Il
sacco della Scuola
Il
sacco della scuola: un’«odissea del rancore»
Da
http://webtool.html.it/servizi2/forum/topic.asp?forumid=11510&messageid=253603
di Placido Cerchi
Un
istinto di morte incontrollabile si è impadronito da tempo della scuola
italiana e imperversa con sinistra disinvoltura sulle sue ultime spoglie.
Letteralmente sommersa dal calunnioso discredito che mondo politico e mass-media
le hanno gettato addosso, il suo stato è ormai terminale e sono assai deboli le
speranze di poterla in qualche modo rianimare.
(Editoriale anonimo, «Emergenza», 3, 1965).
Terribilmente
penetrante l’osservazione dell’anonimo, ma vagamente in linea anch’essa
col «calunnioso discredito» coltivato per anni da un esercito di detrattori.
Il giudizio, nelle sue valenze profetiche, si attaglia bene alle forme della
devastazione in corso, ma appare ingeneroso nei confronti di un ampio versante,
recente e meno recente, che il ministro Berlinguer e il suo staff hanno deciso
di cancellare per sempre. Se non accetto di collocare l’insieme sotto il segno
generalizzante di questo giudizio, è perché mi sembra necessario prendere le
distanze dall’irrelato atteggiamento negativo che politici e sacerdoti
dell’attualità hanno preso l’abitudine di assumere verso la scuola.
Distanze, in questo caso, più che motivate, dal momento che si tratta di un
atteggiamento in larga misura interpretabile come reazione genealogica o, se si
preferisce, come resa dei conti da parte di chi con la scuola ha spesso avuto
conti aperti, esperienze non idilliache e complessi di inferiorità. Dalle mie
parti, fino a ieri sera, gli homines autorevoli della comunità, a
genitori afflitti per l’inconcludenza di qualche figlio poco versato negli
studi, erano soliti suggerire come soluzione ottimale l’orientamento del
ragazzo verso la carriera politica o verso il giornalismo. Si trattava, a loro
avviso, della cosa più semplice e meno faticosa. Di fatto, è assai probabile
che il tardo dopoguerra nostrano abbia registrato fenomeni di intensa entropia
tra le forme della mortalità scolastica precoce e il crescente infittirsi della
microfauna politica. Ed è parte di questa microfauna anche l’orda di coloro
che, scatarrando inpunemente contro la più vituperata delle istituzioni, non
hanno mai perduto occasione per vomitare, dalla stampa, vecchi rancori e vecchi
nodi irrisolti. Non ho mai escluso che dietro ogni sassata alla scuola ci fosse
una bocciatura ripetuta o il ricordo di qualche pesante rampogna da parte
dell’anziano e autorevole professore. Mi guarderò bene, allora, dal
condividere con tutti questi carradores le forme di giudizio sottrattivo
suggerite da astio o da infantile spirito di rivalsa. Di piccinerie di questo
tipo, in effetti, la scuola va da tempo morendo.
Anche se oggi ce la ritroviamo tra le
mani come un’istituzione confusa e boccheggiante, non c’è dubbio che la
nostra scuola fosse fino agli anni sessanta una delle scuole più interessanti
del mondo. Eravamo eredi di un progetto educativo che aveva tutti i titoli per
poter aspirare alla «lunga durata», e ci siamo disfatti con imperdonabile
leggerezza dei suoi tratti più qualificanti. Sapevamo meglio di chiunque altro
che cosa volesse dire «formazione di base», e ci siamo ridotti a non sapere più
nulla. Difficile pensare a un’operazione dilapidatoria altrettanto spinta o a
un dominio dell’insipienza altrettanto inquietante. Nel tentativo di trovare
una metafora che restituisca adeguatamente l’incomprensibilità logica di
tutto questo, l’indignazione ha difficoltà a scegliere tra il furor
fondamentalista dell’iconoclastia e l’insana stultitia dello scempio
gratuito. Ma, meno agitato dell’indignazione, il pensiero sa bene che, al di là
di ogni possibile distinguo, solo una stultitia carica di furor può aver
prodotto interventi riformatori così devastanti.
Il piano Gentile, che è stato posto
al centro della maggior parte delle strategie contestative e riformatrici, non
era affatto quel prodotto ideologico di marca fascista di cui si è sempre
parlato, ma si configurava - sul piano didattico - come la risultante dei grandi
dibattiti teorico-pedagogici dell’età giolittiana e aveva alle spalle
l’idea di scuola che Gaetano Salvemini, Rodolfo Mondolfo e altri autorevoli
personaggi della cultura italiana dell’epoca erano venuti formulando. Aveva
alle spalle, cioè, una stagione di progettualità educativa e di messe a punto
programmatiche che possono essere considerate tra le più raffinate
dell’Occidente e tra le più mature di tutta la storia del pensiero
filosofico-pedagogico. Non a caso, in riferimento a quella stagione, Piero
Calamandrei, ricordando gli anni della sua formazione liceale, avrebbe più
tardi parlato della fortuna di essere cresciuto all’interno della scuola più
bella che si potesse pensare. Di quella esperienza, Gentile, accanto ai
personaggi citati, era stato protagonista di primo piano e sostenitore convinto.
Se non lo si include nella rosa dei padri fondatori, è solo perché
l’abitudine a legare il suo nome alla fase immediatamente successiva ha preso
il sopravvento sull’obbligo di rintracciare un po’ più a monte l’origine
dell’operazione che lo avrebbe consegnato alla storia come riformatore
scolastico.
