FISICA/MENTE

Quelli che contano in casa DS non pensano ad una abrogazione delle leggi sulla scuola della lanzichenecca Brichetto Moratti, qualunque siano le prese di posizione di persone di buona volontà che pure esistono. Di seguito abbiamo la posizione del Responsabile scuola DS, Ranieri, di un sindacalista CGIL Scuola che conta, dell'ispettore Tiriticco (l'uomo esclamativo che sembra prenderà il posto di Ranieri), di alcuni Dirigenti Scolastici, di una associazione di Dirigenti Scolastici. Tra l'altro fa molto piacere, scoprire, ancora una volta che gli insegnanti non esistono per i DS.

R.R.

Direzione Nazionale DS

 DIPARTIMENTO SAPERE FORMAZIONE CULTURA

Bollettino n. 59 del Dipartimento Sapere Formazione e Cultura dei DS

SOMMARIO

Andrea Ranieri: “ Ha ragione Giddens: cominciamo dagli asili nido “ (pag. 2);

articolo pubblicato dal Corriere della sera del 6 dicembre 2005

Fabrizio Dacrema: “La scuola che verrà: innovazione contro conservazione”(pag. 3);

Maurizio Tiriticco: “Abrogare come!” (pag. 5);

Una scuola per l’equità, per la crescita dei cittadini e per lo sviluppo del paese (pag. 10); (documento di operatori scolastici della Lombardia per la costruzione del programma dell’Ulivo sulla scuola)

Il documento è sottoscritto da: Agostino Frigerio, Aldo Acquati, Aldo Tropea, Antonio Valentino, Federico Niccoli, Francesco Cappelli, Gianni Gandola, Gilberto Bettinelli, Giuseppe Bonelli, Giuseppe Melone, Guglielmo Lozio, Iliano Geminiani, Loredana Leoni, Luigi Dansi, Paolo Danuvola, Renata Rossi, Roberto Proietto, Rodolfo Rossi, Rosa Ottaviano, Salvatore Forte

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7° Congresso nazionale dell’Andis (Roma,30 nov.’05): Relazione del Presidente nazionale Gregorio Iannaccone (pag. 17)

Sinistra e programmi

Ha ragione Giddens:

cominciamo dagli asili nido *

di Andrea Ranieri

* articolo pubblicato dal Corriere della sera del 6 dicembre 2005

Sergio Rizzo nel suo articolo di ieri dà puntualmente conto di tante delle proposte contenute nelle trecentocinquanta pagine delle proposte programmatiche che abbiamo presentato a Firenze. Poco sotto Tiziano Treu  dice a noi e a se stesso che sarà ora necessario lavorare sulle ‘priorità’. Mi pare che chi era a Firenze un filo che univa le tecentocinquanta pagine l’abbia colto, e che questo filo possa anche essere l’indicatore più utile delle priorità della futura azione di governo. A Firenze i DS hanno deciso davvero che la società in cui viviamo è la società della conoscenza, e che le tematiche del sapere- la scuola, l’Università, la ricerca, saranno le questioni decisive che segneranno non solo il livello di competitività del Paese, ma anche i suoi gradi di libertà e di uguaglianza.

Si è preso atto a Firenze di come sia ormai preclusa la strada dell’innovazione senza ricerca, non solo perché ci ha tenuto e ci tiene fuori dalle produzioni più tecnologicamente avanzate e più promettenti economicamente, ma anche perché gli stessi distretti hanno oggi bisogno di arricchire il loro sapere distintivo e specifico, quello che si respirava con l’aria del proprio territorio, di nuovo sapere formale,  capace di arricchire la qualità dei loro prodotti e di farli vivere nelle reti della produzione globale, Di ricerca appunto, ma anche di innalzare il livello di istruzione e di cultura dei cittadini, perché la ricerca diventa prodotto servizio, vita delle persone solo se trova nelle aziende e nei territori chi la capisce e la interpreta. Il distacco che ci separa su entrambi i terreni- la spesa in ricerca pubblica e privata, il numero di diplomati e laureati che sono al lavoro nel nostro Paese- non solo dagli obiettivi posti dalla Conferenza di Lisbona, ma dalla media dell’insieme dei Paesi europei, è il freno più grande per un paese che voglia tornare a crescere.

 E questo rischia di non farci cogliere e utilizzare quello che è, che può essere, il fattore più forte di riconoscibilità del nostro modo di vivere e di operare, nel tempo in cui l’economia tende a farsi immateriale e relazionale: la grandezza inesauribile ed irripetibile dei nostri giacimenti culturali.

Passati e presenti. Ma lo stesso passaggio annunciato a Firenze dal welfare del risarcimento a un welfare della promozione, richiede un salto quantitativo e qualitativo dei livelli di sapere della popolazione, da cui dipenderà in gran parte la capacità di vivere il cambiamento come un’opportunità da cogliere, e non solamente come un rischio da cui difendersi. Affermazione impegnativa, foriera di grandi speranze, ma anche di possibile nuove disuguaglianze fra le persone e i territori. Come sanno benissimo i giovani studenti e laureati del Mezzogiorno, quelli che sono riusciti a raggiungere livelli di sapere apprezzabili in un contesto dove, come ci dicono i dati di una recente ricerca dell’OCSE, apprendere è più difficile, sono costretti a prendere la strada del Nord, per mettere a frutto il loro sapere in un progetto di lavoro e di vita.

La priorità del sapere, affermata a Firenze, permette di tenere insieme le politiche del sapere e della coesione sociale. Le politiche pubbliche a sostegno della competitività  parlano alle stesse speranze di liberta e di eguaglianza dei cittadini.

Le difficoltà non sono poche. Occorre tenere insieme, nei percorsi formativi, la valorizzazione dei talenti e la necessità di non sprecare nessuno; tenere alta la qualità mantenendo, anzi allargando, il carattere di massa della nostra scuola superiore e della nostra Università; affermare la formazione permanente come nuovo diritto di cittadinanza, capace di rispondere sia alle esigenze di riqualificazione professionale dei lavoratori che alle curiosità, ai desideri, ai bisogni delle persone; aumentare davvero l’obbligo scolastico; avvicinare la ricerca e le imprese, senza appiattire la ricerca sulle domande a breve, ma anzi rafforzandone il carattere ‘disinteressato’ e a lungo termine.

Priorità, come si vede, difficili e ineludibili. Su cui ci vorrà un grande impegno di risorse pubbliche, che sarà però efficace se saprà mobilitare le risorse  economiche e morali della società intera.

Anthony Giddens, nel suo intervento a Firenze, ci proponeva, come il più efficace dei modi per tenere insieme, nel progetto educativo libertà ed uguaglianza, di partire dai bambini, da un grande rilancio degli asili nido e dalla generalizzazione di una scuola dell’infanzia a grande valenza educativa, come primo indispensabile passo per strappare i bambini delle famiglie povere di soldi e di cultura, a un destino di povertà e di ignoranza. Ha preso, in un’assemblea che discuteva di economia e società, un applauso scrosciante. Mi pare questo il segnale più importante della assemblea fiorentina. Un partito che dà il segnale di voler praticare davvero la priorità del sapere per la crescita dell’economia e delle persone. Con l’apporto di tutti. Dalle maestre d’asilo ai premi Nobel.

 

LA SCUOLA CHE VERRÀ:

INNOVAZIONE CONTRO CONSERVAZIONE


di Fabrizio Dacrema

 

Cambiare la scuola senza partire da nuove riforme ordinamentali complessive. Questo sembra essere un primo punto certo di convergenza tra le numerose componenti dell’Unione riunite attorno al tavolo del programma.

Dopo due legislature di grandi riforme approvate ma non attuate, ora si pensa giustamente di promuovere processi di innovazione che realizzino in modo partecipato e condiviso un cambiamento effettivo.

Insomma dalle riforme senza cambiamenti ai cambiamenti per le riforme, fermo restando alcuni decisivi provvedimenti da prendere nei primi cento giorni per dare il via ai processi di trasformazione e metterli sul binario giusto: innalzamento dell’obbligo a 16 anni, ripristino del tempo pieno e prolungato e dei modelli di organizzazione didattica della scuola elementare (gruppo docente corresponsabile e tempi distesi), abolizione degli anticipi e generalizzazione quantitativa e qualitativa della scuola dell’infanzia, piani di supporto e sviluppo dell’autonomia scolastica, piani espansivi per nidi e formazione degli adulti.

Una strategia, proposta anche dalla CGIL nel suo “Programma per la conoscenza”, che risponde a tre esigenze fondamentali:

Abrogare come!

   di Maurizio Tiriticco

 

Quali ricadute con una “abrogazione immediata”

 

I firmatari della proposta di legge "per l’abrogazione immediata delle leggi Moratti" lanciata dal comitato di Firenze "Fermiamo la Moratti" aderente al movimento nazionale "Per la scuola della Repubblica" sono veramente tanti. La cosa in sé è assolutamente condivisibile, ma…

I ma non sono pochi! E mi meraviglia il fatto che tra le firme vi siano molti parlamentari, tutti esperti di legislazione! Sono veramente tutti convinti che una abrogazione immediata possa sanare come per miracolo tutti i guasti che la legge e tutti i decreti derivati, circolari comprese, hanno provocato nel nostro Sistema di istruzione?

Giova sempre ricordare che il termine abrogazione ha un significato preciso in termini formali e sta a significare che viene adottato un provvedimento con cui se ne cancella un altro! E ciò va benissimo quando si tratti di sanare situazioni semplici. Ma i meccanismi che la legge 53 e i provvedimenti derivati hanno messo in moto sono estremamente complessi! Riguardano, tra l’altro, quadri orario, organici, livelli di prestazione, rinviano a provvedimenti di natura finanziaria con cui occorre anche fare… i conti! E non è una battuta!

Insomma, se la proposta di legge per l’abrogazione immediata è uno slogan elettorale, ben venga! Uno slogan dice più di mille parole! Però! Il però consiste nel fatto che occorre assolutamente evitare che si inneschino incontrollate attese messianiche seguite poi da incontrollate ricadute sulle nostre scuole!

Pensare che, se si vota per l’Ulivo, la scuola è salva con la bacchetta magica dell’abrogazione è sbagliato! Non è così e non sarà così! Smontare il mostruoso castello che questa amministrazione ha messo in piedi con pazienza e rigore veramente certosino – un provvedimento che si incastra con un altro, una norma che ne richiama un’altra – non sarà affatto una cosa semplice! Richiederà un lavoro di smontaggio e di parallelo rimontaggio in tutt’altra direzione, ovviamente, un lavoro in cui saranno anche coinvolti più dicasteri (il Miur, l’Ecofin, il Mlps) e le Regioni… certamente! Quelle Regioni a cui la Moratti non ha fatto altro che tendere una trappola dopo l’altra!

Insomma, non basterà uno scossone parlamentare a ridarci, o meglio – ed è qui la reale difficoltà! – a darci (sic!) un Sistema di Istruzione che sia veramente tale!

 

Ricominciare dal Titolo V

 

Ai miei scritti su queste questioni mi hanno riposto in molti! E le accuse sono tante: secondo alcuni, io riterrei che, dopo tutto, la cosiddetta riforma Moratti un qualcosa di buono lo conterrebbe, per cui occorrerebbe fare un paziente ed accorto lavoro di taglio e cucito, anche perché, tutto sommato, tra la linea Berlinguer e quella Moratti, paraninfo Bassanini, ci sarebbe una continuità che, comunque, andrebbe salvata!

Ebbene! Assolutamente no! Non è così e così non penso, non dico e non scrivo! Nessun cedimento al salvare il salvabile, alla virtù che sta nel mezzo e a tutti buon sensi di questo mondo! O di questo Paese!

Abrogare, certamente, sì! Ma abrogare pezzo a pezzo, ma come? In primo luogo, occorre avere una chiara idea di scuola, o meglio del complessivo Sistema di istruzione e formazione, come delineato dalla “vecchia” e “nuova” Costituzione, e non come tradito pro domo sua dalla Moratti!

