FISICA/MENTE

 

CONTINUA IL DIBATTITO SUL 3 +2

di ANDU (associazione Nazionale Docenti Universitari)

 

 

Cari amici dell'Andu,


vi sarei grato se poteste diffondere, come mio contributo al dibattito sul "3+2", il testo integrale dellla lettera che ho inviato a Repubblica e che e' stata pubblicata da Repubblica il 30 giugno dimezzandone la lunghezza, con inevitabile forzatura del senso.
Nonostante la distanza delle nostre posizioni, soprattutto sull'autonomia universitaria e sul "3+2", desidero esprimere l'apprezzamento all'ANDU per il dibattito che meritoriamente tenete aperto e per l'attivita' informativa che svolgete, nello sconfortante panorama di disinformazione e disinteresse sui problemi dell'universita' italiana.
Riproduco il testo qui di seguito.
Grazie. Cari saluti.
Luciano Guerzoni

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Riforma universitaria: attuata o stravolta ?

Luciano Guerzoni
Sottosegretario all’universita' dal 1996 al 2001

Avendo non marginalmente condiviso con i ministri Berlinguer e Zecchino l’ideazione e il varo della riforma universitaria, vorrei proporre alcune domande.

1) Si ha memoria dello stato dell’universita' italiana nei decenni ’70 e ‘80 ? Basti, per chi avesse rimpianti, la rilettura dell’insuperato saggio di Raffaele Simone, dall’eloquente titolo L’universita' dei tre tradimenti (Laterza, 1993). Giusta o sbagliata, la riforma muoveva da quello stato delle cose e a quello va riferita.

2) L’innovazione del 1999-2001 ha sostituito le lauree a ciclo unico con un’articolazione degli studi universitari su tre livelli tra loro consecutivi (laurea, laurea specialistica o magistrale, dottorato di ricerca). Questo impianto, collaudato in altri sistemi universitari, e' stato politicamente assunto dal 1999, con il c.d. «Processo di Bologna», da ben 45 paesi europei. Possibile che, per l’Italia, il mutamento dell’architettura dei corsi di studio sia la causa dell’asserito disastro ? Possibile che l’intera Europa voglia incorrere in questo disastro ?

3) Obiettivo essenziale della riforma era riconoscere, dopo l’autonomia statutaria e budgetaria, l’autonomia didattica degli atenei. Come mai, muovendo da questo assunto, si e' giunti al profluvio dell’immane minutaglia burocratica dei decreti attuativi? A causa del dirigismo ministeriale o dello scatenamento delle corporazioni accademiche alla ricerca ciascuna del riconoscimento, nei nuovi corsi di studio, comunque e dovunque, di uno spazio garantito per decreto alla propria disciplina? All’atto della riforma nacquero associazioni disciplinari di docenti con questo specifico scopo.

4) I famigerati “crediti formativi universitari” furono voluti, come in tutta Europa (sulla base del modello ECTS), quale criterio di misura dell’impegno richiesto allo studente per le diverse attivita' formative e quale mezzo per favorire la mobilita' degli studenti nelle universita' italiane ed europee. Chi li ha stravolti in paradigma del prestigio del docente, del suo potere accademico e del peso della sua disciplina, parcellizzando insegnamenti, saperi ed esami in nome di una logica spartitoria incompatibile con qualsivoglia obiettivo formativo? Chi ne ha fatto una ragnatela inestricabile per lo studente e una barriera alla mobilita' studentesca?

5) Nel regolamento istitutivo della riforma (il decreto 509 del 1999) non ricorrono una sola volta parole come “modulo”, “professionalizzazione” e le tante altre utilizzate per giustificare un’insensata e dequalificante organizzazione dei corsi di studio. A cosa sono dunque dovute la modularizzazione e la proliferazione dei corsi?

6) A chi giova una condanna indiscriminata dell’universita', sulla base di una casistica certo diffusa ed eclatante, che nondimeno ignora i non pochi atenei e le non poche aree disciplinari in cui, grazie all’impegno di tanti docenti e a un’attuazione coerente della riforma, si fa una didattica di qualita' nell’inedito contesto di un’universita' cui accede ormai oltre il 50 per cento dei nostri giovani?

