R.R.
Direzione Nazionale DS
DIPARTIMENTO SAPERE FORMAZIONE CULTURA
Bollettino n. 59 del Dipartimento Sapere Formazione e Cultura dei DS
SOMMARIO
Andrea
Ranieri: “ Ha ragione Giddens: cominciamo dagli asili nido “ (pag.
2);
articolo pubblicato dal Corriere
della sera del 6 dicembre 2005
Fabrizio
Dacrema: “La scuola che verrà:
innovazione contro
conservazione”(pag.
3);
Maurizio
Tiriticco: “Abrogare come!” (pag. 5);
Una
scuola per l’equità, per la crescita dei cittadini e per lo sviluppo del
paese (pag. 10); (documento di operatori
scolastici della Lombardia per la costruzione del programma dell’Ulivo sulla
scuola)
Il
documento è sottoscritto da: Agostino
Frigerio, Aldo Acquati, Aldo Tropea, Antonio Valentino,
Federico Niccoli, Francesco Cappelli, Gianni Gandola, Gilberto Bettinelli,
Giuseppe Bonelli, Giuseppe Melone, Guglielmo Lozio, Iliano Geminiani, Loredana
Leoni, Luigi Dansi, Paolo Danuvola, Renata Rossi, Roberto Proietto, Rodolfo
Rossi, Rosa Ottaviano, Salvatore Forte
.............
7° Congresso nazionale dell’Andis (Roma,30 nov.’05): Relazione del Presidente nazionale Gregorio Iannaccone (pag. 17)
Sinistra
e programmi
Ha ragione Giddens:
cominciamo
dagli asili nido *
di Andrea Ranieri
* articolo pubblicato dal Corriere della sera del 6 dicembre 2005
Sergio Rizzo nel suo articolo di ieri dà puntualmente conto di tante delle proposte contenute nelle trecentocinquanta pagine delle proposte programmatiche che abbiamo presentato a Firenze. Poco sotto Tiziano Treu dice a noi e a se stesso che sarà ora necessario lavorare sulle ‘priorità’. Mi pare che chi era a Firenze un filo che univa le tecentocinquanta pagine l’abbia colto, e che questo filo possa anche essere l’indicatore più utile delle priorità della futura azione di governo. A Firenze i DS hanno deciso davvero che la società in cui viviamo è la società della conoscenza, e che le tematiche del sapere- la scuola, l’Università, la ricerca, saranno le questioni decisive che segneranno non solo il livello di competitività del Paese, ma anche i suoi gradi di libertà e di uguaglianza.
Si è preso atto a Firenze di come sia ormai preclusa la strada dell’innovazione senza ricerca, non solo perché ci ha tenuto e ci tiene fuori dalle produzioni più tecnologicamente avanzate e più promettenti economicamente, ma anche perché gli stessi distretti hanno oggi bisogno di arricchire il loro sapere distintivo e specifico, quello che si respirava con l’aria del proprio territorio, di nuovo sapere formale, capace di arricchire la qualità dei loro prodotti e di farli vivere nelle reti della produzione globale, Di ricerca appunto, ma anche di innalzare il livello di istruzione e di cultura dei cittadini, perché la ricerca diventa prodotto servizio, vita delle persone solo se trova nelle aziende e nei territori chi la capisce e la interpreta. Il distacco che ci separa su entrambi i terreni- la spesa in ricerca pubblica e privata, il numero di diplomati e laureati che sono al lavoro nel nostro Paese- non solo dagli obiettivi posti dalla Conferenza di Lisbona, ma dalla media dell’insieme dei Paesi europei, è il freno più grande per un paese che voglia tornare a crescere.
E questo rischia di non farci cogliere e utilizzare quello che è, che può essere, il fattore più forte di riconoscibilità del nostro modo di vivere e di operare, nel tempo in cui l’economia tende a farsi immateriale e relazionale: la grandezza inesauribile ed irripetibile dei nostri giacimenti culturali.
Passati e presenti. Ma lo stesso passaggio annunciato a Firenze dal welfare del risarcimento a un welfare della promozione, richiede un salto quantitativo e qualitativo dei livelli di sapere della popolazione, da cui dipenderà in gran parte la capacità di vivere il cambiamento come un’opportunità da cogliere, e non solamente come un rischio da cui difendersi. Affermazione impegnativa, foriera di grandi speranze, ma anche di possibile nuove disuguaglianze fra le persone e i territori. Come sanno benissimo i giovani studenti e laureati del Mezzogiorno, quelli che sono riusciti a raggiungere livelli di sapere apprezzabili in un contesto dove, come ci dicono i dati di una recente ricerca dell’OCSE, apprendere è più difficile, sono costretti a prendere la strada del Nord, per mettere a frutto il loro sapere in un progetto di lavoro e di vita.
La priorità del sapere, affermata a Firenze, permette di tenere insieme le politiche del sapere e della coesione sociale. Le politiche pubbliche a sostegno della competitività parlano alle stesse speranze di liberta e di eguaglianza dei cittadini.
Le difficoltà non sono poche. Occorre tenere insieme, nei percorsi formativi, la valorizzazione dei talenti e la necessità di non sprecare nessuno; tenere alta la qualità mantenendo, anzi allargando, il carattere di massa della nostra scuola superiore e della nostra Università; affermare la formazione permanente come nuovo diritto di cittadinanza, capace di rispondere sia alle esigenze di riqualificazione professionale dei lavoratori che alle curiosità, ai desideri, ai bisogni delle persone; aumentare davvero l’obbligo scolastico; avvicinare la ricerca e le imprese, senza appiattire la ricerca sulle domande a breve, ma anzi rafforzandone il carattere ‘disinteressato’ e a lungo termine.
Priorità, come si vede, difficili e ineludibili. Su cui ci vorrà un grande impegno di risorse pubbliche, che sarà però efficace se saprà mobilitare le risorse economiche e morali della società intera.
Anthony Giddens, nel suo intervento a Firenze, ci proponeva, come il più efficace dei modi per tenere insieme, nel progetto educativo libertà ed uguaglianza, di partire dai bambini, da un grande rilancio degli asili nido e dalla generalizzazione di una scuola dell’infanzia a grande valenza educativa, come primo indispensabile passo per strappare i bambini delle famiglie povere di soldi e di cultura, a un destino di povertà e di ignoranza. Ha preso, in un’assemblea che discuteva di economia e società, un applauso scrosciante. Mi pare questo il segnale più importante della assemblea fiorentina. Un partito che dà il segnale di voler praticare davvero la priorità del sapere per la crescita dell’economia e delle persone. Con l’apporto di tutti. Dalle maestre d’asilo ai premi Nobel.
LA
SCUOLA CHE VERRÀ:
INNOVAZIONE
CONTRO CONSERVAZIONE
di Fabrizio
Dacrema
Cambiare la scuola senza partire da nuove riforme
ordinamentali complessive. Questo sembra essere un primo punto certo di
convergenza tra le numerose componenti dell’Unione riunite attorno al tavolo
del programma.
Dopo due legislature di grandi riforme approvate ma non attuate, ora si pensa
giustamente di promuovere processi di innovazione che realizzino in modo
partecipato e condiviso un cambiamento effettivo.
Insomma dalle riforme senza cambiamenti ai cambiamenti per le riforme, fermo
restando alcuni decisivi provvedimenti da prendere nei primi cento giorni per
dare il via ai processi di trasformazione e metterli sul binario giusto:
innalzamento dell’obbligo a 16 anni, ripristino del tempo pieno e prolungato e
dei modelli di organizzazione didattica della scuola elementare (gruppo docente
corresponsabile e tempi distesi), abolizione degli anticipi e generalizzazione
quantitativa e qualitativa della scuola dell’infanzia, piani di supporto e
sviluppo dell’autonomia scolastica, piani espansivi per nidi e formazione
degli adulti.
Una strategia, proposta anche dalla CGIL nel suo “Programma per la
conoscenza”, che risponde a tre esigenze fondamentali:
Abrogare
come!
Quali
ricadute con una “abrogazione immediata”
I firmatari della proposta di legge "per l’abrogazione immediata delle leggi Moratti" lanciata dal comitato di Firenze "Fermiamo la Moratti" aderente al movimento nazionale "Per la scuola della Repubblica" sono veramente tanti. La cosa in sé è assolutamente condivisibile, ma…
I ma non sono pochi! E mi meraviglia il fatto che tra le firme vi siano molti parlamentari, tutti esperti di legislazione! Sono veramente tutti convinti che una abrogazione immediata possa sanare come per miracolo tutti i guasti che la legge e tutti i decreti derivati, circolari comprese, hanno provocato nel nostro Sistema di istruzione?
Giova sempre ricordare che il termine abrogazione ha un significato preciso in termini formali e sta a significare che viene adottato un provvedimento con cui se ne cancella un altro! E ciò va benissimo quando si tratti di sanare situazioni semplici. Ma i meccanismi che la legge 53 e i provvedimenti derivati hanno messo in moto sono estremamente complessi! Riguardano, tra l’altro, quadri orario, organici, livelli di prestazione, rinviano a provvedimenti di natura finanziaria con cui occorre anche fare… i conti! E non è una battuta!
Insomma, se la proposta di legge per l’abrogazione immediata è uno slogan elettorale, ben venga! Uno slogan dice più di mille parole! Però! Il però consiste nel fatto che occorre assolutamente evitare che si inneschino incontrollate attese messianiche seguite poi da incontrollate ricadute sulle nostre scuole!
Pensare che, se si vota per l’Ulivo, la scuola è salva con la bacchetta magica dell’abrogazione è sbagliato! Non è così e non sarà così! Smontare il mostruoso castello che questa amministrazione ha messo in piedi con pazienza e rigore veramente certosino – un provvedimento che si incastra con un altro, una norma che ne richiama un’altra – non sarà affatto una cosa semplice! Richiederà un lavoro di smontaggio e di parallelo rimontaggio in tutt’altra direzione, ovviamente, un lavoro in cui saranno anche coinvolti più dicasteri (il Miur, l’Ecofin, il Mlps) e le Regioni… certamente! Quelle Regioni a cui la Moratti non ha fatto altro che tendere una trappola dopo l’altra!
Insomma, non basterà uno scossone parlamentare a ridarci, o meglio – ed è qui la reale difficoltà! – a darci (sic!) un Sistema di Istruzione che sia veramente tale!
Ricominciare
dal Titolo V
Ai miei scritti su queste questioni mi hanno riposto in molti! E le accuse sono tante: secondo alcuni, io riterrei che, dopo tutto, la cosiddetta riforma Moratti un qualcosa di buono lo conterrebbe, per cui occorrerebbe fare un paziente ed accorto lavoro di taglio e cucito, anche perché, tutto sommato, tra la linea Berlinguer e quella Moratti, paraninfo Bassanini, ci sarebbe una continuità che, comunque, andrebbe salvata!
Ebbene! Assolutamente no! Non è così e così non penso, non dico e non scrivo! Nessun cedimento al salvare il salvabile, alla virtù che sta nel mezzo e a tutti buon sensi di questo mondo! O di questo Paese!
Abrogare, certamente, sì! Ma abrogare pezzo a
pezzo, ma come? In primo luogo, occorre avere una chiara idea di scuola, o
meglio del complessivo Sistema di istruzione e formazione, come delineato dalla
“vecchia” e “nuova” Costituzione, e non come tradito pro domo sua
dalla Moratti!
Ho scritto più volte che il nuovo Titolo V si
limita a delineare due aree di competenza legislativa in materia di
Sistema educativo, una statale ed una regionale, e che è stata una scelta di
questa amministrazione quella di forzare tale indicazione per dar vita a due
percorsi qualitativamente diversi e ben distinti! Ed è anche stata una
scelta di questa amministrazione quella di interrompere l’obbligo di
istruzione a 14 anni di età! Non c’è traccia di queste scelte nelle
indicazioni del nuovo Titolo V, tanto meno nell’articolo 34 della Costituzione
che, com’è noto, afferma che “la scuola è aperta a tutti” e che
“l’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e
gratuita”! E quell’almeno
indica con chiarezza la lungimiranza dei Padri costituzionalisti che auspicavano
e prevedevano una società in cui l’istruzione fosse uno degli incentivi più
forti dello sviluppo
Non c’alcuna continuità tra questa
amministrazione e quella precedente e, soprattutto non c’è alcuna continuità
con il Titolo V, ovviamente quello della legge 3/2001. Del resto, lo slogan Punto
e a capo ha ben caratterizzato le intenzioni e gli atti di questo Governo!
Al di là degli slogan che lasciano sempre il tempo
che trovano, occorre, invece, costruire pazientemente una linea strategica ed
una operatività tattica. Sotto il profilo strategico, dobbiamo chiaramente
sapere quale sistema di istruzione vogliamo, o meglio è necessario per il
Paese! Sotto il profilo tattico dovremmo adottare la strada dei piccoli
passi dei primi cento giorni, ma
che siano chiari e concreti! E che siano soprattutto a)
condivisi dalle scuole; b)
realizzabili secondo cadenze certe e chiare. Sono cinque anni che questa
amministrazione ha condannato le nostre scuole al pressappochismo,
all’incertezza, al fai da te!
