
risultati
presentati,
dell’abbandono
scolastico
che
vede
l’Italia
in
una
posizione
di
netto
svantaggio
rispetto
alla
media
europea,
il
nostro
Ministro
risponde
che
la
via
del
rafforzamento
del
canale
della
formazione
professionale,
come
sta
avvenendo
nella
U.E.
dove
molti
Paesi
stanno
già
e da
tempo
investendo
moltissimo,
va
proprio
nel
senso
di
rimediare
a
questa
pesante
situazione.
Roma
29
maggio
2002
Insomma
mi
pare
sia
chiaro
cosa
si
vuole
fare
attraverso
uno
strumento,
il
test
INVALSI,
che
con
la
didattica,
con
l'insegnamento
in
una
scuola
di
un
Paese
democratico,
non
c'entra
nulla.
In
definitiva,
le
scuole
che
hanno
dato
risultati
negativi
alle
prove
INVALSI
resteranno
lì
perché
non
vi è
alcuna
autorità
che
sappia
come
intervenire
se
non
punendo
insegnanti
e
Dirigenti
su
pretese
colpe
di
leso
liberismo.
Io
manderei
a
dirigere
tali
scuole
dirigenti
come
quell'alto
funzionario
del
MIUR
che
riuscì
a
pensare
a
tunnel
fantastici
per
neutrini,
tunnel
che
collegherebbero
Ginevra
ed
il
Gran
Sasso,
o
quei
funzionari
Invalsi
che
hanno
preparato
le
griglie
di
valutazione
di
matematica
agli
esami
di
Terza
Media
nel
giugno
2011.
ED ORA RISPONDIAMO ALLA SECONDA DOMANDA UE
14. Come intende il governo valorizzare il ruolo degli insegnanti nelle singole scuole? Quale tipo di incentivo il governo intende varare?
Sugli insegnanti, in questi anni, si è scatenato un fuoco di fila di attacchi che hanno chiari secondi fini ed in questa guerra svetta per impegno la TreeLLLe, un'organizzazione che lavora per la Confindustria e nella quale lavorano gomito a gomito Tullio De Mauro e Giuliano Ferrara. Nel Quaderno 3 di questa organizzazione si legge: “Realizzare una Agenzia nazionale di valutazione, autonoma e indipendente, con funzioni di authority per la valutazione esterna della ricerca, della didattica e degli atenei, mediante la trasformazione, entro un tempo ragionevole, degli attuali organismi di valutazione - Cnvsu e Civr.” Quando si parla del sistema di valutazione, dei Dirigenti che dovrebbero controllare, e di ammenicoli simili, si mente spudoratamente anche perché non si sa bene chi valuta coloro che dirigono la TreeLLLLe.
Un insegnante, in Italia, passa attraverso prove molto selettive (laurea, abilitazione, concorso, frequenza di due anni di corsi di Scienze dell’Educazione e varie altre prove come tirocinio, tutoraggio...). Si tratta di esami di Stato per l’abilitazione all’insegnamento e non di sciocchezze, come fare gli esami facili a Teramo (Brunetta) ed a Reggio Calabria (Gelmini), e screditare questi corrisponde a screditare quelli che generano avvocati, ingegneri ed architetti. Ultimamente erano entrate in funzione le scuole di perfezionamento SSIS (Scuole di Specializzazione per l'Insegnamento Superiore) che coloro che parlano di impreparazione degli insegnanti e di merito, hanno subito chiuso. I nostri precari sono persone preparate che hanno fatto innumerevoli prove che nessuno però prende ora in considerazione. La loro denigrazione passa attraverso quella pletora di pedagogisti che hanno il ruolo di eseguire ciò che i governi vogliono senza verifiche finali (per costoro è così, altrimenti i Vertecchi e Maragliano li dovrei incontrare a chiedere l'elemosina in un angolo di strada).
Le valutazioni le preparano loro e loro dovevano prepararle per il famigerato concorsone Berlinguer-Panini. Ora un professionista in fisica può accettare di essere valutato da un fisico ma da un pedagogista no, perché non si sa bene cosa il pedagogista deve accertare e quale preparazione avrebbe per farlo. Se è la capacità di fare l'insegnante, indipendentemente dalla disciplina, vi erano quei corsi delle SSIS e cose simili, anche universitarie.
