FISICA/MENTE

 

ULTIME DALL'UNIVERSITA': LA VERGOGNA DELL'AUTONOMIA, IL FALLIMENTO DEL 3 + 2, I CONCORSI PER AMICI E AMICI DEGLI AMICI

ANDU - Associazione Nazionale Docenti Universitari

IL TOPOLINO DI MUSSI

Il 3 maggio 2007 il ministro Fabio Mussi ha inviato al CUN e alla CRUI lo
Schema di Regolamento per lo svolgimento dei concorsi a ricercatore per
ottenerne i prescritti pareri (per il testo del Regolamento v. nota 1).
Acquisiti i pareri, il Ministro emanerà il Regolamento con un proprio
decreto.

Prima di questa versione ufficiale del Regolamento ne era circolata
un'altra, 'uscita' dal Ministero il 4 aprile, sulla quale l'ANDU aveva
espresso un articolato commento (v. il documento "E i nuovi concorsi a
ricercatore?", v. nota 2).

Nell'Università italiana la cooptazione personale rappresenta il pilastro
del controllo scientifico e umano del 'maestro' sul proprio 'allievo',
controllo che comincia dalla laurea, continua nel lungo periodo di
precariato e prosegue, dopo il concorso a ricercatore, nel corso della
carriera.
Finora le modalità dei finti concorsi a ricercatore sono state concepite
- e sono servite - per ratificare la 'prescelta' del vincitore, che è
sempre stato l'allievo 'coltivato' dal maestro, il quale è riuscito a
farsi bandire il posto dalla propria Facoltà.
In Italia l'unico modo per eliminare il nepotismo è quello di sottrarre
totalmente al singolo 'maestro' la scelta del vincitore del concorso a
ricercatore, affidandola TOTALMENTE e realmente alla comunità nazionale,
impedendo però che a quel livello prevalgano i gruppi dominanti.

Quanto previsto dal Regolamento del 3 maggio chiarisce la scelta di Mussi:
l'attuale potere di cooptazione personale, con i connessi fenomeni di
nepotismo e di clientelismo, deve essere comunque salvaguardato.
In sintesi, la pratica applicazione delle 'nuove' modalità concorsuali
previste da Mussi sarà la seguente. Come finora sempre accaduto, il
'maestro' si darà da fare per ottenere il bando di un concorso a
ricercatore per un posto destinato al suo 'allievo' che, assieme ad altri
candidati, sarà valutato da 5-7 'commissari' ("esperti revisori")
internazionali (da 0 a 2) e nazionali (5), che avranno a disposizione
complessivamente fino a 20 o 24 o 28 'punti' da attribuire ad ogni
candidato. I giudizi dei 'commissari' nazionali-internazionali, concernenti
le pubblicazioni scientifiche, serviranno ESCLUSIVAMENTE a stilare una
lista di 'idonei' per quel concorso ("lista ristretta di concorrenti") da
cui l'Ateneo sceglierà il vincitore.
Il meccanismo e' tale che della lista possono fare parte sia chi ha
ottenuto complessivamente 14.5 'punti', sia chi ne ha ricevuti 28. Questa
eventuale differenza potrà non avere alcuna influenza sulla scelta finale
del vincitore, visto che i sette componenti della commissione di Ateneo non
sono obbligati a tenere in considerazione il diverso valore scientifico
degli appartenenti alla "lista ristretta di concorrenti". Infatti, in
questa direzione, nell'attuale versione del Regolamento è stata tolta la
precedente previsione che la graduatoria finale fosse il risultato dalla
somma dei voti assegnati dai 'commissari' nazionali e dai commissari locali.
In concreto sarà sufficiente che l'allievo del maestro riesca ad entrare
nella lista per avere altissime probabilità di essere scelto da una
Commissione locale che non interverrà più sulle qualità scientifiche dei
candidati, ma nei seminari valuterà "la padronanza delle conoscenze e
metodologie scientifiche, nonché le capacità espositive e comunicative di
ciascun concorrente." Per rendere ancora più chiaro che tale giudizio non
si baserà sulle capacità scientifiche dei candidati, è previsto che alla
prova locale partecipino anche commissari con competenze che non hanno
nulla a che vedere con gli ambiti di ricerca dei candidati.

Il 'nuovo' meccanismo concorsuale, oltre a essere farraginoso e lungo,  è
anche:
- provinciale per la previsione di esperti stranieri senza nemmeno il
vincolo della reciprocità;
- rispettoso degli 'equilibri' accademici nazionali non prevedendo che gli
"esperti revisori" nazionali appartengano tutti ad Atenei diversi;
- discriminatorio nei confronti di molti attuali precari per l'introduzione
di prerequisiti (in questa fase comunque arbitrari) e per la previsione di
lettere di presentazione-raccomandazione;
- illegittimo per la partecipazione di commissari 'non esperti' alle prove
locali;
- contraddittorio per la previsione del sorteggio dei 'commissari' solo per
la fase nazionale;
- accentratore per la previsione di concentrare in poche mani (la "parte
istituzionale" della commissione locale) il potere di 'sovraintendere' al
reclutamento nell'Ateneo.

Lo ripetiamo ancora: per tagliare alla radice il nepotismo e la corruzione
nei concorsi a ricercatore la soluzione e' quella da noi indicata da anni e
che qui, ancora una volta, riportiamo.
 

= Proposta dell'ANDU sul reclutamento.


I concorsi per i posti nella fascia iniziale della docenza (oggi il ruolo
dei ricercatori) devono essere espletati a livello nazionale,
'concentrando', con cadenza certa, i posti banditi in autonomia dai vari
Atenei su fondi propri e/o ministeriali.
La scelta dei vincitori deve essere fatta da una commissione nazionale
composta solo da ordinari direttamente sorteggiati, tutti appartenenti a
sedi diverse ed escludendo quelli degli Atenei che hanno bandito i posti.
Ai candidati devono essere adeguatamente riconosciuti i periodi di
attività didattica e scientifica svolti a qualsiasi titolo: dottorato,
assegni, borse, incarichi, ecc.

