FISICA/MENTE

 C'è un governo che salvi la Scuola ?

N. HIRTT

sabato 21 agosto 2004,                                                
di Nico Hirtt
(trad. Paola Capozzi)

Le comunità francese e fiamminga del Belgio si sono dotate di nuovi ministri dell'Educazione e di nuovi accordi di governo. In un'intervista concessa questa settimana al settimanale Solidaire, Nico Hirtt analizza entrambi i programmi. Senza troppe illusioni....

La vostra associazione, « Appel pour une école démocratique (Aped) » ha dato un giudizio estremamente negativo sul capitolo Scuola degli accordi di governo che si sono conclusi ai vertici delle comunità sia fiamminga che francese. Perchè ?

N. Hirtt. Un momento. Il nostro giudizio non è stato esclusivamente negativo. Abbiamo almeno una ragione per essere contenti. I due testi effettivamente cominciano con una constatazione estremamente importnte e lucida : la scuola in Belgio - che sia francofona o olandesofona - è in ogni caso troppo iniqua. Nelle prime righe, il testo del governo fiammingo recita: « Nonostante ogni sforzo, la scuola continua a riprodurre le disuguaglianze sociali. La forbice tra formazione di alto e basso livello si allarga. Diventa una linea di rottura sociale ». Analogamente il testo della dichiarazione del governo della comunità francese riconosce d'emblée che « la scuola tende più a riprodurre le ineuguaglianze che a compensarle ». Questo riconoscimento esplicito del problema centrale della scuola belga, questa consapevolezza di sconfitta a fronte delle promesse di democratizzazione della scuola; ecco veramente un evento del quale possiamo essere contenti. Questo a dimostrare che l'accanito lavoro d'informazione e di sensibilizzazione che da molti anni impegna molte personalità ed associazioni, tra cui l'Aped, dà i propri frutti. Ormai, i politici non possono più fingere d'ignorare ciò che noi temevamo, lo scorso anno, una « catastrofe scolastica » belga : la tremenda forbice di livello esistente tra i bambini che provengono dagli ambienti agiati e quelli che vengono dagli ambienti popolari.

In Belgio la situazione è più grave di prima ?

N. Hirtt. Assolutamento. L'UNICEF, sono circa due anni, ha publicato un rapporto che dimostra come tra tutti i paesi OCSE, il Belgio sarebbe quello in cui lo scarto tra i risultati degli alunni « migliori » e quello degli allunni « peggiori » risulta più elevato. E di molto !

Ma non è normale che ci siano degli alunni migliori e peggiori ?

N. Hirtt. Si, ma non è più normale quando ti rendi conto che i bambini di medici, notai, quadri e insegnanti ottengono quasi sistematicamente risultati migliori che non i figli degli operai o dei semplici impiegatis. E del fatto che questi ultimi vengono sistematicamente indirizzati nei circuiti releganti dell'insegnamento professionale. Non penso affatto di esagerare: nelle Fiandre, un bambino con una madre universitaria ha il 95% delle possibilità di terminare i propri studi secondari nell'ambito della scuola di base, che rappresenta la porta d'accesso all'insegnamento superiore. Ma, se la madre ha solo le scuole di base, il bambino ha l'80% delle probabilità di essere indirizzato verso una percorso di qualificazione che sfocia direttamente nel mercato del lavoro. Eppure, non c'è alcuna ragione di credere che, in partenza, il banbino di una famiglia borghese sia più avvantaggiato di quello di una famiglia operaia. Da cui la scuola viene meno al proprio ruolo. Questa noi la chiamiamo "selezione sociale". Una cosa che esiste in ogni pese, ma il Belgio è il campione mondiale almeno tra i paesi ricchi.

E quindi, cosa si può fare?