Se si ritiene che non basta conoscere la fisica per insegnare io acconsento ma debbo dissentire che sia mio giudice, in quanto insegnante, un pedagogista che sa di didattica del nulla ma non di fisica (più volte ho chiesto ai pedagogisti di turno come introdurre il concetto newtoniano di forza visto che la definizione nasce da concetti non tutti definiti. La risposta è sempre stata che questo problema lo dovevo risolvere io. Caspita!). Se solo si pensa che alla fine di ogni ciclo di studi, quando vi sono gli esami, ogni commissario DEVE fare una relazione sulla preparazione media degli studenti... Dove valutare meglio gli insegnanti di quel corso? Io di relazioni ne ho fatte varie decine, sia di lode all'insegnante sia di sua stroncatura, ma non sono a conoscenza di ricadute che abbiano promosso o bocciato l'insegnante del quale parlavo.
La valutazione degli insegnanti ha in realtà altri fini tra cui, il più importante è rendere la persona dipendente sempre più dal suo diretto Dirigente e quindi sempre più ubbidiente. Ancora non a caso: quando partirono le mamme di tutte le riforme destrutturanti la scuola, quelle del 1997-99 realizzate da Berlinguer e Bassanini, ad esse si accompagnava la legge sulla dirigenza e sulla parità scolastica. I Presidi e Direttori Didattici divennero Dirigenti senza colpo ferire, niente esami con promozione generalizzata (il candidato, dopo aver autocertificato il collegamento di 300 ore ad internet, poteva andare all'orale o con il suo avvocato o con il sindacalista di fiducia).
Costoro possono non essere preparati perché servono come capireparto da cui dipende (è recentissimo) anche la punizione diretta dell'insegnante e da cui dipenderà (prestissimo) l'assunzione degli insegnanti (Basta con il modello iper accentrato della scuola italiana. Una scuola più snella e meno burocratizzata è quanto chiede TreeLLLe al governo. Dove le assunzioni dei docenti siano fatte direttamente dalle istituzioni scolastiche. Sarebbe auspicabile poi, secondo TreeLLLe, istituire nuovi organi di governo della scuola autonoma: un consiglio di istituto come unico organo di indirizzo e controllo che delibera lo statuto della scuola, nomina il capo di istituto, approva il POF, i bilanci, l'organico e le assunzioni). La scuola si destruttura, si perde la fiducia e si apre la strada alla privatizzazione sulla quale sono d'accordo tutti i partiti in Parlamento, i Sindacati confederali, la Chiesa (gli altri parlano ma sono cialtroni che non conoscono i problemi e non fanno alcuno sforzo).
Come
si
valorizzeranno
allora
gli
insegnanti?
Credo
che
ora
servirebbe
l'opera
diretta
di
Dio.
Andiamo
tutti
in
pellegrinaggio
da
qualche
parte
e,
mossi
da
incrollabile
fede,
chiediamo
l'intervento
diretto
di
Dio,
poiché
un
santo
qualunque
non
basta.
Quali
incentivi
si
daranno?
Una
mancia
sul
salario?
Da
ridere!
Hanno
tagliato
tutto
il
tagliabile
e
non
hanno
mantenuto
alcuna
promessa
(i
tagli
servivano
a
pagare
meglio
i
meritevoli).
E su
quali
meriti
da
misurare?
Se
gli
studenti
del
tale
insegnante
hanno
ben
risposto
ai
test
INVALSI
quest'ultimo
avrà
100
euro
in
più
l'anno?
O,
per
caso,
non
si
daranno
i
soldi
ad
una
data
scuola,
a
disposizione
del
Dirigente
per
le
sue
clientele
interne?
Questo
sarà
l'incentivo
agli
insegnanti!
Se
non
si
cambia
tutto
alla
radice
le
cose
andranno
in
questo
modo
indegno.
Con salari per gli insegnanti che sono i più bassi in Europa, con il blocco dei salari realizzato nel 2010, con la contrattazione collettiva, unica fonte titolata a decidere le retribuzioni, bloccata fino al 31 dicembre 2014, con il taglio di ogni minimo sostegno accessorio, con la creazione del discredito sociale, come si può seriamente pensare ad un qualche reale incentivo che cambi la situazione? Non dico altro perché credo sia chiaro a tutti.
LE ULTIME DUE DOMANDE UE SULL'UNIVERSITÀ
15.
Il
governo
potrebbe
fornirci
ulteriori
dettagli
su
come
intende
migliorare
ed
espandere
l’autonomia
e la
competitività
tra
le
università?
