FISICA/MENTE

 

ANDU - Associazione Nazionale Docenti Universitari

RICERCATORI. EVITARE L'ENNESIMO PASTICCIO



L'ANDU ha avanzato da tempo una proposta (v. in calce) per riformare i
concorsi a ricercatore. Le modalita' proposte dall'ANDU, a differenza di
quelle contenute nello Schema di Regolamento ministeriale del 3/5/2007,
sono semplici, rapide, equilibrate, coerenti, legittime, non corporative,
non discriminatrici, non accentratrici ed evitano la cooptazione personale.

L'ANDU ha avanzato critiche puntuali allo Schema ministeriale, critiche e
richieste che qui si riportano e che sono state illustrate al Ministro
nell'incontro del 5 giugno 2007.

 




LE CRITICHE PUNTUALI DELL'ANDU ALLO SCHEMA DI REGOLAMENTO MINISTERIALE



- L'ANDU e' contraria alla previsione di esperti stranieri senza nemmeno il
vincolo della reciprocita'. Una presenza che comunque dovrebbe essere
legata alle specificita' delle aree disciplinari e non essere obbligatoria
per tutte le aree disciplinari.

- L'ANDU chiede che sia impedito che tra gli esperti revisori nazionali vi
sia piu' di un componente di uno stesso Ateneo.
Questo con l'obiettivo di evitare che le sedi con piu' ordinari possano
avere un peso eccessivo.

- L'ANDU ritiene discriminatoria nei confronti di molti attuali precari
l'introduzione di prerequisiti (in questa fase comunque arbitrari) e la
previsione di lettere di presentazione-raccomandazione.
E' noto che in molti casi il lungo percorso precario e' anche fatto di
attivita' non ufficiali in attesa di una ulteriore 'sistemazione' precaria.
Il buon senso dovrebbe indurre a 'sospendere' la previsione di "requisiti
di ammissione", almeno fino a quando non sara' definitivamente superata
l'attuale giungla di precariato e fino a quando non sara' riformato il
dottorato di ricerca. Naturalmente, come da tempo proponiamo, ai candidati
devono essere adeguatamente riconosciuti i periodi di attivita' didattica e
scientifica svolti a qualsiasi titolo: dottorato, assegni, borse,
incarichi, ecc.

- L'ANDU ritiene illegittima la partecipazione di commissari 'non esperti'
alle prove locali.
L'illegittimita' non sta nella presenza di commissari 'non esperti' nella
"Commissione giudicatrice" (presenza che sarebbe opportuno in ogni caso non
prevedere), ma nella loro partecipazione alla valutazione del "seminario
pubblico" dei candidati. Valutazione che richiede una competenza specifica
che i 'non esperti' non hanno.

- L'ANDU giudica contraddittoria la previsione del sorteggio dei
'commissari' solo per la fase nazionale.
Il sorteggio anche dei componenti della "commissione giudicatrice"
servirebbe a rendere meno 'automatico' il risultato nel caso in cui
l'allievo del maestro risultasse inserito tra gli 'idonei' della lista
ristretta.

- L'ANDU ritiene che vi sia un disegno 'accentratore' nella previsione di
concentrare in poche mani (la "parte istituzionale" della commissione
locale) il potere di 'sovraintendere' al reclutamento nell'Ateneo.
Questa scelta va nella direzione di una gestione complessiva dell'Ateneo
concentrata nelle mani di poche persone, emarginando la stragrande
maggioranza della comunita' universitaria (docenti, tecnico-amministrativi,
studenti).