Dieci anni fa, in occasione dell'approvazione della legge sui finti
concorsi locali a ordinario e ad associato, non sono state accolte le
nostre proposte e si sono imposte norme che gia' allora prevedemmo
avrebbero accentuato notevolmente i fenomeni di localismo e clientelismo
(v. nota 3).
Oggi la stessa accademia che conta vuole imporre 'nuove' norme per il
reclutamento dei ricercatori, propagandate - come allora - come
rivoluzionarie e che invece cambieranno tutto per non cambiare nulla.

7 maggio 2007

- Nota 1. Per il testo dello "Schema di regolamento recante modalita' di
svolgimento dei concorsi per ricercatore universitario":
http://cnu.cineca.it/docum06/reg-ric-3-5-07.doc
- Nota 2. Per il documento dell'ANDU "E i nuovi concorsi a ricercatore?":
http://www.bur.it/sezioni/sez_andu.php 20 aprile 2007
- Nota 3. V. il documento dell'ANDU "Le novita' di Mussi":
http://www.bur.it/sezioni/sez_andu.php 29 gennaio 2007


= Riportiamo l'interessante intervento di Ermanno Bencivenga, apparso sulla
Stampa di martedì 15 maggio 2007, riguardante lo "Schema di Regolamento
per lo svolgimento dei concorsi a ricercatore" elaborato dal Ministero.

= Riportiamo in calce la proposta dell'ANDU sulla stessa questione.

===============

= Da la Stampa di martedì 15 maggio 2007:

"Ricercatori il pasticcio e' servito

Il regolamento proposto dal ministro dell'Università prevede per i
concorsi "revisori esterni". Tuttavia si rischia un subdolo perpetuamento
della cooptazione

ERMANNO BENCIVENGA

Il 3 maggio scorso il ministro per l'Universita' Fabio Mussi ha inviato al
Consiglio Universitario Nazionale e alla Conferenza dei Rettori lo schema
di regolamento per i concorsi a ricercatore (il cui testo e' reperibile al
sito http://cnu.cineca.it/docum06/reg-ric-3-5-07.doc). Ottenuto il parere
dei due enti, il ministro emanera' il regolamento con un decreto. Vediamo
di estrarre dal linguaggio burocratico il senso di questo regolamento.

I posti di ricercatore a concorso in ciascuna universita' verranno
assegnati da una commissione interna. Fra gli elementi di giudizio di cui
la commissione dovra' tener conto ci saranno le valutazioni di "revisori
esterni": studiosi estranei all'ateneo che si esprimeranno sulla qualita'
scientifica dei candidati. I revisori avranno pero' un ruolo poco piu' che
consultivo: serviranno cioe' a determinare una "lista ristretta" di
candidati, da cui saranno esclusi tutti quelli cui i revisori non avranno
dato la sufficienza (cioe' una media superiore a 2 in una votazione da 0 a
4). A quel punto sara' la commissione a decidere, e il fatto che un
candidato abbia ottenuto dai revisori un punteggio di 2,5 o di 4 non porra'
nessun limite alla sua autorita'.

Esistono due modi diversi di reclutare personale universitario. Quello
tradizionalmente favorito in Italia e' la cooptazione: un "maestro" si
circonda di "allievi" fedeli alla sua "scuola" e, se ha il potere
necessario, li fa assumere. All'estremo opposto c'e' il modello piu' comune
in America: gli allievi di un maestro vanno a cercar fortuna altrove (ed
eventualmente a espandere il prestigio della sua scuola) e i dipartimenti
assumono in base a concorsi trasparenti e competitivi. Ciascuno dei due
metodi ha i suoi vantaggi e svantaggi, i suoi meriti e i suoi rischi; e un
paese democratico, dopo aver valutato entrambi, dovra' compiere una scelta
responsabile.

Io, personalmente, sono contrario alla cooptazione, avendo visto anche i
maestri migliori circondarsi di allievi mediocri. Non e' strano: quale che
sia il proprio valore scientifico, chi e' in grado di tollerare
l'irriverenza di un giovane collega originale e sicuro di se'? Chi, per
converso, e' in grado di resistere all'adulazione? Cosi', per limitarmi
alla mia disciplina, per ogni Aristotele allievo di Platone posso
annoverare centinaia di asini allievi di sapienti. E, senza allontanarmi
dalla California, e' scoraggiante constatare che cosa e' successo quando
intorno a professori (europei) si sono concentrati allievi simili a loro. A
Ucla la scuola di Carnap ha prodotto qualche buon tecnico ma nessun
filosofo di rilievo; a Uci la scuola di Derrida ha dato luogo perlopiu' a
fenomeni imbarazzanti. Questa dunque e' la mia opinione personale,
compatibile con il rispetto per chi la pensa altrimenti e propone la scelta
opposta. Non c'e' piu' nulla da opinare, pero', quando si considera il
pasticcio ideato dal ministro. Se pensiamo che la cooptazione sia lo
strumento migliore, riconosciamolo apertamente e lasciamo che i singoli
professori si scelgano i propri collaboratori; ma non mettiamo in campo una
laboriosa procedura di revisione esterna che non svolge alcun ruolo
sostanziale. Perche' mai un revisore dovrebbe voler partecipare a questa
manfrina? Conoscendo l'universita' italiana, mi sembra che la risposta piu'
plausibile sia: per poter contare su giudizi altrettanto benevoli quando i
suoi allievi saranno sotto concorso. Che una mano lavi l'altra e'
essenziale per il subdolo perpetuamento della cooptazione."

===============

= Proposta dell'ANDU sul reclutamento.