N. Hirtt. Almeno tre cose : la prima, bisogna dare agli insegnanti, agli educatori e ai professori i mezzi per svolgere bene il proprio lavoro: non troppi allievi per classe e per scuola, la possibilità di organizzare recuperi per gli studenti in difficoltà, materiale e condizioni per un lavoro decoroso. Secondo, bisogna respingere al massimo la divisione degli alunni in due percorsi: quello dell'insegnamento generale e dell'insegnamento qualificante. In Belgio, questa segregazione sociale di tipo istituzionale si manifesta a partire dai 12 anni d'età ed a 14 anni è totale. In altri paesi, come quelli scandinavi, tutti gli alunni rimangono insieme, nella medesima classe, fino a 16 anni. Infine, come terzo punto, si deve porre fine ai meccanismi che favoriscono la marginalizzazione sociale. Penso, tra gli altri, a ciò che gli specialisti chiamano il « semi-mercato » scolastico qhe c'è in Belgio, in cui uno sceglie la propria scuola proprio come scegliesse il pane col formaggio.

Il governo francofono promette di diminuire il numero di alunni per classe ad un massimo di 20. Posso supporre che di questo siate contenti ?

N. Hirtt. Sarei contento se ci fossero 20 allievi per classe ovunque nella scuola di base. Ma il governo lo promette solo per un paio d'anni e là dove già non si è molto lontani da questa cifra, nella media, quando l'obiettivo dovrebbe essere quello di ritornare a 15. E inoltre, soprattutto, sarei contento se venissero date delle scadenze precise. Altrimenti il testo dice solo « quando sarà possibile ». Ma come già ben sa chi è destinato a non avere più margini di bilancio, anch'io penso che sia solo vento e niente di più. Persino in questo caso il margine di manovra, a parità di politica, si attesta intorno a qualche centinaio di milioni di euro, tra l'1 e il 2% del bilancio. Fondamentalmente non si puà cambiare niente con una cifra del genere.

Ma le amministrazioni comunitarie non possono nulla. Non sono loro a definire i badget che le singole Comuntà dovrebbero ricevere dalla federazione? ...

N. Hirtt. Si, ma sono le stesse che hanno approvato al Parlamento federale le condizioni di questo finanziamento. E nessuno di questi partiti ha proposto, fino ad oggi, una modifica della legge..

Sulla questione del mercato dell'istruzione e della concorrenza tra scuole, quale posizione hanno i nuovi governi ?

N. Hirtt. Fondamentalmente, la loro posizione comune è di non fare niente per cambiare la situazione attuale. Da parte fiamminga la situazione è disperante. Si è scritto a malapena che la scuola non è riuscita a combattere la disuguaglianza e che ha fallito nel garantire la "libertà di scelta" e la "libertà d'insegnamento" . Ci vogliono far credere che la concorrenza è una garanzia di qualità, ma studi scientifici hanno dimostrato che la cosa non funziona. In ogni caso, non funziona per la scuola
Da parte francofona, la cosa è un po' più subdola. Il testo promette che « il Governo si concentrerà sugli effetti perversi del semi-mercato denunciati tanto dai professionisti sul campo che dalle ricerche universitarie". Ma quando si tratta di concretizzare queste promesse, ecco che la montagna partorisce il topolino: "Sarà proibita qualsiasi forma di pubblicizzazione o informazione per un sistema scolastico che si apparenti alla pubblicità ". Niente di più! Questo significa prendersi per i fondelli ! Per affrontare il mercato dell'istruzione ci vuole ben altro. Tanto per cominciare, bisognerebbe avere un solo sistema d'insegnamento e non una scuola ufficiale ed una scuola cattolica

Comunque, i due testi parlano di diminuire : « i divari tra i percorsi » (lato francofono) ovvero di « finanziamento equo dei percorsi d'insegnamento" (lato fiammingo). Non è la direzione giusta?

N. Hirtt. No, perchè si tratta di un modo per insabbiare il fatto fondamentale che in Belgio, come dice la costituzione, « l'insegnamento è libero". In Fiandra si arriva perfino a sopprimere qualsiasi differenza tra l'insegnamento ufficiale e quello "libero ". E' un modo per dire " l'importante non è il carattere cattolico o meno del percorso, l'importante è la libertà di scelta "

Da quanto si capisce, c'è da rimanere sconcertati per la somiglianza tra le politiche dei due governi comunitari. Non è sorprendente?

