FISICA/MENTE

 

 

 

 

 

Linee di indirizzo per lo sviluppo e il potenziamento della felicità della nazione.

 

Uomo di parola, il ministro Fioroni l’ha detto e l’ha fatto.

 

 

Martedì 13 marzo - Il provvedimento era nell’aria, stava dentro alle umane cose, il ministro l’aveva annunciato nel corso della sua maratona che lo ha visto impegnato, da protagonista, prima nella trasmissione della coppia Armeni/Ferrara su La7 e poi, subito dopo, nel salotto buono di Rai 1, vero parlamento nazionale, in cui Vespa fa la parte del cittadino medio incredulo davanti alle stranezze e alle sregolatezze del sistema scolastico italiano. Tra gli ospiti, come sorta di vittima sacrificale, viene tra l’altro esibito un povero cristo di collega di educazione fisica incerottato reduce dal fronte; c’è anche il preside di Bari picchiato dai genitori e il buon Giorgio Rembado, presidente dell’ANP, l’unico tra i presenti che capisce di scuola, che cerca di dire qualcosa che abbia senso ma vanamente. Il ministro rassicura tutti gli italiani: “stiamo pensando a qualcosa per vietare l’uso dei cellulari in classe.” Giustizia sarà fatta!

L’ordine verrà ristabilito e la felicità della nazione garantita.

 

Strano paese davvero questo dove ci capita di vivere agli inizi del XXI secolo. Qualche anno fa, il ministro Moratti inorridiva nello scoprire che nelle scuole private bastava pagare per avere un diploma (scandaloso, e chi lo avrebbe mai potuto sospettare!?). Livia Turco, ministro della salute, ci ha informato del fatto che gli ospedali italiani sono sporchi (ma và!?). Poi abbiamo pure scoperto che c’è gente che va allo stadio non per godersi la partita ma per fare violenza e assassinare poliziotti e che non c’è più lo sport di una volta e simili amenità. E il sabato notte, signora mia, i giovani escono dalle discoteche pieni di pasticche e alcool e si vanno a sfracellare sulle autostrade e poi non ci sono più le mezze stagioni e il ghiaccio si sta sciogliendo ai poli e chi più ne ha più ne metta.

Diciamo pure che questa è stata una stagione particolarmente ricca di “scoperte” per i nostri ministri e di tante “ri-scoperte” per i nostri media. Io, dal canto mio, mi sento sempre più stupido nel chiedermi come mai, se questi sono realmente i nuovi temi “emergenti” del paese reale, io e i miei studenti, da più lustri, ci esercitiamo in defatiganti “compitini in classe” (per loro nello scriverli, per me nel correggerli) proprio su malasanità e violenza negli stadi, cellulari e discoteche e di ghiaccioli che si sciolgono. Possibile che io e i miei studenti abbiamo sempre trattato di questi problemi anticipandoli di una decina di anni? Possibile che i miei studenti ne sappiano di più dei ministri e dei giornalisti potenti?

 

Mercoledì 14 marzo, esterno giorno (mattino, sulle scale di scuola) - Il giorno successivo al vespiano porta a porta, quello dedicato alla scuola “modello Cogne”, vengo letteralmente investito dalla veemenza della mamma di un mio alunno quindicenne:

-         Professore, ha visto ieri sera il ministro Fioroni da Vespa?

-         Sì, signora, credo di averlo visto.

-         Io, dopo, non ho potuto dormire perché ho riflettuto molto e sono arrivata alla conclusione che il mondo è davvero pieno di problemi.

Brava, 7 più! (risposta ovviamente solo pensata e omessa nella conversazione)

-         E poi ho capito che la scuola italiana è davvero piena di problemi ma lei, professore, per risolvere tutti questi problemi, cosa intende fare?

 

Triste è il paese che ha bisogno di eroi ma ancor più triste è quel paese dove tutti sono diventati eroi e protagonisti e nessuno, nessuno, si rassegna a divenire semplicemente “normale”.

 

Mercoledì 14 marzo, interno giorno (pomeriggio, Palazzo Montecitorio) - Camera dei deputati, question time: il povero Fioroni (altro tour de force) risponde a una raffica di interrogazioni parlamentari.