In realtà, ben lontano dall’essere debitore della rozza ideologia statalista
circolante al tempo del suo varo, il piano da lui progettato era una sostanziale
ripresa di quel modo di pensare l’istruzione pubblica e potevano tutt’al più
essergli rimproverate le misure di prudenza semplificatoria che, in omaggio
all’esigenza di una scolarizzazione ancora più larga, il filosofo siciliano
si era sforzato di farvi valere. I soli tratti sicuramente fascisti della
formalizzazione organizzativa da esso imposta erano quelli riguardanti la
struttura gerarchico-burocratica dell’apparato istituzionale e la forte
centralizzazione statalistica dell’insieme: ma è curioso notare che, nello
smantellamento sistematico della sua impostazione, siano stati proprio questi, e
solo questi, i tratti lasciati sopravvivere. In nome di un esorcismo ideologico
che volevamo solenne e inflessibile, ci siamo stolidamente liberati delle cose
migliori, senza accorgerci che proprio le cose da esorcizzare ci restavano in
casa. Con l’aggravante che, in assenza delle condizioni che erano state in
grado di temperarli, gli aspetti non esorcizzati sarebbero diventati, in
seguito, un catalizzatore potente delle ideologie dell’Ut predicate dal
capitale e perentoriamente imposte dalle nuove strette concorrenziali del
plusvalore relativo.
Al confronto, il grande sogno
umanistico di Gentile e dei suoi predecessori laici si configurava come
l’esatto contrario dell’Ut : era la teorizzazione della conoscenza
come virtus e come presupposto di civiltà: non bandiva quell’otium
del pensiero che tutti i riformatori successivi avrebbero considerato
pernicioso, ma lo promuoveva come condizione ineliminabile della ricerca,
esaltando il carattere «disinteressato» di una paideia essenzialmente
finalizzata alla costruzione del cives e alla valorizzazione della sua humanitas.
Malgrado l’ampiezza del rilievo accordato ai paradigmi classicistici, colpisce
ancora oggi l’armoniosa organicità dell’insieme e l’equilibrato gioco di
temperamenti con cui il piano metteva a fuoco la sua idea di società civile. A
partire da un acutissimo senso della storia, onnipresente nell’articolazione
delle varie discipline, tutto sembrava essere pensato in funzione di un uomo
radiale, o di un’idea della persona che doveva poter esistere prima di ogni
determinazione segmentaria funzionale. E tutto convergeva verso quella soglia
formativa preliminare che agli antigentiliani degli anni più oscuri sembrerà
un inutile Umweg, pericolosamente passatista e costellato di
masturbatorie perdite di tempo. Perdite, s’intende, tanto più masturbatorie e
intimistiche quanto più sembravano potersi presentare come perdite riferibili a
un tempo ben altrimenti utilizzabile nella sfera della produzione immediata o
tra le pieghe del valore in processo.
Ma, felicemente indifferente a tutte
le ragioni dell’oggettività, il piano insisteva proprio sul bisogno di
decondizionare il sapere dalla perentorietà dell’immediatezza e dal ricatto
quotidiano delle richieste avanzate come urgenza vitale dalle nicchie
plurititolate del «sociale - medio - necessario». Puntava cioè sulla
costruzione di una mente più adatta a respirare nello spazio del concetto che
non a muoversi sul filo delle procedure operative del fare tecnico. Alle pieghe
formative riguardanti lo sviluppo di questo filo si sarebbe opportunamente
provveduto nelle fasi successive, quando lo stesso addestramento «professionale»
avrebbe potuto utilmente avvantaggiarsi delle aperture e delle capacità
logico-razionali messe in campo dalla palestra razioginnica della fase
preliminare.
E’ vero che il taglio
prevalentemente filologico - letterario del piano lasciava sopravvivere alcuni
vuoti cronici, o che l’enfasi del classicismo e dell’italianistica
mortificavano altre discipline, aprendo vuoti di nuovo tipo. In entrambi i
sensi, la marginalità sofferta, per esempio, dalle lingue straniere o da
discipline come la musica erano segno di un sacrificio che perpetuava certe
tradizionali esclusioni della nostra cultura, senza trovare compenso in
alternative che non portassero ulteriore acqua al mulino delle dominanze in
campo. Tuttavia è innegabile nel complesso l’efficacia della formula
educativa che il piano si sforzava di far valere e la qualità dei risultati che
ne conseguivano.
Se la cultura italiana del secondo dopoguerra è stata una cultura di grande
respiro, non lo si deve solo al singolare incontro che storicismo crociano,
marxismo e fenomenologia esistenzialistica realizzavano nel clima della passione
civile ingenerata dalla prospettiva della «ricostruzione», ma lo si deve in
gran parte anche a ciò che ha funzionato come condizione a priori di questo
incontro. In fondo, la formazione che gli intellettuali del momento avevano alle
spalle era quella della scuola gentiliana, così come di origine gentiliana era
la straordinaria capacità di cui essi davano prova, leggendo e pensando il
mondo sul registro delle categorie.
