FISICA/MENTE

http://www.giovaniemissione.it/mondo/george.htm 

Globalizzazione

SUSAN GEORGE

Volevo ringraziare enormemente i comboniani e gli altri organizzatori che hanno fatto questo impressionante incontro. Sono molto onorata di essere con tutti voi. Vorrei cominciare col dire che c’è già un governo mondiale, non si vede forse, ma c’è. E’ un governo non democratico, non trasparente, ma c’è un gran segreto e questo segreto è che questo governo è vulnerabile. Quando le regole di questo governo sono fatte dagli uomini possono essere cambiate da altri uomini e donne. Ricordate che è possibile cambiare le cose e ci sono già vittorie importanti sul cammino. La globalizzazione, che parola straordinaria, che parola geniale, perché dà l’impressione che siamo tutti mano nella mano camminando verso la terra promessa. E’ una bugia. Questa globalizzazione lascia molti ai margini del cammino. Io sono favorevole alla globalizzazione se è della cultura, dei viaggi, dell’amicizia, della cucina, dell’arte, ma non si tratta di questo. C’è una globalizzazione che è fondata su quello che io chiamo la trinità non santa. Prima di tutto c’è un’utopia negativa spinta dalle grandi imprese multinazionali industriali e finanziarie è la libertà assoluta dell’investimento, poi c’è la libertà assoluta di flussi di capitale e la libertà assolta di tutti beni e servizi compresi gli organi viventi. L’obiettivo è di mettere tutte le attività umane nel mercato e di farne oggetti di commercio, compresa la salute, l’educazione, l’ambiente, la cultura, etc.

La globalizzazione è responsabile di spingere la ricchezza sempre verso l’alto, sia all’interno dei paesi che nelle relazioni fra i paesi. Le ineguaglianze all’interno dei paesi dal 1980 sono continuamente cresciute. Studi dell’Università delle NU stanno dimostrando che l’85% della popolazione adesso vive in paesi dove le ineguaglianze stanno crescendo e questo riguarda anche la Cina, la Russia, i paesi dell’Est europeo, ma anche i paesi occidentali compresi gli USA. E’ sempre bene ricordare anche alcuni dati, forse è già conosciuta la figura della coppa di champagne rovesciata che rappresenta il 20% della popolazione mondiale che detiene l’82% delle risorse; mentre il 20% più povero deve arrangiarsi con 1,3% delle risorse. Le ineguaglianze stanno diventando oscene: 485 miliardari al mondo controllano l’equivalente della metà della ricchezza mondiale. E solo tre di questi miliardari controllano l’equivalente del prodotto nazionale lordo di 48 paesi. E’ importante ricordare alcuni dati, anche se i numeri sono difficili da seguire, perché le conseguenze sono drastiche per gli esseri umani.

Abbiamo assistito recentemente a grosse crisi finanziarie dovute agli investitori finanziari a livello mondiale: la mandria elettronica, perché si comportano come una mandria e annusano un po’ l’aria e tutti decidono contemporaneamente di investire e di speculare dove la situazione non è molto buona. Quello che succede è che quando si ha una crisi finanziaria ed interviene il FMI per dire al paese cosa deve fare per ristabilire la situazione, le regole imposte dal FMI ammazzano la gente comune. Per esempio in Messico dopo la crisi finanziaria del 1995, 28000 piccole imprese fallirono perché non potevano sostenere i tassi di interesse che erano stati imposti per risanare la situazione. Adesso si sostiene che la metà della popolazione del Messico sta vivendo sotto la linea di povertà. In Indonesia dopo la crisi finanziaria 20 milioni di persone che si ritenevano dentro la classe media sono state respinte violentemente in una situazione di povertà. In Russia durante il periodo del socialismo, anche se non è una questione di essere favorevoli o meno, però la statistica dava il 4% della popolazione in situazioni di povertà, oggi visto che non esistono più regole è il 50% della popolazione che vive in povertà. Sappiamo tutti che i Programmi di aggiustamento strutturale hanno influito soprattutto sulla dimensione della salute, dell’educazione, dei servizi sociali che sono stati tagliati. E’ importante ricordare che il debito non è un problema finanziario: è un problema politico. Se si cancellasse oggi il debito dei paesi più poveri il sistema finanziario se ne accorgerebbe appena. Il debito estero è estremamente utile per i paesi del Nord e funziona molto meglio del colonialismo, perché non ha bisogno di un esercito, di un’amministrazione, di un apparato per tenere la gente sotto controllo e non ha bisogno della gente. I vantaggi politici sono molto grandi, in primo luogo si continua ad avere prezzi bassi per le materie prime. In particolare c’è il vantaggio politico di poter controllare i diversi governi attraverso l’aggiustamento strutturale e soprattutto dopo la fine della guerra fredda con quest’unica ideologia che sta accomunando la sorte dei paesi del mondo. Dopo aver studiato per 15 anni la situazione del debito la mia conclusione è che è difficile affermare questo soprattutto ad un pubblico di cristiani, ma da un punto di vista oggettivo non c’è nessun livello della sofferenza umana che potrà cambiare la situazione. Ci sono stai molti studiosi anche in Italia che per anni hanno cercato di spiegare quali sono le conseguenze dell’aggiustamento strutturale per la gente comune. Sappiamo che la mortalità infantile cresce, che cresce la mortalità durante il parto, che i sistemi sanitari falliscono, che c’è il problema della terra. Probabilmente la situazione più tragica si è raggiunta quando il Mozambico ha sofferto dei disastri ecologici e la risposta del FMI è stata che non avrebbe dovuto pagare 100 milioni di dollari, ma solo 73. Il problema allora non è quello di spiegare la situazione, ma è quello di cambiare radicalmente le relazioni. Io sono qui anche per pregare voi di coinvolgervi, di partecipare personalmente alle forme di associazione nazionale.

Siccome l’importante è l’azione politica dobbiamo capire chi sono i manager che stanno controllando il governo in questo momento. Il potere nascosto che sta dietro il trono sono le multinazionali finanziarie, che non governano direttamente, ma attraverso la Banca Mondiale, il FMI e l’OMC. Ora le stesse NU sono state coinvolte e il Segretario Generale ha di recente firmato un patto globale con le 50 principali multinazionali ed lacune di queste hanno dei record per quanto riguarda le violazioni dei diritti umani e dell’ambiente. Il sistema funziona perfettamente per il10% della popolazione mondiale che sta ai massimi livelli del benessere, ma non funziona per nessun altro. Quello che sta cambiando è anche la questione politica fondamentale: per secoli il problema principale è stato di gerarchia, cioè capire in che punto ciascuno si trovava; mentre negli ultimi 100 anni la questione fondamentale è chi si impadronisce e di quale pezzo della torta. Entrambi queste questioni rimangono importanti, ma la questione fondamentale oggi è chi ha il diritto di sopravvivere e chi non ce l’ha. Ci sono centinaia di milioni di persone che non contribuiscono in alcun modo al mercato né come produttori, né come consumatori. E ce l’hanno loro il diritto di sopravvivere?

Ricordando questo dobbiamo vedere quali possono essere gli obiettivi politici. La prima esigenza è di costituire delle coalizioni nazionali forti lavorando attraverso il governo nazionale. Abbiamo bisogno di commercio equo e solidale e non del commercio libero. Il sistema del commercio internazionale ha bisogno di regole, ma non delle regole attuali; soprattutto l’educazione, la salute, la cultura non devono essere dentro al mercato, bisogna tassare i capitali finanziari. La disponibilità che i governi hanno per i progetti di sviluppo internazionale sta decrescendo ogni anno, mentre c’è un’enorme quantità di denaro che circola nei mercati finanziari equivalente 1500 miliardi di dollari al giorno. C’è bisogno di una tassazione sia con la Tobin tax sia tassando le fusioni tra grandi gruppi economici. E’ fondamentale rendere queste multinazionali responsabili per tutte le loro azioni per non avere più situazioni come la Nigeria. E’ anche necessario cancellare il debito dei paesi del Terzo Mondo e ridurre il potere della BM e del FMI. Ci sono delle vittorie e ciò dimostra che  è possibile cambiare le regole: è stato sconfitto l’Accordo Multilaterale sugli investimenti. E’ stato ridotto il valore della sezione agricola della Monsanto e la gente ora non accetterà più i prodotti modificati geneticamente. Le coalizioni nazionali stanno crescendo e alla fine di questo mese ci sarà una nuova dimostrazione a Praga contro le attività della BM e del FMI. Le persone devono capire che questo sistema non è inevitabile. Dio non ha mai detto a Mosé sul monte Sinai: “Tu globalizzerai il mondo e tu sarai neoliberale”. E’ molto importante dire no, resistere, ma anche fare proposte. La mia speranza è che in Italia e nel mondo ci sarà coalizione nazionale tra credenti, non credenti, sindacalisti, ambientalisti, associazioni come la Rete Lilliput per fare qualcosa che nessuno ha mai fatto nella storia: costruire insieme la democrazia internazionale. L’abbiamo fatto a livello nazionale secoli fa, ma nessuno ha mai fatto la democrazia internazionale. E’ un lavoro difficile, ma è anche un lavoro esaltante.


http://www.saveriani.bs.it/cem/Rivista/arretrati/2000_05/SusanG.htm

Globalizzazione: una corsa verso il fondo

di Susan George

   Se si permette il successo della globalizzazione neoliberista, la politica nel XXI secolo non si occuperà di "chi governerà chi" o di "chi riceverà quale parte della torta", ma invece di "chi avrà il diritto di vivere e chi no", perché, al contrario di come si autopresenta, la globalizzazione non ha a che vedere con il creare un mondo unico e in certo modo integrato, né con un processo grazie al quale ne beneficeranno tutti gli abitanti; il modello è invece caratterizzato dall'aumento delle diseguaglianze all'interno delle nazioni e tra di esse, visto che la ricchezza è trasferita dai poveri ai ricchi e passa di mano dalla sovranità di Stati più o meno democratici verso entità non elette, non trasparenti e non responsabili.
   Non cercate tra i poveri e gli affamati le cause della povertà e della fame, ma piuttosto nelle relazioni con coloro che detengono il potere a livello locale, nazionale o internazionale. Il controllo fisico esercitato dai potenti sui nostri sistemi alimentari (…) raddoppia quanto al controlloideologico sui nostri modi di concepirli". (da Famine et pouvoir dans le monde, '89)

   Se l'oggetto della globalizzazione fosse il miglioramento umano, i suoi promotori dovrebbero ammettere che è stato un fallimento colossale. Si è permesso che le forze del mercato e le burocrazie internazionali non-elette dettassero le "regole del gioco", con conseguenze che sono evidenti tutto intorno a noi.
   In seguito alla crisi messicana e alla svalutazione del 1994-95, metà popolazione messicana è caduta sotto la linea della povertà, nella miseria. Un anno o due fa si parlava delle "Tigri Asiatiche" come distinti modelli di virtù, dal punto di vista economico. Oggi la fame è tornata in Indonesia. Un acuto aumento di suicidi si è verificato nella Corea del Sud e in Tailandia, dove gli operai non vedono più nessuna speranza per se stessi e le loro famiglie. In Russia l'aspettativa della vita è diminuita drasticamente di sette anni nel giro di un decennio neppure, un fenomeno inaudito in tutto il XX secolo.
   La speculazione finanziaria incontrollata nei chiamati "mercati emergenti" ha portato alla calamità la maggioranza della popolazione nei popoli colpiti. I cittadini e i governi sono comunque a volte utili ai primi motori della globalizzazione.

Contributi forzati
   I cittadini sono inconsapevolmente obbligati a contribuire con le tasse ai "gettiti" dell'FMI – la maggior parte dei quali non arriva ai popoli che stanno soffrendo ma proprio agli speculatori che sono la causa principale delle crisi. E i cittadini sono ulteriormente obbligati a salvare imprese private scriteriate che sono considerate "troppo grandi per fallire" – Savings and Loans negli Stati Uniti, Credit Lyonnais in Francia, e grandi imprese o banche in Giappone.
   Quando la Long Term Capital Managemente, impresa privata di fondi di copertura (hedge-funds) statunitense, è andata in collasso recentemente dopo aver imprestato centinaia di volte il suo capitale di base iniziale, la Federal Reserve di New York ha coordinato il salvataggio del fondo, al quale le banche sono state obbligate a contribuire, perché c'era motivo di temere che il suo fallimento poteva destabilizzare l'intera economia globale.
   Così com'è concepita attualmente la globalizzazione crea molti più perdenti che vincitori – e non esiste nessun progetto per i perdenti. Persone che non si incontreranno mai sono messe in diretta competizione in modo che "ognuno è nemico di ognuno" per citare il filosofo del XVII Secolo Thomas Hobbes.
   Questa competizione provoca quello che è ora la familiare "corsa verso il fondo" in termini di lavoro e di standard ambientali dovuta al fatto che i Paesi competono per ottenere investimenti stranieri diretti. Questo permette una libertà totale ai capitali di attraversare i confini, mentre il lavoro è radicato e non può migrare liberamente.