Per prima cosa, rispondendo all’interrogante, on. Paola Goisis della Lega Nord, si lascia scappare qualcosa come “… io capisco la fatica di un professore che ha a che fare, ogni giorno, magari con 16… 46… 100 ragazzi…

Ma come, signor ministro, ma non abbiamo appena ritoccato, con legge finanziaria, il rapporto troppo scarso alunni-docente? Il tanto strombazzato 1 a 9 dai vari media? Eppure lei ha detto una verità: 16… 46… 100 ragazzi… perché, in effetti, signor ministro, non ho mai capito come mai, se è esatto il rapporto 1 a 9, io ne avessi 80-90 di alunni per non parlare poi di quell’infelice collega di educazione fisica che ne ha 300 e di quello di religione che sfiora i 400!

Ma si sa che la matematica è un’opinione.

Il ministro viene comunque ripreso dagli strampalati numeri dall’inflessibile on. Goisis che, da       brava professoressa, dice ovviamente che “… nella mia classe certe cose non sono mai successe!”  e aggiunge subito dopo che “… è ora di finirla con queste insegnanti che si fanno palpeggiare …   queste insegnanti di sinistra…”

 

Bizzarre categorie mentali devono agitare il sonno dei nostri parlamentari, davvero!

Segue l’on. Bonelli per dire che loro (Federazione dei Verdi) hanno presentato un disegno di legge per vietare l’uso dei telefonini così come, del resto, fa un altro ddl presentato dall’on. Alba Sasso (DS). E il nostro ministro, prima di rispondere ad altra interrogazione dell’on. Tranfaglia (Comunisti italiani) su tempo pieno e organici, si lascia andare a dire che certamente l’uso del telefonino in classe è elemento di distrazione (e già!) e che intende lanciare un appello (a chi?) a Rai e Mediaset affinché non promuovano la cultura del reality. Infine, sempre rispondendo a Bonelli, promette, da lì a breve, delle indicazioni in materia da diramare a tutte le istituzioni scolastiche.

 

Giovedì 15 marzo

Uomo di parola, promessa di Lupetto, il ministro Fioroni l’ha detto e l’ha fatto.

E sono arrivate queste indicazioni, puntualmente, il giorno dopo, il 15 marzo appunto.

Si tratta di otto pagine che hanno quale OGGETTO: “Linee di indirizzo ed indicazioni in materia di utilizzo di “telefoni cellulari” e di altri dispositivi elettronici durante l’attività didattica, irrogazione di sanzioni disciplinari, dovere di vigilanza e di corresponsabilità dei genitori e dei docenti”.

 

Non temano i miei manzoniani venticinque lettori, non li annoierò con le solite analisi pseudosociologiche che dicono della crisi della famiglia e della scuola, della caduta dei valori,   della  tv spazzatura, ecc.

Queste cose le voglio dare per scontate (le lascio volentieri ad altri; che noia le lacrime di coccodrillo!).

Ciò che rimane insopportabile, invece, è questo atteggiamento, e in generale e dei politici in particolare, di “scoperta dell’acqua calda” e di quelli che “non avremmo mai potuto pensare che …”.

Quel che mi interessa qui, in compagnia dei miei venticinque lettori, è di tentare di analizzare la natura di quei provvedimenti, ma anche dei fatti e delle parole, che, soprattutto in queste ultime settimane, hanno rappresentato la risposta governativa e fioroniana alla “emergenza scuola” visto che, da almeno cinque mesi, sembra essere questa l’emergenza scuola e non più quella di una scuola ultima in Europa per soldi, organici, strutture e mezzi, stipendi e motivazione dei docenti, preparazione degli studenti; trasformata da anni in quel progettificio imbecille dove l’educazione e l’istruzione hanno, ob torto collo, dovuto abdicare ai dettami dello stupidario didattico corrente fatto di conformismo, di mortificazione dell’intelligenza, di omologazione al ribasso e di obiettivi sempre più minimi fino a scomparire, fabbrica dell’ozio e dell’ignoranza giovanile.

E soprattutto, di tali provvedimenti, valutarne la reale consistenza, la congruenza e l’incongruenza, le applicabilità, le ricadute concrete, la reale efficacia.

 

E per capire tutto questo bisogna partire da più lontano. Gli stolti, comprensivi di politici e opinion maker al loro seguito, parlano o fanno finta di parlare di “emergenza”; ora, “emergenza” è qualcosa che emerge sul piano della normalità, che irrompe furiosamente e improvvisamente nel placido mare del prevedibile e dell’abitudinario. Un’improvvisa pioggia estiva non era stata messa in conto, è un’emergenza che richiede un pronto intervento: cercare un riparo.