Eppure, l’analisi dei mezzi
didattici attraverso cui quella generazione si è formata è ricca di sorprese a
doppio taglio. Stupisce molto, per esempio, l’incredibile modestia dei testi
scolastici che non appartenessero al versante strettamente filologico e che
avessero a che fare con i momenti della formazione storica, storica in senso
lato e scientifica. Chiunque prenda tra le mani un manuale di storia o di
filosofia circolante a quell’epoca e lo confronti con qualche sintassi latina
più o meno accreditata, si accorgerà subito della differenza. Magri,
superficialissimi e oscenamente divulgativi, i primi; attenti, circostanziati e
senza ombre, i secondi. Il destino dei primi segna in maniera particolare, poi,
i manuali scientifici delle due o tre discipline di quel versante. Andate a
vedere, per esempio, un testo liceale di fisica o di chimica e confrontatelo con
una grammatica greca. Anche in questo caso il rapporto è così sconcertante da
rendere legittimo il sospetto che il compilatore del manuale scientifico non si
rivolga alla stessa fascia scolare a cui si sta rivolgendo il grecista. E non
parliamo, naturalmente, della miseria dei profili di storia letteraria. A parte
qualche classico che ancora ci seduce, tutto il resto è crocianesimo papillare
e di bassissima lega. Lo stesso Croce ne avrebbe provato estremo disgusto.
Ora, che cosa potrebbe voler dire
che, nonostante la modestia dei suoi sussidi didattici, la scuola gentiliana
abbia prodotto una intellettualità di alto livello? Come spiegare la qualità
di questi esiti, partendo da strumenti così discutibili? Per strano che possa
sembrare, proprio questo limite interno ci mette nelle condizioni di misurare
l’efficacia del progetto e la sua capacità di plasmazione. Malgrado la natura
assai impropria delle traduzioni portate avanti dalla coorte degli addetti ai
lavori che presumevano di aver capito il disegno intenzionale dell’insieme,
gli input messi in movimento da questo insieme hanno avuto il potere di
innescare processi profondi e transcrescenze esponenziali. Segno che, a dispetto
delle banalità messe in circolo dalle sue applicazioni immediate,
l’impostazione di quel progetto educativo riusciva a essere sovradeterminante
e autonomamente operativa. Anche a un basso regime di funzionamento, cioè,
riusciva a produrre effetti di incalcolabile portata.
Ma è inevitabile pensare che il
piano non avesse diretta responsabilità nella definizione qualitativa degli
strumenti destinati a renderlo operante. Anche se il fronte antigentiliano ha in
gran parte teorizzato il proprio antagonismo assumendo a termine polemico la
debole manualistica che ha imperversato nelle scuole, riesce difficile far
derivare quest’ultima dalle strategie pedagogiche consegnate al piano. Anzi,
si ha l’impressione che, nella sua essenza profonda e nelle sue potenzialità
più importanti, il piano sia rimasto inconsumato.
Come vedremo un po’ più avanti però,
proprio nel corso della bufera destinata a travolgerla, l’impostazione
gentiliana, incontrando le sintonie che le erano venute meno, avrebbe trovato
l’opportunità di dare il meglio di se stessa e di produrre saggi esemplari
della sua efficienza formativa. Chi ha avuto esperienza di quella fase ne
avrebbe parlato in seguito come di un paradigma e avrebbe ripetuto sul suo conto
le osservazioni piene di rimpianto che Calamandrei aveva fatto molto tempo prima
riferendosi alla scuola statale da lui frequentata in età giolittiana. Si
sarebbe trattato, purtroppo, di un’esperienza limitata a una stagione molto
breve e già segnata sul nascere dalla provvisorietà che caratterizza tutte le
situazioni avvertite come transitorie. La forza inerziale del movimento
riformatore già avviato, ci avrebbe lasciato solo il tempo di capire, con molto
rammarico, di quale strumento educativo e di quale patrimonio il furor
reformandi della Pubblica Istruzione si andava disfacendo.
Ma torniamo sui nostri passi,
cercando di fermare lo sguardo sul paesaggio delle reazioni antigentiliane a cui
si riferisce l’articolo di «Emergenza» del ‘65. Ciò che risultava
profetico rispetto a un futuro ancora poco visibile, traeva argomento,
nell’immediato, dal malumore che cominciava a montare nei confronti
dell’istituzione.
Naturalmente, per quanto in anticipo
sui tempi (sui tempi ben altrimenti caldi di qualche anno dopo), l’istinto di
morte di cui parla l’anonimo editorialista non era fantomatico. E neppure
improvviso. A monte, era l’istinto di morte che si era venuto ingenerando
nella sazietà devalorizzante del «miracolo economico» e nell’incapacità di
percepire il senso di questa devalorizzazione; a valle, era l’istinto di morte
che spingeva la società a disfarsi delle resistenze che avrebbero potuto ancora
proteggerla dalla forza dell’apparenza immediata. Nell’uno e nell’altro
caso, la scuola scontava il privilegio di poter essere considerata come la «cattiva
coscienza» che sbarrava il passo al dominio incondizionato dell’assoluto
presente o che aveva comunque il potere di creare ostacoli alle ideologie
imbonitorie del dio Ut. Essa poteva essere tollerata solo se avesse
accettato di partire dagli imperativi dell’esistenzialità di base individuati
come i soli che veramente contassero, e se avesse rinunciato almeno in parte
alle coerenze statutarie della propria vocazione di vestale della memoria
collettiva. Di fatto, è sotto la pulsione di questo istinto che avrebbe
cominciato a nascere quell’interventismo riformatore destinato a non lasciare
più in pace l’istituzione e a dar luogo alle sindromi variamente titolate
della patologia iatroindotta che dovrebbe costituire il vero oggetto di tutti i
discorsi in negativo sulla scuola.