Evitando le imposte
   Si permette che il capitale transnazionale sfugga alla tassazione quasi interamente. Secondo l'ufficio di contabilità del Governo degli Stati Uniti, tre quarti delle firme straniere che si sono stabilite sul suolo statunitense non paga nessuna tassa. In Europa le imposte corporative non contribuiscono neppure a un terzo delle entrate dello Stato; e negli Stati Uniti in misura ancora minore, di appena il 17%. Il fatto di non tassare il capitale, rende la spesa pubblica con finalità sociale molto più difficile da sostenere economicamente. I governi si vedono quindi costretti a tassare più pesantemente gli stipendi locali, le paghe e i consumi per poter supplire al disavanzo.
   Questa "corsa verso il fondo" spoglia regioni ben dotate del loro capitale naturale e lascia al loro posto devastazioni ecologiche. In tal modo sono resi sistematicamente evidenti i costi ambientali e sociali.
   La globalizzazione economica nella sua forma presente non è accidentale. Anche se è stata resa possibile dallo sviluppo tecnologico, è stata deliberatamente studiata dagli economisti e dai governi neoliberali, dalle istituzioni finanziarie internazionali e dai leader delle corporazioni e delle banche. Non ci si poteva aspettare che questo sistema che opera negli interessi di una ridotta minoranza, avesse a cuore le condizioni della maggioranza. Comunque, la miseria e lo sconvolgimento sociale che cominciano ad essere percepiti come un risultato diretto della globalizzazione, colpiranno inevitabilmente anche la minoranza. L'errore fatale dei sostenitori della globalizzazione è la loro incapacità di fornire una protezione a lungo termine del sistema stesso che sostiene il loro potere e i loro profitti. I detentori del potere decisionale dovevano riconoscere che il modello attuale avrebbe necessariamente prodotto e esacerbato la povertà, l'esclusione e il conflitto sociale. L'alternativa che rimane è di demolire l'ideologia imperante che la globalizzazione neoliberale sia inevitabile e che essa alla fine farà fluire i suoi benefici su tutti. Questo infatti non corrisponde a realtà, ma è una dottrina, un terreno che sarebbe meglio lasciare alla religione.

Questione di legittimità
   Si tenga inoltre presente che la globalizzazione ha tolto ai cittadini, alle comunità, agli Stati e nazioni il potere economico e quindi sociale; come conseguenza, simultaneamente ha ridotto la loro capacità di proteggere se stessi dagli assalti furiosi del mercato. Per questo c'è una necessità urgente di restituire il potere alle comunità e agli Stati, mentre si sta lavorando per istituire leggi democratiche a livello internazionale.
   Infine, a livello di base, dobbiamo riesaminare il significato di legittimità. I maggiori attori del presente sistema mondiale esercitano una influenza enorme sulla base della legittimità che si sono attribuiti unilateralmente. Direttori di corporazioni e banchieri, manager di assicurazioni pensionistiche e di fondi di copertura, economisti dell'FMI, arbitri del OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) e la maggior parte dei membri che partecipano al meeting annuale del World Economic Forum in Davos, Svizzera, sono tutti non-eletti e non-responsabili; eppure essi esercitano un potere enorme sulla vita di altre persone e dei popoli. La loro auto-conferita legittimità serve anche a escludere tutte le altre voci.
   L'esclusione dal processo decisionario è non meno importante che l'esclusione dai benefici materiali e dovrà essere sanata qualora la solidarietà dentro a ciascuna nazione e tra le nazioni sia ristabilita nel mondo. (da Terraviva, 2000)

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Quando il mercato è onnipotente
   L'ideologia dell'onnipotenza del mercato spinge ogni persona a diventare un homo oeconomicus, separato dalla natura e dalla comunità. I piani di aggiustamento strutturale [imposti dal FMI e BM ai Paesi poveri indebitati NdR] rovinano la natura e la cultura, spezzano spesso i legami di solidarietà già esistenti. In certi Paesi si lotta per realizzare soluzioni collettive, come in Perù dove ho visto donne che si mettono insieme per fare cucina… Il piano di aggiustamento invece atomizza le persone, le separa e le mette in rivalità le une con le altre. Il mercato è un meccanismo che può risolvere molti problemi e in cui il prezzo traduce il meccanismo dell'offerta e della domanda, dei bisogni reciproci. Penso che per certe cose non si possa vivere senza un mercato. Non vogliamo sentire un discorso filosofico ogni volta che compriamo un pezzo di pane. Ma quando si impone un mercato a tutto vuol dire che non abbiamo alcun progetto di società; non si possono avere obiettivi di sviluppo quando è il mercato a decidere di tutto. Quando non si hanno bilanci sociali per i più deboli, per quelli che non possono arrangiarsi, per le donne e per i bambini, per i vecchi, per quelli che non trovano soluzioni nell'ambito di questo piano di aggiustamento, si è praticamente rinunciato ad avere un progetto di società. È la distruzione dei legami culturali, comunitari, sociali la cosa più grave. Le persone si trovano tra due fuochi: non possono partecipare al mercato perché non hanno i mezzi e, nello stesso tempo, non possono più contare sulla solidarietà e sui meccanismi di un tempo. In questo modo la miseria diventa cronica.

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Le diverse vie d'uscita
   Mi sembra che le vie d'uscita da questa situazione consistano nelle alleanze che si possono stringere fra le diverse forze sociali del Nord, in concomitanza e collaborazione con quelle del Sud. Non vedo altre soluzioni. Bisogna parlarsi molto di più nel Nord fra i vari gruppi di interesse: è necessario che i sindacalisti parlino di più con i Verdi, i Verdi con i genitori che sono preoccupati della droga, i genitori con quelli che difendono i diritti degli immigrati; in questo modo si potrà creare una forza di spinta che superi la frammentazione attuale. (…)

   Credo che ognuno possa fare qualche cosa là dove si trova. L'importante è non perdere la pazienza e la speranza. Viviamo in un periodo storico difficile, ma ci saranno reazioni contro questo sistema di onnipotenza del mercato, di frammentazione e di guerra. Intanto possiamo proteggere e custodire le cose belle, i valori, e aspettare. I nostri ragazzi faranno certamente qualcosa: per loro dobbiamo mantenere accesa la fiammella.
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Susan George (studiosa americana residente in Francia) è autrice di molti libri. È direttore associato del Transnational Institute (Amsterdam) che si occupa delle disparità fra Nazioni e Stati del Pianeta, Presidente del Observatorire de la Mondialisation (Parigi) e membro del Consiglio di Amministrazione di Greenpeace.


 

http://www.bububu.it/articoli/default_s.asp

Le parole sono importanti

Address to the executive committee of the World Alliance 

Di Susan George
(traduzione di Roberto Bosio)


 "Globalizzazione" è una parola trappola. Figura nel titolo d'innumerevoli conferenze e dibattiti e la utilizziamo tutti senza spirito critico. Diventiamo così vittime di un'impresa ideologica ben riuscita. Questa parola da l'impressione che tutti gli uomini - e tutte le donne -, di tutte le classi sociali, di tutti i Paesi del pianeta siano uniti in un solo movimento, che marcia verso qualche Terra Promessa.

E' esattamente il contrario. La parola "Globalizzazione" maschera la realtà, è una parola che designa in effetti un'esclusione necessaria e sistematica. Non è una marcia dell'umanità verso un avvenire radioso: permette al contrario all'economia mondiale di prendere il meglio e di mollare il resto (è meglio in inglese: To take the best and leave the rest).

Così tutti gli individui, tutte le imprese, tutti i Paesi sono in concorrenza, gli uni con gli altri, mentre regioni intere, come la maggior parte dell'Africa, e immense regioni dell'Asia e dell'America Latina - ma anche del Nord del mondo - restano completamente escluse dal sistema.

 Anche nelle regioni più sviluppate, gli individui possono essere espulsi dal sistema in ogni momento. Voglio difendere questo punto di vista tra un istante - per il momento diciamo che intendo con la parola "globalizzazione" il modello economico neo-liberale applicato all'insieme del globo. E' molto più che l'estensione del commercio, o l'intensificazione degli scambi e dei movimenti di capitali che il mondo ha conosciuto durante l'Impero Romano, o almeno nel Rinascimento con i banchieri fiorentini.

Questo modello è stato reso possibile da tre fenomeni - non dico che è stato causato, ma solamente reso possibile -:
  •  tecnologicamente, dalla rivoluzione informatica, che permette la circolazione in tempo reale d'informazioni a un costo vicino allo zero;

  • economicamente, da una riduzione rapida e radicale dei costi del capitale e del trasporto, che rendono possibile all'impresa moderna di produrre e assemblare dovunque;

  •  politicamente - ed è la cosa più importante - dalla caduta del Muro di Berlino e dall'assenza di concorrenti politici e ideologici per il capitalismo. Non c'è che un solo "iperpotere", per cui non c'è più un "dibattito di sistema". Durante tutto il periodo della guerra fredda, l'Occidente era obbligato a mantenere il suo Aiuto Pubblico allo Sviluppo a un livello non ottimo ma decente, perché qualsiasi Paese poteva diventare il teatro della rivalità USA-URSS. D'altra parte i Paesi dell'OCDE non potevano fare meno bene dei Paesi socialisti nel campo della protezione sociale dei propri cittadini. Ho sempre trovato il sistema sovietico mostruoso, ma bisogna riconoscere che la sua esistenza costringeva a prendere sul serio il Terzo Mondo.

Oggi non è più così. Un Paese povero e oscuro come la Somalia - altrevolte scena di combattimento tra le super-potenze - è ridiventato semplicemente un Paese povero e oscuro. Non è il caso di deplorare la riduzione regolare dell'Aiuto Pubblico allo Sviluppo. Questo declino non fa che riflettere questo stato di fatto politico. Ci si occupa solo del "Sud utile". Oggi si può attaccare apertamente i sistemi di protezione sociale occidentali - e non si esita a farlo. Il Welfare State è minacciato da tutte le parti.

Invece di parlare astrattamente, possiamo cercare di dare un'immagine alla globalizzazione di cui parlo: l'incantevole stazione di sci di Davos, dove si ritrovano ogni inverno, nel quadro del World Economic Forum, i padroni dell'Universo, cioè gli amministratori delegati delle più grandi multinazionali con qualche Capo di Stato e altri "opinion leaders" - o presunti tali. Poche migliaia di signori - con una spolverata di dame - condividono nell'insieme dei valori e credo, una "Weltanschauung", una "World wiew", che descriverò rapidamente e perciò in modo un po' sommario.

Che cosa pensano, che cosa vogliono quelli di Davos?

E' evidente che per un imprenditore il profitto è al di sopra di tutte le altre considerazioni. E ciò che gli conferisce potere. Ma al di là di questa evidenza, quelli di Davos credono:
  • nella concorrenza come valore centrale. E' cosa buona e giusta che tutti - persone, imprese, Paesi - siano in concorrenza con tutti, perché questa lotta porterà alla migliore allocazione delle risorse - fisiche, finanziarie, umane, ecc.

  •  nella "deregulation". E' un'altra parola-trappola. La deregulation non si applica che allo Stato, che deve idealmente rinunciare alla maggior parte delle sue prerogative e funzioni, salvo che nel campo giudiziario, della polizia e della difesa. In effetti "regolamentazioni", nuove regole, sono create tutti i giorni, la questione è sapere chi le elabora, per quale scopo e a beneficio di chi.

  • Nella privatizzazione. Fa parte della deregulation. Lo Stato non deve occuparsi di fornire prodotti o servizi essenziali alla popolazione, e deve cedere queste attività alle imprese private.

  • Nell'accesso senza restrizioni alle risorse naturali. Il capitale naturale non è visto come equivalente al capitale finanziario, perciò viene "speso" come un reddito.

  • Nell'esternalizzazione dei costi. Perdonate il gergo da economisti, questa parola vuole dire semplicemente che l'insieme della società deve pagare tutti i costi sociali, sanitari, i danni ambientali, ecc., che sono prodotti dalle attività dell'impresa privata. Al contrario, è considerato normale che l'impresa privata approfitti dei servizi forniti grazie alle imposte pagate dall'insieme della società. Così il suo personale si è formato grazie ai sistemi educativi, è trasportato sui luoghi di lavoro grazie ai treni o alle strade, curato se colpito da incidenti o malattie del lavoro, e così via.

  • In una fiscalità minima. Per il consenso "Davos", nessuna imposta è buona, salvo che venga pagata dalle famiglie, dai dipendenti, dai consumatori. In compenso, l'impresa deve profittare di condizioni fiscali eccezionali, e arriva spesso a imporli come prezzo della sua installazione in questa o quella regione. E' ugualmente normale che l'impresa riceva sovvenzioni, protezioni e assistenza dallo Stato, ma ogni misura di assistenza o di protezione per l'insieme della popolazione è per definizione uno sperpero, o troppo costosa.

  • Nella libertà dell'investimento. Il capitale deve essere libero di circolare, di andare e venire dove vuole, quando vuole, senza restrizioni; principio che si applica alle merci come alla libertà del commercio. Ogni protezione dei gruppi o settori vulnerabili (agricoltori, industrie nascenti) è etichettato con l'anatema di "protezionismo". Eppure è attraverso il "protezionismo" selettivo che il Giappone e la Corea si sono sviluppate da 50 anni, per non parlare degli Stati Uniti nel 19° secolo.

  • Nell'uniformità culturale. E' preferibile poter vendere MacDo, Coca-Cola o scarpe Nike in tutto il mondo senza preoccuparsi delle preferenze nazionali o delle minoranze.

  • Nell'assenza di trasparenza e responsabilità. L'impresa deve rendere conto solo ai suoi azionisti. Non deve nulla ai suoi dipendenti, fornitori, alla comunità o alla Nazione in cui si trova.

Da questo quadro emerge chiaramente che per l'ideologia di Davos la democrazia è largamente superflua. Questa ideologia non cessa di proclamare che la crescita economica includerà tutti alla fine, ma nell'attesa, è necessario che i popoli accettino sacrifici. Bisogna avere fede, accettare e sottomettersi. La globalizzazione è inevitabile, irreversibile, lo stato naturale dell'umanità. Tutto questo assomiglia molto più a una dottrina religiosa che a un pensiero razionale.