Con che faccia viene chiamata “emergenza” un qualcosa che è stato pensato, scientemente deliberato e programmato, teorizzato e quindi posto in essere, da almeno un ventennio? Le scelte sono state fatte tanti anni fa e sono scelte planetarie, comunque sovranazionali ed ecco perché attraversano indifferentemente governi di centrodestra e di centrosinistra. È vero, però, che qui da noi, in Italia,  il lavoro grosso, quello più sporco, lo si è lasciato fare al centrosinistra il quale, preso da una sorta  di sacro furore, lo ha fatto ben volentieri.

D’accordo, questa è un’altra storia ed è meglio lasciar perdere ma mi permettano, sempre i miei venticinque amici lettori, di tentare una sintetica cronistoria del declino.

 

1994 - Decreto Legislativo 16 aprile 1994, n. 297 conosciuto anche come Testo Unico, fatto dall’allora ministro, e attuale sindaco di Napoli, Russo Jervolino; è ancora l’impalcatura ordinamentale della riforma Gentile (sembra ormai un luogo comune, ma è così, dire che rimane l’unica vera grande riforma in materia d’istruzione che questo paese abbia mai avuta); pur nella sua vecchiezza, contraddizioni e inefficienza, il sistema istruzione-Italia ancora tiene.

1995 – Decreto Legge 28 giugno 1995, n. 253 convertito nella Legge 8 agosto 1995, n. 352 (abolizione degli esami di riparazione e di seconda sessione, attivazione IDEI e debiti formativi); primo governo Berlusconi, Francesco D’Onofrio ministro; inizio del declino: “caro alunno, se vuoi, puoi anche non studiare alcune materie anche le più importanti perché tanto io ti faccio promosso lo stesso e tu mi prometti che dopo studierai perché hai con me un debito ma tanto siamo in Italia e si sa che difficilmente i debiti poi si pagano”. Inizio del declino e fine della credibilità.

1997 - Legge Delega 15 marzo 1997 n. 59 (Bassanini 1), art. 21, primo governo Prodi, “La personalità giuridica e l'autonomia sono attribuite alle istituzioni scolastiche”; è l’inizio dell’autonomia carica di belle speranze ma anche della temuta privatizzazione; nasce il mito della “efficacia ed efficienza” del sistema che,  passando come rullo compressore, ha spazzato via tante buone pratiche del fare scuola.

1999 – D.P.R. 8 marzo 1999, n. 275 – Regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche ai sensi dell’art. 21, della Legge 15 marzo 1997 n. 59; primo governo D’Alema, Luigi Berlinguer ministro; è l’autonomia, il grande progettificio s’è mosso con tutto il suo pazzo corollario di Funzioni strumentali, Pof, nuova contabilità, ecc.; mai la scuola italiana è stata così strozzata, verticista, povera e priva di libertà progettuale come da quando esiste l’autonomia e il sacro totem del Progetto.

Ma soprattutto, e per questo merita un posto a parte, c’è quella perla sublime, quel “monumento vacuo e sonoro” (scomodando il principe di Metternich) dedicato all’imbecillità andata al potere, quel mostro giuridico fatto unicamente di tanti “diritti” senza “doveri” (fu questo il commento dei miei stessi studenti di quinta a cui lo lessi, allora), quella sorta di summa teologica del buonismo, politicamente correttissima, del Berlinguer-pensiero dove l’alunno diventa definitivamente cliente-padrone e il docente suo umilissimo servo.

Parlo, ovviamente, del D.P.R. n. 249 del 24 giugno 1998, tristemente noto come “Statuto delle studentesse e degli studenti della scuola secondaria”, che va ad abrogare le disposizioni in materia disciplinare di cui al Titolo I, Capo III, artt. 19-24, del gentiliano Regio Decreto 4 maggio 1925, n. 653.

In particolare, vorrei ricordare che detto Statuto, tra l’altro, disgiunge il voto di condotta dal profitto e lo rende docile e inoffensivo quando afferma solennemente che “Nessuna infrazione disciplinare connessa al comportamento può influire sulla valutazione del profitto” (art. 4.3); e poi “La responsabilità disciplinare è personale” (idem), significa, ad esempio, che una classe non può essere punita in solido per un comportamento magari omertoso e mafioso.