A farne le spese, già da subito,
furono gli aspetti considerati più «in-utili» (si pensi alla graduale ma
progressiva abolizione del latino nella scuola media della prima fascia), nonché
le connotazioni tipologiche più esplicite quando si trattava di scuole a forte
caratterizzazione classico-umanistica (e si pensi al drastico accorciamento
delle distanze che riuscivano a far essere decisamente «classico» il liceo
classico e decisamente «scientifico» il liceo scientifico). E’
significativo, in tal senso, che gli spazi orari dedicati alla formazione
culturale di orientamento storico, storico - filosofico e storico - letterario
abbiano cominciato a essere sensibilmente ridotti a vantaggio delle discipline
scientifiche o a vantaggio delle lingue straniere. Naturalmente, non ci sarebbe
stato nulla da eccepire, se, accanto alla sua evidente opportunità, la cosa non
avesse avuto anche la valenza sintomatica di un primo segno e non fosse apparsa
avvisaglia di ciò che da lì a poco si sarebbe manifestato come patologia
conclamata.
Tutto questo, però, è ancora
preistoria. E’ solo la piccola fronda di un drappello di pedagogisti invaghiti
dei modelli americani. Ed è nulla rispetto all’impennata esponenziale che la
velocità del processo degenerativo avrebbe da lì a poco registrato.
Nell’esplosione vera e propria di questa patologia, molto di più del
serpeggiante istinto di morte messo in circolo dalle perdite di senso, avrebbe
contato il fronte delle chiamate in causa dirette che la rivolta studentesca
della fine degli anni sessanta stava per fare. Per tutti i detrattori annidati
nei pori del potere, sarebbe stata l’occasione attesa. Per le masse
studentesche che hanno avuto l’utopistica ingenuità di identificarsi nel
movimento, si sarebbe rivelata, alla lunga, un’occasione mancata.
Comunque la si voglia leggere, la
differenza tra le due fasi è a tal punto alta che non è una forzatura
prospettica affermare che, nelle sue forme più significative tutto o quasi
tutto, della patologia in questione, abbia avuto inizio trent’anni fa. Quando
la generazione che oggi comincia a chiudere i conti era ancora tra i banchi
dell’università e andava prendendo coscienza della marginalità a cui era
destinata. O che per lo meno sia cominciato allora il principio della fine. La
curva di accelerazione della caduta verticale che ci ha portati all’attuale exitus.
In effetti, non si potrebbe parlare
dello stato comatoso in cui versa oggi la scuola, senza risalire alla «rivoluzione
culturale» del ‘68 e agli effetti disastrosi che il suo accanimento
terapeutico ha determinato. Dopo trent’anni di gioco al massacro, il senso di
certe dinamiche è diventato più leggibile e si offre con maggior trasparenza
alla curiosità stuporosa di chi cerchi di capire le ragioni di tanto scelus.
Il ‘68 aveva molte anime, ma ha
vinto la peggiore. Era situazionista, francofortese, marcusiano, ma ha finito
col dare ascolto ai progetti positivisticamente più promettenti. Sognava
l’impossibile, ma si è consegnato alla storia con l’anima che gli
osservatori meno coinvolti giudicavano la più aderente alle logiche oggettive
di quella fase. Aveva molta fantasia, ma ha finito col far piombare nel deserto
dell’identico la maggior parte delle differenze in campo. Aveva grande
passione rivoluzionaria, ma ha fatto scadere l’ulteriorità a un livello di
eteronomia molto più spinto di quello che si era proposto di combattere. Voleva
libertà, e si è infeudato nel modo più vergognoso alle forme
neocapitalistiche del dominio. Voleva una scuola diversa, e ha prodotto la
peggiore delle scuole possibili...
E’ doloroso ammetterlo, ma la
scuola che ci troviamo sotto gli occhi è la creatura più diretta di tutti quei
«ma». E delle dissacrazioni che gli aspetti sessantotteschi sistematicamente
traditi da questi «ma» erano riusciti a compiere sugli aspetti più
mummificati del suo passato. Sradicata dai suoi entroterra profondi e data in
balìa a un esercito di riformatori improvvisati, era più o meno scontato che
dovesse diventare una cosa radicalmente altra da ciò che era stata e da quello
che avevano sognato gli stessi contestatori. Era scontato che dovesse diventare,
cioè, questo incredibile pasticcio che non piace a nessuno.
Anche se occorrerebbe qualche
mediazione per rendere sufficientemente espliciti i rapporti che riconducono il
suo dramma alle dinamiche destrutturanti innescate dal ‘68, è di per sé
evidente che la libido reformandi di tutta la pubblica istruzione
posteriore a quella data abbia sempre tenuto presenti le istanze demagogicamente
più ambigue prodotte dal regime assembleare del movimento. Come cominciarono a
dimostrare da subito i famigerati «decreti delegati», che trasformavano in una
forma di controllo sociale il desiderio di autogestione e di rivolta
antiautoritaria delle masse studentesche. In sostanza, la somma dei tradimenti
che il ‘68 ha consumato su se stesso si ritrova senza scarti nella somma delle
caratteristiche negative di cui la scuola si è venuta caricando lungo i decenni
successivi. Anzi, l’equivalenza tra le due somme è così forte da far
apparire oggi come errore imperdonabile persino le istanze, peraltro legittime,
che i contestatori della prima ora erano andati opponendo a un’istituzione
tradizionalmente classista e verticalmente selettiva. Su questo nodo, però, il
discorso deve almeno considerare lo scarto che passa tra la progettualità
eversiva delle anime «alte» del movimento e la realpolitik della sua
anima peggiore. In assenza di tale distinzione, infatti, non si capirebbero
abbastanza le ragioni per le quali a trionfare dappertutto, e in modo
particolare nella scuola, sia stata proprio la parte più opportunistica, la
parte meno disposta a sintonizzarsi con le tesi del «maggio francese» o ad
accordare spazio all’«immaginazione». Ma non si capirebbe neppure che, al di
là del crinale segnato dalle differenze di natura teorica, lo scarto ha avuto
un suo importante punto d’origine nelle astuzie traduttorie con cui l’ordine
dell’esistente è riuscito a modificare il senso fondamentale del movimento.