Ho scritto più volte che il nuovo Titolo V si limita a delineare due aree di competenza legislativa in materia di Sistema educativo, una statale ed una regionale, e che è stata una scelta di questa amministrazione quella di forzare tale indicazione per dar vita a due percorsi qualitativamente diversi e ben distinti! Ed è anche stata una scelta di questa amministrazione quella di interrompere l’obbligo di istruzione a 14 anni di età! Non c’è traccia di queste scelte nelle indicazioni del nuovo Titolo V, tanto meno nell’articolo 34 della Costituzione che, com’è noto, afferma che “la scuola è aperta a tutti” e che “l’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”! E quell’almeno indica con chiarezza la lungimiranza dei Padri costituzionalisti che auspicavano e prevedevano una società in cui l’istruzione fosse uno degli incentivi più forti dello sviluppo

Non c’alcuna continuità tra questa amministrazione e quella precedente e, soprattutto non c’è alcuna continuità con il Titolo V, ovviamente quello della legge 3/2001. Del resto, lo slogan Punto e a capo ha ben caratterizzato le intenzioni e gli atti di questo Governo!

Al di là degli slogan che lasciano sempre il tempo che trovano, occorre, invece, costruire pazientemente una linea strategica ed una operatività tattica. Sotto il profilo strategico, dobbiamo chiaramente sapere quale sistema di istruzione vogliamo, o meglio è necessario per il Paese! Sotto il profilo tattico dovremmo adottare la strada dei piccoli passi dei primi cento giorni, ma che siano chiari e concreti! E che siano soprattutto a) condivisi dalle scuole; b) realizzabili secondo cadenze certe e chiare. Sono cinque anni che questa amministrazione ha condannato le nostre scuole al pressappochismo, all’incertezza, al fai da te!

Noi dovremmo essere molto chiari su alcuni punti, che provo ad elencare.

 

Il Sistema educativo di istruzione e formazione nel suo insieme.

 

1) Occorre ritornare allo spirito e alla lettera del Titolo V che ha innovato tanto sotto il profilo costituzionale ma che la Moratti ha letto come le è sembrato più opportuno per avviare la “sua” idea di scuola. La legge 53 è doppiamente traditrice perché nell’epigrafe astutamente copia i punti m) ed n) del novellato art. 117! Per poi farne una traduzione assolutamente arbitraria.

2) Occorre ridare spazio ed aria alle Istituzioni Scolastiche e Formative Autonome. Il nostro Sistema di istruzione attualmente è così strutturato in ordine alla distribuzione delle competenze: a) al Miur sono attribuite le norme generali e i livelli essenziali delle prestazioni; b) alle Regioni e agli Enti Locali è attribuito quanto previsto sia dal Titolo V che dal dlgs 112/98; c) alle istituzioni scolastiche e formative è attribuita l’autonomia organizzativa, didattica, di ricerca, sperimentazione e sviluppo! Ma quest’ultima, non avendo un respiro ampio, né regionale né nazionale, risulta purtroppo scarsamente produttiva! Va tenuto conto del fatto che l’articolo 114 della Costituzione afferma che “i Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni”, per cui le autonomie scolastiche e formative non rientrano in questo contesto normativo, in quanto sono espressioni di autonomia funzionale (art. 1 del dpr 275/99). Ma tale limitazione non può autorizzare a pensare che queste autonomie godano di diritti minori, anche perché, per l’articolo Cos. 117, la legislazione concorrente delle Regioni si esercita solo fatta “salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche”. Emerge, pertanto, la necessità di sollecitare una iniziativa ampia dal basso per un coordinamento delle autonomie scolastiche e formative nelle forme consociative che la normativa prevede.

3) Occorre innalzare l’obbligo di istruzione a 16 anni, da realizzarsi nei bienni della scuola pubblica, eventualmente anche con il concorso e il contributo fattivo dell’istanza regionale per dar vita a percorsi articolati e arricchiti anche con esperienze pratiche. Attività laboratoriali, scorrimenti orizzontali, una intensa attività di orientamento e riorientamento dovrebbero caratterizzare i percorsi in un biennio unitario, non unico, e riccamente articolato. Immettere tutti i quattordicenni negli attuali istituti secondari, senza ritoccarne minimamente l’organizzazione didattica, significherebbe soltanto esporli a sonore bocciature e a dar vita a nuove imprevedibili forme di dispersione.

 

La scuola dell’infanzia

 

Occorre procedere alla generalizzazione della scuola dell’infanzia su tutto il territorio nazionale e restituirle quella caratteristica di effettiva scuola per i 3/6 anni di età che la sciagurata iniziativa degli anticipi rischia di distruggere! La scuola dell’infanzia, prima di essere un servizio alla famiglia, è un servizio educativo per il bambino! Emerge anche la necessità di abrogare le Indicazioni nazionali e tornare a quel pregevole documento degli Orientamenti del ’91 che a tutt’oggi non ha perso nulla della sua originalità ed efficacia: E non è un caso che è grazie a quegli Orientamenti che la nostra scuola dell’infanzia, anche per chiari riconoscimenti internazionali, è una delle prime nel mondo.

 

Il primo ciclo

 

Com’è noto, le norme generali sull’istruzione dopo la riforma del Titolo V non possono più tradursi in Programmi ministeriali. La scelta del titolo Indicazioni nazionali, che sottolinea la discontinuità tra due ordinamenti del Sistema di istruzione, è accettabile. Ciò che è assolutamente inaccettabile è il testo delle attuali Indicazioni nazionali che è scorretto per molteplici ragioni:

- in primo luogo, non si comprende perché le due Indicazioni nazionali per la scuola primaria e per la scuola secondaria di primo grado debbono essere l’una la fotocopia dell’altra, fatta esclusione per le tabelle degli Obiettivi Specifici di Apprendimento e per i quadri orario;

- le Indicazioni contengono al loro interno contenuti che attengono alle norme generali sulla istruzione che sono costantemente confusi con contenuti che attengono, invece, ai livelli essenziali di prestazione che le scuole dovrebbero garantire;

- i testi non si caratterizzano affatto per ciò che dovrebbero essere in quanto Indicazioni e non Programmi; infatti, ricalcano modi, forme e linguaggio dei vecchi programmi

Ne consegue che le due Indicazioni nazionali dovrebbero essere totalmente riscritte, ovviamente non da un gruppo ristretto funzionale ai desiderata dell’amministrazione, ma da una Commissione di lavoro rappresentativa delle migliore istanze culturali attive nel Paese. E’ anche necessario riscrivere gli Obiettivi generali e gli Obiettivi specifici non in quanto optional a cui le scuole debbono attingere per la definizione di Obiettivi formativi per Piani di studio personalizzati, ma in quanto standard di apprendimento validi per tutti gli alunni. In tal modo si restituisce certezza agli insegnamenti, secondo l’assunto che la nostra scuola ha sempre da anni condiviso: individualizzazione dei percorsi, unitarietà degli obiettivi. In tale scenario, il Profilo Educativo, Culturale e Professionale dell’alunno va abrogato in quanto non costituisce affatto un insieme di standard bensì un assemblaggio di considerazioni su pretesi comportamenti attesi dei nostri adolescenti che non sono di alcun aiuto per un insegnamento efficace.

Di conseguenza viene a cadere tutta l’operazione valutativa condotta dall’INValSI, che va riletta e riscritta solo dopo che avremo gli standard terminali per gli alunni.

Occorre rivedere totalmente tutta l’operazione tutor. Non si nega la necessità di una funzione tutoriale che a livello di una istruzione obbligatoria potrebbe svolgere un compito delicatissimo di assistenza, consulenza, orientamento, ma il tutto deve essere demandato ad una scelta pedagogica credibile, ad una normativa più chiara, soprattutto in ordine alla formazione di eventuali “figure” tutoriali, nonché ad una reale contrattazione.

L’operazione portfolio è totalmente da lasciar cadere, in quanto si tratta di uno strumento che ha una sua precisa ragion d’essere a livello di istruzione e formazione di secondo grado ed adulta in forza della presenza di ventagli ampi di competenze e di profili professionali, ma che non costituisce alcun valore aggiunto a percorsi di istruzione che perseguono finalità ed obiettivi largamente comuni a tutti i soggetti in apprendimento. Ciò che è importante nel primo ciclo è quello di attivare processi di valutazione credibili sistemicamente congiunti con attendili azioni di orientamento.

Occorre ricostruire quadri orario obbligatori certi nella convinzione che è dell’istituzione scolastica la prima responsabilità di progettare e realizzare curricoli di studio, dopo un’attenta lettura dei bisogni formativi degli alunni e delle attese delle famiglie. Vanno quindi restaurate – ovviamente con tutte le innovazioni che potrebbero rendersi necessarie – le scelte del tempo pieno e del tempo prolungato, la cui soppressione ha suonato come un vero insulto verso esperienze formative consolidatesi con successo nel corso degli ultimi anni.

 

Il secondo ciclo di istruzione

 

Per quanto riguarda il secondo ciclo di istruzione, il fatto che la sperimentazione non dovrebbe partire dal prossimo anno scolastico e che l’avvio dell’ordinamento dovrebbe partire dal 2007 è indubbiamente positivo, però occorre prefigurare con chiarezza finalità, obiettivi, strutture ordinamentali.

In primo luogo occorre tradurre in atto le indicazioni di cui al Titolo V: la competenza dello Stato, com’è noto, riguarda solo la definizione delle norme generali dell’istruzione e dei Livelli Essenziali delle Prestazioni che devono essere erogate sull’intero territorio nazionale in termini di servizi e strutture. Il resto, in termini di amministrazione, organizzazione, programmazione sul territorio è di competenza delle Regioni e degli Enti locali. Alle Regioni è stata trasferita l’intera competenza in materia di istruzione e formazione professionale.

Le ragioni della scelta operata dal costituzionalista è evidente. Lo Stato, in quanto tale, è in grado di garantire i livelli di un percorso di istruzione che possiamo chiamare “generalista”: ad esempio, tutto il percorso dell’istruzione obbligatoria di base non può che essere statale. La Regione ha una competenza sul territorio più mirata, che lo Stato non ha: alla Regione spetta il segmento terminale di una istruzione curvata sull’offerta nei vari ambiti professionali. Da tale assunto non discendono affatto i due canali di cui alla legge 53, ma due ambiti di responsabilità che non possono non essere fortemente interagenti, se non, in certi casi, anche integrati.

Sotto questo profilo, il sistema degli 8 licei di cui alla legge 53 non regge assolutamente e sta solo a significare la volontà monopolizzatrice di una amministrazione centrale che, nonostante un nuovo disposto costituzionale, continua a ragionare e ad operare come se il cambiamento non fosse mai avvenuto.

Ad una attenta lettura di tutto il sistema messo in piedi dalla legge 53 e dai provvedimenti che la rendono esecutiva, emerge ancora con grande chiarezza l’organizzazione a canne d’organo che, invece, si doveva liquidare per sempre. Se si legge attentamente tutto il dispositivo del dlgs sul secondo ciclo, emergono ben cinque aggregazioni di percorsi, tutti a scalare dal primo, privilegiato, fino al quinto, destinato ai ragazzi che – come si afferma spesso negli ambienti dell’amministrazione – non sono portati per lo studio! I percorsi sono: 1) il classico, l’unico che apre a tutte le facoltà universitarie; 2) il tecnologico che, pur essendo “vocazionale” cioè soprattutto professionalizzante, non si conclude (almeno così sembrerebbe) con l’accertamento delle conoscenze, competenze, abilità e capacità che invece caratterizzano i restanti percorsi liceali; 3) gli altri sei percorsi, molto centrati, appunto, su conoscenze, competenze, abilità, capacità; 4) i percorsi in alternanza scuola-lavoro nella formula che prevede che l’intero percorso possa essere effettuato in alternanza(dlgs 77/05, art. 1, c. 1); 5) l’apprendistato per l’assolvimento del diritto-dovere all’istruzione e alla formazione (circolare del Ministero del Lavoro  delle Politiche Sociali n. 40 /2004).

In effetti, i percorsi liceali stricto sensu dovrebbero essere non più di quattro. Utilizzando la terminologia della legge 53, potremmo individuare il classico, lo scientifico, il linguistico, e quello delle scienze umane, e tutti, ovviamente con ampie aperture all’integrazione e all’alternanza. Solo questi dovrebbero gravitare nell’area statale. Gli altri quattro, tutti segnati da una terminalità professionalizzante, dovrebbero essere realizzati nell’area di competenza regionale, comunque con forti tassi di integrazione in modo che non sia affatto escluso il fattore congiunto della propedeuticità verso studi universitari.

