http://www.giovaniemissione.it/mondo/george.htm
Globalizzazione
SUSAN
GEORGE
Volevo ringraziare enormemente i comboniani e gli altri organizzatori che hanno fatto questo impressionante incontro. Sono molto onorata di essere con tutti voi. Vorrei cominciare col dire che c’è già un governo mondiale, non si vede forse, ma c’è. E’ un governo non democratico, non trasparente, ma c’è un gran segreto e questo segreto è che questo governo è vulnerabile. Quando le regole di questo governo sono fatte dagli uomini possono essere cambiate da altri uomini e donne. Ricordate che è possibile cambiare le cose e ci sono già vittorie importanti sul cammino. La globalizzazione, che parola straordinaria, che parola geniale, perché dà l’impressione che siamo tutti mano nella mano camminando verso la terra promessa. E’ una bugia. Questa globalizzazione lascia molti ai margini del cammino. Io sono favorevole alla globalizzazione se è della cultura, dei viaggi, dell’amicizia, della cucina, dell’arte, ma non si tratta di questo. C’è una globalizzazione che è fondata su quello che io chiamo la trinità non santa. Prima di tutto c’è un’utopia negativa spinta dalle grandi imprese multinazionali industriali e finanziarie è la libertà assoluta dell’investimento, poi c’è la libertà assoluta di flussi di capitale e la libertà assolta di tutti beni e servizi compresi gli organi viventi. L’obiettivo è di mettere tutte le attività umane nel mercato e di farne oggetti di commercio, compresa la salute, l’educazione, l’ambiente, la cultura, etc.
La globalizzazione è responsabile di spingere la ricchezza sempre verso l’alto, sia all’interno dei paesi che nelle relazioni fra i paesi. Le ineguaglianze all’interno dei paesi dal 1980 sono continuamente cresciute. Studi dell’Università delle NU stanno dimostrando che l’85% della popolazione adesso vive in paesi dove le ineguaglianze stanno crescendo e questo riguarda anche la Cina, la Russia, i paesi dell’Est europeo, ma anche i paesi occidentali compresi gli USA. E’ sempre bene ricordare anche alcuni dati, forse è già conosciuta la figura della coppa di champagne rovesciata che rappresenta il 20% della popolazione mondiale che detiene l’82% delle risorse; mentre il 20% più povero deve arrangiarsi con 1,3% delle risorse. Le ineguaglianze stanno diventando oscene: 485 miliardari al mondo controllano l’equivalente della metà della ricchezza mondiale. E solo tre di questi miliardari controllano l’equivalente del prodotto nazionale lordo di 48 paesi. E’ importante ricordare alcuni dati, anche se i numeri sono difficili da seguire, perché le conseguenze sono drastiche per gli esseri umani.
Abbiamo assistito recentemente a grosse crisi finanziarie dovute agli investitori finanziari a livello mondiale: la mandria elettronica, perché si comportano come una mandria e annusano un po’ l’aria e tutti decidono contemporaneamente di investire e di speculare dove la situazione non è molto buona. Quello che succede è che quando si ha una crisi finanziaria ed interviene il FMI per dire al paese cosa deve fare per ristabilire la situazione, le regole imposte dal FMI ammazzano la gente comune. Per esempio in Messico dopo la crisi finanziaria del 1995, 28000 piccole imprese fallirono perché non potevano sostenere i tassi di interesse che erano stati imposti per risanare la situazione. Adesso si sostiene che la metà della popolazione del Messico sta vivendo sotto la linea di povertà. In Indonesia dopo la crisi finanziaria 20 milioni di persone che si ritenevano dentro la classe media sono state respinte violentemente in una situazione di povertà. In Russia durante il periodo del socialismo, anche se non è una questione di essere favorevoli o meno, però la statistica dava il 4% della popolazione in situazioni di povertà, oggi visto che non esistono più regole è il 50% della popolazione che vive in povertà. Sappiamo tutti che i Programmi di aggiustamento strutturale hanno influito soprattutto sulla dimensione della salute, dell’educazione, dei servizi sociali che sono stati tagliati. E’ importante ricordare che il debito non è un problema finanziario: è un problema politico. Se si cancellasse oggi il debito dei paesi più poveri il sistema finanziario se ne accorgerebbe appena. Il debito estero è estremamente utile per i paesi del Nord e funziona molto meglio del colonialismo, perché non ha bisogno di un esercito, di un’amministrazione, di un apparato per tenere la gente sotto controllo e non ha bisogno della gente. I vantaggi politici sono molto grandi, in primo luogo si continua ad avere prezzi bassi per le materie prime. In particolare c’è il vantaggio politico di poter controllare i diversi governi attraverso l’aggiustamento strutturale e soprattutto dopo la fine della guerra fredda con quest’unica ideologia che sta accomunando la sorte dei paesi del mondo. Dopo aver studiato per 15 anni la situazione del debito la mia conclusione è che è difficile affermare questo soprattutto ad un pubblico di cristiani, ma da un punto di vista oggettivo non c’è nessun livello della sofferenza umana che potrà cambiare la situazione. Ci sono stai molti studiosi anche in Italia che per anni hanno cercato di spiegare quali sono le conseguenze dell’aggiustamento strutturale per la gente comune. Sappiamo che la mortalità infantile cresce, che cresce la mortalità durante il parto, che i sistemi sanitari falliscono, che c’è il problema della terra. Probabilmente la situazione più tragica si è raggiunta quando il Mozambico ha sofferto dei disastri ecologici e la risposta del FMI è stata che non avrebbe dovuto pagare 100 milioni di dollari, ma solo 73. Il problema allora non è quello di spiegare la situazione, ma è quello di cambiare radicalmente le relazioni. Io sono qui anche per pregare voi di coinvolgervi, di partecipare personalmente alle forme di associazione nazionale.
Siccome l’importante è l’azione politica dobbiamo capire chi sono i manager che stanno controllando il governo in questo momento. Il potere nascosto che sta dietro il trono sono le multinazionali finanziarie, che non governano direttamente, ma attraverso la Banca Mondiale, il FMI e l’OMC. Ora le stesse NU sono state coinvolte e il Segretario Generale ha di recente firmato un patto globale con le 50 principali multinazionali ed lacune di queste hanno dei record per quanto riguarda le violazioni dei diritti umani e dell’ambiente. Il sistema funziona perfettamente per il10% della popolazione mondiale che sta ai massimi livelli del benessere, ma non funziona per nessun altro. Quello che sta cambiando è anche la questione politica fondamentale: per secoli il problema principale è stato di gerarchia, cioè capire in che punto ciascuno si trovava; mentre negli ultimi 100 anni la questione fondamentale è chi si impadronisce e di quale pezzo della torta. Entrambi queste questioni rimangono importanti, ma la questione fondamentale oggi è chi ha il diritto di sopravvivere e chi non ce l’ha. Ci sono centinaia di milioni di persone che non contribuiscono in alcun modo al mercato né come produttori, né come consumatori. E ce l’hanno loro il diritto di sopravvivere?
Ricordando questo dobbiamo vedere quali possono essere gli obiettivi politici. La prima esigenza è di costituire delle coalizioni nazionali forti lavorando attraverso il governo nazionale. Abbiamo bisogno di commercio equo e solidale e non del commercio libero. Il sistema del commercio internazionale ha bisogno di regole, ma non delle regole attuali; soprattutto l’educazione, la salute, la cultura non devono essere dentro al mercato, bisogna tassare i capitali finanziari. La disponibilità che i governi hanno per i progetti di sviluppo internazionale sta decrescendo ogni anno, mentre c’è un’enorme quantità di denaro che circola nei mercati finanziari equivalente 1500 miliardi di dollari al giorno. C’è bisogno di una tassazione sia con la Tobin tax sia tassando le fusioni tra grandi gruppi economici. E’ fondamentale rendere queste multinazionali responsabili per tutte le loro azioni per non avere più situazioni come la Nigeria. E’ anche necessario cancellare il debito dei paesi del Terzo Mondo e ridurre il potere della BM e del FMI. Ci sono delle vittorie e ciò dimostra che è possibile cambiare le regole: è stato sconfitto l’Accordo Multilaterale sugli investimenti. E’ stato ridotto il valore della sezione agricola della Monsanto e la gente ora non accetterà più i prodotti modificati geneticamente. Le coalizioni nazionali stanno crescendo e alla fine di questo mese ci sarà una nuova dimostrazione a Praga contro le attività della BM e del FMI. Le persone devono capire che questo sistema non è inevitabile. Dio non ha mai detto a Mosé sul monte Sinai: “Tu globalizzerai il mondo e tu sarai neoliberale”. E’ molto importante dire no, resistere, ma anche fare proposte. La mia speranza è che in Italia e nel mondo ci sarà coalizione nazionale tra credenti, non credenti, sindacalisti, ambientalisti, associazioni come la Rete Lilliput per fare qualcosa che nessuno ha mai fatto nella storia: costruire insieme la democrazia internazionale. L’abbiamo fatto a livello nazionale secoli fa, ma nessuno ha mai fatto la democrazia internazionale. E’ un lavoro difficile, ma è anche un lavoro esaltante.
http://www.saveriani.bs.it/cem/Rivista/arretrati/2000_05/SusanG.htm
Globalizzazione: una corsa verso il fondo
di Susan George
Se si
permette il successo della globalizzazione neoliberista, la politica nel XXI
secolo non si occuperà di "chi governerà chi" o di "chi riceverà
quale parte della torta", ma invece di "chi avrà il diritto di vivere
e chi no", perché, al contrario di come si autopresenta, la
globalizzazione non ha a che vedere con il creare un mondo unico e in certo modo
integrato, né con un processo grazie al quale ne beneficeranno tutti gli
abitanti; il modello è invece caratterizzato dall'aumento delle diseguaglianze
all'interno delle nazioni e tra di esse, visto che la ricchezza è trasferita
dai poveri ai ricchi e passa di mano dalla sovranità di Stati più o meno
democratici verso entità non elette, non trasparenti e non responsabili.
Non cercate tra i poveri e gli affamati le cause della povertà e
della fame, ma piuttosto nelle relazioni con coloro che detengono il potere a
livello locale, nazionale o internazionale. Il controllo fisico esercitato dai
potenti sui nostri sistemi alimentari (…) raddoppia quanto al
controlloideologico sui nostri modi di concepirli". (da Famine et pouvoir
dans le monde, '89)
Se l'oggetto della
globalizzazione fosse il miglioramento umano, i suoi promotori dovrebbero
ammettere che è stato un fallimento colossale. Si è permesso che le forze del
mercato e le burocrazie internazionali non-elette dettassero le "regole del
gioco", con conseguenze che sono evidenti tutto intorno a noi.
In seguito alla crisi messicana e alla svalutazione del 1994-95,
metà popolazione messicana è caduta sotto la linea della povertà, nella
miseria. Un anno o due fa si parlava delle "Tigri Asiatiche" come
distinti modelli di virtù, dal punto di vista economico. Oggi la fame è
tornata in Indonesia. Un acuto aumento di suicidi si è verificato nella Corea
del Sud e in Tailandia, dove gli operai non vedono più nessuna speranza per se
stessi e le loro famiglie. In Russia l'aspettativa della vita è diminuita
drasticamente di sette anni nel giro di un decennio neppure, un fenomeno
inaudito in tutto il XX secolo.
La speculazione finanziaria incontrollata nei chiamati
"mercati emergenti" ha portato alla calamità la maggioranza della
popolazione nei popoli colpiti. I cittadini e i governi sono comunque a volte
utili ai primi motori della globalizzazione.