Noi dovremmo essere
molto chiari su alcuni punti, che provo ad elencare.
Il
Sistema educativo di istruzione e formazione nel suo insieme.
1) Occorre ritornare allo spirito e alla lettera del Titolo V che ha innovato tanto sotto il profilo costituzionale ma che la Moratti ha letto come le è sembrato più opportuno per avviare la “sua” idea di scuola. La legge 53 è doppiamente traditrice perché nell’epigrafe astutamente copia i punti m) ed n) del novellato art. 117! Per poi farne una traduzione assolutamente arbitraria.
2)
Occorre ridare spazio ed aria alle Istituzioni Scolastiche e Formative
Autonome. Il nostro Sistema di istruzione attualmente è così strutturato
in ordine alla distribuzione delle competenze: a)
al Miur sono attribuite le norme generali e i livelli essenziali delle
prestazioni; b)
alle Regioni e agli Enti Locali è attribuito quanto previsto sia dal Titolo V
che dal dlgs 112/98; c) alle istituzioni
scolastiche e formative è attribuita l’autonomia organizzativa, didattica, di
ricerca, sperimentazione e sviluppo! Ma quest’ultima, non avendo un respiro
ampio, né regionale né nazionale, risulta purtroppo scarsamente produttiva! Va
tenuto conto del fatto che l’articolo 114 della Costituzione afferma che “i
Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con
propri statuti, poteri e funzioni”, per cui le autonomie scolastiche e
formative non rientrano in questo contesto normativo, in quanto sono espressioni
di autonomia funzionale (art. 1 del dpr 275/99). Ma tale limitazione non può
autorizzare a pensare che queste autonomie godano di diritti minori,
anche perché, per l’articolo Cos. 117, la legislazione concorrente delle
Regioni si esercita solo fatta “salva l’autonomia delle istituzioni
scolastiche”. Emerge, pertanto, la necessità di sollecitare una iniziativa
ampia dal basso per un coordinamento delle autonomie scolastiche e formative
nelle forme consociative che la normativa prevede.
3) Occorre innalzare l’obbligo di istruzione a 16 anni, da realizzarsi nei bienni della scuola pubblica, eventualmente anche con il concorso e il contributo fattivo dell’istanza regionale per dar vita a percorsi articolati e arricchiti anche con esperienze pratiche. Attività laboratoriali, scorrimenti orizzontali, una intensa attività di orientamento e riorientamento dovrebbero caratterizzare i percorsi in un biennio unitario, non unico, e riccamente articolato. Immettere tutti i quattordicenni negli attuali istituti secondari, senza ritoccarne minimamente l’organizzazione didattica, significherebbe soltanto esporli a sonore bocciature e a dar vita a nuove imprevedibili forme di dispersione.
La
scuola dell’infanzia
Occorre
procedere alla generalizzazione della scuola dell’infanzia su tutto il
territorio nazionale e restituirle quella caratteristica di effettiva scuola per
i 3/6 anni di età che la sciagurata iniziativa degli anticipi rischia di
distruggere! La scuola dell’infanzia, prima di essere un servizio alla
famiglia, è un servizio educativo per il bambino! Emerge anche la necessità di
abrogare le Indicazioni nazionali e tornare a quel pregevole documento degli
Orientamenti del ’91 che a tutt’oggi non ha perso nulla della sua originalità
ed efficacia: E non è un caso che è grazie a quegli Orientamenti che la nostra
scuola dell’infanzia, anche per chiari riconoscimenti internazionali, è una
delle prime nel mondo.
Il
primo ciclo
Com’è
noto, le norme generali sull’istruzione dopo la riforma del Titolo V non
possono più tradursi in Programmi ministeriali. La scelta del titolo Indicazioni
nazionali, che sottolinea la discontinuità tra due ordinamenti del Sistema
di istruzione, è accettabile. Ciò che è assolutamente inaccettabile è il
testo delle attuali Indicazioni nazionali che è scorretto per molteplici
ragioni:
-
in primo luogo, non si comprende perché le due Indicazioni nazionali per la
scuola primaria e per la scuola secondaria di primo grado debbono essere l’una
la fotocopia dell’altra, fatta esclusione per le tabelle degli Obiettivi
Specifici di Apprendimento e per i quadri orario;
-
le Indicazioni contengono al loro interno contenuti che attengono alle norme
generali sulla istruzione che sono costantemente confusi con contenuti che
attengono, invece, ai livelli essenziali di prestazione che le scuole dovrebbero
garantire;
-
i testi non si caratterizzano affatto per ciò che dovrebbero essere in quanto Indicazioni
e non Programmi; infatti, ricalcano modi, forme e linguaggio dei vecchi
programmi
Ne
consegue che le due Indicazioni nazionali dovrebbero essere totalmente
riscritte, ovviamente non da un gruppo ristretto funzionale ai desiderata
dell’amministrazione, ma da una Commissione di lavoro rappresentativa delle
migliore istanze culturali attive nel Paese. E’ anche necessario riscrivere
gli Obiettivi generali e gli Obiettivi specifici non in quanto
optional a cui le scuole debbono attingere per la definizione di Obiettivi
formativi per Piani di studio personalizzati, ma in quanto standard di apprendimento validi per
tutti gli alunni. In tal modo si restituisce certezza agli insegnamenti, secondo
l’assunto che la nostra scuola ha sempre da anni condiviso:
individualizzazione dei percorsi, unitarietà degli obiettivi. In tale scenario,
il Profilo Educativo, Culturale e
Professionale dell’alunno va abrogato in quanto non costituisce affatto un
insieme di standard bensì un assemblaggio di considerazioni su pretesi
comportamenti attesi dei nostri adolescenti che non sono di alcun aiuto per un
insegnamento efficace.
Di
conseguenza viene a cadere tutta l’operazione valutativa condotta
dall’INValSI, che va riletta e riscritta solo dopo che avremo gli standard
terminali per gli alunni.
Occorre rivedere totalmente tutta l’operazione
tutor. Non si nega la necessità di una funzione tutoriale che a livello di una
istruzione obbligatoria potrebbe svolgere un compito delicatissimo di
assistenza, consulenza, orientamento, ma il tutto deve essere demandato ad una
scelta pedagogica credibile, ad una normativa più chiara, soprattutto in ordine
alla formazione di eventuali “figure” tutoriali, nonché ad una reale
contrattazione.
L’operazione
portfolio è totalmente da lasciar cadere, in quanto si tratta di uno strumento
che ha una sua precisa ragion d’essere a livello di istruzione e formazione di
secondo grado ed adulta in forza della presenza di ventagli ampi di competenze e
di profili professionali, ma che non costituisce alcun valore aggiunto a
percorsi di istruzione che perseguono finalità ed obiettivi largamente comuni a
tutti i soggetti in apprendimento. Ciò che è importante nel primo ciclo è
quello di attivare processi di valutazione credibili sistemicamente congiunti
con attendili azioni di orientamento.
Occorre
ricostruire quadri orario obbligatori certi nella convinzione che è
dell’istituzione scolastica la prima responsabilità di progettare e
realizzare curricoli di studio, dopo un’attenta lettura dei bisogni formativi
degli alunni e delle attese delle famiglie. Vanno quindi restaurate –
ovviamente con tutte le innovazioni che potrebbero rendersi necessarie – le
scelte del tempo pieno e del tempo prolungato, la cui soppressione ha suonato
come un vero insulto verso esperienze formative consolidatesi con successo nel
corso degli ultimi anni.
Il
secondo ciclo di istruzione
Per
quanto riguarda il secondo ciclo di istruzione, il fatto che la sperimentazione
non dovrebbe partire dal prossimo anno scolastico e che l’avvio
dell’ordinamento dovrebbe partire dal 2007 è indubbiamente positivo, però
occorre prefigurare con chiarezza finalità, obiettivi, strutture ordinamentali.
In
primo luogo occorre tradurre in atto le indicazioni di cui al Titolo V: la
competenza dello Stato, com’è noto, riguarda solo la definizione delle norme
generali dell’istruzione e dei Livelli Essenziali delle Prestazioni che devono
essere erogate sull’intero territorio nazionale in termini di servizi e
strutture. Il resto, in termini di amministrazione, organizzazione,
programmazione sul territorio è di competenza delle Regioni e degli Enti
locali. Alle Regioni è stata trasferita l’intera competenza in materia di
istruzione e formazione professionale.
Le
ragioni della scelta operata dal costituzionalista è evidente. Lo Stato, in
quanto tale, è in grado di garantire i livelli di un percorso di istruzione che
possiamo chiamare “generalista”: ad esempio, tutto il percorso
dell’istruzione obbligatoria di base non può che essere statale. La Regione
ha una competenza sul territorio più mirata, che lo Stato non ha: alla Regione
spetta il segmento terminale di una istruzione curvata sull’offerta nei vari
ambiti professionali. Da tale assunto non discendono affatto i due canali di cui
alla legge 53, ma due ambiti di responsabilità che non possono non essere
fortemente interagenti, se non, in certi casi, anche integrati.
Sotto questo profilo, il
sistema degli 8 licei di cui alla legge 53 non regge assolutamente e sta solo a
significare la volontà monopolizzatrice di una amministrazione centrale che,
nonostante un nuovo disposto costituzionale, continua a ragionare e ad operare
come se il cambiamento non fosse mai avvenuto.
Ad
una attenta lettura di tutto il sistema messo in piedi dalla legge 53 e dai
provvedimenti che la rendono esecutiva, emerge ancora con grande chiarezza
l’organizzazione a canne d’organo che, invece, si doveva liquidare per
sempre. Se si legge attentamente tutto il dispositivo del dlgs sul secondo
ciclo, emergono ben cinque aggregazioni di percorsi, tutti a scalare dal primo,
privilegiato, fino al quinto, destinato ai ragazzi che – come si afferma
spesso negli ambienti dell’amministrazione – non
sono portati per lo studio! I percorsi sono: 1) il classico,
l’unico che apre a tutte le facoltà universitarie; 2) il tecnologico
che, pur essendo “vocazionale” cioè soprattutto professionalizzante, non si
conclude (almeno così sembrerebbe) con l’accertamento delle conoscenze,
competenze, abilità e capacità che invece caratterizzano i restanti percorsi
liceali; 3) gli altri sei percorsi, molto centrati, appunto, su
conoscenze, competenze, abilità, capacità; 4) i percorsi in alternanza
scuola-lavoro nella formula che prevede che l’intero percorso possa essere
effettuato in alternanza(dlgs 77/05, art. 1, c. 1); 5) l’apprendistato
per l’assolvimento del diritto-dovere all’istruzione e alla formazione
(circolare del Ministero del Lavoro delle
Politiche Sociali n. 40 /2004).
In
effetti, i percorsi liceali stricto sensu dovrebbero essere non più di
quattro. Utilizzando la terminologia della legge 53, potremmo individuare il
classico, lo scientifico, il linguistico, e quello delle scienze umane, e tutti,
ovviamente con ampie aperture all’integrazione e all’alternanza. Solo questi
dovrebbero gravitare nell’area statale. Gli altri quattro, tutti segnati da
una terminalità professionalizzante, dovrebbero essere realizzati nell’area
di competenza regionale, comunque con forti tassi di integrazione in modo che
non sia affatto escluso il fattore congiunto della propedeuticità verso studi
universitari.
Tutto
il dlgs sul secondo ciclo dovrà essere rivisitato e riscritto, e con esso le
Indicazioni nazionali, gli OSA e i quadri orario per le ragioni già esposte a
proposito del primo ciclo. Altro discorso vale, invece, per la funzione
tutoriale e per il portfolio che nel secondo ciclo acquistano una importanza non
solo rilevante, ma anche irrinunciabile data la complessità delle competenze
che il mondo della formazione promuove e che il mondo del lavoro richiede, pur
considerando tutti i cambiamenti che l’evoluzione delle conoscenze propone ed
impone.
(Roma,
7 dicembre 2005)
L’ULIVO SCUOLA?
Dopo la vittoria di Prodi alle primarie nazionali e prima delle
prossime primarie cittadine per le elezioni a sindaco anche il mondo
della scuola milanese è in sommovimento.
A fine novembre c’è stata un’iniziativa di ReteScuole alla quale
hanno partecipato esponenti politici e sindacali di tutto il fronte
dell’opposizione. E’ ora la volta di un gruppo di operatori
scolastici, dirigenti e docenti (figurano firme di rilievo di persone da
anni particolarmente impegnate nel mondo della scuola) che rilancia la
proposta di costituire a Milano un tavolo permanente dell’Ulivo sui
problemi della scuola.
La proposta è rivolta in primo luogo alle segreterie provinciali dei
Democratici di sinistra e della Margherita, vale a dire alle forze
politiche che costituiscono le gambe principali dell’Ulivo.
Pur contrastando le linee politiche e culturali della riforma Moratti,-
sostengono gli estensori del documento - “non ci si può permettere
il lusso di “tornare a prima” e riprendere discussioni su ormai
improbabili riforme globali. Occorre invece partire dai bisogni concreti
di una moderna società dell’informazione e della comunicazione, quale
è la nostra, per individuare le priorità nel quadro di uno sviluppo
culturale e sociale che costituisca volano per il rilancio dello
sviluppo economico del paese. Dire questo non è banale per due motivi.
