http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/30-Settembre-2006/art32.html
Se pubblico vuol dire «scadente»
Alcuni politici
anche di sinistra, non hanno capito che
la qualità dell'istruzione non è un
lusso e che peggiorarne il livello è il
modo più sicuro per affondare le
capacità produttive italiane
Giorgio Parisi *
Sta diventando un
luogo comune affermare che per lo
sviluppo dell'Italia risorse essenziali
sono la ricerca (sia pubblica che
privata), il trasferimento industriale
dei risultati e l'innovazione. Però
sembra che il potere politico non ne
abbia tratto le necessarie conseguenze.
È fondamentale il livello
dell'istruzione impartita nelle
istituzioni pubbliche, sia nelle scuole
primarie e secondarie, sia
nell'università (lauree e dottorati). I
ventilati tagli alla scuola pubblica (di
cui si è parlato nei giorni scorsi)
fanno pensare che alcuni politici, ahimé
anche di sinistra, non abbiano capito
che la diffusione e la qualità
dell'istruzione non sono un lusso, ma
che anzi peggiorarne il livello rispetto
a quello degli altri paesi è il modo più
sicuro per affondare le capacità
produttive italiane.
E non è un problema solo economico.
L'essenza di un regime davvero
democratico si misura nelle opportunità
che è in grado di offrire ai suoi
cittadini. L'istruzione pubblica gioca
un ruolo cruciale: abbassarne il livello
rischia di permettere solo a un numero
ristretto di privilegiati di ricevere
una formazione adeguata. Bisogna
investire di più nella scuola e favorire
le persone con difficoltà economiche
facendo stanziamenti seri nelle borse di
studio e nelle case dello studente.
Lo stesso problema è presente nelle
università e negli enti di ricerca, dove
negli ultimi 5-10 anni si sono fatte
pochissime assunzioni. Non sarebbe
giusto se la generazione che ha adesso
30-35 anni fosse gravemente
svantaggiata: sarebbe una lesione
insanabile al diritto che tutti i
giovani devono avere di realizzare le
loro scelte - se commensurabili alle
loro capacità - a prescindere dalla loro
fortuita data di nascita. L'unica
soluzione consiste nel finanziare per i
prossimi dieci anni un flusso costante
di 2.000 nuove posizioni l'anno di
ricercatore nell'ambito di una
programmazione decennale, che impedisca
pericolose oscillazioni nel flusso di
nuove leve. Tuttavia sarebbe deprimente
se gli studiosi decisamente migliori
della media si vedessero passare davanti
persone insignificanti per motivi
clientelari. Evitare queste
degenerazioni è un problema fondamentale
nell'ambito universitario. La
valutazione è uno strumento essenziale
per raggiungere questo scopo. Essa deve
essere fatta sia sui progetti futuri,
sia sulle attività svolte; deve
abbracciare tutte le attività delle
università: ricerca, didattica e scelta
delle persone da assumere. Ma è cruciale
che la valutazione abbia effetti
concreti e che le variazioni dei
finanziamenti alle varie università
dipendano fortemente dai risultati della
valutazione. Solo basandosi su una
valutazione affidabile è possibile
orientare il flusso di risorse verso
l'università e la ricerca in maniera
tale che fare spazio al merito diventi,
per le singole istituzioni, più
conveniente che fare scelte
nepotistiche. Per evitare l'autovalutazione
e comportamenti del tipo «una mano lava
l'altra» bisogna affidarsi a persone
esperte, ma non coinvolte nelle attività
di ricerca italiane: i valutatori devono
essere quindi in maggioranza stranieri,
così come accade nel resto del mondo.
Anche la didattica nella scuola
(università compresa) è un punto
dolente. Molti di noi ricordano
professori eccellenti, che si dedicavano
con grande passione all'insegnamento e
professori che invece cercavano di
lavorare il meno possibile. Non solo
tutte e due le categorie sono pagate
ugualmente, ma addirittura non esiste
nessun criterio di valutazione
attendibile del loro vero valore
didattico. E non può esistere un tale
criterio finché gli studenti saranno
muti e non verranno consultati. Bisogna
far riempire agli studenti questionari
sui corsi, chiedendone i pregi e i
difetti e far assegnare punteggi
differenziali per i vari parametri e
rendere pubblici i risultati dei
questionari. Così si dà un meritato
riconoscimento pubblico agli insegnanti
che si dedicano al loro lavoro e si
stimola l'amor proprio degli altri
insegnanti.
Tutto ciò può sembrare un dettaglio, ma
in realtà ha un significato politico
molto profondo. Uno dei punti fermi che
separa la sinistra dalla destra è la
convinzione che lo stato deve essere in
grado di erogare servizi di buona
qualità a tutti i cittadini, in maniera
da garantire un livello minimo per
tutti. Lo stato sociale oggi è sotto
attacco e non è difficile capire il
motivo: se si guarda alla qualità del
servizio erogato in molti ospedali
pubblici, viene la voglia di pensare che
i soldi dati allo stato per questo scopo
sarebbero stati investiti molto meglio
nel privato. La sinistra può vincere la
sua battaglia solo se dimostra che i
servizi pubblici a tutti i livelli
possono essere gestiti con la stessa
efficacia di quelli privati e che la
parola «pubblico» non è il sinonimo di
«scadente». Per ottenere questo
risultato è necessario che i cittadini
percepiscano concretamente che le
strutture pubbliche sono al loro
servizio, che la loro opinione è
importante e conta nel processo
decisionale su quello che funziona e su
quello che quello che va cambiato.
Passare da uno stato che controlla il
cittadino a un cittadino che giudica e
valuta lo stato non è un'operazione
indolore. Le resistenze sono tante e non
è facile vincerle mediante un decreto: è
necessario cambiare mentalità.
* Ordinario di Fisica Teorica
all'Università La Sapienza