Contributi forzati
I cittadini sono inconsapevolmente obbligati a
contribuire con le tasse ai "gettiti" dell'FMI – la maggior parte
dei quali non arriva ai popoli che stanno soffrendo ma proprio agli speculatori
che sono la causa principale delle crisi. E i cittadini sono ulteriormente
obbligati a salvare imprese private scriteriate che sono considerate
"troppo grandi per fallire" – Savings and Loans negli Stati Uniti,
Credit Lyonnais in Francia, e grandi imprese o banche in Giappone.
Quando la Long Term Capital Managemente, impresa privata di fondi
di copertura (hedge-funds) statunitense, è andata in collasso recentemente dopo
aver imprestato centinaia di volte il suo capitale di base iniziale, la Federal
Reserve di New York ha coordinato il salvataggio del fondo, al quale le banche
sono state obbligate a contribuire, perché c'era motivo di temere che il suo
fallimento poteva destabilizzare l'intera economia globale.
Così com'è concepita attualmente la globalizzazione crea molti più
perdenti che vincitori – e non esiste nessun progetto per i perdenti. Persone
che non si incontreranno mai sono messe in diretta competizione in modo che
"ognuno è nemico di ognuno" per citare il filosofo del XVII Secolo
Thomas Hobbes.
Questa competizione provoca quello che è ora la familiare
"corsa verso il fondo" in termini di lavoro e di standard ambientali
dovuta al fatto che i Paesi competono per ottenere investimenti stranieri
diretti. Questo permette una libertà totale ai capitali di attraversare i
confini, mentre il lavoro è radicato e non può migrare liberamente.
Evitando le imposte
Si permette che il capitale transnazionale sfugga
alla tassazione quasi interamente. Secondo l'ufficio di contabilità del Governo
degli Stati Uniti, tre quarti delle firme straniere che si sono stabilite sul
suolo statunitense non paga nessuna tassa. In Europa le imposte corporative non
contribuiscono neppure a un terzo delle entrate dello Stato; e negli Stati Uniti
in misura ancora minore, di appena il 17%. Il fatto di non tassare il capitale,
rende la spesa pubblica con finalità sociale molto più difficile da sostenere
economicamente. I governi si vedono quindi costretti a tassare più pesantemente
gli stipendi locali, le paghe e i consumi per poter supplire al disavanzo.
Questa "corsa verso il fondo" spoglia regioni ben dotate
del loro capitale naturale e lascia al loro posto devastazioni ecologiche. In
tal modo sono resi sistematicamente evidenti i costi ambientali e sociali.
La globalizzazione economica nella sua forma presente non è
accidentale. Anche se è stata resa possibile dallo sviluppo tecnologico, è
stata deliberatamente studiata dagli economisti e dai governi neoliberali, dalle
istituzioni finanziarie internazionali e dai leader delle corporazioni e delle
banche. Non ci si poteva aspettare che questo sistema che opera negli interessi
di una ridotta minoranza, avesse a cuore le condizioni della maggioranza.
Comunque, la miseria e lo sconvolgimento sociale che cominciano ad essere
percepiti come un risultato diretto della globalizzazione, colpiranno
inevitabilmente anche la minoranza. L'errore fatale dei sostenitori della
globalizzazione è la loro incapacità di fornire una protezione a lungo termine
del sistema stesso che sostiene il loro potere e i loro profitti. I detentori
del potere decisionale dovevano riconoscere che il modello attuale avrebbe
necessariamente prodotto e esacerbato la povertà, l'esclusione e il conflitto
sociale. L'alternativa che rimane è di demolire l'ideologia imperante che la
globalizzazione neoliberale sia inevitabile e che essa alla fine farà fluire i
suoi benefici su tutti. Questo infatti non corrisponde a realtà, ma è una
dottrina, un terreno che sarebbe meglio lasciare alla religione.
Questione di
legittimità
Si tenga inoltre presente che la globalizzazione ha
tolto ai cittadini, alle comunità, agli Stati e nazioni il potere economico e
quindi sociale; come conseguenza, simultaneamente ha ridotto la loro capacità
di proteggere se stessi dagli assalti furiosi del mercato. Per questo c'è una
necessità urgente di restituire il potere alle comunità e agli Stati, mentre
si sta lavorando per istituire leggi democratiche a livello internazionale.
Infine, a livello di base, dobbiamo riesaminare il significato di
legittimità. I maggiori attori del presente sistema mondiale esercitano una
influenza enorme sulla base della legittimità che si sono attribuiti
unilateralmente. Direttori di corporazioni e banchieri, manager di assicurazioni
pensionistiche e di fondi di copertura, economisti dell'FMI, arbitri del OMC
(Organizzazione Mondiale del Commercio) e la maggior parte dei membri che
partecipano al meeting annuale del World Economic Forum in Davos, Svizzera, sono
tutti non-eletti e non-responsabili; eppure essi esercitano un potere enorme
sulla vita di altre persone e dei popoli. La loro auto-conferita legittimità
serve anche a escludere tutte le altre voci.
L'esclusione dal processo decisionario è non meno importante che
l'esclusione dai benefici materiali e dovrà essere sanata qualora la solidarietà
dentro a ciascuna nazione e tra le nazioni sia ristabilita nel mondo. (da
Terraviva, 2000)
***
Quando il mercato è
onnipotente
L'ideologia dell'onnipotenza del mercato spinge ogni
persona a diventare un homo oeconomicus, separato dalla natura e dalla comunità.
I piani di aggiustamento strutturale [imposti dal FMI e BM ai Paesi poveri
indebitati NdR] rovinano la natura e la cultura, spezzano spesso i legami di
solidarietà già esistenti. In certi Paesi si lotta per realizzare soluzioni
collettive, come in Perù dove ho visto donne che si mettono insieme per fare
cucina… Il piano di aggiustamento invece atomizza le persone, le separa e le
mette in rivalità le une con le altre. Il mercato è un meccanismo che può
risolvere molti problemi e in cui il prezzo traduce il meccanismo dell'offerta e
della domanda, dei bisogni reciproci. Penso che per certe cose non si possa
vivere senza un mercato. Non vogliamo sentire un discorso filosofico ogni volta
che compriamo un pezzo di pane. Ma quando si impone un mercato a tutto vuol dire
che non abbiamo alcun progetto di società; non si possono avere obiettivi di
sviluppo quando è il mercato a decidere di tutto. Quando non si hanno bilanci
sociali per i più deboli, per quelli che non possono arrangiarsi, per le donne
e per i bambini, per i vecchi, per quelli che non trovano soluzioni nell'ambito
di questo piano di aggiustamento, si è praticamente rinunciato ad avere un
progetto di società. È la distruzione dei legami culturali, comunitari,
sociali la cosa più grave. Le persone si trovano tra due fuochi: non possono
partecipare al mercato perché non hanno i mezzi e, nello stesso tempo, non
possono più contare sulla solidarietà e sui meccanismi di un tempo. In questo
modo la miseria diventa cronica.
***
Le diverse vie
d'uscita
Mi sembra che le vie d'uscita da questa situazione
consistano nelle alleanze che si possono stringere fra le diverse forze sociali
del Nord, in concomitanza e collaborazione con quelle del Sud. Non vedo altre
soluzioni. Bisogna parlarsi molto di più nel Nord fra i vari gruppi di
interesse: è necessario che i sindacalisti parlino di più con i Verdi, i Verdi
con i genitori che sono preoccupati della droga, i genitori con quelli che
difendono i diritti degli immigrati; in questo modo si potrà creare una forza
di spinta che superi la frammentazione attuale. (…)
Credo che ognuno possa
fare qualche cosa là dove si trova. L'importante è non perdere la pazienza e
la speranza. Viviamo in un periodo storico difficile, ma ci saranno reazioni
contro questo sistema di onnipotenza del mercato, di frammentazione e di guerra.
Intanto possiamo proteggere e custodire le cose belle, i valori, e aspettare. I
nostri ragazzi faranno certamente qualcosa: per loro dobbiamo mantenere accesa
la fiammella.
____________________
Susan George (studiosa americana residente in Francia) è
autrice di molti libri. È direttore associato del Transnational Institute
(Amsterdam) che si occupa delle disparità fra Nazioni e Stati del Pianeta,
Presidente del Observatorire de la Mondialisation (Parigi) e membro del
Consiglio di Amministrazione di Greenpeace.
http://www.bububu.it/articoli/default_s.asp
Le parole sono importanti
Address to the executive committee of the World Alliance
Di Susan
George
(traduzione di Roberto Bosio)
Paolo Barnard
I globalizzatori
http://www.filodiritto.com/dibattiti/globalizzazionecontro.htm
(Da Noglobale)
L'articolo qui sotto,
proveniente dal sito del programma Report in onda sulle reti Rai,
spiega il significato di "globalizzazione" e le sue
conseguenze, meno esplicite ma più gravi, sull'intero sistema
economico mondiale. Vi assicuriamo che leggerlo tutto con
attenzione non sarà una perdita di tempo.