Tutto il dlgs sul secondo ciclo dovrà essere rivisitato e riscritto, e con esso le Indicazioni nazionali, gli OSA e i quadri orario per le ragioni già esposte a proposito del primo ciclo. Altro discorso vale, invece, per la funzione tutoriale e per il portfolio che nel secondo ciclo acquistano una importanza non solo rilevante, ma anche irrinunciabile data la complessità delle competenze che il mondo della formazione promuove e che il mondo del lavoro richiede, pur considerando tutti i cambiamenti che l’evoluzione delle conoscenze propone ed impone.

 

(Roma, 7 dicembre 2005)

 

RIPARTE A MILANO

L’ULIVO SCUOLA?  

Dopo la vittoria di Prodi alle primarie nazionali e prima delle prossime primarie cittadine per le elezioni a sindaco anche il mondo della scuola milanese è in sommovimento.
A fine novembre c’è stata un’iniziativa di ReteScuole alla quale hanno partecipato esponenti politici e sindacali di tutto il fronte dell’opposizione. E’ ora la volta di un gruppo di operatori scolastici, dirigenti e docenti (figurano firme di rilievo di persone da anni particolarmente impegnate nel mondo della scuola) che rilancia la proposta di costituire a Milano un tavolo permanente dell’Ulivo sui problemi della scuola.
La proposta è rivolta in primo luogo alle segreterie provinciali dei Democratici di sinistra e della Margherita, vale a dire alle forze politiche che costituiscono le gambe principali dell’Ulivo.

Pur contrastando le linee politiche e culturali della riforma Moratti,- sostengono gli estensori del documento - “non ci si può permettere il lusso di “tornare a prima” e riprendere discussioni su ormai improbabili riforme globali. Occorre invece partire dai bisogni concreti di una moderna società dell’informazione e della comunicazione, quale è la nostra, per individuare le priorità nel quadro di uno sviluppo culturale e sociale che costituisca volano per il rilancio dello sviluppo economico del paese. Dire questo non è banale per due motivi. Da un lato, perché lo sviluppo dei livelli di istruzione non è affatto un portato “oggettivo” della società cognitiva e competitiva, ma necessita di una forte intenzionalità politica. Dall’altro, perché significa impostare un programma di governo in termini di obiettivi concreti e realistici e di strumenti che consentono la loro realizzazione.
E’, insomma, la prospettiva di un “timone riformista” per la politica scolastica della coalizione che aspira a governare il paese, sia a livello centrale, sia negli Enti Locali: l’unico capace di aggregare un consenso ampio di tutti quelli che, interni ed esterni alla scuola, hanno continuato in questi anni a lavorare per i nostri giovani, anche nel quadro impervio del governo di centro-destra.”


La proposta consiste allora nel costituire un “laboratorio politico” dell’Ulivo che approfondisca da un lato le tematiche connesse alla Riforma della scuola, dall’altro i problemi con i quali deve misurarsi una forza che aspiri al governo del paese ma anche delle realtà locali, come il Comune di Milano, sul piano delle politiche scolastiche.

Dar vita quindi a gruppi di lavoro, allargati e “tematici”, e ad un tavolo permanente di confronto dell’area riformista che nell’Ulivo si riconosce. Uno dei primi momenti di questo percorso dovrebbe essere un seminario con i responsabili scuola nazionali dell’Ulivo, Andrea Ranieri (Ds) e Fiorella Farinelli (Margherita).

Il documento elaborato dal gruppo promotore non ha affatto l’intenzione di precostituire il dibattito indicando già soluzioni definitive, quanto piuttosto di indicare una possibile base di discussione su alcune tematiche di rilievo. Si tratta quindi di un primo e parziale contributo. Non tutti i temi infatti sono affrontati. Sarà compito del lavoro di gruppo e del seminario approfondire tutte le problematiche e pervenire a posizioni meglio definite e più organiche. L’obiettivo è dunque quello di lavorare per la costruzione unitaria di una “linea” dell’Ulivo per la scuola a Milano e di dare un contributo qualificato al dibattito in corso a livello nazionale.

g.g.



UNA SCUOLA PER L’EQUITA’, PER LA CRESCITA DEI CITTADINI

E PER LO SVILUPPO DEL PAESE

(documento di operatori scolastici della Lombardia per la costruzione del programma dell’Ulivo sulla scuola)

 

PREMESSA

 

            Le nostre scuole sono oggi attraversate da un diffuso e drammatico disorientamento, dovuto al fatto che negli ultimi anni la pretesa di cancellare ogni traccia della legislazione precedente (il famoso “punto e a capo” del programma della Casa delle Libertà) ha prodotto soltanto proclami ideologici, tagli di spesa e inestricabili contraddizioni.

             I tagli  (tagli indiscriminati, non risparmi, che pure  sarebbero possibili e necessari) sono sotto gli occhi di tutti e si sono tradotti nello strangolamento dei bilanci d’istituto con la riduzione del 40% dei finanziamenti destinati al funzionamento ordinario e al sostegno dell’autonomia; nei ritardi degli accrediti;  nella sostituzione di fondi certi con fondi “una tantum”.

           

            Nella scuola primaria, la riforma del primo ciclo ha provocato una diminuzione delle risorse per il tempo pieno inteso come modello pedagogico, mentre le formule astruse imposte dalla nuova pedagogia di stato delle Indicazioni “provvisorie” ha prodotto sconcerto  e  ritorno alla pura “routine”.

            La riforma del secondo ciclo con l’introduzione del secondo canale, infine, è sfociata in una disastrosa  licealizzazione generale che ghettizza ancora di più la formazione professionale e fatalmente produrrà un aumento dei livelli di  insuccesso e di selezione sociale,

            Quanto alla gestione complessiva del sistema, malgrado che nella prima parte della legislatura il governo godesse di una invidiabile condizione di concerto pieno  con la grande maggioranza delle regioni, non si è riusciti a produrre nessuna forma di sensata decentralizzazione delle competenze, Da questo punto di vista, non si tratta solo del fallimento del M.I.U.R, ma di un intero ceto politico – quello lombardo in testa – che si è dimostrato del tutto incapace di esercitare i poteri  che già oggi competono alle Regioni su materie fondamentali come la programmazione dell’offerta formativa territoriale, la determinazione degli organici  e l’educazione degli adulti.

           

            L’autonomia delle istituzioni scolastiche è stata lasciata deperire per mancanza di  risorse finanziarie ed umane, ma anche e soprattutto per l’adozione di disastrose misure organizzative quali il rafforzamento dell’equiparazione tra orario di servizio e orario di lezione, la liquidazione di ogni forma di organico funzionale, il  sovraccarico di responsabilità riversato senza alcuna contropartita reale sui dirigenti scolastici, sui  docenti, sul personale amministrativo.

 

La cornice culturale complessiva in cui si iscrivono i cambiamenti realizzati dal centro destra è caratterizzata anche da aspetti di arretratezza e di cecità politica: si pensi, fra l’altro, alla mancanza di una esplicita considerazione del ruolo e dei compiti della scuola in una società sempre più multiculturale.

 

            Proprio perché la situazione in cui ci troviamo presenta queste caratteristiche, non ci si può permettere il lusso di “tornare a prima”, e riprendere discussioni su ormai improbabili riforme globali. Occorre invece partire dai bisogni concreti di una moderna società dell’informazione e della comunicazione, quale è la nostra, per individuare le priorità nel quadro di uno sviluppo culturale e sociale che costituisca volano per il rilancio dello sviluppo economico del paese. Dire questo non è banale per due motivi. Da un lato, perché  lo sviluppo dei livelli di istruzione non è affatto un portato “oggettivo” della società cognitiva e competitiva, ma necessita di una forte intenzionalità politica. Dall’altro, perché significa impostare un programma di governo in termini di obiettivi concreti e realistici e di strumenti che consentono la loro realizzazione.

E’, insomma, la prospettiva di un “timone riformista” per la politica scolastica della coalizione che aspira a governare il  paese, sia a livello centrale, sia negli Enti Locali: l’unico capace di aggregare un consenso ampio di tutti quelli che, interni ed esterni alla scuola, hanno continuato in questi anni a lavorare per i nostri giovani, anche nel quadro impervio del governo di centro-destra.

 

1. Una scuola di base ricomposta nel modello e nel percorso

 

            Una buona scolarità di base, caratterizzata dai tempi distesi e dalla ricomposizione tra segmento dell’infanzia, segmento primario e secondario, nella prospettiva di un curricolo unitario e continuo, è la “conditio sine qua non” del successo formativo. La legge 148 di riforma della scuola elementare e i relativi programmi, così frettolosamente e immotivatamente abrogati dal centrodestra, già avevano assunto la continuità educativa come principio fondamentale. Non ha fondamento alcuno la pretesa di interna autosufficienza culturale e psicopedagogia dei vari segmenti della scuola dell’obbligo, tanto più che dai dati OCSE PISA risulta chiarissimo che il passaggio alla secondarietà  è proprio il punto debole di tutto l’ordinamento.

            D’altra parte, l’esperienza di anni insegna che non bastano forme di coordinamento tra le scuole se non c’è un raccordo strutturale all’interno di un unico istituto. Va invece riconosciuta l’esigenza del diritto dell’alunno ad un percorso formativo organico e completo, contrassegnato dalla ricerca di una unità di significato che passi anche attraversi scelte organizzative e metodologiche coerenti e coese.

            Tuttavia, non appare possibile riproporre oggi la “riforma dei cicli” berlingueriana. Occorre allora, più realisticamente, prendere una iniziativa per rendere gestibili gli attuali istituti comprensivi, sul piano strutturale e sul piano organizzativo. I piani di dimensionamento debbono escludere l’esistenza di Istituti comprensivi di dimensioni eccessive, ed è necessario  prevedere figure di staff da affiancare al dirigente scolastico. Occorre andare in direzione dell’unificazione dello stato giuridico dei docenti e prevedere (almeno) un vero e proprio anno di saldatura con docenti dei due ordini di scuola che interagiscono nella gestione della stessa classe, in termini di uso di un organico effettivamente “funzionale”, gestendo  i “passaggi” alla secondarietà, dal punto di vista cognitivo, psicologico, pedagogico, e contribuendo così alla costruzione di un curricolo unitario .

 

2. Riscrivere il decreto sul secondo ciclo

 

Il permanere di un tasso altissimo di insuccesso, che va ben oltre le cifre pur allarmanti della dispersione e tocca una buona metà almeno degli stessi  licenziati  con la valutazione “sufficiente” nell’esame di  scuola media; la crescita del divario tra domanda e offerta di lavoro qualificato;  lo scenario del Titolo V della Costituzione prima e più di quello della devolution – impongono misure urgenti per avviare una nuova fase. 

 

a)      E’ necessario innalzare la soglia dell’obbligo d’istruzione ai sedici anni e recuperare la normativa  abrogata sull’obbligo formativo fino ai diciotto anni, o per lo meno fino al raggiungimento di una qualifica professionale di terzo livello europeo.

Il biennio unitario e integrato per tutti dopo il primo ciclo deve consentire un ventaglio ampio di scelte e permettere integrazioni, a fini orientativi e propedeutici, con la Formazione Professionale, da considerare in ogni caso come sistema a sé. A partire dal terzo anno, nell’ambito dell’istruzione tecnica e professionale si svilupperanno corsi di durata diversificata  (3-4-5-6 anni) coerenti con i livelli delle qualifiche professionali europee fino all’istruzione tecnica superiore non accademica. Come avviene già  diffusamente, in questo quadro gli Istituti scolastici  potranno accreditarsi come agenzie di formazione.

Contestualmente vanno sviluppati i temi della certificazione e del riconoscimento dei crediti, per i quali è indispensabile la piena valorizzazione della sede costituita dalla Conferenza Unificata Stato Regioni.

 

b) Ciò non è tuttavia sufficiente, e potrebbe risultare addirittura controproducente,  se non si attuasse un profondo rinnovamento degli assi culturali e delle metodologie didattiche. Il necessario superamento della separazione tra la dimensione del fare e quella del sapere implica infatti il ribaltamento delle metodologie didattiche di stampo gentiliano ancora oggi prevalenti  e l’avvio di una “didattica del progetto” capace di  superare l’autoreferenzialità delle discipline.