- L'ANDU ritiene che vi sia una logica baronale nell'esclusione degli
associati e dei ricercatori dalla "parte istituzionale" della "Commissione
giudicatrice" locale, per la quale non e' richiesta alcuna competenza
scientifica specifica.
Da anni si chiede che le commissioni concorsuali siano formate solo da
ordinari. E questo continuiamo a chiedere per quanto riguarda i "componenti
esperti", cioe', nel caso dell'attuale Schema di Regolamento ministeriale,
gli "esperti revisori" e la "parte disciplinare" della "commissione
giudicatrice" di Ateneo. Tutt'altra cosa e' invece la "parte istituzionale"
della "commissione giudicatrice" alla quale e' assegnato un compito
'politico': quello di 'difendere' gli interessi generali dell'Ateneo.
Perche' non dovrebbe potere svolgere un tale compito un associato o un
ricercatore? Chi nega questa possibilita' dovrebbe per coerenza chiedere
che a fare parte degli organi accademici (Senato Accademico, Consigli di
Amministrazione, di Facolta', di Corso di Studio e di Dipartimento, CUN)
debbano essere solo i professori ordinari.
 



LA PROPOSTA DELL'ANDU SUL RECLUTAMENTO



I concorsi per i posti nella fascia iniziale della docenza (oggi il ruolo
dei ricercatori) devono essere espletati a livello nazionale,
'concentrando', con cadenza certa, i posti banditi in autonomia dai vari
Atenei su fondi propri e/o ministeriali.
La scelta dei vincitori deve essere fatta da una commissione nazionale
composta solo da ordinari direttamente sorteggiati, tutti appartenenti a
sedi diverse ed escludendo quelli degli Atenei che hanno bandito i posti.
Ai candidati devono essere adeguatamente riconosciuti i periodi di
attivita' didattica e scientifica svolti a qualsiasi titolo: dottorato,
assegni, borse, incarichi, ecc.

La differenza di fondo tra la proposta dell'ANDU e il progetto
ministeriale del 3/5/2007 sta nel fatto che l'ANDU ritiene INDISPENSABILE
che la scelta del vincitore venga sottratta TOTALMENTE alla volonta' del
maestro che e' riuscito a farsi bandire il posto da destinare al proprio
allievo, mentre il Ministero vuole rendere possibile, ma non escludere, che
il maestro possa non scegliere il suo allievo. Infatti, quando l'allievo
del maestro  dovesse risultare inserito tra gli 'idonei' della "lista
ristretta" (che non a caso c'e' chi vuole allargare significativamente),
sara' 'inevitabile' che ad essere scelto dall'Ateneo (cioe' dal suo
maestro) sara' proprio lui.
 


MINISTERO, PRECARIATO E ANVUR



Il ministro Fabio Mussi ha piu' volte affermato che "l'eta' del nostro
corpo docente e' la piu' alta del mondo". L'ha ripetuto anche
nell'intervista al Messaggero del 15 giugno 2007 (nota 1).
Quanto sostiene il Ministro sarebbe forse vero se ci si riferisse soltanto
ai docenti di ruolo, ma non lo e' se - piu' correttamente - si considerano
anche i docenti precari, che sono tanti e indispensabili, malpagati e
maltrattati, come lo stesso Ministro ha piu' volte denunciato.
Il fatto e' che l'eta' media dei docenti di ruolo e' alta perche' l'eta'
di coloro che entrano nel ruolo della docenza e' sempre piu' alta (35-40
anni), in quanto sempre piu' lungo e' il periodo di precariato,
frastagliato in molteplici figure (dottorandi, assegnisti, borsisti,
contrattisti, ecc.) e intramezzato dai 'tempi di attesa' per il passaggio
da una figura all'altra.
Il problema non e' quindi l'eta' dei docenti in ruolo, ma quello
dell'intollerabile fenomeno del precariato che si traduce in un danno
enorme per l'Universita' e per i diretti interessati.