I concorsi per i posti nella fascia iniziale della docenza (oggi il ruolo
dei ricercatori) devono essere espletati a livello nazionale,
'concentrando', con cadenza certa, i posti banditi in autonomia dai vari
Atenei su fondi propri e/o ministeriali.
La scelta dei vincitori deve essere fatta da una commissione nazionale
composta solo da ordinari direttamente sorteggiati, tutti appartenenti a
sedi diverse ed escludendo quelli degli Atenei che hanno bandito i posti.
Ai candidati devono essere adeguatamente riconosciuti i periodi di
attivita' didattica e scientifica svolti a qualsiasi titolo: dottorato,
assegni, borse, incarichi, ecc.
 


ANDU - Associazione Nazionale Docenti Universitari

UN 'BUONO-POSTO' INVECE DEL 'CONCORSO'

TUTTI coloro che operano nell'Universita' italiana sanno benissimo che la
cooptazione personale rappresenta il pilastro del controllo scientifico e
umano del 'maestro' sul proprio 'allievo', controllo che comincia dalla
laurea, continua nel lungo periodo di precariato e prosegue, dopo il
concorso a ricercatore, nel corso della carriera.
Finora le modalita' dei finti concorsi a ricercatore sono state concepite
- e sono servite - per ratificare la 'prescelta' del vincitore, che e'
sempre stato l'allievo 'coltivato' dal maestro, il quale e' riuscito a
farsi bandire il posto dalla propria Facolta'.
E cio' nonostante le commissioni per i concorsi a ricercatore, formalmente
composte con una maggioranza di membri espressi dalla comunita' nazionale,
avrebbero potuto scegliere-imporre un vincitore diverso dall'allievo del
maestro.

Il meccanismo previsto dal Ministero nello Schema di Regolamento per lo
svolgimento dei concorsi a ricercatore, per la prima volta, consentirebbe
formalmente agli Atenei di scegliere il vincitore del concorso a ricercatore.
Eppure c'e' chi rimprovera al Ministro di volere comprimere l'autonomia
degli Atenei. La verita' e' che costoro non accettano che, secondo quanto
previsto dall'attuale testo del Regolamento ministeriale, per la prima
volta si metta in discussione, sia pure molto parzialmente, il diritto del
maestro di fare diventare ricercatore di ruolo il proprio allievo. Infatti
l'allievo per il quale il maestro sia riuscito a farsi bandire un posto di
ricercatore potrebbe essere 'scartato' dalla 'commissione'
nazionale-internazionale di "esperti revisori" sorteggiati, una commissione
quindi non 'preconfezionata' come quelle che hanno operato finora. Ma e'
ancora peggio per chi vuole conservare l'attuale 'ordine costituito', che
l'Ateneo abbia l'obbligato di nominare comunque un vincitore tra i
candidati compresi nella lista nazionale di 'idonei', anche quando in
questa lista non dovesse essere stato inserito l'allievo del maestro.
Conseguentemente il primo obiettivo di chi vuole mantenere la sostanza
dell'attuale meccanismo concorsuale e' quello di far diventare non
obbligatoria la nomina di un vincitore, potendo cosi' azzerare l'attivita'
di quella 'commissione' nazionale-internazionale che  non avesse inserito
nella lista degli 'idonei' l'allievo del maestro. Nella stessa direzione va
la richiesta di ampliare significativamente la lista dei candidati
'idonei'. Insomma per costoro va assolutamente impedito che il posto (e il
relativo budget) di ricercatore bandito per l'allievo predestinato possa
essere 'sprecato' finendo per essere occupato dal candidato non previsto.
Con queste 'correzioni' al progetto ministeriale si metterebbe in piedi un
meccanismo piu' farraginoso, piu' lento e piu' costoso di quello attuale
per mantenere alla fine intatto il diritto del maestro di reclutare in
ruolo il proprio allievo.
Se il Ministro dovesse pensare di accogliere queste 'correzioni', gli
proponiamo, 'in alternativa', di semplificare sul serio le procedure di
reclutamento dei ricercatori prevedendo l'assegnazione al maestro di un
'buono' che gli dia il diritto di nominare 'vincitore' direttamente e
liberamente, senza alcuna finzione concorsuale, il proprio allievo,
facendogli cosi' occupare il posto di ricercatore universitario per il
quale e' riuscito a 'conquistare' il relativo budget.

Se invece il Ministro dovesse sul serio ritenere non piu' accettabile un
meccanismo di reclutamento basato sulla cooptazione personale e sugli
'annessi' fenomeni di localismo, nepotismo, clientelismo e corruzione, lo
invitiamo a fare interamente sua la proposta dell'ANDU che in calce
riproponiamo. Una proposta che non ha i gravi difetti dell'attuale versione
del Regolamento ministeriale.
Infatti il meccanismo concorsuale elaborato dal Ministero, oltre a essere
farraginoso e lungo,  e' anche:
- provinciale per la previsione di esperti stranieri senza nemmeno il
vincolo della reciprocita'. Una presenza che dovrebbe comunque essere
legata alle specificita' delle aree disciplinari;
- rispettoso degli 'equilibri' accademici nazionali per il fatto di non
prevedere l'appartenenza ad Atenei diversi di tutti gli "esperti revisori"
nazionali;
- discriminatorio nei confronti di molti attuali precari per l'introduzione
di prerequisiti (in questa fase comunque arbitrari) e per la previsione di
lettere di presentazione-raccomandazione;
- illegittimo per la partecipazione di commissari 'non esperti' alle prove
locali. Una previsione questa giuridicamente tanto assurda da far pensare
ad una scelta da 'sentenza suicida', per ottenerne poi l'annullamento;
- contraddittorio per la previsione del sorteggio dei 'commissari' solo per
la fase nazionale;
- accentratore per la previsione di concentrare in poche mani (la "parte
istituzionale" della commissione locale) il potere di 'sovraintendere' al
reclutamento nell'Ateneo;
- baronale per l'esclusione degli associati e dei ricercatori dalla "parte
istituzionale" della commissione locale, per la quale non e' richiesta
alcuna competenza scientifica specifica.