       Per “integrazione” perciò non si deve intendere una semplice giustapposizione  di quote orarie, che si risolverebbe in un alibi per evitare una  radicale revisione dell’approccio metodologico-disciplinare, ma una feconda contaminazione per rispondere alle esigenze di un’utenza che vive in un contesto culturale in cui non solo le modalità di apprendimento, ma anche gli alfabeti sono profondamente mutati e diversificati. Senza buoni insegnanti capaci di partire dalle situazioni problematiche e dalla didattica del progetto, non c’è nessuna innovazione possibile

In questo senso potranno essere recuperate positivamente anche le esperienze condotte da scuole e centri di formazione professionale impegnati nella realizzazione degli accordi Stato-Regione dl giugno 2003, pur negli spazi angusti ed ambigui cui sono stati costretti dai vincoli della legge 53.

In ogni caso vanno ripensate, sia alla luce del rinnovamento degli assi culturali che di metodologie appropriate, le Indicazioni nazionali, che non dovrebbero contenere chilometrici  elenchi, ma solo l’indicazione degli obiettivi generali del processo formativo e degli obiettivi specifici di apprendimento, proposti come traguardi per gli studenti, nonché il quadro delle risorse di cui le istituzioni scolastiche devono disporre per garantire i livelli essenziali del servizio

 

3.      Costruire gli strumenti dell’orientamento

 

                All’indomani dell’emanazione della legge 9,  abbiamo constatato  che l’ostacolo maggiore alla sua applicazione era costituito dalla mancata costruzione degli ambiti e degli strumenti  di interazione tra i diversi soggetti chiamati in causa:  gli Enti Locali e funzionali, i Centri per l’impiego, le aziende,  le ASL, le parti sociali, il volontariato ecc. Né sono mai partiti l’anagrafe della popolazione scolastica e i tavoli di programmazione dell’offerta formativa territoriale.

Il finanziamento e la messa in campo in tempi certi di questi strumenti, ben più che la diatriba terminologica sull’obbligo o sul diritto-dovere d’istruzione, appaiono il compito ineludibile per una coalizione capace di  consentire a tutti i cittadini di raggiungere  il maggior livello di  successo formativo possibile.

 

4. Aumentare il numero degli adulti in formazione, coordinare il sistema regionale dell’EdA, riformare i corsi serali

 

                L’abbandono dell’Eda al suo destino è certamente uno dei “buchi neri” della politica scolastica del centro-destra. Eppure, la stessa legge 53 prevedeva la costruzione di un sistema nazionale e faceva carico al governo di emanare disposizioni delegate, anche per raccordare le competenze centrali con quelle regionali. La Regione Lombardia prima non ha nominato, poi non ha convocato il Comitato Regionale che avrebbe dovuto definire gli ambiti territoriali di riferimento, provocando la paralisi del sistema, che continua ciò nonostante a svolgere un servizio prezioso sia per le fasce disagiate (stranieri in primo luogo) sia per i soggetti in cerca di riqualificazione professionale.

E’ perciò essenziale il varo di un piano che consenta, sul versante istituzionale e finanziario, il decollo del sistema disegnato cinque anni or sono dall’Accordo Governo- Conferenza Unificata e  che  permetta ai Centri Territoriali di svolgere i loro compiti di accoglienza, orientamento, supporto al riconoscimento dei crediti, collaborazione con le agenzie di formazione formale e informale.

In questo ambito è indispensabile assumere misure  come la definizione di nuovi parametri di selezione del personale e di individuazione dell’organico basati sulle effettive competenze e sulle attività svolte effettivamente; una profonda riforma dei corsi serali, che li riscatti dalla condizione di cloni della scuola diurna; la definizione di  criteri certi per il riconoscimento dei crediti, lo sviluppo dell’insegnamento a distanza e del raccordo con la Formazione Professionale.

Su questo terreno la coalizione di centro-sinistra dovrà coerentemente incalzare la Regione Lombardia perché assolva ai compiti di sua competenza e si doti della tecnostruttura necessaria, collaborando con l’Amministrazione scolastica

 

5. Autonomia e decentralizzazione

 

La scelta dell’autonomia delle istituzioni scolastiche deve essere confermata e messa in condizione di divenire effettivamente operante. E’ necessario  l’alleggerimento dei vincoli che in questi ultimi anni si sono fatti più rigidi (per esempio, sul piano dei controlli sulla spesa, che sono divenuti praticamente solo ministeriali; oppure sul piano dell’imposizione di formule organizzative, dal tutorato all’orario mensa….)

 Gli istituti vanno responsabilizzati  in ordine alla definizione dei percorsi che conducono al conseguimento degli standard. Va creata una rete di servizi (amministrativi, di supporto alla ricerca e alla didattica, per il contenzioso) che contribuisca a diminuire il sovraccarico di lavoro e di responsabilità per le singole istituzioni scolastiche. Di converso, esse devono trovare adeguate forme di rappresentanza nelle strutture integrate di “governance” territoriale a livello comunale, provinciale e regionale.

In questo quadro, la dirigenza scolastica deve essere valorizzata non come terminale periferico di un potere lontano ed esterno (MIUR o Regione poco importa, da questo punto di vista), ma come risorsa essenziale  nel suo essere cerniera tra la singola comunità e l’Amministrazione di cui costituisce presidio e risorsa.

L’INVALSI  è uno dei servizi fondamentali per l’autonomia, e la valutazione di prodotto deve essere considerata assolutamente necessaria perché i processi di autovalutazione possano trovare alimento e termini di confronto. Il dibattito sugli strumenti utilizzati nei progetti pilota, così come la discutibile opportunità di indagini condotte non a campione ma sull’universo, non possono offuscare l’essenzialità di tale servizio (istituito  non a caso dal governo di centro-sinistra). In questa prospettiva è auspicabile una sempre più stretta correlazione tra la rilevazione degli esiti, le caratteristiche delle scuole e i processi di insegnamento che vi si svolgono.

Ma l’autonomia delle scuole non può esistere se  non in un quadro di reale superamento del centralismo ministeriale. La politica scolastica è ormai e sarà sempre più una politica di “governo misto” della quale la legislazione dello Stato sarà una delle componenti, essenziale ma non unica,  che deve confrontarsi con le politiche delle altre componenti della Repubblica.

Questa scelta è irreversibile e si tratta semmai di evitare la duplicazione di organismi che svolgano le stesse funzioni  appartenendo a  soggetti istituzionali diversi.  Ad esempio, molte delle funzioni dei CSA e delle stesse Direzioni Scolastiche Regionali sono in tutto o in parte  sovrapponibili a quelle delle Amministrazioni provinciali, delle Regioni e delle stesse scuole autonome. La loro razionalizzazione produrrebbe semplificazione amministrativa, maggior efficacia e sicuri risparmi,

 

6. Cambiare il metodo di lavoro

 

Occorre infine cambiare il metodo di lavoro dell’Amministrazione Scolastica, che ha accentuato negli ultimi anni la sua tendenza alla deresponsabilizzazione e alla valorizzazione delle sole fedeltà politiche.  Questo significa in primo luogo l’esclusione della scuola e della dirigenza scolastica dal sistema dello spoil system, ma anche riavviare un circuito virtuoso di  verifica delle sperimentazioni  e dei risultati conseguiti, di utilizzo delle competenze reali, di coinvolgimento della ricerca educativa e della stessa utenza alla messa in opera del  sistema educativo.

Per l’Amministrazione e gli operatori scolastici devono essere resi possibili il confronto tra esiti attesi e risultati effettivi, la verifica di fattibilità e la rigorosa definizione delle priorità tra le esigenze dei diversi settori di un moderno welfare.

Gli operatori scolastici devono trovare  in questo orizzonte la possibilità di  tornare ad essere centrali (con quel che ne consegue in termini di riconoscimento e di prestigio sociale) nella necessaria grande opera di ri-costruzione del paese, così come lo furono per la nascita della nazione nei primi decenni dell’unità. 

 

CONCLUSIONI

 

Questo documento, firmato da un primo gruppo di operatori scolastici,  si rivolge agli organismi dirigenti provinciali, regionali e nazionali dei partiti che si riconosceranno nella lista unitaria dell’Ulivo alla Camera  e chiede un’attenzione che significhi anche volontà di valorizzare le competenze specifiche degli operatori scolastici, Non c’è, in questa richiesta, alcuna presunzione di tipo corporativo, né sottovalutazione del ruolo delle forze politiche cui spetta in ultima analisi la responsabilità di comporre in un programma unitario le diverse sollecitazioni.

C’è però la richiesta di riconoscimento per un’interlocuzione che, per essere specifica e  in parte tecnica, non per questo rinuncia alla prospettiva politica. Il gruppo dei firmatari chiede perciò che l’Ulivo si impegni ad accettare, nella sua autonomia,  non un episodico e generico contributo alla predisposizione del programma, ma la costruzione di un tavolo permanente di confronto e di iniziativa, il cui primo momento potrebbe essere un seminario (a inviti) da realizzarsi in Milano con i responsabili  nazionali scuola nella prima quindicina di gennaio

 

Agostino Frigerio, Aldo Acquati, Aldo Tropea, Antonio Valentino, Federico Niccoli, Francesco Cappelli, Gianni Gandola, Gilberto Bettinelli, Giuseppe Bonelli, Giuseppe Melone, Guglielmo Lozio, Iliano Geminiani, Loredana Leoni, Luigi Dansi, Paolo Danuvola, Renata Rossi, Roberto Proietto, Rodolfo Rossi, Rosa Ottaviano, Salvatore Forte

 

(E' utile sapere chi sono i personaggi, ndr)

Agostino Frigerio, dirigente scolastico utilizzato presso l'Università Bicocca di Milano
Aldo Acquati, dirigente scolastico
Aldo Tropea, dirigente scolastico
Antonio Valentino, dirigente scolastico e dirigente nazionale FLC Cgil
Federico Niccoli, dirigente Scolastico e docente di legislazione scolastica presso l'Università Bicocca (FLC Cgil)
Francesco Cappelli, dirigente scolastico e vice presidente del CIDI
Gianni Gandola, dirigente scolastico (FLC Cgil)
Gilberto Bettinelli , dirigente scolastico in servizio presso l’Università Bicocca di Milano
Giuseppe Bonelli ,dirigente scolastico della scuola paritaria Francesco Cappelli e respondabile scuola della Margherita Lombardia
Giuseppe Melone, dirigente scolastico (CISL scuola)
Guglielmo Lozio, forse l'unico docente della lista
Iliano Geminiani, dirigente scolastico
Loredana Leoni, dirigente scolastico e dirigente ANDIS
Luigi Dansi, dirigente scolastico (Coordinamento CGIL-CISL)
Paolo Danuvola, dirigente scolastico e consigliere regionale della Margherita
Renata Rossi, dirigente scolastico e presidente provinciale ANDIS
Roberto Proietto, dirigente scolastico (FLC-Cgil Lombardia)
Rodolfo Rossi, dirigente scolastico
Rosa Ottaviano, MIUR Lombardia
Salvatore Forte, dirigente scolastico ( CIDI Lombardia )

Si può osservare che i dirigenti scolastici spopolano tra i DS. Anche l'articolo che segue è di una associazione di Dirigenti Scolastici.

7° Congresso nazionale dell’Andis 

(Roma,30 nov.’05)

Relazione del Presidente nazionale Gregorio Iannaccone

 

  Un congresso non è mai avulso dal contesto culturale, sociale ed emotivo e, nel nostro caso, professionale che lo circonda, risuona delle attese e dei progetti, delle aspirazioni e dei sentimenti degli associati.

Un congresso che coinvolge i dirigenti scolastici, ogni giorno profondamente immersi nella vita che scorre, nelle contraddizioni del nostro tempo, nelle nostalgie del passato, nelle speranze dell’avvenire, è un momento particolare che trascina i protagonisti e lascia una traccia forte e visibile in un sentiero che per una volta diventa luminoso.

L’ANDIS, la nostra associazione dei dirigenti scolastici, ha una storia lunga!

Ma ha soprattutto una storia coerente, in un mondo di incoerenze diffuse.

