FISICA/MENTE

 

ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL LICEO CLASSICO PRESESSANTOTTO

Roberto Renzetti

2007

 

Queste note nascono da una mia avversione, mai ragionata ed esplicitata, per quelli che hanno fatto il liceo classico e si sono fermati lì. Debbo essere molto chiaro per evitare suscettibilità che non è il caso vi siano. Mi riferisco a coloro che hanno fatto il liceo classico, si sono fermati e pretendono di essere persone colte e di spiegarci pontificando. E non penso che occorra essere laureati per spiegare, ragionare, essere competenti. Vi sono molte persone che, pur non avendo fatto studi sistematici, sono abilissime, sanno cogliere l'essenza dei problemi, sanno muoversi in modo competente all'interno della funzione che svolgono. Qui il discorso è solo diretto contro la presunzione che sta dietro un solo diploma, quello di liceo classico.

L'Italia è Paese a livelli di istruzione molto ma molto bassi. I dati sulla lettura di quotidiani (facendo la tara di quelli sportivi) e di settimanali (facendo la tara di quelli scandalistici e pettegoli) sono tra i più bassi d'Europa. Il tasso di persone laureate è, insieme a quello delle diplomate, ancora il più basso d'Europa. Se poi si va ad indagare sul tipo di laurea ci si accorge che le lauree "serie", quelle che richiedono molto lavoro ed impegno, sono poco frequentate. Questo è dunque il riferimento culturale da cui conviene partire.

Quindi pochi diplomati a livelli sempre più scadenti da quando i pedagogisti di Berlinguer hanno avanzato l'orrida tesi secondo cui per aumentare il numero di diplomati occorreva abbassare il livello della qualità dell'istruzione (analogamente a livello universitario con le lauree 3 + 2 inventate da Modica, il diessino ancora imperversante sul fronte della dequalificazione dell'università). Siamo ormai a dieci anni dai disastri di Berlinguer (modica) e siamo quindi in grado di misurare fino in fondo l'abisso in cui ci ha (hanno) sprofondato. Ma quanto intendo qui sostenere, in relazione alla tesi annunciata, è addirittura precedente non solo a queste ultime misere vicende, ma addirittura al populismo che si scatenò sulla scuola italiana nel post sessantotto da parte di ceti politici desiderosi solo di accantonare il problema della contestazione giovanile.

L'apertura generalizzata dell'università, di tutte le facoltà, a tutti i diplomi, gli esami finali (maturità o Stato) resi molto più semplici, coniugavano nel sociale il tema reazionario dell'identità tra scuola di massa e scuola dequalificata.

Quindi siamo ancora prima, in quel liceo, quello classico appunto, che era considerato fin dalla sua nascita nel 1923 ad opera di Giovanni Gentile, il tempio del sapere.

Per discutere del problema, visto il superamento ormai di quella fase, non posso che riferirmi a ricordi personali che però condividevo con molti studenti all'epoca e successivamente conosciuti. Sto affermando che, in quanto dirò, non vi sono forzature personali e, laddove dovessi farlo, lo annuncerei.

La mia generazione, quella nata mentre la guerra finiva, ha vissuto momenti molto importanti, uno dei quali fu la nascita della scuola media unica nel 1963.

Qualche anno prima, alla quinta elementare, avevo visto per l'ultima volta i miei compagni di scuola, con il viso più scuro e segnato dal sole del mio. Era tutto scritto nei volti. Nel mio vi era il destino del figlio di "una persona per bene", in molti altri quello di proseguire all'avviamento professionale. Casale, Domenici, Marini ed altri andavano a testa bassa vergognandosi di avere quel viso. Renzetti, Sbardella, Elia, ... proseguivano verso un futuro da "padroni".

Quindi Renzetti fa la scuola media dopo la quale le scelte sono molteplici ma, per chi viveva in provincia come me, obbligate dal tipo di scuola che c'era materialmente nella cittadina o nelle immediate vicinanze. Per me non c'erano problemi o dubbi: i miei avevano deciso per il liceo classico e si sarebbero magari trasferiti in una sede dove tale scuola vi fosse e fosse ben radicata con un qualche prestigio.

Ho iniziato con quasi tutti i miei compagni d'allora un lavoro che mi ricordo estremamente faticoso ed estraneo completamente ad ogni mio interesse. Avevo 13 anni (ho iniziato le elementari a 5 anni) ed iniziavo con il greco e con un latino già avanzato, le analisi logica e grammaticale, la geometria, uno studio approfondito di grammatica e sintassi italiane. Fu cosa durissima che seguì per tutti i due anni ginnasiali. Ricordo che più di quanto apprendevo di nozioni si stava lavorando su di me per farmi acquisire un metodo che era essenzialmente l'abituarmi a tre ore di studio pomeridiano dopo le lezioni del mattino. Poi il salto al triennio del liceo e lì, la stessa età che ti cambia radicalmente ad un certo punto, già ti fa sentire importante rispetto a tutto ciò che ti sei lasciato dietro e rispetto al fatto che ormai sei quasi alla vetta (naturalmente non sapevo che il lavoro più duro stava per iniziare).