Quando si pronuncia la parola Globalizzazione gli animi si scaldano subito. Oggi infatti si assiste a un dibattito sempre più acceso fra i contestatori dei mercati globalizzati da una parte e dall'altra i sostenitori dell'idea che il benessere economico mondiale richieda liberi scambi senza troppe regole politiche o sociali. L'apice di questa diatriba la si è vista nel novembre del '99 con la grande contestazione di Seattle, la città americana che ospitava il massimo vertice di Globalizzazione, sulla quale discesero "sciami" di contestatori da ogni parte del mondo. Ma la Globalizzazione cos'è esattamente? E quali sono le sue ricadute sulla società civile? Questa inchiesta mostra solo i lati controversi dei processi globalizzanti, e lo fa intenzionalmente, poiché le ricadute positive ci vengono illustrate ogni giorno, su ogni media, nella pubblicità, e persino dai nostri politici. Ma i pericoli e le zone d'ombra ci sono, e sono proprio quelle su cui si tenta di stendere un velo interessato di silenzio. Iniziamo proprio da alcuni degli esempi più noti. L'Europa ha decretato che la carne americana trattata con ormoni artificiali, al contrario della nostra, è pericolosa per la nostra salute e ha deciso di non importarla. Una precauzione che però ci costa molto cara: 340 miliardi di sanzioni americane contro il Vecchio Continente. Una ritorsione decisa all'Organizzazione Mondiale del Commercio nel nome delle regole della Globalizzazione. In Toscana e in Piemonte, nel mezzo delle terre più belle e fertili d'Italia la Globalizzazione ha colpito duro. Il tartufo è uno dei nostri prodotti più pregiati e lo esportavamo in grandi quantità negli Stati Uniti d'America; ciò creava reddito per le aziende e i lavoratori italiani. Ma dall'anno scorso gli Stati Uniti hanno deciso di tassare il tartufo del 100%, sbarrandogli la strada. Chi l'ha deciso? L'Organizzazione Mondiale del Commercio nel nome della globalizzazione. L'Unione Europea, per proteggere la salute dei nostri bambini, ha detto di no all'importazione di giocattoli che contengono un ammorbidente tossico. Ma anche questa precauzione è oggi nel mirino dell'Organizzazione Mondiale del Commercio e dei suoi accordi di globalizzazione. L'Organizzazione Mondiale del Commercio, più nota come WTO, è dunque il grande motore della globalizzazione. Ma cosa c'è che non va nel suo lavoro? L'ho chiesto alla professoressa Susan George, direttrice del Transnational Institute di Amsterdam e considerata oggi il critico più autorevole del sistema globalizzato: "La Globalizzazione dei mercati" inizia la George, "nasce, nella sua forma più spinta, sei anni fa quando 135 nazioni sancirono la nascita del WTO, con i suoi potentissimi accordi. Il problema è che praticamente tutto ciò che compone la nostra esistenza viene trasformato in merce di scambio: dall'istruzione, alla sanità, dalla cultura ai servizi bancari, dalle pensioni ai diritti fondamentali dei lavoratori; e poi la gestione degli asili, l'alimentazione umana, quella animale... In sintesi, siamo come in vendita, sugli scaffali del supermercato globale." Il WTO ha sede a Ginevra, e rappresenta oggi 136 governi, incluso quello italiano. In teoria al timone del WTO ci dovrebbero essere i ministri del commercio dei vari paesi, ma nella realtà l'Italia e tutti gli stati d'Europa sono rappresentati al WTO dalla Commissione Europea di Romano Prodi, che siede per tutti noi al tavolo delle trattative. Da questo tavolo sono usciti gli accordi sul commercio planetario; ed è precisamente contro questi accordi che è esplosa la protesta a Seattle: l'accusa è che si tratta di regole dotate di poteri enormi, spesso superiori a qualunque legge degli stati nazionali. Nella sede ginevrina di questa controversa organizzazione chiedo a Keith Rockwell, uno dei direttori, come ha fatto il WTO a diventare così impopolare: "E' straordinario, vero?" risponde Rockwell con un cenno di assenso, "ma si tratta di un destino che abbiamo in comune con molte altre organizzazioni internazionali: la Comissione Europea è impopolare, il Fondo Monetario lo è anche più di noi, e così la Banca Mondiale. Vede, la gente si sente lontana da questi grandi palazzi di Ginevra o di Brussell, le persone comuni non capiscono né chi siamo né quali saranno gli effetti sulla loro vita degli accordi che qui nascono. Ma vi posso garantire che ogni singolo accordo è passato al vaglio dei vostri governi." E allora vediamo questi accordi di globalizzazione: hanno nomi difficili per noi, Accordo Sanitario e Fitosanitario, Barriere Tecniche al Commercio, Diritti di Proprietà Intellettuale e via discorrendo. In tutto formano 27.000 pagine di regole e codici, che hanno un potere pari al loro incredibile volume. Per capire meglio facciamo un esempio. Alla fine degli anni '80 l'Unione Europea decise di vietare l'uso degli ormoni nell'allevamento dei manzi da carne e soprattutto proibì le importazioni di carne agli ormoni dagli Stati Uniti d'America. I nostri scienziati la ritenevano pericolosa per la salute umana. Perché? La risposta la trovo alla periferia di Milano, dove incontro Luca Giove, un professionista di 31 anni che quando era ragazzino ebbe degli strani problemi di salute.
"Luca Giove cosa ti successe?",
gli chiedo appena dopo il nostro incontro davanti a quella che fu
una volta fu la sua scuola media. Giove ammicca: "A circa 12
anni mi si era gonfiata l'aureola del capezzolo mammario sinistro,
e questo era dovuto probabilmente al fatto che avevo mangiato
della carne estrogenata, nelle mense di questa scuola."
Luca Giove, suo malgrado, ha un posto nella storia delle guerre
commerciali, poiché la battaglia dell'Europa contro la carne agli
ormoni americana inizia proprio dal suo caso, accaduto nel 1981.
Il gonfiore del suo capezzolo richiese un intervento chirurgico, e
i sintomi di crescita anormali di altri piccoli alunni scatenarono
l'allarme negli scienziati europei, fra cui l'italiano Giuseppe
Chiumello. I sospetti caddero subito sulla carne agli ormoni che
allora circolava liberamente.
"Luca, hai avuto altri problemi di salute nella tua vita
adulta che tu possa ricondurre a questa vicenda?"
"Ma, diciamo che ho dei problemi a livello spermatico, il
numero è sotto la media e anche la motilità. Non so a cosa può
essere imputato ma non so cosa si possa escludere a priori. Io ho
anche avuto problemi di varicocele e problemi venosi, e non so
quanto si possa ricondurre alla carne estrogenata." Giove mi
lascia con una raccomandazione: "Guardi, io ne ho passate...
spero solo che la mia vicenda possa contribuire a qualcosa di
positivo."
Quindi, dalla fine degli anni '80 l'Unione Europea, per tutelare
la salute dei suoi cittadini, decise di vietare le importazioni
delle carni agli ormoni. Ma negli Stati Uniti questa decisione non
fu affatto gradita. Nel 1996 il governo di Washington, brandendo
uno dei potenti accordi di globalizzazione, trascinò l'Europa
davanti ai giudici del WTO. Tuttavia, nel farlo, l'amministrazione
Clinton aveva ceduto alle pressioni della più potente lobby di
allevatori di bestiame statunitense: la National Cattleman
Association, come dimostra un documento che ho ottenuto in via
riservata, dove si legge:
"Al signor Bob Drake della National Cattleman Association:
come lei ci ha espressamente richiesto, abbiamo iniziato una
procedura presso il tribunale del WTO contro il divieto europeo di
importare la nostra carne." Il documento di cui parlo non è
altro che una lettera autografa dell'allora ministro americano per
il commercio Michael Kantor.
La procedura si concluderà con la condanna dell'Europa, una
condanna inappellabile ottenuta grazie proprio a uno di quei
potentissimi accordi del WTO di cui parlavo prima. L'Europa
tuttavia non si è piegata e ha continuato a tenere la carne agli
ormoni fuori dai suoi mercati. Il WTO è allora tornato alla
carica e nel luglio del '99 i suoi giudici ci hanno condannati
ancora, condannati a pagare un prezzo altissimo: 340 miliardi
all'anno sotto forma di sanzioni commerciali americane.
Le sanzioni americane autorizzate dal WTO hanno colpito le
esportazioni europee più pregiate, e fra le vittime italiane si
contano i pomodori pelati, i succhi di frutta, il pane e
soprattutto il tartufo. Nella splendida valle chianina, in
Toscana, incontro il titolare di una azienda specializzata in
tartufi, che aveva trovato un grande sbocco di mercato in America.
Oggi il sogno è svanito e la sua azienda ha persino vacillato per
un attimo. "Mi dica sinceramente: prima di questa vicenda lei
aveva mai sentito parlare di globalizzazione o di WTO?"
chiedo provocatoriamente. Questo signore di mezza età scuote il
capo: "Ammetto la mia ignoranza, io ne prendo nota soltanto
adesso, e francamente non so chi siano questi signori."
Keith Rockwell, al WTO, ammette che è quasi impossibile spiegare
a un produttore italiano di tartufi o di pomodori in scatola che
è giusto che oggi il loro mercato estero, costruito in anni di
fatiche, sia polverizzato da una sentenza di globalizzazione.
Rockwell aggiunge: "E' difficile, ed è un problema che non
avete solo voi in Italia. Io posso offrire a costoro tutta la mia
comprensione, ma le regole sono queste."
Abbiamo visto che il WTO è in grado di esercitare un enorme
potere. E allora c'è una domanda che sorge spontanea: i nostri
politici, quando nel 1994 aderirono a tutti gli accordi del WTO,
erano consapevoli di quello che stavano accettando? L'On. Domenico
Gallo era senatore proprio in quel periodo e grande esperto della
questione, e a lui giro la domanda. "Certamente non c'è
stato un dibattito politico pubblico né riservato," inizia
Gallo, "le questioni non sono state oggetto di confronto
politico in Italia. Scarsa fu anche la sensibilità parlamentare.
Tutto è stato vissuto non come un evento di grande importanza
globale, ma come un passaggio obbligato, come una festa della
modernità, dove non c'era niente da dire perché andava tutto per
il meglio."
Fra i politici italiani, quando si parla di WTO, svetta il nome di
Piero Fassino, che fino a poche settimane fa era ministro per il
commercio con l'estero, era cioé il nostro maggior esperto
istituzionale di globalizzazione. Gli ho sottoposto alcune domande
sui punti dolenti che abbiamo appena visto, e su altri che vedremo
in questa inchiesta, ma le cose non sono andate nel migliore dei
modi. "No!, no! Il suo compito non è di indagare sui punti
dolenti.....In questa intervista lei enfatizza i rischi, lei fa il
protezionista, io cerco di esaltare le opportunità della
globalizzazione!" Ribatto: "Vediamo però come siamo
arrivati a dover accettare livelli doppi di diossina nelle nostre
carni e sanzioni miliardarie per il nostro rifiuto di importare la
carne ormonata americana." Fassino: "Ma la carne agli
ormoni non entra in Europa, e poi non c'entra il WTO!..."
Lo correggo: "Ministro è il WTO che ci ha condannati a
pagare miliardi solo perché stiamo proteggendo la salute dei
cittadini europei."
"Senta facciamo così, io non voglio concederle questa
intervista... è del tutto folle... l'approccio è folle!"
tronca netto il ministro, "mi dia la cassetta, me la
consegni".
Di consegnare la casetta non se ne parla. Lascio Fassino e
proseguo nell'indagine. Come abbiamo detto, noi cittadini d'Europa
abbiamo delegato la Commissione Europea a trattare per noi al
tavolo della globalizzazione. Ma Susan George su questo ha
qualcosa da dire: "La Commissione Europea è un organo
politico che dovrebbe fare gli interessi di tutti i cittadini
quando siede al tavolo del WTO. E invece, da anni la Commissione
è al servizio delle multinazionali e delle lobby che le
rappresentano. Questo è grave, ed è anche il motivo per cui gli
accordi che vengono firmati al WTO sono così di parte. Io parlo
di una realtà dimostrata: a lei il compito di indagare."
E ho indagato girando l'Europa con una domanda fissa nella testa:
ci possiamo fidare dei globalizzatori, di chi, come la Commissione
Europea, decide per tutti noi al tavolo della globalizzazione?
Romano Prodi, che della Commissione è oggi il Presidente, mi
risponde con parole semplici: "La sua è una domanda
imbarazzante. Io penso che l'unico modo è fidarsi di noi."
E invece in questa indagine ho trovato documenti che sembrerebbero
minare la nostra fiducia, e mi sono imbattutto in poteri forti di
cui, almeno io, non sospettavo neppure l'esistenza.
Siamo infatti abituati a immaginare che il potere abiti in
stupefacenti palazzi e grattacieli vertiginosi, ma non sempre. In
un anomino palazzetto di Brussell risiede forse la più potente
lobby industriale del mondo: il Trans Atlantic Business Dialogue (TABD).
Report ha chiesto di poter visitare la loro sede, ma come spesso
ci accade, non siamo i benvenuti. In questa lobby si raggruppano
aziende di calibro mondiale, con fatturati complessivi pari al
prodotto interno lordo di intere nazioni. Ed è proprio il TABD
che arriva al punto di presentare periodicamente sia alla
Commissione Europea che al governo americano una lista di sue
priorità per la globalizzazione, di fronte alle quali la
Commissione sembra proprio spalancare le porte. Ho ottenuto
attraverso contatti a Brussell una copia delle liste di priorità
del TABD, che hanno un tono perentorio. Vi si trovano elencate le
richieste delle multinazionali, chi deve darsi da fare fra gli
organi politici, e ci sono per iscritto tutte le migliori
intenzioni della Commissione Europea nel soddisfarle. Prima di
Seattle la Commissione ha addirittura incoraggiato questa grande
lobby a sottoporle ulteriori richieste, definendole "priorità
assolute". Ma è giusto tutto ciò? E giro la domanda al
presidente Prodi. "Presidente," inizio, mentre lui
sfoglia la documentazione che gli ho appena passato, "qui la
vostra risposta sembra decisamente appiattita sugli interessi di
questo grande gruppo industriale."