Non è nata come sindacato, non lo è diventata e non intende diventarlo, anche se molti colleghi percepiscono una inadeguata rappresentanza dei bisogni profondi e degli interessi legittimi della professione, una divisione in troppe sigle, che faticano a trovare una qualche sintesi e l’indispensabile unità d’azione nei momenti difficili, che sono ormai una costante dei dirigenti scolastici e della scuola del nostro Paese.

L’ANDIS vuole tenacemente restare un’associazione di dirigenti scolastici, un luogo professionale di confronto e partecipazione continua, deciso a sfidare chiusure e incomunicabilità, preconcetti e pregiudizi, ambiguità e convenienze. Ha scelto e sceglie di non essere cinghia di trasmissione di nessun sindacato, ma di continuare a vivere stagioni di curiosità, di entusiasmo e di impegno culturale e professionale nella quotidianità sempre più angusta.

Al centro del nostro interesse rimane lo studente, in carne ed ossa, che studia e che non studia, che frequenta e non frequenta, che è obeso o inappetente.

Lo studente reale, non quello dei mass media, che fa notizia perché ha lo zaino pesante o il diario griffato e qualche volta decide anche di farla finita per sempre, troppo viziato in un mondo di vizi, troppo incompreso in una società distratta, troppo debole in famiglie debolissime, a prescindere dal reddito e dalla cultura.

Associazione controcorrente la nostra, che si dà un codice etico mentre l’etica pubblica viene guardata con altezzoso fastidio, le mani di molti ritornano sempre meno pulite, i pensieri delle masse sono distorti dal banale quotidiano, da telequiz di scatole vuote, da grandi fratelli impiccioni, da isole dove i cosiddetti famosi mettono in mostra tutta la loro stupidità.

Siamo nati da una forte istanza etica, politica e culturale di ridefinizione dello specifico ruolo del dirigente scolastico responsabile della “scuola”, cioè di quella agenzia che per noi rimane la principale, specifica, intenzionale, l’unica agenzia pubblica che ha interesse condiviso per l’educazione, l’agenzia formativa della Repubblica: la scuola.

Nell’ attività di questi anni l’A.N.DI.S. si è caratterizzata e spesa come soggetto tra i più impegnati nel conseguimento e successivamente nella realizzazione dell’autonomia e della dirigenza, anche per affermare una nuova, convinta e convincente idea di scuola, aderente sempre più e meglio ai bisogni dei soggetti e per promuovere da subito la deontologia professionale della nostra neonata funzione dirigenziale, radicata nell’etica pubblica, perché la scuola ha il compito precipuo di formare le giovani generazioni alla cittadinanza responsabile e solidale.

Associazione di dirigenti, tali per ruolo e funzione, sempre meno numerosi, sempre meno giovani (per essere buoni con noi stessi), colpiti da una sorta di spagnola del terzo millennio, passati dai 15.000 agli attuali 7.500, in attesa che un interminabile concorso ordinario ringiovanisca la categoria e allontani ulteriori sanatorie, i cui danni sono già evidenti.

Dirigenti scomparsi dai testi delle ultime leggi sulla scuola, dai relativi decreti e finanche dalle circolari…

Dirigenti spariti dalla televisione, con censura preventiva, perché nei dibattiti sulla scuola si potesse parlare senza il fastidio di qualcuno competente.

Dirigenti invisibili dunque, eppure mai come adesso così presenti a materializzare la scuola nella sua organizzazione, a promuovere attività, ad utilizzare al 100% i fondi della Comunità Europea, a dare senso all’autonomia scolastica, a dare la dritta ad una barca che rischiava giorno per giorno di affondare, tra proteste, delusioni, rancori…

Dirigenti sottoposti, fin dall’attribuzione della nuova qualifica, ad una stressante e snervante azione di logoramento sul piano professionale e, in casi non isolati, anche umano.

Abbiamo retto le scuole senza piagnucolare, nonostante siano diminuiti i fondi già modesti per il loro funzionamento (circa il 40% in meno negli ultimi anni), quelli per far vivere l’autonomia (già pochi ed ancora tagliati di circa il 25%), la riduzione del personale amministrativo ed ausiliario, la promozione dei segretari a Direttori dei Servizi Generali ed Amministrativi senza qualificarne le competenze e senza attivare un qualche serio percorso concorsuale, l’assurdo sistema di conferimento delle supplenze nella scuola dell’infanzia e primaria, che più confuso e strampalato di così non si potrebbe immaginare.

Continueremo a reggere con passione le scuole anche se provati da una spontanea rabbia quando il governo con un’azione miope e senza respiro incrementa significativamente le risorse da elargire alle scuole paritarie a fronte di un assurdo, consistente ridimensionamento di quelle assegnate alle scuole pubbliche, alla ricerca, alla cultura, all’arte. E nonostante l’allungamento dei periodi per sostituire i docenti assenti nelle scuole secondarie, nonostante i contenziosi quotidiani sulla TARSU, con i comuni che battono cassa e le scuole che non sanno dove prendere i quattrini, a meno di tenere in piedi un’eterna lotteria di Capodanno…

 

Questo Congresso, preceduto da numerosi incontri provinciali ricchi di contributi, vivaci ed appassionati, vuole rimettere in circolo queste considerazioni, ma anche verificare e rafforzare il senso della nostra antica appartenenza, per valorizzare il ruolo del dirigente scolastico, per rimarcare nuovamente il nostro protagonismo attivo per la rinascita, la qualità e il successo della scuola italiana.

 

IL CODICE ETICO

L’ANDIS vuole qui confermare con ancora maggiore convinzione la sua originale natura di associazione libera e democratica, in linea di continuità con gli ultimi partecipati congressi e con quanto nei tanti congressi di base si è coralmente espresso.

E porre nuovamente al centro del nostro dibattito il codice etico che ci siamo autonomamente dati, da attualizzare con strategie operative che rispecchino, con la grande chiarezza che ci contraddistingue, le elaborazioni culturali dell’Associazione sul nostro “essere dirigenti” e su un modello di scuola inteso come “principale e specifica agenzia pubblica formativa statale”, per interpretare un ruolo politico-culturale profondamente radicato nell’etica pubblica.

La consapevolezza di questo ruolo è cresciuta anche grazie alla concretezza delle proposte e delle idee in una associazione culturalmente motivata. L’ANDIS ha favorito e sostenuto l’ impegno attivo e generoso di tanti colleghi che hanno ritrovato in questi anni il loro senso di appartenenza e consolidato lo spirito di servizio.

Si è radicato il comune convincimento della forza del dirigente scolastico, perché deriva direttamente dal potere educativo forte della scuola.

Questo nostro 7° Congresso Nazionale rappresenta un’occasione importante per imprimere una nuova svolta alla nostra Associazione, perché sia sempre più un punto di riferimento significativo per i dirigenti scolastici.

Vogliamo metterci seriamente ed autenticamente in discussione, cercando di evitare che il Congresso diventi occasione di personalismi e di organigrammi, di statuto, di elezioni, di organizzazione. Cose sicuramente importanti e vitali per un’associazione, ma certamente secondarie rispetto all’identità ed all’autonomia professionale ed associativa che sempre più dobbiamo ricercare e costruire ed alle proposte che abbiamo il dovere di presentare per concorrere a far crescere la dirigenza scolastica e le scuole autonome.

Non vogliamo oscurare né censurare alcuno dei problemi veri e fortemente sentiti, intendiamo assumere posizioni chiare, visibili, convinte ed il più possibile condivise. Come è già accaduto tante volte nel recente passato, quando abbiamo costruito posizioni ardite ed originali, accolte e sostenute da tutto il corpo associativo.

Su alcune cose non siamo stati sempre d’accordo tutti, è bene dirlo, penso al rapporto con le organizzazioni sindacali e con l’Amministrazione, con la nostra valutazione.

Su altre cose dobbiamo confrontarci a partire da qui e procedere investendo tutti i colleghi nelle articolazioni democratiche di base della nostra Associazione.

Innanzitutto come sono trascorsi i primi 5 anni della dirigenza scolastica, quali valutazioni forniamo a noi stessi ed alla società, quale modello di dirigente scolastico stiamo vivendo e quale pensiamo di costruire e di vivere per il futuro?

Siamo riusciti ad affermare una dirigenza diversa, senza schemi rigidamente amministrativi?

Perché un’associazione è vera se sa capire come eravamo, come siamo e come vogliamo essere, se è capace di futuro, se sa proiettarsi lontano, se sa alzare lo sguardo ed indicare obiettivi, se riesce a costruire e difendere la dignità professionale e civile dei suoi soci.

In questi anni di dirigenza abbiamo avuto l’onere di guidare le complesse comunità scolastiche, col rischio sempre incombente  di isolamento e di solitu­dine. L’ANDIS ha cercato di diffondere solidarietà nelle pratiche d’ufficio e nella pratica della dirigenza, per non lasciare solo il dirigente scolastico, per non farlo caratterizzare come antagonista nel rapporto con le altre professionalità della scuola, con  gli studenti, con le famiglie, con la società.

Gli ultimi convegni di Montecatini, di Siracusa, dell’Elba e di Ischia hanno posto al centro del dibattito la nostra autonomia professionale, il rapporto con l’Amministrazione, i Sindacati, la Politica, i Comuni, le Province, le Regioni, i processi di riforma.

 

I RAPPORTI CON L’AMMINISTRAZIONE

Con l’Amministrazione occorre ricreare un clima di fiducia che è gradualmente decaduto negli ultimi anni, e non certo per nostra scelta. Troppa incomunicabilità, troppe barriere, troppa autosufficienza, in qualche caso – soprattutto periferico – tanta arroganza.

La nostra Amministrazione è anch’essa alla ricerca di una sua identità: ha perso quella antica, rassicurante, paternalistica ha perso solo in parte la sua romanità, che significava essere lontana, centralistica, burocratica.

Permangono invece rumorosi silenzi come quelli che hanno visto accantonare anche in malo modo i dirigenti scolastici nei processi di preparazione e di costruzione del nuovo. Rumorosi silenzi che non hanno risparmiato la distruzione di quanto collegi e dirigenti avevano nel corso degli anni faticosamente prodotto e realizzato. Nella scuola non sono possibili i colpi di spugna.

Ritardi e inefficienze dell’Amministrazione si sono talvolta coniugate con resistenze e invasioni di campo da parte di enti locali, da eccessi corporativi anche all’interno delle istituzioni scolastiche.

E le disfunzioni sono ricadute inevitabilmente sul dirigente scolastico, sulla sua capacità di assicurare un servizio di qualità. Se continuiamo a porre la questione delle supplenze, a denunciare l’impossibilità di gestire un sistema come quello attuale è perché ormai ogni resistenza fisica e psicologica è crollata.

E perché il balletto delle nomine dura per l’intero anno scolastico, a dispetto delle trionfalistiche dichiarazioni iniziali che tutte le classi sono coperte.  Tra graduatorie provvisorie e definitive, rettifiche e ricorsi, la possibilità di non accettare proroghe, il cambio di docenti  soprattutto in alcuni settori, in primo luogo quello dei diversamente abili, è una costante patologica del nostro sistema scolastico, che risparmia poche realtà.

Un tentativo di confrontarsi con le associazioni professionali dei dirigenti scolastici e dei docenti il MIUR l’ha fatto costituendo il FORUM delle Associazioni professionali. Un’iniziativa apprezzabile, che non ha visto però una reale volontà di confronto, tanto che il Forum vive una precoce stagione di letargo.

L’esperienza del Forum ha anche avviato una maggiore relazionalità tra le associazioni, pur se permangono il limite e la debolezza di un eccessivo appiattimento su posizioni pregiudizialmente favorevoli od ostili al Governo.

La Riforma  dell’ Amministrazione Scolastica in questi anni si è fermata.

La riforma del Miur avrebbe dovuto semplificarne l’assetto, ha invece raddoppiato passaggi e burocrazia, che nulla hanno a che vedere con l’autonomia scolastica, con il conseguente trasferimento alle scuole di un complesso di competenze che, se da un lato ne ha moltiplicato in maniera esponenziale gli adempimenti, dall’altro ha operato significative riduzioni di personale amministrativo.