Al liceo la mole di lavoro che ti piombava addosso era impressionante e tale da non farti ragionare su altro. Non avevo il tempo per rivolgermi ad altro, anche perché, per sopravvenute difficoltà logistiche ed economiche, mi trovavo a dovermi alzare alle 4 e 45 minuti della mattina per prendere l'autobus delle 5 e 43 che mi portava a scuola. Tre anni così che però, dopo le fondamenta del ginnasio, dopo quel lavoro che non capivo proprio a cosa servisse, iniziava a trovare soddisfazioni. Iniziavo ad appassionarmi alla lettura, all'approfondimento di temi e problemi. Addirittura giggionavo con gli amici in latino e mi avviavo a farlo in greco. Di matematica non sapevo nulla, neanche che esistesse, dato il livello infimo del suo insegnamento e del peso specifico che aveva. Ogni giorno, misurandomi in normali discussioni all'esterno, capivo che avevo molti strumenti di interpretazione della realtà che ai miei amici non studenti sfuggivano. La lettura della storia dietro ai fatti apparenti, il Risorgimento come occupazione del mezzogiorno da parte del Nord per avere mercati di sbocco ... Pareva incredibile rispetto alle letture apologetiche di Mazzini, Garibaldi e Cavour. Poi il Cristo filosofo alla pari con il Marx filosofo. Insomma gli ormoni culturali erano sollecitati al massimo. Leggevo greco e latino con facilità. I miei professori me lo facevano fare addirittura con la metrica tecnica. Sapevo cosa che, quando le confrontavo con i "poveretti" che facevano le magistrali, mi facevano sentire superimportante, molto colto, padrone del sapere. Ricordo che il 1963, l'anno del mio esame di Stato, era stato anche l'anno della riforma Medici che ci fece violentemente arrabbiare. Non solo occorreva portare agli esami tutti i programmi di tutte le materie dell'ultimo anno (con tutti gli scritti) ma erano diventati obbligatori anche quelli che erano chiamati "riferimenti" ai due anni precedenti: 1000 versi di greco per la prima liceo e 1000 per la seconda; altrettanto per il latino; 15 canti dell'Inferno e 15 del Purgatorio; svariate poesie e brani di prosa; un testo letterario l'anno; i teoremi del primo e del secondo anno; e così via con arte, con scienze, con fisica ed addirittura con il saggio ginnico!

Ma noi eravamo quelli che ce l'avrebbero fatta. O noi o nessun altro. Solo che le cose da fare erano diventate ingestibili proprio per i tempi a disposizione. Con gli altri tre compagni che vivevano nel mio paese (Alberto, Giovanni, Paolo) ci recammo al vicino monastero benedettino e chiedemmo ospitalità per circa un mese, quello che all'epoca divideva la fine delle lezioni dall'inizio degli esami. Dietro un pagamento fittizio (poche lire) ci fu concessa l'ospitalità richiesta. Ognuno di noi aveva una celletta, mangiava nel refettorio comune nella gradinata più alta (in quanto ospiti di riguardo), era svegliato dallo svegliarino (un giovane monaco che ti bussava alla porta ad una data ora) era esonerato dalle funzioni dei monaci (noi non rinunciavamo però ai canti gregoriani che tutte le sere alle 23 e 30 minuti si eseguivano nella chiesa buia, in fondo al coro), poteva usare di una infinita biblioteca con libri introvabili, con pergamene preziose e con il primo libro stampato in Italia. Poi il giorno occupavamo una o due aule del seminario (all'epoca vuoto) per ripassare, fare lezione uno all'altro, interrogarci l'uno all'altro. Ogni tanto andavamo a disturbare il caro Don Gabriele, un grecista di prim'ordine, per avere consigli, aiuto, suggerimenti. Con lui scherzavamo spesso e volentieri. E quando gli dicevo: "Si immagina che fregatura se, alla fine, dovesse scoprire che tutto ciò in cui crede è falso ?". Egli si intristiva per un istante e poi faceva un saltello a piedi uniti indietro dicendomi: "Stai zitto! non lo dire neanche per scherzo. E' peccato". Questo lo faceva ritornare umano, da quel grande grecista che era. Ma non era solo lui a spiegarci cose. Mi ricordo il priore Don Carlo che disquisiva volentieri con noi perché ci riteneva (caspita!) degni di considerazione. Con lui il discorso spaziava dalla filosofia alla letteratura. Insomma una fatica infinita ma coin una soddisfazione molto ma molto grande.