 

“Il sonno della ragione genera mostri” disse qualcuno e da quegli anni ’90 la scuola italiana è stata messa letteralmente “a dormire”.

Vale ancora il detto che “chi semina vento raccoglie tempesta”?

Personalmente, nel ’98, pensavo che il ministro Luigi Berlinguer potesse essere condotto davanti a un qualche tribunale internazionale per rispondere di crimini contro l’umanità. La scuola italiana così come noi la conosciamo oggi, non più gentiliana, mai stata morattiana, essenzialmente berlingueriana, è un crimine contro le attuali e future giovani generazioni; è cioè un crimine contro l’umanità.

 

La scuola italiana è un’arma di distruzione di massa!

 

Ma torniamo ai provvedimenti ministeriali, a quelle Linee di indirizzo del 15 marzo da cui eravamo partiti. Non voglio mettere in dubbio la sincerità e la passionalità con le quali il ministro le ha pensate e dettate ma è altrettanto fuor di dubbio che, a vederle così, sembrano essere la solita montagna che partorisce il topolino.

In realtà, dette Linee d’indirizzo vanno a completare altre “Linee di indirizzo generali ed azioni a livello nazionale per la prevenzione e la lotta al bullismo” diramate con Direttiva n. 16 del 5 febbraio 2007, direttiva con la quale, dopo un bell’exursus socioetimologico sulla parola “bullisno”, dopo aver promosso varie campagne di informazione ecc., vengono istituiti:

A.     il portale internet www.smontailbullo.it come "luogo di raccordo di tutti i soggetti coinvolti” (bello! ma che significa?) ;

B.     il numero verde nazionale 800 66 96 96, attivo dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 19 (insomma una cosa simile a quello dell’azienda del gas dove, in genere, nessuno risponde);

C.     e soprattutto “Presso ciascun Ufficio scolastico regionale sono istituiti degli osservatori regionali permanenti sul fenomeno del bullismo mediante appositi fondi assegnati dal Ministero della Pubblica Istruzione” che avranno il compito di curare e favorire “la promozione ed il monitoraggio di percorsi di informazione e aggiornamento destinati alle diverse componenti della comunità scolastica”.

      Nelle Linee di indirizzo del 15 marzo poi, viene ribadito che il divieto di utilizzare telefoni cellulari

D.     “opera anche nei confronti del personale docente (cfr. Circolare n. 362 del 25 agosto 1998)”;

E.      “Dall’elenco dei doveri generali enunciati dall’articolo 3 del D.P.R. n. 249/1998 si evince la sussistenza di un dovere specifico, per ciascuno studente, di non utilizzare il telefono cellulare, o altri dispositivi elettronici, durante lo svolgimento delle attività didattiche, considerato che il discente ha il dovere:

- di assolvere assiduamente agli impegni di studio anche durante gli orari di lezione (comma 1);

- di tenere comportamenti rispettosi degli altri (comma 2), nonché corretti e coerenti con i principi       

  di cui all.art. 1 (comma 3);

- di osservare le disposizioni organizzative dettate dai regolamenti di istituto (comma 4).”

F.      “È dunque necessario che nei regolamenti di istituto siano previste adeguate sanzioni secondo il criterio di proporzionalità, ivi compresa quella del ritiro temporaneo del telefono cellulare durante le ore di lezione, in caso di uso scorretto dello stesso.”

G.     “Come già chiarito nella direttiva n. 16/2007, il divieto generale di disporre un allontanamento superiore a 15 giorni, posto dall.art. 4, comma 7 del d.p.r. n. 249/1998, può essere derogato quando si sia in presenza di fatti di rilevanza penale, o vi sia pericolo per l’incolumità delle persone (comma 9 dello stesso decreto). In queste due situazioni la durata della sanzione è commisurata alla gravità del reato o al permanere della situazione di pericolo.”