= Proposta dell'ANDU sul reclutamento.
I concorsi per i posti nella fascia iniziale della docenza (oggi il ruolo
dei ricercatori) devono essere espletati a livello nazionale,
'concentrando', con cadenza certa, i posti banditi in autonomia dai vari
Atenei su fondi propri e/o ministeriali.
La scelta dei vincitori deve essere fatta da una commissione nazionale
composta solo da ordinari direttamente sorteggiati, tutti appartenenti a
sedi diverse ed escludendo quelli degli Atenei che hanno bandito i posti.
Ai candidati devono essere adeguatamente riconosciuti i periodi di
attivita' didattica e scientifica svolti a qualsiasi titolo: dottorato,
assegni, borse, incarichi, ecc.

28 maggio 2007


ANDU - Associazione Nazionale Docenti Universitari

RICERCATORI, CONSIGLIERE DEL MINISTRO E ANDU

Apprezziamo molto la franchezza con la quale Giovanni Ragone, consigliere
del ministro Mussi  e gia' consigliere del ministro Berlinguer, ha
commentato (v. in calce il messaggio inviatoci) il documento dell'ANDU "Un
'buono-posto' invece del 'concorso'", riguardante lo Schema di Regolamento
per i concorsi a ricercatore.
Invece non apprezziamo per niente la superficialita', l'approssimazione e
l'arroganza con la quale da oltre un decennio si sono elaborate, sostenute
e approvate norme devastanti per l'Universita' statale come la falsa
autonomia finanziaria per 'gestire' la progressiva riduzione dei fondi, la
finta autonomia statutaria, l'abolizione di fatto del CUN, i finti concorsi
locali, il fallimentare "3 + 2".

Cio' premesso, vogliamo commentare le singole osservazioni di Giovanni
Ragone, tentando cosi' di trasformare il suo messaggio in un'occasione
utile a chiarire ulteriormente al Ministro le nostre "critiche
giustificate" allo schema di provvedimento ministeriale, critiche che
mirano ad evitare l'ennesimo pasticcio normativo.

- L'ANDU ha scritto che l'attuale progetto ministeriale e' "provinciale per
la previsione di esperti stranieri senza nemmeno il vincolo della
reciprocita'. Una presenza che dovrebbe comunque essere legata alle
specificita' delle aree disciplinari".
- Ragone invece afferma che "non e' "provinciale". Si procede infatti
esattamente attraverso scambi di banche dati di valutatori, con paesi
nostri partner in Europa".
I "nostri partner in Europa" prevedono per il reclutamento dei loro
docenti la presenza obbligatoria di "valutatori" stranieri? In ogni caso,
lo ribadiamo, in Italia questa presenza  dovrebbe comunque non essere
obbligatoria per tutte le aree disciplinari, ma si dovrebbe tenere conto
delle loro specificita'.

- L'ANDU ha scritto che l'attuale progetto ministeriale e' "rispettoso
degli 'equilibri' accademici nazionali per il fatto di non prevedere
l'appartenenza ad Atenei diversi di tutti gli "esperti revisori" nazionali".
- Ragone invece afferma che "non e' "rispettoso degli equilibri
accademici", anzi. Si puo' benissimo escludere gli esperti revisori dello
stesso ateneo che bandisce".
Ragone evidentemente non ha presente che la sua ipotesi di "escludere gli
esperti revisori dello stesso ateneo che bandisce" e' gia' inserita nello
Schema di Regolamento ministeriale alla fine del comma 3 dell'art. 5.
Quello che l'ANDU chiede e' che sia anche impedito che "tra gli esperti
revisori" vi sia piu' di un componente di uno stesso Ateneo. Questo con
l'evidente obiettivo di evitare che  le sedi con piu' ordinari possano
avere un peso eccessivo.

- L'ANDU ha scritto che l'attuale progetto ministeriale e' "discriminatorio
nei confronti di molti attuali precari per l'introduzione di prerequisiti
(in questa fase comunque arbitrari) e per la previsione di lettere di
presentazione-raccomandazione".
- Ragone invece afferma che "non e' discriminatorio. Quali sarebbero i
motivi per cui "nell'attuale fase" non si puo' chiedere a chi vuole
diventare professore universitario (perche' di questo si tratta, sta per
essere resa nota la proposta di legge sulla terza fascia che era nel
programma di governo) di aver svolto attivita' di ricerca per quattro anni
o di essere uscito dal dottorato di ricerca?"
Ragone dovrebbe sapere che in molti casi il lungo percorso precario e'
anche fatto di attivita' non ufficiali in attesa di una ulteriore
'sistemazione' precaria. Il buon senso dovrebbe indurre a 'sospendere' la
previsione di "requisiti di ammissione", almeno fino a quando non sara'
definitivamente superata l'attuale giungla di precariato con l'introduzione
di una sola figura pre-ruolo (il cui numero di posti dovrebbero essere
rapportato agli sbocchi in ruolo) e fino a quando non sara' riformato il
dottorato di ricerca. Naturalmente, come da tempo proponiamo, "ai candidati
devono essere adeguatamente riconosciuti i periodi di attivita' didattica e
scientifica svolti a qualsiasi titolo: dottorato, assegni, borse,
incarichi, ecc."
E a proposito della "proposta di legge sulla terza fascia", ci auguriamo
che il ministro Mussi elabori una sua proposta confrontandosi su di essa
con le rappresentanze dei docenti PRIMA di presentarla al Consiglio dei
Ministri, cosi' come ha fatto il ministro Moratti per la legge sulla docenza.