Ci ritroviamo come dopo l’eruzione di un vulcano con i CSA sepolti sotto una spessa coltre di pomici e ceneri. Occorreranno delicati scavi per riportare alla luce pezzi di amministrazione improvvisamente mummificati dalla catastrofe.

I Centri di Servizi Amministrativi potevano rappresentare per le Istituzioni scolastiche autonome un supporto importante per promuovere e assistere lo sviluppo delle scuole. Non hanno saputo o voluto spendere le competenze professionali che prima dell’autonomia avevano e che si sono così disperse o sono state malamente utilizzate.

L’attuale funzione prevalente di livello secondario dell’Ufficio Scolastico Regionale per quanto riguarda l’erogazione di fondi o il tentativo di mantenere una sorta di controllo o interferire sull’attività delle scuole rende quasi inutile la sopravvivenza dei CSA, che pure dovevano realizzare la presenza dell’Amministrazione sul territorio e facilitare l’accesso ai procedimenti amministrativi.

Si sono finora limitati di fatto alla gestione dei ruoli provinciali, del reclutamento e di altre attività  delegate dai Direttori Regionali.

Potremmo ipotizzare in tempi ragionevoli una loro graduale soppressione, con la riorganizzazione funzionale delle Direzioni Scolastiche Regionali, che in qualche modo comincino ad essere un punto di riferimento per le scuole, in molte realtà abbandonate al loro destino, con mediocri iniziative di formazione, scarso supporto alle necessità finanziarie integrative, incapacità di dialogare con le articolazioni regionali dello Stato, nessuna fantasia nel rapporto con la dirigenza scolastica. Che ha tutti i buoni motivi per arrabbiarsi, se viene scomodata per andare a ritirare nei capoluoghi di regione le password dell’INDIRE, come se fossero state soppresse le poste e ci si potrebbe allegramente consentire di perdere  una intera giornata lavorativa e gravare sui magri bilanci delle scuole con inutili spese di missione.

E cosa dire dei revisori dei conti, troppi e troppo improvvisati, costosi per l’Amministrazione ed incapaci di evitare le patologie del sistema, per le quali deve sempre intervenire la Magistratura.

In molte scuole l’azione dei revisori è di intralcio alla regolare attività istituzionale, troppe le carte, troppi i collegamenti telematici, troppe e diverse le interpretazioni delle procedure, un apparato elefantiaco per bilanci modesti.

Occorre trovare soluzioni più semplici, più rapide, che assicurino sì i controlli e la regolarità dei bilanci, ma anche una qualificata consulenza alle scuole in difficoltà.

La sperimentazione dell’autonomia ed il suo avvio si giovarono del supporto dei Nuclei Provinciali. Le funzioni di questi Nuclei, che pure diedero impulso alla sperimentazione e supporto alla progettualità delle scuole non sono state trasferite ai C.I.S., frettolosamente abbandonati e lasciati abortire prima della nascita.

Crediamo che si debba ripensare a strutture di questo tipo, assicurandone la funzionalità con personale preparato e motivato ed affidandone la responsabilità a dirigenti scolastici o a dirigenti tecnici reclutati con un serio concorso e non come sta scandalosamente avvenendo in questa fase per fedeltà di appartenenza a correnti di partito.

Vogliamo per il prossimo futuro ritrovare la reciproca capacità di dialogo con l’Amministrazione, che ha il dovere di confrontarsi e di ascoltare in primo luogo i dirigenti scolastici, senza il concorso dei quali ogni tentativo di riforma è destinato miseramente a fallire o a ridursi in irrealizzabili produzioni cartacee.

La nostra professione non può essere soggetta a continui blitz dall’alto, che compromettono la dignità dell’autonomia scolastica, penalizzano la capacità progettuale delle scuole, mortificano il ruolo del dirigente scolastico.

Esempi più recenti quelli sulla modulistica ministeriale in tema di valutazione e di portflolio (che, complici i computer, vengono spesso letti come portaolio), con sortite non preannunciate e tentativi di costrizioni diffuse, con i dirigenti scolastici accantonati nei processi di costruzione del nuovo, non avvertiti di quanto poteva cambiare, con spreco inutile di risorse e la distruzione di quanto già faticosamente prodotto in base a precedenti indicazioni.

E sugli sprechi consentiteci qualche considerazione, perché se le scuole hanno meno fondi non è perché vi sia una generale ed esemplare spesa pubblica virtuosa.

Le cosiddette missioni di pace hanno costi pesantissimi per le finanze pubbliche, le province che crescono come funghi alimentano il proliferare della spesa per il moltiplicarsi delle burocrazie amministrative e della sottopolitica, regioni con mille problemi occupazionali e delinquenziali, che già avevano inutili rappresentanze all’estero, hanno

avviato la nuova legislatura con l’aumento delle presidenze delle commissioni, includendo un nuovo, inevitabile codazzo di nullafacenti.

Sono forti le contraddizioni del nostro tempo: si abbatte il muro di Berlino e si innalza in Palestina, è caduto anche il comune senso della legalità e del vivere civile, per la qual cosa se un amministratore fa sgomberare una casa occupata abusivamente la notizia è sconvolgente e provoca l’intervento dei più illustri politologi, perché chiariscano se la legalità sia di destra o di sinistra, come se nessun valore possa ormai appartenere a tutti i cittadini.

Ed aumenta la paura del presente e del futuro.

Si legifera continuamente sulla giustizia, ma la sorte del cittadino comune è sempre più triste, con nessuna certezza della pena e con episodi che fanno rivoltare la coscienza dei cittadini normali. Nessuno ha saputo salvare dalla morte la ragazza di Biella, perseguitata per dieci anni, che aveva inutilmente invocato aiuto alle istituzioni.

E la nuova legislazione sull’Università e sul lavoro sta diffondendo soltanto nuove ansietà, incertezze sul futuro, precarizzazione all’infinito, con i giovani che diventano sempre più tristi e depressi, intellettuali nomadi, costretti a rimuovere il senso dell’appartenenza, perché come diceva uno scrittore “la patria non è la terra dove si nasce e neppure dove si vive, ma dove non si ha paura della vita”. Espressione degli anni Cinquanta, tornata brutalmente di attualità.

Molto strano che per la scuola non si trovano risorse e per altre cose si sprecano, dal Governo, alle Regioni, alle Province, ai Comuni anche piccolissimi, spesso bravi ad ingaggiare battaglie per farsi pagare la spazzatura dalle scuole ed incapaci di rimuovere quella vera dalle strade!

E non è ancora fortunatamente arrivata la madre di tutti gli sprechi, quella devolution che tra gli effetti più devastanti avrebbe anche quello di ampliare a dismisura lo sperpero delle pubbliche risorse.

 

LA VICEDIRIGENZA

Sullo staff del dirigente scolastico l’ultimo contratto della scuola ha malamente affrontato il problema, con la limitazione dei collaboratori a prescindere dalla complessità delle scuole. La richiesta di collaborazione che la dirigenza esprime è stata sottovalutata e in qualche modo svalutata. Abbiamo giudicato negativamente la risposta contrattuale che ha limitato a 2 i collaboratori da retribuire, con un compenso da contrattare senza la definizione di uno specifico budget.

Ci attendiamo una rapida definizione del problema, così come pure hanno convenuto rappresentative organizzazioni sindacali all’indomani delle corali proteste dei dirigenti scolastici.

Alle limitazioni contrattuali si aggiunse poco dopo la Finanziaria 2004 che innalzò i parametri dell’esonero e del semiesonero, privando alcuni dirigenti delle collaborazioni fino ad allora ricevute.

L’ANDIS ha affrontato senza remore il  problema della vicedirigenza, esprimendo un convinto e corale dissenso circa la proposta  di sostituire l’attuale Collaboratore Vicario con un funzionario di carriera.

La nostra contrarietà deriva dalla precedenti negative esperienze di dirigenze duali e dalla opportunità di non mettere in discussione quelle poche cose che funzionano bene.

L’attuale organizzazione consente al dirigente scolastico di avvalersi della collaborazione di docenti autorevoli autonomamente individuati, con i quali confrontarsi quotidianamente sul piano strategico e gestionale. Questo team valorizza ed esalta la professionalità e la specificità del dirigente scolastico, gli consente una mediazione alta tra le esigenze delle scuole autonome e quelle specifiche della professionalità docente (libertà di insegnamento, collegialità).

Per questo riteniamo che il Dirigente Scolastico debba continuare a scegliere i suoi collaboratori, che abbiano un riconoscimento contrattuale nazionale, possano svolgere attività delegate, ricevere l’esonero o il semiesonero, a seconda della complessità della scuola, sostituire il dirigente scolastico in caso di assenza.

 

LA RIFORMA DEGLI ORGANI COLLEGIALI

Altro capitolo lasciato per aria, quello degli organi collegiali.

La scuola è cambiata e gli organi restano quelli di prima: consiglio di istituto, distretti scolastici, consiglio scolastico provinciale, consiglio nazionale della pubblica istruzione.

Nel contesto del "pluralismo formativo", è necessario assumere l’impegno di valorizzare il particolare rapporto tra famiglie e scuola, determinando le migliori condizioni relazionali ed organizzative per una più aperta, integrata e funzionale partecipazione delle diverse componenti della scuola alla definizione del piano dell'offerta formativa, in coerenza con il principio di distinzione tra la funzione di indirizzo e quella di gestione

    Un Parlamento così stakanovista, che fa ricorso finanche a sedute notturne per approvare leggi che sinceramente interessano poco la totalità dei cittadini, non riesce da anni ad approvare una buona riforma degli organi collegiali.

    Si procede di proroga in proroga, le deleghe si sono lasciate cadere, il vecchio non c’è più, il nuovo nemmeno, sono fantasmi che si aggirano, ma che non riescono nemmeno a dare un po’ di brivido alla scuola italiana.

    I dirigenti scolastici vogliono le riforme, le innovazioni del sistema, perché credono in un modello di scuola non più terminale periferico dell’amministrazione, ma agenzia culturale e formativa capace di rispondere adeguatamente ai bisogni educativi del territorio sia di formazione iniziale che di formazione continua.

I dirigenti scolastici credono convintamene ed in tal senso si stanno fortemente impegnando perché la scuola rafforzi la sua organizzazione autonoma, persegua i propri obiettivi, che discendono sì dagli indirizzi centrali, ma soprattutto dalle esigenze della specifica utenza e del contesto in cui l’istituzione scolastica è collocata.

 

LE RIFORME

Questo Congresso vuole pronunciarsi anche sui processi di riforma della scuola, dando nuovamente l’avvio ad un forte coinvolgimento dei colleghi attraverso seminari nazionali e regionali, che valgano a fare il punto sullo stato delle cose.

L’ Italia è pervasa da frenetiche iniziative dei governi per cambiare anche cose che funzionano decentemente e che

l’interesse generale suggerirebbe di lasciare così come sono, essendo altre le priorità della gente.

Il nostro sistema di istruzione e formazione è in discussione da tempo ogni giorno, è teatro di battaglie epocali, si consumano prove di forza, l’intesa non solo non si trova, ma nemmeno si cerca.

E intanto aumentano le criticità, perché l’innovazione e la ricerca non sono adeguatamente sostenute, la formazione dei dirigenti e dei docenti è ancora gestita dall’alto, con iniziative discutibili e troppo spesso deludenti, le finanziarie peggiorano il livello della scuola con estemporanee e stravaganti scelte, che anche quando non tagliano risorse, producono gravi danni alla qualità del servizio, l’instabilità e la discontinuità come connotati dell’attività quotidiana della scuola;

La riforma in atto ha un grave vizio d’origine: è calata dall’alto, non ha saputo coinvolgere né dirigenti, né docenti, né il mondo accademico. Si è scelto di andare avanti senza ascoltare nessuno, limitandosi alla richiesta formale di pareri e proposte che non hanno mai trovato riscontro.

E’ mancato un confronto serio, reale, a più voci, tra chi parla e chi ascolta. Mai come ora si è avvertito un baratro tra la scuola reale e quella immaginata fuori dalle sue mura.

Come per il passato, l’ANDIS ha sollevato critiche ed obiezioni, ha avanzato proposte. Questo continueremo a fare, a prescindere da chi ci governerà e non per il gusto di essere critici sempre e comunque, ma perché crediamo, fermamente crediamo che i dirigenti scolastici debbano partecipare in prima linea alle scelte che si fanno, per poi devono tradurle in risultati concreti.

