FISICA/MENTE

 

 

E' deprimente avere persone che sostengono una tesi contro un'altra. Spiegano tutto concludendo con la tesi dell'altro.

Vorrei spiegare allo statistico Cammelli che di truppe cammellate Berlinguer ne ha già tante. E, pur sapendo che egli sa, didascalicamente gli racconto come stanno le cose, non tanto per quanto egli possa intendere, quanto per ciò che il lettore possa cogliere.

Il fatto che con il sistema 3 + 2, fornisca (ATTENZIONE !)  al 3, cioè dopo i primi 3 anni, un maggior numero di laureati ed un minor numero di fuoricorso NESSUNO lo discute. Che si verifichino i gradimenti e non gradimenti degli studenti di cui parla il Cammelli, altrettanto.

La tesi di chi discute con foga la riforma Berlinguer è quella adombrata da Cammelli alla fine, citata come se fosse una sciocchezza che non va nel 3 + 2.

Ed allora riprendo quelle cose con qualche dato in più.

Dal 2001, data di entrata in vigore della riforma, hanno iniziato la loro carriera universitaria degli studenti provenienti dalla scuola secondaria dell'autonomia (quella dei POF, dei percorsi, dei crediti e dei debiti mai saldati). Questa scuola ha fatto scendere drasticamente il livello di preparazione degli studenti che non si misura da quanti sono i promossi ma da come è stata abbassata l'asticella da superare (vedi, ad esempio: http://www.fisicamente.net/index-998.htm ).

Io non ho gli strumenti ed i soldi del Cammelli per fare indagini statistiche (mal lette ed interpretate, alla fine). Mi debbo accontentare delle decine di insegnanti sia a livello secondario superiore (Liceo Classico e Scientifico) che a livello universitario (mi riferisco a lauree della Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali). L'informazione che mi viene data è che dati i bassi livelli di preparazione della scuola di provenienza, almeno il primo anno di università se ne va per rimettere un poco a posto alcune conoscenze lacunose o mancanti ma anche per mettere a punto la lingua italiana che è fondamentale per una corretta comunicazione (faccio un solo esempio clamoroso, tra i tantissimi possibili, da me testato: l'algoritmo non è il ritmo delle alghe!). Con questa partenza il 3 si riduce a 2, una specie di scuola secondaria di terzo grado. E perché questo ? Perché se confronto ciò che studiavamo noi nel solo biennio con quello che si fa ora non capisco bene i livelli di preparazione che vengono forniti e se possono essere ritenuti accettabili e se si per cosa.

E proprio questo è ciò che è lamentato nella seconda parte dell'articolo di Cammelli. Non c'è preparazione e quindi non vi sono sbocchi. Qualunque azienda preferisce assumere, per lavori in cui la laurea sia da utilizzare per i suoi contenuti, laureati del vecchio ordinamento. I nuovi laureati al 3 sono assunti ma per mansioni generalmente differenti dalla laurea specifica. Diciamolo pure: lavori di sottoccupazione.

Ed la mia non è certamente la scoperta di qualcosa di clamoroso. E' banale osservazione che potrebbe addirittura procurare maggiori successi al sistema 3 + 2 se lo si facesse diventare 2 + 2. E l'imbroglio era proprio alla nascita del sistema. Si disse chiaramente che occorreva aumentare il numero dei laureati italiani SENZA dire nel contempo che o si dovesse mantenere uguale o migliorare la qualità.

Il fatto che alcuni docenti "non avrebbero collaborato" e che la colpa ricada su di loro, è spazzatura che viene gettata in luoghi dove già ce n'è molta. Vorrà, Cammelli, essere così cortese da spiegare ai lettori quale coinvolgimento degli docenti, dei senati accademici, delle facoltà, ci sono stati, in modo da preparare al meglio il terreno della riforma ? E' come nella scuola secondaria: si fanno nozze con i fichi secchi e, se si arriva al divorzio, la colpa è dei fichi.

Se poi si sono individuati dei comportamenti scorretti e trasandati nei docenti perché non si procede con il licenziamento di tali balordi, invece di continuare con i pianti alla greca ? Ad esempio, chi ha permesso il moltiplicarsi dei corsi di laurea e delle cattedre ? Qualcuno ci ha costruito il potere che poi ha esercitato altrove e qualcun altro si è sistemato in proprio insieme a parenti ed amici. Vi sono casi noti, perché non tirare fuori tutti gli altri casi ? Io, nel mio piccolissimo, ho individuato e denunciato da almeno 5 anni lo scandalo della prolificazione delle cattedre in Scienze della Formazione e della Comunicazione. Altri mi seguiranno o continuiamo con l'omertà della grande famiglia italiana che permette a riforme distruttive, come quella di Berlinguer, di comunque restare in piedi ?