- L'ANDU ha scritto che l'attuale progetto ministeriale e' "illegittimo per
la partecipazione di commissari 'non esperti' alle prove locali. Una
previsione questa giuridicamente tanto assurda da far pensare ad una scelta
da 'sentenza suicida', per ottenerne poi l'annullamento".
- Ragone invece afferma che "non e' illegittimo. In tutti i concorsi
pubblici NON e' assicurata la competenza "tecnica" di tutti i commissari. E
comunque, se questo fosse un problema sollevato dal Consiglio di stato, lo
si risolvera' sulla base dei macrosettori. Quanto all'idea che l'intento
sia di far bocciare il provvedimento, e' pura paranoia".
Ragone non ha compreso che l'illegittimita' non sta nella presenza di
commissari 'non esperti' nella "Commissione giudicatrice" (presenza che
sarebbe opportuno in ogni caso non prevedere), ma nella loro partecipazione
alla valutazione del "seminario pubblico" dei candidati. Valutazione che
richiede una competenza specifica che i 'non esperti' non hanno.

- L'ANDU ha scritto che l'attuale progetto ministeriale e' "contraddittorio
per la previsione del sorteggio dei 'commissari' solo per la fase nazionale".
- Ragone invece afferma che "non e' contraddittorio. La scelta e' infatti
quella di restringere le possibilita' di scelta locali solo ai migliori tra
i candidati, ma poi di responsabilizzare chi sceglie, e qui deve scattare
l'autonomia dell'ateneo. Nel provvedimento sulla "terza fascia" si prevede
che a pessima scelta finale dell'ateneo corrisponda il taglio delle risorse
relative, dopo la valutazione dei risultati (quattro anni dopo l'assunzione)".
"Responsabilizzare chi sceglie" e' stata la giustificazione-propaganda per
prevedere il 'membro interno' (il maestro) nei concorsi a ricercatore e a
professore e per consentire alle Facolta' di non chiamare nessuno quando
(raramente) l'allievo del maestro non e' stato giudicato idoneo ad un
concorso a  professore. Il sorteggio anche dei componenti della
"commissione giudicatrice" servirebbe a rendere meno 'automatico' il
risultato nel caso in cui l'allievo del maestro risultasse inserito tra gli
'idonei' della lista ristretta.

- L'ANDU ha scritto che l'attuale progetto ministeriale e' "accentratore
per la previsione di concentrare in poche mani (la "parte istituzionale"
della commissione locale) il potere di 'sovraintendere' al reclutamento
nell'Ateneo".
- Ragone invece afferma che "non e' "accentratore". La critica che arriva
infatti e' esattamente quella opposta: in troppi a giudicare, la scelta non
puo' avvenire "in famiglia"..."
Ripetiamo: e' accentratore. Questa scelta va verso la direzione di una
gestione complessiva dell'Ateneo concentrata nelle mani di poche persone,
emarginando la stragrande maggioranza della comunita' universitaria
(docenti, tecnico-amministrativi, studenti).

- L'ANDU ha scritto che l'attuale progetto ministeriale e' "baronale per
l'esclusione degli associati e dei ricercatori dalla "parte istituzionale"
della commissione locale, per la quale non e' richiesta alcuna competenza
scientifica specifica."
- Ragone invece afferma che "non e' baronale. Sappiamo bene, e voi stessi
lo affermate, che la capacita' di incidere in un concorso di associati e
ricercatori e' di solito nulla. Si va a fare un favore, in attesa di
ricambi.".
L'ANDU da anni chiede che le commissioni concorsuali siano formate solo da
ordinari. E questo continuiamo a chiedere per quanto riguarda i "componenti
esperti", cioe', nel caso dell'attuale Schema di Regolamento ministeriale,
gli "esperti revisori" e la "parte disciplinare" della"commissione
giudicatrice" di Ateneo. Tutt'altra cosa e' invece la "parte istituzionale"
della "commissione giudicatrice" alla quale e' assegnato un compito
'politico': quello di 'difendere' gli interessi generali dell'Ateneo.
Perche' non dovrebbe potere svolgere un tale compito un associato o un
ricercatore? Chi nega questa possibilita' dovrebbe per coerenza chiedere
che a fare parte degli organi accademici (Senato Accademico, Consigli di
Amministrazione, di Facolta', di Corso di Studio e di Dipartimento, CUN)
debbano essere solo i professori ordinari.

- L'ANDU ritiene da anni che nei concorsi a ricercatore "la scelta dei
vincitori deve essere fatta da una commissione nazionale composta solo da
ordinari direttamente sorteggiati".
- Ragone definisce clamorosamente assurda questa nostra proposta,
sostenendo che "il concorso nazionale di soli ordinari perpetuerebbe
esattamente la situazione attuale, chi bandisce il posto si metterebbe
semplicemente d'accordo con gli ordinari-leader a livello nazionale, e il
gioco sarebbe fatto, come sempre...".
Non si capisce perche' il condizionamento degli ordinari sorteggiati e'
certo quando si tratta di quelli previsti nella proposta dell'ANDU e
miracolosamente tale condizionamento non sarebbe possibile per gli ordinari
sorteggiati (gli "esperti revisori" nazionali) previsti nell'attuale Schema
di Regolamento ministeriale.
La differenza di fondo tra la proposta dell'ANDU e l'attuale progetto
ministeriale sta nel fatto che l'ANDU ritiene INDISPENSABILE che la scelta
del vincitore venga sottratta TOTALMENTE alla volonta' del maestro che e'
riuscito a farsi bandire il posto da destinare al proprio allievo, mentre
il Ministero vuole CONDIZIONARE, ma non escludere, che il maestro alla fine
possa scegliere il suo allievo. Infatti, quando l'allievo del maestro
dovesse risultare inserito tra gli 'idonei' della "lista ristretta" (che
non a caso c'e' chi vuole allargare significativamente), sara'
'inevitabile' che ad essere scelto dall'Ateneo (cioe' dal suo maestro)
sara' proprio lui.