Da un lato, perché lo sviluppo dei livelli di istruzione non è affatto
un portato “oggettivo” della società cognitiva e competitiva, ma
necessita di una forte intenzionalità politica. Dall’altro, perché
significa impostare un programma
di governo in termini di obiettivi concreti e realistici
e di strumenti che consentono la loro realizzazione.
E’, insomma, la prospettiva di un “timone riformista”
per la politica scolastica della coalizione che aspira a governare il
paese, sia a livello centrale, sia negli Enti Locali: l’unico capace
di aggregare un consenso ampio di tutti quelli che, interni ed esterni
alla scuola, hanno continuato in questi anni a lavorare per i nostri
giovani, anche nel quadro impervio del governo di centro-destra.”
La proposta consiste allora nel costituire un “laboratorio
politico” dell’Ulivo che approfondisca da un lato le tematiche connesse alla Riforma
della scuola, dall’altro i problemi con i quali deve misurarsi una
forza che aspiri al governo del paese ma anche delle realtà locali,
come il Comune di Milano, sul piano delle politiche scolastiche.
Dar vita quindi a gruppi di lavoro, allargati e “tematici”, e ad un
tavolo permanente di confronto dell’area riformista
che nell’Ulivo si riconosce. Uno dei primi momenti di questo percorso
dovrebbe essere un seminario con i responsabili scuola nazionali
dell’Ulivo, Andrea Ranieri (Ds) e Fiorella Farinelli (Margherita).
Il documento elaborato dal gruppo promotore non ha affatto
l’intenzione di precostituire il dibattito indicando già soluzioni
definitive, quanto piuttosto di indicare una possibile base di discussione
su
alcune tematiche di rilievo. Si tratta quindi di un primo e parziale
contributo. Non tutti i temi infatti sono affrontati. Sarà compito del
lavoro di gruppo e del seminario approfondire tutte le problematiche e
pervenire a posizioni meglio definite e più organiche. L’obiettivo è
dunque quello di lavorare per la costruzione unitaria di una “linea”
dell’Ulivo per la scuola a Milano e di dare un contributo qualificato
al dibattito in corso a livello nazionale.
g.g.
UNA SCUOLA PER L’EQUITA’, PER LA CRESCITA DEI CITTADINI
E PER LO SVILUPPO DEL PAESE
(documento di operatori
scolastici della Lombardia per la costruzione del programma dell’Ulivo sulla
scuola)
PREMESSA
Le nostre scuole sono oggi attraversate da un
diffuso e drammatico disorientamento,
dovuto al fatto che negli ultimi anni la pretesa di cancellare ogni traccia
della legislazione precedente (il famoso “punto e a capo” del programma
della Casa delle Libertà) ha prodotto soltanto proclami ideologici, tagli di
spesa e inestricabili contraddizioni.
I tagli
(tagli indiscriminati, non risparmi, che pure
sarebbero possibili e necessari) sono sotto gli occhi di tutti e si sono
tradotti nello strangolamento dei bilanci d’istituto con la riduzione del 40%
dei finanziamenti destinati al funzionamento ordinario e al sostegno
dell’autonomia; nei ritardi degli accrediti;
nella sostituzione di fondi certi con fondi “una tantum”.
Nella scuola primaria, la riforma del primo ciclo ha provocato una diminuzione delle risorse per il tempo pieno inteso come modello pedagogico, mentre le formule
astruse imposte dalla nuova pedagogia di stato delle Indicazioni “provvisorie” ha prodotto sconcerto
e ritorno alla pura
“routine”.
La riforma del secondo ciclo con l’introduzione del secondo canale,
infine, è sfociata in una disastrosa licealizzazione
generale che ghettizza ancora di più la formazione professionale e fatalmente
produrrà un aumento dei livelli di insuccesso
e di selezione sociale,
Quanto alla gestione complessiva del sistema, malgrado che nella prima
parte della legislatura il governo godesse di una invidiabile condizione di
concerto pieno con la grande
maggioranza delle regioni, non si è riusciti a produrre nessuna forma di sensata
decentralizzazione delle
competenze, Da questo punto di vista, non si tratta solo del fallimento del
M.I.U.R, ma di un intero ceto politico – quello lombardo in testa – che si
è dimostrato del tutto incapace di esercitare i poteri
che già oggi competono alle Regioni su materie fondamentali come la
programmazione dell’offerta formativa territoriale, la determinazione degli
organici e l’educazione degli
adulti.
L’autonomia delle istituzioni scolastiche è stata
lasciata deperire per
mancanza di risorse finanziarie ed
umane, ma anche e soprattutto per l’adozione di disastrose misure
organizzative quali il rafforzamento dell’equiparazione tra orario di servizio
e orario di lezione, la liquidazione di ogni forma di organico funzionale, il sovraccarico di responsabilità riversato senza alcuna
contropartita reale sui dirigenti scolastici, sui docenti, sul personale amministrativo.
La cornice culturale complessiva in cui si
iscrivono i cambiamenti realizzati dal centro destra è caratterizzata anche da
aspetti di arretratezza e di cecità politica: si pensi, fra l’altro, alla
mancanza di una esplicita considerazione del ruolo e dei compiti della scuola in
una società sempre più multiculturale.
Proprio perché la situazione in cui ci troviamo presenta queste
caratteristiche, non ci si può permettere il lusso di “tornare a prima”, e riprendere discussioni su ormai improbabili
riforme globali. Occorre invece partire dai bisogni concreti di una moderna
società dell’informazione e della comunicazione, quale è la nostra, per
individuare le priorità nel quadro di uno sviluppo culturale e sociale che
costituisca volano per il rilancio dello sviluppo economico del paese. Dire
questo non è banale per due motivi. Da un lato, perché
lo sviluppo dei livelli di istruzione non è affatto un portato
“oggettivo” della società cognitiva e competitiva, ma necessita di una
forte intenzionalità politica. Dall’altro, perché significa impostare un programma di governo in termini
di obiettivi concreti e realistici e di
strumenti che consentono la loro realizzazione.
E’,
insomma, la prospettiva di un “timone riformista”
per la politica scolastica della coalizione che aspira a governare il
paese, sia a livello centrale, sia negli Enti Locali: l’unico capace di
aggregare un consenso ampio di tutti quelli che, interni ed esterni alla scuola,
hanno continuato in questi anni a lavorare per i nostri giovani, anche nel
quadro impervio del governo di centro-destra.
1. Una scuola di base ricomposta nel modello e nel percorso
Una buona scolarità di base, caratterizzata dai tempi distesi e dalla ricomposizione tra segmento dell’infanzia, segmento
primario e secondario, nella
prospettiva di un curricolo unitario e continuo, è la “conditio sine qua
non” del successo formativo. La legge 148 di riforma della scuola elementare e
i relativi programmi, così frettolosamente e immotivatamente abrogati dal
centrodestra, già avevano assunto la continuità educativa come principio
fondamentale. Non ha fondamento alcuno
la pretesa di interna autosufficienza culturale e psicopedagogia dei vari
segmenti della scuola dell’obbligo, tanto più che dai dati OCSE PISA risulta
chiarissimo che il passaggio alla secondarietà
è proprio il punto debole di tutto l’ordinamento.
D’altra parte, l’esperienza di anni insegna che non bastano forme di
coordinamento tra le scuole se non c’è un raccordo strutturale all’interno
di un unico istituto. Va invece riconosciuta l’esigenza del diritto
dell’alunno ad un percorso formativo organico e completo, contrassegnato
dalla ricerca di una unità di significato che passi anche attraversi scelte
organizzative e metodologiche coerenti e coese.
Tuttavia, non appare possibile riproporre oggi la “riforma dei cicli”
berlingueriana. Occorre allora, più realisticamente, prendere una iniziativa
per rendere gestibili gli attuali istituti comprensivi, sul piano strutturale e sul piano organizzativo. I
piani di dimensionamento debbono escludere l’esistenza di Istituti comprensivi
di dimensioni eccessive, ed è necessario prevedere
figure di staff da affiancare al dirigente scolastico. Occorre andare in
direzione dell’unificazione dello stato giuridico dei docenti e prevedere
(almeno) un vero e proprio anno di saldatura con docenti dei due ordini di
scuola che interagiscono nella gestione della stessa classe, in termini di uso
di un organico effettivamente “funzionale”, gestendo
i “passaggi” alla secondarietà, dal punto di vista cognitivo,
psicologico, pedagogico, e contribuendo così alla
costruzione di un curricolo unitario .
2. Riscrivere il decreto sul secondo ciclo
Il permanere di un tasso altissimo di insuccesso,
che va ben oltre le cifre pur allarmanti della dispersione e tocca una buona metà
almeno degli stessi licenziati
con la valutazione “sufficiente” nell’esame di
scuola media; la crescita del divario tra domanda e offerta di lavoro
qualificato; lo scenario del Titolo V della Costituzione prima e più di
quello della devolution – impongono misure urgenti per avviare una nuova fase.
a)
E’
necessario innalzare la soglia
dell’obbligo d’istruzione ai sedici
anni e recuperare la normativa abrogata
sull’obbligo formativo fino ai diciotto anni, o per lo meno fino al
raggiungimento di una qualifica professionale di terzo livello europeo.
Il biennio unitario e integrato per tutti dopo il
primo ciclo deve consentire un ventaglio ampio di scelte e permettere
integrazioni, a fini orientativi e propedeutici, con la Formazione
Professionale, da considerare in ogni caso come sistema a sé. A partire dal
terzo anno, nell’ambito dell’istruzione tecnica e professionale si
svilupperanno corsi di durata diversificata
(3-4-5-6 anni) coerenti con i livelli delle qualifiche professionali
europee fino all’istruzione tecnica superiore non accademica. Come avviene già
diffusamente, in questo quadro gli Istituti scolastici
potranno accreditarsi come agenzie di formazione.
Contestualmente vanno sviluppati i temi della
certificazione e del riconoscimento dei crediti, per i quali è indispensabile
la piena valorizzazione della sede costituita dalla Conferenza Unificata Stato
Regioni.
b) Ciò non è tuttavia
sufficiente, e potrebbe risultare addirittura controproducente,
se non si attuasse un profondo rinnovamento degli assi
culturali e delle metodologie didattiche. Il
necessario superamento della separazione
tra la dimensione del fare e quella del sapere implica infatti il ribaltamento
delle metodologie didattiche di stampo gentiliano ancora oggi prevalenti
e l’avvio di una “didattica del progetto” capace di
superare l’autoreferenzialità delle discipline.
Per
“integrazione” perciò non si deve intendere una semplice giustapposizione
di quote orarie, che si risolverebbe in un alibi per evitare una
radicale revisione dell’approccio metodologico-disciplinare, ma una
feconda contaminazione per rispondere alle esigenze di un’utenza che vive in
un contesto culturale in cui non solo le modalità di apprendimento, ma anche
gli alfabeti sono profondamente mutati e diversificati. Senza buoni insegnanti
capaci di partire dalle situazioni problematiche e dalla didattica del progetto,
non c’è nessuna innovazione possibile
In questo senso potranno essere recuperate
positivamente anche le esperienze condotte da scuole e centri di formazione
professionale impegnati nella realizzazione degli accordi Stato-Regione dl
giugno 2003, pur negli spazi angusti ed ambigui cui sono stati costretti dai
vincoli della legge 53.
In ogni caso vanno ripensate, sia alla luce del
rinnovamento degli assi culturali che di metodologie appropriate, le Indicazioni nazionali, che non dovrebbero contenere chilometrici
elenchi, ma solo l’indicazione degli obiettivi
generali del processo formativo e
degli obiettivi specifici di
apprendimento, proposti come traguardi per gli studenti, nonché il quadro
delle risorse di cui le istituzioni scolastiche devono disporre per garantire i
livelli essenziali del servizio
3.
Costruire
gli strumenti dell’orientamento
All’indomani
dell’emanazione della legge 9, abbiamo
constatato che l’ostacolo
maggiore alla sua applicazione era costituito dalla mancata costruzione degli
ambiti e degli strumenti di
interazione tra i diversi soggetti chiamati in causa:
gli Enti Locali e funzionali, i Centri per l’impiego, le aziende,
le ASL, le parti sociali, il volontariato ecc. Né sono mai partiti
l’anagrafe della popolazione scolastica e i tavoli di programmazione
dell’offerta formativa territoriale.
Il finanziamento e la messa in campo in tempi certi
di questi strumenti, ben più che la diatriba terminologica sull’obbligo o sul
diritto-dovere d’istruzione, appaiono il compito ineludibile per una
coalizione capace di consentire a
tutti i cittadini di raggiungere il
maggior livello di successo
formativo possibile.
4.
