FISICA/MENTE

MUSSI HA ALTRO DA FARE

ED ANCHE CON IL SUO AIUTO L'UNIVERSITA' PRECIPITA SEMPRE PIU' IN BASSO

di ANDU - Associazione Nazionale Docenti Universitari



L'AUTONOMIA E L'ANVUR

Il Consiglio dei Ministri del 4 aprile 2007 ha approvato lo Schema di DPR per il Regolamento dell'ANVUR. Lo "Schema di Regolamento" sara' ora sottoposto alle Commissioni parlamentari competenti per il prescritto parere. Successivamente il DPR sara' definito e approvato dal Consiglio dei Ministri, poi emanato dal Presidente della Repubblica e quindi pubblicato sulla G.U.
Il Ministro, nell'incontro del 13 marzo 2007, si e' impegnato ad incontrare nuovamente le Organizzazioni dell'Universita' e della Ricerca dopo i pareri delle Commissioni parlamentari e prima dell'approvazione definitiva del Regolamento da parte del Consiglio dei Ministri.

Sulla questione dell'ANVUR riportiamo in calce il testo di un articolo apparso il 7 aprile 2007 su ItaliaOggi, dove, tra l'altro, si informa che il Presidente della CRUI "plaude al provvedimento targato Fabio Mussi" e si riportano i "commenti positivi" del Responsabile nazionale dei DS per il sapere e l'innovazione esprime.

Lo "Schema di Regolamento" approvato dal Governo non si discosta sostanzialmente da quello distribuito nell'incontro del 13 marzo 2007.
Quel testo -  pur recependo alcune delle critiche avanzate anche dall'ANDU alle precedenti "Linee-guida del Regolamento" - conteneva ancora punti non accettabili tra i quali il comma 10 dell'art. 4, che puo' portare ad una pesante e inaccettabile ingerenza dell'ANVUR nell'attivita' di ricerca condotta dai singoli docenti e ricercatori. Questo punto e' stato finora mantenuto (ora e' diventato lettera a. del comma 8 dell'art. 4 dello "Schema di Regolamento").

Il 29 marzo 2007 anche l'Assemblea della CRUI (per il testo del parere v. nota) ha criticato quanto previsto dal comma 10 perche' "la disposizione e' in aperto contrasto con l'autonomia dei Nuclei Interni ex art.1 legge 370/1999 e con i principi che regolano la valutazione interna, e costituisce una ulteriore forzatura rispetto a quanto stabilito nella L. 286/06, art. 2 c. 138 lett. b)."
La stessa Assemblea della CRUI, sul comma 1 dell'art. 6 (ora comma 4 dell'art.4), ha scritto: "Suscita perplessita' la determinazione dei requisiti in ordine all'adeguatezza dei programmi di insegnamento. Tale previsione sarebbe in contrasto con la liberta' costituzionale della didattica."
Ma le critiche piu' dure espresse dall'Assemblea della CRUI sul progetto ministeriale riguardano l'impianto stesso del provvedimento che non rispetta la legge istitutiva dell'ANVUR:
"Per quanto riguarda i contenuti del documento, l'Assemblea osserva preliminarmente che non si verifica una perfetta corrispondenza tra le materie oggetto di regolamento previste dalla legge e quelle disciplinate dall'attuale bozza: il Regolamento infatti disciplina materie non previste nella legge (il dettaglio delle attivita', poteri ispettivi dell'Agenzia, poteri correttivi del Ministero) e dedica minore attenzione al funzionamento, come invece richiesto dalla norma. La legge 286/2006 (cc.138-142) prevede infatti espressamente le materie che devono essere oggetto di regolamento: struttura e funzionamento dell'ANVUR; nomina e durata dei componenti.
Nella bozza in esame, il capo I, dall'art. 3 all'art. 9, disciplina le attivita' dell'Agenzia (materia non prevista espressamente dalla legge 286/2006) ed entra nel dettaglio delle azioni dell'organismo prevedendo poteri ispettivi dell'Agenzia e connessi poteri evidentemente di tipo sanzionatorio da parte del Ministero che non trovano nessun fondamento giuridico ne' nella legge 286/2006 ne' in altra normativa statale."
E ancora: "Sul piano generale l'Assemblea rileva con preoccupazione che l'Agenzia non obbedisce a quel criterio di terzieta' che e' condizione indispensabile per la valutazione complessiva del sistema nazionale della ricerca e dell'alta formazione, al cui interno debbono essere oggetto di valutazione anche le attivita' di competenza del Ministero".