H.     “… il Ministero ha avviato la procedura di revisione degli articoli 4 e 5 dello Statuto delle studentesse e degli studenti allo scopo di consentire da un lato la semplificazione e lo snellimento delle procedure di irrogazione e di impugnazione delle sanzioni disciplinari e, dall’altro, la possibile applicazione di sanzioni particolarmente incisive, secondo un principio di progressività e di proporzionalità, nei casi eccezionali che presentino connotazioni di estrema gravità. In particolare, la nuova disciplina prevederà che in tali ultimi casi, tassativamente individuati dal regolamento di istituto, la sanzione potrà comportare l’esclusione dallo scrutinio finale o la non ammissione all’esame di Stato …”

 

Innanzi tutto colpisce la forma, vale a dire lo strumento giuridico formale adottato; non una legge o un decreto o un’ordinanza o un regolamento ma semplici “Linee di indirizzo” che, a rigore, non vengono nemmeno annoverate tra le consuete “fonti del diritto”; rappresentano uno strumento di recente composizione ma, pur provenendo da fonte certamente autorevole, non sono un atto di normazione     né primaria né secondaria, hanno, per l’appunto, carattere indicatorio e giammai perentorio  e per questo sono già di per sé impugnabili in quanto deboli dal punto di vista legislativo e giuridico e/o facilmente eludibili.

Che poi, a ben vedere, lo strumento idoneo, assolutamente legale e legittimo, in capo a tutte le istituzioni scolastiche, avente carattere (questo sì) di assoluta cogenza per tutti i soggetti coinvolti  a vario titolo, c’è e si chiama semplicemente “regolamento d’istituto” che, da solo, basta e avanza.

Il regolamento d’istituto della mia scuola, a titolo esemplificativo, norma all’art. 48, comma  2: E’ vietato l’uso dei telefoni cellulari durante lo svolgimento delle lezioni, sia al personale docente che agli alunni; l’istituto è dotato di più linee telefoniche  e di qualsiasi chiamata esterna ritenuta urgente saranno avvisati i diretti interessati.” E questo dal lontano 1999.

Il regolamento d’istituto è uno strumento che esiste da ben 33 anni (dai Decreti Delegati del ’74); c’era dunque bisogno di aspettare che arrivassero i bulli e il ministro Fioroni e la Direttiva n. 16 per dire     che “E’ vietato l’uso dei telefoni cellulari”? pura declamatoria di Stato, comunque priva di efficacia.

Ha ragione Dora, una di quarta, quando mi dice: “e va bene, eccolo qui, tanto prof. ne ho altri due”.

Eppure Fioroni insiste e arriva a contemplare l’ipotesi del “ritiro temporaneo del telefono cellulare durante le ore di lezione, in caso di uso scorretto dello stesso.” (vedi punto F)

Ora, a parte il fatto che introduce una distinzione, assai perniciosa, tra uso corretto e uso scorretto del cellulare  (Fabio dice che usa il cellulare per fare una ricerca di scienze e Anna ha la nonna in ospedale – vuoi mettere?), io mi vedo già querelato dal solito genitore che fa anche il poliziotto (c’è sempre un genitore poliziotto!) per due validi motivi:

1.      il cellulare è intestato a lui e io gli ho sequestrato un bene;

2.      il cellulare in questione è una miniera zeppa di dati sensibili (immagini, foto personali, e soprattutto rubrica fatta di nomi e indirizzi e numeri di telefono e altro) e come la mettiamo con il Decreto legislativo 196/2003 (Privacy) e col relativo DPS (Documento programmatico sulla sicurezza)?

 

Inoltre, per tentare di chiarirci le idee e una volta per tutte: io-dirigente scolastico, io-docente, io-ATA, ho poteri di pubblica sicurezza e cioè di polizia? Posso togliere dalle mani un cellulare? Posso frugare dentro a zaini e giubbotti? Posso perquisire fisicamente un ragazzo o una ragazza? Cioè posso mettere le mani addosso a qualcuno? Pura declamatoria di Stato, appunto!

A ben vedere, infondo, dette Linee non aggiungono molto alla Direttiva n. 16 (che ha almeno la dignità di una Direttiva) se non quel singolare divieto di utilizzare telefoni cellulari per il personale docente (D), ovviamente insano parto del solito Berlinguer-pensiero, già offensivo nel ’98 e ancor più offensivo adesso, in piena gogna mediatica, dal ministro Fioroni.