Aumentare il numero degli adulti in formazione, coordinare il sistema regionale
dell’EdA, riformare i corsi serali
L’abbandono
dell’Eda al suo destino è certamente uno dei “buchi neri” della politica
scolastica del centro-destra. Eppure, la stessa legge 53 prevedeva la
costruzione di un sistema nazionale e faceva carico al governo di emanare
disposizioni delegate, anche per raccordare le competenze centrali con quelle
regionali. La Regione Lombardia prima non ha nominato, poi non ha convocato il
Comitato Regionale che avrebbe dovuto definire gli ambiti territoriali di
riferimento, provocando la paralisi del sistema, che continua ciò nonostante a
svolgere un servizio prezioso sia per le fasce disagiate (stranieri in primo
luogo) sia per i soggetti in cerca di riqualificazione professionale.
E’
perciò essenziale il varo di un piano che consenta, sul versante istituzionale
e finanziario, il decollo del sistema disegnato cinque anni or sono
dall’Accordo Governo- Conferenza Unificata e
che permetta ai Centri
Territoriali di svolgere i loro compiti di accoglienza, orientamento, supporto
al riconoscimento dei crediti, collaborazione con le agenzie di formazione
formale e informale.
In
questo ambito è indispensabile assumere misure
come la definizione di nuovi parametri di selezione del personale e di
individuazione dell’organico basati sulle effettive competenze e sulle attività
svolte effettivamente; una profonda riforma dei corsi serali, che li riscatti
dalla condizione di cloni della scuola diurna; la definizione di
criteri certi per il riconoscimento dei crediti, lo sviluppo
dell’insegnamento a distanza e del raccordo con la Formazione Professionale.
Su
questo terreno la coalizione di centro-sinistra dovrà coerentemente incalzare
la Regione Lombardia perché assolva ai compiti di sua competenza e si doti
della tecnostruttura necessaria, collaborando con l’Amministrazione scolastica
5.
Autonomia e decentralizzazione
La scelta dell’autonomia delle istituzioni
scolastiche deve essere confermata e messa in condizione di divenire
effettivamente operante. E’ necessario l’alleggerimento
dei vincoli che in questi ultimi anni si sono fatti più rigidi (per esempio,
sul piano dei controlli sulla spesa, che sono divenuti praticamente solo
ministeriali; oppure sul piano dell’imposizione di formule organizzative, dal
tutorato all’orario mensa….)
Gli
istituti vanno responsabilizzati in
ordine alla definizione dei percorsi che conducono al conseguimento degli
standard. Va creata una rete di servizi (amministrativi, di supporto alla
ricerca e alla didattica, per il contenzioso) che contribuisca a diminuire il
sovraccarico di lavoro e di responsabilità per le singole istituzioni
scolastiche. Di converso, esse devono trovare adeguate forme di rappresentanza
nelle strutture integrate di “governance” territoriale a livello comunale,
provinciale e regionale.
In
questo quadro, la dirigenza scolastica deve essere valorizzata non come
terminale periferico di un potere lontano ed esterno (MIUR o Regione poco
importa, da questo punto di vista), ma come risorsa essenziale
nel suo essere cerniera tra la singola comunità e l’Amministrazione di
cui costituisce presidio e risorsa.
L’INVALSI
è uno dei servizi fondamentali per l’autonomia, e la valutazione di
prodotto deve essere considerata assolutamente necessaria perché i processi di
autovalutazione possano trovare alimento e termini di confronto. Il dibattito
sugli strumenti utilizzati nei progetti pilota, così come la discutibile
opportunità di indagini condotte non a campione ma sull’universo, non possono
offuscare l’essenzialità di tale servizio (istituito
non a caso dal governo di centro-sinistra). In questa prospettiva è
auspicabile una sempre più stretta correlazione tra la rilevazione degli esiti,
le caratteristiche delle scuole e i processi di insegnamento che vi si svolgono.
Ma
l’autonomia delle scuole non può esistere se
non in un quadro di reale superamento del centralismo ministeriale. La
politica scolastica è ormai e sarà sempre più una politica di “governo
misto” della quale la legislazione dello Stato sarà una delle componenti,
essenziale ma non unica, che deve
confrontarsi con le politiche delle altre componenti della Repubblica.
Questa scelta è irreversibile e si tratta semmai
di evitare la duplicazione di organismi che svolgano le stesse funzioni
appartenendo a soggetti istituzionali diversi.
Ad esempio, molte delle funzioni dei CSA e delle stesse Direzioni
Scolastiche Regionali sono in tutto o in parte
sovrapponibili a quelle delle Amministrazioni provinciali, delle Regioni
e delle stesse scuole autonome. La loro razionalizzazione produrrebbe
semplificazione amministrativa, maggior efficacia e sicuri risparmi,
6.
Cambiare il metodo di lavoro
Occorre infine cambiare il metodo di lavoro
dell’Amministrazione Scolastica, che ha accentuato negli ultimi anni la sua
tendenza alla deresponsabilizzazione e alla valorizzazione delle sole fedeltà
politiche. Questo significa in
primo luogo l’esclusione della scuola e della dirigenza scolastica dal sistema
dello spoil system, ma anche riavviare un circuito virtuoso di
verifica delle sperimentazioni e
dei risultati conseguiti, di utilizzo delle competenze reali, di coinvolgimento
della ricerca educativa e della stessa utenza alla messa in opera del
sistema educativo.
Per l’Amministrazione e gli operatori scolastici
devono essere resi possibili il confronto tra esiti attesi e risultati
effettivi, la verifica di fattibilità e la rigorosa definizione delle priorità
tra le esigenze dei diversi settori di un moderno welfare.
Gli
operatori scolastici devono trovare in
questo orizzonte la possibilità di tornare
ad essere centrali (con quel che ne consegue in termini di riconoscimento e di
prestigio sociale) nella necessaria grande opera di ri-costruzione del paese,
così come lo furono per la nascita della nazione nei primi decenni dell’unità.
CONCLUSIONI
Questo
documento, firmato da un primo gruppo di operatori scolastici, si rivolge agli organismi dirigenti provinciali, regionali e
nazionali dei partiti che si riconosceranno nella lista unitaria dell’Ulivo
alla Camera e chiede
un’attenzione che significhi anche volontà di valorizzare le competenze
specifiche degli operatori scolastici, Non c’è, in questa richiesta, alcuna
presunzione di tipo corporativo, né sottovalutazione del ruolo delle forze
politiche cui spetta in ultima analisi la responsabilità di comporre in un
programma unitario le diverse sollecitazioni.
C’è
però la richiesta di riconoscimento per un’interlocuzione che, per essere
specifica e in parte tecnica, non
per questo rinuncia alla prospettiva politica. Il gruppo dei firmatari chiede
perciò che l’Ulivo si impegni ad accettare, nella sua autonomia,
non un episodico e generico contributo alla predisposizione del
programma, ma la costruzione di un tavolo permanente di confronto e di
iniziativa, il cui primo momento potrebbe essere un seminario (a inviti) da
realizzarsi in Milano con i responsabili nazionali
scuola nella prima quindicina di gennaio
Agostino
Frigerio, Aldo Acquati, Aldo Tropea, Antonio Valentino, Federico Niccoli,
Francesco Cappelli, Gianni Gandola, Gilberto Bettinelli, Giuseppe Bonelli,
Giuseppe Melone, Guglielmo Lozio, Iliano Geminiani, Loredana Leoni, Luigi Dansi,
Paolo Danuvola, Renata Rossi, Roberto Proietto, Rodolfo Rossi, Rosa Ottaviano,
Salvatore Forte
(E' utile sapere chi sono i personaggi, ndr)
Agostino
Frigerio,
dirigente scolastico utilizzato presso l'Università Bicocca di Milano
Aldo Acquati, dirigente scolastico
Aldo Tropea, dirigente scolastico
Antonio Valentino, dirigente scolastico e dirigente nazionale
FLC Cgil
Federico Niccoli, dirigente Scolastico e docente di
legislazione scolastica presso l'Università Bicocca (FLC Cgil)
Francesco Cappelli, dirigente scolastico e vice presidente del
CIDI
Gianni Gandola, dirigente scolastico (FLC Cgil)
Gilberto Bettinelli , dirigente scolastico in servizio presso
l’Università Bicocca di Milano
Giuseppe Bonelli ,dirigente scolastico della scuola paritaria
Francesco Cappelli e respondabile scuola della Margherita Lombardia
Giuseppe Melone, dirigente scolastico (CISL scuola)
Guglielmo Lozio, forse l'unico docente della lista
Iliano Geminiani, dirigente scolastico
Loredana Leoni, dirigente scolastico e dirigente ANDIS
Luigi Dansi, dirigente scolastico (Coordinamento CGIL-CISL)
Paolo Danuvola, dirigente scolastico e consigliere regionale
della Margherita
Renata Rossi, dirigente scolastico e presidente provinciale
ANDIS
Roberto Proietto, dirigente scolastico (FLC-Cgil Lombardia)
Rodolfo Rossi, dirigente scolastico
Rosa Ottaviano, MIUR Lombardia
Salvatore Forte, dirigente scolastico ( CIDI Lombardia )
Si può osservare che i dirigenti scolastici spopolano tra i DS. Anche l'articolo che segue è di una associazione di Dirigenti Scolastici.
7° Congresso nazionale dell’Andis
(Roma,30 nov.’05)
Relazione
del Presidente
nazionale Gregorio
Iannaccone
Un congresso non è mai avulso dal contesto culturale, sociale ed emotivo
e, nel nostro caso, professionale che lo circonda, risuona delle attese e dei
progetti, delle aspirazioni e dei sentimenti degli associati.
Un
congresso che coinvolge i dirigenti scolastici, ogni giorno profondamente
immersi nella vita che scorre, nelle contraddizioni del nostro tempo, nelle
nostalgie del passato, nelle speranze dell’avvenire, è un momento particolare
che trascina i protagonisti e lascia una traccia forte e visibile in un sentiero
che per una volta diventa luminoso.
L’ANDIS,
la nostra associazione dei dirigenti scolastici, ha una storia lunga!
Ma
ha soprattutto una storia coerente, in un mondo di incoerenze diffuse.
Non
è nata come sindacato, non lo è diventata e non intende diventarlo, anche se
molti colleghi percepiscono una inadeguata rappresentanza dei bisogni profondi e
degli interessi legittimi della professione, una divisione in troppe sigle, che
faticano a trovare una qualche sintesi e l’indispensabile unità d’azione
nei momenti difficili, che sono ormai una costante dei dirigenti scolastici e
della scuola del nostro Paese.
L’ANDIS
vuole tenacemente restare un’associazione di dirigenti scolastici, un luogo
professionale di confronto e partecipazione continua, deciso a sfidare chiusure
e incomunicabilità, preconcetti e pregiudizi, ambiguità e convenienze. Ha
scelto e sceglie di non essere cinghia di trasmissione di nessun sindacato, ma
di continuare a vivere stagioni di curiosità, di entusiasmo e di impegno
culturale e professionale nella quotidianità sempre più angusta.
Al
centro del nostro interesse rimane lo studente, in carne ed ossa, che studia e
che non studia, che frequenta e non frequenta, che è obeso o inappetente.
Lo
studente reale, non quello dei mass media, che fa notizia perché ha lo zaino
pesante o il diario griffato e qualche volta decide anche di farla finita per
sempre, troppo viziato in un mondo di vizi, troppo incompreso in una società
distratta, troppo debole in famiglie debolissime, a prescindere dal reddito e
dalla cultura.
Associazione
controcorrente la nostra, che si dà un codice etico mentre l’etica pubblica
viene guardata con altezzoso fastidio, le mani di molti ritornano sempre meno
pulite, i pensieri delle masse sono distorti dal banale quotidiano, da telequiz
di scatole vuote, da grandi fratelli impiccioni, da isole dove i cosiddetti
famosi mettono in mostra tutta la loro stupidità.
Siamo
nati da una forte istanza etica, politica e culturale di ridefinizione dello
specifico ruolo del dirigente scolastico responsabile della “scuola”, cioè
di quella agenzia che per noi rimane la principale, specifica, intenzionale,
l’unica agenzia pubblica che ha interesse condiviso per l’educazione,
l’agenzia formativa della Repubblica: la scuola.
Nell’
attività di questi anni l’A.N.DI.S. si è caratterizzata e spesa come
soggetto tra i più impegnati nel conseguimento e successivamente nella
realizzazione dell’autonomia e della dirigenza, anche per affermare una nuova,
convinta e convincente idea di scuola, aderente sempre più e meglio ai bisogni
dei soggetti e per promuovere da subito la deontologia professionale della
nostra neonata funzione dirigenziale, radicata nell’etica pubblica, perché la
scuola ha il compito precipuo di formare le giovani generazioni alla
cittadinanza responsabile e solidale.
Associazione
di dirigenti, tali per ruolo e funzione, sempre meno numerosi, sempre meno
giovani (per essere buoni con noi stessi), colpiti da una sorta di spagnola del
terzo millennio, passati dai 15.000 agli attuali 7.500, in attesa che un
interminabile concorso ordinario ringiovanisca la categoria e allontani
ulteriori sanatorie, i cui danni sono già evidenti.
Dirigenti
scomparsi dai testi delle ultime leggi sulla scuola, dai relativi decreti e
finanche dalle circolari…
Dirigenti
spariti dalla televisione, con censura preventiva, perché nei dibattiti sulla
scuola si potesse parlare senza il fastidio di qualcuno competente.