Il problema del precariato nell'Universita' italiana va risolto e con
urgenza, ma questo non lo si fa certo con i 'numeri' indicati dal Ministro
che ha affermato: "si dovrebbe arrivare in tre anni all'assunzione di 3500,
4000 nuovi ricercatori" (dall'intervista citata).
Tenendo anche conto che nei prossimi anni andra' in pensione la meta'
degli attuali circa 60.000 docenti di ruolo, e' invece INDISPENSABILE che
nei prossimi due-tre anni ci sia il bando straordinario, su nuovi specifici
e AGGIUNTIVI fondi statali, di almeno 20.000 posti nel ruolo dei ricercatori.
E questo non sarebbe certo sufficiente a eliminare il fenomeno del
precariato, se CONTESTUALMENTE non si decidesse di CANCELLARE l'attuale giungla di figure precarie, sostituendole tutte con un'UNICA figura per la
formazione pre-ruolo. La durata del periodo pre-ruolo in questa unica
figura non deve superare i TRE anni e si deve prevedere un numero di posti
rapportato agli sbocchi in ruolo. Inoltre per i giovani in formazione in
questa unica figura si deve per legge prevedere liberta' di ricerca, una
retribuzione dignitosa e tutti i diritti (malattia, maternita'/paternita',
ferie, contributi pensionistici, ecc.).

In direzione totalmente opposta andrebbe invece il Ministero se
nell'annunciato disegno di legge sulla terza fascia si dovesse prevedere
l'aumento 'strutturale' del periodo di precariato fino a 11 (undici!) anni:
3 anni di dottorato prima di potere cominciare 4 anni di assegno di
ricerca, quindi un contratto di 4 anni di ricercatore a tempo determinato.
A questo lungo periodo andrebbero aggiunti i 'tempi d'attesa' per passare
da una figura all'altra. Naturalmente ancora peggio sarebbe se gli anni di
assegno diventassero 8 (otto!).
In ogni caso si tratterebbe di una follia politica e accademica, che, se
approvata dal Parlamento, tradurrebbe 'finalmente' in legge il progetto
dell'accademia che conta, la quale negli ultimi 20 anni ha invano tentato
di farselo approvare attraverso disegni di legge presentati da Ministri e
Parlamentari di 'destra' e di 'sinistra'.

La previsione del titolo di dottore di ricerca quale prerequisito per
ottenere l'assegno di ricerca costituirebbe una gravissima discriminazione
nei confronti di quei precari che non hanno avuto l''opportunita'' di
accedere al dottorato. Questa scelta potrebbe essere presa in
considerazione solo DOPO la cancellazione del precariato e solo DOPO la
riforma del dottorato che dovrebbe diventare il terzo (e ultimo) livello
della formazione universitaria. Un obiettivo quest'ultimo condiviso dal
sottosegretario Luciano Modica il quale ha anche scritto che va
"definitivamente chiarito che il dottorato fa parte della formazione
universitaria e non e' il primo gradino della carriera di docente
universitario."

Gravissima sarebbe anche la previsione che sia l'ANVUR a valutare
l'attivita' scientifica svolta nei primi anni di carriera come ricercatore.
Una previsione questa anticostituzionale perche' lesiva dell'autonomia
universitaria che riguarda anche il reclutamento, la carriera e la verifica
dei docenti.
Una norma peraltro non prevista nemmeno dal Sistema di valutazione
adottato in Gran Bretagna (nota 2), al quale pur fanno riferimento i
fautori nostrani di un'Agenzia 'forte'.
Una norma che avvierebbe il 'commissariamento' dell'Universita' statale da
parte di chi ha operato per la sua distruzione: falsa autonomia finanziaria
per 'gestire' la progressiva riduzione dei fondi, finta autonomia
statutaria, abolizione di fatto del CUN, finti concorsi locali,
fallimentare "3 + 2", illimitata espansione del precariato, legge Moratti.