Roberto Renzetti


 

L'università sotto esame

Andrea Cammelli (*)

Repubblica 10 luglio 2007

CARO direttore, Omnia in mensura, et numeero, et pondere, diceva Lavoisier riadattando il pensiero biblico. La mistica del numero non mi appartiene, ma pure dai numeri occorre partire nel giudicare la riforma universitaria. Il problema non è quello di dimostrare che il "3+2" ha fallito o ha avuto successo sulla base di opposte fazioni ideologiche, ma di fornire il quadro concreto dei risultati prodotti per intervenire su ciò che non ha funzionato. Perché di questo si tratta: può piacere o meno, ma indietro non si torna. Siamo inseriti in un contesto di alta formazione a livello europeo. E lì dobbiamo rimanere, nell'interesse dei giovani chiamati a muoversi in un mercato e in un mondo senza confini.

Cosa è cambiato, dunque, dal 2001, anno di avvio della riforma, ad oggi rispetto al vecchio ordinamento? Fra i quasi 70mila laureati di primo livello del 2006 che hanno iniziato e terminato gli studi nell'università riformata (la documentazione completa è sul sito www.almalaurea.it ), l'età alla laurea non supera i 24,2 anni; siamo ben lontani dai 28 anni dei laureati pre-riforma! Gli studenti in corso sono quasi la metà contro il 10 per cento dei fratelli maggiori che li hanno preceduti. La frequenza alle lezioni si è dilatata consistentemente ovunque. Le esperienze di tirocinio e stage, quasi inesistenti prima, coinvolgono 58 laureati su cento. E chi fa stage ha chance maggiori di trovare lavoro (il tasso di occupazione è superiore di 10 punti). Andiamo, infine, a vedere cosa pensano gli studenti dei corsi riformati. Complessivamente sono più soddisfatti. Tra i laureati pre e post riforma il gradimento sui corsi aumenta in modo particolare nei gruppi chimico farmaceutico, agrario, economico-statistico, giuridico e sostanzialmente non cambia nei gruppi ingegneristico, politico-sociale, psicologico; negli stessi gruppi, con l'aggiunta del geo-biologico, cresce la soddisfazione rispetto ai docenti. Il giudizio peggiora invece tra gli umanisti - e non a caso più severi anche nel giudicare il rapporto con i docenti tranne che a Beni culturali e a Scienze della comunicazione. Si iscriverebbero, infine, allo stesso corso e Ateneo 69 laureati post - riforma contro 66 pre-riforma su cento, Tra chi conferma la scelta degli studi in misura maggiore rispetto ai laureati del vecchio ordinamento troviamo anche i laureati in Lettere, Lingue, Beni culturali e Scienze della comunicazione.

Assieme alla contrazione delle esperienze di studio all' estero, il vero punto critico, sul quale riflettere senza pudori e senza tentennamenti, sta nell'ampiezza della domanda di ulteriore formazione che si indirizza alla laurea specialistica e che coinvolge 71 laureati su cento. Qui sono chiamati in causa l'università, il mondo del lavoro pubblico e privato, gli stessi ordini professionali, la politica.

Che questa riforma sia partita in fretta e zoppa, perché a costo zero è vero. Ma è anche vero che tanta parte dell'università è migliore di come viene rappresentata ultimamente. Inutile gridare alla Bartali che è "tutto sbagliato, tutto da rifare". Iniziamo piuttosto da un esame di coscienza. Forzati a ridisegnare l'architettura dei corsi abbiamo ceduto: avanti tutti con le triennali, abbassiamo pure la qualità spezzettando e iper-specializzando il sapere pur di preservare, meglio moltiplicare, corsi e quindi posti. Tanto poi la vera formazione ce la giochiamo nelle specialistiche, lì imponiamo la vera selezione, tasse più alte, cattedre che contano: l'università d'élite. Non tutti hanno seguito questa strada, tanti bravi colleghi lottano quotidianamente per opporsi ad una riforma applicata male. E sono la maggioranza silente. Quella che oggi nelle commissioni didattiche sta lavorando per correggere il tiro a partire dal "pacchetto serietà" di Mussi. Se restituiamo dignità ai percorsi brevi e diamo pari opportunità per l'accesso alle specialistiche, con una politica, di valorizzazione dei cervelli migliori, allora avremo reso il servizio che i giovani meritano. Nel nome di un'università pubblica, democratica, per il merito. Galileo spronava a fare un' operazione semplice: "lo stimo più il trovare un vero, benché di cosa leggiera, ch'l disputar lungamente delle massime questioni senza conseguir verità nessuna». E questa cosa "leggiera" non è.

(*) L'autore insegna statistica all'Università di Bologna ed è direttore di Almalaurea.


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