Le forzature normative e i pericoli per l'autonomia universitaria erano gia' insiti nella procedura scelta dal Ministro per imporre l'Agenzia di valutazione attraverso una delega quasi in bianco contenuta in un decreto-legge (il Decreto fiscale collegato alla Finanziaria 2007), convertito con un voto di fiducia.
Questi metodi 'golpisti' (finanziarie, decreti-legge, leggi-delega, voti di fiducia) sono stati sempre adoperati per imporre norme (peraltro con contenuti spesso improvvisati e pasticciati) con le quali si sta da oltre un decennio demolendo l'idea stessa dell'Universita' statale, di massa e di qualita': falsa autonomia finanziaria, finta autonomia statutaria, abolizione di fatto del CUN, finti concorsi locali, imposizione del "3 + 2", moltiplicazione degli Atenei, aumento a dismisura del precariato, progressiva riduzione dei finanziamenti, legge Moratti, ecc..

E' indispensabile che il mondo universitario conosca e discuta a fondo i provvedimenti che stanno 'calando' sull'Universita' (ANVUR, modifica dei concorsi a ricercatore, dottorato di ricerca, stato giuridico, governance) per intervenire in tempo nel merito e ottenere provvedimenti condivisi e utili all'Universita' e al Paese, piuttosto che a favore di quei poteri forti accademico-politici che vogliono ottenere il completo controllo delle risorse pubbliche per l'alta formazione e la ricerca.
In particolare sull'ANVUR la comunita' universitaria deve impegnarsi per convincere le Commissioni parlamentari ad esprimersi in difesa dell'autonomia universitaria garantita dalla Costituzione e per ottenere dal Governo un provvedimento rispettoso di tale autonomia e delle leggi.

7 aprile 2007

Nota. Per il testo del parere approvato il 29.3.07 dall'Assemblea straordinaria della CRUI sulla bozza di regolamento dell'ANVUR:
http://www.crui.it//data/allegati/links/3887/parere%20_ANVUR.pdf
______________________


Da ItaliaOggi del 7 aprile 2007:

"UNIVERSITA', DALLA CRUI OK ALL'ANVUR"
di Benedetta P. Pacelli

Consensi, ma anche qualche rilievo. La neonata Agenzia di valutazione del
sistema universitario e degli enti di ricerca, appena approvata dal
consiglio dei ministri (si veda Italia Oggi di ieri), che dovra' passare al
vaglio delle commissioni parlamentari competenti per il prescritto parere e
che promette di riportare trasparenza nel mondo universitario, continua a
suscitare qualche polemica. Eccezion fatta per il presidente della
Conferenza dei rettori delle universita' italiane Guido Trombetti che
plaude al provvedimento targato Fabio Mussi, auspicando che l'agenzia vada
a regime nel piu' breve tempo possibile. Ma soprattutto, ha spiegato il
presidente della Crui, "mi auguro che il suo funzionamento sia immune da
quelle pesantezze burocratiche che tanto spesso, nel nostro paese, hanno
frenato nel pubblico le migliori intenzioni". L'auspicio e' insomma che chi
guidera' la macchina della valutazione ne faccia uno strumento snello ed
efficiente e non una sovrastruttura in piu'. Commenti positivi anche da
parte di Andrea Ranieri responsabile nazionale dei Ds per il sapere e
l'innovazione, secondo il quale la nascita dell'agenzia e' un buon modo per
collegare "alla valutazione una parte dell'incremento dei finanziamenti per
gli atenei". "Per far funzionare al meglio l'intero sistema credo che possa
essere positivo collegare il trasferimento di una parte di questo
incremento di risorse, fino al 30%, ai risultati della valutazione".
Valutazione necessaria anche per il responsabile di An per la scuola e
l'universita' Giuseppe Valditara che pero' considera grave la previsione di
una nomina governativa di tutti i componenti dell'Agenzia di valutazione
perche' in questo modo "e' evidente il pericolo di condizionamenti
governativi sull'autonomia universitaria". Conferma i suoi dubbi, anche a
fronte dell'ultima stesura del testo, l'Associazione nazionale dei docenti
universitari (Andu) che vede nell'Agenzia uno strumento che puo' limitare
l'autonomia delle singole universita'. "Una preoccupazione", ha spiegato
Nunzio Miraglia coordinatore nazionale dell'Andu, "condivisa anche dai
rettori". Ma in particolare ha sottolineato Miraglia "tutto questo rende
ancora piu' evidente come l'autonomia dei singoli atenei puo' essere
tutelata validamente solo difendendo l'autonomia del sistema nazionale
delle universita'. E la tutela", ha concluso, "puo' essere assicurata solo
con un organismo di autogoverno eletto direttamente da tutte le componenti
universitarie". "