16 giugno 2007
__________________________________


= Nota 1. Per leggere l'intera intervista:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2007/06/15SII5202.PDF

= Nota 2. Sulla questione della valutazione dei singoli docenti-ricercatori
su "Review of research assessment. Report by Sir Gareth Roberts to the UK
funding bodies", del maggio 2003, a pag. 10, punto 32, si legge:
  "We do not propose that panels formally attach a score to named
individuals. It should be a point of principle that we should not report on
individuals' performance on the basis of an assessment which they cannot
choose whether or not to enter and which considers a sample of their work
which they do not themselves select. If a panel chooses to use
'researcher-level' analysis to inform its judgement, we suggest that such
analyses should not in any circumstances be retained or disclosed. If it is
not possible to avoid retaining and disclosing such analyses, we suggest
that they should not form a part of any panel's working methods. Research
assessment should remain an assessment of institutional research quality
within a subject area, rather than a review of the performance of
individuals."
(http://www.ra-review.ac.uk/reports/roberts/roberts_summary.pdf).
 


COS'E' l'ANVUR

LA VOCE.INFO 23-04-2007


Anvur, Agenzia per il reclutamento dei ricercatori

Francesco Lissoni
 

È ormai imminente la creazione dell’Anvur, l’Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca. Il 12 marzo scorso il ministro Mussi ha presentato la prima bozza sulla sua missione e sulla composizione del suo consiglio direttivo (documento 1, in allegato). Al documento ha fatto seguito, il 22 marzo, una serie di "linee-guida" per il reclutamento dei ricercatori universitari, nel quale l’Anvur gioca un ruolo inaspettato (documento 2, in allegato). E da queste linee-guida è finalmente scaturita, il 4 aprile, la prima bozza di regolamento sui concorsi per ricercatori prossimi venturi, a maggio e novembre (documento 3, in allegato).

I compiti dell’Anvur

L’Agenzia delineata da tutti questi documenti appare cosa assai diversa da quella prefigurata dal suo primo promotore, il sottosegretario Modica. Altrettanto diverso appare il contesto in cui si andrà ad inserire.
Nel progetto di legge presentato dal senatore Modica, quando ancora sedeva sui banchi dell’opposizione (documento 4, in allegato), l’Anvur avrebbe dovuto valutare ex post la produzione scientifica dei dipartimenti e influenzare direttamente, seppure per una percentuale assai limitata, l’assegnazione dei fondi di ricerca. L’Agenzia non sarebbe scesa nel dettaglio dell’attività dei singoli ricercatori, per consentire alle strutture dipartimentali di gestirsi autonomamente. Infine, avrebbe dovuto essere in qualche modo indipendente dal ministero.
L’Anvur del ministro Mussi, prima ancora di nascere, ha già cambiato fisionomia.
Il consiglio direttivo che la presiederà sarà interamente di nomina ministeriale, seppure entro liste predisposte da vari organizzazioni italiane ed europee. Poiché i membri restano in carica cinque anni, e verranno nominati entro breve, è immediato desumere che ogni cambio di legislatura (e di ministro) sarà seguito, dopo massimo due anni, da un cambio di consiglio. La dipendenza dall’esecutivo in carica è rafforzata dalla norma che prevede che i membri del consiglio nominati per rimpiazzare eventuali membri uscenti prima della fine del mandato decadranno non dopo cinque anni, ma insieme al resto del consiglio.
I compiti di valutazione delle strutture di ricerca e di influenza sulla assegnazione dei fondi restano inalterati, ma scompare ogni cenno al ruolo dell’Anvur nell’assegnazione dei fondi di ricerca.
Soprattutto viene affidato all’Anvur un ruolo rilevante nel determinare le carriere dei singoli ricercatori, mai menzionato prima né dal sottosegretario Modica né da altro esponente della maggioranza. Nei documenti 2 e 3 sul reclutamento dei ricercatori universitari, l’Anvur fa capolino come terzo attore di una struttura tricefala, composta da:

- una commissione nazionale che giudicherà l’idoneità dei candidati a ricoprire il ruolo di docente di terza fascia;
- una commissione locale (presieduta nientemeno che dal rettore) per la selezione di una rosa ristretta di candidati già giudicati idonei e quindi del vincitore;
- l’Anvur, appunto, che dopo tre anni andrà a valutare, caso per caso, la produttività scientifica di ogni vincitore per confermarlo in ruolo oppure no.