Se questo modello neoliberale trionfa, la grande questione della politica non sarà "Chi governa chi?" e nemmeno "Chi riceve quale parte della torta?". Da cinquant'anni, queste due questioni sono al centro della politica. Il mondo sta cambiando a causa della globalizzazione, e perciò la politica del 21° secolo dovrà occuparsi di una questione altrimenti seria: "Chi avrà il diritto di sopravvivere? Chi non serve economicamente a nulla e quindi non ha più il diritto di vivere?" Ora, quali sono le conseguenze reali, concrete della mondializzazione? Io ne vedo almeno tre:
  1. La globalizzazione trasferisce immancabilmente la ricchezza dal basso verso l'alto della società. Il 20% più ricco dell'umanità, o di una Nazione particolare, grossomodo, approfitta della globalizzazione. Più si è in alto nella piramide sociale o sulla scala dello sviluppo economico, più se ne approfitta. L'80% restante perde, e più si trova in basso nella piramide, o scala dello sviluppo, più perde. Non c'è da stupirsi se la ricchezza sia attirata verso l'alto, perché il capitale sfugge sempre più all'imposizione fiscale, e poi l'effetto delle politiche neoliberali è sempre quello di remunerare il capitale meglio del lavoro. Ogni volta che c'è una crisi finanziaria, migliaia di piccole e medie imprese falliscono, la disoccupazione aumenta, e il prodotto di lunghi anni di lavoro - le imprese - è svenduto a prezzi da miseria. Conoscete come me le statistiche sulle disparità Nord-Sud: non hanno cessato di aumentare. I dati del Rapporto sullo Sviluppo Umano del 1998 sono particolarmente osceni. Per esempio, le 225 più grosse fortune del mondo totalizzano alcune migliaia di miliardi di dollari, cioè l'equivalente del reddito annuale del 42% della popolazione mondiale più povera - si tratta di circa 2,5 miliardi di dollari. Le tre persone più ricche del mondo hanno una fortuna superiore al PIL totale dei 48 Paesi più poveri del mondo. Le 84 maggiori fortune superano il Prodotto Nazionale Lordo della Cina, cioè di 1,2 miliardi di abitanti. E così via: c'è un limite alla povertà, ed è la morte, mentre non esiste alcun margine per la ricchezza. Non serve a niente dimostrare, come si può facilmente fare, che con solo il 5% delle 225 fortune più importanti del mondo, si potrebbe realizzare - e mantenere - l'accesso alla sanità, all'educazione, a un'alimentazione adeguata e all'acqua potabile. E' forse interessante moralmente, ma non ha per il momento alcuna portata economica o politica.

  2. La globalizzazione si accompagna a un deficit democratico che continua ad aumentare. Vi ho detto che la "deregulation" è una parola-trappola: è perché le regole sono sempre più scritte da istanze non democratiche. Le più importanti tra queste sono la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l'Organizzazione Mondiale del Commercio. Ultimamente si è cercato di aggiungere a questi strumenti di regolazione un Accordo Multilaterale sugli Investimenti (AMI), che fortunatamente, grazie alla vigilanza dei cittadini, è stato battuto all'OCDE. Ma ritornerà certamente in un'altra forma, probabilmente all'Organizzazione Mondiale del Commercio.

  3. La globalizzazione crea più perdenti che vincenti. La libertà assoluta del capitale fa sì che oggi la metà della popolazione messicana sia finita sotto la soglia della povertà. La malnutrizione e le carestie stanno ritornando in modo massiccio in Asia, specialmente in Indonesia, Corea e in Thailandia. C'è un'ondata di suicidi - detti "suicidi FMI" - dove gli operai disoccupati si uccidono insiemi alle loro mogli e ai loro figli. In Russia, la speranza di vita è diminuita di 7 anni, fatto senza precedenti nel 20° secolo.

Le imprese multinazionali, per le quali le regole della globalizzazione sono tagliate su misura, non smettono di licenziare il loro personale. Se voi paragonate l'impiego delle prime 100 multinazionali del mondo nel 1993 e nel 1996, constaterete che il fatturato è aumentato di un quarto, e questa ricchezza è stata prodotta con lo 0,5% di personale in meno. Queste prime 100 multinazionali rappresentano più del 16% del Prodotto Mondiale Lordo, ma impiegano meno di 12 milioni di persone.

I 2/3 almeno di tutti gli investimenti sono consacrati ad acquistare altre imprese o alle fusioni, che si traducono molto spesso con riduzioni dell'occupazione. E' inutile contare su queste imprese per fornire un livello di vita decente a tutti quelli che vogliono entrare nell'economia mondiale. In nessun Paese, salvo forse Singapore o Hong Kong, le multinazionali forniscono più dell'1% degli impieghi. E non si può generalizzare al resto del pianeta l'esperienza dei primi dragoni - Corea, Taiwan, Singapore, Hong Kong - con una popolazione totale di 65 milioni di abitanti.

Avete già capito che il contesto della globalizzazione, dove tutti sono in concorrenza con tutti, non è favorevole alla pratica della solidarietà Nord-Sud. La riduzione accelerata dell'Aiuto Pubblico allo Sviluppo, nel Nord sempre più persone sono alle prese con lavori temporanei, precarietà e disoccupazione. L'avvenire appare spesso incerto e senza sbocchi. A causa di questo fatto possono avere meno tempo e soldi per le attività di solidarietà, o anche di simpatia per gli abitanti del Sud.

Bisogna ben ammettere che i Paesi del Sud sono stati fatti a pezzi, atomizzati, soprattutto attraverso il debito e l'aggiustamento. Nessuna organizzazione collettiva può più portare la loro voce collettiva; il Movimento dei Non Allineati o il Gruppo dei 77 non sono più che dei vaghi souvenir. Non bisogna cullarsi nelle illusioni: il sistema della globalizzazione è stato concepito e organizzato per il profitto dei meglio piazzati del Nord e del Sud, non dimenticherà improvvisamente l'interesse di queste élite per preoccuparsi della maggioranza povera.

Vi ho dato molte cattive notizie perché la realtà non è brillante, ora vorrei darvene qualcuna buona. Prima di tutto, la crisi che colpisce da qualche anno diversi Paesi dimostra bene che quelli che pretendono essere i gestori dell'economia mondiale si sono completamente sbagliati. Quelli di Davos hanno gravi lacune. Hanno paura, non sanno quello che stanno facendo, non controllano la situazione. Ditelo come volete - questo apre lo spazio per il dibatto e la sfida. Alla fine il muro dell'arroganza è stato superato, e si può parlare in maniera diversa di organizzare l'economia. E' uno spazio politico che s'apre e che bisogna occupare subito. Altra buona notizia, c'è un movimento sul tema del debito. Anche il FMI ammette oggi in privato che il debito dei Paesi più poveri non sarà mai ripagato e che questo non ha d'altra parte alcuna importanza per l'economia mondiale. Il dossier del debito è stato ripreso, in vista della fine del millennio, dalla campagna Jubilee 2000 in moltissimi Stati. Incoraggio i volontari a guardare da vicino, nei Paesi dove risiedono, qual è l'impatto concreto del debito e a comunicare queste informazioni alle campagne del Nord. Bisogna anche portare nel Sud le notizie di ciò che si sta facendo al Nord, e legare al massimo le azioni da una parte e dall'altra. I volontari possono utilizzare la loro posizione di conoscitori del Nord per spiegare alle persone, nel Paese dove risiedono, perché il debito li impoverisce ancor più, studiare con loro la situazione concreta locale, e partire da là per dare gli strumenti d'analisi, permettendo alle persone di comprendere più in profondità la loro situazione. Ma prudenza anche: le ONG, del Nord e del Sud, sono sempre più utilizzate nei Paesi indebitati per incollare i cocci, e riparare i danni dell'aggiustamento strutturale. Bisognerebbe almeno documentare l'uso che si fa di voi. Anche se accettate d'essere sfruttati, di rimediare in qualche modo alle politiche del FMI, fatelo almeno in conoscenza di causa e fatelo sapere. Francamente non amo molto "l'umanitario" perché è a senso unico. Non si può immaginare i nicaraguensi sbarcare per aiutare gli europei a seguito di un'inondazione o di un uragano. E' naturalmente utile avere del personale, in parte militare, specializzato nel soccorso d'urgenza post-catastrofe, ma noi parliamo qui, credo, di solidarietà, cioè una strada a doppio senso. Se siamo interessati alla solidarietà, e non all'umanitario o alla carità, non vedo l'interesse di partire in un Paese del Sud presso una comunità qualunque, a meno di poter apportare qualcosa ai membri di questa comunità, alla quale non avrebbero accesso altrimenti. Ma perché partire se non si sa fare nulla? La buona volontà non basta. Se non si sa fare nulla, si rischia al massimo di imitare, di fare, molto meno bene, quello che gli abitanti sanno già fare perfettamente da soli. Un'altra buona notizia: si possono vincere delle battaglie adesso, perché disponiamo delle stesse armi dell'avversario, in particolare l'informazione. Ero coinvolta nel movimento, in Francia e nel mondo, contro il MAI, questo trattato scellerato che avrebbe messo un piolo nel cuore della democrazia. Abbiamo, almeno momentaneamente, vinto. Attraverso questa lotta, ho capito che non è affatto utopico organizzarsi a livello internazionale su alcune preoccupazioni comuni. Quasi tutte le organizzazioni del Sud possono ormai trovare, o farsi offrire, un equipaggiamento informatico di base. Ed è molto redditizio politicamente. Prima, solo le multinazionali o i governi avevano accesso a tante informazioni così rapidamente. La guerrilla delle reti è diventata realtà. Aiutate dunque a costruire reti. Trovate da qualche parte un computer, e insegnate a tutti quelli che vi circondano come ci si serve di internet e della posta elettronica, anche se avete corrente solo per due ore al giorno, anche se la maggior parte degli abitanti non sa leggere: avranno forse voglia di imparare o che i loro figli imparino. Bisogna avere abbastanza rispetto delle persone per utilizzare le tecniche più moderne. Create la vostra rete lavorando con altri volontari, prima all'interno del Paese dove vi trovate; infine tra Paesi di una stessa regione, infine della Terra intera. Insegnate alla gente come si possono organizzare, collegarsi ad altri, per gestire le loro stessi reti. Il meglio è forse cominciare con i ragazzi, perché i genitori ne siano fieri, e abbiano voglia di poterli seguire. Ho letto in uno dei documenti preparatori a questo seminario, che 750.000 africani diplomati esercitano il loro mestiere all'estero; che tutti gli anni il 60% dei laureati di medicina dell'Università di Lagoon, nel Ghana, emigrano, subito dopo avere ottenuto la laurea, in Canada, Australia, o negli Stati Uniti. Ecco delle persone che capiscono come funziona la globalizzazione. Hai un pezzo di carta, ti vendi al miglior offerente, tanto peggio se i costi per la tua scolarizzazione sono stati assunti dal tuo Paese d'origine, tanto peggio per il tuo popolo. E poi sono rimpiazzati da gentili volontari occidentali. E' un comportamento vergognoso. Avendo constatato tutto questo, credo che cercherei d'organizzare i cooperanti di tutti i Paesi per esigere che il Ghana obblighi i suoi laureati in scienze mediche a praticare almeno 5 anni nel proprio Paese. E così via, in altri Paesi, in altri campi. Altrimenti niente volontari, o progetti di cooperazione. Se abbiamo utilizzato la "condizionalità" per il debito, possiamo utilizzarla anche contro i guasti della globalizzazione. Non comprendo il rifiuto di giudicare le élite dei Paesi poveri, o allora è del razzismo al contrario. Non concepisco nemmeno i "valori asiatici" - o altri - che farebbero dire a un operaio - o a un'operaia - che ha voglia di lavorare 12 ore al giorno in condizioni spaventose per far piacere al padrone o a un dittatore del suo Paese. Il volontario ha il dovere di far conoscere queste condizioni, far sentire la voce di quelli che i dirigenti dei loro Paesi - o dei nostri - vogliono soffocare. Ma c'è un'altra vergogna: il ministro dell'educazione di un Paese dell'America Latina mi ha detto che una decina d'anni fa, di tutti gli studenti occidentali che venivano per fare ricerche nel suo Paese, meno di 1 su 10 inviava un esemplare della sua tesi a un'università o a una biblioteca del suo Paese. Non è evidentemente questo, la sola maniera di sfruttare le persone e le loro conoscenze per il proprio profitto. Se andassi nel Sud, cercherei di aiutare le genti a capire che le loro conoscenze sono utili e hanno un valore universale. Le multinazionali oggi strappano le loro conoscenze agricole, mediche o entomologiche, e bisogna spiegare alle persone che devono fare attenzione a rivelare saperi che valgono oro. Ecco, ho finito per fare ciò che mi ero promesso di non fare, cioè insegnarvi il mestiere. Per concludere, vorrei dire 2 parole sulla maniera in cui concepisco il mio mestiere, perché come volontari, praticherete tutti, in una maniera o nell'altra, il mestiere di ricercatore. Un ricercatore è qualcuno che cerca di comprendere i fenomeni, che scrive e che parla in pubblico. A cosa serve? Se fa il proprio mestiere bene, credo che cerchi di produrre e diffondere conoscenze e analisi utili al movimento sociale, per aiutare a cambiare strutture ingiuste. Se dipendesse da me, obbligherei tutti i volontari a passare il doppio del tempo nel loro Paese d'origine che nei Paesi del Sud, per fare, ad esempio, dell'educazione e delle attività di lobbying contro il debito, o a favore del commercio equo e solidale nei supermercati, o ricerche sui trattati bilaterali d'investimento - tutto quello che si vuole -, ma qualcosa d'utile per quelli presso i quali abbiamo vissuto, e che non possono fare loro stessi. Se si globalizza, allora globalizziamo tutto: le conoscenze e le reti d'informazioni e i diritti umani. Il volontario è un ambasciatore, ma di un genere particolare, perché deve disturbare, criticare, deve rifiutare le strutture ingiuste non solamente nei Paesi dove si reca ma anche nel suo, e sul piano internazionale. Deve prima di tutto lavorare tutti i giorni, con tutte le sue forze, perché non ci sia più bisogno di volontari

Paolo Barnard

I globalizzatori
http://www.filodiritto.com/dibattiti/globalizzazionecontro.htm

(Da Noglobale)

L'articolo qui sotto, proveniente dal sito del programma Report in onda sulle reti Rai, spiega il significato di "globalizzazione" e le sue conseguenze, meno esplicite ma più gravi, sull'intero sistema economico mondiale. Vi assicuriamo che leggerlo tutto con attenzione non sarà una perdita di tempo.