 


Dalla Stampa dell'11 aprile 2007:

NON MI UNISCO AI CERVELLI ITALIANI

Un noto filosofo che insegna in California spiega perche' non andra' al
raduno di Washington. «Ma quale eccellenza? Basta con le reti per pochi
privilegiati»
 
ERMANNO BENCIVENGA

Ci sono due cose che mi preoccupano nell'appello all'unita', o almeno alla
creazione di una "rete", associato alla riunione di studiosi italiani in
programma a Washington il 13 e 14 aprile (e presentata ieri su La Stampa).
Primo, il suo provincialismo. Io sono italiano, legato da rapporti e
affetti ampi e profondi al mio paese d'origine; e sono anche americano,
avendo vissuto negli Stati Uniti per quasi trent'anni, cioe' quasi tutta la
mia vita di lavoro, e avendoci tirato su una famiglia. Non mi considero
pero' un italo-americano o nessun'altra creatura con trattini; ne' un
cervello in fuga (da che? aveva senso parlare di fuga dalla Germania
nazista, ma non dall'Italia del dopoguerra); ne' particolarmente
rappresentativo della cultura italiana o europea.

Sono un intellettuale che ha fatto la scelta di lavorare in California
invece che a Bari o a Parigi; ho colleghi che rispetto e con cui talvolta
sono in rapporti di amicizia a Bari, a Parigi, in California e in tanti
altri posti; se rappresento qualcosa e' proprio lo sforzo di superare il
mio essere stato "gettato" (avrebbe detto Heidegger) in un luogo specifico
- superarlo conservandolo, certo, ma anche trasfigurandolo: tramutandolo in
una storia unica e personale di cui l'essere italiano (o americano) e' solo
un capitolo. Ogni tanto ricevo inviti da associazioni varie che insistono
su questa condizione di esule dal Belpaese (ne ho ricevuto anche uno ad
andare a Washington) e, cortesemente, rifiuto. Quando i voti all'estero
hanno contribuito a eleggere il nostro attuale sgangherato governo ho
ricevuto una lettera circolare che mi si chiedeva di firmare per richiamare
l'attenzione (e magari la gratitudine) dei nuovi potenti sulla nostra
particolare condizione. Non l'ho firmata, e ho pensato che uno dei motivi
per cui avevo lasciato l'Italia (e per cui il nostro attuale governo e'
tanto sgangherato) era riflesso in quella lettera: ogni gruppo di quattro
gatti, da noi, tende a organizzarsi in un gruppo di pressione.

La seconda cosa che mi preoccupa e' l'accento posto sull'"eccellenza". Mi
ricorda la celebre affermazione di Le'vi-Strauss, in Tristi tropici, che i
libri di viaggio hanno cominciato a imperversare quando sono finiti i
viaggi. In America i centri di eccellenza si sprecano, ma gli studenti
universitari, anche in questi centri, sono perlopiu' funzionalmente
analfabeti e la nazione non potrebbe sopravvivere se non continuasse a
importare persone meglio educate dall'estero. Quella che ho fatto io in
Italia, negli anni dal 1968 al 1972, era un'universita' di massa (e di
contestazione); eppure ci ho imparato abbastanza da fare una buona carriera
in America, e molti di quelli che hanno preso la stessa strada devono aver
fatto lo stesso tipo di universita', perche' non hanno un'eta' molto
diversa dalla mia. Si impara quando c'e' entusiasmo, quando c'e' passione,
quando si pensa di poter fare la differenza; quindi piantiamola con le reti
accessibili a pochi privilegiati ("la futura classe dirigente") e
ritorniamo con entusiasmo e passione in aule aperte a tutti, perche' e' li'
che potremo davvero dare un contributo. E adesso devo smettere, perche'
grazie al cielo in quel "centro di eccellenza" che e' l'Universita' di
California ho il piacere di discutere con trecento studenti (perlopiu'
funzionalmente analfabeti) l'Apologia di Platone. Dovro' trovare le parole
per spiegargliela; e, se qualcosa scatta nella loro mente, sapro' che la
mia giornata non e' passata invano.