Dai caporali della pubblica istruzione ai riformatori più zelanti, tutti hanno
cercato di non perdere di vista i proclami di eversione lanciati allora, nel
tentativo - sapientemente calcolato - di delegittimare le anime più
incandescenti e di farne apparire poco rappresentative le istanze. La tattica
del potere, anche in questo caso, è stata ovviamente quella di sempre:
cavalcare la rivolta in atto per convogliarla verso sponde interlocutorie e
spazi di controllo che consentissero la graduale trasformazione del conflitto
nel klimax dei possibilismi dilemmatici, dei patteggiamenti sub
condicione, degli accordi. Senza precludere l’ipotesi di qualche
strategica fuga in avanti.
Né appare eccessivo ritenere che un
adeguato corteggiamento delle leadership, in quella congiuntura, abbia
contribuito a fruttare complicità più o meno esplicite e compromessi duraturi.
Che cosa potrebbe mai voler dire il fatto che i «rivoluzionari» di allora
siano diventati i «baroni» di oggi e che i mali di cui soffriamo ci vengano
perlopiù inferti dalla «ragione cinica» di quanti, tra le maglie della res
publica, hanno saputo tradurre le incertezze di quel momento in una salda
identificazione con l’esistente?
In tutti i casi, non c’è dubbio
che, nei suoi esiti oggettivi, quella «rivoluzione» si sia a poco a poco
trasformata nel suo contrario e abbia finito col dare man forte ai processi di
destrutturazione della scuola voluti dal capitale. In questo senso, il drastico
giudizio di Pasolini sul ‘68 era più fondato di quanto la sua forma non
consentisse di ammettere.
Ma veniamo all’aspetto del discorso
che ci preme di più. Scegliendo, per brevità, di intrattenerci soltanto su
alcuni punti nevralgici e cominciando col chiederci da quale punto di vista
abbiano pesato negativamente sulle sorti della scuola i «ma» dell’infausta
cerniera che ha reso altre da sé le istanze originarie del movimento.
Un dato estremamente rivelatore della
qualità aggressiva e desublimante della rivolta era, come si sa, quello
relativo alla richiesta di una formazione che mettesse in causa il carattere
astratto-elitario del vecchio umanesimo e accordasse ampi spazi al bisogno di «conoscenza
reale». Formula non meno pregnante di quella che parlava di «immaginazione al
potere» (anche se di segno apparentemente contrario), la «conoscenza reale»,
come tesi ottativa, era un nodo che si prestava molto a essere interpretato in
maniera diversa e secondo accezioni di senso nettamente divergenti. Per i
realisti più realisti del re, rendere «reale» la «conoscenza» voleva dire
quasi esclusivamente agganciarla alla sfera dei bisogni pratico - materiali
della vita produttiva e finalizzarla in termini operativi alle dinamiche
economiche dei processi di valorizzazione. Per i contestatori che leggevano
Debord e Marcuse, invece, il bisogno di nutrire la conoscenza di contenuti più
«reali» andava in una direzione decisamente oltrepassante rispetto agli
orizzonti della società organizzata (la Gemeinschaft di weberiana
memoria) e doveva cercare le sue risposte più vere nel terreno di una
sistematica demistificazione delle forme di falsa coscienza mediate dalle
istituzioni dell’istruzione pubblica. Detto in altre parole, per i primi la
questione capitale era quella relativa alla necessità di rendere funzionali le
strategie della formazione mediante il sistematico rigetto delle oziosità
veicolate dalla paideia tradizionale; per i secondi, al contrario,la
questione di fondo era quella di creare più conoscenza passando per orizzonti
del sapere che non risultassero condizionati dall’angustia ideologica del
sociocentrismo dominante. L’ovvio corollario, in termini differenziali, era
che, da una parte, la conoscenza avrebbe voluto e dovuto trasformarsi in uno
strumento di integrazione consapevolmente teso non a rovesciare l’esistente ma
a padroneggiarne con adeguata efficienza i linguaggi; dall’altra, avrebbe
voluto e dovuto farsi promotrice di autocoscienza sociale, con l’implicito
incremento dei potenziali antagonistici coassiali a una soggettività storica da
tempo emarginata. E’ evidente che, se nel primo caso il problema diventava
soprattutto quello di riuscire a dare risposte adeguate al bisogno di saltare
sul treno della produzione al momento giusto e di avere tutte le carte in regola
per non essere costretti alla «vergogna prometeica» di cui aveva parlato
qualche pensatore, nel secondo caso il problema più importante era quello di
cercare alternative che consentissero il superamento del modello di esistenza
instaurato dalla colonizzazione capitalistica della vita e che restituissero a
un progetto umano le possibilità di sviluppo accumulate dall’Occidente. Non
per nulla, da parte di questa componente, la sistematica messa in causa del
nostro eurocentrismo e l’insistente relazionarsi politico-teorico con i
movimenti di emancipazione operanti su altre latitudini.