Quando si pronuncia la parola Globalizzazione gli animi si scaldano subito. Oggi infatti si assiste a un dibattito sempre più acceso fra i contestatori dei mercati globalizzati da una parte e dall'altra i sostenitori dell'idea che il benessere economico mondiale richieda liberi scambi senza troppe regole politiche o sociali. L'apice di questa diatriba la si è vista nel novembre del '99 con la grande contestazione di Seattle, la città americana che ospitava il massimo vertice di Globalizzazione, sulla quale discesero "sciami" di contestatori da ogni parte del mondo. Ma la Globalizzazione cos'è esattamente? E quali sono le sue ricadute sulla società civile? Questa inchiesta mostra solo i lati controversi dei processi globalizzanti, e lo fa intenzionalmente, poiché le ricadute positive ci vengono illustrate ogni giorno, su ogni media, nella pubblicità, e persino dai nostri politici. Ma i pericoli e le zone d'ombra ci sono, e sono proprio quelle su cui si tenta di stendere un velo interessato di silenzio. Iniziamo proprio da alcuni degli esempi più noti. L'Europa ha decretato che la carne americana trattata con ormoni artificiali, al contrario della nostra, è pericolosa per la nostra salute e ha deciso di non importarla. Una precauzione che però ci costa molto cara: 340 miliardi di sanzioni americane contro il Vecchio Continente. Una ritorsione decisa all'Organizzazione Mondiale del Commercio nel nome delle regole della Globalizzazione. In Toscana e in Piemonte, nel mezzo delle terre più belle e fertili d'Italia la Globalizzazione ha colpito duro. Il tartufo è uno dei nostri prodotti più pregiati e lo esportavamo in grandi quantità negli Stati Uniti d'America; ciò creava reddito per le aziende e i lavoratori italiani. Ma dall'anno scorso gli Stati Uniti hanno deciso di tassare il tartufo del 100%, sbarrandogli la strada. Chi l'ha deciso? L'Organizzazione Mondiale del Commercio nel nome della globalizzazione. L'Unione Europea, per proteggere la salute dei nostri bambini, ha detto di no all'importazione di giocattoli che contengono un ammorbidente tossico. Ma anche questa precauzione è oggi nel mirino dell'Organizzazione Mondiale del Commercio e dei suoi accordi di globalizzazione. L'Organizzazione Mondiale del Commercio, più nota come WTO, è dunque il grande motore della globalizzazione. Ma cosa c'è che non va nel suo lavoro? L'ho chiesto alla professoressa Susan George, direttrice del Transnational Institute di Amsterdam e considerata oggi il critico più autorevole del sistema globalizzato: "La Globalizzazione dei mercati" inizia la George, "nasce, nella sua forma più spinta, sei anni fa quando 135 nazioni sancirono la nascita del WTO, con i suoi potentissimi accordi. Il problema è che praticamente tutto ciò che compone la nostra esistenza viene trasformato in merce di scambio: dall'istruzione, alla sanità, dalla cultura ai servizi bancari, dalle pensioni ai diritti fondamentali dei lavoratori; e poi la gestione degli asili, l'alimentazione umana, quella animale... In sintesi, siamo come in vendita, sugli scaffali del supermercato globale." Il WTO ha sede a Ginevra, e rappresenta oggi 136 governi, incluso quello italiano. In teoria al timone del WTO ci dovrebbero essere i ministri del commercio dei vari paesi, ma nella realtà l'Italia e tutti gli stati d'Europa sono rappresentati al WTO dalla Commissione Europea di Romano Prodi, che siede per tutti noi al tavolo delle trattative. Da questo tavolo sono usciti gli accordi sul commercio planetario; ed è precisamente contro questi accordi che è esplosa la protesta a Seattle: l'accusa è che si tratta di regole dotate di poteri enormi, spesso superiori a qualunque legge degli stati nazionali. Nella sede ginevrina di questa controversa organizzazione chiedo a Keith Rockwell, uno dei direttori, come ha fatto il WTO a diventare così impopolare: "E' straordinario, vero?" risponde Rockwell con un cenno di assenso, "ma si tratta di un destino che abbiamo in comune con molte altre organizzazioni internazionali: la Comissione Europea è impopolare, il Fondo Monetario lo è anche più di noi, e così la Banca Mondiale. Vede, la gente si sente lontana da questi grandi palazzi di Ginevra o di Brussell, le persone comuni non capiscono né chi siamo né quali saranno gli effetti sulla loro vita degli accordi che qui nascono. Ma vi posso garantire che ogni singolo accordo è passato al vaglio dei vostri governi." E allora vediamo questi accordi di globalizzazione: hanno nomi difficili per noi, Accordo Sanitario e Fitosanitario, Barriere Tecniche al Commercio, Diritti di Proprietà Intellettuale e via discorrendo. In tutto formano 27.000 pagine di regole e codici, che hanno un potere pari al loro incredibile volume. Per capire meglio facciamo un esempio. Alla fine degli anni '80 l'Unione Europea decise di vietare l'uso degli ormoni nell'allevamento dei manzi da carne e soprattutto proibì le importazioni di carne agli ormoni dagli Stati Uniti d'America. I nostri scienziati la ritenevano pericolosa per la salute umana. Perché? La risposta la trovo alla periferia di Milano, dove incontro Luca Giove, un professionista di 31 anni che quando era ragazzino ebbe degli strani problemi di salute.