In questo schema sarebbe sottratto agli atenei quello che ora è un puro rito formale (la "conferma" del ricercatore dopo i primi tre anni di attività, che non si nega a nessuno) per affidarlo all’Anvur, nella speranza che questa lo renda sostanziale (cioè non confermi almeno qualche ricercatore).

Un piano per diecimila assunzioni

Il cambiamento di missione si accompagna al piano di assumere 10mila docenti di terza fascia in tre anni, di cui 4mila subito. (1) Intenzione apparentemente lodevole, ma c’è un dettaglio: in pochissimo tempo l’Anvur si ritroverebbe a dover emanare regolamenti attuativi (quali pubblicazioni accettare per la valutazione? Come valutarle? E i brevetti? E le conferenze? E la didattica?), raccogliere informazioni su migliaia di persone (quante esattamente? Con che modalità? E quali scadenze?) e quindi deciderne il destino.
E non si tratterebbe solo dei ricercatori. Dalle dichiarazioni rilasciate dal ministro, emerge che questo barocco schema di reclutamento e valutazione andrà in futuro applicato anche ai professori associati e ordinari. Anche di quelli, uno per uno, l’Anvur dovrebbe andare a valutare l’operato.
Dove resterebbe il tempo di fare l’altra valutazione, quella delle strutture? E perché impegnare l’Anvur in un compito di micro-management delle carriere (per cui la bozza del ministro prevede già un livello di ricorso per ogni valutazione negativa, e per cui non è difficile anticipare chissà quanti ricorsi al Tar subito dopo), quando dalla valutazione delle strutture dovrebbero discendere naturalmente gli incentivi per queste ultime a non reclutare persone inadeguate? E in base a quale esperienza l’Anvur dovrebbe agire, visto che il Civr ha fatto tutt’altro mestiere? Perché mai non dovremmo credere che, soffocata da carte e ricorsi, l’Agenzia non finirebbe anche lei per cedere e, come oggi fanno gli atenei, confermare tutti i ricercatori?
Cercare una risposta a queste domande in una visione strategica dell’università italiana è impossibile, perché quella visione non sembra esserci. I toni catastrofici sullo stato dei ricercatori precari e l’assoluta urgenza di una immediata risoluzione dei loro problemi sono quelli tipici di ogni politico che prepari un provvedimento straordinario, sia esso un indulto, una sanatoria o un reclutamento en masse di impiegati pubblici (4mila subito, 10mila al più presto).
Ed è proprio questo il senso dei documenti appena approvati. A leggerli, non si riesce a non pensare che siamo di fronte a una costituency elettorale cospicua, quella dei ricercatori precari, e a un politico che sta annunciando, in questi stessi giorni, la nascita di un nuovo partito.
L’Anvur, prima ancora di nascere, è già un giocattolo in mano al potere, una foglia di fico a cui si demanda un compito nella sostanza impossibile (valutare i singoli ricercatori) e uno improprio ma preciso, quello di coprire, tramite l’effetto annuncio ("non temete: assumerò 10mila persone, ma l’Anvur farà buona guardia su di loro") l’ennesima infornata di dipendenti pubblici.
I 10mila precari di oggi diventeranno domani 10mila docenti per tutta la vita e chi oggi precario ancora non è, ma solo studente o dottorando, persa questa occasione, vedrà di nuovo chiudersi le porte della Torre d’Avorio. Sarà allora costretto, come chi l’ha preceduto, ad accamparsi sulla soglia, in attesa di una nuova sanatoria, o di una nuova Anvur.
O forse se ne andrà all’estero, a cercare la fama che si merita e aspettare il nuovo piano, naturalmente straordinario, per il rientro dei cervelli in fuga.

(1) Intervista del ministro al Messaggero del 4 aprile 2007.