Ad andarne di mezzo, come è facile
vedere, era l’idea tradizionale di cultura. In entrambi i casi, venivano messi
in crisi i suoi fondamenti archeoclassisti (vale a dire le connotazioni
elitario-aristocratiche che la stessa borghesia riteneva ormai intollerabili),
e, in entrambi i casi, se ne contestava senza mezzi termini l’angustia. Ma era
poi vistosa la differenza di segno relativa alla qualità delle alternative che
le venivano rispettivamente contrapposte.
Si consideri, per esempio, la
ridefinizione dell’idea di cultura postulata dalle anime vincenti del
movimento. Mosse da idiosincrasia profonda per tutti gli aspetti del sapere che
non avessero una sicura e immediata ricaduta nella sfera della quotidianità
pratico-esistenziale, queste componenti hanno portato agli estremi la
dissacrazione delle valenze culturali meno organizzabili con le accezioni
correnti del valore d’uso. Il loro obbiettivo di fondo era quello di
ricondurre il sapere ai livelli del «lavoro-medio-sociale-necessario», al fine
di farlo fruttificare secondo le più aggiornate esigenze degli uffici di
collocamento e le forme di domanda-offerta dominanti nel terreno delle
produzione immediata
Di ben altro orientamento,
invece, era l’idea di cultura messa a punto dai primi. A guardar bene, la
forte tematizzazione del momento - qualità portata avanti da questa componente
del movimento non stravolgeva radicitus l’accezione di cultura contro
cui si rivoltava. Anzi, nel momento stesso in cui aggrediva come inaccettabile
la modestia dei suoi saperi (soprattutto di quelli che erano intristiti nella
pratica sclerotizzante della routine scolastica), essa si guardava bene
dall’immiserirne ulteriormente (e in senso borghese) le vocazioni. Il
trattamento prescritto era sicuramente molto energico, ma non di tipo marziale.
Allo sterile culto di un umanesimo ancora pensato in termini esclusivamente
retorico - filologici si proponeva di sostituire un umanesimo dialetticamente
rivitalizzato dall’apporto delle discipline che più avevano contribuito a
modificare l’orizzonte epistemico delle scienze umane. Economia (e qui Marx
non era ancora andato in soffitta), antropologia, sociologia si presentavano
come le discipline-guida, gli strumenti-base per ampi e più fecondi
riattraversamenti dello stesso passato e per un’attenta problematizzazione del
presente. Ma altre discipline, come la psicoanalisi, la linguistica generale e
le sue numerose diramazioni nel campo delle varie forme di comunicazione, e in
particolare verso la forma considerata più insidiosa (quella, per esempio, dei
linguaggi massmediatici), entravano nel novero degli arricchimenti di cui stiamo
parlando. Ed entravano naturalmente come saperi destinati a introdurre chiavi
critiche e soglie di autocoscienza più profonde, anziché come saperi puramente
addizionali e destinati solo ad accrescere il cumulo delle nozioni. In sostanza,
alla crisi di un certo modello di cultura si cercava di rispondere con un di più
di cultura. E se le nuove discipline, per la loro genesi storica, non avessero
comportato la messa in causa frontale delle tradizionali egemonie, nulla avrebbe
impedito di pensare che le anime più «alte» del ‘68 avessero molte cose in
comune col modello di cultura che contestavano, a cominciare dalla condivisione
di un’idea del sapere come valore non patteggiato con le istanze dell’«utile».
A ben vedere, si spiega soprattutto con questa convergenza quel balzo in avanti
qualitativo incontrato dalla scuola e dai suoi programmi nel corso di una fase
transitoria che resterà memorabile, malgrado le complicazioni provocate dal
demagogismo sfrenato dei suoi riformatori.
Purtroppo, come si diceva, la realtà
qualitativa di questo balzo in avanti ha avuto una storia breve e
progressivamente funestata dallo stato marasmatico dell’istituzione. A
confonderne i contorni hanno contribuito, a livelli diversi, il regime
confusionario di tutte le forme di intervento ministeriale, la coscienza
repressiva esercitata sulle masse studentesche dagli slogan vincenti a livello
assembleare, l’opinione pubblica pilotata dai mass-media, le tonnellate
di «calunnioso discredito» rovesciato sulla scuola da tutti gli osservatori di
turno. Per non parlare degli effetti regressivi provocati tra gli studenti dalla
crescente disaffezione nei confronti del valore - cultura e nei confronti di una
docenza sempre più mortificata e depressa. Perché meravigliarsi del fatto che,
nella risacca delle dialettiche in campo, la nicchia delle cose preziose possa
essere diventata invisibile o apparire inessenziale? O che nessuno si sia
accorto della resistenza che un certo nucleo di situazioni veniva opponendo a
questo tragico divenire? Nella tumultuosa apparenza del disordine, del caos
dilagante, della devalorizzazione catastrofica del tutto, proprio l’aspetto
che avrebbe potuto ancora parlare di possibilità feconde passava per essere, a
fortiori, momento perdente e privo di futuro. Era perciò scontato che in
questa stessa risacca finisse con l’essere consumato, passo dietro passo, il
sacrificio dell’anima utopistica del movimento e che, a vantaggio della
progressiva affermazione dell’anima opportunistica, si cancellassero le tracce
di quella congiuntura, ricordata in seguito solo come una fase di insostenibile
transizione.
