FISICA/MENTE

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Il lavoro nell’era della globalizzazione: più flessibilità, meno diritti.

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Il gruppo di lavoro di Monica Bacis all'EEF2005

 

Il processo europeo di trasformazione della scuola pubblica in senso liberista sottoscritto dai governi europei rappresentativi di tutti i colori politici persegue l’obiettivo di trasferire le logiche di mercato nella gestione dell’istruzione pubblica.

L’applicazione degli accordi europei sull’educazione attraverso le legislazioni nazionali degli stati-membri ha già avviato e porterà a un’inevitabile perdita di contenuti culturali a favore di un sempre maggiore specializzazione professionale mirata al lavoro, oltre che vanificare l’esperienza maturata nelle scuole e nelle università in decenni di sperimentazioni didattiche, educative e culturali.

Privatizzare significa aprire le porte ai capitali privati nelle scelte strategiche del sistema dell’istruzione, snaturando la scuola del ruolo socio-educativo che costituisce l’essenza stessa della scuola pubblica, cioè della scuola di tutti, tale proprio in quanto libera dai condizionamenti dettati dagli obiettivi di profitto ed espansione economica tipici dell’impresa privata.

In Italia la trasformazione giuridica della figura del direttore didattico/preside in dirigente scolastico, avviata dal precedente governo di centrosinistra, ha già contribuito a modificare radicalmente la qualità delle relazioni tra gli insegnanti in quanto sempre più sottoposti al potere decisionale del dirigente/manager. Con l’entrata in vigore della riforma dello stato giuridico dei docenti, in via di approvazione da parte del governo di centrodestra, verrà amplificato a dismisura il fenomeno del precariato tra gli insegnanti, che saranno trasformati in liberi professionisti costretti a svendersi alle scuole ormai privatizzate per sopravvivere, senza alcun diritto sindacale e retributivo, oltre che essere privati degli ambiti collegiali di democrazia oggi presenti nelle scuole. Questo lento e inesorabile processo di aziendalizzazione della scuola pubblica comporterà una trasformazione anche nei contenuti didattici e educativi, spianando la strada a una profonda trasformazione culturale del concetto stesso di scuola, e quindi di società.

Favorire l’ingresso prematuro dei giovani in azienda attraverso percorsi misti di formazione/lavoro, gestita da istituti prevalentemente privati al solo fine di insegnare un mestiere, significa non prestare più alcuna attenzione alla cultura di tipo umanistico e allo sviluppo della personalità dell’individuo e delle sue capacità critiche.

Le nuove generazioni di lavoratori verranno preparati ad essere perfettamente adattabili al mondo del lavoro, ma non quello della vita, delle relazioni sociali, dell’espressione della propria personalità attraverso le arti. Ma soprattutto dovranno sempre più essere naturalmente predisposti a forme di lavoro flessibile senza alcuna di garanzia di continuità di reddito e quindi con sempre meno prospettive progettuali in campo professionale, personale e sociale.

Questo processo che vede protagonista un’Europa, sulla falsariga di quello americano, è in netta opposizione con i principi fondamentali sanciti dalla maggior parte delle costituzioni democratiche occidentali. La scelta di mercificare l’educazione decisa a livello europeo, in Italia sta già mostrando i suoi effetti. A dispetto di ciò che recita l’3 della nostra Costituzione che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, il governo italiano ha approvato negli scorsi anni un riforma del mercato del lavoro (pacchetto Treu e legge Biagi) e sta completando una riforma della scuola (riforma Moratti) che sono funzionali l’una all’altra e mirano entrambe ad innalzare ostacoli di ordine economico e sociale per tutte quelle categorie di cittadini che non hanno gli strumenti economici e culturali per rincorrere gli obiettivi imposti dal mercato, al fine di accentuare la divisione in classi della società.