In
pratica,
che
cosa
implica
la
frase
“maggior
spazio
di
manovra
nello
stabilire
le
tasse
di
iscrizione”?
16.
Per
quanto
riguarda
la
riforma
dell’università,
quali
misure
e
quali
provvedimenti
devono
essere
ancora
adottati?
Poiché l'Università rappresenta interessi materiali più immediatamente toccabili, i problemi sono molto più complessi e di difficile lettura. Provo a dire, oltre a quanto già detto, alcune cose, sperando siano utili.
Il 10 novembre 2008 è stato approvato il Decreto Legislativo (180/08) riguardante l’Università, decreto nato anche su suggerimenti degli economisti Perotti e Giavazzi dell’Università privata Bocconi. Perotti ha scritto un libro, L’università truccata, in perfetta sintonia con il governo, del quale è l’unico fondamento teorico. Egli, con un'operazione spregiudicata in cui utilizza numeri che stimano la produzione del sistema di ricerca italiano ma non la sua produttività, tende a screditare il nostro sistema di ricerca manipolando i numeri tanto da sembrare lo sprovveduto che non è.
Il solo modo di operare sui dati della ricerca è stato quello di Ugo Amaldi che con aritmetica elementare ha mostrato che l’operazione di Perotti è funzionale come solo sostegno ideologico al governo (il suo libro è uscito per la casa editrice Einaudi dell'ex Presidente del Consiglio Berlusconi il 30 settembre). Giavazzi, l’editorialista del Corriere della Sera, ha invece suggerito con estrema chiarezza a Gelmini e Tremonti il DL 180 dalle pagine di quel giornale il 3 e 5 novembre di quell'anno (Tre segnali da dare in una settimana, Ma il Pd ora si impegni per favorire un rinvio), affermando che tutti i concorsi sono truccati (meno quello che lo ha riguardato). Garavaglia, ministro ombra del PD per la scuola, e Modica, responsabile università del PD, in un articolo sullo stesso Corriere del 5 novembre, Concorsi, sì a nuove regole. Bene i segnali del governo, mostrando apprezzamento per le indicazioni di Giavazzi, gli hanno fornito alcuni consigli tecnici dei quali è stato fatto un uso parziale.
Nel Decreto 180 ci si rifà ancora ad una delle leggi Bassanini (449/97) per non permettere più assunzioni e non assegnare più fondi a quelle Università che eccedano per spese fisse il 90% di quanto gli assegna lo Stato (nessun riferimento alla qualità). È opportuno osservare che con i tagli ai finanziamenti e con questa norma sempre presente, presto molte università, anche se al momento virtuose, rischieranno la chiusura. Si fissano alcune norme per i concorsi universitari e per la valutazione per il reclutamento dei ricercatori che mantengono le cose come stanno in termini di possibilità di pilotare i concorsi da parte delle deprecate baronie. Giuliano Cazzola del Pdl ha detto che: “Si complicano le procedure senza mutarne la sostanza”.
A partire dall’anno 2009 il 7% dei fondi assegnati all’Università andrà per sostenere l’efficacia e l’efficienza della ricerca e dell’offerta formativa con criteri che la Gelmini fisserà entro il 2008. Si stanziano dei fondi per il diritto allo studio. Ma si individua un nemico nell’università, il povero studente fuoricorso. Vi è nelle Linee Guida il progetto di aumentare loro le tasse universitarie e la cosa sarà realizzata in un disegno di legge organico di riforma.
In una Italia dove nel 2006 il 66% dei 271.115 laureati era fuori corso, dove da almeno dieci anni non si hanno agevolazioni per gli studenti lavoratori, dove il lavoro giovanile è precario e al nero, dove lo studente fuori sede ha spese ingenti e dove il diritto allo studio non è mai realmente esistito, Gelmini ha individuato i nemici nei fuoricorso, in quegli studenti che hanno scambiato l'università per un parcheggio. Stessa opinione doveva avere per i precari che, pur avendo titoli maturati da anni e concorsi già vinti, chissà perché, vengono considerati come dei postulanti e comunque tali da non essere neppure presi in considerazione.