Le scuole sono rimaste pesantemente condizionate ed il dirigente scolastico ha dovuto sapientemente districarsi per evitare di essere letteralmente schiacciato da un lato dalle pressioni dell’Amministrazione Scolastica, che in alcune regioni hanno assunto toni da crociata, per l’applicazione veloce ed acritica della riforma e dall’altro dalla resistenza di scuole e territori più o meno ferocemente ostili.

Un forte tasso di conflittualità e spesso un dibattito senza sbocco hanno rallentato la forza progettuale di numerose scuole, in qualche caso compromettendo l’efficienza e la qualità del servizio e riducendo il ruolo del dirigente scolastico a spericolato equilibrista, senza alcun supporto dell’Amministrazione ed alcuna solidarietà sindacale.

Il dirigente è stato stretto dall’Amministrazione per la poco pedante applicazione della norma e contemporaneamente dal Sindacato perché la norma veniva applicata.

Un ricco dibattito che si è sviluppato qualche mese fa all’interno della nostra Associazione ha cercato di trovare la strada giusta per coniugare il rispetto delle norme con gli interessi dei soggetti in formazione, ai quali l’ANDIS storicamente e giustamente riconosce “centralità” nel processo formativo

Al dibattito di questo Congresso voglio offrire alcune ipotesi di modifiche dell’attuale riforma della scuola:

·         Abolizione degli anticipi nella scuola dell’infanzia, che si riconoscono inopportuni e inattuabili. Poche e marginali sono le realtà in cui tale norma ha trovato applicazione. Le eventuali risorse disponibili potrebbero essere destinate al superamento delle liste d’attesa ed al potenziamento delle nuove sezioni, per le quali non sono più previste risorse finanziarie aggiuntive.

·         Rivedere gli anticipi nella scuola primaria, che lasciati alla totale discrezionalità delle famiglie, appaiono in più casi inopportuni sul piano didattico, procurando difficoltà e disagi al piccolo allievo. Senza escludere a priori tale possibilità, dovrebbe essere assegnato alla scuola un ruolo di compartecipazione nelle scelte della famiglia.

·         Assegnare alla libera determinazione delle scuole ogni questione di natura didattico-organizzativa, per rispettare le norme sull’autonomia e valorizzare il ruolo delle scuole nel delineare il proprio percorso.

·         Lo Stato deve indicare pochi e chiari traguardi.

L’elaborazione curricolare è terreno specifico delle scuole autonome, che devono essere rispettate nella loro autonomia progettuale costituzionalmente garantita ed in qualche modo riconosciuta dalla stessa riforma della devolution appena approvata.

·         Il Piano dell’offerta formativa deve rappresentare un progetto unitario e integrato elaborato dalla scuola, anche tenendo conto delle indicazioni provenienti dalle famiglie, opportunamente rilevate. In tale contesto si collocano le scelte relative agli insegnamenti opzionali, agli orari e alle modalità organizzative e di funzionamento.

·         Sospensione dell’applicazione della riforma della secondaria di secondo grado: la struttura fortemente duale del sistema, la precocità della differenziazione dei percorsi e delle scelte da operare, la materiale impossibilità di reali passaggi tra i canali dei licei e quelli dei centri professionali (del tutto demagogica ed illusoria si rivela l’ostentata affermazione della possibilità di transitare tra i due canali), colorano la riforma delle superiori di un fortissimo carattere classista e di esclusione dei ceti deboli dai circuiti formativi di qualità. La fumosità e la contraddittorietà di OSA, indicazioni nazionali e PECUP - che nulla recuperano del patrimonio faticosamente e coraggiosamente accumulato dalla scuola italiana ed europea - rendono infine così debole il progetto da porlo in stridente contrasto anche con le direttive europee e gli obiettivi di Lisbona, perché ciò che ne esce fuori è un complessivo indebolimento di tutta l’armatura di abilità e competenze che lo studente potrà accumulare in un tale malposto percorso scolastico.

·          Estensione dell’obbligo scolastico: è altra cosa dal diritto dovere. E’ appena il caso di ricordare che una legge sull’obbligo formativo fino a 18 anni  l’Italia l’aveva ed è stata abrogata dall’articolo 13 della legge 53/03, in una logica non condivisibile di totale discontinuità, di un “ punto e a capo” che ha cancellato con un colpo di spugna anche quel buono che c’era e che c’è sempre in tutte le cose. Rivendichiamo la necessità di istituire un biennio fortemente unitario che – all’inizio del secondo ciclo – offra realmente la possibilità di scegliere un futuro di approfondimenti liceali o professionali.

 IL RAPPORTO CON I SINDACATI

Sul rapporto con i sindacati voglio confermare qui le raccomandazioni che il procedente Congresso affidò al Direttivo Nazionale eletto, in primo luogo la rimozione di qualsiasi ipotesi di trasformazione della nostra Associazione in soggetto sindacale e quindi la libertà piena per ciascun socio Andis di aderire a qualunque Sindacato di categoria i cui principi non siano in contrasto con quelli dello Statuto e del Codice Etico, pur sottolineando la convinzione che ancora esista un deficit di rappresentanza autonoma all’interno dei Sindacati della Scuola.

Il sindacato è soprattutto garanzia di tutela, nella scuola sono molti i soggetti che spesso chiedono di essere difesi sempre e comunque, anche quando hanno torto, le categorie più forti e numerose, più tesserate sono di fatto privilegiate.

L’ANDIS non vuole contrattare né gestire controversie. La sua ragion d’essere è nella costruzione di pensieri professionali sui quali misurarsi sia con la categoria sia con l’Amministrazione, sia con gli Enti Territoriali, sia con i Sindacati.

Non rinnega le precedenti esperienze di protocolli di intese con organizzazioni sindacali, ma ritiene questa fase completamente superata, perché altre sono le strade che l’associazione deve percorrere, dopo che con grande impegno per anni ha combattuto per l’autonomia scolastica e la dirigenza, anche quando pochi ci credevano e quando i particolarismi, anche tra gli ex direttori didattici e presidi,  rendevano difficili intese e sinergie.

L’ANDIS ha da sempre presentato una propria autonoma lista per il Consiglio di Amministrazione dell’ENAM, riscuotendo un ampio consenso nella categoria, tanto che soltanto l’ultima volta non ha conquistato l’unico seggio a disposizione.

Tutte le volte ed anche adesso. Qualcuno ha messo in dubbio la legittimità di questa nostra scelta, come se l’associazione dovesse discettere solo sul sesso degli angeli e non invece rappresentare bisogni ed esigenze, che non sono di natura meramente sindacale.

Perché forse è impropria la presenza sindacale in questi organismi. Il Sindacato deve tutelare diritti, non elargire beneficenze ed anzi deve vigilare sul corretto esercizio di enti come l’Enam, che hanno una costosa iscrizione obbligatoria e che spesso non soddisfano le esigenze dei dirigenti scolastici, che sono parte minoritaria e  trascurata dell’ente.

Aver candidato nella nostra lista Cinzia Mion ed Alfonsino Calò ha significato riconoscere il valore delle persone, premiare la loro lunga e disinteressata militanza nell’associazione, riconoscere un ruolo forte alle territorialità di provenienza.

Autonomia non significa conflittualità, anzi l’ANDIS si augura di poter ristabilire con tutte le organizzazioni sindacali rapporti di leale collaborazione e di reciproco rispetto.

Sempre che si metta fine ad un’idea totalizzante di sindacato, che pretende di intervenire in maniera esclusiva su tutta la vita professionale del dirigente, sulla formazione e sulla valutazione e ponendo in alcuni casi finanche veti sull’Amministrazione, a livello centrale e periferico perché nessun rapporto si ponga in essere con le rappresentanze professionali dei dirigenti scolastici.

L’ANDIS vuole difendere la dignità professionale dei dirigenti scolastici: in questi anni siamo stati trattati male, spesso con la connivenza di alcuni sindacati che, soprattutto ai livelli periferici hanno scambiato il proprio silenzio-assenso con piccoli privilegi, non ultimo la presenza nei nuclei per la valutazione dei dirigenti, ove crediamo che chi ricopre incarichi sindacali non debba trovar posto, per scelta dell’Amministrazione o degli stessi sindacati.

E sulla formazione stendiamo un velo pietoso: iniziative improvvisate, estemporanee, tanto per spendere i fondi, come un solerte funzionario mi ha candidamente confessato qualche giorno fa, a fronte della mia vibrata protesta telefonica, mentre cercavo di spiegare che un dirigente scolastico non può essere precettato con poche ore di anticipo per andare a fare non si sa che cosa, visto che mancava il programma dell’iniziativa e l’unica certezza riguardava l’albergo.

I ritmi di  lavoro di un dirigente non possono essere decisi dall’alto e nemmeno dai soppalchi degli Uffici Scolastici Regionali.

Se vogliamo essere ascoltati quando si parla di formazione è perché la riteniamo una cosa seria, che va raccordata con le esperienze già svolte e l’attività ordinaria d’istituto.

Se i sindacati ritengono che anche questo aspetto sia di esclusiva loro pertinenza, noi ripetiamo qui che si sbagliano e che quindi la colpa è anche loro e non soltanto dell’Amministrazione Scolastica.

Subito dopo il Congresso vogliamo aprire un tavolo di confronto con tutte le organizzazioni sindacali, per chiarire le nostre posizioni ed ascoltare le ragioni per le quali tendono a chiudere qualsiasi dialogo con le rappresentanze professionali della scuola, perché il discorso riguarda anche l’associazionismo dei docenti.

 

LA NOSTRA IDEA DI SCUOLA

La nostra idea di scuola discende dal nostro Codice Etico, è una scuola che deve essere in grado di governare i continui cambiamenti, che sia al contempo scuola/istituzione e scuola/servizio, con una forte identità nazionale ed una sua riconoscibile caratterizzazione territoriale, che sappia rispondere ai bisogni autentici dei cittadini, attraverso l’Autonomia funzionale e che si faccia garante del diritto all’educazione e all’istruzione, per costruire la cittadinanza planetaria, che è un bisogno sentito dei nostri tempi.

Vogliamo impegnarci per rendere credibili ed autorevoli le scuole autonome! Si tratta di una sfida alta, ardita ed entusiasmante.

Lo Stato centralizzato, con la riforma della Costituzione, ha “ceduto il passo” al decentramento.

Noi non vogliamo che si metta a rischio l’unità della scuola italiana e della Nazione; credo che questo Congresso debba dare un mandato forte agli organismi che eleggerà per un impegno straordinario e visibile contro la devolution, anche con un’adesione diretta alla campagna referendaria.

Perché questa Associazione non può essere neutrale di fronte alle scelte che cambieranno la vita delle presenti e soprattutto delle future generazioni.

E perché vogliamo difendere la giovane autonomia, autonomia didattica, organizzativa e di ricerca, della quale ogni scuola deve essere fedele e gelosa custode, per rispondere ai bisogni formativi di ciascun alunno.

Vogliamo qui professare il nostro europeismo convinto, per raggiungere insieme ai nostri colleghi del vecchio Continente l’obiettivo di considerare l’istruzione e la formazione un investimento in umanità, conoscenza, sviluppo, convivenza civile e cittadinanza responsabile, con la consapevolezza che lo sviluppo dell’istruzione e della formazione sono condizioni primarie da soddisfare, per rendere possibile l’affermarsi di un nuovo modello di crescita, perché ogni cittadino europeo divenga il principale vettore di identificazione, di appartenenza, di promozione sociale e di sviluppo personale. Solo attraverso un sistema di istruzione e formazione rispondente agli effettivi bisogni di crescita personale gli individui si renderanno padroni del loro futuro. Per conseguire obiettivi così alti quanto ambiziosi, è indispensabile che  le nazioni europee, a cominciare dalla nostra, devono “spendersi”, paritariamente, sia in investimenti “immateriali”, per  promuovere istruzione e ricerca, sia in investimenti “materiali”, che producono infrastrutture e servizi.

In questa fase storica, nonostante le affermazioni di principio, registriamo una scarsa propensione a pareggiare gli investimenti, sacrificando come è facile intuire quelli immateriali.