Prodi scuote il capo: "Fare gli interessi dei gruppi
industriali non significa non fare gli interessi della povera
gente o dei gruppi ambientalisti. Se lei mi accusa di proteggere
gli interessi industriali io dico sì, il problema è di vedere
come si armonizzano queste cose."
Nessuno contesta che la Commissione Europea debba anche pensare
agli interessi del mondo degli affari, ma gli uomini di Romano
Prodi sono dei politici, col mandato di tutelare gli interessi di
tutti i cittadini. I documenti riservati che seguono sembrano
invece contraddire in tema di globalizzazione le rassicurazioni
del Presidente Prodi. Ne riporto qui alcuni passaggi preoccupanti,
ricordando che si tratta di documenti ufficiali che circolavano da
tempo fra i burocrati di Brussell:
1997: DISCORSO ALLE INDUSTRIE CHIMICHE DEL VICE PRESIDENTE DELLA
COMMISSIONE EUROPEA
"Siate tempisti, e cioé diteci per tempo se pensate che
qualcosa debba essere fatto, o, ancora meglio, se pensate che
qualcosa debba essere stroncato sul nascere."
1997: COMMISSARIO EUROPEO AL COMMERCIO
"Il Trans Atlantic Business Dialogue è diventato un
meccanismo efficace per ancorare le politiche dei governi sugli
interessi dei gruppi di affari."
COMMISSIONE EUROPEA, DIRETTORATO GENERALE PER IL COMMERCIO
"Vogliamo trovare un accordo con gli Stati Uniti per
stabilire un sistema di pre-allarme contro le proposte politiche
che potranno avere un impatto negativo sulle industrie di
servizi."
Ancorare i governi sugli interessi dei gruppi d'affari? Sistemi di
pre allarme contro le proposte politiche? Ma per conto di chi
lavorate, presidente Prodi?
"Guardiamo alle cose più serie" ribatte il Presidente
di fronte a quelle carte, "non guariamo a queste frasi che
non dicono assolutamente nulla. Queste sono dichiarazioni che io
condivido."
Eppure, tutto sarebbe più equlibrato se la Comissione Europea,
che ci sta globalizzando, ogni tanto chiedesse anche a noi
cittadini cosa ne pensiamo. Ma lo fa? Una cosa è certa, i grandi
gruppi di servizi, come le finanziarie, le grandi assicurazioni o
le banche vengono consultati in tempo reale da un sistema
elettronico che si chiama S.I.S., messo in opera dalla Commissione
Europea, come prova un altro documento firmato Direttorato
Generale1, che recita: "La Commissione Europea ha creato un
sistema di consultazione con le industrie dei servizi che permette
ai negoziatori della Commissione di consultare rapidamente le
aziende e anche i singoli azionisti."
Chiedo spiegazioni al responsabile di questa iniziativa, Dietrich
Barth, nel suo ufficio al quinto piano della Commissione. Barth
candidamente conferma: "Quest'anno sono previsti i negoziati
del WTO per la liberalizzazione dei servizi. La Commissione ha un
assoluto bisogno di conoscere gli interessi dei grandi gruppi
d'affari di questo settore." Ma perché Barth, che lavora per
i politici, non menziona anche gli interessi dei semplici
cittadini? Gli chiedo provocatoriamente: "Sono sicuro che
vorrete conoscere anche gli interessi delle persone comuni, o dei
gruppi che li rappresentano. Dov'è il sistema elettronico per
consultare anche loro?" "L'S.I.S è accessibile anche ai
sindacati e ai gruppi di attivisti, non solo all'industria."
Risponde sicuro.
Non mi rimaneva che chiedere conferma di questo sia ai sindacati
che agli attivisti. Inizio da Cecilia Brighi, una esperta di
globalizzazione dell'Ufficio Internazionale della Cisl, che
ribatte seccamente: "Purtoppo i contatti voluti dalla
Commissione con i sindacati sui temi della globalizzazione non
sono così spinti come quelli che avvengono con le muntinazionali;
anzi, praticamente non esistono."
" Signora Brighi, lei ha mai sentito parlare del
S.I.S.?", chiedo a bruciapelo. "No, mai." "Vi
hanno informati dell'esistenza di questo sistema?", insisto.
"Credo di poter affermare con certezza che le organizzazioni
sindacali italiane non siano mai state informate di questo sistema
di consultazione." L'Italia è lontana da Brussell, e allora
torno in Belgio per chiedere a Friends of the Earth, uno dei più
grandi gruppi ambientalisti del mondo, se almeno loro, che hanno
la sede a due passi dalla Commissione Europea, hanno mai sentito
pronunciare il fatidico nome S.I.S. Mi risponde Alexandra Wandell,
e lo fa con grande stupore: "Sfortunatamente è la prima
volta che sento parlare di questo sistema di consultazione, me lo
sta dicendo lei, a noi non l'hanno mai comunicato. La Commissione
Europea dovrebbe smettere di declamare di iniziative che in realtà
non ha nessuna intenzione di portare avanti."
La Commissone Europea ha fatto uno sforzo ciclopico per consultare
i business d'Europa prima di Seattle. Ha fatto un sondaggio sui
desideri dell'Investment Network, un'altra lobby di giganti
industriali che include la Fiat e la Pirelli, e un secondo
sondaggio su 10.000 aziende. Tutto documentato da me, nero su
bianco. Fra l'altro ho cercato a Brussell anche la sede di questo
Investment Network, ma non l'ho trovata. Per forza, perché questo
gruppo di multinazionali si riunisce proprio nella sede della
Commissione Europea. E anche di tutto ciò ho discusso con Romano
Prodi.
"Vede Presidente, la cosa che preoccupa è che tutto questo
sembra non esistere poi con le ONG, coi consumatori, coi
sindacati" e attendo la sua reazione.
"Coi sindacati io sono in colloquio quotidiano," mi
rassicura Prodi, "ma se esiste questo Investment Network io
francamente non glielo so dire, non lo sapevo, non sapevo neanche
che esistessero sondaggi per le imprese, me lo fa vedere lei
adesso. Ma se stesse qui dentro lei vedrebbe quanto dialogo c'è
con le organizzazioni non governative e con i sindacati."
Cecilia Brighi, a distanza, replica con altrettanta sicurezza:
"Non c'è ancora nulla, non lo hanno assolutamente ancora
fatto, non c'è nulla, noi non sappiamo quali sono gli impatti
degli accordi già sottoscritti, per esempio in tema di
agricultura o di occupazione, come per esempio non c'è
consultazione sui temi sociali nel mondo. Tutto questo va
costruito in tempi rapidissimi."
Che ci sia dialogo è dunque tutto da verificare; ma una cosa
verificata invece c'è: anche quando la Commissione comunica con
le organizzazioni dei cittadini non sempre c'è da fidarsi. Ho
ottenuto due documenti sulla globalizzazione scritti dalla
Commissione Europea che dovevano essere identici, intitolati
"Regole internazionali per gli investimenti in seno al
WTO", stesso protocollo e stessa data: solo che uno era
destinato ai burocrati, l'altro ai cittadini. A una lettura più
attenta sono emerse differenze radicali nei testi: la versione per
la gente comune era tutta un'altra cosa.
Ma a proposito di fiducia, ritorniamo alla carne agli ormoni
americana. Sulla base di quali prove il WTO condannò l'Europa? A
rispondere è di nuovo Keith Rockwell: "Quello che le posso
dire è che il WTO nel caso di dispute sulla sicurezza degli
alimenti decide in base al parere degli scienziati della FAO. A
loro fu chiesto di emettere il verdetto sulla carne agli
ormoni."
E infatti un gruppo di scienziati cosiddetti super partes si
riunirono proprio alla FAO a Roma, e più precisamente nella
commissione chiamata Codex. Dalla FAO partì il verdetto: secondo
loro l'Europa aveva torto. Ma gli scienziati della Fao erano
davvero super partes, erano davvero imparziali?
"Certamente" sentenzia con fermezza Alan Randell, uno
dei massimi responsabili dei gruppi scientifici della FAO, cui ho
rivolto quelle domande. Randell spiega: "Siamo una
organizzazione intergovernativa e il nostro compito è di fissare
gli standard internazionali per la sicurezza degli alimenti.
Abbiamo deciso che gli ormoni nella carne americana non pongono
problemi alla salute, e potete fidarvi."
Pochi giorni dopo aver registrato quelle affermazioni, mi sposto a
Londra per un incontro cruciale. L'uomo che mi aspetta alla
stazione Victoria vuole rimanere anonimo, perché è un chimico
farmaceutico che ha lavorato per 35 anni con la grande industria e
che oggi ha deciso di raccontare tutto quello che sa sulla
cosiddetta indipendenza degli scienziati della FAO. Trovarlo è
stata veramente un'impresa, attraverso una serie infinita di
contatti. Gli chiedo prima di tutto: perché vuole parlare?
"Il mondo sta cambiando, le multinazionali farmaceutiche e
agroalimentari hanno assorbito ormai tutto....non so...forse perché
mi sto per ritirare dalla scena...ma guardi, io ho visto troppe
cose, e c'è un limite per tutti, o forse solo per me." La
nostra conversazione continua, e lo invito a venire al dunque, e
cioé alle prove di quanto mi vorrebbe rivelare. Questo scienziato
dall'aria aristocratica mi invita a sedermi a un tavolo del bar
della Royal Albert Hall, e poi inizia: "La documentazione che
le mostro era in gran parte segreta, e infatti molti fogli portano
il marchio declassificato. Ora, per dimostrale quanto siano
inaffidabili gli organi scientifici della FAO è necessario che le
racconti una vicenda parallela a quella che a lei interessa."
"Guardi questi documenti. E' il novembre del '97, e la FAO si
sta preparando a giudicare la sicurezza degli ormoni nel latte,
che sono prodotti dalla multinazionale Monsanto. Qui si legge che
uno scienziato della FAO, il dott. Nick Weber, aveva passato al
dott. Kowalczyk della Monsanto i documenti riservati che solo gli
scienziati della FAO avrebbero dovuto leggere prima di emettere il
verdetto. Fra questi documenti c'erano persino gli studi della
Commissione Europea, che era contraria agli ormoni artificiali.
Capisce? La Monsanto poté studiarsi con molto anticipo cosa
avrebbero sostenuto i suoi critici durante i dibattimenti. Ma è
normale ciò?"
Non rispondo e lo invito con un cenno del capo a continuare. Lui
prosegue: "La FAO esaminò gli ormoni nel latte e in un primo
tempo espresse parere positivo. Un trionfo per la Monsanto, ma
c'era una nota che stonava. Michael Hansen, un consulente della
FAO, non era d'accordo e stava per lanciare un allarme. Ed ecco un
fax che la Monsanto spedisce a un funzionario della sanità
pubblica, dove si legge: Sembra che Michael Hansen non sia dei
nostri. Dei nostri!!, capite che razza di mentalità? La Monsanto
considerava gli esperti della FAO roba propria."
La mia fonte sosta per il tempo necessario a sorseggiare il
bicchiere di vino bianco che gli ho offerto, poi estrae dalla
borsa altri fogli, altre prove inedite. E rincara la dose:
"Ma alla FAO ci sono altri scienziati gravemente compromessi:
sono Margaret Miller e Leonard Ritter. In questo documento
riservato del Congresso degli Stati Uniti si legge che la
dottoressa Miller era sotto inchiesta perché, da dipendente
pubblico, fu sorpresa a lavorare....indovini per chi? Per la
Monsanto naturalmente, per conto della quale studiava gli ormoni.