Questo è uno degli ultimi decreti ma l’Università resta colpita dall’articolo citato della finanziaria che la riguarda, il quale prevede che “dall'attuazione […] del presente articolo, devono derivare per il bilancio dello Stato economie lorde di spesa, non inferiori a 456 milioni di euro per l'anno 2009, a 1.650 milioni di euro per l'anno 2010, a 2.538 milioni di euro per l'anno 2011 e a 3.188 milioni di euro a decorrere dall'anno 2012”. Un totale cioè di 7 miliardi ed 832 milioni di euro dei quali, in modo ancora non definito, 1 miliardo e 800 milioni saranno a carico dell’Università (lo sanno i legislatori che in Italia la ricerca è quasi tutta fatta nell’Università e che se si tagliano i fondi a quest’ultima si uccide la ricerca ? Forse sì, ma la cosa non li interessa).
I provvedimenti del governo, rintracciabili negli articoli 16 e 66 della finanziaria (Legge 133/08), con l’assenso del ministro ombra del PD, la teodem Garavaglia che, dopo aver sostenuto su AprileOnLine.info del 4 novembre 2008 che al PD le Fondazioni vanno bene a patto che si diano loro adeguati finanziamenti statali (sic), incontratasi con Gelmini, ha dato l’OK del PD, prevedevano il blocco del turn over, il taglio dei finanziamenti, la trasformazione degli atenei in fondazioni private (con la conseguente sottrazione degli atenei alle regole del diritto pubblico) come dall’articolo 16 della 133 scritto dall’ex diessino poi democratico ed ora nel gruppo misto Nicola Rossi.
Ma il PD, tramite Garavaglia, ha difeso sia l’attacco di Gelmini all’autonomia dell’università che allo stato giuridico dei docenti, affermando sul Sole 24 Ore (24 luglio) che le proposte Gelmini sono insufficienti perché non bastano le fondazioni per sbarazzarsi degli organi accademici. E, con l’accordo del PD, sparisce circa il 25% del FFO entro il 2012 ma, in compenso, anche in finanziaria sono spuntati conflitti d’interesse: infatti al fine di sbaragliare tutti i favoritismi e le clientele, vengono trasferite risorse alla fondazione IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) di Genova il cui presidente è dal dicembre 2005 Vittorio Grilli che dalla stessa data è, a 500 mila euro/anno, anche direttore generale del Tesoro, al ministero dell'Economia e della Finanze (oggi è il vice di Monti).
Ricordo che questo ITT nacque su spinta Moratti per accogliere i cervelli fuggiti e che nonostante la montagna di soldi che gli è arrivata non risulta abbia messo in piedi qualche ricerca di rilievo. Di fondi per la ricerca neanche a parlarne. Solo tagli sul già da molti anni tagliato. La formazione di un ricercatore costa allo Stato 250 milioni. Noi li formiamo e li facciamo emigrare (solo il CNRS, l’analogo francese del CNR, ha in ruolo il 50% di ricercatori italiani). Geniale!
Chiunque sappia di ricerca sa che questi tagli suonano come la fine dell’università e della ricerca pubbliche. Se la cosa si realizzasse occorrerebbe passare a finanziamenti privati (fondazioni) con contributi pubblici (alle fondazioni). E chi sta operando per realizzare questo fine mostra totale ignoranza delle dinamiche che fanno crescere la sana economia, lo sviluppo e la conoscenza. Al solito, in questo Paese, usiamo bistrattare i Galileo, i Fermi, i Dulbecco, le Montalcini, gli Ippolito, i Marotta, i Maiani. Mentre abbiamo persone senza pubblicazioni a capo di enti di ricerca e predicatori laici come Enrico Medi, nominati vicepresidenti dell’Euratom, che arricchirebbero l’uranio “Just a bit”.
Dal punto di vista dell'Università come massimo ente deputato alla formazione, si deve denunciare con molta forza la bestialità del 3+2, bestialità, anch'essa, tutta di Bassanini-Berlinguer. L'effetto è stato perverso perché questa riforma si è sommata alla scarsa preparazione offerta dalla scuola secondaria che subiva la Riforma dell'autonomia con i suoi POF ed i suoi percorsi. I livelli di preparazione degli studenti che si iscrivono all'Università risultano notevolmente più bassi di quelli della pre-riforma.