 
Allegati

 

 

 

 

 

 
Commenti presenti

 
24-04-2007 15:15:00
Alessandro Albertin
Anvur e reclutamento docenti
Nell'articolo si segnala il problema che la neonata (neonascente??) Anvur incontrerebbe nel valutare rapidamente prima 4.000 e poi 10.000 ricercatori.
La soluzione è molto semplice ed è già stata sperimentata più volte in Italia: si creano 100 sottocommissioni "temporanee" a cui assegnare prima 40 e successivamente 100 ricercatori cadauna.
Posso addirittura ipotizzare la composizione di ogni sottocommissione (10 elementi in totale):
3 dell'ateneo a cui appartengono i ricercatori da giudicare (meglio essere sicuri che le scelte siano quelle giuste)
3 espressione della realtà socio-economica locale (politici trombati, amici, ecc.)
3 espressione dei sindacati (ci devono esere sempre)
1 esperto vero (per salvare le apparenze)

La mia "soluzione" può sembrare qualunquista e provocatoria ma temo sia realistica

Saluti

Messaggio di Martinotti

Diffondiamo un messaggio inviatoci da Guido Martinotti in merito al nostro
documento "Ministero, precariato e ANVUR" (nota).
Vogliamo solo precisare che anche l'ANDU, come Martinotti, chiede di
"riconoscere il servizio ai dottorandi, che lo abbiano effettivamente
svolto". Infatti nella nostra proposta sul reclutamento, riportata in
tanti documenti, si può leggere:
"Ai candidati devono essere adeguatamente riconosciuti i periodi di
attivita' didattica e scientifica svolti a qualsiasi titolo: dottorato,
assegni, borse, incarichi, ecc."
Questo vale per i concorsi a ricercatore, ma e' per noi ovvio che anche
per l'accesso agli assegni di ricerca vadano adeguatamente riconosciuti i
periodi di attivita' didattica e scientifica svolti a qualsiasi titolo:
dottorato, borse, incarichi, ecc.
________________________________


= Nota. Per leggere il documento dell'ANDU "Ministero, precariato e ANVUR"
del 17 giugno 2007:
http://www.orizzontescuola.it/modules.php?name=News&file=article&sid=15508

_________________________________

Da Guido Martinotti all'ANDU:

"Sono d'accordo sulla assurdita' della valutazione da parte dell'Anvur.
Avremmo una promozione ministeriale.
Sono anche d'accordo sulla necessita' di non escludere una generazione
dall'accesso alla carriera.
Non sono interamente d'accordo su quanto segue: "La previsione del titolo
di dottore di ricerca quale prerequisito per ottenere l'assegno di ricerca
costituirebbe una gravissima discriminazione nei confronti di quei precari
che non hanno avuto l''opportunità'' di accedere al dottorato. Questa
scelta potrebbe essere presa in considerazione solo DOPO la cancellazione
del precariato e solo DOPO la riforma del dottorato che dovrebbe diventare
il terzo (e ultimo) livello della formazione universitaria. Un obiettivo
quest'ultimo condiviso dal sottosegretario Luciano Modica il quale ha anche
scritto che va "definitivamente chiarito che il dottorato fa parte della
formazione universitaria e non e' il primo gradino della carriera di
docente universitario."

Il dottorato e' di fatto entrambe le cose, perché i dottorandi, o almeno
molti di loro, fanno anche attivita' di precariato (adjuncts, TA, RA
eccetera). E se e' ingiusto escludere i precari "che non hanno avuto
l''oppotunita'" di fare il dottorato e' anche ingiusto non riconoscere il
servizio ai dottorandi, che lo abbiano effettivamente svolto GM"

 


"3 + 2". URGENTE UN CHIARIMENTO DA FASSINO, D'ALEMA, VELTRONI E MUSSI



Riportiamo la lettera di Piero Marietti "Caro Berlinguer ammetti: il 3+2
e' stato un disastro", pubblicata su Repubblica del 19 giugno 2007.
Il giudizio nettamente negativo di Marietti sulla riforma del "3 + 2"
imposta all'Universita' e' stato piu' volte espresso anche dall'ANDU (v.,
per esempio, piu' sotto l'intervento introduttivo al Convegno nazionale del
luglio 2006).
Nella lettera di Marietti quello che piu' colpisce e' la 'spiegazione'
sulla mancata verifica-correzione della controriforma didattica, che anche
l'attuale Ministro si ostina a non avviare.
Attendiamo che Fassino, D'Alema, Veltroni e Mussi esprimano al piu' presto
la loro opinione in merito.