Dirigenti
invisibili dunque, eppure mai come adesso così presenti a materializzare la
scuola nella sua organizzazione, a promuovere attività, ad utilizzare al 100% i
fondi della Comunità Europea, a dare senso all’autonomia scolastica, a dare
la dritta ad una barca che rischiava giorno per giorno di affondare, tra
proteste, delusioni, rancori…
Dirigenti
sottoposti, fin dall’attribuzione della nuova qualifica, ad una stressante e
snervante azione di logoramento sul piano professionale e, in casi non isolati,
anche umano.
Abbiamo
retto le scuole senza piagnucolare, nonostante siano diminuiti i fondi già
modesti per il loro funzionamento (circa il 40% in meno negli ultimi anni),
quelli per far vivere l’autonomia (già pochi ed ancora tagliati di circa il
25%), la riduzione del personale amministrativo ed ausiliario, la promozione dei
segretari a Direttori dei Servizi Generali ed Amministrativi senza qualificarne
le competenze e senza attivare un qualche serio percorso concorsuale,
l’assurdo sistema di conferimento delle supplenze nella scuola dell’infanzia
e primaria, che più confuso e strampalato di così non si potrebbe immaginare.
Continueremo
a reggere con passione le scuole anche se provati da una spontanea rabbia quando
il governo con un’azione miope e senza respiro incrementa significativamente
le risorse da elargire alle scuole paritarie a fronte di un assurdo, consistente
ridimensionamento di quelle assegnate alle scuole pubbliche, alla ricerca, alla
cultura, all’arte. E nonostante l’allungamento dei periodi per sostituire i
docenti assenti nelle scuole secondarie, nonostante i contenziosi quotidiani
sulla TARSU, con i comuni che battono cassa e le scuole che non sanno dove
prendere i quattrini, a meno di tenere in piedi un’eterna lotteria di
Capodanno…
Questo
Congresso, preceduto da numerosi incontri provinciali ricchi di contributi,
vivaci ed appassionati, vuole rimettere in circolo queste considerazioni, ma
anche verificare e rafforzare il senso della nostra antica appartenenza, per
valorizzare il ruolo del dirigente scolastico, per rimarcare nuovamente il
nostro protagonismo attivo per la rinascita, la qualità e il successo della
scuola italiana.
IL
CODICE ETICO
L’ANDIS
vuole qui confermare con ancora maggiore convinzione la sua originale natura di
associazione libera e democratica, in linea di continuità con gli ultimi
partecipati congressi e con quanto nei tanti congressi di base si è coralmente
espresso.
E
porre nuovamente al centro del nostro dibattito il codice etico che ci siamo
autonomamente dati, da attualizzare con strategie operative che rispecchino, con
la grande chiarezza che ci contraddistingue, le elaborazioni culturali
dell’Associazione sul nostro “essere dirigenti” e su un modello di scuola
inteso come “principale e specifica agenzia pubblica formativa statale”, per
interpretare un ruolo politico-culturale profondamente radicato nell’etica
pubblica.
La
consapevolezza di questo ruolo è cresciuta anche grazie alla concretezza delle
proposte e delle idee in una associazione culturalmente motivata. L’ANDIS ha
favorito e sostenuto l’ impegno attivo e generoso di tanti colleghi che hanno
ritrovato in questi anni il loro senso di appartenenza e consolidato lo spirito
di servizio.
Si
è radicato il comune convincimento della forza del dirigente scolastico, perché
deriva direttamente dal potere educativo forte della scuola.
Questo
nostro 7° Congresso Nazionale rappresenta un’occasione importante per
imprimere una nuova svolta alla nostra Associazione, perché sia sempre più un
punto di riferimento significativo per i dirigenti scolastici.
Vogliamo
metterci seriamente ed autenticamente in discussione, cercando di evitare che il
Congresso diventi occasione di personalismi e di organigrammi, di statuto, di
elezioni, di organizzazione. Cose sicuramente importanti e vitali per
un’associazione, ma certamente secondarie rispetto all’identità ed
all’autonomia professionale ed associativa che sempre più dobbiamo ricercare
e costruire ed alle proposte che abbiamo il dovere di presentare per concorrere
a far crescere la dirigenza scolastica e le scuole autonome.
Non
vogliamo oscurare né censurare alcuno dei problemi veri e fortemente sentiti,
intendiamo assumere posizioni chiare, visibili, convinte ed il più possibile
condivise. Come è già accaduto tante volte nel recente passato, quando abbiamo
costruito posizioni ardite ed originali, accolte e sostenute da tutto il corpo
associativo.
Su
alcune cose non siamo stati sempre d’accordo tutti, è bene dirlo, penso al
rapporto con le organizzazioni sindacali e con l’Amministrazione, con la
nostra valutazione.
Su
altre cose dobbiamo confrontarci a partire da qui e procedere investendo tutti i
colleghi nelle articolazioni democratiche di base della nostra Associazione.
Innanzitutto
come sono trascorsi i primi 5 anni della dirigenza scolastica, quali valutazioni
forniamo a noi stessi ed alla società, quale modello di dirigente scolastico
stiamo vivendo e quale pensiamo di costruire e di vivere per il futuro?
Siamo
riusciti ad affermare una dirigenza diversa, senza schemi rigidamente
amministrativi?
Perché
un’associazione è vera se sa capire come
eravamo, come siamo e come vogliamo essere, se è
capace di futuro, se sa proiettarsi lontano, se sa alzare lo sguardo ed indicare
obiettivi, se riesce a costruire e difendere la dignità professionale e civile
dei suoi soci.
In
questi anni di dirigenza abbiamo avuto l’onere di guidare le complesse comunità
scolastiche, col rischio sempre incombente
di isolamento e di solitudine. L’ANDIS ha cercato di diffondere
solidarietà nelle pratiche d’ufficio e nella pratica della dirigenza, per non
lasciare solo il dirigente scolastico, per non farlo caratterizzare come
antagonista nel rapporto con le altre professionalità della scuola, con
gli studenti, con le famiglie, con la società.
Gli
ultimi convegni di Montecatini, di Siracusa, dell’Elba e di Ischia hanno posto
al centro del dibattito la nostra autonomia professionale, il rapporto con
l’Amministrazione, i Sindacati, la Politica, i Comuni, le Province, le
Regioni, i processi di riforma.
I
RAPPORTI CON L’AMMINISTRAZIONE
Con
l’Amministrazione occorre ricreare un clima di fiducia che è gradualmente
decaduto negli ultimi anni, e non certo per nostra scelta. Troppa
incomunicabilità, troppe barriere, troppa autosufficienza, in qualche caso –
soprattutto periferico – tanta arroganza.
La
nostra Amministrazione è anch’essa alla ricerca di una sua identità: ha
perso quella antica, rassicurante, paternalistica ha perso solo in parte la sua
romanità, che significava essere lontana, centralistica, burocratica.
Permangono
invece rumorosi silenzi come quelli che hanno visto accantonare anche in malo
modo i dirigenti scolastici nei processi di preparazione e di costruzione del
nuovo. Rumorosi silenzi che non hanno risparmiato la distruzione di quanto
collegi e dirigenti avevano nel corso degli anni faticosamente prodotto e
realizzato. Nella scuola non sono possibili i colpi di spugna.
Ritardi
e inefficienze dell’Amministrazione si sono talvolta coniugate con resistenze
e invasioni di campo da parte di enti locali, da eccessi corporativi anche
all’interno delle istituzioni scolastiche.
E
le disfunzioni sono ricadute inevitabilmente sul dirigente scolastico, sulla sua
capacità di assicurare un servizio di qualità. Se continuiamo a porre la
questione delle supplenze, a denunciare l’impossibilità di gestire un sistema
come quello attuale è perché ormai ogni resistenza fisica e psicologica è
crollata.
E
perché il balletto delle nomine dura per l’intero anno scolastico, a dispetto
delle trionfalistiche dichiarazioni iniziali che tutte le classi sono coperte.
Tra graduatorie provvisorie e definitive, rettifiche e ricorsi, la
possibilità di non accettare proroghe, il cambio di docenti
soprattutto in alcuni settori, in primo luogo quello dei diversamente
abili, è una costante patologica del nostro sistema scolastico, che risparmia
poche realtà.
Un
tentativo di confrontarsi con le associazioni professionali dei dirigenti
scolastici e dei docenti il MIUR l’ha fatto costituendo il FORUM delle
Associazioni professionali. Un’iniziativa apprezzabile, che non ha visto però
una reale volontà di confronto, tanto che il Forum vive una precoce stagione di
letargo.
L’esperienza
del Forum ha anche avviato una maggiore relazionalità tra le associazioni, pur
se permangono il limite e la debolezza di un eccessivo appiattimento su
posizioni pregiudizialmente favorevoli od ostili al Governo.
La
Riforma dell’ Amministrazione
Scolastica in questi anni si è fermata.
La
riforma del Miur avrebbe dovuto semplificarne l’assetto, ha invece raddoppiato
passaggi e burocrazia, che nulla hanno a che vedere con l’autonomia
scolastica, con il conseguente trasferimento alle scuole di un complesso di
competenze che, se da un lato ne ha moltiplicato in maniera esponenziale gli
adempimenti, dall’altro ha operato significative riduzioni di personale
amministrativo.
Ci
ritroviamo come dopo l’eruzione di un vulcano con i CSA sepolti sotto una
spessa coltre di pomici e ceneri. Occorreranno delicati scavi per riportare alla
luce pezzi di amministrazione improvvisamente mummificati dalla catastrofe.
I
Centri di Servizi Amministrativi potevano rappresentare per
le Istituzioni scolastiche autonome un supporto importante per promuovere e
assistere lo sviluppo delle scuole. Non hanno saputo o voluto spendere le
competenze professionali che prima dell’autonomia avevano e che si sono così
disperse o sono state malamente utilizzate.
L’attuale
funzione prevalente di livello secondario dell’Ufficio Scolastico Regionale
per quanto riguarda l’erogazione di fondi o il tentativo di mantenere una
sorta di controllo o interferire sull’attività delle scuole rende quasi
inutile la sopravvivenza dei CSA, che pure dovevano realizzare la presenza
dell’Amministrazione sul territorio e facilitare l’accesso ai procedimenti
amministrativi.
Si
sono finora limitati di fatto alla gestione dei ruoli provinciali, del
reclutamento e di altre attività delegate
dai Direttori Regionali.
Potremmo
ipotizzare in tempi ragionevoli una loro graduale soppressione, con la
riorganizzazione funzionale delle Direzioni Scolastiche Regionali, che in
qualche modo comincino ad essere un punto di riferimento per le scuole, in molte
realtà abbandonate al loro destino, con mediocri iniziative di formazione,
scarso supporto alle necessità finanziarie integrative, incapacità di
dialogare con le articolazioni regionali dello Stato, nessuna fantasia nel
rapporto con la dirigenza scolastica. Che ha tutti i buoni motivi per
arrabbiarsi, se viene scomodata per andare a ritirare nei capoluoghi di regione
le password dell’INDIRE, come se fossero state soppresse le poste e ci si
potrebbe allegramente consentire di perdere
una intera giornata lavorativa e gravare sui magri bilanci delle scuole
con inutili spese di missione.
E
cosa dire dei revisori dei conti, troppi e troppo improvvisati, costosi per
l’Amministrazione ed incapaci di evitare le patologie del sistema, per le
quali deve sempre intervenire la Magistratura.
In
molte scuole l’azione dei revisori è di intralcio alla regolare attività
istituzionale, troppe le carte, troppi i collegamenti telematici, troppe e
diverse le interpretazioni delle procedure, un apparato elefantiaco per bilanci
modesti.
Occorre
trovare soluzioni più semplici, più rapide, che assicurino sì i controlli e
la regolarità dei bilanci, ma anche una qualificata consulenza alle scuole in
difficoltà.
La
sperimentazione dell’autonomia ed il suo avvio si giovarono del supporto dei
Nuclei Provinciali. Le funzioni di questi Nuclei, che pure diedero impulso alla
sperimentazione e supporto alla progettualità delle scuole non sono state
trasferite ai C.I.S., frettolosamente abbandonati e lasciati abortire prima
della nascita.
Crediamo
che si debba ripensare a strutture di questo tipo, assicurandone la funzionalità
con personale preparato e motivato ed affidandone la responsabilità a dirigenti
scolastici o a dirigenti tecnici reclutati con un serio concorso e non come sta
scandalosamente avvenendo in questa fase per fedeltà di appartenenza a correnti
di partito.
Vogliamo
per il prossimo futuro ritrovare la reciproca capacità di dialogo con
l’Amministrazione, che ha il dovere di confrontarsi e di ascoltare in primo
luogo i dirigenti scolastici, senza il concorso dei quali ogni tentativo di
riforma è destinato miseramente a fallire o a ridursi in irrealizzabili
produzioni cartacee.
La
nostra professione non può essere soggetta a continui blitz dall’alto, che
compromettono la dignità dell’autonomia scolastica, penalizzano la capacità
progettuale delle scuole, mortificano il ruolo del dirigente scolastico.