I giovani che oggi escono dalle scuole e dalle università già si scontrano con gli effetti devastanti della deregulation nel mondo del lavoro avviata in Italia nell’ultimo decennio, costretti ad accettare condizioni lavorative ed economiche non corrispondenti ai propri livelli di istruzione, abilità, competenze. I contratti lavoro flessibile introdotti in Italia dalle riforme del lavoro, con l’obiettivo di agevolare l’inserimento lavorativo dei giovani, hanno invece portato al fenomeno dilagante del precariato, producendo un turn over continuo di lavoratori che entrano ed escono dalle imprese a brevi intervalli di tempo (da 15 giorni a un anno), senza alcun diritto sindacale, salariale e di sopravvivenza minima e soggetti al potere ricattatorio dei datori di lavoro. Tra il 1992 e il 2000 il numero di occupati alle dipendenze con contratti atipici è aumentato del 45,2%, mentre nello stesso periodo l’occupazione totale è cresciuta solo dello 0,7%. Questo indica che l’introduzione del lavoro atipico ha sostanzialmente trasformato la tipologia degli ingressi nel mondo del lavoro o la trasformazione dei rapporti in essere nel processo di turn over occupazionale e ricambio generazionale, ma ha inciso ben poco sui tassi occupazionali, soprattutto relativamente alle figure con titoli di studio medio-alti. In Italia nel 2003 hanno trovato lavoro, a distanza di un anno dalla laurea, il 59,9% per cento dei laureati e su 100 di questi solo il 38% ha oggi un posto di lavoro fisso, il 16,2 % ha un’occupazione a tempo determinato e ben il 44% ha un contratto atipico (consulenza). Lo stipendio medio di un laureato a un anno dalla laurea è mediamente di 1.089 euro mensili se uomo, 864 euro se donna, dopo tre anni raggiunge i 1.417 euro per l’uomo e 1.115 per le donne. Per i diplomati la situazione è ancora più difficile: solo il 19% di chi lavora ha un lavoro stabile, di cui il 51,1% sotto forma di contratto di apprendistato o di formazione/lavoro, mentre il 22,8% è inquadrata con forme di lavoro atipico. A tre ani dal conseguimento del diploma lavora il 36% con uno stipendio medio di 810 euro mensili per i maschi e 641 per le femmine. In Italia il tasso di occupazione della fascia di età 19-29 anni è del 40,2%, fra le più basse d’Europa. Come emerge dei dati la discriminazione tra uomo e donna è tuttora un problema da affrontare seriamente.

Lo sfruttamento delle risorse umane da parte delle aziende private e anche degli enti pubblici, nei cui organici i precari rappresentano oggi una percentuale sempre più preoccupante (in alcuni casi tocca il 30 % dei dipendenti), dimostra come questa riforme abbiano radicalmente mutato il concetto persona e di valorizzazione delle capacità dell’individuo, oggi trattato alla stregua di merce. E di come questa mutazione sociale abbia e avrà un drammatico riflesso sulla qualità della vita delle future generazioni, costrette a vivere alla giornata, senza nessuna possibilità di influire autonomamente sul proprio destino. L’adeguamento alle logiche di mercato attuata dal governo italiano come cura per la ripresa dello sviluppo, nella logica di ridurre le tutele collettive e i diritti individuali, ha come obiettivo il potenziamento della competitività delle imprese e porta come inevitabile conseguenza la povertà e le disuguaglianze sociali. E’ stato ampiamente argomentato come questa motivazione non sia dimostrata dai risultati: le riforme del mercato del lavoro non hanno aumentato la competitività delle imprese italiane tanto che l’industria italiana sta rivendicando aiuti alle imprese sul fronte fiscale al fine di rilanciare l’economia in forte crisi.

Per tamponare la disoccupazione che ha portato l’Italia a perdere tra 1991 e il 1996 1,1 milioni di posti di lavoro fra agricoltura e grande industria (compensati solo parzialmente da 853 mila nuovi posti nei servizi) si è  liberalizzato il mercato del lavoro creando in Italia 1,9 milioni di posti di lavoro, di cui mezzo milione atipici, buona parte dei quali part-time (la combinazione atipico e donna caratterizzano prevalentemente i nuovi occupati donne, che hanno coperto il 70% dei nuovi posti di lavoro). Il  lavoratore atipico o a tempo determinato costa mediamente il 20% in meno del lavoratore stabile, in genere fa straordinario non pagato, non ha diritto al salario accessorio o ai superminimi aziendali, non ha scatti di anzianità e spesso non ha nemmeno diritto alle tutela della salute e della maternità. Inoltre la presenza massiccia di precari nel mercato costituisce un forma di pressione verso il basso sui salari e sulla forza contrattuale di tutti i lavoratori, anche di quelli a posto fisso. Le forze sindacali hanno avviato strategie rivendicative dei diritti dei precari creando ad hoc delle strutture di consulenza e assistenza ai precari, ma senza coinvolgere nella battaglia i lavoratori garantiti. Questo fenomeno sta ghettizzando i precari dei luoghi di lavoro, con la conseguenza che, non essendo per nulla rappresentati a livello sindacale, stanno fiorendo in Italia Coordinamenti di precari che cercano con grande difficoltà di portare avanti le loro piattaforme e di essere adeguatamente rappresentati nelle trattative con i datori di lavoro, oltre che sollecitare le forze politiche ad occuparsi del problema. Anche su questo fronte la situazione è molto preoccupante in quanto i partiti dell’opposizione, che hanno contribuito ad approvare e avviare queste riforme, nonostante i risultati disastrosi, non sembra abbiano alcuna intenzione di cambiare l’attuale orientamento delle politiche del lavoro. Ritengo quindi di fondamentale importanza confrontarsi su questo tema a livello europeo creando una rete di collegamento tra i vari movimenti che si battono contro il precariato affinché si riesca a creare un movimento di opinione che travalichi i confini nazionali e si faccia portatore di una seria battaglia politica a livello europeo.

 

Monica Bacis (Italia)

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