=======

Da Repubblica del 19 giugno 2007:



"Caro Berlinguer ammetti: il 3+2 e' stato un disastro"

Piero Marietti
pro-Rettore La Sapienza, Roma



CARO Luigi Berlinguer, compagno di tante battaglie, ti chiedo con rispetto
ma con fermezza di rassegnarti: la riforma del 3+2 che porta il tuo nome e
i susseguenti interventi legislativi a diverso livello (anche del Ministro
Moratti) sono stati un disastro per l'universita' italiana.
Serviva un titolo intermedio? Per molte facolta' si', ma le universita'
erano capacissime di progettarlo (e magari di sbagliare) da sole, non
serviva loro la minuteria ossessiva delle disposizioni ministeriali.
Si doveva porre rimedio ad alcune eccessive lunghezze dei corsi?
Certamente: ma non semplificando i percorsi tanto da intaccare il livello
di formazione dei giovani.
Si doveva porre rimedio alla pletora dei fuoricorso? Certamente, ma dando
alle Universita' i mezzi per assistere piu' da vicino gli studenti.
Si doveva sanzionare chi intende l'universita' come una sine cura aggiunta
alla sua professione e alla sua vita? Ebbene, oggi quello sta una
meraviglia dentro i crediti e le stoltezze di 30 esami in tre anni al posto
dei 25 in cinque anni. Oppure "incardinato", con lo stesso stipendio, in
universita' paesane o telematiche (sic!) che chiedono la presenza di un
paio di giorni la settimana, quando nemmeno quello.
Chi ha scritto "Una Ikea di Universita'" oppure "Tre + due uguale zero"
sono dei baroni reazionari e attaccati a privilegi? E Citati e io stesso
siamo tutti sciocchi nostalgici dei tempi andati? Chi lancia grida di
dolore e' chi si impegnava e cerca ancora di impegnarsi.
Paradossalmente, caro Luigi, un ancora possibile salvataggio
dell'universita' e' impedita oggi dalla tua persistente difesa di una mezza
sconfitta: se tu ti ostini, cosa possono dire e fare i vari Fassino,
D'Alema, Veltroni senza contraddirti?
Quindi, per favore, ammetti che Citati abbia ragione e farai una cosa che
liberera' risorse ideali, politiche e umane. Con affetto e stima."

_________________________

Dall'intervento introduttivo al Convegno nazionale ANDU sul "3  + 2", 11
luglio 2006, Roma



(.) la didattica e' l'attività che piu' di qualsiasi altra e' 'sentita'
dai docenti perche' interessa la formazione dei giovani, con conseguenze
concrete, 'visibili', sui diretti interessati, sul loro avvenire, sulle
loro famiglie e, in ultima istanza, sul Paese.
La finalita' di questo Convegno è anche quella di proporre un metodo,
nuovo rispetto a quello finora seguito dalle Istituzioni, per affrontare le
questioni cruciali per l'Universita'. Un metodo che veda coinvolti il piu'
possibile tutti gli interessati.
Noi riteniamo che sul "3 + 2" sia indispensabile e urgente che il
Ministero avvii una verifica basata non solo su indagini statistiche, ma
principalmente sulla partecipazione-testimonianza di tutto il mondo
universitario, compresi gli studenti.