"Luca Giove cosa ti successe?", gli chiedo appena dopo il nostro incontro davanti a quella che fu una volta fu la sua scuola media. Giove ammicca: "A circa 12 anni mi si era gonfiata l'aureola del capezzolo mammario sinistro, e questo era dovuto probabilmente al fatto che avevo mangiato della carne estrogenata, nelle mense di questa scuola."
Luca Giove, suo malgrado, ha un posto nella storia delle guerre commerciali, poiché la battaglia dell'Europa contro la carne agli ormoni americana inizia proprio dal suo caso, accaduto nel 1981. Il gonfiore del suo capezzolo richiese un intervento chirurgico, e i sintomi di crescita anormali di altri piccoli alunni scatenarono l'allarme negli scienziati europei, fra cui l'italiano Giuseppe Chiumello. I sospetti caddero subito sulla carne agli ormoni che allora circolava liberamente.
"Luca, hai avuto altri problemi di salute nella tua vita adulta che tu possa ricondurre a questa vicenda?"
"Ma, diciamo che ho dei problemi a livello spermatico, il numero è sotto la media e anche la motilità. Non so a cosa può essere imputato ma non so cosa si possa escludere a priori. Io ho anche avuto problemi di varicocele e problemi venosi, e non so quanto si possa ricondurre alla carne estrogenata." Giove mi lascia con una raccomandazione: "Guardi, io ne ho passate... spero solo che la mia vicenda possa contribuire a qualcosa di positivo."
Quindi, dalla fine degli anni '80 l'Unione Europea, per tutelare la salute dei suoi cittadini, decise di vietare le importazioni delle carni agli ormoni. Ma negli Stati Uniti questa decisione non fu affatto gradita. Nel 1996 il governo di Washington, brandendo uno dei potenti accordi di globalizzazione, trascinò l'Europa davanti ai giudici del WTO. Tuttavia, nel farlo, l'amministrazione Clinton aveva ceduto alle pressioni della più potente lobby di allevatori di bestiame statunitense: la National Cattleman Association, come dimostra un documento che ho ottenuto in via riservata, dove si legge:
"Al signor Bob Drake della National Cattleman Association: come lei ci ha espressamente richiesto, abbiamo iniziato una procedura presso il tribunale del WTO contro il divieto europeo di importare la nostra carne." Il documento di cui parlo non è altro che una lettera autografa dell'allora ministro americano per il commercio Michael Kantor.
La procedura si concluderà con la condanna dell'Europa, una condanna inappellabile ottenuta grazie proprio a uno di quei potentissimi accordi del WTO di cui parlavo prima. L'Europa tuttavia non si è piegata e ha continuato a tenere la carne agli ormoni fuori dai suoi mercati. Il WTO è allora tornato alla carica e nel luglio del '99 i suoi giudici ci hanno condannati ancora, condannati a pagare un prezzo altissimo: 340 miliardi all'anno sotto forma di sanzioni commerciali americane.
Le sanzioni americane autorizzate dal WTO hanno colpito le esportazioni europee più pregiate, e fra le vittime italiane si contano i pomodori pelati, i succhi di frutta, il pane e soprattutto il tartufo. Nella splendida valle chianina, in Toscana, incontro il titolare di una azienda specializzata in tartufi, che aveva trovato un grande sbocco di mercato in America. Oggi il sogno è svanito e la sua azienda ha persino vacillato per un attimo. "Mi dica sinceramente: prima di questa vicenda lei aveva mai sentito parlare di globalizzazione o di WTO?" chiedo provocatoriamente. Questo signore di mezza età scuote il capo: "Ammetto la mia ignoranza, io ne prendo nota soltanto adesso, e francamente non so chi siano questi signori."
Keith Rockwell, al WTO, ammette che è quasi impossibile spiegare a un produttore italiano di tartufi o di pomodori in scatola che è giusto che oggi il loro mercato estero, costruito in anni di fatiche, sia polverizzato da una sentenza di globalizzazione. Rockwell aggiunge: "E' difficile, ed è un problema che non avete solo voi in Italia. Io posso offrire a costoro tutta la mia comprensione, ma le regole sono queste."
Abbiamo visto che il WTO è in grado di esercitare un enorme potere. E allora c'è una domanda che sorge spontanea: i nostri politici, quando nel 1994 aderirono a tutti gli accordi del WTO, erano consapevoli di quello che stavano accettando? L'On. Domenico Gallo era senatore proprio in quel periodo e grande esperto della questione, e a lui giro la domanda. "Certamente non c'è stato un dibattito politico pubblico né riservato," inizia Gallo, "le questioni non sono state oggetto di confronto politico in Italia. Scarsa fu anche la sensibilità parlamentare. Tutto è stato vissuto non come un evento di grande importanza globale, ma come un passaggio obbligato, come una festa della modernità, dove non c'era niente da dire perché andava tutto per il meglio."
Fra i politici italiani, quando si parla di WTO, svetta il nome di Piero Fassino, che fino a poche settimane fa era ministro per il commercio con l'estero, era cioé il nostro maggior esperto istituzionale di globalizzazione. Gli ho sottoposto alcune domande sui punti dolenti che abbiamo appena visto, e su altri che vedremo in questa inchiesta, ma le cose non sono andate nel migliore dei modi. "No!, no! Il suo compito non è di indagare sui punti dolenti.....In questa intervista lei enfatizza i rischi, lei fa il protezionista, io cerco di esaltare le opportunità della globalizzazione!" Ribatto: "Vediamo però come siamo arrivati a dover accettare livelli doppi di diossina nelle nostre carni e sanzioni miliardarie per il nostro rifiuto di importare la carne ormonata americana." Fassino: "Ma la carne agli ormoni non entra in Europa, e poi non c'entra il WTO!..."
Lo correggo: "Ministro è il WTO che ci ha condannati a pagare miliardi solo perché stiamo proteggendo la salute dei cittadini europei."
"Senta facciamo così, io non voglio concederle questa intervista... è del tutto folle... l'approccio è folle!" tronca netto il ministro, "mi dia la cassetta, me la consegni".
Di consegnare la casetta non se ne parla. Lascio Fassino e proseguo nell'indagine. Come abbiamo detto, noi cittadini d'Europa abbiamo delegato la Commissione Europea a trattare per noi al tavolo della globalizzazione. Ma Susan George su questo ha qualcosa da dire: "La Commissione Europea è un organo politico che dovrebbe fare gli interessi di tutti i cittadini quando siede al tavolo del WTO. E invece, da anni la Commissione è al servizio delle multinazionali e delle lobby che le rappresentano. Questo è grave, ed è anche il motivo per cui gli accordi che vengono firmati al WTO sono così di parte. Io parlo di una realtà dimostrata: a lei il compito di indagare."
E ho indagato girando l'Europa con una domanda fissa nella testa: ci possiamo fidare dei globalizzatori, di chi, come la Commissione Europea, decide per tutti noi al tavolo della globalizzazione?
Romano Prodi, che della Commissione è oggi il Presidente, mi risponde con parole semplici: "La sua è una domanda imbarazzante. Io penso che l'unico modo è fidarsi di noi."
E invece in questa indagine ho trovato documenti che sembrerebbero minare la nostra fiducia, e mi sono imbattutto in poteri forti di cui, almeno io, non sospettavo neppure l'esistenza.
Siamo infatti abituati a immaginare che il potere abiti in stupefacenti palazzi e grattacieli vertiginosi, ma non sempre. In un anomino palazzetto di Brussell risiede forse la più potente lobby industriale del mondo: il Trans Atlantic Business Dialogue (TABD). Report ha chiesto di poter visitare la loro sede, ma come spesso ci accade, non siamo i benvenuti. In questa lobby si raggruppano aziende di calibro mondiale, con fatturati complessivi pari al prodotto interno lordo di intere nazioni. Ed è proprio il TABD che arriva al punto di presentare periodicamente sia alla Commissione Europea che al governo americano una lista di sue priorità per la globalizzazione, di fronte alle quali la Commissione sembra proprio spalancare le porte. Ho ottenuto attraverso contatti a Brussell una copia delle liste di priorità del TABD, che hanno un tono perentorio. Vi si trovano elencate le richieste delle multinazionali, chi deve darsi da fare fra gli organi politici, e ci sono per iscritto tutte le migliori intenzioni della Commissione Europea nel soddisfarle. Prima di Seattle la Commissione ha addirittura incoraggiato questa grande lobby a sottoporle ulteriori richieste, definendole "priorità assolute". Ma è giusto tutto ciò? E giro la domanda al presidente Prodi. "Presidente," inizio, mentre lui sfoglia la documentazione che gli ho appena passato, "qui la vostra risposta sembra decisamente appiattita sugli interessi di questo grande gruppo industriale."
Prodi scuote il capo: "Fare gli interessi dei gruppi industriali non significa non fare gli interessi della povera gente o dei gruppi ambientalisti. Se lei mi accusa di proteggere gli interessi industriali io dico sì, il problema è di vedere come si armonizzano queste cose."
Nessuno contesta che la Commissione Europea debba anche pensare agli interessi del mondo degli affari, ma gli uomini di Romano Prodi sono dei politici, col mandato di tutelare gli interessi di tutti i cittadini. I documenti riservati che seguono sembrano invece contraddire in tema di globalizzazione le rassicurazioni del Presidente Prodi. Ne riporto qui alcuni passaggi preoccupanti, ricordando che si tratta di documenti ufficiali che circolavano da tempo fra i burocrati di Brussell:
1997: DISCORSO ALLE INDUSTRIE CHIMICHE DEL VICE PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA
"Siate tempisti, e cioé diteci per tempo se pensate che qualcosa debba essere fatto, o, ancora meglio, se pensate che qualcosa debba essere stroncato sul nascere."
1997: COMMISSARIO EUROPEO AL COMMERCIO
"Il Trans Atlantic Business Dialogue è diventato un meccanismo efficace per ancorare le politiche dei governi sugli interessi dei gruppi di affari."
COMMISSIONE EUROPEA, DIRETTORATO GENERALE PER IL COMMERCIO
"Vogliamo trovare un accordo con gli Stati Uniti per stabilire un sistema di pre-allarme contro le proposte politiche che potranno avere un impatto negativo sulle industrie di servizi."
Ancorare i governi sugli interessi dei gruppi d'affari? Sistemi di pre allarme contro le proposte politiche? Ma per conto di chi lavorate, presidente Prodi?
"Guardiamo alle cose più serie" ribatte il Presidente di fronte a quelle carte, "non guariamo a queste frasi che non dicono assolutamente nulla. Queste sono dichiarazioni che io condivido."
Eppure, tutto sarebbe più equlibrato se la Comissione Europea, che ci sta globalizzando, ogni tanto chiedesse anche a noi cittadini cosa ne pensiamo. Ma lo fa? Una cosa è certa, i grandi gruppi di servizi, come le finanziarie, le grandi assicurazioni o le banche vengono consultati in tempo reale da un sistema elettronico che si chiama S.I.S., messo in opera dalla Commissione Europea, come prova un altro documento firmato Direttorato Generale1, che recita: "La Commissione Europea ha creato un sistema di consultazione con le industrie dei servizi che permette ai negoziatori della Commissione di consultare rapidamente le aziende e anche i singoli azionisti."
Chiedo spiegazioni al responsabile di questa iniziativa, Dietrich Barth, nel suo ufficio al quinto piano della Commissione. Barth candidamente conferma: "Quest'anno sono previsti i negoziati del WTO per la liberalizzazione dei servizi. La Commissione ha un assoluto bisogno di conoscere gli interessi dei grandi gruppi d'affari di questo settore." Ma perché Barth, che lavora per i politici, non menziona anche gli interessi dei semplici cittadini? Gli chiedo provocatoriamente: "Sono sicuro che vorrete conoscere anche gli interessi delle persone comuni, o dei gruppi che li rappresentano. Dov'è il sistema elettronico per consultare anche loro?" "L'S.I.S è accessibile anche ai sindacati e ai gruppi di attivisti, non solo all'industria." Risponde sicuro.
Non mi rimaneva che chiedere conferma di questo sia ai sindacati che agli attivisti. Inizio da Cecilia Brighi, una esperta di globalizzazione dell'Ufficio Internazionale della Cisl, che ribatte seccamente: "Purtoppo i contatti voluti dalla Commissione con i sindacati sui temi della globalizzazione non sono così spinti come quelli che avvengono con le muntinazionali; anzi, praticamente non esistono."
" Signora Brighi, lei ha mai sentito parlare del S.I.S.?", chiedo a bruciapelo. "No, mai." "Vi hanno informati dell'esistenza di questo sistema?", insisto. "Credo di poter affermare con certezza che le organizzazioni sindacali italiane non siano mai state informate di questo sistema di consultazione." L'Italia è lontana da Brussell, e allora torno in Belgio per chiedere a Friends of the Earth, uno dei più grandi gruppi ambientalisti del mondo, se almeno loro, che hanno la sede a due passi dalla Commissione Europea, hanno mai sentito pronunciare il fatidico nome S.I.S. Mi risponde Alexandra Wandell, e lo fa con grande stupore: "Sfortunatamente è la prima volta che sento parlare di questo sistema di consultazione, me lo sta dicendo lei, a noi non l'hanno mai comunicato. La Commissione Europea dovrebbe smettere di declamare di iniziative che in realtà non ha nessuna intenzione di portare avanti."
La Commissone Europea ha fatto uno sforzo ciclopico per consultare i business d'Europa prima di Seattle. Ha fatto un sondaggio sui desideri dell'Investment Network, un'altra lobby di giganti industriali che include la Fiat e la Pirelli, e un secondo sondaggio su 10.000 aziende. Tutto documentato da me, nero su bianco. Fra l'altro ho cercato a Brussell anche la sede di questo Investment Network, ma non l'ho trovata. Per forza, perché questo gruppo di multinazionali si riunisce proprio nella sede della Commissione Europea. E anche di tutto ciò ho discusso con Romano Prodi.
"Vede Presidente, la cosa che preoccupa è che tutto questo sembra non esistere poi con le ONG, coi consumatori, coi sindacati" e attendo la sua reazione.
"Coi sindacati io sono in colloquio quotidiano," mi rassicura Prodi, "ma se esiste questo Investment Network io francamente non glielo so dire, non lo sapevo, non sapevo neanche che esistessero sondaggi per le imprese, me lo fa vedere lei adesso. Ma se stesse qui dentro lei vedrebbe quanto dialogo c'è con le organizzazioni non governative e con i sindacati."
Cecilia Brighi, a distanza, replica con altrettanta sicurezza: "Non c'è ancora nulla, non lo hanno assolutamente ancora fatto, non c'è nulla, noi non sappiamo quali sono gli impatti degli accordi già sottoscritti, per esempio in tema di agricultura o di occupazione, come per esempio non c'è consultazione sui temi sociali nel mondo. Tutto questo va costruito in tempi rapidissimi."
Che ci sia dialogo è dunque tutto da verificare; ma una cosa verificata invece c'è: anche quando la Commissione comunica con le organizzazioni dei cittadini non sempre c'è da fidarsi. Ho ottenuto due documenti sulla globalizzazione scritti dalla Commissione Europea che dovevano essere identici, intitolati "Regole internazionali per gli investimenti in seno al WTO", stesso protocollo e stessa data: solo che uno era destinato ai burocrati, l'altro ai cittadini. A una lettura più attenta sono emerse differenze radicali nei testi: la versione per la gente comune era tutta un'altra cosa.
Ma a proposito di fiducia, ritorniamo alla carne agli ormoni americana. Sulla base di quali prove il WTO condannò l'Europa? A rispondere è di nuovo Keith Rockwell: "Quello che le posso dire è che il WTO nel caso di dispute sulla sicurezza degli alimenti decide in base al parere degli scienziati della FAO. A loro fu chiesto di emettere il verdetto sulla carne agli ormoni."
E infatti un gruppo di scienziati cosiddetti super partes si riunirono proprio alla FAO a Roma, e più precisamente nella commissione chiamata Codex. Dalla FAO partì il verdetto: secondo loro l'Europa aveva torto. Ma gli scienziati della Fao erano davvero super partes, erano davvero imparziali?
"Certamente" sentenzia con fermezza Alan Randell, uno dei massimi responsabili dei gruppi scientifici della FAO, cui ho rivolto quelle domande. Randell spiega: "Siamo una organizzazione intergovernativa e il nostro compito è di fissare gli standard internazionali per la sicurezza degli alimenti. Abbiamo deciso che gli ormoni nella carne americana non pongono problemi alla salute, e potete fidarvi."
Pochi giorni dopo aver registrato quelle affermazioni, mi sposto a Londra per un incontro cruciale. L'uomo che mi aspetta alla stazione Victoria vuole rimanere anonimo, perché è un chimico farmaceutico che ha lavorato per 35 anni con la grande industria e che oggi ha deciso di raccontare tutto quello che sa sulla cosiddetta indipendenza degli scienziati della FAO. Trovarlo è stata veramente un'impresa, attraverso una serie infinita di contatti. Gli chiedo prima di tutto: perché vuole parlare? "Il mondo sta cambiando, le multinazionali farmaceutiche e agroalimentari hanno assorbito ormai tutto....non so...forse perché mi sto per ritirare dalla scena...ma guardi, io ho visto troppe cose, e c'è un limite per tutti, o forse solo per me." La nostra conversazione continua, e lo invito a venire al dunque, e cioé alle prove di quanto mi vorrebbe rivelare. Questo scienziato dall'aria aristocratica mi invita a sedermi a un tavolo del bar della Royal Albert Hall, e poi inizia: "La documentazione che le mostro era in gran parte segreta, e infatti molti fogli portano il marchio declassificato. Ora, per dimostrale quanto siano inaffidabili gli organi scientifici della FAO è necessario che le racconti una vicenda parallela a quella che a lei interessa."
"Guardi questi documenti. E' il novembre del '97, e la FAO si sta preparando a giudicare la sicurezza degli ormoni nel latte, che sono prodotti dalla multinazionale Monsanto. Qui si legge che uno scienziato della FAO, il dott. Nick Weber, aveva passato al dott. Kowalczyk della Monsanto i documenti riservati che solo gli scienziati della FAO avrebbero dovuto leggere prima di emettere il verdetto. Fra questi documenti c'erano persino gli studi della Commissione Europea, che era contraria agli ormoni artificiali. Capisce? La Monsanto poté studiarsi con molto anticipo cosa avrebbero sostenuto i suoi critici durante i dibattimenti. Ma è normale ciò?"
Non rispondo e lo invito con un cenno del capo a continuare. Lui prosegue: "La FAO esaminò gli ormoni nel latte e in un primo tempo espresse parere positivo. Un trionfo per la Monsanto, ma c'era una nota che stonava. Michael Hansen, un consulente della FAO, non era d'accordo e stava per lanciare un allarme. Ed ecco un fax che la Monsanto spedisce a un funzionario della sanità pubblica, dove si legge: Sembra che Michael Hansen non sia dei nostri. Dei nostri!!, capite che razza di mentalità? La Monsanto considerava gli esperti della FAO roba propria."
La mia fonte sosta per il tempo necessario a sorseggiare il bicchiere di vino bianco che gli ho offerto, poi estrae dalla borsa altri fogli, altre prove inedite. E rincara la dose: "Ma alla FAO ci sono altri scienziati gravemente compromessi: sono Margaret Miller e Leonard Ritter. In questo documento riservato del Congresso degli Stati Uniti si legge che la dottoressa Miller era sotto inchiesta perché, da dipendente pubblico, fu sorpresa a lavorare....indovini per chi? Per la Monsanto naturalmente, per conto della quale studiava gli ormoni. Veniamo al dottor Ritter: ho scoperto dagli archivi del parlamento canadese che Ritter è stato più volte pagato del CAHI, una grossa lobby nordamericana di industrie veterinare favorevoli agli ormoni. Insomma, Miller e Ritter, due gioielli di indipendenza interni alla FAO, non le sembra?"
E allora ricapitoliamo: la mia fonte inglese ha dimostrato che alcuni scienziati consulenti della FAO, e specialmente Nick Weber, Margaret Miller e Leonard Ritter, erano da tempo collusi con una lobby e con una grande multinazionale interessate a vendere ormoni, e nonostante l'evidente conflitto di interessi hanno continuato a decidere della nostra salute per conto della FAO.
Lo scienziato inglese ora conclude e porta l'affondo decisivo: "E non è proprio la FAO che ha giudicato innoqui anche gli ormoni della carne, permettendo così al WTO di condannare l'Europa. Come ci si può fidare? E poi guardi le liste degli scienziati della FAO che nel '99 e nel 2000 hanno di nuovo esaminato gli ormoni americani nella carne: chi ci troviamo? Weber, Miller, Ritter e tutti gli altri. Sono tutti qui, sono sempre qui!"
Lo fisso con un'unica domanda nella testa: la FAO sapeva, ha mai sospettato qualcosa? "Certo che sapeva," risponde con un accenno di sorriso, "infatti Micheal Hansen, il bastian contrario, scrisse tutto nero su bianco e lo spedì persino al direttore generale della FAO. Tutto si sapeva... persino nei dettagli. Ma questo non ha impedito a noi europei di essere così penalizzati dal verdetto sulla carne agli ormoni."
Torno a Roma e ricontatto il dirigente della FAO che avevo incontrato pochi giorni addietro. Gli passo le prove contro i dottori Weber, Miller e Ritter, ma lui non sembra molto interessato ai documenti. Li degna appena di un'occhiata e ribatte: "I nostri scienziati sono scelti dalla FAO e dall'Organizzazione Mondiale delle Sanità, e sono confermati nell'incarico dai governi membri. Sono esperti al di sopra di ogni sospetto e le sue affermazioni ci giungono assolutamente nuove."
Una storia pesantissima questa, nella quale erano in gioco non solo interessi multimiliardari, ma soprattutto la nostra salute. E a questo punto tutto mi potevo aspettare meno che fosse proprio il WTO a rilanciare alla grande, a far esplodere la bomba. E' ancora Rockwell che parla: "Se i vostri governi avessero invocato l'articolo 5.7 del nostro accordo Sanitario e Fitosanitario la battaglia sulla carne agli ormoni non sarebbe mai esistita: niente FAO, niente sanzioni americane, nulla di nulla. L'articolo 5.7 del WTO vi dava il diritto di evitare lo scontro, mentre l'Europa studiava la sicurezza della carne americana." "E perché l'Europa non l'ha usato?" gli chiedo più che sorpreso. Rockwell mi fissa pregustando il colpo ad effetto, e con un che di trionfale aggiunge: "Lo chieda a loro. Non lo hanno mai invocato quell'articolo!"
Non mi rimane che girare la scottante questione ai massimi responsabili politici, e cioé al ministro Fassino e al Presidente della Commissione Europea Romano Prodi. Perché non è stato invocato quell'articolo?
Fassino risponde che non lo sa, che ci sarà una ragione legale, e conclude sbrigativo: "Chieda a qualcun altro" dice scuotendo il capo. Romano Prodi invece tenta una battuta ("Non lo so, non sono mica un veterinario!") e poi conclude sostenendo che si tratta di aspetti tecnici "...e non potete venire a chiedere a me."
Entrambi si sono difesi aggiungendo che l'importante è che la carne agli ormoni non entri in Europa, ma questo francamente non mi basta. Abbiamo miliardi di sanzioni che ci penalizzano ogni giorno, e si tratta della più pericolosa disputa commerciale degli ultimi 20 anni. Se la si poteva evitare appellandosi a un semplice articolo, i nostri massimi dirigenti politici lo avrebbero dovuto sapere. Ma tant'è.
Io non chiedo più nulla, e scelgo invece di mostrarvi qualcosa di concreto. Parliamo sempre della globalizzazione, del WTO e dei suoi potentissimi accordi. La parola a Susan George: "L' arma più tagliente del WTO è l'accordo sulle Barriere Tecniche al Commercio, che può annullare le leggi degli Stati, quelle delle amministrazioni locali e persino le regole delle piccole organizzazioni non governative. Esso colpisce particolarmente il diritto dei cittadini di sapere come sono fatte le merci che acquistano e da chi sono fatte."
E infatti questo accordo prende di mira proprio le etichette: le etichette che ci dovrebbero dire se nei giocattoli che diamo ai nostri piccoli ci sono sostanze tossiche, se nei cibi che mangiamo ci sono ingredienti geneticamente modificati, o se i palloni che compriamo sono fatti da bambini sfruttati nei paesi poveri. Iniziamo proprio da questo esempio. Susan George spiega: "Il calcio è sicuramente un grande sport, anche se io sono americana! Ma l'accordo WTO sulle Barriere Tecniche al Commercio ci impedisce proprio di rifiutarci di importare palloni da calcio cuciti dai bambini sfruttati in Asia. Per i globalizzatori un pallone è un prodotto e lo possiamo rifiutare solo se è di cattiva qualità e non se è fatto da piccoli schiavi."
Damiano Tommasi, mediano della Roma, è da tempo impegnato contro l'importazione di palloni prodotti col lavoro minorile. Un accordo del WTO rischia dunque di vanificare il suo impegno. Lo sapeva? "No, non lo sapevo" mi dice Tommasi al termine di un allenamento di fine campionato. "E' una brutta notizia. E' un altro segnale che l'economia e la globalizzazione prevalgono su qualsiasi altro codice."
Proprio al ministro Fassino ho sottoposto questo punto dolente degli accordi del WTO, "lei non sa che l'Italia ha firmato le convenzioni dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro che ci danno il diritto di rifiutare i palloni prodotti col lavoro minorile!" Rispondo: "Ministro, ciò che lei afferma non sembra vero. Io cito accordi del WTO sovranazionali che già sono esistenti e che sono già ratificati dall'Italia."
Fassino adesso urla: "Ma l'Italia non ha mai ratificato nessun accordo che dice che si possono importare i palloni cuciti dai bambini sfruttati. Credo di sapere la materia di cui sono ministro!...non è possibile!"
Racconto quanto affermato dal ministro Fassino a Susan George, e lei sorpresa ribatte: "Ma certo che è possibile. Fu purtroppo scritto nero su bianco sia negli accordi del GATT che nell'accordo del WTO, ai punti 2.1 e 2.8, e i nostri governi lo dovrebbero sapere."
Interrogo anche Cecilia Brighi, la sindacalista della Cisl esperta di questioni internazionali. Le dico: "Signora Brighi, a battuta risposta: l'Italia ha firmato le convenzioni dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro che danno la possibilità di bloccare le importazioni di palloni fatti da bambini sfruttati nel terzo mondo..." C'è una pausa, la Brighi ribatte: "Chi ha detto questo?" E io: "Fassino." Lei scuote il capo.
Nel frattempo al WTO qualcuno sta già protestando contro le regole europee che vietano nei nostri giocattoli l'uso di ammorbidenti tossici. Me ne parla Fabrizio Fabbri, uno dei responsabili di Green Peace Italia: "Sta succedendo che Hong Kong e il Brasile stanno invocando l'intervento del WTO per annullare il provvedimento europeo che vieta i composti chimici pericolosi nei giocattoli per bambini. Il WTO potrebbe ritenere questa misura di tutela della salute un ostacolo alle leggi del libero commercio, in base a un accordo sottoscritto anche dall'Italia che prevede il non utilizzo di ragioni sociali o ambientali come discriminazione commerciale." Fabbri apre una borsa e fa cadere sulla scrivania una miriade di pupazzetti e bamboline colorati, quelli tossici appunto. Ma dovessero tornare questi giocattoli pericolosi, almeno che ci sia un'etichetta che ce li fa distinguere. Fabbri scuote il capo: "Teoricamente sarebbe la misura minima di tutela dei consumatori, ma è quella maggiormente contestata proprio dal WTO."
Guerra dunque persino alle etichette che ci dovrebbero informare su quello che acquistiamo, ma non solo. Ciò che veramente stupisce è scoprire che chi ha scritto gli accordi di globalizzazione ha voluto che il loro potente braccio si estendesse ben oltre i governi nazionali, e che raggiungesse persino le piccole organizzazioni volontarie. Persino loro. Per capire meglio ciò che ho detto seguiamo la signora Luciana Giordano nello shopping. Questa giovane linguista di Bologna fa parte della nutrita schiera di italiani che acquistano regolarmente il caffé equo & solidale, e questo significa che Luciana sa che il suo caffé è prodotto da lavoratori del terzo mondo tutelati nella dignità e nei diritti fondamentali. Ma come fa a saperlo? Attraverso la presenza sulla confezione dell'etichetta Transfair, oppure comprando il macinato nelle cosiddette Botteghe del mondo. Si tratta di piccole organizzazioni non a fine di lucro, ma sembra prioprio che sia loro che le loro etichette violino i contenuti del solito accordo WTO sulle Barriere tecniche al commercio.
Proprio a Bologna incontro Giorgio Dal Fiume, uno dei massimi dirigenti nazionali della rete equo & solidale e gli chiedo di spiegarmi perché i globalizzatori dei commerci temono così tanto persino le loro etichette: "Perché quello che noi scriviamo in etichetta rende possibile la libera scelta da parte del consumatore" dice Dal Fiume mentre mi fa da guida all'interno di una delle Botteghe del Mondo. "E' paradossale, ma in questo sistema globalizzato siamo noi a difendere il vero funzionamento del mercato, dove a diversa offerta corrisponde una diversa scelta. Ma proprio questo è il punto debole del WTO: può condizionare interi stati ma non può obbligare i cittadini a consumare quello che loro vogliono."
Forse Dal Fiume ha ragione, ma il WTO può costringere il governo italiano a fare tutto quanto è in suo potere per fermare iniziative come quella per cui si è impegnato. E' scritto infatti nero su bianco nell'accordo sulle Barriere Tecniche al Commercio. Lui lo sapeva? "Sì, ci siamo studiati i testi, ed è per questo che siamo andati a Seattle a contestare con ogni mezzo il WTO" conclude.
Etichettare le merci, così che il cittadino possa rifiutare quelle che violano i principi etici, o di protezione dell'ambiente e della propria salute è un diritto fondamentale che il WTO sembra volerci togliere. In tutto ciò sono chiare le pressioni esercitate dai colossi industriali, e non sono illazioni: ho trovato due documenti che non lasciano dubbi. Il primo, stilato dalla Camera di Commercio Internazionale (un'altra lobby di multinazionali che comprende anche la Pirelli e la nostra Confindustria) chiedeva al cancelliere tedesco Schroeder (poco prima della storica conferenza del WTO a Seattle) quanto segue: I programmi di etichettatura ecologica dei prodotti possono creare barriere al libero commercio, e vogliamo su questo una urgente applicazione degli accordi del WTO. Nel secondo documento ho trovato un'esplicita richiesta del Trans Atlantic Business Dialogue, che recita: Alla Commissione Europea chiediamo che un accordo internazionale sugli investimenti non sia indebolito da clausole sui diritti dei lavoratori o sulla tutela dell'ambiente.
Si comprende così come anche la legge europea sull'etichettatura obbligatoria dei cibi contenenti geni modificati sia finita nel mirino del WTO, e infatti il governo di Washington ha già iniziato a Ginevra una procedura legale per costringere Brussell a tornare sui suoi passi. Eppure quella legge non è poi così severa: essa infatti dice che se i geni modificati sono presenti nei cibi sotto la quantità dell'1%, non vanno dichiarati in etichetta. E io ho voluto fare una prova. Ho infatti comprato alcuni prodotti contenenti soia: dicono che la soia oggi sia quasi tutta geneticamente modificata, ma nelle etichette dei biscotti VitaSystem, dei crackers Misura, di quelli della Cereal e del pane a fette della Barilla non è segnalato alcunché. E allora sono andato a farli anlizzare. Ecco i risultati delle analisi. Pane alla soia della Barilla: nessuna presenza di soia transgenica; crackers della Misura, anche qui nulla di geneticamente modificato; veniamo alla Cereal: idem come prima, e cioé niente geni manipolati; e infine abbiamo i biscotti della VitaSystem, e qui la soia transgenica c'era, ma nella percentuale dello 0,6%, e la legge europea, come dicevo, non prevede che questa quantità si debba segnalare in etichetta. Ciò significa che noi consumatori stiamo comunque ingerendo e sperimentando cibo transgenico, anche se in piccole quantità, e questo prima che la scienza sappia con certezza quali saranno gli effetti sulla nostra salute.