Esempi
più recenti quelli sulla modulistica ministeriale in tema di valutazione e di
portflolio (che, complici i computer, vengono spesso letti come portaolio), con
sortite non preannunciate e tentativi di costrizioni diffuse, con i dirigenti
scolastici accantonati nei processi di costruzione del nuovo, non avvertiti di
quanto poteva cambiare, con spreco inutile di risorse e la distruzione di quanto
già faticosamente prodotto in base a precedenti indicazioni.
E
sugli sprechi consentiteci qualche considerazione, perché se le scuole hanno
meno fondi non è perché vi sia una generale ed esemplare spesa pubblica
virtuosa.
Le
cosiddette missioni di pace hanno costi pesantissimi per le finanze pubbliche,
le province che crescono come funghi alimentano il proliferare della spesa per
il moltiplicarsi delle burocrazie amministrative e della sottopolitica, regioni
con mille problemi occupazionali e delinquenziali, che già avevano inutili
rappresentanze all’estero, hanno
avviato
la nuova legislatura con l’aumento delle presidenze delle commissioni,
includendo un nuovo, inevitabile codazzo di nullafacenti.
Sono
forti le contraddizioni del nostro tempo: si abbatte il muro di Berlino e si
innalza in Palestina, è caduto anche il comune senso della legalità e del
vivere civile, per la qual cosa se un amministratore fa sgomberare una casa
occupata abusivamente la notizia è sconvolgente e provoca l’intervento dei più
illustri politologi, perché chiariscano se la legalità sia di destra o di
sinistra, come se nessun valore possa ormai appartenere a tutti i cittadini.
Ed
aumenta la paura del presente e del futuro.
Si
legifera continuamente sulla giustizia, ma la sorte del cittadino comune è
sempre più triste, con nessuna certezza della pena e con episodi che fanno
rivoltare la coscienza dei cittadini normali. Nessuno ha saputo salvare dalla
morte la ragazza di Biella, perseguitata per dieci anni, che aveva inutilmente
invocato aiuto alle istituzioni.
E
la nuova legislazione sull’Università e sul lavoro sta diffondendo soltanto
nuove ansietà, incertezze sul futuro, precarizzazione all’infinito, con i
giovani che diventano sempre più tristi e depressi, intellettuali nomadi,
costretti a rimuovere il senso dell’appartenenza, perché come diceva uno
scrittore “la patria non è la terra
dove si nasce e neppure dove si vive, ma dove non si ha paura della vita”.
Espressione degli anni Cinquanta, tornata brutalmente di attualità.
Molto
strano che per la scuola non si trovano risorse e per altre cose si sprecano,
dal Governo, alle Regioni, alle Province, ai Comuni anche piccolissimi, spesso
bravi ad ingaggiare battaglie per farsi pagare la spazzatura dalle scuole ed
incapaci di rimuovere quella vera dalle strade!
E
non è ancora fortunatamente arrivata la madre di tutti gli sprechi, quella
devolution che tra gli effetti più devastanti avrebbe anche quello di ampliare
a dismisura lo sperpero delle pubbliche risorse.
LA
VICEDIRIGENZA
Sullo
staff del dirigente scolastico l’ultimo contratto della scuola ha malamente
affrontato il problema, con la limitazione dei collaboratori a prescindere dalla
complessità delle scuole. La richiesta di collaborazione che la dirigenza
esprime è stata sottovalutata e in qualche modo svalutata. Abbiamo giudicato
negativamente la risposta contrattuale che ha limitato a 2 i collaboratori da
retribuire, con un compenso da contrattare senza la definizione di uno specifico
budget.
Ci
attendiamo una rapida definizione del problema, così come pure hanno convenuto
rappresentative organizzazioni sindacali all’indomani delle corali proteste
dei dirigenti scolastici.
Alle
limitazioni contrattuali si aggiunse poco dopo la Finanziaria 2004 che innalzò
i parametri dell’esonero e del semiesonero, privando alcuni dirigenti delle
collaborazioni fino ad allora ricevute.
L’ANDIS
ha affrontato senza remore il problema
della vicedirigenza, esprimendo un convinto e corale dissenso circa la proposta
di sostituire l’attuale Collaboratore Vicario con un funzionario di
carriera.
La
nostra contrarietà deriva dalla precedenti negative esperienze di dirigenze
duali e dalla opportunità di non mettere in discussione quelle poche cose che
funzionano bene.
L’attuale
organizzazione consente al dirigente scolastico di avvalersi della
collaborazione di docenti autorevoli autonomamente individuati, con i quali
confrontarsi quotidianamente sul piano strategico e gestionale. Questo team
valorizza ed esalta la professionalità e la specificità del dirigente
scolastico, gli consente una mediazione alta tra le esigenze delle scuole
autonome e quelle specifiche della professionalità docente (libertà di
insegnamento, collegialità).
Per questo riteniamo che il
Dirigente Scolastico debba continuare a scegliere i suoi collaboratori, che
abbiano un riconoscimento contrattuale nazionale, possano svolgere attività
delegate, ricevere l’esonero o il semiesonero, a seconda della complessità
della scuola, sostituire il dirigente scolastico in caso di assenza.
LA RIFORMA DEGLI ORGANI COLLEGIALI
Altro
capitolo lasciato per aria, quello degli organi collegiali.
La
scuola è cambiata e gli organi restano quelli di prima: consiglio di istituto,
distretti scolastici, consiglio scolastico provinciale, consiglio nazionale
della pubblica istruzione.
Nel contesto del "pluralismo
formativo", è necessario assumere l’impegno di valorizzare il
particolare rapporto tra famiglie e scuola, determinando le migliori condizioni
relazionali ed organizzative per una più aperta, integrata e funzionale
partecipazione delle diverse componenti della scuola alla definizione del piano
dell'offerta formativa, in coerenza con il principio di distinzione tra la
funzione di indirizzo e quella di gestione
Un Parlamento così stakanovista, che fa ricorso finanche a sedute
notturne per approvare leggi che sinceramente interessano poco la totalità dei
cittadini, non riesce da anni ad approvare una buona riforma degli organi
collegiali.
Si procede di proroga in proroga, le deleghe si sono lasciate cadere, il
vecchio non c’è più, il nuovo nemmeno, sono fantasmi che si aggirano, ma che
non riescono nemmeno a dare un po’ di brivido alla scuola italiana.
I dirigenti scolastici vogliono le riforme, le innovazioni del sistema,
perché credono in un modello di scuola non più
terminale periferico dell’amministrazione, ma agenzia culturale e formativa
capace di rispondere adeguatamente ai bisogni educativi del territorio sia di
formazione iniziale che di formazione continua.
I dirigenti scolastici credono convintamene ed in tal senso si stanno
fortemente impegnando perché la scuola rafforzi la sua organizzazione autonoma,
persegua i propri obiettivi, che discendono sì dagli indirizzi centrali, ma
soprattutto dalle esigenze della specifica utenza e del contesto in cui
l’istituzione scolastica è collocata.
LE RIFORME
Questo
Congresso vuole pronunciarsi anche sui processi di riforma della scuola, dando
nuovamente l’avvio ad un forte coinvolgimento dei colleghi attraverso seminari
nazionali e regionali, che valgano a fare il punto sullo stato delle cose.
L’
Italia è pervasa da frenetiche iniziative dei governi per cambiare anche cose
che funzionano decentemente e che
l’interesse generale suggerirebbe di lasciare così come sono, essendo
altre le priorità della gente.
Il
nostro sistema di istruzione e formazione è in discussione da tempo ogni
giorno, è teatro di battaglie epocali, si consumano prove di forza, l’intesa
non solo non si trova, ma nemmeno si cerca.
E
intanto aumentano le criticità, perché l’innovazione e la ricerca non sono
adeguatamente sostenute, la
La
riforma in atto ha un grave vizio d’origine: è calata dall’alto, non ha
saputo coinvolgere né dirigenti, né docenti, né il mondo accademico. Si è
scelto di andare avanti senza ascoltare nessuno, limitandosi alla richiesta
formale di pareri e proposte che non hanno mai trovato riscontro.
E’
mancato un confronto serio, reale, a più voci, tra chi parla e chi ascolta. Mai
come ora si è avvertito un baratro tra la scuola reale e quella immaginata
fuori dalle sue mura.
Come
per il passato, l’ANDIS ha sollevato critiche ed obiezioni, ha avanzato
proposte. Questo continueremo a fare, a prescindere da chi ci governerà e non
per il gusto di essere critici sempre e comunque, ma perché crediamo,
fermamente crediamo che i dirigenti scolastici debbano partecipare in prima
linea alle scelte che si fanno, per poi devono tradurle in risultati concreti.
Le
scuole sono rimaste pesantemente condizionate ed il dirigente scolastico ha
dovuto sapientemente districarsi per evitare di essere letteralmente schiacciato
da un lato dalle pressioni dell’Amministrazione Scolastica, che in alcune
regioni hanno assunto toni da crociata, per l’applicazione veloce ed acritica
della riforma e dall’altro dalla resistenza di scuole e territori più o meno
ferocemente ostili.
Un
forte tasso di conflittualità e spesso un dibattito senza sbocco hanno
rallentato la forza progettuale di numerose scuole, in qualche caso
compromettendo l’efficienza e la qualità del servizio e riducendo il ruolo
del dirigente scolastico a spericolato equilibrista, senza alcun supporto
dell’Amministrazione ed alcuna solidarietà sindacale.
Il
dirigente è stato stretto dall’Amministrazione per la poco pedante
applicazione della norma e contemporaneamente dal Sindacato perché la norma
veniva applicata.
Un
ricco dibattito che si è sviluppato qualche mese fa all’interno della nostra
Associazione ha cercato di trovare la strada giusta per coniugare il rispetto
delle norme con gli interessi dei soggetti in formazione, ai quali l’ANDIS
storicamente e giustamente riconosce “centralità” nel processo formativo
Al
dibattito di questo Congresso voglio offrire alcune ipotesi di modifiche
dell’attuale riforma della scuola:
·
Abolizione degli
anticipi nella scuola dell’infanzia, che
si riconoscono inopportuni e inattuabili. Poche e marginali sono le realtà in
cui tale norma ha trovato applicazione. Le eventuali risorse disponibili
potrebbero essere destinate al superamento delle liste d’attesa ed al
potenziamento delle nuove sezioni, per le quali non sono più previste risorse
finanziarie aggiuntive.
·
Rivedere gli
anticipi nella scuola primaria, che
lasciati alla totale discrezionalità delle famiglie, appaiono in più casi
inopportuni sul piano didattico, procurando difficoltà e disagi al piccolo
allievo. Senza escludere a priori tale possibilità, dovrebbe essere assegnato
alla scuola un ruolo di compartecipazione nelle scelte della famiglia.
·
Assegnare alla
libera determinazione delle scuole ogni questione di natura
didattico-organizzativa, per rispettare le
norme sull’autonomia e valorizzare il ruolo delle scuole nel delineare il
proprio percorso.
·
Lo Stato deve
indicare pochi e chiari traguardi.
L’elaborazione
curricolare è terreno specifico delle scuole autonome, che devono essere
rispettate nella loro autonomia progettuale costituzionalmente garantita ed in
qualche modo riconosciuta dalla stessa riforma della devolution appena
approvata.
·
Il Piano
dell’offerta formativa deve
rappresentare un progetto unitario e integrato elaborato dalla scuola,
anche tenendo conto delle indicazioni provenienti dalle famiglie, opportunamente
rilevate. In tale contesto si collocano le scelte relative agli insegnamenti
opzionali, agli orari e alle modalità organizzative e di funzionamento.
·
Sospensione
dell’applicazione della riforma della secondaria di secondo grado:
la struttura fortemente duale del sistema, la precocità della differenziazione
dei percorsi e delle scelte da operare, la materiale impossibilità di reali
passaggi tra i canali dei licei e quelli dei centri professionali (del tutto
demagogica ed illusoria si rivela l’ostentata affermazione della possibilità
di transitare tra i due canali), colorano la riforma delle superiori di un
fortissimo carattere classista e di esclusione dei ceti deboli dai circuiti
formativi di qualità. La fumosità e la contraddittorietà di OSA, indicazioni
nazionali e PECUP - che nulla recuperano del patrimonio faticosamente e
coraggiosamente accumulato dalla scuola italiana ed europea - rendono infine così
debole il progetto da porlo in stridente contrasto anche con le direttive
europee e gli obiettivi di Lisbona, perché ciò che ne esce fuori è un
complessivo indebolimento di tutta l’armatura di abilità e competenze che lo
studente potrà accumulare in un tale malposto percorso scolastico.
·
Estensione
dell’obbligo scolastico: è altra cosa
dal diritto dovere. E’ appena il caso di ricordare che una legge
sull’obbligo formativo fino a 18 anni l’Italia
l’aveva ed è stata abrogata dall’articolo 13 della legge 53/03, in una
logica non condivisibile di totale discontinuità, di un “ punto e a
capo” che ha cancellato con un colpo di spugna anche quel buono che
c’era e che c’è sempre in tutte le cose. Rivendichiamo la necessità di
istituire un biennio fortemente unitario che – all’inizio del secondo ciclo
– offra realmente la possibilità di scegliere un futuro di approfondimenti
liceali o professionali.