7) Come se ne puo' uscire? Anche per l’universita' il problema e' di regole, di etica e di costume. Un’autonomia senza regole incentiva l’irresponsabilita' di un sistema totalmente autoreferenziale. Definire livelli essenziali di qualita' inderogabili, pena il finanziamento pubblico. Un sistema di valutazione rigoroso e premiante, in capo ad un’Autorita' indipendente (non ad un’agenzia ministeriale). Un’autonomia vera degli atenei, senza piu' tutele, ne' paracaduti. E’ il debito della politica verso l’universita', prima e ancor più dei finanziamenti.


Diffondiamo un intervento sul "3 + 2" di Cosimo Perrotta, dell'Universita'
del Salento, che fa riferimento alla lettera di Luciano Guerzoni pubblicata
parzialmente su Repubblica e diffusa integralmente dall'ANDU.


Da Cosimo Perrotta sul "3 + 2":

"Cari amici,
seguo con interesse i vostri interventi, e quelli di altri che riportate.
Come presidente di un Corso di studi, posso fare qualche commento
all'ultimo intervento, di Guerzoni? I motivi per cui si avvio' la riforma
erano sacrosanti. E le critiche alla Piero Citati non hanno senso.
Rimpiangono solo un'universita' di elite, che invece di mettere barriere
all'ingresso preferiva disperdere in itinere la maggior parte del capitale
umano; con costi economici, sociali ed esistenziali enormi. Ma il vero
problema non e' se la riforma era opportuna; bensi' se e' stata organizzata
bene. Qui le carenze sono state tali e tante che stanno allontanando
persino i piu' accaniti difensori della riforma.
Ad esempio, come si fa ad incoraggiare la mobilita' degli studenti se non
si e' nemmeno stabilita una base di misura comune per il calcolo dei
crediti? Nel mio CdS 30 ore di lezione frontale equivalgono a 4 crediti; ma
nel CdS accanto al mio (non quindi di un altro ateneo; ne' di un'altra
Facolta') valgono 5 crediti.
Per di piu' una  malintesa autonomia, tutta ideologica, ha permesso di
cambiare a piacimento i nomi delle materie, i programmi d'esame, i moduli,
ecc. Il risultato - prevedibilissimo - e' stato che la mobilita' degli
studenti e' molto piu' difficile di prima. Lungi dal diventare europea, non
e' praticabile nemmeno da un CdS all'altro della stessa Facolta'!
Altro esempio. Guerzoni dice in sostanza che il corporativismo e la
politica di potere hanno guastato la riforma. E' vero, ma e' lo stesso che
dire che la mancanza di regole nazionali chiare ha incoraggiato il
corporativismo e la politica di potere. Non si sa ancora quante ore di
didattica sono obbligatorie per un docente; ne' qual e' il massimo di ore
consentito. Nessuno sanziona le decine di migliaia di docenti che figurano,
sulla carta, titolari di 5 o 8 corsi d'insegnamento, e li accorpano di
fatto tutti in uno solo. Non si sono posti limiti precisi ai CdS attivabili
per Facolta' o per ateneo; ne' in base al numero degli studenti iscritti
ne' in base al numero dei docenti.
Naturalmente, essendo in Italia, si e' scambiata l'autonomia per anarchia,
e la democrazia per demagogia e per corporativismo. Ma questo scambio e'
avvenuto gia' a monte, a livello nazionale.
Terzo e ultimo esempio. Se si voleva garantire la riforma dalle gravi
degenerazioni in atto bisognava prima eliminare almeno alcune delle cause
dello strapotere corporativo e baronale: diminuire il numero incredibile di
raggruppamenti scientifico-disciplinari, aggregandoli; e riformare i
concorsi per le carriere dei docenti eliminando la chiamata locale che sta
a monte dei concorsi stessi. Finche' il bando dei concorsi rimane
iniziativa dei singoli atenei, non si eliminera' il controllo baronale su
di essi. Un controllo che pesa innanzitutto sugli stessi ordinari, almeno
su quelli seri.
Un cordiale saluto,