Per capire, a distanza di qualche
decennio, quale fosse la scuola di quel momento e che cosa avrebbe potuto essere
una scuola che si fosse preoccupata di perpetuarne l’esperienza, torna molto
vantaggioso non trascurare il valore testimoniale di uno degli aspetti più
eloquenti dell’apparato-istruzione. Anche in questo caso - come nel caso della
scuola gentiliana -, l’editoria scolastica è un indizio importante
dell’idea che i vertici istituzionali si facevano intorno al tipo di domanda
culturale proveniente dalla base. Con la differenza, però, che, rispetto alla
natura verticistica (ma adulterante e maldestramente mediatrice) dell’editoria
gentiliana, il carattere dell’editoria in questione si presentava come il
risultato di una spinta dal basso. Come una sorta di inevitabile accettazione
delle istanze formulate dalla parte più preparata e più consapevole del
movimento.
La forte domanda di un di più di
cultura si coniugava, in quel momento, con le persistenze strutturali della
scuola gentiliana e produceva effetti che si presentano oggi come una felice
rettifica delle insufficienze che avevano costituito un limite vistoso di quel
modello. Nascevano proposte manualistiche di impareggiabile valore e addirittura
si annullavano, da questo punto di vista, le distanze tra scuola media superiore
e università. Chiunque sia passato, negli ultimi anni, attraverso i curricula
di qualche facoltà umanistica, sa bene fino a che punto i manuali della fase
liceale abbiano continuato a essere il riferimento di base di numerose
discipline. Dalla storia alla letteratura italiana, dalla filosofia alla
letteratura greca, dalla storia dell’arte alla letteratura latina, una linea
di continuità senza soluzione accompagnava lo studente lungo il passaggio dalla
media superiore alla facoltà di approdo, facendolo navigare su orizzonti del
tutto familiari e privi di incognite (salvo quelle degli arricchimenti
monografici dei singoli corsi). Ma persino discipline non presenti al liceo
(come l’antropologia e la psicologia) trovavano sostanziali anticipazioni in
alcune antologie di «cultura generale», che venivano pensate e utilizzate come
complemento dialettizzante delle varie discipline.
E il discorso non resta circoscritto
solo ai testi che erano in auge, allora, tra le discipline del versante
umanistico. Se si prendono in considerazione i manuali di chimica o di fisica,
lascia senza fiato la ricchezza della trattazione e l’articolato dispiegarsi
della materia. Laddove le nozioni di chimica fornite allo studente liceale della
mia generazione si erano limitate a essere una banale esposizione dei fondamenti
più elementari, le conoscenze proposte dai nuovi manuali si spingevano così
avanti da consentire al discente di avventurarsi senza imbarazzo tra le pieghe
dei calcoli più sofisticati e di ricavarsi, per esempio, la formula di
struttura del primo farmaco che gli fosse capitato tra le mani...
L’aggiornamento dei programmi
curricolari sulla base degli ultimi sviluppi della ricerca si imponeva come un
obbligo che nessun compilatore avrebbe potuto permettersi il lusso di non
osservare, e, se si escludono le situazioni del privato confessionale ancora
attaccate alla produzione delle editrici vaticane più conservatrici, nessun
docente avrebbe considerato degno di attenzione un testo che non risultasse in
sintonia con gli orientamenti più recenti.
Sotto la spinta di esigenze non più
ritrattabili, l’eredità di questo forte incremento qualitativo si è
perpetuata anche nei tempi successivi, dando luogo a quella riorganizzazione
interdisciplinare dei saperi che ha esercitato molto peso sull’editoria
scolastica arrivata fino a noi. Si tratta forse della sola traccia sopravvissuta
allo stravolgimento di senso che ha cancellato l’impostazione formativa
abbozzata da quella ventata rigeneratrice. Non è molto, ma è quanto basta per
capire che natura avesse la risultante dell’incontro tra la vecchia struttura
gentiliana e l’anima «alta» del movimento che la contestava. Per capire, cioè,
fino a che punto, col portare a compimento l’inconsumata intenzionalità del
piano gentiliano e col compensarne le insufficienze, questa risultante potesse
rappresentare la via d’uscita desiderata e una possibile ripresa-rilancio
delle cose che non ci eravamo ancora stancati di apprezzare.
Certo, le riserve di chi parla, a
questo proposito, del rischio pedagogico di un eccesso non mancano di legittimità
e sono riserve che andrebbero considerate in relazione al possibile sfasamento
del rapporto domanda-offerta o in relazione alla non calibrata qualità delle
risposte che sarebbe stato necessario calcolare di volta in volta in rapporto
alla specifica età scolare dei destinatari. Ma si tratta in tutti i casi di
riserve che la dicono lunga sulla sostanziale infondatezza degli argomenti messi
in campo dai detrattori che insistono sul basso livello della nostra didattica.
Da un collega francese a cui avevo regalato i primi due volumi del corso di
storia di Bontempelli e Bruni (Il senso della storia antica, della
Trevisini) - si trattava di Jacques Camatte, direttore di Invariance, una
delle più prestigiose riviste della stagione sessantottesca -, mi sentii
chiedere se fosse quello il miglior trattato di storia antica circolante nelle
nostre università, e ricordo ancora il suo êtonnement quando gli
risposi che si trattava solo di un manuale destinato ai ragazzi del ginnasio. A
suo parere, nella scuola francese non esisteva nulla che potesse reggere il
confronto con libri di questo livello. Ma è legittimo pensare che in
nessun’altra scuola del mondo, e tanto meno in quelle assunte a modello dai
nostri riformatori, esistesse qualcosa di equivalente ai libri-guida che
destinavamo ai nostri studenti.