Sul rapporto con i sindacati voglio confermare qui le raccomandazioni
che il procedente Congresso affidò al Direttivo Nazionale eletto, in primo
luogo la rimozione di qualsiasi ipotesi di
trasformazione della nostra Associazione in soggetto sindacale e quindi la
libertà piena per ciascun socio Andis di aderire a qualunque Sindacato di
categoria i cui principi non siano in contrasto con quelli dello Statuto e del
Codice Etico, pur sottolineando la convinzione che ancora esista un deficit di
rappresentanza autonoma all’interno dei Sindacati della Scuola.
Il
sindacato è soprattutto garanzia di tutela, nella scuola sono molti i soggetti
che spesso chiedono di essere difesi sempre e comunque, anche quando hanno
torto, le categorie più forti e numerose, più tesserate sono di fatto
privilegiate.
L’ANDIS
non vuole contrattare né gestire controversie. La sua ragion d’essere è
nella costruzione di pensieri professionali sui quali misurarsi sia con la
categoria sia con l’Amministrazione, sia con gli Enti Territoriali, sia con i
Sindacati.
Non
rinnega le precedenti esperienze di protocolli di intese con organizzazioni
sindacali, ma ritiene questa fase completamente superata, perché altre sono le
strade che l’associazione deve percorrere, dopo che con grande impegno per
anni ha combattuto per l’autonomia scolastica e la dirigenza, anche quando
pochi ci credevano e quando i particolarismi, anche tra gli ex direttori
didattici e presidi, rendevano
difficili intese e sinergie.
L’ANDIS
ha da sempre presentato una propria autonoma lista per il Consiglio di
Amministrazione dell’ENAM, riscuotendo un ampio consenso nella categoria,
tanto che soltanto l’ultima volta non ha conquistato l’unico seggio a
disposizione.
Tutte
le volte ed anche adesso. Qualcuno ha messo in dubbio la legittimità di questa
nostra scelta, come se l’associazione dovesse discettere solo sul sesso degli
angeli e non invece rappresentare bisogni ed esigenze, che non sono di natura
meramente sindacale.
Perché
forse è impropria la presenza sindacale in questi organismi. Il Sindacato deve
tutelare diritti, non elargire beneficenze ed anzi deve vigilare sul corretto
esercizio di enti come l’Enam, che hanno una costosa iscrizione obbligatoria e
che spesso non soddisfano le esigenze dei dirigenti scolastici, che sono parte
minoritaria e trascurata dell’ente.
Aver
candidato nella nostra lista Cinzia Mion ed Alfonsino Calò ha significato
riconoscere il valore delle persone, premiare la loro lunga e disinteressata
militanza nell’associazione, riconoscere un ruolo forte alle territorialità
di provenienza.
Autonomia
non significa conflittualità, anzi l’ANDIS si augura di poter ristabilire con
tutte le organizzazioni sindacali rapporti di leale collaborazione e di
reciproco rispetto.
Sempre
che si metta fine ad un’idea totalizzante di sindacato, che pretende di
intervenire in maniera esclusiva su tutta la vita professionale del dirigente,
sulla formazione e sulla valutazione e ponendo in alcuni casi finanche veti
sull’Amministrazione, a livello centrale e periferico perché nessun rapporto
si ponga in essere con le rappresentanze professionali dei dirigenti scolastici.
L’ANDIS
vuole difendere la dignità professionale dei dirigenti scolastici: in questi
anni siamo stati trattati male, spesso con la connivenza di alcuni sindacati
che, soprattutto ai livelli periferici hanno scambiato il proprio
silenzio-assenso con piccoli privilegi, non ultimo la presenza nei nuclei per la
valutazione dei dirigenti, ove crediamo che chi ricopre incarichi sindacali non
debba trovar posto, per scelta dell’Amministrazione o degli stessi sindacati.
E
sulla formazione stendiamo un velo pietoso: iniziative improvvisate,
estemporanee, tanto per spendere i fondi, come un solerte funzionario mi ha
candidamente confessato qualche giorno fa, a fronte della mia vibrata protesta
telefonica, mentre cercavo di spiegare che un dirigente scolastico non può
essere precettato con poche ore di anticipo per andare a fare non si sa che
cosa, visto che mancava il programma dell’iniziativa e l’unica certezza
riguardava l’albergo.
I
ritmi di lavoro di un dirigente non
possono essere decisi dall’alto e nemmeno dai soppalchi degli Uffici
Scolastici Regionali.
Se
vogliamo essere ascoltati quando si parla di formazione è perché la riteniamo
una cosa seria, che va raccordata con le esperienze già svolte e l’attività
ordinaria d’istituto.
Se
i sindacati ritengono che anche questo aspetto sia di esclusiva loro pertinenza,
noi ripetiamo qui che si sbagliano e che quindi la colpa è anche loro e non
soltanto dell’Amministrazione Scolastica.
Subito
dopo il Congresso vogliamo aprire un tavolo di confronto con tutte le
organizzazioni sindacali, per chiarire le nostre posizioni ed ascoltare le
ragioni per le quali tendono a chiudere qualsiasi dialogo con le rappresentanze
professionali della scuola, perché il discorso riguarda anche
l’associazionismo dei docenti.
LA NOSTRA IDEA DI SCUOLA
La nostra idea di scuola discende dal
nostro Codice Etico, è una scuola che deve essere in grado di governare i
continui cambiamenti, che sia al contempo scuola/istituzione e scuola/servizio,
con una forte identità nazionale ed una sua riconoscibile caratterizzazione
territoriale, che sappia rispondere ai bisogni autentici dei cittadini,
attraverso l’Autonomia funzionale e che si faccia garante del diritto
all’educazione e all’istruzione, per costruire la cittadinanza planetaria,
che è un bisogno sentito dei nostri tempi.
Vogliamo
impegnarci per rendere credibili ed autorevoli le scuole autonome! Si tratta di
una sfida alta, ardita ed entusiasmante.
Lo
Stato centralizzato, con la riforma della Costituzione, ha “ceduto il passo”
al decentramento.
Noi
non vogliamo che si metta a rischio l’unità della scuola italiana e della
Nazione; credo che questo Congresso debba dare un mandato forte agli organismi
che eleggerà per un impegno straordinario e visibile contro la devolution,
anche con un’adesione diretta alla campagna referendaria.
Perché
questa Associazione non può essere neutrale di fronte alle scelte che
cambieranno la vita delle presenti e soprattutto delle future generazioni.
E
perché vogliamo difendere la giovane autonomia, autonomia didattica,
organizzativa e di ricerca, della quale ogni scuola deve essere fedele e gelosa
custode, per rispondere ai bisogni formativi di ciascun alunno.
Vogliamo
qui professare il nostro europeismo convinto, per raggiungere insieme ai nostri
colleghi del vecchio Continente l’obiettivo di considerare l’istruzione e la
formazione un investimento in umanità, conoscenza, sviluppo,
In
questa fase storica, nonostante le affermazioni di principio, registriamo una
scarsa propensione a pareggiare gli investimenti, sacrificando come è facile
intuire quelli immateriali.
La dichiarazione dei Ministri dell’Istruzione dell’Unione europea
del 14 febbraio 2002 a Lisbona è ormai lontana, ma ancora più lontano comincia
a delinearsi il sogno ambizioso di raggiungere per il 2010 la più
alta qualità di istruzione e formazione, rendere “compatibili” tra loro i
sistemi di istruzione e formazione europei, riconoscere reciprocamente i titoli
di studio, le qualifiche, le capacità, dare la possibilità a chiunque, in ogni
età, di accedere al sistema di istruzione e formazione.
Riusciremo a far diventare l’economia basata sulla conoscenza la più
competitiva e la più dinamica del mondo?
E
soprattutto, ripensando ai Sette saperi necessari all’educazione di
Morin – riusciremo ad insegnare a navigare in un
oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze?
IL
NUOVO DIRIGENTE SCOLASTICO
I
provvedimenti legislativi degli ultimi anni, che hanno reso le scuole autonome,
hanno modificato il Titolo 5° della Costituzione, hanno trasformato la Pubblica
Amministrazione con la trasparenza, la rendicontazione, la qualità, hanno
modificato profondamente il ruolo del Dirigente scolastico,
assegnandogli spazi maggiori di discrezionalità, una più accentuata funzione
gestionale, una più marcata responsabilità.
Il
nuovo dirigente scolastico deve essere dotato di cultura elevata, aperto alle
prospettive future di politica scolastica, capace di leadership educativa e di
gestione delle risorse umane ed economiche della sua scuola, per sviluppare
strumenti e processi, organizzare il lavoro e coinvolgere il personale.
Parliamo
di alta competenza per una efficace gestione tecnica, per una sapiente cura dei
rapporti interpersonali, per la capacità di assumere in prima persona le
responsabilità derivanti dalla delicatezza del ruolo, per promuovere una
dimensione etica nella gestione, per valorizzare le qualità personali degli
altri, per armonizzare le esigenze della vita personale con quelle della vita
professionale.
A
fronte di questo profilo, la politica di reclutamento dei nuovi dirigenti ha
toccato i livelli più bassi nella storia repubblicana.
Paradossalmente
si chiedeva molto di più per accedere al ruolo dirigenziale quando le funzioni
erano meno complesse ed onerose.
Dobbiamo
perciò rivendicare una politica di attenzione al reclutamento, alla formazione
continua e ad una coerente valutazione del dirigente scolastico, che valga a
migliorare il servizio delle scuole autonome, salvaguardandone la specificità e
la flessibilità, pur nella realizzazione dei Livelli Essenziali delle
Prestazione del servizio da garantire a tutti; il sostegno alla “specificità” della Dirigenza scolastica.
IL
NOSTRO FUTURO
In
questi ultimi anni e nel dibattito che ha preceduto questo Congresso è stata
fortemente avvertita l’esigenza di modificare lo statuto e qualche parte del
codice etico (che qui riceve il passaggio congressuale dovuto), ma l’esigenza
di un continuo rinnovamento non deve prevalere su una fase non ancora conclusa
di interiorizzazione dei valori consolidati che sono a monte dell’essere soci
dell’ANDIS.
Questi
valori ci sollevano dalla quotidiana grigia tentazione di trasformazione
impiegatizia, e valorizzano la nostra specifica professione.
La
nostra Associazione mantiene una grande forza attrattiva per i vecchi soci e per
i nuovi dirigenti più motivati, che
cercano di uscire dal tunnel dove sono stati cacciati, per scoprire anche valori
professionali e non accelerare l’invecchiamento tra ricostruzione di carriera
e meticolosi conteggi per la pensione prossima ventura.
L’ANDIS
deve farci star bene con la nostra professione e con gli altri che questa
professione esercitano, per questo ripartiamo da qui con nuove energie,
rinnovato orgoglio, maggiore coraggio, più fede nell’avvenire.
I
recenti e continui mutamenti culturali, sociali ed istituzionali hanno
radicalmente modificato e continuano a modificare il ruolo della scuola, che di
fronte alle incertezze del presente e del futuro ha il dovere di assicurare
l’equità dell’offerta formativa.
L’Associazione
è ben consapevole della portata della sfida dell’autonomia scolastica; per
questo la scuola ed il suo dirigente non possono essere lasciati soli in questa
fase di crisi delle istituzioni, ma hanno bisogno di convinti sostegni politici,
istituzionali, sociali e finanziari.
Il
Dirigente Scolastico deve rafforzare il suo ruolo di garante del servizio della
scuola autonoma e qui l’ANDIS ha il dovere di avviare una seria ricerca e
trovare le necessarie convergenze per prefigurare scenari nuovi che consentano
il sostegno e la difesa della scuola dell’autonomia.
Occorre
costituire un nuovo organo che possa dirimere eventuali dispute tra le scuole ed
altri enti, evitandone l’invadenza, perché per il futuro non sia sempre il
dirigente scolastico a soccombere di fronte alla forza e forse anche alla
prepotenza di altri soggetti che intendono il dialogo come un’elegante forma
di acquiescenza al proprio volere.
L’ANDIS è stata la prima forma
associativa dei dirigenti e l’unica che è sopravvissuta a se stessa, per
rappresentare gli interessi culturali e professionali dei suoi associati e per
cercare ottimali condizioni all’esercizio della funzione dirigenziale nella
scuola. Ha sempre guardato con interesse, e continua a farlo, alle altre
associazioni del nostro Paese, anche per ricercare alleanze
attraverso momenti di confronto e di crescita culturale comune per il
riconoscimento e la piena valorizzazione della Dirigenza scolastica.
Il
punto di riferimento permane la svolta realizzata nel Congresso di Riccione,
dove abbiamo orgogliosamente valorizzato la specificità dell’ ANDIS -
associazione professionale autonoma dalle altre configurazioni politiche,
sindacali, e associative.
Questa scelta è la nostra forza, da qui dobbiamo convintamene
ripartire.
Le emergenze continue non devono offuscare la consapevolezza della
nostra identità professionale.