Cosimo Perrotta - Universita' del Salento"
 


AL MINISTRO MUSSI: NECESSARIA E URGENTE LA VERIFICA DEL "3 + 2"

All'on. Fabio Mussi
Ministro dell'UR

Da tempo sulla stampa e' vivo un confronto ricco e appassionato sul "3 + 2".
Su questo tema l'ANDU ha 'diffuso' un dibattito piu' approfondito
attraverso la sua lista (nota 1).
Su questa stessa questione un confronto 'in diretta' tra posizioni diverse
si e' svolto nel luglio dello scorso anno in un Convegno nazionale promosso
dall'ANDU (nota 2).

Da quanto emerso dalle varie opinioni e dalle tante 'testimonianze'
espresse risulta evidente che nella riforma del "3  + 2"  poco o molto non
e' andato bene e che poco o molto va urgentemente corretto. Dove, quanto e
perche' e' da accertare, come da cercare sono i rimedi.
Per fare bene e presto tutto cio' riteniamo sia indispensabile che Lei
avvii con urgenza una verifica-monitoraggio sul "3 + 2" basata non solo su
indagini statistiche, ma principalmente sulla partecipazione-testimonianza
di tutto il mondo universitario, compresi gli studenti. Senza pregiudizi.
Questa iniziativa e' necessaria e urgente nell'interesse degli studenti
stessi, dell'Universita' e del Paese.
In questo percorso potrebbe anche essere utile la promozione da parte del
Ministero di un Convegno che ospiti le varie opinioni e le varie esperienze. 

Per illustrare meglio questa nostra proposta Le chiediamo uno specifico
incontro.

Con i più cordiali saluti.

13 luglio 2007

L'Esecutivo nazionale dell'ANDU

- Nota 1. Per i piu' recenti contributi al dibattito sul "3 + 2" diffusi
dall'ANDU:
http://www.orizzontescuola.it/orizzonte/modules.phpname=News&file=categories
&op=newinde&catid=66
- Nota 2. Per leggere gli 'Atti' del Convegno nazionale sul "3 + 2"
promosso dall'ANDU tenutosi l'11 luglio 2006 a Roma:
http://www.bur.it/sezioni/andu_special.php
 


Riportiamo il testo di un intervento di Paolo Pombeni ("L'universita' e
quel mito dell'aziedalismo"), comparso su Repubblica di Bologna del 15
luglio 2007.
Pombeni si riferisce ad un precedente intervento di Giliberto Capano
("Statuto e ateneo. Guardiamoci dentro davvero"), comparso su Repubblica di
Bologna del 12 luglio 2007 (v. nota).
L'intervento di Capano comincia con: "L'Universita', in molti luoghi e in
epoche diverse, e' stata spesso un campo di battaglia insanguinato". Questo
ha scritto in un libro importante ("The Great Transformation in Higher
Education"), che dovrebbe essere letto da tutti i professori, Clark Kerr,
uno dei piu' grandi studiosi di politiche universitarie."

Nota. Per leggere l'intervento di Capano:
http://www.magazine.unibo.it/NR/rdonlyres/0616CB82-654D-49AB-9711-917F1D3E10
D6/91004/20070712.pdf

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Da Repubblica di Bologna del 15 luglio 2007:

"L´universita' e quel mito dell´aziendalismo"