N. Hirtt. E' sconcertante, ma non è sorprendente. Sapete, questa somiglianza accomuna le politiche scolastiche di tutti i paesi industrializzati. Ha un nome : si chiama « mercificazione » della scuola. L'insegnamento è sempre più soggetto agli imperativi ai diktats dei mercati. La scuola viene sottomessa per adattarla alle esigenze, al modo di funzionare, alle regole del capitalismo moderno. In ciò non c'è nulla di sorprendente, ma questo dovrebbe rappresentare una ragione in più per mobilitarci e combattere siffatto sistema che sacrifica l'istruzione del popolo sull'altare del profitto.

Ma tutto sommato, per quanto concerne i percorsi, suppongo che siate soddisfatti. I due accordi promettono di diminuire le differenze. Questo sposa le vostre priorità, no ?

N. Hirtt. L'orientamento che trapela dagli accordi dei governi francofono e fiammingo non è quello di rendere l'insegnamento tecnico e professionale meno specializzato, più generale, ma al contrario di rinforzarne il carattere strettamente professionale o tecnico, meglio ancora di farlo « aderire » alle esigenze del mercato del lavoro, dei datori di lavoro. In Fiandra, si è detto di volere " una più stretta collaborazione tra scuola e imprese ». Nella Comunità francese, le PS e le CDH promettono una « trasformazione delle scuole tecniche e professionali in grado di ancorarle più saldamente alla realtà del mondo del lavoro » . Per arrivarci, si farà appello a "formatori esterni » e, per gli insegnanti, a « stage nelle imprese »
.
Ma questa è una cosa positiva, no ? Se i giovani hanno una migliore formazione professionale troveranno lavoro più facilmente!

N. Hirtt. E' un errore credere che l'adeguamento della scuola alle richieste padronali permetterà di risolvere il problema della disoccupazione. Naturalmente, ci sono alcuni settori che mancano di mano d'opera qualificata. Ma come ha mostrato il sociologo Mateo Alaluf (ULB), in tempi di crisi il discorso del padronato che si lamenta di una mancanza di mano d'opera riflette più in un aumento delle esigenze padronali che non una carenza concreta di manodopera. Negli anni 60, quando serviva personale per assemblare circuiti elettronici, non ci si rompeva la testa : si assumevano diplomati in taglio e cucito, che disponevano dell'abilità manuale richiesta e si formavano rapidamente, sull'unghia, alle tecniche di saldatura delle componenti elettroniche. Questo permetteva di assumere a minor costo una manodopera presuntamente non qualificata, ma che in realtà disponeva di competenze effettive. Oggi, i datori di lavoro esigono di poter disporre di una mano d'opera direttamente utilizzabile, pronti a sbarazzarsene qualche mese o qualche anno più tardi. Cedendo alle loro richieste, non si contribuisce che marginalmente o localmente alla creazione di posti di lavoro; al contario, questo consente ai datori di esercitare una maggiore pressione sulle condizioni salariali e sociali, Gli permette anche di essere più produttivi, quindi più competitivi. Cosa che fa aumentare i loro profitti. Ma se produttività, competitività e profitto facessero rima con creazione di posti di lavoro, in Belgio la disoccupazione sarebbe stata sradicata già da un bel po'!

C'è una ragione per opporsi a che la formazione tecnica e professionale sia di buon livello?

N. Hirtt. La questione è : a che serve l'insegnamento obbligatorio ? La sua missione sarebbe solo quella di formare lavoratori competenti ? O magari sarebbe anche, e soprattutto, insegnare ai giovani a comprendere il mondo, fare di loro delle persone capaci di una riflessione critica e di un'attività politica e sociale consapevole? La mia posizione è che non si può, nella maggioranza dei casi, ottenere questi due obiettivi contemporaneamente con una scuola limitata a 18 anni. Bisogna prima garantire che, fino ai 18 anni, i giovani abbiano tutti acquisito le conoscenze e le competenze comuni che faranno di loro dei cittadini capaci di costruire e preservare un mondo più giusto. A partire dai 16 anni, si può delineare un principio di specializzazione all'interno di alcune discipline o orientamenti professionali. Ma la vera formazione professionale intensiva dovrebbe essere affrontata dopo i 18 anni. Riassumendo, non sono per una formazione tecnica e professionale che assicuri un alto livello di competenza a detrimento della formazione generale, che rappresenta la missione principale della scuola dell'obbligo.
E i progetti dei due governi comunitari vanno nella direzione esattamente contraria.

Traduzione:
Paola Capozzi 

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