 

Giovedì 29 marzo

Tornando alla Direttiva n. 16 che istituiva e il portale internet www.smontailbullo.it (A) e il numero verde nazionale 800 66 96 96 (B), mi colpisce il fatto che, esattamente a quindici giorni dalle Linee di indirizzo, forse preoccupato dalla sempre probabile caduta dell’intero governo Prodi, il 29 marzo, con tanto di comunicato e conferenza, con toni affrettati e trionfalistici, il ministro comunica le prime vittorie sul campo: 4.437 telefonate al numero verde e vari documenti controbullismo di scuole e studenti. Ma un portale e un numero verde lasciano il tempo che trovano e basta farsi un giro su internet per vedere una realtà meno trionfalistica dove tra un calciopoli e un vallettopoli, la scuola tiene banco, divenuta ormai vero tormentone mediatico e ricettacolo delle varie “pruderie” nazionali; associata, nei motori di ricerca a parole come risate, scherzi, divertente, sesso, pedofilia et similia.

 

Ma la Direttiva n. 16 sostiene anche che, dallo statuto berlingueriano, “si evince la sussistenza di un dovere specifico, per ciascuno studente, di non utilizzare il telefono cellulare..”; ciò non solo è un’evidente forzatura (non sta scritto da nessuna parte) ma abbiamo visto il contrario: nel ’98, Berlinguer lo vietava solo ai docenti e si guardava bene dal vietarlo ai pargoli dello statuto. (E)

Sempre  la stessa Direttiva n. 16, inoltre, sostiene che sia derogabile il limite di allontanamento dalla scuola (15 giorni) in presenza di fatti di rilevanza penale (G) ma questa che novità è?

Uno, è già detto nello Statuto e due, venuto a conoscenza di una notitia criminis è o non è obbligo      del dirigente scolastico procedere con la denuncia ad altro organo dello stato (magistratura, Tribunale dei minori, ecc,) in merito alla stessa? E il tutto viene ribadito in una recente Nota del 22 marzo 2007, prot. n. 5393/FR.

Invece, quando si afferma (H) che in futuro “la sanzione potrà comportare l’esclusione dallo scrutinio finale o la non ammissione all’esame di Stato …” si ammette il fallimento dello Statuto ed è un dire   e un non dire. Il ministro Fioroni, come al solito, va avanti col cacciavite ma sembra proprio non avere il coraggio di dire che così facendo, in pratica, si arriverebbe ad una tacita abrogazione del D.P.R. n. 249/98 alias Statuto e il ripristino, almeno nelle more, degli artt. 19-24, del Regio Decreto 653  del ’25 (cosa auspicabilissima).

 

Infine, con la Direttiva n. 16 vengono istituiti “Presso ciascun Ufficio scolastico regionale … degli osservatori regionali permanenti sul fenomeno del bullismo”. Siamo troppi adusi alle cose di scuola per non chiederci subito “e chi ne farà parte? Con quali criteri di reclutamento? E quante persone?” pensiamo subito, ed è ovviamente un pensiero cattivo, ai soliti esperti (l’immancabile psicologa, un prof. universitario, magari anche un prete e uno scout) e alle solite cordate con sindacalisti in testa.  Ma fin qui, roba solita, nulla di eccezionale. Ciò che invece trovo assolutamente scandaloso è che vengano finanziati con ben 1.800.000 euro (fonte MPI) che, visto che le regioni sono 20, fa una media di circa 90.000 euro che, alla fine, andranno magari a concretizzarsi in qualche solito opuscolo con statistiche e diagramma a torta finale o magari, per adeguarci ai tempi, nell’apertura di un ennesimo “portalino” locale antibullo.

 

Lui si chiama “Jammer”, è una sorta di diavoleria elettronica, somiglia ad una scatola con delle antenne; tecnicamente è un “Generatore di rumore bianco”, è figlio dello spionaggio e dei servizi segreti (Mossad israeliano in testa); è uno strumento assolutamente legale e nel nostro paese viene utilizzato da agenzie di investigazione e di sicurezza.