Veniamo al dottor Ritter: ho scoperto dagli archivi del parlamento
canadese che Ritter è stato più volte pagato del CAHI, una
grossa lobby nordamericana di industrie veterinare favorevoli agli
ormoni. Insomma, Miller e Ritter, due gioielli di indipendenza
interni alla FAO, non le sembra?"
E allora ricapitoliamo: la mia fonte inglese ha dimostrato che
alcuni scienziati consulenti della FAO, e specialmente Nick Weber,
Margaret Miller e Leonard Ritter, erano da tempo collusi con una
lobby e con una grande multinazionale interessate a vendere
ormoni, e nonostante l'evidente conflitto di interessi hanno
continuato a decidere della nostra salute per conto della FAO.
Lo scienziato inglese ora conclude e porta l'affondo decisivo:
"E non è proprio la FAO che ha giudicato innoqui anche gli
ormoni della carne, permettendo così al WTO di condannare
l'Europa. Come ci si può fidare? E poi guardi le liste degli
scienziati della FAO che nel '99 e nel 2000 hanno di nuovo
esaminato gli ormoni americani nella carne: chi ci troviamo?
Weber, Miller, Ritter e tutti gli altri. Sono tutti qui, sono
sempre qui!"
Lo fisso con un'unica domanda nella testa: la FAO sapeva, ha mai
sospettato qualcosa? "Certo che sapeva," risponde con un
accenno di sorriso, "infatti Micheal Hansen, il bastian
contrario, scrisse tutto nero su bianco e lo spedì persino al
direttore generale della FAO. Tutto si sapeva... persino nei
dettagli. Ma questo non ha impedito a noi europei di essere così
penalizzati dal verdetto sulla carne agli ormoni."
Torno a Roma e ricontatto il dirigente della FAO che avevo
incontrato pochi giorni addietro. Gli passo le prove contro i
dottori Weber, Miller e Ritter, ma lui non sembra molto
interessato ai documenti. Li degna appena di un'occhiata e
ribatte: "I nostri scienziati sono scelti dalla FAO e
dall'Organizzazione Mondiale delle Sanità, e sono confermati
nell'incarico dai governi membri. Sono esperti al di sopra di ogni
sospetto e le sue affermazioni ci giungono assolutamente
nuove."
Una storia pesantissima questa, nella quale erano in gioco non
solo interessi multimiliardari, ma soprattutto la nostra salute. E
a questo punto tutto mi potevo aspettare meno che fosse proprio il
WTO a rilanciare alla grande, a far esplodere la bomba. E' ancora
Rockwell che parla: "Se i vostri governi avessero invocato
l'articolo 5.7 del nostro accordo Sanitario e Fitosanitario la
battaglia sulla carne agli ormoni non sarebbe mai esistita: niente
FAO, niente sanzioni americane, nulla di nulla. L'articolo 5.7 del
WTO vi dava il diritto di evitare lo scontro, mentre l'Europa
studiava la sicurezza della carne americana." "E perché
l'Europa non l'ha usato?" gli chiedo più che sorpreso.
Rockwell mi fissa pregustando il colpo ad effetto, e con un che di
trionfale aggiunge: "Lo chieda a loro. Non lo hanno mai
invocato quell'articolo!"
Non mi rimane che girare la scottante questione ai massimi
responsabili politici, e cioé al ministro Fassino e al Presidente
della Commissione Europea Romano Prodi. Perché non è stato
invocato quell'articolo?
Fassino risponde che non lo sa, che ci sarà una ragione legale, e
conclude sbrigativo: "Chieda a qualcun altro" dice
scuotendo il capo. Romano Prodi invece tenta una battuta
("Non lo so, non sono mica un veterinario!") e poi
conclude sostenendo che si tratta di aspetti tecnici "...e
non potete venire a chiedere a me."
Entrambi si sono difesi aggiungendo che l'importante è che la
carne agli ormoni non entri in Europa, ma questo francamente non
mi basta. Abbiamo miliardi di sanzioni che ci penalizzano ogni
giorno, e si tratta della più pericolosa disputa commerciale
degli ultimi 20 anni. Se la si poteva evitare appellandosi a un
semplice articolo, i nostri massimi dirigenti politici lo
avrebbero dovuto sapere. Ma tant'è.
Io non chiedo più nulla, e scelgo invece di mostrarvi qualcosa di
concreto. Parliamo sempre della globalizzazione, del WTO e dei
suoi potentissimi accordi. La parola a Susan George: "L' arma
più tagliente del WTO è l'accordo sulle Barriere Tecniche al
Commercio, che può annullare le leggi degli Stati, quelle delle
amministrazioni locali e persino le regole delle piccole
organizzazioni non governative. Esso colpisce particolarmente il
diritto dei cittadini di sapere come sono fatte le merci che
acquistano e da chi sono fatte."
E infatti questo accordo prende di mira proprio le etichette: le
etichette che ci dovrebbero dire se nei giocattoli che diamo ai
nostri piccoli ci sono sostanze tossiche, se nei cibi che mangiamo
ci sono ingredienti geneticamente modificati, o se i palloni che
compriamo sono fatti da bambini sfruttati nei paesi poveri.
Iniziamo proprio da questo esempio. Susan George spiega: "Il
calcio è sicuramente un grande sport, anche se io sono americana!
Ma l'accordo WTO sulle Barriere Tecniche al Commercio ci impedisce
proprio di rifiutarci di importare palloni da calcio cuciti dai
bambini sfruttati in Asia. Per i globalizzatori un pallone è un
prodotto e lo possiamo rifiutare solo se è di cattiva qualità e
non se è fatto da piccoli schiavi."
Damiano Tommasi, mediano della Roma, è da tempo impegnato contro
l'importazione di palloni prodotti col lavoro minorile. Un accordo
del WTO rischia dunque di vanificare il suo impegno. Lo sapeva?
"No, non lo sapevo" mi dice Tommasi al termine di un
allenamento di fine campionato. "E' una brutta notizia. E' un
altro segnale che l'economia e la globalizzazione prevalgono su
qualsiasi altro codice."
Proprio al ministro Fassino ho sottoposto questo punto dolente
degli accordi del WTO, "lei non sa che l'Italia ha firmato le
convenzioni dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro che ci
danno il diritto di rifiutare i palloni prodotti col lavoro
minorile!" Rispondo: "Ministro, ciò che lei afferma non
sembra vero. Io cito accordi del WTO sovranazionali che già sono
esistenti e che sono già ratificati dall'Italia."
Fassino adesso urla: "Ma l'Italia non ha mai ratificato
nessun accordo che dice che si possono importare i palloni cuciti
dai bambini sfruttati. Credo di sapere la materia di cui sono
ministro!...non è possibile!"
Racconto quanto affermato dal ministro Fassino a Susan George, e
lei sorpresa ribatte: "Ma certo che è possibile. Fu
purtroppo scritto nero su bianco sia negli accordi del GATT che
nell'accordo del WTO, ai punti 2.1 e 2.8, e i nostri governi lo
dovrebbero sapere."
Interrogo anche Cecilia Brighi, la sindacalista della Cisl esperta
di questioni internazionali. Le dico: "Signora Brighi, a
battuta risposta: l'Italia ha firmato le convenzioni
dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro che danno la
possibilità di bloccare le importazioni di palloni fatti da
bambini sfruttati nel terzo mondo..." C'è una pausa, la
Brighi ribatte: "Chi ha detto questo?" E io: "Fassino."
Lei scuote il capo.
Nel frattempo al WTO qualcuno sta già protestando contro le
regole europee che vietano nei nostri giocattoli l'uso di
ammorbidenti tossici. Me ne parla Fabrizio Fabbri, uno dei
responsabili di Green Peace Italia: "Sta succedendo che Hong
Kong e il Brasile stanno invocando l'intervento del WTO per
annullare il provvedimento europeo che vieta i composti chimici
pericolosi nei giocattoli per bambini. Il WTO potrebbe ritenere
questa misura di tutela della salute un ostacolo alle leggi del
libero commercio, in base a un accordo sottoscritto anche
dall'Italia che prevede il non utilizzo di ragioni sociali o
ambientali come discriminazione commerciale." Fabbri apre una
borsa e fa cadere sulla scrivania una miriade di pupazzetti e
bamboline colorati, quelli tossici appunto. Ma dovessero tornare
questi giocattoli pericolosi, almeno che ci sia un'etichetta che
ce li fa distinguere. Fabbri scuote il capo: "Teoricamente
sarebbe la misura minima di tutela dei consumatori, ma è quella
maggiormente contestata proprio dal WTO."
Guerra dunque persino alle etichette che ci dovrebbero informare
su quello che acquistiamo, ma non solo. Ciò che veramente
stupisce è scoprire che chi ha scritto gli accordi di
globalizzazione ha voluto che il loro potente braccio si
estendesse ben oltre i governi nazionali, e che raggiungesse
persino le piccole organizzazioni volontarie. Persino loro. Per
capire meglio ciò che ho detto seguiamo la signora Luciana
Giordano nello shopping. Questa giovane linguista di Bologna fa
parte della nutrita schiera di italiani che acquistano
regolarmente il caffé equo & solidale, e questo significa che
Luciana sa che il suo caffé è prodotto da lavoratori del terzo
mondo tutelati nella dignità e nei diritti fondamentali. Ma come
fa a saperlo? Attraverso la presenza sulla confezione
dell'etichetta Transfair, oppure comprando il macinato nelle
cosiddette Botteghe del mondo. Si tratta di piccole organizzazioni
non a fine di lucro, ma sembra prioprio che sia loro che le loro
etichette violino i contenuti del solito accordo WTO sulle
Barriere tecniche al commercio.
Proprio a Bologna incontro Giorgio Dal Fiume, uno dei massimi
dirigenti nazionali della rete equo & solidale e gli chiedo di
spiegarmi perché i globalizzatori dei commerci temono così tanto
persino le loro etichette: "Perché quello che noi scriviamo
in etichetta rende possibile la libera scelta da parte del
consumatore" dice Dal Fiume mentre mi fa da guida all'interno
di una delle Botteghe del Mondo. "E' paradossale, ma in
questo sistema globalizzato siamo noi a difendere il vero
funzionamento del mercato, dove a diversa offerta corrisponde una
diversa scelta. Ma proprio questo è il punto debole del WTO: può
condizionare interi stati ma non può obbligare i cittadini a
consumare quello che loro vogliono."
Forse Dal Fiume ha ragione, ma il WTO può costringere il governo
italiano a fare tutto quanto è in suo potere per fermare
iniziative come quella per cui si è impegnato. E' scritto infatti
nero su bianco nell'accordo sulle Barriere Tecniche al Commercio.
Lui lo sapeva? "Sì, ci siamo studiati i testi, ed è per
questo che siamo andati a Seattle a contestare con ogni mezzo il
WTO" conclude.
Etichettare le merci, così che il cittadino possa rifiutare
quelle che violano i principi etici, o di protezione dell'ambiente
e della propria salute è un diritto fondamentale che il WTO
sembra volerci togliere. In tutto ciò sono chiare le pressioni
esercitate dai colossi industriali, e non sono illazioni: ho
trovato due documenti che non lasciano dubbi. Il primo, stilato
dalla Camera di Commercio Internazionale (un'altra lobby di
multinazionali che comprende anche la Pirelli e la nostra
Confindustria) chiedeva al cancelliere tedesco Schroeder (poco
prima della storica conferenza del WTO a Seattle) quanto segue: I
programmi di etichettatura ecologica dei prodotti possono creare
barriere al libero commercio, e vogliamo su questo una urgente
applicazione degli accordi del WTO. Nel secondo documento ho
trovato un'esplicita richiesta del Trans Atlantic Business
Dialogue, che recita: Alla Commissione Europea chiediamo che un
accordo internazionale sugli investimenti non sia indebolito da
clausole sui diritti dei lavoratori o sulla tutela dell'ambiente.