 


Dalla Stampa di martedi' 17 aprile 2007:

Una "rete" per i talenti abbandonati

Continua, anche su La Stampa online (nota), la polemica su cervelli in fuga
e centri di eccellenza. "Stiamo attenti a quel che copiamo dall'America"
 
ERMANNO BENCIVENGA
 
La polemica seguita al mio intervento sulla riunione di cattedratici
italiani a Washington e' andata oltre le difese d'ufficio degli
organizzatori; in un foro di discussione aperto sul sito de La Stampa sono
intervenuti in molti, insistendo che, sotto la notizia prefabbricata a uso
e consumo di quattro gatti, esistono problemi che riguardano milioni di
cittadini. Fra questi, tanto per cominciare, ci sono i numerosi dottorandi
e borsisti italiani che lavorano all'estero, e che non si sa quale
vantaggio possano trarre da una "rete" che sembra costituita per far
sentire i professori meno soli. L'origine e l'eventuale soluzione delle
loro difficolta', infatti, vanno cercate non in America, ma in Italia.
Per farmi capire, partiro' dalla mia esperienza. Io non sono solo italiano
e americano; sono anche calabrese. Il mese scorso sono tornato in Calabria
e ho parlato in varie cittadine della costa e della Sila, soprattutto nelle
scuole. Dove ho trovato insegnanti preparati ed entusiasti e studenti
intelligenti e maturi.

- Reclamano un futuro all'altezza delle proprie doti
In un liceo classico una ragazza di sedici anni, che aveva preparato una
splendida scheda di presentazione dell'incontro, ne ha riassunto i
contenuti senza leggere, davanti a duecento persone, con voce ferma e
sicura. Ho anche cenato con un simpatico signore, impiegato statale, che ha
un figlio astrofisico e un altro economista, entrambi a Parigi. Uno e'
sposato con una canadese; hanno un bambino; i nonni ogni tanto si fanno un
bel viaggetto per andarli a trovare.
Questi diversi casi chiarivano dove fosse il problema: non in chi ha
trovato un'ottima sistemazione altrove, ma nelle migliaia di giovani che
reclamano un'educazione e un futuro all'altezza delle loro doti e
aspettative. Che vogliamo farne? Li mandiamo tutti nei centri di
eccellenza? Li esportiamo, per richiamarli in prossimita' della pensione? O
li avviamo a quel liceo di terza categoria in cui una sciagurata riforma
avviata (ahime') dalla cosiddetta sinistra sta trasformando la nostra
universita'?

- Atenei trattati come tipografie a pagamento
E se qualcuno di loro volesse fare ricerca? Ho un amico che ha scritto tre
libri, uno dei quali in inglese, ed e' fra i maggiori specialisti nel suo
ramo; ha piu' di quarant'anni e da quindici lavora a tempo pieno in un
ministero, alle due stacca e va a lavorare a tempo pieno all'universita',
gratis, nella perpetua speranza che "si apra" qualcosa. Ne ho un altro piu'
giovane, che dopo il dottorato ha vinto tre borse di studio in tre citta'
diverse, senza raccomandazioni; finita l'ultima borsa, si e' impiegato in
un'agenzia di assicurazioni. Potrei continuare. Li conosco tutti io, gli
sfigati? O non dovremmo costituire una "rete" per far sentire questi nostri
connazionali meno soli?
Ci sono tante cose che potremmo imparare dall'universita' americana. Per
esempio: i professori fanno lezione e ricevimento all'ora convenuta, i
dipartimenti non assumono i propri studenti, le case editrici accademiche
non pubblicano un saggio (di chiunque) senza prima sottoporlo al giudizio
anonimo (e spesso alla critica severa) di lettori esperti (mentre quelle
italiane, ridotte a tipografie, stampano a pagamento testi finanziati dai
"fondi di ricerca" dei professori).
Poi in America, certo, ci sono anche le lobby e i centri di eccellenza -
sintomo preoccupante, questi ultimi, del degrado dell'istruzione di base:
cio' che si impara in un simile centro e' quanto in Italia si imparava fino
a poco tempo fa con una buona laurea. Indovinate che cosa andiamo a
copiare, dall'America?"