Questo dispositivo, quando è in funzione, genera un cono d’ombra, una specie di ombrello elettronico (esente, a quanto pare, da qualsiasi forma d’inquinamento) in grado di “oscurare” il campo (e quindi di impedire ogni comunicazione a cellulari, palmari e simili) all’interno di un edificio o comunque di una vasta area. Alcuni modelli di “jammer” poi arrivano a bloccare e a paralizzare qualsiasi funzione di un cellulare.  Pare che alcuni anni fa, lo stesso Ministero della Pubblica Istruzione lo avesse segnalato alle scuole. A un certo punto della storia, succede che, unico pioniere e cavia, l’istituto tecnico commerciale «Tosi», di Busto Arsizio, a proprie spese e in via sperimentale, installa uno “jammer” che fa spietata giustizia di tutti i telefonini della scuola. L’efficacia è fuori discussione ma a qualcuno non piace e accusa l’istituto “di ostacolare il diritto alla libera comunicazione e di impedire ai genitori di vigilare sui figli”. A porre fine all’esperimento non ci pensano i bulli dell’istituto ma ci pensa una lettera firmata da in intraprendente dirigente del Ministero delle comunicazioni, tal dottoressa Eva Spina, che, a proposito di “Jammer”, dice che “è stato sancito l'assoluto divieto di pubblicità, vendita e utilizzo di tali apparecchiature su tutto il territorio comunitario in quanto considerate interferenti del normale traffico telefonico... L’inadempienza a quanto affermato comporta procedure sanzionatorie” (cito testualmente da Corriere della sera del 10 Maggio 2006).

“è stato sancito l'assoluto divieto …” ma chi lo ha sancito?

“…l'assoluto divieto di pubblicità, vendita e utilizzo” ma ciò è falso perché in internet non solo puoi trovare le ditte, i listini, gli indirizzi ecc., ma si dice esplicitamente “Vendita esclusivamente ad enti governativi !” e allora come la mettiamo?

 

Amerei tanto che tra i miei venticinque lettori ci fosse qualche parlamentare se non altro per offrirgli lo spunto per una qualche interrogazione al ministro Gentiloni affinché faccia luce su di una vicenda assai oscura anche perché, a ben riflettere, se dovesse avere torto l’intraprendente dottoressa Spina, allora ti viene subito da pensare al fatto che quei benedetti 1.800.000 euro anziché destinarli a degli stupidissimi osservatori avremmo potuto spenderli magari per avviare una “sperimentazione Jammer” in alcune realtà particolarmente a rischio mentre invece, qualora dovesse prevalere la ratio secondo la quale è proibito “ostacolare il diritto alla libera comunicazione” e non si può “impedire ai genitori di vigilare sui figli”, beh, allora, anche la stessa Direttiva n. 16 e le stesse Linee di indirizzo del ministro Fioroni potrebbero  incappare in qualche sostanziosa contestazione di carattere giuridico.

 

Intanto, il ministro dell’istruzione britannica, Alan Johnson, promette tolleranza zero ai bulli GB, chiede l’oscuramento di siti come il celebre o famigerato "You Tube”, dà più poteri alle scuole e ai singoli docenti. “Gli insegnanti potranno utilizzare la forza nel caso di zuffe a scuola se esiste il fondato timore che qualcuno possa farsi male. E avranno il diritto di procedere a perquisizioni corporali se sospettano che qualcuno abbia portato a scuola coltelli, bastoni o pistole” (La Repubblica, 1 aprile 2007). Si chiama “Education and Inspection Act”, è una legge e non delle linee di indirizzo. Dietro c’è il National Union of Teachers, il sindacato più potente della scuola inglese.

 

Non mi pare che nel nostro paese, davanti peraltro a un imminente rinnovo contrattuale, ci sia qualcuno disposto a farsi carico di ciò al tavolo contrattuale. Certo, porsi e porre la domanda è lecito: chi mi tutela come lavoratore della scuola? Chi tutela la mia voce, la mia immagine, il mio corpo, i miei gesti e la mia stessa incolumità?

 

Intanto, chiuderemo l’anno con qualche altra puntata da Vespa e da Armeni/Ferrara su La7.

Il governo dirà di avere fatto la sua parte.

Il ministro dirà di avere fatto tutto ciò che si poteva e si dirà soddisfatto e fiducioso davanti agli immancabili risultati.

Giustizia è stata fatta!

L’ordine è stato ristabilito e la felicità della nazione garantita.

La mamma del mio alunno quindicenne sarà rasserenata e felice.

Poi, a settembre, con la rassegnata pigrizia di sempre, cominceremo un nuovo anno.

 

Ai miei venticinque lettori, cordiali saluti.

 

                                                                         Salvo Bascone

 

 

P.S.

 

3 aprile – Un pensiero per Marco, 16 anni, abitava a Torino; si è piantato un coltello nel petto e poi si è lanciato dal quarto piano.

16 aprile – Virginia Tech di Blacksburg, 32 morti nel campus; per fortuna, noi, almeno e per ora, ci occupiamo di telefonini . . .


 
 

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