E poi ... intravedevamo la fine di tutto questo. Da lì ad un mese e mezzo saremmo diventati adulti e ... pronti per l'università. Ecco, caratteristica di tutti noi, era vedere ciò che facevamo SOLO propedeutico al proseguimento degli studi. Qualcuno lasciò gli studi, per esigenze diverse ed indipendenti dallo studio in sé. Nessuno credeva che quello studio ci avesse preparato a qualcosa se non allo studiare, al saper studiare. Quindi eravamo un'opera incompiuta. Avevamo in potenza ogni possibilità ma, al momento, eravamo come un fucile carico. E questo lo dico con il senno di poi perché allora eravamo pieni di noi stessi. E questa pienezza si sgonfiò quasi subito quando ci incontrammo sui banchi del primo anno d'università.

Io poi, che conoscevo benissimo il greco ed il latino ma che non sapevo nulla di matematica, forse proprio per quel senso di onnipotenza mi iscrissi a Fisica. Ed ancora io dai banchi delle prime lezioni d'università, di fronte a matrici, determinanti, derivate, forme differenziali, ... di fronte cioè ad un nuovo ginnasio che mi avrebbe dovuto portare alle fondamenta delle conoscenze ulteriori di fisica, ritornai ai miei 13 anni. Tutto ciò che sapevo era stato fondamentale solo per avermi fornito un poderoso metodo di studio, per avermi abituato al sacrificio, alle ore ininterrotte di studio, al confronto continuo, ... I contenuti in sé, quelli del passato dico, li avrei potuti anche dimenticare. Tra l'altro perché estranei a qualunque professione (certo che, dati i livelli di cialtroneria del nostro Paese, l'estate mi "assumevano" come "ragioniere" per fare i conti di una ditta di alimentari all'ingrosso; in altri momenti come autista o come caricatore/scaricatore di merci; in altri ancora come "attore/comparsa/fumettaro"; cioè tutto, ma tutto completamente al di fuori del mio amato liceo classico).

Mi sono chiesto più volte cosa sarebbe stato di me se non avessi proseguito gli studi. E lka risposta è in quanto ho già detto. Sarei stato uno che sapeva tante cose ma con alcuna valenza professionale. Un abile ciarlatano, con citazioni colte, ma inutile al mondo del lavoro se non a quello marginale ed esente da ogni specializzazione. L'ho ripensato anche in occasione di questa rivisitazione dei miei studi. Non c'è nulla da fare: chi fa il classico e si ferma lì è la statua che esiste nel blocco e che deve essere ancora scolpita. Se non va avanti è un patetico personaggio da presentazione di libri, da cineclub et similia. Ed il diretto interessato se ne accorge solo dopo, quando cioè ha affrontato nuovi studi a livello superiore, studi che lo hanno immesso in una professione e non nelle potenzialità di essa.

Per quanto ne so, essendo io restato nella scuola per molti anni ed avendo convissuto con studenti di classico, lo studente non si rende conto del livello degli studi sempre più infimo (5 anni fa insegnai in un classico. Mi accorsi che per il greco ed il latino l'elenco dei libri di testo prevedeva, oltre al testo dell'autore classico, il traduttore di tale testo. Una cosa del genere ai miei tempi, dove nottetempo consultavamo i traduttori, sarebbe significato il discredito a vita per lo studente che usava un traduttore per non dire dell'insegnante che lo consigliava ...). Per lui vale ancora il criterio che il classico è il meglio sul mercato della scuola. E quindi, se possibile, oggi coloro che si fermano alla fine del classico hanno la stessa spocchia di un tempo ma con meno giustificazioni.

Faccio ora un salto per riallacciarmi in breve a vicende politiche, anzi a precisi uomini politici imperversanti al presente.

Sentite ciò che dicono e la spocchia con cui lo fanno. Vi dico io di chi si tratta, siate voi a tentare di riconoscerli nel breve ritratto che ho fatto.

Tra questi classici vi sono: D'Alema, Ferrara, Rutelli, Capezzone, Realacci, Gardini, Gasparri, Sereni.

Ritorno un attimo a quanto dicevo in apertura di queste note: i bassissimi livelli culturali italiani. Se si confrontano questi personaggi con tali livelli è chiaro che potrebbero anche fare una qualche figura. Ma in assoluto ....


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