Le facoltà scientifiche della Sapienza per un quinquennio hanno fatto test a cinquemila studenti degli ultimi anni delle superiori che intendevano iscriversi a uno dei tanti corsi per conseguire la laurea di primo livello: solo il 5% aveva una conoscenza di base della geometria, appena il 12,7% sapeva rispondere a 8 domande facili su 10, su 100 studenti appena 15 erano in grado di centrare risposte sul lessico, e poco più di 27 sapevano di ortografia, sfiorava il 17% la quota di studenti che riusciva a completare correttamente le frasi con il verbo giusto... Vi sono poi analoghe ricerche di Alma Laurea di Bologna con medesimi risultati. Ciò vuol dire che il primo anno di università se ne va per alfabetizzare gli studenti che in maggioranza mostrano lacune, queste sì, alla base del gran numero di abbandoni.
La laurea triennale diventa quindi una sorta di super liceo con l'aggravante del sistema dei crediti, mediante i quali è possibile saltare qualche esame o renderlo molto più semplice, che ha introdotto elementi clientelari nel sistema universitario degli esami. Per far laureare tutti prima, si diceva, la laurea di primo livello è triennale. Poi, chi vuole, può passare alla specializzazione magistrale con un altro biennio. Così la laurea triennale è un liceo robusto che non c'entra nulla con la laurea del passato. L’idea di questa riforma nasce, su sollecitazione OCSE, a Parigi nel 1998 tra Francia, Germania, Gran Bretagna ed Italia con seguito in un incontro dei Ministri dell’Istruzione a Bologna nel giugno 1999 (questi Paesi forti, hanno aggregato gli altri e Berlinguer prese spunto da questo per promuovere la riforma).
Il corso di studi di uno studente è stato calcolato in ore annuali di impegno che sono risultate 1500 per lo studio (studio individuale, lezioni, laboratori, stage). Queste ore sono state suddivise per i crediti formativi (CFU) ai quali ogni studente ha diritto e 1500 ore corrispondono a 60 CFU. Con ulteriore calcolo si è stabilito che un CFU corrisponde a 25 ore di impegno, delle quali ore almeno la metà deve essere di studio individuale. Ogni esame universitario, a seconda della sua mole, dell’impegno richiesto ecc., dà diritto ad un certo numero di CFU. Superato un numero di esami che fanno cumulare 180 CFU, si è laureati (primo livello).
Se si aggiungono altri 120 CFU si è laureati (secondo livello). Vi sono poi ulteriori traguardi raggiungibili con altri CFU (i Master, ad esempio, che durano un anno, valgono altri 60 CFU, ecc.). Data poi l'autonomia, ogni università deve allettare la clientela con qualcosa di più accattivante, più gradevole di ciò che offre l'università concorrente, ad esempio con nuove professioni da inventare mettendo insieme un certo blocco di discipline che aumentano ancora i corsi di laurea e le cattedre creando spesso, oltre al fatto in sé, grossi danni agli studenti per la loro vacuità e stravaganza rispetto al mercato. Ed in questa rincorsa alla cattedra, a parte vicende da codice penale in genere da assegnare alle facoltà di medicina, vi è la proliferazione dei massimi cantori di queste riforme liberiste, i pedagogisti. Costoro hanno instaurato una sorta di perverso sistema epistemologico senza verifiche, potendo cambiare i loro postulati in corso d'opera al fine di essere graditi dal governo in carica. Costoro, con questi meriti, si sono costruiti infiniti feudi nelle facoltà di Scienze dell’Educazione e/o della Formazione inventandosi cattedre fantasiose di ogni tipo. Se un gruppo sociale ti permette di giustificare risparmi e lavora per il consenso, merita di essere premiato.
Anche qui la scuola/università diventa azienda cambiando radicalmente la sua natura. Rinforzare la linea gerarchica, procurare che le funzioni logistiche prendano il sopravvento e controllino le funzioni dei professionisti, è una strategia che è necessario chiamare, con ragione, aberrante dal punto di vista stesso della gestione aziendale. Il controsenso sull'atto pedagogico, negato nella sua complessità, non può che provocare una perdita della ricercata efficacia.
Colui che in tutto questo ci rimette di più è lo studente sistemato non più in un progetto educativo ma nell’economia aziendale, dove ciò che conta è solo l’accumulo dei crediti. Ed i crediti hanno anche snaturato lo studente che oggi vede in ogni sua attività una possibilità di reclamarla a credito o, peggio, che si dedica solo ad attività che producono crediti. Conta solo il raggiungimento del 180 dopo di che sono tutti felici a cominciare dalle statistiche che danno un laureato in più indipendentemente dalla sua preparazione. Anche i docenti, quelli non miracolati, hanno problemi con questo sistema per il carico burocratico (gestionale, amministrativo, organizzativo…) che è ricaduto nelle loro attività, analogo a quello avvenuto nella Scuola Secondaria. E l’analogia si estende anche al discredito sociale conseguente.