Si comprende così come anche la legge europea sull'etichettatura
obbligatoria dei cibi contenenti geni modificati sia finita nel
mirino del WTO, e infatti il governo di Washington ha già
iniziato a Ginevra una procedura legale per costringere Brussell a
tornare sui suoi passi. Eppure quella legge non è poi così
severa: essa infatti dice che se i geni modificati sono presenti
nei cibi sotto la quantità dell'1%, non vanno dichiarati in
etichetta. E io ho voluto fare una prova. Ho infatti comprato
alcuni prodotti contenenti soia: dicono che la soia oggi sia quasi
tutta geneticamente modificata, ma nelle etichette dei biscotti
VitaSystem, dei crackers Misura, di quelli della Cereal e del pane
a fette della Barilla non è segnalato alcunché. E allora sono
andato a farli anlizzare. Ecco i risultati delle analisi. Pane
alla soia della Barilla: nessuna presenza di soia transgenica;
crackers della Misura, anche qui nulla di geneticamente
modificato; veniamo alla Cereal: idem come prima, e cioé niente
geni manipolati; e infine abbiamo i biscotti della VitaSystem, e
qui la soia transgenica c'era, ma nella percentuale dello 0,6%, e
la legge europea, come dicevo, non prevede che questa quantità si
debba segnalare in etichetta. Ciò significa che noi consumatori
stiamo comunque ingerendo e sperimentando cibo transgenico, anche
se in piccole quantità, e questo prima che la scienza sappia con
certezza quali saranno gli effetti sulla nostra salute.
di Susan George
ATTAC/Svezia ha ora tra i 4000 ed i 5000 membri; in proporzione alla popolazione
svedese sono tanti quanti, o più che, in Francia dopo meno di un anno di
esistenza ed è riconosciuto come un fenomeno politico significativo. ATTAC
svedese lavorava da molti mesi alla preparazione del summit di Goteborg
trattando con il governo e la polizia affinchè le manifestazioni si svolgessero
pacificamente. Il Presidente del Consiglio di ATTAC, Hans Abramsson che occupa
una cattedra universitaria di studi sulla pace e il conflitto, era al centro di
questa preparazione e America Vera-Zavala ha incontrato il primo ministro Goran
Persson (la foto di America con il suo chemisier bianco adorno del simbolo rosso
di ATTAC a fianco di Persson era sulla prima pagina di "Metro", il
quotidiano del summit). Tutto questo è nella tradizione svedese della
concertazione e del consenso e, secondo i membri di ATTAC, si era stabilita una
reciproca fiducia.
Ahimè, tutti questi sforzi sono stati vanificati. I problemi sono cominciati
giovedì pomeriggio. Il governo aveva aperto numerose scuole perchè i militanti
vi potessero dormire; correva voce che ci fossero armi nascoste in una scuola,
gli occupanti si sono rifiutati di uscire, la polizia ha fatto venire degli
immensi container per bloccare tutti gli accessi alla scuola e tafferugli tra
polizia e manifestanti si sono verificati in un parco attiguo dove la polizia
era a cavallo, contrariamente alle promesse fatte durante le trattative.
Malgrado tutto niente di molto grave è accaduto giovedì, anche se la tensione
cominciava a crescere. Venerdì gli occupanti di "Globalisation from Below"
"Ya Basta" e "Tute Bianche" sono stati evacuati. Venerdì
ero personalmente nel villaggio alternativo dove si trovavano tende ospitanti
diverse organizzazioni e tutti i forum, ma a meno di 500 metri da là gli
scontri e le distruzioni erano cominciati. Sul grande viale, che i goteborghesi
paragonano ai Champs-Elysées, non restava una sola vetrina intatta alla fine
della sera. Duecento persone circa erano riuscite a farne precipitare nella
zuffa un migliaio o più. I poliziotti, completamente sopraffatti e con le
vetture distrutte, hanno sparato pallottole vere e una persona almeno è stata
gravemente ferita all'addome e altre più lievemente. Gli svedesi non hanno mai
visto violenze simili sul loro territorio e ne sono profondamente colpiti.
Io condanno in modo chiaro e netto queste violenze e ciò per più ragioni.
- Indipendentemente dalle posizioni filosofiche sull'argomento ed a
prescindere dal fatto che i nostri colleghi svedesi sono stati piuttosto
traumatizzati, le violenze fanno invariabilmente il gioco dell'avversario. Anche
in caso di provocazioni e quando la polizia è responsabile nell'aprire le
ostilità, come spesso avviene, ci si mette tutti nello stesso sacco. I media
evidentemente non parlano che di questo. Le idee, le ragioni della nostra
opposizione, le proposte vengono completamente nascoste.
- Lo Stato si definisce per il suo "monopolio della violenza
legittima". Chiunque pensi di poterlo affrontare e vincere su questo
terreno non ha fatto molta strada nell'analisi politica. Chiunque pensi che
rompere vetrine e picchiare poliziotti "minacci il capitalismo" non ha
per niente un pensiero politico.
- Noi non possiamo costruire un movimento ampio e popolare sulla base di una
cultura di giovani e persone che sono pronti a farsi spaccare la faccia. Tutte
le persone che hanno paura dei lacrimogeni, della violenza - le persone della
mia età, le famiglie con bambini, le persone meno in forma fisicamente - si
asterranno e non verranno a nessuna nostra manifestazione.
- Questo non è democratico. Francamente ne ho abbastanza di questi gruppi che
non ci sono mai per il lavoro preparatorio, che non fanno mai nulla nella
politica quotidiana ma che arrivano nelle manifestazioni come fiori
("velenosi") per distruggere, quali che siano gli accordi negoziati
dagli altri. Per di più ciò tende a spezzare l'alleanza tra quelli che
condannano queste violenze e quelli che le tollerano. - Si insultano quelli che
rifiutano e condannano la violenza trattandoli da "riformisti", ma
l'opposizione "riforma-rivoluzione" non ha alcun senso nel contesto
attuale e non è così, secondo me, che si pone il problema. Non è
"rivoluzionario" dividere il movimento sociale e perdere alleati
potenziali; non è "rivoluzionario" suscitare la simpatia per i nostri
avversari nella grande maggioranza della popolazione; non è
"rivoluzionario" opporsi a tutte le misure parziali (come la Tassa
Tobin): è solo idiota e controproducente.
In una parola, ne ho abbastanza di questi teppisti e temo che se si continua a
lasciarli fare finiranno per distruggere il movimento: la più bella speranza
politica da trent'anni a questa parte.
di Vandana Shiva
Sono stata di recente a Bhatinda in Punjab per via di una epidemia di suicidi
tra i contadini. Il Punjab è sempre stata tra le regioni agricole più fiorenti
dell’India. Oggi i contadini sono indebitati e disperati. Ampie distese di
territorio sono diventate desertiche. E, come fa notare un vecchio contadino,
persino gli alberi hanno smesso di dare frutti perché l’eccessivo uso di
insetticidi ha eliminato gli impollinatori – api e farfalle.
Il Punjab non è il solo ad aver sperimentato questo disastro ecologico e
sociale. L’anno scorso sono stata a Warangal, nell’ Andhra Pradesh, dove
altri contadini si sono suicidati. Agricoltori che coltivavano tradizionalmente
legumi e miglio e riso sono stati convinti dalle società venditrici di sementi
a comprare semi ibridi di cotone proposti come “oro bianco”, che avrebbero
dovuto renderli milionari. Invece sono diventati poveri.
I semi indigeni sono stati soppiantati dai nuovi ibridi che non possono essere
riprodotti e devono essere acquistati ogni anno a costi elevati. Gli ibridi sono
anche molto vulnerabili agli attacchi degli insetti nocivi. A Warangal la spesa
per gli insetticidi è cresciuta del 2000% passando da 2,5 milioni di dollari
nel 1980 a 50 milioni di dollari nel 1997. Adesso i contadini usano gli stessi
insetticidi per uccidere se stessi così da poter sfuggire per sempre da enormi
debiti.
Le industrie stanno ora cercando di introdurre semi geneticamente modificati,
che aumenteranno ulteriormente i costi e i rischi ecologici. Ecco perché dei
contadini, come Malla Reddy della Andhra Pradesh Farmers’ Union, hanno
sradicato in Warangal il cotone Bollgard geneticamente modificato della Monsanto.
Il 27 marzo, il venticinquenne Betavati Ratan si è tolto la vita perché non
poteva restituire un debito contratto per far trivellare un pozzo profondo nella
sua azienda di due acri. I pozzi sono adesso asciutti, come lo sono in Gujarat e
Rajasthan dove oltre 50 milioni di persone fronteggiano una grave penuria di
acqua.
La siccità non è una “calamità naturale”. E’ provocata dall’uomo.
E’ il risultato dell’estrazione dell’acqua in terreni già scarsi in
regioni aride per coltivare prodotti da esportazione pagati in contanti, che
richiedono molta acqua, invece di prodotti meno esigenti in acqua che sarebbero
in grado di soddisfare i bisogni locali.
Sono queste esperienze che mi hanno fatto riflettere sul fatto che siamo in
errore ad essere accomodanti nei confronti della nuova economia globale. E’
ora di fermarsi e riflettere sull’impatto della globalizzazione nella vita
della gente comune. E’ essenziale se vogliamo mantenere la capacità di
sopravvivere.
Le dimostrazioni a Seattle e le proteste contro l’Organizzazione Mondiale del
Commercio (WTO) dell’anno scorso obbligano tutti noi a rifletterci ancora. Per
quanto mi riguarda è tempo adesso di ripensare radicalmente ciò che stiamo
facendo. Quello che stiamo facendo verso i poveri in nome della globalizzazione
è crudele ed imperdonabile. In particolare questo è evidente in India dove
assistiamo a disastri in pieno svolgimento provocati dalla globalizzazione
soprattutto nei cibi e in agricoltura.
Chi sfama il mondo? La mia risposta è molto diversa da quella data dalla
maggioranza della gente.
Ci sono donne e piccoli contadini che lavorano con la biodiversità, che sono i
principali fornitori di cibo nel Terzo Mondo e, contrariamente all’opinione
dominante, la loro biodiversità basata sul sistema di piccole aziende è molto
più produttiva delle monocolture industriali.
La ricca varietà e l’organizzazione sostenibile della produzione di cibo sono
stati distrutti in nome dell’incremento produttivo di cibo. Peraltro, con la
distruzione della diversità, fertili risorse dell’alimentazione sono andate
perdute. Quando vengono valutate in termini di prodotto per acro, e dalla
prospettiva della biodiversità, le così dette “ottime rese”
dell’agricoltura industriale non implicano maggior produzione di cibo e
alimentazione.
La resa in genere si riferisce alla produzione per area unitaria di un’unica
coltura. La quantità prodotta si riferisce invece alla produzione totale di
diversi raccolti e prodotti. Seminare solo una coltura su tutta la superficie
quale monocoltura incrementerà, naturalmente, la sua resa individuale. Seminare
più colture mescolate porta ad avere una bassa resa della singola coltura, ma
una grande quantità totale di cibo prodotto. Misurando il raccolto solo con il
criterio della resa – e non calcolando l’effettiva quantità prodotta - si
fa scomparire la produzione dei delle piccole aziende, dei singoli contadini.