Nota. http://www.lastampa.it/forum/forum2.asp?IDforum=504
 



E I NUOVI CONCORSI A RICERCATORE?

Il ministro Fabio Mussi aveva ripetutamente assicurato che avrebbe emanato
il "Regolamento per le procedure di reclutamento dei ricercatori" entro il
31 marzo 2007, termine previsto dalla Finanziaria 2007.
Ad oggi, 19 aprile, non ci risulta che il Ministro abbia inviato al CUN e
alla CRUI lo Schema di articolato del Regolamento per ottenere i prescritti
pareri, che vanno acquisiti prima di emanarlo con un decreto ministeriale.
L'unico atto ufficiale riguardante il Regolamento rimane quello costituito
dalle "Linee-guida per il Regolamento per le procedure di reclutamento dei
ricercatori" che il 22 marzo il Ministero ha inviato alle Organizzazioni
universitarie. Le "Linee-guida" sono state oggetto di un confronto col
Ministro il 26 marzo (sulle "Linee-guida" v. il documento dell'ANDU "Il
rettore-manager-padrone",  nota 1).

Il 12 aprile l'on. Ferdinando Latteri, responsabile per l'universita'
della Margherita, nel suo intervento "Ministro Mussi, cosi' non va" sul
quotidiano Europa (nota 2), ha duramente criticato "Le linee-guida"
elaborate dal Ministero.
Nell'intervento il prof. Latteri sostiene che "la proposta risulta
gravemente lesiva dell'autonomia dei gruppi di ricerca esistenti nelle
varie strutture accademiche" e che essa farebbe venire "meno qualunque
possibilita' di esercitare la funzione di cooptazione che e' alla base di
qualunque sistema di ricerca in qualunque parte del mondo e che garantisce
l'efficienza dell'attivita', ovviamente, presupponendo la responsabilita'
dell'istituzione che esercita e controlla la stessa cooptazione". Latteri
aggiunge che la "selezione di ateneo" e' "inopinatamente attribuita a
poteri incontrollabili da parte delle facolta' richiedenti e, ancor meno,
da parte dei gruppi di ricerca".
In sostanza Ferdinando Latteri sostiene che la procedura descritta dalle
"Linee-guida", che prevede che una 'commissione' nazionale-internazionale
indichi una lista di possibili vincitori uno dei quali sara' scelto
dall'Ateneo che ha bandito il posto, sarebbe lesiva dell'"autonomia dei
gruppi di ricerca" a differenza di quanto sarebbe finora accaduto. Eppure
fino ad oggi la SCELTA del vincitore e' stata FORMALMENTE affidata
ESCLUSIVAMENTE ad una commissione la cui maggioranza e' espressa dalla
comunita' nazionale (art. 3 del D.P.R. 23/03/2000 n. 117).
Come e' possibile che il meccanismo concorsuale attuale, che consente
formalmente ad una commissione di imporre alle "facolta' richiedenti" e ai
"gruppi di ricerca" come vincitore un qualsiasi candidato, sia ritenuto
piu' rispettoso della "funzione di cooptazione" di quanto non lo sia il
meccanismo previsto dalla proposta ministeriale? Questa proposta, per la
prima volta, consente formalmente agli Atenei di scegliere il vincitore del
concorso a ricercatore.
La spiegazione e' semplice. Al di la' dei poteri formali, le commissioni
attuali hanno svolto il compito di ratificare la 'prescelta' del vincitore,
che e' sempre stato l'allievo 'coltivato' dal 'maestro', il quale e'
riuscito a farsi bandire il posto dalla propria Facolta'.
Le critiche di Latteri tendono, di fatto, al mantenimento dell'attuale
potere di cooptazione personale, con i connessi fenomeni di nepotismo e di
clientelismo.
La cooptazione personale ha sempre avuto la sua massima espressione nel
FINTO concorso a ricercatore, che costituisce il momento di ingresso nel
ruolo della docenza.
La cooptazione personale rappresenta il pilastro del controllo scientifico
e umano del 'maestro' sul proprio 'allievo', controllo che comincia dalla
laurea, continua nel lungo periodo di precariato e prosegue, dopo il
concorso a ricercatore, lungo lo sviluppo della carriera.
In Italia, per eliminare sul serio il nepotismo e' necessario sottrarre
totalmente al singolo 'maestro' la scelta del vincitore del concorso a
ricercatore, affidandola totalmente e realmente alla comunita' nazionale,
impedendo pero' che a quel livello prevalgano i gruppi dominanti.
Per questo l'ANDU ha sempre sostenuto che i concorsi per il reclutamento
nel ruolo della docenza debbano essere gestiti da commissioni nazionali
composte da soli ordinari tutti sorteggiati. Abbiamo anche detto che e'
necessario che nessuno dei componenti di ciascuna delle commissioni
nazionali appartenga alla sede che ha bandito il concorso (per impedire il
prevalere di interessi locali) e tutti siano di sedi diverse (per non dare
troppo spazio alle sedi 'forti').
Quanto finora previsto dal progetto ministeriale per la fase nazionale dei
concorsi a ricercatore accoglie tutte le richieste dell'ANDU, eccetto
quella importantissima che i 'commissari' appartengano tutti a sedi diverse.
Per quanto riguarda la fase locale prevista dal progetto ministeriale c'e'
da apprezzare che in una recente versione non ufficiale di articolato del
Regolamento (nota 3) non sia piu' prevista la partecipazione del Rettore
alla Commissione concorsuale e che siano previsti nella Commissione solo
professori ordinari. Inoltre non e' piu' previsto che la parte 'non
competente' della Commissione esprima una valutazione sulle prove dei
candidati. Infine e' stata tolta l'incongrua e illegittima previsione che
in caso di mancata conferma del ricercatore sia sottratto all'Ateneo il
relativo budget.
Queste importanti modifiche, se confermate, ridurrebbero le distorsioni
derivanti dal volere comunque prevedere una fase locale nell'iter del
concorso. Una fase che serve a recuperare - anche se solo parzialmente - il
ruolo del 'maestro' e che rende la procedura piu' lunga e farraginosa.