31 maggio 2007

=========

Da Giovanni Ragone, consigliere del ministro Mussi:

"Subject: contro il buono-posto
Date: Mon, 28 May 2007 19:50:31 +0200
From: "Ragone Giovanni"
To: <anduesec@tin.it>

Cari amici e colleghi dell'ANDU...

... al di la' dei vostri soliti toni apodittici, noto che avete finalmente
compreso che la proposta di nuovo regolamento per il reclutamento dei
ricercatori punta a porre sostanziali limiti alla tradizionale cooptazione
mascherata da concorso (locale o nazionale; qui è infatti l'assurdo
clamoroso della vostra proposta: il concorso nazionale di soli ordinari
perpetuerebbe esattamente la situazione attuale, chi bandisce il posto si
metterebbe semplicemente d'accordo con gli ordinari-leader a livello
nazionale, e il gioco sarebbe fatto, come sempre...). E per completezza e
informazione, in attesa della prevista riunione di confronto con sindacati
e associazioni, e mentre si stanno valutando i pareri del CUN e della CRUI,
decisi a mantenere l'impianto del provvedimento ma anche ad accogliere le
critiche giustificate, vi rendo noto che:

a) il meccanismo non e' lungo. La procedura interamente telematica e'
pronta, il tempo da impiegare per la valutazione preventiva dei referee
anonimi equivale a quello che si perdeva tra il bando e l'elezione della
commissione;

b) non e' "provinciale". Si procede infatti esattamente attraverso scambi
di banche dati di valutatori, con paesi nostri partner in Europa;

c) non e' "rispettoso degli equilibri accademici", anzi. Si puo' benissimo
escludere gli esperti revisori dello stesso ateneo che bandisce;

d) non e' discriminatorio. Quali sarebbero i motivi per cui "nell'attuale
fase" non si puo' chiedere a chi vuole diventare professore universitario
(perche' di questo si tratta, sta per essere resa nota la proposta di legge
sulla terza fascia che era nel programma di governo) di aver svolto
attivita' di ricerca per quattro anni o di essere uscito dal dottorato di
ricerca?

e) non e' illegittimo. In tutti i concorsi pubblici NON e' assicurata la
competenza "tecnica" di tutti i commissari. E comunque, se questo fosse un
problema sollevato dal Consiglio di stato, lo si risolvera' sulla base dei
macrosettori. Quanto all'idea che l'intento sia di far bocciare il
provvedimento, e' pura paranoia.

f) non e' contraddittorio. La scelta e' infatti quella di restringere le
possibilita' di scelta locali solo ai migliori tra i candidati, ma poi di
responsabilizzare chi sceglie, e qui deve scattare l'autonomia dell'ateneo.
Nel provvedimento sulla "terza fascia" si prevede che a pessima scelta
finale dell'ateneo corrisponda il taglio delle risorse relative, dopo la
valutazione dei risultati (quattro anni dopo l'assunzione).

g) non e' "accentratore". La critica che arriva infatti e' esattamente
quella opposta: in troppi a giudicare, la scelta non puo' avvenire "in
famiglia"...

h) non e' baronale. Sappiamo bene, e voi stessi lo affermate, che la
capacita' di incidere in un concorso di associati e ricercatori e' di
solito nulla. Si va a fare un favore, in attesa di ricambi...

Saluti cordiali

Giovanni Ragone

Spero che apprezzerete la franchezza."
 


ANDU - Associazione Nazionale Docenti Universitari

Al Ministro dell'UR, on. Fabio Mussi


OGGETTO: Confronto su DDL 'Terza fascia'

Egregio Ministro,

abbiamo appreso da un quotidiano (v. nota) che Lei avrebbe "assicurato
l'imminente presentazione al Consiglio dei Ministri di un disegno di legge
che istituisce una terza fascia di docenza" e che il relativo testo
"potrebbe approdare a Palazzo Chigi gia' il prossimo 8 giugno".
Dallo stesso quotidiano abbiamo appreso che lo stesso provvedimento
"conterra' anche misure riguardanti gli assegni di ricerca" e il "dottorato
di ricerca".

Si tratta di questioni estremamente importanti per l'Universita' italiana,
per le quali da anni abbiamo chiesto un intervento legislativo e sulle
quali abbiamo elaborato nostre precise proposte. Proposte che finora non ci
e' stato possibile illustrarle direttamente, nonostante il suo ripetuto
impegno a un confronto continuo e approfondito su tutte le tematiche
universitarie.

Ora, a differenza di quanto avvenuto per i Regolamenti dell'ANVUR e per il
reclutamento dei ricercatori, Lei starebbe avviando l'iter di questo nuovo
provvedimento senza prima confrontarsi con le rappresentanze universitarie
e avere informato e coinvolto il mondo universitario.

Le chiediamo di presentare il disegno di legge solo dopo un confronto con
le rappresentanze universitarie, sicuri che anche Lei voglia arrivare ad un
provvedimento condiviso e utile all'Universita' statale.

In attesa di una sua convocazione per discutere la bozza di disegno di
legge, Le inviamo cordiali saluti.