È un
mio
perfido
giudizio
quello
che
parla
di
dequalificazione?
Neanche
per
idea.
Chiunque
cerchi
lavoro
(si
leggano
i
bandi)
cerca
lauree
"vecchie"
con
ordinamenti
quadriennali
o
quinquennali.
L'esperienza
mia
personale
è
quella
del
rispondere
a
inchieste
e
sondaggi.
Alla
fine
si
chiede
il
titolo
di
studio.
Si
tratta
di
varie
possibilità
disposte
in
crescendo.
Arrivati
alla
laurea
c'è:
"laurea
triennale
e
specialistica"
e,
dopo,
"laurea
quinquennale".
Solo
i
ciechi
non
vedono
quanto
sta
accadendo
in
termini
di
dequalificazione
totale
della
gran
parte
degli
studenti
fino
ai
più
elevati
livelli
di
studio.
Vi è
un
generale
appiattimento
dell'università
verso
i
gradini
più
bassi
del
sapere.
Da
questo
generale
appiattimento
del
"tutti
promossi"
è
difficile
saper
estrarre
coloro
di
cui
ha
bisogno
chi
fornisce
il
lavoro.
Solo
chi
è in
grado
di
fare
quei
famosi
master
all'estero
ha
una
qualche
possibilità.
Da
cui,
naturaliter,
il
sistema
è
diventato
un
perfetto
prodotto
per
i
ricchi.
E
Berlinguer
o
non
l'ha
capito
perché
non
capisce
in
genere
o è
stato
(è)
in
completa
malafede.
Umberto
Galimberti
scriveva
nel
2002:
"la formazione della personalità, l’autovalorizzazione, il riconoscimento, senza il quale nei giovani non si costruisce alcuna salda identità sono tutti valori spazzati via dalla riforma universitaria, perché sono valori che appartengono ad un’altra economia che non è l’economia aziendale, dove ciò che conta è solo l’accumulo dei crediti e la parziale remissione dei debiti. L’università, infatti, come fanno le banche con i debitori in procinto di fallire, pratica sconti, e a chi aveva trascinato gli studi senza speranza scrive una letterina per dirgli che può farcela ancora, perché con la riforma la strada è più breve e più spianata, basta che si procuri una calcolatrice e traduca tutti gli esami sostenuti, quando era in corso e fuoricorso, in crediti, fino a raggiungere la fatidica quota 180 che gli concede la laurea di primo livello per la gioia delle statistiche che in questo modo attestano la produttività dell’istituzione".
Ed aggiungeva Vittorio Coletti:
"Se i professori non studiano più o studiano meno; se i loro corsi sono inevitabilmente più ripetitivi e meno vitalizzati dalla ricerca; se le loro mansioni sono sempre più burocratiche, scuole e atenei vedranno emergere una tipologia di docente burocrate e logorroico, intellettualmente ammuffito, che si rianima solo nelle mille riunioni come un solitario pensionato del condominio che si eccita nelle assemblee annuali per il rifacimento delle scale".
Dal
punto
di
vista
dell'Università
come
creatrice
di
potere
a
vari
livelli,
il
discorso
è
quindi
diverso
e
l'Università,
per
i
suoi
padroni-baroni,
può
essere
qualunque
cosa
dal
punto
di
vista
formativo,
per
lor
signori
le
cose
stanno
allo
stesso
modo.
La
"riforma"
Gelmini,
altro
non
è
che
"tutto
il
potere
ai
rettori"
che,
al
solito
non
rappresentano
altro
che
potenti
interessi
anche
e
soprattutto
esterni
all'Università.
I
delegati
dei
Rettori
ormai
la
fanno
da
padroni;
i
delegati
sono
come
quei
piccoli
manager
politicamente
qualificati
che
hanno
diretto
e
portato
al
disastro
le
ASL
della
sanità.