Lo ripetiamo, per tagliare alla radice il nepotismo e la corruzione nei
concorsi a ricercatore la soluzione e' quella da anni da noi indicata e che
qui, ancora una volta, riportiamo.
= Proposta dell'ANDU sul reclutamento.
I concorsi per i posti nella fascia iniziale della docenza (oggi il ruolo
dei ricercatori) devono essere espletati a livello nazionale,
'concentrando', con cadenza certa, i posti banditi in autonomia dai vari
Atenei su fondi propri e/o ministeriali.
La scelta dei vincitori deve essere fatta da una commissione nazionale
composta solo da ordinari direttamente sorteggiati, tutti appartenenti a
sedi diverse ed escludendo quelli degli Atenei che hanno bandito i posti.
Ai candidati devono essere adeguatamente riconosciuti i periodi di
attivita' didattica e scientifica svolti a qualsiasi titolo: dottorato,
assegni, borse, incarichi, ecc.

19 aprile 2007

- Nota 1. Per leggere il documento dell'ANDU "Il rettore-manager-padrone": 
http://www.bur.it/sezioni/sez_andu.php 27 marzo 2007
- Nota 2. Per leggere l'intervento di Ferdinando Latteri "Ministro Mussi,
cosi' non va", apparso su Europa del 12.4.07:
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2007/04/12SI64018.PDF
- Nota 3. Per leggere la "Bozza del 4/4/2007 dello Schema di decreto
ministeriale concernente regolamento sulle modalita' di svolgimento dei
concorsi per ricercare universitario":
http://www.di.unipi.it/~ghelli/unilex/bozza.4.4.finale.pdf
 


RICERCATORI, RETTORI, RC

Segnaliamo i seguenti articoli:

- RICERCATORI
Messaggero del 23 aprile 2007
"Universita', sei saggi contro Concorsopoli"
di Anna Maria Sersale.
Riporta notizie e opinioni sul prossimo Regolamento per il reclutamento dei
ricercatori universitari.
www.crui.it poi, a sinistra, "Rassegna stampa"