3 giugno 2007

L'Esecutivo nazionale dell'ANDU

- Nota. V. articolo "Saranno promossi 20mila ricercatori" del Sole 24-ore
dell'1 giugno 2007:
http://www.stampa.cnr.it/RassegnaStampa/07-06/070601/EK9CI.tif
 


 

Quel luogo singolare formattato per la rovina

La recente riforma per il reclutamento dei ricercatori è un ulteriore segnale della crisi degli atenei italiani. Da qui la necessità di un movimento che si riappropri dell'università e salvaguardi l'unità della conoscenza
 

Franco Piperno


 
Qualche settimana fa, in base ai poteri conferitigli, quasi di sfuggita, da un codicillo annegato nell'ultima legge finanziaria, il ministro Fabio Mussi ha decretato l'ennesima riforma della università. Si tratta del quarto intervento legislativo di «innovazione» della struttura universitaria italiana in meno di dieci anni: un primato senza precedenti non solo rispetto a quel che accade nel mondo contemporaneo, ma soprattutto se rapportato alla storia millenaria dell'Università come pubblica istituzione. Un primato che ha qualcosa di grottesco, se si pensa all'«inerzia» insita nella trasmissione dei saperi. Gli effetti sulla formazione culturale delle modifiche nell'organizzazione degli studi richiedono infatti, per rivelarsi, almeno quattro o cinque generazioni di studenti (grosso modo un trentennio). Dunque, se si procede a una nuova riforma ogni due anni e mezzo, l'innovazione procede alla cieca, senza alcun riscontro con l'esperienza.
Vero è che questa volta il ministro non si spinge a disegnare lo scenario di una nuova riforma nella sua interezza, ma si limita a decretare le nuove norme per il reclutamento dei ricercatori: una figura di docenza, si badi, che solo poco più di un anno fa la riforma del precedente ministro aveva condannato ad una estinzione certa. Tuttavia, il decreto, nell'argomentare quelle norme, dichiara più volte che esse vanno collocate all'interno di una generale modificazione del reclutamento della docenza; si tratta quindi di disposizioni che prefigurano, per similitudine, i criteri d'assunzione che verranno successivamente decretati anche per professori ordinari ed associati. E' lecito dunque considerare il decreto Mussi non tanto una misura emergenziale quanto un annuncio di strategia riformatrice.
Un autogoverno da cancellare
D'ora in poi i concorsi per il ruolo di ricercatore comporteranno un giudizio preventivo nazionale da parte di un giurì di esperti. Questo giurì sarà nominato dal ministro con un complicato sistema di sorteggio tra tutti coloro che, sulla base delle «parole-chiave» presenti nelle pubblicazioni dei candidati, posseggono riconosciute competenze nei campi disciplinari interessati. Una volta dichiarato idoneo, il candidato si sottoporrà al concorso organizzato dalle singole università; questa volta verrà giudicato da sette membri - di cui quattro d'ateneo con funzioni istituzionali e tre per la parte disciplinare - nominati dal senato accademico, cioè di fatto dal rettore. Scompare così dall'università uno dei semi di democrazia introdotti dal movimento del Sessantotto: il meccanismo elettivo come forma di autogoverno. Inoltre le nomine, sia a livello nazionale sia a livello locale, sono esplicitamente riservate solo ad una delle tre caste di docenza: i professori di prima fascia, cioè giusto coloro che spartiscono con i ministri la maggiore responsabilità dell'estenuazione culturale, per non dire etica, dell'università.
A differenza che in altri sistemi, dove l'idoneità è indipendente dal numero dei posti di docenza disponibili, il dispositivo «Mussi» subordina la prima ai secondi. Gli esperti stilano una lista di idonei, dei quali però solo il primo quarto sarà effettivamente ammesso ai concorsi. Può accadere così che una «buona annata» di giovani studiosi venga indebitamente penalizzata, vedendosi negare il riconoscimento formale di una idoneità alla docenza universitaria pur tecnicamente accertata. Infine, gli esperti ministeriali redigono la lista degli idonei sulla base dei soli titoli, senza formulare alcun giudizio sulla capacità espositiva e comunicativa del candidato. Capacità tuttavia cruciale nell'attività di formalizzazione della conoscenza e trasmissione pubblica dei saperi, ovvero nel ruolo specifico dell'università italiana: che non è, occorre ricordarlo, né una scuola professionale né un centro di ricerca.
Un'impropria mistura di modelli
Dalla lettura del decreto, l'impressione è che il ministro e i suoi collaboratori abbiano proceduto a confezionare una mistura di modelli accademici diversi, dalla «docenza nazionale» d'origine franco-tedesca alla tradizione informale anglosassone, per approdare alla figura del researcher-professor partorita dalla Big-Science: ma, non avendo mescolato abbastanza, la maionese non è venuta. Si vede qui all'opera un'accidiosità tipicamente italiana, quell'autodisprezzo che ci fa sentire sempre in ritardo rispetto alle altre tradizioni nazionali, quell'affanarsi a rubare le soluzioni altrui proprio nei settori dell'attività collettiva in cui il nostro paese ha giocato un ruolo creativo e vanta una esperienza quasi millenaria. E' la stessa accidia, per intenderci, di quando Walter Veltroni si dichiara seguace del pensiero politico di Bill Clinton, il quale non sapeva d'averne uno prima che il sindaco di Roma glielo attribuisse.
Gli adoratori della American way of life, specie intellettuale in via di rapida moltiplicazione qui da noi, dimenticano forse alcune cose, peraltro comunemente note, sul sistema formativo di quel paese. In primo luogo, le dimensioni di ignoranza individuale che esso comporta: secondo un'inchiesta realizzata, per il periodo 2000-05, dalla Aps (American Physical Society), la metà degli allievi della scuola secondaria non sa localizzare l'Europa o il Giappone sulla carta geografica; e nel 2000, il 20% della forza-lavoro era del tutto illetterata: in grado di riconoscere le singole lettere e riprodurne il suono, ma incapace di leggere persino una sola frase. In secondo luogo, la penalizzazione degli strati sociali più poveri che deriva dalla pessima qualità dell'insegnamento pubblico: solo l'8% degli adolescenti neri, il 20% degli ispanici e la metà dei bianchi sa calcolare il resto che gli è dovuto per una cena con due pietanze, cioè effettuare una addizione e una sottrazione consecutivamente.