Che dire, a questo punto? So bene che
parlare di testi, e solo di testi, non basta. E che la realtà della scuola
oltrepassa di molto la manciata di libri che lo studente può essersi trovato
tra le mani. So che quei libri sono rimasti spesso intonsi e che non c’è un
reale rapporto tra il dover - essere delle loro ipotesi e l’essere effettuale
della vita scolastica sperimentata dalle masse studentesche. So che, per una
serie incalcolabile di ragioni, il libro è diventato inessenziale nella storia
della maggior parte dei discenti e che il suo prestigio, accanto a quello del
docente, ha smesso da tempo di funzionare come riferimento.
Ma, in ultima analisi, proprio di
questo, o comunque anche di questo, si tratta. Perché la prima conseguenza
dello sfascio ingenerato dalle rimanipolazioni profonde dell’apparato-scuola
è stato lo scollamento che si è venuto a creare tra le finalità formative
dell’istituzione e le strategie pubbliche del suo uso reale. Non c’è
dubbio, infatti, che l’aspetto patologicamente più rilevante dell’insieme
sia la paralisi provocata dalla sistematica erosione degli spazi didattici e la
crescente difficoltà, per il docente, di far valere in modo adeguato la qualità
dell’offerta culturale veicolata da quei libri.
Dimenticata nei testi, ma
onnipresente tra le pieghe quotidiane della vita scolastica e nell’orizzonte
di attesa dell’«utenza», l’anima funzionalistica del movimento ha lavorato
ai fianchi il corpo dell’istituzione, esercitando la sua deprimente regìa sul
paesaggio visibile della praxis. Dalle parole d’ordine assembleari alle
concessioni graduali del riformatore, tutto ha cominciato a obbedire alle
logiche di uno sviluppo trasformatore che intendeva ridurre al minimo gli spazi
della cultura e che esaltava per contrasto i momenti pseudodidattici
dell’esercizio critico sul nulla. E tutto, convergendo su queste logiche, ha
finito col far apparire inattuali e passatisti i propositi caldeggiati
dall’altra anima.
A questo punto, naturalmente, non può
sorprendere che persino il discorso riguardante quei meravigliosi libri cominci
a esigere tempi coniugati al passato e che gli insegnanti si trovino costretti a
spremere i distributori per poter continuare a lavorare sulle edizioni
originarie dei testi a cui erano affezionati. Dal «progetto Brocca» in giù,
anche i testi migliori hanno dovuto sottoporsi alle forbici della chirurgia
funzionalistica e spogliarsi proprio delle cose che rendevano affascinante e
profondo il loro taglio.
Per avere un’idea di come la
mitologia democraticistica della lectio facilior sia diventata il
criterio decisivo di ogni intervento riformatore, si pensi alla prima riforma
degli esami di maturità, alle irruzioni della famiglia nella vita
dell’istituzione, al potere ricattatorio derivante dalla possibilità, da
parte dello studente, di ricorrere ai cosìdetti organismi rappresentativi; ma
si pensi soprattutto alla formalizzazione giuridica di una prassi facilitante
adottata da tempo a vari livelli e sostenuta per anni dalle autorità
scolastiche periferiche. E’ il caso, per esempio, delle norme che hanno
portato gradualmente all’abolizione degli esami di riparazione o di quelle che
hanno finito col sancire come legge dello Stato la «carta dei diritti dello
studente», sintesi assai confusa delle istanze protestatarie messe in onda
dalle frange meno consapevoli del ‘68 e riprese senza contesto dalle
generazioni successive: si tratta di norme che ridefiniscono come salute
dell’istituzione le sue evidenze patologiche e che contribuiscono a rendere
ancora più gravi le già difficili condizioni del lavoro didattico. In
sostanza, sotto il peso di una ridda di misure contraddittorie e prive di senso,
la fisionomia della scuola è andata progressivamente perdendo le
caratteristiche che la rendevano particolarmente interessante e che avrebbero
potuto farla diventare l’esatto contrario di quella brutta cosa su cui si è
accanito il «calunnioso discredito» degli osservatori.
Ma buttare con l’acqua sporca anche
il bambino, come sottolinea Wiesengrund Adorno, non è solo segno di cecità
avanzata. E’ anche segno di colpevole insipienza. Se non, addirittura, di
criminosa malafede. Nel nostro caso, non esiterei a parlare, senza troppe
distinzioni, di cecità avanzata, di colpevole insipienza e di criminosa
malafede. Da una parte il bambino è tout-court l’acqua sporca che lo
avvolge, dall’altra l’acqua sporca è tout-court l’insieme che va
buttato. La necessità della seconda fase non ha più bisogno di interrogarsi
sulla liceità della prima, e funziona come presupposto liberatorio rispetto
alle inquietudini che potrebbero nascere dall’exitus assai sgradevole
dell’intera manovra.
Di fatto, la cosa che suscita molta
indignazione, in questo trionfo della miopia insipiente e criminosa, è il
trattare come patrimonio genetico della scuola l’immane caos provocato dagli
annaspamenti irrelativi e scoordinati dei suoi riformatori. O il non accorgersi
che il male cronico dell’istituzione è il risultato delle misure terapeutiche
a cui è stata sottoposta. Se poi si pensa che si tratta di misure
sostanzialmente derivate dai modelli della scuola americana, l’indignazione
viene meno e cede il passo a un senso di pena infinito. Il senso di pena che si
avverte quando ci si rende conto della distanza che passa tra l’urlo che ci
soffoca e la sordità contro cui vorremmo scagliarlo.