Tutto questo nasconde la produzione di milioni di donne contadine nel Terzo
Mondo – contadine come quelle del mio nativo Himalaya che combatterono contro
il taglio di alberi nel movimento Chipko, che nei loro campi terrazzati
coltivano diverse varietà di miglio, di legumi (piselli, soia, lenticchie), di
riso. Vista con la prospettiva della biodiversità, la produttività basata
sulla biodiversità è superiore alla produttività della monocoltura. Questa
cecità nei confronti della diversità si può definire come una “Monocoltura
della mente”, che a sua volta crea la monocoltura nei nostri campi.
I contadini Maya nel Chiapas sono definiti non produttivi perché producono solo
due tonnellate di grano per acro. Peraltro, la quantità totale di cibo prodotto
è di venti tonnellate per acro quando la diversità dei loro piselli e zucche,
delle loro verdure e dei loro alberi da frutta è valutata nel conteggio. A
Java, piccoli contadini coltivano 607 specie nel loro giardino di casa.
Nell’Africa sub-sahariana, ci sono donne che coltivano quasi 120 piante
diverse nello spazio lasciato a lato delle colture da reddito, e questa è la
principale risorsa di garanzia del cibo domestico. Un solo giardino casalingo in
Thailandia ha più di 230 specie, e i giardini delle case africane ospitano più
di sessanta specie di alberi.
Uno studio fatto nell’est della Nigeria ha messo in evidenza che i giardini
delle case - che occupano solo il 2% di superficie dell’ azienda familiare -
rendono la metà del raccolto totale. Nello stesso modo, si valuta che gli orti
familiari in Indonesia provvedano a più del 20% delle entrate domestiche e
forniscano il 40% del cibo familiare.
Ricerche fatte dalla FAO dimostrano che aziende che coltivano una varietà di
specie possono produrre migliaia di volte più cibo di vaste monocolture
industriali.
La diversità è anche la strategia migliore per prevenire siccità e
desertificazione.
Ciò che è necessario al mondo per nutrire in modo sostenibile una popolazione
crescente è l’incremento della biodiversità, non l’aumento della chimica o
l’ingegneria genetica. Mentre donne e piccoli contadini cibano il mondo con la
biodiversità, noi continuiamo a ripeterci che senza ingegneria genetica e
globalizzazione dell’agricoltura il mondo si ridurrà alla fame. A dispetto
dell’evidenza empirica che ci mostra che l’ingegneria genetica non produce
più cibo – anzi - spesso porta all’abbandono dei campi, questa è
continuamente proposta quale unica alternativa valida per cibare gli affamati.
Questo è il motivo per il quale io mi chiedo: chi sfama il mondo?
Questa deliberata cecità nei confronti della biodiversità, cecità verso i
prodotti della natura, prodotti dalle donne, prodotti dai contadini del Terzo
mondo, permette la distruzione e l’appropriazione della programmazione della
creazione.
Prendiamo il caso del tanto decantato “golden rice” il riso geneticamente
modificato nel combattere la deficienza di vitamina A quale cura per la cecità.
E’ dato per scontato che senza ingegneria genetica non possiamo eliminare la
carenza di vitamina A. Peraltro, la natura ci offre abbondanti e diverse risorse
di vitamina A. Se non venisse lavorato, il riso stesso sarebbe una fonte di
vitamina A. Se gli erbicidi non fossero sparsi sui nostri campi di grano, noi
potremmo raccogliere bathua, amaranto, foglie di senape: verdure squisite e
nutrienti, ricche di questa vitamina.
Le donne in Bengala utilizzano come verdura più di 150 piante. Ma il mito della
creazione indica i biotecnologi quali creatori della vitamina A, negando i
diversi doni di natura e la conoscenza delle donne su come utilizzare questa
diversità per nutrire i propri figli e la famiglia.
Il mezzo più efficace per attuare la distruzione della natura, delle economie
locali e dei piccoli produttori autonomi è rendere le loro produzioni
invisibili. Le donne che producono per la loro famiglia e per la comunità sono
considerate come “non-produttive” e “economicamente inattive”. La
svalutazione del lavoro delle donne, e del lavoro fatto in economie sostenibili,
è l’ovvio risultato di un sistema costruito da un capitalismo patriarcale.
Questo è il motivo per cui la globalizzazione distrugge le economie locali e la
distruzione stessa è ritenuta una crescita.
E le donne stesse sono sminuite, perché molte di esse nelle comunità rurali e
indigene con il loro lavoro cooperano con i processi della natura, trovandosi
spesso in contraddizione con il dominante “sviluppo” indirizzato dal mercato
e dai traffici politici: il lavoro che soddisfa i bisogni e assicura sussistenza
è svalutato in generale. Ci sono meno supporti alla vita e sistemi per
garantire la sopravvivenza.
La svalutazione e l’invisibilità delle produzioni sostenibili e in grado di
riprodursi è più palese nel settore alimentare. Mentre la divisione
patriarcale del lavoro aveva assegnato alle donne il ruolo di provvedere al cibo
per le proprie famiglie e comunità, l’economia patriarcale e la visione
scientifica e tecnologica fanno scomparire magicamente il lavoro delle donne per
la produzione di cibo. “Nutrire il mondo” si distacca dalle donne che a
tutti gli effetti lo fanno, e viene associato al commercio agricolo globale e
dalle ditte biotecnologiche.
L’industrializzazione e l’ingegneria genetica del cibo e la globalizzazione
dei commerci in agricoltura sono ricette per creare affamati, non per nutrire i
poveri. Dappertutto, la produzione di cibo diventa un’economia negativa, con i
contadini che spendono più per acquistare i mezzi per produzioni industriali di
quanto incassano per i loro prodotti. Le conseguenze sono debiti in crescita ed
epidemie di suicidi sia nei paesi ricchi che in quelli poveri.
La globalizzazione economica ci sta portando a una concentrazione di aziende
sementiere, a un incremento nell’utilizzo dei fitofarmaci, e, in ultimo, a un
aumento del debito. Capitale concentrato e agricoltura controllata dalle
industrie si stanno diffondendo in paesi dove i contadini sono poveri ma,
finora, sono stati autosufficienti per il cibo. In paesi dove l’agricoltura
industriale è stata introdotta attraverso la globalizzazione, i costi più alti
hanno reso praticamente impossibile sopravvivere ai piccoli agricoltori.
La globalizzazione dell’agricoltura industriale non sostenibile sta
dissolvendo le entrate dei contadini del Terzo Mondo attraverso la combinazione
di svalutazione della moneta, aumento dei costi di produzione e crollo dei
prezzi delle merci.
I contadini dovunque sono pagati una frazione di quanto hanno ricevuto per la
stessa merce un decennio fa. Negli USA, il prezzo del grano è crollato da 5,75
a 2,43 $, il prezzo della soia è sceso da 8,40 a 4,29 $, e il prezzo del mais
è passato da 4,43 a 1,72 $ per staio [uno staio equivale a circa 7 quintali,
n.d.T.]. In India, dal 1999 al 2000, i prezzi del caffè sono crollati da 60 a
18 Rupie al Kg. e i prezzi dei semi oleosi sono scesi di oltre il 30%.
Quest’anno la canadese National Farmers’ Union lo ha così puntualizzato in
un rapporto al Senato:
“Mentre gli agricoltori che coltivano cereali - grano, orzo, mais – hanno un
reddito negativo e sono spinti a chiudere per bancarotta, le industrie che fanno
cereali per la colazione raggiungono enormi profitti. Nel 1998, le ditte di
cereali Kellogg’s, Quaker Oats e General Mills hanno goduto di un aumento del
tasso di rendimento rispettivamente del 56%, 165% e 222%. Mentre uno staio di
mais era venduto a meno di 4 dollari, uno staio di corn flakes era
commercializzato a 133 dollari. Nel 1998, le industrie di cereali incassavano
utili da 186 a 740 volte più delle aziende agricole. Può darsi che i contadini
stiano facendo troppo poco in quanto gli altri stanno ottenendo troppo”.
E un rapporto della Banca Mondiale ha riconosciuto che “dietro alla
polarizzazione dei prezzi al consumo e dei prezzi mondiali c’è la presenza di
grandi aziende commerciali nei mercati internazionali delle merci”.
Mentre i contadini guadagnano di meno, i consumatori, soprattutto nei paesi
poveri, spendono di più. In India i prezzi per il cibo sono raddoppiati tra il
1999 e il 2000, e il consumo di cereali come cibo è crollato del 12% nelle zone
rurali, accrescendo la privazione di cibo per coloro che già erano malnutriti,
accrescendo il tasso di mortalità. L’aumento della crescita economica
attraverso il commercio globale è basato su false eccedenze. E’
commercializzato più cibo mentre i poveri stanno consumando di meno. Mentre la
crescita aumenta la povertà, quando le produzioni reali diventano un’economia
negativa, e gli speculatori sono definiti “creatori di ricchezza”, qualcosa
non ha funzionato tra i concetti e le categorie di ricchezza e la creazione di
ricchezza. Portare la reale produzione della natura e della gente all’economia
negativa implica che la produzione di beni reali e servizi è in declino, e si
crea una maggior povertà per i milioni di persone che non fanno parte del
percorso verso la creazione immediata di ricchezza.
Le donne - come ho detto – sono i principali produttori di nutrimento e
elaboratrici di cibo nel mondo. Comunque, il loro lavoro nella produzione e
nella elaborazione adesso è diventato invisibile.
In accordo con la società McKinsey, “i giganti del cibo americano riconoscono
che il commercio agricolo indiano ha poche possibilità di crescita, soprattutto
nella lavorazione degli alimenti. L’India lavora un minuscolo 1% del cibo che
coltiva rispetto al 70% degli USA, Brasile e Filippine”. Non è che noi
indiani mangiamo il nostro cibo grezzo. I consulenti globali dimenticano di
rilevare il 99% dell’elaborazione di cibo effettuata dalle donne a livello
casalingo, o da piccole industrie artigianali, perchè non controllati dal
commercio agricolo globale. Il 99% dell’elaborazione dei prodotti agricoli è
stata intenzionalmente mantenuta ad un livello familiare. Ora, sotto la
pressione della globalizzazione, le cose stanno cambiando. Fasulle leggi
sull’igiene, che smantellano l’economia del cibo basata su processi di
lavorazione locali su piccola scala sotto il controllo della comunità, sono
parte dell’arsenale del commercio agricolo globale per instaurare il mercato
dei monopoli attraverso la forza e la coercizione, non la competizione.
Nell’agosto del 1998, la lavorazione su piccola scala di olio commestibile è
stata messa al bando in India attraverso una “legge di inscatolamento” che
ha messo fuori legge la vendita di olio sfuso e impone che l’olio sia
confezionato nella plastica o nell’alluminio. Questo ha obbligato alla
chiusura piccolissimi “ghanis” o mulini. Ha smantellato il mercato dei
nostri vari semi da olio – senape, lino, sesamo, arachidi e cocco.
L’impadronirsi dell’olio commestibile da parte dell’industria ha
danneggiato 10 milioni di esistenze. La recenti decisioni che impongono che la
farina venga venduta impacchettata da parte di marchi di fabbrica costerà 100
milioni di vite. Tutti questi milioni di persone saranno spinti verso la nuova
povertà.