Questi delegati non sono poi quasi mai professori qualificati che, come nelle ASL, se sono qualificati, non entrano in beghe da sottogoverno ma portano avanti le loro ricerche generalmente con successo. Anche qui il richiamo, improprio come mai, è all'esperienza anglosassone. Cosa ha a che fare la nostra Università con il sistema piramidale per ricchi delle Università britanniche o degli Stati Uniti? Davvero si tende ad una Università per pochissimi ricchi, costosissima, affiancata da una Università dequalificata pubblica che dà un qualche contentino dequalificato, magari a pagamento via internet, ai meno abbienti? Ad una Università che dovrebbe vivere di miracoli con mancanza di incentivi veri alla ricerca, alla promozione di giovani studiosi e all'assenza di vera autonomia. E ciò che ho appena detto è relativo ad una critica alta perché la critica dovrebbe andare al suk inaugurato da Berlinguer e fortemente potenziato dalla Gelmini.
Altrimenti a che serve il proliferare di Università alla carta che danno lauree anche agli analfabeti, in cambio di quel dané che la fa da padrone in ambienti nordisti? Soldi ai privati, alla Chiesa, anche qui, con tagli indegni alle Università pubbliche.
E quando si taglia, dato il livello dei sarti, si toglie quanto di meglio fanno le Università ed i nostri giovani, per dare sostegno a coloro che, in un'ipotetica classifica INVALSI, dovrebbero essere cacciati in malo modo. Cosa vuol dire altrimenti il numero chiuso se non l'ubbidienza supina al liberismo sfrenato? Soprattutto in Italia dove l’accesso alle Facoltà avviene con criteri di selezione che nulla hanno a che fare con la preparazione scolastica (oppure si dica qual è l'abilità di chi sa dove si trova un certo chiosco che fa i gelati rispetto alla professione di chirurgo...). Infine il precariato dei cervelli è ormai legalizzato con l’art. 12, comma 4, della famigerata riforma: per i ricercatori a tempo determinato i contratti hanno durata triennale e possono essere rinnovati una sola volta per un solo triennio previa positiva valutazione delle attività didattiche e di ricerca svolte. Da qui si può facilmente capire che le vecchie sparate della abilitata a Reggio Calabria contro i baroni, in realtà erano una vera crociata contro le nostre migliori speranze, ovvero i giovani ricercatori.
Dal punto di vista dei concorsi per acquisire la docenza, non serve io dica nulla. Le cronache raccontano di un potere baronale accresciuto con nomine ditocratiche ormai a figli, mogli, nipoti ed amanti. Si faccia comunque attenzione ad un piccolo ma non insignificante dettaglio. La corruzione universitaria riguarda sempre le facoltà intorno alle quali gira denaro, molto denaro: medicina ed ingegneria principalmente. Non a caso la maggioranza dei rettori di potere proviene da queste facoltà.
Con
queste
premesse,
che
risposte
dare
se
la
prima
delle
due
domande
implica
una
Università
che
diventa
ancora
più
costosa
di
quello
che
già
è?
Se
dà
per
scontato
il
proseguire
sul
fallimentare
cammino
di
derivazione
berlingueriana
ma
di
esecuzione
Gelmini-Tremonti?
Che
vuol
dire
la
competitività
tra
le
Università?
Nel
nostro
Paese
abbiamo
nostre
peculiarità.
Se
le
migliori
Università
sono
quelle
che
aveva
indicato
la
Gelmini
su
parametri,
da
lei
e “costruttori
di
Tunnel”,
inventati
al
fine
di
dare
più
soldi
alle
Università
del
Nord,
non
ci
siamo.
Non
ci
siamo
tanto
da
reclamare
la
guerra.
Con
l'Università
non
si
può
fare
lo
spezzatino
che
tanto
piace
ai
palati
barbari.
Non
si
mescolano
pere
con
aragoste
mediando
cose
che
non
sono
compatibili.
Quando
si
dice
che
tra
le
prime
Università
italiane
nelle
graduatorie
universitarie
vi è
La
Sapienza
di
Roma
che
pure
si
trova
oltre
il
duecentesimo
posto,
si
dice
che
la
media
tra
le
prestazioni
tra
le
varie
facoltà
ci
porta
a
quel
livello.
Ma se si discutesse di fisica, matematica, ... allora saliremmo ai primi posti. Come rimediare a questo, ce lo dicono coloro che si occupano di Università? Inoltre in questo disgraziato Paese dobbiamo sorbirci favole per tranquillizzarci e queste favole sono anche nella realizzazione del governo Monti? Qualcuno vi ha detto mai che nessuna Università cattolica è classificata per eccellenza nelle graduatorie di merito? E che non vi è LUISS o Bocconi che possano tener testa alle facoltà economiche delle Università pubbliche? Eppure i nostri informatissimi giornalisti non ci dicono mai nulla in proposito e i bocconiani Giavazzi e Perotti possono imperversare solo perché nessuno ha spiegato agli italiani che, a proposito di merito, sono molto indietro rispetto a tutti coloro che provengono da Università di Stato (tra cui - serve ricordarlo? - vi è la Normale di Pisa che non ha rappresentanti al governo).