 

http://www.nonviolenti.org/content/view/60/39/#1  

Da Goteborg a Genova contro la violenza

di Susan George

ATTAC/Svezia ha ora tra i 4000 ed i 5000 membri; in proporzione alla popolazione svedese sono tanti quanti, o più che, in Francia dopo meno di un anno di esistenza ed è riconosciuto come un fenomeno politico significativo. ATTAC svedese lavorava da molti mesi alla preparazione del summit di Goteborg trattando con il governo e la polizia affinchè le manifestazioni si svolgessero pacificamente. Il Presidente del Consiglio di ATTAC, Hans Abramsson che occupa una cattedra universitaria di studi sulla pace e il conflitto, era al centro di questa preparazione e America Vera-Zavala ha incontrato il primo ministro Goran Persson (la foto di America con il suo chemisier bianco adorno del simbolo rosso di ATTAC a fianco di Persson era sulla prima pagina di "Metro", il quotidiano del summit). Tutto questo è nella tradizione svedese della concertazione e del consenso e, secondo i membri di ATTAC, si era stabilita una reciproca fiducia.
Ahimè, tutti questi sforzi sono stati vanificati. I problemi sono cominciati giovedì pomeriggio. Il governo aveva aperto numerose scuole perchè i militanti vi potessero dormire; correva voce che ci fossero armi nascoste in una scuola, gli occupanti si sono rifiutati di uscire, la polizia ha fatto venire degli immensi container per bloccare tutti gli accessi alla scuola e tafferugli tra polizia e manifestanti si sono verificati in un parco attiguo dove la polizia era a cavallo, contrariamente alle promesse fatte durante le trattative. Malgrado tutto niente di molto grave è accaduto giovedì, anche se la tensione cominciava a crescere. Venerdì gli occupanti di "Globalisation from Below" "Ya Basta" e "Tute Bianche" sono stati evacuati. Venerdì ero personalmente nel villaggio alternativo dove si trovavano tende ospitanti diverse organizzazioni e tutti i forum, ma a meno di 500 metri da là gli scontri e le distruzioni erano cominciati. Sul grande viale, che i goteborghesi paragonano ai Champs-Elysées, non restava una sola vetrina intatta alla fine della sera. Duecento persone circa erano riuscite a farne precipitare nella zuffa un migliaio o più. I poliziotti, completamente sopraffatti e con le vetture distrutte, hanno sparato pallottole vere e una persona almeno è stata gravemente ferita all'addome e altre più lievemente. Gli svedesi non hanno mai visto violenze simili sul loro territorio e ne sono profondamente colpiti.
Io condanno in modo chiaro e netto queste violenze e ciò per più ragioni.

- Indipendentemente dalle posizioni filosofiche sull'argomento ed a prescindere dal fatto che i nostri colleghi svedesi sono stati piuttosto traumatizzati, le violenze fanno invariabilmente il gioco dell'avversario. Anche in caso di provocazioni e quando la polizia è responsabile nell'aprire le ostilità, come spesso avviene, ci si mette tutti nello stesso sacco. I media evidentemente non parlano che di questo. Le idee, le ragioni della nostra opposizione, le proposte vengono completamente nascoste.

- Lo Stato si definisce per il suo "monopolio della violenza legittima". Chiunque pensi di poterlo affrontare e vincere su questo terreno non ha fatto molta strada nell'analisi politica. Chiunque pensi che rompere vetrine e picchiare poliziotti "minacci il capitalismo" non ha per niente un pensiero politico.

- Noi non possiamo costruire un movimento ampio e popolare sulla base di una cultura di giovani e persone che sono pronti a farsi spaccare la faccia. Tutte le persone che hanno paura dei lacrimogeni, della violenza - le persone della mia età, le famiglie con bambini, le persone meno in forma fisicamente - si asterranno e non verranno a nessuna nostra manifestazione.