- RETTORI
Unita' del 20 aprile 2007
"Universita', il regno dei rettori"
di Valeria Giglioli.
Riporta il quadro (incompleto, ndr) delle modifiche, avvenute o in corso,
degli Statuti degli Atenei finalizzate al prolungamento dei mandati dei
Rettori in carica.
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2007/04/20SII5186.PDF

- RC
Liberazione del 20 aprile 2007
"Universita', la conoscenza come bene comune"
di Domenico Jervolino.
Espone la posizione di Rifondazione Comunista sull'Universita'.
http://www.liberazione.it/giornale_articolo_ricerca.php?id_articolo=33884
 


Riguardo all'opera nefasta degli illuminati DS (Berlinguer, Bassanini, De Mauro, Modica, Mussi, Tocci, ...) sulla scuola in generale e sull'Università in particolare, debbo segnalare una drammatica conseguenza delle lauree brevi (il famigerato 3 + 2) introdotte a suo tempo da Berlinguer e Zecchino. La cosa è denunciata da un articolo di Mario Pirani (Todos caballeros negli ospedali italiani) su la Repubblica del 23 aprile 2007. Troverete un nefasto intreccio tra queste pseudolauree che si ottengono anche tramite crediti raccolti sul campo (o supposto tale) e rivendicazioni corporative dei sindacati che si preoccupano molto dei loro iscritti fregandosene dei cittadini. Intorno alla metà degli anni Settanta anche io fui vittima di quanto denunciato nell'articolo che segue. Avevo un laboratorio di fisica nella mia scuola (Liceo Scientifico Marcello Malpighi di Roma) ed un tecnico che mi preparava le esperienze che avrei dovuto fare o far fare agli studenti a lezione (senza tale assistente tecnico era praticamente impossibile lavorare in laboratorio, dati i tempi: se dovevo entrare l'ora successiva con altra classe e se dovevo preparare io ciò che dovevo fare, l'ora si esauriva senza fare nulla). Accadde che per rimestamenti normativi-sindacali tali assistenti passarono di categoria e, da un certo momento, divennero "professori". Nel mansionario di tali professori spariva il ruolo di assistente di laboratorio: ora sarebbero stai loro a gestire la lezione (io sarei dovuto entrare in classe, mi sarei dovuto sedere da una parte e l'esperienza l'avrebbe fatta l'assistente che, bontà sua, mi avrebbe permesso, di volta in volta di intervenire. Chiunque sa una frazione di unità di didattica in generale e di didattica della fisica in particolare, salta sulla sedia e si dispone ad uccidere ogni idiota che ha pensato queste aberrazioni). Ma c'era l'inconveniente che per insegnare fisica (ed il laboratorio di fisica è parte integrante della fisica, è un lavoro TEORICO, che mai deve essere confuso con qualcosa di meramente tecnico) occorre la laurea e quei rispettabili signori erano diplomati in Istituti Tecnici Professionali o Industriali (dal punta di vista manipolativo forse più bravi di me ma la cosa non serviva proprio perché si trattava di procedere insieme ai ragazzi cogliendo tutte le difficoltà). Non ho mai avuto nulla contro l'emancipazione di chiunque ma tale emancipazione deve essere vera e non partorita da un foglio di carta. Se poi si fosse trattato solo di miglioramenti economici, assolutamente nulla da dire. Ma qui si imbrogliava tutto con la conseguenza che io non potevo fare più il laboratorio e che quei signori erano letteralmente a spasso nella scuola. E questa fu una mazzata gigante che norme sommate ad interventi sciocchi del sindacato hanno realizzato. Vediamo ora cosa accade nella sanità, a seguito di queste lauree brevi sommate, anche qui, a sciocchi interventi sindacali. 