Piuttosto le Università in genere sono un buco nero in cui far cadere ogni protezione e privilegio di potenti e politici. Il bravo ministro della Pubblica Istruzione, Matteucci, di uno dei primi governi italiani, dopo l'Unità, un governo della Destra Storica, disse amareggiato, quando volle razionalizzare il sistema universitario non riuscendoci, che in Italia è più facile spostare la capitale che non riformare l'Università. Infatti crescono le Università senza che ve ne sia necessità e più crescono e più l'insieme risulta dequalificato perché i fondi ed i migliori cervelli che debbono preparare le nostre giovani speranze non sono infiniti. Eppoi, diciamoci la verità: meno Università ma un sistema di borse e case dello studente che aiuti i fuori sede sarebbe la vera primaria soluzione.
Da ultimo il problema del salario e del sostegno al ricercatore-docente. Una persona che inizia a dedicare se stesso all'insegnamento deve poter essere pagato in modo degno e, soprattutto, deve poter accedere facilmente alla ricerca con i finanziamenti adeguati necessari. Tutto questo in Italia non esiste più e per questo paghiamo la fuga dei migliori cervelli all'estero che ringrazia per tanta generosità a costo zero. E che vuol dire "paghiamo"?
La scuola nel suo insieme, per quanto noi paghiamo per utilizzarla, rappresenta un costo economico enorme per lo Stato. Quest'ultimo ne trarrà vantaggio sia nel disporre di cittadini preparati ed in grado di interagire positivamente per la crescita morale e civile dell'intero Paese sia nell'avere alla fine persone preparate che producono beni e servizi per il Paese. È un comportamento idiota dei governi il preparare cittadini a livelli anche di eccellenza e poi farli utilizzare da altri Paesi che li prendono rivendendo poi a noi i prodotti delle loro ricerche.
CONCLUDENDO
Stupisce il fatto che i commenti che ho letto, relativi a queste domande UE, commenti di persone anche in ottima fede, partano dall'esistente.
Non si ha il coraggio (spero non la capacità) di fare la rivoluzione copernicana che riporti i liberisti alle brutte figure che Galileo imponeva agli aristotelici. Insomma difendere la scuola pubblica ed i suoi valori per avere dei cittadini evoluti deve diventare il nostro imperativo categorico.
Non si può cedere al liberismo come se lo sfruttamento bestiale dell'uomo sull'uomo sia ineluttabile.
Non si deve entrare nei tecnicismi di importazione riferiti a scuole che hanno ben altre tradizioni. Per esperienza personale non empirica i nostri studenti della scuola pre-Berlinguer riuscivano bene ad inserirsi in ogni università e/o centro di ricerca negli USA, in Francia, in Germania, in Canada... divenendo in breve tempo dirigenti qualificati. Il viceversa non era (ora, dopo le cure destrutturanti iniziate da Berlinguer, non so più).
Chi ha avuto a che fare con studenti di High School britannici, americani e canadesi, sa bene che i loro livelli erano molto più bassi dei nostri studenti omologhi per età e classe di studio.
Luigi Olivieri de lavoce.info dice: “Il governo in questi anni non ha fatto altro che parlare di scarsa produttività dell’amministrazione pubblica, di costo troppo elevato dei dipendenti e del loro numero eccessivo. In Europa, per coerenza, si aspettano concrete riduzioni di questi indicatori. Come spiegare ora che era solo propaganda?” E che, aggiungo io, i pretesi esperti non sanno proprio cosa è scuola, cosa è intervenire su di essa, cosa sui suoi operatori?
Data questa situazione, se qualcuno mi chiedesse Che fare? non saprei rispondere. Mi sembra che noi si sia già al punto di non ritorno. Ci siamo persi un bene eccellente per le fregole di quattro cialtroni per non dire del cane. Risento ancora le parole del mio maestro Giorgio Salvini (1968): “Renzetti, per distruggere una scuola ci vuole pochissimo, per costruirla possono non bastare cento anni!”.
Roberto Renzetti