L’obbligo del confezionamento aumenterà il carico sull’ambiente di milioni
di tonnellate di plastica e alluminio. La globalizzazione del sistema del cibo
sta distruggendo la diversità delle culture dei cibi locali e le locali
economie del cibo. Una monocoltura globale sta forzando la gente a pensare che
tutto ciò che è fresco, locale, fatto a mano è un rischio per la salute. Le
mani umane sono state definite il peggior contaminante, e il lavoro per le mani
dell’uomo sta diventando fuorilegge, per essere rimpiazzato dalle macchine e
dalla chimica acquistati dalle industrie globali. Questi non sono concepiti per
sfamare il mondo, ma per rubare sostentamento ai poveri, per creare mercati per
i potenti. Le persone sono considerate parassiti, da essere falcidiati per la
“salute” dell’economia globale. Nel processo nuovi rischi ecologici e
sanitari sono stati imposti alla gente del Terzo Mondo buttando su di loro –
come pattumiera - cibi geneticamente modificati e altri prodotti rischiosi.
Recentemente, a causa di una decisione del WTO, l’India è stata obbligata ad
abolire le restrizioni a qualsiasi importazione. Tra i prodotti ammessi
all’importazione ci sono carcasse e parti di animali di scarto che sono una
minaccia per la nostra cultura e portano rischi per la salute pubblica, come la
malattia della mucca pazza.
Il Center for Desease and Prevention (CDS) di Atlanta negli USA ha calcolato che
si verificano quasi 81 milioni di casi all’anno di malattie causate dal cibo.
I morti causati da intossicazioni alimentari sono più che quadruplicati a causa
della liberalizzazione degli scambi, passando da 2000 nel 1984 a 9000 nel 1994.
Molte di queste infezioni sono state causate da carne allevata in aziende
agricole-industriali. Negli USA ogni anno vengono macellati 93 milioni di
maiali, 37 milioni di bovini adulti, 2 milioni di vitelli, 6 milioni di cavalli,
capre e pecore e 8 miliardi di polli e tacchini. Adesso i giganti
dell’industria della carne degli USA vogliono usare l’India come discarica
per la carne contaminata prodotta con metodi violenti e crudeli.
Lo scarto dei ricchi è smaltito a spese dei poveri. La ricchezza dei poveri è
sottratta con violenza attraverso nuovi e astuti mezzi quali il brevetto della
biodiversità e la conoscenza indigena.
Si suppone che i brevetti e i diritti sulla proprietà intellettuale vengano
rilasciati per nuove invenzioni. In realtà, invece, sono stati richiesti
brevetti per varietà di riso come il basmati per il quale la Doon Valley - dove
sono nata – è famoso, oppure per insetticidi derivati dal neem [un albero
molto diffuso in tutta l’India, di cui tradizionalmente vengono utilizzate
foglie, frutti, linfa per le proprietà insetticide e disinfettanti, n.d.T] che
le nostre madri e le nostre nonne hanno sempre usato. La Rice Tec, una industria
di origine USA, ha ottenuto il brevetto n° 5.663.484 per delle varietà di riso
basmati e dei frumenti.
Il basmati, il neem, il pepe, le zucche amare, la curcuma ... tutti gli aspetti
di novità espressi dal nostro cibo indigeno e dal nostro apparato medico sono
ora derubati e brevettati. La conoscenza dei poveri è trasformata in proprietà
delle grandi industrie globali, e si arriva al punto in cui i poveri dovranno
pagare per semi e medicine che essi stessi hanno elaborato e hanno utilizzato
per sopperire alle loro necessità di cibo e cure mediche.
Tali falsi proclami di creazioni sono adesso la regola globale, con il Trade
Related Intellectual Property Rights Agreement del WTO che obbliga i Paesi ad
introdurre regimi che concedano brevetti per forme di vita e conoscenze
indigene.
Invece di riconoscere che i vantaggi commerciali sono costruiti dalla natura e
dal contributo di altre culture, la legge globale ha custodito gelosamente il
mito patriarcale della creazione per inventare nuove proprietà sul diritto alle
forme della vita proprio come il colonialismo utilizzava il mito della scoperta
quale motivazione dell’assorbimento delle terre di altri come colonie.
Gli esseri umani non creano la vita quando la manipolano. La rivendicazione del
Rice Tec di aver fatto “un’invenzione repentina di una nuova varietà di
riso”, o la notizia del Roslin Institute che Ian Wilmut “ha creato” Dolly
rinnega la creatività della natura, la capacità di auto-organizzazione delle
forme di vita, e le precedenti innovazione delle genti del Terzo Mondo.
I brevetti e la proprietà intellettuale sono preposti alla prevenzione della
pirateria. Invece stanno diventando gli strumenti di rapina delle conoscenze
tradizionali comuni del Terzo Mondo e le fanno diventare “proprietà”
esclusiva di aziende e scienziati dell’Ovest.
Quando i brevetti sono concessi per semi e piante, come nel caso del basmati, il
furto è definito creazione, e mettere in serbo e spartire i semi è definito
furto della proprietà intellettuale. Ditte che hanno brevetti completi di
raccolti quali cotone, soia e senape perseguono i contadini che serbano i seme e
assumono agenzie di investigatori per scoprire dove gli agricoltori hanno messo
il seme o se li hanno condivisi con i vicini.
Il recente annuncio che la Monsanto ha messo a disposizione gratis il genoma del
riso è ingannevole: la Monsanto non ha preso l’impegno di bloccare la
richiesta di brevetti delle varietà di riso o di altre colture.
La condivisione e lo scambio, le basi della nostra umanità e della nostra
sopravvivenza ecologica, sono state ribattezzate come un crimine. Questo rende
tutti noi più poveri.
La natura ci ha dato l’abbondanza. La conoscenza delle donne indigene in
biodiversità, agricoltura e alimentazione ha basato su questa ricchezza la
creazione di tanto dal poco, di crescita attraverso la condivisione. I poveri
sono spinti verso una maggior povertà dal fatto che devono pagare per ciò che
erano le loro risorse e la loro conoscenza. Anche i ricchi sono più poveri
poiché i loro profitti sono basati sul furto e sull’uso della coercizione e
della violenza. Questa non è creazione di ricchezza ma saccheggio.
La sostenibilità richiede la protezione di tutte le specie e di tutte le genti
e il riconoscimento che specie differenti e genti differenti giocano un ruolo
essenziale nel mantenimento degli ecosistemi e dei processi ecologici. Gli
impollinatori sono fondamentali per la fertilità e lo sviluppo delle piante. La
biodiversità nei campi fornisce ortaggi, mangime, medicine e protezione al
suolo dall’acqua e dell’erosione eolica.
Tanto più l’umanità continua sulla strada della non sostenibilità, quanto
più diventa intollerante verso le altre specie e cieca verso il loro ruolo
fondamentale per la nostra sopravvivenza.
Nel 1992, quando i contadini indiani distrussero le piante da seme della Cargill
in Bellary, Karnataka, per protesta contro la mancanza di semi, il direttore
generale della Cargill affermò :”Noi forniamo i contadini di tecnologie
intelligenti che impediscono alle api di appropriarsi del polline”. Quando
partecipai alla Biosafety Negotiations delle Nazioni Unite, la Monsanto faceva
girare delle pubblicazioni per difendere i suoi raccolti resistenti
all’erbicida Roundup in cui c’era scritto che impediscono “alle malerbe di
rubare la luce del sole”. Però ciò che la Monsanto chiama malerbe sono i
campi verdi che procurano la vitamina A al riso e prevengono la cecità nei
bambini e l’anemia nelle donne.
Una visione del mondo che definisce l’impollinazione come “furto delle
api” e asserisce che la biodiversità “ruba” la luce del sole è una
visione del mondo che mira essa stessa a rapinare i raccolti della natura
sostituendo varietà impollinate e aperte con ibridi e semi sterili, e a
distruggere la biodiversità della flora con erbicidi quali il Roundup della
Monsanto. La minaccia rivolta alla farfalla Monarca dalle colture modificate
geneticamente è solo uno degli esempi della povertà ecologica creata dalle
nuove biotecnologie. Quando farfalle e api scompaiono, la produzione è
compromessa. Come sparisce la biodiversità, con lei se ne vanno le fonti di
nutrimento e di cibo.
Quando le più grandi industrie vedono i piccoli contadini e le api come ladri,
e attraverso lo sviluppo dei commerci e le nuove tecnologie cercano la ragione
per eliminarli, l’umanità ha raggiunto una soglia pericolosa. L’imperativo
di eliminare gli insetti più piccoli, le piante più piccole, i contadini più
piccoli arriva da una profonda paura – la paura di tutto ciò che è vivente e
libero. E questa profonda insicurezza e timore portano a esprimere violenza
contro tutta la gente e tutte le specie.
L’economia del libero commercio globale è diventata una minaccia alla
sostenibilità. La sopravvivenza dei poveri e delle altre specie è in gioco non
solo come effetto collaterale o come un’eccezione ma in modo sistematico
attraverso una riorganizzazione della nostra visione del mondo al più basilare
livello. La sostenibilità, la condivisione e la sopravvivenza sono
economicamente banditi in nome della competitività e dell’efficienza del
mercato.
Abbiamo urgente bisogno di riportare alla ribalta il pianeta e la gente. Il
mondo può essere nutrito solo nutrendo tutti gli esseri che costituiscono il
mondo.
Nel dare cibo agli altri e alle altre specie manteniamo le condizioni di
garanzia della nostra stessa alimentazione. Cibando i lombrichi cibiamo noi
stessi. Nutrire le vacche è nutrire il terreno: procurando cibo al suolo
provvediamo alla nutrizione per gli esseri umani. Questa visione del mondo di
ricchezza si fonda sulla condivisione e sulla profonda consapevolezza degli
esseri umani quali membri della famiglia della terra. Questa consapevolezza che
depauperando gli altri esseri, impoveriamo noi stessi e nutrendo gli altri
viventi, nutriamo noi stessi è la base della sostenibilità.
La sfida per la sostenibilità nel nuovo millennio è se l’uomo globale
economico è in grado di abbandonare la visione del mondo basata sul timore e la
scarsità, sulle monocolture e i monopoli, sul furto e sulla spogliazione per
assumere una prospettiva fondata sull’abbondanza e la condivisione, sulla
diversità e il decentramento, e il rispetto e la dignità per tutti i viventi.
La sostenibilità ci chiede di uscire dalla trappola economica che non lascia
spazio alle altre specie e alla maggioranza degli uomini. La globalizzazione
economica è diventata una guerra contro la natura ed i poveri. Ma le leggi
della globalizzazione non sono divine. Possono essere cambiate. Dobbiamo far
cessare questa guerra.
In seguito a Seattle, una espressione sovente usata è la necessità di un
sistema basato su regole. La globalizzazione è legge del commercio e ha posto
Wall Street quale unica fonte di valore, e come risultato le cose che dovrebbero
avere maggior valore - la natura, la cultura, il futuro – sono state svalutate
e distrutte. Le regole della globalizzazione minano le leggi di giustizia e
sostenibilità, di pietà e di condivisione. Dobbiamo spostarci da un
totalitarismo di mercato a una democrazia della terra.
Possiamo sopravvivere come specie solo se viviamo in armonia con le leggi della
biosfera. La biosfera è sufficiente per le necessità di tutti se l’economia
globale rispetta i limiti posti dalla sostenibilità e dalla giustizia.
Come ci ricorda Gandhi “La Terra è sufficiente per i bisogni di tutti, non
per l’avidità di qualcuno”.
Traduzione di Maria Teresa Melchior
da un articolo pubblicato su Resurgence, N.ro 202, Pag.15-19, Sept./Oct. 2000)