Tra
queste in primis la riaffermazione orgogliosa delle nostre radici: la funzione
docente, dalla quale possiamo trarre continui spunti culturali e professionali.
Il
valore della dirigenza sta anche nel suo essere progressione alta della docenza,
nella sua leadership educativa; nel saper tenere distinte, ma integrate le
funzioni della gestione e quelle della didattica; nelle competenze culturali e
professionali: pedagogico-didattiche/disciplinari e
giuridico-amministrative/gestionali; nell’espres-sione di un regolare,
corretto percorso concorsuale, esigente, selettivo e senza più scorciatoie.
Come
dicevo poco fa, il precedente congresso ci affidò alcune raccomandazioni, che
il Direttivo eletto non ha disatteso in questi tre anni:
·
ha garantito la libertà per ciascun socio Andis di aderire
a qualunque Sindacato di categoria, resistendo a tutte le sollecitazioni di
collateralismo;
·
ha evitato la sovrapposizione di cariche associative con
quelle di sindacato o di altre associazioni professionali;
·
ha impedito qualunque ipotesi di trasformazione
dell’Associazione in soggetto sindacale;
·
ha sostenuto l’idea di scuola istituzione nazionale,
pubblica, laica poggiante sui tre pilastri di: Autonomia, Pluralismo, Solidarietà;
·
ha perseguito un’azione di collaborazione e confronto
permanente con le altre Associazioni, e lo testimonia qui la presenza delle
altre associazioni della scuola, al fine di incrementare sinergicamente la
qualità del servizio scolastico;
·
ha contribuito a potenziare il profilo del Dirigente
Scolastico nella scuola dell’Autonomia nel suo tratto preminente relativo alla
“leadership formativa”, alieno da autoreferenzialità, in costante
integrazione sociale con il territorio, lontano da una cultura meramente
aziendalistica fondata sulla concorrenzialità e sul mero efficientismo
gerarchico;
·
ha approvato all’unanimità il Codice Etico del Dirigente
Scolastico, che qui porta al definitivo passaggio congressuale, con l’intento
di farlo sempre più interiorizzare dai colleghi;
·
ha attivato una migliore e pulita politica di visibilità
esterna del suo operare, sviluppando contatti con la Stampa; rinnovando il sito
informatico; pubblicando il Giornale associativo, giunto al suo 91° numero;
stipulando convenzioni con province e comuni, promuovendo iniziative di
formazione autonomamente o su commesse di istituzioni scolastiche o Direzioni
Scolastiche Regionali; partecipando a numerose audizioni parlamentari con un
autonomo contributo di proposte e di idee; intervenendo in tutti i momenti di
confronto richiesti dall’Amministrazione Scolastica (Forum, osservatori,
gruppi di lavoro), da Enti Locali, Sindacati, Associazioni, Università, Agenzie
Formative;
·
ha attivato partecipati e proficui gruppi di lavoro, che
hanno affrontato ed approfondito tematiche professionali sul piano dei
fondamenti teorici e delle prassi codificate, del sapere e del saper fare, in
particolar modo sui processi di riforma in atto, in particolare sulla secondaria
di II Grado;
·
ha proposto all’unanimità a questo Congresso le modifiche
statutarie che consentano l’elezione del Presidente direttamente da parte del
Congresso, prevedendo anche l’elezione diretta del Consiglio Nazionale dal
Congresso ed una più funzionale articolazione periferica dell’ANDIS, con la
valorizzazione delle sezioni regionali.
L’aver
mantenuto tutti gli impegni assunti nel Congresso di Riccione torna a vanto
dell’Associazione,
Di
ciò che si è fatto e delle proposte che avanziamo avremo modo di dibatterne più
a fondo nelle prossime ore congressuali, qui voglio con affettuosa
partecipazione ricordare l’impegno di tutti i colleghi del Direttivo uscente,
del Consiglio Nazionale che ha sempre dibattuto con fervore e passione, dei
presidenti provinciali e dei coordinatori regionali, che hanno contribuito a
radicare l’ANDIS sul territorio nazionale, portandola a 4700 iscritti.
E
voglio ricordare tra questi quei 100 dei nostri che non ci sono più, molti
caduti sul campo, con la passione e l’amore per la scuola e per la vita, ne
cito solo qualcuno, che se n’è andato da poco: Raffaele Scala, Tonino De Meo,
Gianfranco Giungato, Vincenzo Bonetti, Renzo Gambacorta, Salvatore Lomazzo,
Sergio Sandrone, Pietro D’Errico, Giordano Macchiella.
L’ANDIS
non deve perdere i ricordi del passato, sono la vita futura, sono gli esempi di
un impegno disinteressato, di una tensione morale, di una carica umana e vitale,
sono la storia di tanti di noi, che in questa associazione hanno fatto pratica
di impegno civile e di generoso esercizio di cittadinanza.
Perché
è vero che si educa molto con quello che si dice, ma ancor più con quel che si
fa, e molto di più con quel che si
è!
Non ci siamo mai sentiti soli in questa appassionante, quotidiana vita
associativa.
Non
ci è mai mancato l’alito caldo di una colleganza esemplare, il conforto di un
pensiero complesso, bello nelle sue molteplici articolazioni, l’entusiasmo di
una fiducia senza limiti nel progresso dell’umanità.
Un
senso del futuro, che è il senso della scuola, la ragione del nostro essere
dirigenti, la testimonianza di una cittadinanza attiva e responsabile.
Due
cose riempiono di stupore e di sgomento l’animo nostro: il cielo stellato
sopra di noi e la legge morale dentro di noi.
L’augurio
che ci sentiamo di fare qui è di
stupore e di sgomento, perché tutti possano, almeno per un momento, ritrovare
il cielo stellato e la legge morale.
Quello che segue è invece il commento di una insegnante che conosce la scuola e la politica contorsionista DS.
http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=8278
Gemma Gentile - 24-11-2005
Andrea Ranieri inizia la nota di
chiarimento (pag.2-3 del bollettino
n.55 del Dip. Sapere Formazione Cultura dei DS) con un'accusa
totalmente gratuita verso coloro che chiedono l'abrogazione della
"deforma" (usando la sua terminologia) Moratti. Afferma che
costoro vorrebbero tornare al "pre" di tutto (Moratti,
Berlinguer, Titolo V...), perché non vorrebbero cambiare la scuola.
La scorrettezza del metodo di Ranieri, che usa l'espediente di deformare
le posizioni che non piacciono, rivela chiusura al dialogo e ai metodi
della democrazia.
Come mai a questi sono sfuggite tutte le proposte che sono state fatte e
si fanno, nel corso del grande dibattito che si è svolto e si sta
svolgendo sulla "scuola che vorremmo", tra insegnanti e
genitori, che hanno coinvolto nella discussione esponenti dei partiti
dell'Unione, del mondo della cultura, dei sindacati e delle istituzioni?
Ho il forte sospetto che si preferisca ignorarli per non entrare nel
merito! Se dovesse essere così, diciamola tutta, il problema non
consisterebbe nel fatto che gli "abrogazionisti" vorrebbero far
girare indietro le ruote della storia, mentre gli altri vorrebbero andare
avanti, perché la questione invece risiederebbe nei contenuti di riforma
proposti dal movimento che non piacerebbero a Ranieri.
Afferma questi di non essere "tiepido" verso la Moratti e di
volere anzi eliminare i guasti, che lei ha provocato, con i dovuti
interventi normativi. Ma, ci chiediamo, se la "deforma" è così
negativa, non si fa prima a cancellarla ed intervenire poi con questi
sapienti interventi? Caso mai, dopo essersi assicurato che , su tali
misure, esiste una reale condivisione da parte dei destinatari!
Andrea Ranieri ha parlato di un programma sulla scuola, elaborato dai DS e
presentato al tavolo del programma dell'Unione. Non mi sembra che questo
sia stato discusso prima con gli interessati, almeno attraverso l' ampio
dibattito che la cosa avrebbe meritata. Ci chiediamo anche se siano stati
realmente coinvolti gli stessi iscritti ai DS che lavorano nella scuola.
Ne dubitiamo fortemente.
Se non ricordo male, lo scorso governo di centrosinistra, valutando la
necessità di rafforzare la scuola, mise in campo una riforma (Berlinguer),
che non fu condivisa da coloro che in questa lavoravano, che contestarono
la suddetta riforma (principali punti di scontro: apertura al privato,
tendenza alla gerarchizzazione del corpo docente mediante l'adozione di
meccanismi meritocratici di carriera, diminuzione degli anni scolastici,
ecc.). A questo punto arrivò la Moratti che mise in campo, in
sostituzione, le leggi che hanno prodotto gli effetti nefasti,
riconosciuti dallo stesso Ranieri. Per eliminarli, sembra evidente la
necessità di abrogare tutto e scrivere le norme valide e condivise,
adatte a rafforzare realmente la scuola della Repubblica, che tutti dicono
di avere a cuore.
Limitandosi a questi dati, la posizione assunta da Andrea Ranieri appare
davvero strana ed inspiegabile. In effetti, lo è solo per quelli che non
hanno seguito il dibattito di questi anni sulla scuola.
Il problema è che la "tiepidezza" di Ranieri, nei confronti
della Moratti, è innegabile non solo, ma è pure di vecchia data, come
pure non nuovi sono tutti i discorsi che si stanno facendo in questi
giorni contro i "fanatici della cancellazione".
Ricercando tra i vecchi documenti conservati, ci torna alla memoria che la
redattrice del programma sulla scuola della Margherita, Fiorella Farinelli,
ha collaborato con Bertagna , la "mente" della Moratti, e con
tanti altri altri nel 2003 al Progetto "Buonsenso", lavoro
"bipartisan" che avrebbe dovuto servire a mettere insieme forze
collocate nei diversi schieramenti allo scopo di "costruire
un'ipotesi di attuazione delle riforme di sistema della scuola, che vada
oltre gli schieramenti partitici o ideologici". Nella realtà, per
garantire il successo dell'operazione "Distruggi la scuola pubblica e
consegnala ai privati", secondo il senso che diedero all'iniziativa
coloro che all'epoca la criticarono. [1]
Ricordo solo che il testo del "buonsenso", oltre ad appoggiare
il rafforzamento del ruolo dell'iniziativa privata nella scuola,
ipotizzava : "Le Regioni devono vedersi affidare tutte le istituzioni
scolastiche e formative e, sulla base delle norme generali che per tutte
devono venire dallo Stato, organizzarle e gestirle. " E' esattamente
quanto abbiamo letto nel programma della Margherita, redatto da Fiorella
Farinelli. Non solo l'Istruzione Professionale, ma tutta l' lstruzione
deve essere decentrata e affidata alle Regioni. Da qui alla devolution il
passo è breve, anche se Ranieri afferma il contrario.
Riscontriamo anche che questo progetto fu sostanzialmente appoggiato da
Andrea Ranieri che, come collaboratore della Fondazione Italiani Europei
(con D'Alema), rese pubblico tale appoggio in un contributo rilasciato
all'Unità, in occasione di un seminario sulla scuola, indetto dalla
Fondazione. Nell'articolo Ranieri dichiarava :" Il 'buon senso' si
sintetizzerebbe in queste due proposizioni: 'non si può cambiare tutto
nella scuola ogni volta che cambia il governo'; 'la scuola è di tutti, e
quindi è necessario individuare un sentire comune oltre gli stessi
schieramenti politici, da mettere alla base delle politiche scolastiche'
". Anche D'Alema, allo stesso seminario, aveva dichiarato che la
scuola non può ogni cinque anni fare punto e a capo. Non sono forse gli
stessi argomenti, affermati oggi?
In sostanza Ranieri condivide sostanzialmente il documento del
"Buonsenso" e assicura che intende solo modificare la legge
Moratti.
Ranieri collabora anche (ci sarà un legame?) all'Associazione Treelle,
promossa dalla Confindustria (fondatori: Umberto Agnelli presidente,
Attilio Oliva, Fedele Confalonieri presidente Mediaset, Abete, ecc.) che
ha il chiaro scopo di facilitare le aziende ad allungare le mani sulla
scuola.
L'iniziativa bipartisan "buonsensista" veniva lanciata
contemporaneamente al sorgere del forte movimento "anti-Moratti",
che si coagulò appena fu reso noto il testo della legge delega.
Il movimento in questi anni si è rafforzato e si è esteso, è volato
alto per affermarsi, ha resistito ed ha lottato, è riuscito a saldarsi
all'opinione pubblica ed ai sindacati (al di là di qualche
incomprensione). Ma quelli che aderirono al Progetto Buonsenso e i membri
della Fondazione Italiani Europei sono ciechi e sono sordi. Oggi ripetono
gli stessi discorsi di allora, senza cambiare una virgola.
Chi? Ma in primo luogo Fiorella Farinelli e Andrea Ranieri.
Se Andrea Ranieri vuole fare davvero chiarezza, nei confronti di
compagni ed amici e di tutti i cittadini, sia conseguente ed ammetta che
per eliminare gli effetti nefasti delle leggi Moratti, da lui stesso
riconosciuti, è necessario cancellare le leggi Moratti.
Gemma Gentile