Tutto questo contrasta nettamente con la formidabile vitalità dell'economia americana; che, in principio almeno, sembra esigere gente istruita piuttosto che analfabeta. In realtà, quel principio è solo un pregiudizio liberale, giacché molti ruoli del lavoro subordinato sono resi facili, per non dire stupidi, dallo tecno-scienza; infatti, non occorre capire, basta eseguire i gesti nella sequenza programmata.
Arrivano i migranti
In verità, una nazione può essere ricca e tecnicamente avanzata senza che i suoi cittadini sudditi debbano comunemente possedere i saperi dai quali quella ricchezza e quella tecnica hanno tratto origine - il che rivela, per inciso, quanto falsa sia la pretesa del nostro ceto politico di subordinare la formazione culturale alle necessità della competizione economica globale. Va detto, tuttavia, che le debolezze più gravi del sistema educativo americano sono parzialmente temperate da alcune istituzioni private, ad alto costo ma di ottima qualità. E che per quanto riguarda la forza-lavoro tecno-scientifica, l'inefficienza pubblica è mascherata dalla contribuzione nascosta degli immigrati. Le università accolgono infatti ogni anno un gran numero di studenti stranieri, spesso assai brillanti, e finanziati per i loro studi dalle famiglie o dalle istituzioni dei paesi d'origine: in alcune università prestigiose oltre il 70% dei dottorandi in fisica sono in questa situazione, mentre per le scuole d'ingegneria si tratta della metà degli studenti. I laboratori americani accolgono, dopo il dottorato, i migliori ricercatori stranieri, offrendo loro lavori incomparabilmente migliori di quelli nei loro paesi. Il costo iniziale della formazione di questi studiosi grava perciò sui paesi d'origine; e questo permette agli Usa d'aver accesso a un vivaio gratuito di qualità che contribuisce in modo determinante alla loro prosperità.
Malgrado tutto ciò, sarebbe disonesto non riconoscere che nella decisione del ministro di procedere per decreti v'è la presa d'atto dell'emergenza universitaria così come realmente è: lo svilimento della qualità della docenza, dovuta in primo luogo alla gerarchia senza autorità e alle pratiche lobbistiche per non dire mafiose dell'autopromozione collettiva; la frammentazione centesimale dei saperi attraverso l'inflazione dei corsi di laurea e l'aumento esponenziale dei moduli formativi; la tentazione propria delle corporazioni asfittiche di praticare modi perfino offensivi di «familismo amorale»: tendenze queste già presenti nelle università italiane sin dal dopoguerra, ma esaltate da quelle forme di autonomia degli atenei introdotte dalle riforme Zecchino-Berlinguer-De Mauro-Moratti.
La soluzione prospettata da Mussi, però, è un po' come buttare il bambino insieme all'acqua sporca. L'autonomia degli atenei, non solo amministrativa e finanziaria ma anche ordinamentale (quella che riguarda cioè le forme e i contenuti della trasmissione del sapere) è l'anima delle università: privati di questa potenza, gli atenei degradano a luoghi di addestramento per la forza lavoro qualificata. Era facile prevedere che la realizzazione dell'autonomia dovesse scontare più di una rovinosa caduta iniziale: solo dopo qualche lustro e a regime l'autonomia universitaria comincia a dare i suoi frutti. Ma il punto cruciale è che non si può riformare l'università snaturandola. Senza il concetto di autonomia del sapere, che vuol dire libertà del lavoro intellettuale, del suo accumularsi criticandosi pubblicamente, la specificità sociale dell'università, l'università come luogo singolare, va perduta.
Ritorno al futuro
La visione che il ceto politico ha dell'università è quella di una scuola professionale che, in funzione del mercato del lavoro, sforni giovani «formattati», più che formati, per ipotetici lavori qualificati. Si tratta di una visione senza concetto, che ha già mandato in rovina l'università nel nostro come in altri paesi. Bisogna invertire la rotta, e per farlo non c'è nessuna via elaborata in luoghi lontani che possa essere riprodotta da noi. Per salvare l'università, per serbarne l'autenticità cioè l'autonomia e la pubblicità del sapere, occorre ricostruirla daccapo sulle sue stesse rovine. Più che guardare altrove, giova ricominciare di nuovo, tornare all'origine, all'università medievale; e solo chi è prigioniero del tempo lineare potrebbe giudicarlo un ritorno indietro.
Del resto, non era stato il movimento del Sessantotto, nella prassi più che nella teoria, ad abbozzare una università strutturata attorno ad una sola figura di docente, sottoposto a un periodico e vincolante giudizio collettivo da parte degli studenti che ne hanno seguito le prestazioni magistrali? Questa maniera di garantire la qualità della docenza, che è propria dell'università delle origini, riproposta oggi suonerebbe, nel lingua di legno dei sindacati, come precarizzazione dell'intero corpo docente, come temporaneità del ruolo magistrale.
Bisogna invertire la rotta, ma non si vede chi possa farlo. Non i politici o i sindacati che non sono neanche in grado di porre la questione in tutta la sua complessità; ma neppure i docenti ingessati come sono in una gerarchia che premia la servitù volontaria, e afflitti quindi, come gli impiegati di banca, dal «timore della fame e del freddo e che gli rubino la legittima consorte». L'unico soggetto potenzialmente in grado di dare quel colpo di maglio atto a polverizzare le attuali rovine per ricostruirci sopra è lo studente, o meglio un movimento sovversivo di studenti, nuovo perché antico, che nutra la passione di preservare l'autonomia e l'unità della conoscenza; e per questo desiderio si batta costruendo fin da subito, nell'ateneo così com'è, alternative alle forme ed alla trasmissione del sapere; e si riappropri così molecolarmente dell'università, occupandola e difendendola in quanto luogo singolare, allo stesso modo di come si difende tutto ciò che è costruito in comune, ovvero mettendo in campo il proprio corpo.
È tutto così semplice da essere del tutto improbabile. Ma per fortuna, tra cielo e terra, non accade sempre ciò che è più probabile.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/03-Giugno-2007/art41.html

 

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