(.) Per la sua importanza 'primaria', forse la riforma della didattica
avrebbe dovuto essere fatta per ultima, perche' potesse risultare utile
agli studenti e al Paese.
1. Occorreva prima - anche per 'prevenire' un uso subordinato alle ben
note logiche di potere accademico - cambiare l'assetto Organizzativo degli
Atenei a partire dalla costituzione di un Organo che, a differenza degli
attuali Senati Accademici, dominati dalla presenza paralizzante dei
Presidi, esprimesse una politica e una gestione nell'interesse dell'intera
comunita' universitaria. Occorreva valorizzare i Dipartimenti (in cui
incardinare i docenti), rivedendone le dimensioni e le finalita' (anche a
beneficio della didattica). Occorreva inoltre, finalmente!, assegnare ai
Consigli di Corsi di Studio compiti, poteri e strumenti per assicurare in
maniera continua il coordinamento e la verifica delle attivita' e dei
contenuti degli insegnamenti. Ai Consigli di Facolta' doveva restare 'solo'
un ruolo di raccordo, togliendo loro quello oggi quasi esclusivo di
'produttore' di posti.
2. Occorreva prima affrontare la questione degli sbocchi professionali e
intervenire, in particolare, sugli Ordini professionali. Un'operazione
preliminare indispensabile, come aveva ampiamente gia' mostrato
l'esperienza dei diplomi di laurea attivati 'alla cieca'.
3. Occorreva prevedere che la 'progettazione' del primo livello avvenisse
contestualmente al secondo.
4. Occorreva prima realizzare il diritto allo studio: Statuto dei diritti
e dei doveri degli studenti, strutture didattiche, borse di studio,
residenze, ecc.
5. Occorreva prima riformare lo stato giuridico della docenza ed eliminare
il precariato, per creare le condizioni 'soggettive' dell'applicabilita'
della riforma didattica.
6. Occorreva prevedere consistenti e specifici finanziamenti: nessuna
riforma puo' realizzarsi a costo zero.
7. Occorreva che la riforma fosse 'costruita' con il coinvolgimento del
mondo universitario, individuando settore per settore i problemi e
ricercando le specifiche soluzioni, senza dare numeri ("3 + 2") uguali per
tutti (nel 1983-86 il gruppo dei docenti di Ingegneria del CUN aveva
previsto il "4 + 1"). Occorreva far partecipare, spiegare, convincere,
responsabilizzare, sperimentare. Occorreva prevedere la
verifica-coordinamento in itinere della riforma, sia a livello
ministeriale, sia autonomamente (nazionalmente attraverso un Organo di
rappresentanza democratico e localmente con le riformate strutture degli
Atenei).

Oggi comunque vanno registrati disaggi e difficolta' ampiamente diffusi.
E' interesse del Paese capire al piu' presto quanto questo 'malessere' sia
profondo ed vasto, coglierne la natura e trovare le soluzioni necessarie e
possibili.
Bisogna, in particolare, tenere conto dell'opinione degli studenti e
ricordarsi che tra gli obiettivi che hanno portato in piazza oltre 50.000
di loro contro il DDL Moratti vi era proprio il 'no' al "3 + 2", indicato
come strumento della parcellizzazione del sapere e di una condizione di
studio insostenibile.
(...) Il ministro Mussi, che sbaglia a mettere 'paletti' alla verifica
della riforma della didattica, giustamente denuncia le responsabilita' dei
docenti che hanno portato alla "frammentazione degli insegnamenti e
all'abnorme proliferazione dei corsi". Critiche che non possono essere
accettate quando a farle sono ex ministri ed ex sottosegretari che erano
perfettamente a conoscenza dei 'limiti' dei loro colleghi e che questi
limiti avrebbero dovuto tenere in conto, quando hanno imposto il "3 + 2".
Questi 'riformatori' sono gli stessi che hanno criticato, a posteriori,
l'applicazione della loro riforma dei concorsi, quando era facile prevedere
(e noi l'abbiamo fatto PRIMA dell'approvazione della legge) che i finti
concorsi locali avrebbero accresciuto i fenomeni del clientelismo, del
nepotismo e del localismo. (.).

Nunzio Miraglia - coordinatore nazionale dell'ANDU"


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