Roberto Renzetti


Todos caballeros negli ospedali italiani

di Mario Pirani

Repubblica 23 aprile 2007

 

Sono anni ormai che mi occupo della sanità pubblica con magri risultati. Talvolta solo l'enormità di nuove nefandezze mi spinge a riproporre il tema. Ora scopro che un altro colpo è stato inferto al ruolo dei medici, con conseguenze che ricadranno in un modo o nell'altro sui pazienti. Vengo ai fatti: da che mondo è mondo gli infermieri in corsia dipendono da una (o un) caposala e costei risponde al primario e ai medici di turno. Con la riforma universitaria del 3+2 è stata aperta la possibilità di una qualifica professionale più alta a numerose categorie, attraverso il conseguimento della cosiddetta laurea breve. Ne possono usufruire svariati settori tecnici collegati alla sanità (infermieri, podologi, fisioterapisti, addetti all'igiene dentaria ecc.). E un'ottima cosa fino a che migliora la preparazione professionale di queste categorie; diviene aberrante se è intesa come
leva per far saltare ogni principio di gerarchia e responsabilità medica.

Purtroppo è quello che sta accadendo grazie alla pressione sindacale e alla complicità partitica.

Sotto la parola d'ordine «siam tutti dottori» è passato il principio che gli ex infermieri, oggi muniti di laurea, non dipendono più dai responsabili medici del reparto ma costituiscono un servizio autonomo, con una propria gerarchia interna, sottratta persino alla direzione sanitaria ma facente capo alla direzione generale.

Impressiona la casistica che si sta evidenziando. Tre medici psichiatrici del San Giacomo di Roma (i dottori Vercillo, Elmo e Rosini) mi hanno scritto una lunga e-mail che riassumo: tra i compiti dei primari (denominati a loro dispetto "dirigenti di struttura complessa), il principale era la direzione tecnica (clinica), la responsabilità delle diagnosi, delle terapie, di tutta la conduzione delle indagini e dei trattamenti, quando non attuati in urgenza dal medico di guardia. Oggi il potere dei dirigenti medici è praticamente nullo e il loro compito è diventato altro: non più responsabili del lavoro clinico, ma titolari di un ruolo «gestionale e amministrativo».

Dovrebbero occuparsi insomma di turni e soprattutto di 'budget'. A leggere le normative attuali non si sa chi debba coordinare il lavoro nel servizio: o i medici operano in totale anarchia, responsabili, ognuno per conto proprio, di diagnosi e terapia sui pazienti loro affidati, o i primari proseguono in realtà a svolgere il loro lavoro come prima. La magistratura infatti continua a considerare il loro ruolo immutato rispetto alle responsabilità medico-legali, visto che li chiama a rispondere delle scelte cliniche errate nei loro reparti.

Anche questo però sta per essere superato davanti all'ascesa di nuove professioni che premono per avere il riconoscimento di funzioni dirigenziali.

Ecco che, infatti, si ventila la possibilità di reparti gestiti da infermieri ed altri tecnici laureati, con i medici ridotti a consulenti di reparto. Organizzazioni simiili sono già previste in reparti per anziani e riabilitativi, nei laboratori di analisi, ecc. In un ospedale romano il ruolo di responsabile del blocco operatorio, già attribuito per 3 anni a un valente anestesista, è stato assegnato a una infermiera laureata, mentre al medico è stato chiesto di collaborare con la «collega». 

Per non parlare poi della psichiatria, dove l'essenza medica degli atti diagnostici e terapeutici viene costantemente negata. Qui sono gli psicologi ad ambire (anche legittimamente se si pensa alla natura solo «gestionale e amministrativa» del primario) alla massima dirigenza dei servizi. E già esistono casi di servizi di salute mentale con primari o anche responsabili clinici, laureati solo in Psicologia. Se un parente, non convinto della diagnosi o delle decisioni terapeutiche adottate per un paziente, vorrà "parlare con il primario", troverà una persona che, anche con la massima preparazione sulle psicologie individuali, di famiglia e di gruppo; non avrà alcuna competenza sulle richieste specifiche. Riflettendo al fatto che vengono elencate almeno 64 patologie non rare di tipo fisico che possono causare sindromi psichiatriche, non si capisce come uno psicologo, anche bravissimo, possa fare una diagnosi differenziale. Per non parlare poi della somministrazione di terapie psicofarmaco logiche molto complesse anche nelle interazioni e negli effetti collaterali.

Ci si troverà insomma con servizi diretti da persone che avranno competenze scarse o parziali sul complesso processo che si svolge nel loro servizio, competenze certamente minori dei medici psichiatrici loro sottoposti. Tutti "dottori", o "todos caballeros" negli ospedali italiani ?


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