- Questo non è democratico. Francamente ne ho abbastanza di questi gruppi che non ci sono mai per il lavoro preparatorio, che non fanno mai nulla nella politica quotidiana ma che arrivano nelle manifestazioni come fiori ("velenosi") per distruggere, quali che siano gli accordi negoziati dagli altri. Per di più ciò tende a spezzare l'alleanza tra quelli che condannano queste violenze e quelli che le tollerano. - Si insultano quelli che rifiutano e condannano la violenza trattandoli da "riformisti", ma l'opposizione "riforma-rivoluzione" non ha alcun senso nel contesto attuale e non è così, secondo me, che si pone il problema. Non è "rivoluzionario" dividere il movimento sociale e perdere alleati potenziali; non è "rivoluzionario" suscitare la simpatia per i nostri avversari nella grande maggioranza della popolazione; non è "rivoluzionario" opporsi a tutte le misure parziali (come la Tassa Tobin): è solo idiota e controproducente.

In una parola, ne ho abbastanza di questi teppisti e temo che se si continua a lasciarli fare finiranno per distruggere il movimento: la più bella speranza politica da trent'anni a questa parte.

 

La globalizzazione è diventata una guerra contro la natura e contro i poveri

di Vandana Shiva

Sono stata di recente a Bhatinda in Punjab per via di una epidemia di suicidi tra i contadini. Il Punjab è sempre stata tra le regioni agricole più fiorenti dell’India. Oggi i contadini sono indebitati e disperati. Ampie distese di territorio sono diventate desertiche. E, come fa notare un vecchio contadino, persino gli alberi hanno smesso di dare frutti perché l’eccessivo uso di insetticidi ha eliminato gli impollinatori – api e farfalle.
Il Punjab non è il solo ad aver sperimentato questo disastro ecologico e sociale. L’anno scorso sono stata a Warangal, nell’ Andhra Pradesh, dove altri contadini si sono suicidati. Agricoltori che coltivavano tradizionalmente legumi e miglio e riso sono stati convinti dalle società venditrici di sementi a comprare semi ibridi di cotone proposti come “oro bianco”, che avrebbero dovuto renderli milionari. Invece sono diventati poveri.
I semi indigeni sono stati soppiantati dai nuovi ibridi che non possono essere riprodotti e devono essere acquistati ogni anno a costi elevati. Gli ibridi sono anche molto vulnerabili agli attacchi degli insetti nocivi. A Warangal la spesa per gli insetticidi è cresciuta del 2000% passando da 2,5 milioni di dollari nel 1980 a 50 milioni di dollari nel 1997. Adesso i contadini usano gli stessi insetticidi per uccidere se stessi così da poter sfuggire per sempre da enormi debiti.
Le industrie stanno ora cercando di introdurre semi geneticamente modificati, che aumenteranno ulteriormente i costi e i rischi ecologici. Ecco perché dei contadini, come Malla Reddy della Andhra Pradesh Farmers’ Union, hanno sradicato in Warangal il cotone Bollgard geneticamente modificato della Monsanto.
Il 27 marzo, il venticinquenne Betavati Ratan si è tolto la vita perché non poteva restituire un debito contratto per far trivellare un pozzo profondo nella sua azienda di due acri. I pozzi sono adesso asciutti, come lo sono in Gujarat e Rajasthan dove oltre 50 milioni di persone fronteggiano una grave penuria di acqua.
La siccità non è una “calamità naturale”. E’ provocata dall’uomo. E’ il risultato dell’estrazione dell’acqua in terreni già scarsi in regioni aride per coltivare prodotti da esportazione pagati in contanti, che richiedono molta acqua, invece di prodotti meno esigenti in acqua che sarebbero in grado di soddisfare i bisogni locali.
Sono queste esperienze che mi hanno fatto riflettere sul fatto che siamo in errore ad essere accomodanti nei confronti della nuova economia globale. E’ ora di fermarsi e riflettere sull’impatto della globalizzazione nella vita della gente comune. E’ essenziale se vogliamo mantenere la capacità di sopravvivere.
Le dimostrazioni a Seattle e le proteste contro l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) dell’anno scorso obbligano tutti noi a rifletterci ancora. Per quanto mi riguarda è tempo adesso di ripensare radicalmente ciò che stiamo facendo. Quello che stiamo facendo verso i poveri in nome della globalizzazione è crudele ed imperdonabile. In particolare questo è evidente in India dove assistiamo a disastri in pieno svolgimento provocati dalla globalizzazione soprattutto nei cibi e in agricoltura.

Chi sfama il mondo? La mia risposta è molto diversa da quella data dalla maggioranza della gente.
Ci sono donne e piccoli contadini che lavorano con la biodiversità, che sono i principali fornitori di cibo nel Terzo Mondo e, contrariamente all’opinione dominante, la loro biodiversità basata sul sistema di piccole aziende è molto più produttiva delle monocolture industriali.
La ricca varietà e l’organizzazione sostenibile della produzione di cibo sono stati distrutti in nome dell’incremento produttivo di cibo. Peraltro, con la distruzione della diversità, fertili risorse dell’alimentazione sono andate perdute. Quando vengono valutate in termini di prodotto per acro, e dalla prospettiva della biodiversità, le così dette “ottime rese” dell’agricoltura industriale non implicano maggior produzione di cibo e alimentazione.
La resa in genere si riferisce alla produzione per area unitaria di un’unica coltura. La quantità prodotta si riferisce invece alla produzione totale di diversi raccolti e prodotti. Seminare solo una coltura su tutta la superficie quale monocoltura incrementerà, naturalmente, la sua resa individuale. Seminare più colture mescolate porta ad avere una bassa resa della singola coltura, ma una grande quantità totale di cibo prodotto. Misurando il raccolto solo con il criterio della resa – e non calcolando l’effettiva quantità prodotta - si fa scomparire la produzione dei delle piccole aziende, dei singoli contadini.
Tutto questo nasconde la produzione di milioni di donne contadine nel Terzo Mondo – contadine come quelle del mio nativo Himalaya che combatterono contro il taglio di alberi nel movimento Chipko, che nei loro campi terrazzati coltivano diverse varietà di miglio, di legumi (piselli, soia, lenticchie), di riso. Vista con la prospettiva della biodiversità, la produttività basata sulla biodiversità è superiore alla produttività della monocoltura. Questa cecità nei confronti della diversità si può definire come una “Monocoltura della mente”, che a sua volta crea la monocoltura nei nostri campi.
I contadini Maya nel Chiapas sono definiti non produttivi perché producono solo due tonnellate di grano per acro. Peraltro, la quantità totale di cibo prodotto è di venti tonnellate per acro quando la diversità dei loro piselli e zucche, delle loro verdure e dei loro alberi da frutta è valutata nel conteggio. A Java, piccoli contadini coltivano 607 specie nel loro giardino di casa. Nell’Africa sub-sahariana, ci sono donne che coltivano quasi 120 piante diverse nello spazio lasciato a lato delle colture da reddito, e questa è la principale risorsa di garanzia del cibo domestico. Un solo giardino casalingo in Thailandia ha più di 230 specie, e i giardini delle case africane ospitano più di sessanta specie di alberi.
Uno studio fatto nell’est della Nigeria ha messo in evidenza che i giardini delle case - che occupano solo il 2% di superficie dell’ azienda familiare - rendono la metà del raccolto totale. Nello stesso modo, si valuta che gli orti familiari in Indonesia provvedano a più del 20% delle entrate domestiche e forniscano il 40% del cibo familiare.
Ricerche fatte dalla FAO dimostrano che aziende che coltivano una varietà di specie possono produrre migliaia di volte più cibo di vaste monocolture industriali.
La diversità è anche la strategia migliore per prevenire siccità e desertificazione.
Ciò che è necessario al mondo per nutrire in modo sostenibile una popolazione crescente è l’incremento della biodiversità, non l’aumento della chimica o l’ingegneria genetica. Mentre donne e piccoli contadini cibano il mondo con la biodiversità, noi continuiamo a ripeterci che senza ingegneria genetica e globalizzazione dell’agricoltura il mondo si ridurrà alla fame. A dispetto dell’evidenza empirica che ci mostra che l’ingegneria genetica non produce più cibo – anzi - spesso porta all’abbandono dei campi, questa è continuamente proposta quale unica alternativa valida per cibare gli affamati.

Questo è il motivo per il quale io mi chiedo: chi sfama il mondo?
Questa deliberata cecità nei confronti della biodiversità, cecità verso i prodotti della natura, prodotti dalle donne, prodotti dai contadini del Terzo mondo, permette la distruzione e l’appropriazione della programmazione della creazione.
Prendiamo il caso del tanto decantato “golden rice” il riso geneticamente modificato nel combattere la deficienza di vitamina A quale cura per la cecità. E’ dato per scontato che senza ingegneria genetica non possiamo eliminare la carenza di vitamina A. Peraltro, la natura ci offre abbondanti e diverse risorse di vitamina A. Se non venisse lavorato, il riso stesso sarebbe una fonte di vitamina A. Se gli erbicidi non fossero sparsi sui nostri campi di grano, noi potremmo raccogliere bathua, amaranto, foglie di senape: verdure squisite e nutrienti, ricche di questa vitamina.
Le donne in Bengala utilizzano come verdura più di 150 piante. Ma il mito della creazione indica i biotecnologi quali creatori della vitamina A, negando i diversi doni di natura e la conoscenza delle donne su come utilizzare questa diversità per nutrire i propri figli e la famiglia.
Il mezzo più efficace per attuare la distruzione della natura, delle economie locali e dei piccoli produttori autonomi è rendere le loro produzioni invisibili. Le donne che producono per la loro famiglia e per la comunità sono considerate come “non-produttive” e “economicamente inattive”. La svalutazione del lavoro delle donne, e del lavoro fatto in economie sostenibili, è l’ovvio risultato di un sistema costruito da un capitalismo patriarcale. Questo è il motivo per cui la globalizzazione distrugge le economie locali e la distruzione stessa è ritenuta una crescita.
E le donne stesse sono sminuite, perché molte di esse nelle comunità rurali e indigene con il loro lavoro cooperano con i processi della natura, trovandosi spesso in contraddizione con il dominante “sviluppo” indirizzato dal mercato e dai traffici politici: il lavoro che soddisfa i bisogni e assicura sussistenza è svalutato in generale. Ci sono meno supporti alla vita e sistemi per garantire la sopravvivenza.
La svalutazione e l’invisibilità delle produzioni sostenibili e in grado di riprodursi è più palese nel settore alimentare. Mentre la divisione patriarcale del lavoro aveva assegnato alle donne il ruolo di provvedere al cibo per le proprie famiglie e comunità, l’economia patriarcale e la visione scientifica e tecnologica fanno scomparire magicamente il lavoro delle donne per la produzione di cibo. “Nutrire il mondo” si distacca dalle donne che a tutti gli effetti lo fanno, e viene associato al commercio agricolo globale e dalle ditte biotecnologiche.
L’industrializzazione e l’ingegneria genetica del cibo e la globalizzazione dei commerci in agricoltura sono ricette per creare affamati, non per nutrire i poveri. Dappertutto, la produzione di cibo diventa un’economia negativa, con i contadini che spendono più per acquistare i mezzi per produzioni industriali di quanto incassano per i loro prodotti. Le conseguenze sono debiti in crescita ed epidemie di suicidi sia nei paesi ricchi che in quelli poveri.

La globalizzazione economica ci sta portando a una concentrazione di aziende sementiere, a un incremento nell’utilizzo dei fitofarmaci, e, in ultimo, a un aumento del debito. Capitale concentrato e agricoltura controllata dalle industrie si stanno diffondendo in paesi dove i contadini sono poveri ma, finora, sono stati autosufficienti per il cibo. In paesi dove l’agricoltura industriale è stata introdotta attraverso la globalizzazione, i costi più alti hanno reso praticamente impossibile sopravvivere ai piccoli agricoltori.
La globalizzazione dell’agricoltura industriale non sostenibile sta dissolvendo le entrate dei contadini del Terzo Mondo attraverso la combinazione di svalutazione della moneta, aumento dei costi di produzione e crollo dei prezzi delle merci.
I contadini dovunque sono pagati una frazione di quanto hanno ricevuto per la stessa merce un decennio fa. Negli USA, il prezzo del grano è crollato da 5,75 a 2,43 $, il prezzo della soia è sceso da 8,40 a 4,29 $, e il prezzo del mais è passato da 4,43 a 1,72 $ per staio [uno staio equivale a circa 7 quintali, n.d.T.]. In India, dal 1999 al 2000, i prezzi del caffè sono crollati da 60 a 18 Rupie al Kg. e i prezzi dei semi oleosi sono scesi di oltre il 30%.
Quest’anno la canadese National Farmers’ Union lo ha così puntualizzato in un rapporto al Senato:
“Mentre gli agricoltori che coltivano cereali - grano, orzo, mais – hanno un reddito negativo e sono spinti a chiudere per bancarotta, le industrie che fanno cereali per la colazione raggiungono enormi profitti. Nel 1998, le ditte di cereali Kellogg’s, Quaker Oats e General Mills hanno goduto di un aumento del tasso di rendimento rispettivamente del 56%, 165% e 222%. Mentre uno staio di mais era venduto a meno di 4 dollari, uno staio di corn flakes era commercializzato a 133 dollari. Nel 1998, le industrie di cereali incassavano utili da 186 a 740 volte più delle aziende agricole. Può darsi che i contadini stiano facendo troppo poco in quanto gli altri stanno ottenendo troppo”.
E un rapporto della Banca Mondiale ha riconosciuto che “dietro alla polarizzazione dei prezzi al consumo e dei prezzi mondiali c’è la presenza di grandi aziende commerciali nei mercati internazionali delle merci”.
Mentre i contadini guadagnano di meno, i consumatori, soprattutto nei paesi poveri, spendono di più. In India i prezzi per il cibo sono raddoppiati tra il 1999 e il 2000, e il consumo di cereali come cibo è crollato del 12% nelle zone rurali, accrescendo la privazione di cibo per coloro che già erano malnutriti, accrescendo il tasso di mortalità. L’aumento della crescita economica attraverso il commercio globale è basato su false eccedenze. E’ commercializzato più cibo mentre i poveri stanno consumando di meno. Mentre la crescita aumenta la povertà, quando le produzioni reali diventano un’economia negativa, e gli speculatori sono definiti “creatori di ricchezza”, qualcosa non ha funzionato tra i concetti e le categorie di ricchezza e la creazione di ricchezza. Portare la reale produzione della natura e della gente all’economia negativa implica che la produzione di beni reali e servizi è in declino, e si crea una maggior povertà per i milioni di persone che non fanno parte del percorso verso la creazione immediata di ricchezza.