di PAOLO POMBENI

Confesso di non aver letto il libro che il collega Capano richiama in
apertura al suo articolo sulla riforma dello statuto dell´universita' (e
che spero contenga qualcosa di piu' significativo della banalita' notissima
che cita fra virgolette). Pero' avendo letto un cospicuo numero di studi di
storia costituzionale e di filosofia politica non ho potuto trattenermi da
un moto di preoccupazione nel leggere le sue motivazioni: sono, in
sostanza, le stesse che tutti gli scrittori antidemocratici hanno avanzato
per dichiarare morto il sistema di governo fondato sulla rappresentanza e
il costituzionalismo fondato sul "government by discussion".
Capisco che oggi vada di moda una idea fintamente aziendalistica e
ingenuamente decisionistica, e che ci sia qualcuno illuso che questo possa
essere il futuro dell'universita'. Pero' sono idee sconfitte dalla storia,
perche' quel finto decisionismo e quella idolatria dell'efficienza non
hanno mai prodotto niente di buono in politica. Max Weber, che e' un
classico che merita sempre di essere riletto, avverti' in pieno questo
dilemma, quando si confronto' con la leggenda che il sistema "decisionista"
prussiano sarebbe stato in guerra molto migliore delle democrazie e vide
che nella prima guerra mondiale i decisionisti perdevano ed i democratici
vincevano. La stessa cosa avvenne per fascismo e nazismo, che anche loro
disprezzavano i "ludi cartacei", le presunte messe in scena elettorali,
ecc., ma non produssero davvero decisioni vincenti e furono sconfitte dalle
democrazie che dichiaravano "decadenti". Ora l'universita' e' un corpo
politico, dotato di poteri di autogoverno da tempo immemorabile. Sarebbe
ben buffo che proprio questo corpo, dove fra il resto si forma la coscienza
civile delle elite dirigenti di un paese, non fosse in grado di reggersi
sui principi del costituzionalismo (la decisione attraverso la discussione
e il confronto e la rappresentanza).
Nessuno e' cosi' cieco da non vedere che questi delicati meccanismi si
possono inceppare e sono a volte preda di degenerazioni. Succede nelle
democrazie politiche e succede negli atenei.
Ma la soluzione non e' abolire la democrazia, quanto piuttosto espungerne
la sua deviazione (la demagogia, il consociativo sfrenato, ecc.)
restaurando appunto la vera democrazia. E´ impossibile? Non credo proprio,
a meno di non dichiarare la bancarotta delle nostre tradizioni civili.
Certo e' difficile, quando la situazione e', come oggi e', profondamente
deteriorata e per di piu' inserita in un sistema politico complessivo in
gravissima crisi. Ma sono questi i momenti in cui gli uomini "politici"
devono alzare la fiaccola della riscossa morale e della ricostruzione,
anziche' correre dietro alle vecchie illusioni del cesarismo (per di piu'
con "Cesari" improvvisati e in sedicesimo) e della dittatura dei presunti
illuminati.
Il rettore Calzolari ha lanciato la sfida di un discorso aperto sullo
statuto. Io ormai sei anni fa avevo presieduto una commissione da lui
incaricata di avviare quel processo. La commissione elaboro' un documento
che non muoveva nell'ottica di favorire nessuno e che proponeva un progetto
di governo e di riforma istituzionale pensato per favorire la rinascita del
protagonismo civile e culturale dell'universita' e che quindi si basava su
una democrazia "sana" senza rinunciare ai criteri della rappresentanza e
del governo attraverso il confronto. Il rettore ritenne di buttare quel
documento in un cestino, il che e' naturalmente un suo diritto. Tuttavia
esso testimonia che e' perfettamente possibile, solo che si conosca un po´
di storia costituzionale e di filosofia politica (che sono strumenti
piuttosto utili quando si devono scrivere "costituzioni" per corpi che si
autogovernato), lavorare avendo di mira l´interesse generale e senza
sfuggire ai nodi problematici che ci si trovano davanti.
Quelle proposte erano pensate per aprire un dibattito e soprattutto per
individuare problemi, non per costituire un libro sacro sui cui principi
richiedere giuramenti. Allora il dibattito non si volle aprire e coloro che
spinsero per questa decisione portano, credo, una parte non piccola di
responsabilita' della ingovernabilita' che di tanto in tanto essi stessi
denunciano. Oggi sembrerebbe che il dibattito si voglia riaprire. Per chi
scrive cio' va decisamente fatto nel solco della grande tradizione di
autogoverno costituzionale di cui le universita' furono testimonianza anche
quando questi principi faticavano a penetrare a fondo nei corpi politici.
Il resto sono vecchie illusioni riverniciate, poco adatte per rispondere ai
problemi del XXI secolo che, come accade in tutte le epoche di transizione
storica, sono fenomeni molto seri da affrontare con molta pazienza, tanto
entusiasmo e la fatica della riflessione e dello studio. "
 


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