Le donne - come ho detto – sono i principali produttori di nutrimento e elaboratrici di cibo nel mondo. Comunque, il loro lavoro nella produzione e nella elaborazione adesso è diventato invisibile.
In accordo con la società McKinsey, “i giganti del cibo americano riconoscono che il commercio agricolo indiano ha poche possibilità di crescita, soprattutto nella lavorazione degli alimenti. L’India lavora un minuscolo 1% del cibo che coltiva rispetto al 70% degli USA, Brasile e Filippine”. Non è che noi indiani mangiamo il nostro cibo grezzo. I consulenti globali dimenticano di rilevare il 99% dell’elaborazione di cibo effettuata dalle donne a livello casalingo, o da piccole industrie artigianali, perchè non controllati dal commercio agricolo globale. Il 99% dell’elaborazione dei prodotti agricoli è stata intenzionalmente mantenuta ad un livello familiare. Ora, sotto la pressione della globalizzazione, le cose stanno cambiando. Fasulle leggi sull’igiene, che smantellano l’economia del cibo basata su processi di lavorazione locali su piccola scala sotto il controllo della comunità, sono parte dell’arsenale del commercio agricolo globale per instaurare il mercato dei monopoli attraverso la forza e la coercizione, non la competizione.
Nell’agosto del 1998, la lavorazione su piccola scala di olio commestibile è stata messa al bando in India attraverso una “legge di inscatolamento” che ha messo fuori legge la vendita di olio sfuso e impone che l’olio sia confezionato nella plastica o nell’alluminio. Questo ha obbligato alla chiusura piccolissimi “ghanis” o mulini. Ha smantellato il mercato dei nostri vari semi da olio – senape, lino, sesamo, arachidi e cocco.
L’impadronirsi dell’olio commestibile da parte dell’industria ha danneggiato 10 milioni di esistenze. La recenti decisioni che impongono che la farina venga venduta impacchettata da parte di marchi di fabbrica costerà 100 milioni di vite. Tutti questi milioni di persone saranno spinti verso la nuova povertà.
L’obbligo del confezionamento aumenterà il carico sull’ambiente di milioni di tonnellate di plastica e alluminio. La globalizzazione del sistema del cibo sta distruggendo la diversità delle culture dei cibi locali e le locali economie del cibo. Una monocoltura globale sta forzando la gente a pensare che tutto ciò che è fresco, locale, fatto a mano è un rischio per la salute. Le mani umane sono state definite il peggior contaminante, e il lavoro per le mani dell’uomo sta diventando fuorilegge, per essere rimpiazzato dalle macchine e dalla chimica acquistati dalle industrie globali. Questi non sono concepiti per sfamare il mondo, ma per rubare sostentamento ai poveri, per creare mercati per i potenti. Le persone sono considerate parassiti, da essere falcidiati per la “salute” dell’economia globale. Nel processo nuovi rischi ecologici e sanitari sono stati imposti alla gente del Terzo Mondo buttando su di loro – come pattumiera - cibi geneticamente modificati e altri prodotti rischiosi.
Recentemente, a causa di una decisione del WTO, l’India è stata obbligata ad abolire le restrizioni a qualsiasi importazione. Tra i prodotti ammessi all’importazione ci sono carcasse e parti di animali di scarto che sono una minaccia per la nostra cultura e portano rischi per la salute pubblica, come la malattia della mucca pazza.
Il Center for Desease and Prevention (CDS) di Atlanta negli USA ha calcolato che si verificano quasi 81 milioni di casi all’anno di malattie causate dal cibo. I morti causati da intossicazioni alimentari sono più che quadruplicati a causa della liberalizzazione degli scambi, passando da 2000 nel 1984 a 9000 nel 1994. Molte di queste infezioni sono state causate da carne allevata in aziende agricole-industriali. Negli USA ogni anno vengono macellati 93 milioni di maiali, 37 milioni di bovini adulti, 2 milioni di vitelli, 6 milioni di cavalli, capre e pecore e 8 miliardi di polli e tacchini. Adesso i giganti dell’industria della carne degli USA vogliono usare l’India come discarica per la carne contaminata prodotta con metodi violenti e crudeli.
Lo scarto dei ricchi è smaltito a spese dei poveri. La ricchezza dei poveri è sottratta con violenza attraverso nuovi e astuti mezzi quali il brevetto della biodiversità e la conoscenza indigena.

Si suppone che i brevetti e i diritti sulla proprietà intellettuale vengano rilasciati per nuove invenzioni. In realtà, invece, sono stati richiesti brevetti per varietà di riso come il basmati per il quale la Doon Valley - dove sono nata – è famoso, oppure per insetticidi derivati dal neem [un albero molto diffuso in tutta l’India, di cui tradizionalmente vengono utilizzate foglie, frutti, linfa per le proprietà insetticide e disinfettanti, n.d.T] che le nostre madri e le nostre nonne hanno sempre usato. La Rice Tec, una industria di origine USA, ha ottenuto il brevetto n° 5.663.484 per delle varietà di riso basmati e dei frumenti.
Il basmati, il neem, il pepe, le zucche amare, la curcuma ... tutti gli aspetti di novità espressi dal nostro cibo indigeno e dal nostro apparato medico sono ora derubati e brevettati. La conoscenza dei poveri è trasformata in proprietà delle grandi industrie globali, e si arriva al punto in cui i poveri dovranno pagare per semi e medicine che essi stessi hanno elaborato e hanno utilizzato per sopperire alle loro necessità di cibo e cure mediche.
Tali falsi proclami di creazioni sono adesso la regola globale, con il Trade Related Intellectual Property Rights Agreement del WTO che obbliga i Paesi ad introdurre regimi che concedano brevetti per forme di vita e conoscenze indigene.
Invece di riconoscere che i vantaggi commerciali sono costruiti dalla natura e dal contributo di altre culture, la legge globale ha custodito gelosamente il mito patriarcale della creazione per inventare nuove proprietà sul diritto alle forme della vita proprio come il colonialismo utilizzava il mito della scoperta quale motivazione dell’assorbimento delle terre di altri come colonie.
Gli esseri umani non creano la vita quando la manipolano. La rivendicazione del Rice Tec di aver fatto “un’invenzione repentina di una nuova varietà di riso”, o la notizia del Roslin Institute che Ian Wilmut “ha creato” Dolly rinnega la creatività della natura, la capacità di auto-organizzazione delle forme di vita, e le precedenti innovazione delle genti del Terzo Mondo.
I brevetti e la proprietà intellettuale sono preposti alla prevenzione della pirateria. Invece stanno diventando gli strumenti di rapina delle conoscenze tradizionali comuni del Terzo Mondo e le fanno diventare “proprietà” esclusiva di aziende e scienziati dell’Ovest.
Quando i brevetti sono concessi per semi e piante, come nel caso del basmati, il furto è definito creazione, e mettere in serbo e spartire i semi è definito furto della proprietà intellettuale. Ditte che hanno brevetti completi di raccolti quali cotone, soia e senape perseguono i contadini che serbano i seme e assumono agenzie di investigatori per scoprire dove gli agricoltori hanno messo il seme o se li hanno condivisi con i vicini.
Il recente annuncio che la Monsanto ha messo a disposizione gratis il genoma del riso è ingannevole: la Monsanto non ha preso l’impegno di bloccare la richiesta di brevetti delle varietà di riso o di altre colture.
La condivisione e lo scambio, le basi della nostra umanità e della nostra sopravvivenza ecologica, sono state ribattezzate come un crimine. Questo rende tutti noi più poveri.
La natura ci ha dato l’abbondanza. La conoscenza delle donne indigene in biodiversità, agricoltura e alimentazione ha basato su questa ricchezza la creazione di tanto dal poco, di crescita attraverso la condivisione. I poveri sono spinti verso una maggior povertà dal fatto che devono pagare per ciò che erano le loro risorse e la loro conoscenza. Anche i ricchi sono più poveri poiché i loro profitti sono basati sul furto e sull’uso della coercizione e della violenza. Questa non è creazione di ricchezza ma saccheggio.
La sostenibilità richiede la protezione di tutte le specie e di tutte le genti e il riconoscimento che specie differenti e genti differenti giocano un ruolo essenziale nel mantenimento degli ecosistemi e dei processi ecologici. Gli impollinatori sono fondamentali per la fertilità e lo sviluppo delle piante. La biodiversità nei campi fornisce ortaggi, mangime, medicine e protezione al suolo dall’acqua e dell’erosione eolica.
Tanto più l’umanità continua sulla strada della non sostenibilità, quanto più diventa intollerante verso le altre specie e cieca verso il loro ruolo fondamentale per la nostra sopravvivenza.
Nel 1992, quando i contadini indiani distrussero le piante da seme della Cargill in Bellary, Karnataka, per protesta contro la mancanza di semi, il direttore generale della Cargill affermò :”Noi forniamo i contadini di tecnologie intelligenti che impediscono alle api di appropriarsi del polline”. Quando partecipai alla Biosafety Negotiations delle Nazioni Unite, la Monsanto faceva girare delle pubblicazioni per difendere i suoi raccolti resistenti all’erbicida Roundup in cui c’era scritto che impediscono “alle malerbe di rubare la luce del sole”. Però ciò che la Monsanto chiama malerbe sono i campi verdi che procurano la vitamina A al riso e prevengono la cecità nei bambini e l’anemia nelle donne.
Una visione del mondo che definisce l’impollinazione come “furto delle api” e asserisce che la biodiversità “ruba” la luce del sole è una visione del mondo che mira essa stessa a rapinare i raccolti della natura sostituendo varietà impollinate e aperte con ibridi e semi sterili, e a distruggere la biodiversità della flora con erbicidi quali il Roundup della Monsanto. La minaccia rivolta alla farfalla Monarca dalle colture modificate geneticamente è solo uno degli esempi della povertà ecologica creata dalle nuove biotecnologie. Quando farfalle e api scompaiono, la produzione è compromessa. Come sparisce la biodiversità, con lei se ne vanno le fonti di nutrimento e di cibo.
Quando le più grandi industrie vedono i piccoli contadini e le api come ladri, e attraverso lo sviluppo dei commerci e le nuove tecnologie cercano la ragione per eliminarli, l’umanità ha raggiunto una soglia pericolosa. L’imperativo di eliminare gli insetti più piccoli, le piante più piccole, i contadini più piccoli arriva da una profonda paura – la paura di tutto ciò che è vivente e libero. E questa profonda insicurezza e timore portano a esprimere violenza contro tutta la gente e tutte le specie.
L’economia del libero commercio globale è diventata una minaccia alla sostenibilità. La sopravvivenza dei poveri e delle altre specie è in gioco non solo come effetto collaterale o come un’eccezione ma in modo sistematico attraverso una riorganizzazione della nostra visione del mondo al più basilare livello. La sostenibilità, la condivisione e la sopravvivenza sono economicamente banditi in nome della competitività e dell’efficienza del mercato.
Abbiamo urgente bisogno di riportare alla ribalta il pianeta e la gente. Il mondo può essere nutrito solo nutrendo tutti gli esseri che costituiscono il mondo.
Nel dare cibo agli altri e alle altre specie manteniamo le condizioni di garanzia della nostra stessa alimentazione. Cibando i lombrichi cibiamo noi stessi. Nutrire le vacche è nutrire il terreno: procurando cibo al suolo provvediamo alla nutrizione per gli esseri umani. Questa visione del mondo di ricchezza si fonda sulla condivisione e sulla profonda consapevolezza degli esseri umani quali membri della famiglia della terra. Questa consapevolezza che depauperando gli altri esseri, impoveriamo noi stessi e nutrendo gli altri viventi, nutriamo noi stessi è la base della sostenibilità.
La sfida per la sostenibilità nel nuovo millennio è se l’uomo globale economico è in grado di abbandonare la visione del mondo basata sul timore e la scarsità, sulle monocolture e i monopoli, sul furto e sulla spogliazione per assumere una prospettiva fondata sull’abbondanza e la condivisione, sulla diversità e il decentramento, e il rispetto e la dignità per tutti i viventi.
La sostenibilità ci chiede di uscire dalla trappola economica che non lascia spazio alle altre specie e alla maggioranza degli uomini. La globalizzazione economica è diventata una guerra contro la natura ed i poveri. Ma le leggi della globalizzazione non sono divine. Possono essere cambiate. Dobbiamo far cessare questa guerra.
In seguito a Seattle, una espressione sovente usata è la necessità di un sistema basato su regole. La globalizzazione è legge del commercio e ha posto Wall Street quale unica fonte di valore, e come risultato le cose che dovrebbero avere maggior valore - la natura, la cultura, il futuro – sono state svalutate e distrutte. Le regole della globalizzazione minano le leggi di giustizia e sostenibilità, di pietà e di condivisione. Dobbiamo spostarci da un totalitarismo di mercato a una democrazia della terra.
Possiamo sopravvivere come specie solo se viviamo in armonia con le leggi della biosfera. La biosfera è sufficiente per le necessità di tutti se l’economia globale rispetta i limiti posti dalla sostenibilità e dalla giustizia.
Come ci ricorda Gandhi “La Terra è sufficiente per i bisogni di tutti, non per l’avidità di qualcuno”.


Traduzione di Maria Teresa Melchior
da un articolo pubblicato su Resurgence, N.ro 202, Pag.15-19, Sept./Oct. 2000)


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