La dichiarazione dei Ministri dell’Istruzione dell’Unione europea del 14 febbraio 2002 a Lisbona è ormai lontana, ma ancora più lontano comincia a delinearsi il sogno ambizioso di raggiungere  per il 2010 la più alta qualità di istruzione e formazione, rendere “compatibili” tra loro i sistemi di istruzione e formazione europei, riconoscere reciprocamente i titoli di studio, le qualifiche, le capacità, dare la possibilità a chiunque, in ogni età, di accedere al sistema di istruzione e formazione.

Riusciremo a far diventare l’economia basata sulla conoscenza la più competitiva e la più dinamica del mondo?

E soprattutto, ripensando ai Sette saperi necessari all’educazione di Morin – riusciremo ad insegnare a navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze?

 

IL NUOVO DIRIGENTE SCOLASTICO

I provvedimenti legislativi degli ultimi anni, che hanno reso le scuole autonome, hanno modificato il Titolo 5° della Costituzione, hanno trasformato la Pubblica Amministrazione con la trasparenza, la rendicontazione, la qualità, hanno modificato  profondamente il ruolo del Dirigente scolastico, assegnandogli spazi maggiori di discrezionalità, una più accentuata funzione gestionale, una più marcata responsabilità.

Il nuovo dirigente scolastico deve essere dotato di cultura elevata, aperto alle prospettive future di politica scolastica, capace di leadership educativa e di gestione delle risorse umane ed economiche della sua scuola, per sviluppare strumenti e processi, organizzare il lavoro e coinvolgere il personale.

Parliamo di alta competenza per una efficace gestione tecnica, per una sapiente cura dei rapporti interpersonali, per la capacità di assumere in prima persona le responsabilità derivanti dalla delicatezza del ruolo, per promuovere una dimensione etica nella gestione, per valorizzare le qualità personali degli altri, per armonizzare le esigenze della vita personale con quelle della vita professionale.

A fronte di questo profilo, la politica di reclutamento dei nuovi dirigenti ha toccato i livelli più bassi nella storia repubblicana.

Paradossalmente si chiedeva molto di più per accedere al ruolo dirigenziale quando le funzioni erano meno complesse ed onerose.

Dobbiamo perciò rivendicare una politica di attenzione al reclutamento, alla formazione continua e ad una coerente valutazione del dirigente scolastico, che valga a migliorare il servizio delle scuole autonome, salvaguardandone la specificità e la flessibilità, pur nella realizzazione dei Livelli Essenziali delle Prestazione del servizio da garantire a tutti; il sostegno alla specificitàdella Dirigenza scolastica.

 

IL NOSTRO FUTURO

 

In questi ultimi anni e nel dibattito che ha preceduto questo Congresso è stata fortemente avvertita l’esigenza di modificare lo statuto e qualche parte del codice etico (che qui riceve il passaggio congressuale dovuto), ma l’esigenza di un continuo rinnovamento non deve prevalere su una fase non ancora conclusa di interiorizzazione dei valori consolidati che sono a monte dell’essere soci dell’ANDIS.

Questi valori ci sollevano dalla quotidiana grigia tentazione di trasformazione impiegatizia, e valorizzano la nostra specifica professione.

La nostra Associazione mantiene una grande forza attrattiva per i vecchi soci e per i nuovi dirigenti più motivati,  che cercano di uscire dal tunnel dove sono stati cacciati, per scoprire anche valori professionali e non accelerare l’invecchiamento tra ricostruzione di carriera e meticolosi conteggi per la pensione prossima ventura.

L’ANDIS deve farci star bene con la nostra professione e con gli altri che questa professione esercitano, per questo ripartiamo da qui con nuove energie, rinnovato orgoglio, maggiore coraggio, più fede nell’avvenire.

I recenti e continui mutamenti culturali, sociali ed istituzionali hanno radicalmente modificato e continuano a modificare il ruolo della scuola, che di fronte alle incertezze del presente e del futuro ha il dovere di assicurare l’equità dell’offerta formativa.

L’Associazione è ben consapevole della portata della sfida dell’autonomia scolastica; per questo la scuola ed il suo dirigente non possono essere lasciati soli in questa fase di crisi delle istituzioni, ma hanno bisogno di convinti sostegni politici, istituzionali, sociali e finanziari.

Il Dirigente Scolastico deve rafforzare il suo ruolo di garante del servizio della scuola autonoma e qui l’ANDIS ha il dovere di avviare una seria ricerca e trovare le necessarie convergenze per prefigurare scenari nuovi che consentano il sostegno e la difesa della scuola dell’autonomia.

Occorre costituire un nuovo organo che possa dirimere eventuali dispute tra le scuole ed altri enti, evitandone l’invadenza, perché per il futuro non sia sempre il dirigente scolastico a soccombere di fronte alla forza e forse anche alla prepotenza di altri soggetti che intendono il dialogo come un’elegante forma di acquiescenza al proprio volere.

L’ANDIS è stata la prima forma associativa dei dirigenti e l’unica che è sopravvissuta a se stessa, per rappresentare gli interessi culturali e professionali dei suoi associati e per cercare ottimali condizioni all’esercizio della funzione dirigenziale nella scuola. Ha sempre guardato con interesse, e continua a farlo, alle altre associazioni del nostro Paese, anche per ricercare alleanze attraverso momenti di confronto e di crescita culturale comune per il riconoscimento e la piena valorizzazione della Dirigenza scolastica.

Il punto di riferimento permane la svolta realizzata nel Congresso di Riccione, dove abbiamo orgogliosamente valorizzato la specificità dell’ ANDIS - associazione professionale autonoma dalle altre configurazioni politiche, sindacali, e associative.

Questa scelta è la nostra forza, da qui dobbiamo convintamene ripartire.

Le emergenze continue non devono offuscare la consapevolezza della nostra identità professionale.

Tra queste in primis la riaffermazione orgogliosa delle nostre radici: la funzione docente, dalla quale possiamo trarre continui spunti culturali e professionali.

Il valore della dirigenza sta anche nel suo essere progressione alta della docenza, nella sua leadership educativa; nel saper tenere distinte, ma integrate le funzioni della gestione e quelle della didattica; nelle competenze culturali e professionali: pedagogico-didattiche/disciplinari e giuridico-amministrative/gestionali; nell’espres-sione di un regolare, corretto percorso concorsuale, esigente, selettivo e senza più scorciatoie.

Come dicevo poco fa, il precedente congresso ci affidò alcune raccomandazioni, che il Direttivo eletto non ha disatteso in questi tre anni:

·         ha garantito la libertà per ciascun socio Andis di aderire a qualunque Sindacato di categoria, resistendo a tutte le sollecitazioni di collateralismo;

·         ha evitato la sovrapposizione di cariche associative con quelle di sindacato o di altre associazioni professionali;

·         ha impedito qualunque ipotesi di trasformazione dell’Associazione in soggetto sindacale;

·         ha sostenuto l’idea di scuola istituzione nazionale, pubblica, laica poggiante sui tre pilastri di: Autonomia, Pluralismo, Solidarietà;

·         ha perseguito un’azione di collaborazione e confronto permanente con le altre Associazioni, e lo testimonia qui la presenza delle altre associazioni della scuola, al fine di incrementare sinergicamente la qualità del servizio scolastico;

·         ha contribuito a potenziare il profilo del Dirigente Scolastico nella scuola dell’Autonomia nel suo tratto preminente relativo alla “leadership formativa”, alieno da autoreferenzialità, in costante integrazione sociale con il territorio, lontano da una cultura meramente aziendalistica fondata sulla concorrenzialità e sul mero efficientismo gerarchico;

·         ha approvato all’unanimità il Codice Etico del Dirigente Scolastico, che qui porta al definitivo passaggio congressuale, con l’intento di farlo sempre più interiorizzare dai colleghi;

·         ha attivato una migliore e pulita politica di visibilità esterna del suo operare, sviluppando contatti con la Stampa; rinnovando il sito informatico; pubblicando il Giornale associativo, giunto al suo 91° numero; stipulando convenzioni con province e comuni, promuovendo iniziative di formazione autonomamente o su commesse di istituzioni scolastiche o Direzioni Scolastiche Regionali; partecipando a numerose audizioni parlamentari con un autonomo contributo di proposte e di idee; intervenendo in tutti i momenti di confronto richiesti dall’Amministrazione Scolastica (Forum, osservatori, gruppi di lavoro), da Enti Locali, Sindacati, Associazioni, Università, Agenzie Formative;

·         ha attivato partecipati e proficui gruppi di lavoro, che hanno affrontato ed approfondito tematiche professionali sul piano dei fondamenti teorici e delle prassi codificate, del sapere e del saper fare, in particolar modo sui processi di riforma in atto, in particolare sulla secondaria di II Grado;

·         ha proposto all’unanimità a questo Congresso le modifiche statutarie che consentano l’elezione del Presidente direttamente da parte del Congresso, prevedendo anche l’elezione diretta del Consiglio Nazionale dal Congresso ed una più funzionale articolazione periferica dell’ANDIS, con la valorizzazione delle sezioni regionali.

L’aver mantenuto tutti gli impegni assunti nel Congresso di Riccione torna a vanto dell’Associazione,

Di ciò che si è fatto e delle proposte che avanziamo avremo modo di dibatterne più a fondo nelle prossime ore congressuali, qui voglio con affettuosa partecipazione ricordare l’impegno di tutti i colleghi del Direttivo uscente, del Consiglio Nazionale che ha sempre dibattuto con fervore e passione, dei presidenti provinciali e dei coordinatori regionali, che hanno contribuito a radicare l’ANDIS sul territorio nazionale, portandola a 4700 iscritti.

E voglio ricordare tra questi quei 100 dei nostri che non ci sono più, molti caduti sul campo, con la passione e l’amore per la scuola e per la vita, ne cito solo qualcuno, che se n’è andato da poco: Raffaele Scala, Tonino De Meo, Gianfranco Giungato, Vincenzo Bonetti, Renzo Gambacorta, Salvatore Lomazzo, Sergio Sandrone, Pietro D’Errico, Giordano Macchiella.

L’ANDIS non deve perdere i ricordi del passato, sono la vita futura, sono gli esempi di un impegno disinteressato, di una tensione morale, di una carica umana e vitale, sono la storia di tanti di noi, che in questa associazione hanno fatto pratica di impegno civile e di generoso esercizio di cittadinanza.

Perché è vero che si educa molto con quello che si dice, ma ancor più con quel che si fa,  e molto di più con quel che si è!

                Non ci siamo mai sentiti soli in questa appassionante, quotidiana vita associativa.

Non ci è mai mancato l’alito caldo di una colleganza esemplare, il conforto di un pensiero complesso, bello nelle sue molteplici articolazioni, l’entusiasmo di una fiducia senza limiti nel progresso dell’umanità.

Un senso del futuro, che è il senso della scuola, la ragione del nostro essere dirigenti, la testimonianza di una cittadinanza attiva e responsabile.

Due cose riempiono di stupore e di sgomento l’animo nostro: il cielo stellato sopra di noi e la legge morale dentro di noi.

L’augurio che ci sentiamo di fare qui  è di stupore e di sgomento, perché tutti possano, almeno per un momento, ritrovare il cielo stellato e la legge morale.


Quello che segue è invece il commento di una insegnante che conosce la scuola e la politica contorsionista DS.

http://www.didaweb.net/fuoriregistro/leggi.php?a=8278 


Si è fatta chiarezza? Non mi pare

Gemma Gentile - 24-11-2005

Andrea Ranieri inizia la nota di chiarimento (pag.2-3 del bollettino n.55 del Dip. Sapere Formazione Cultura dei DS) con un'accusa totalmente gratuita verso coloro che chiedono l'abrogazione della "deforma" (usando la sua terminologia) Moratti. Afferma che costoro vorrebbero tornare al "pre" di tutto (Moratti, Berlinguer, Titolo V...), perché non vorrebbero cambiare la scuola.
La scorrettezza del metodo di Ranieri, che usa l'espediente di deformare le posizioni che non piacciono, rivela chiusura al dialogo e ai metodi della democrazia.
Come mai a questi sono sfuggite tutte le proposte che sono state fatte e si fanno, nel corso del grande dibattito che si è svolto e si sta svolgendo sulla "scuola che vorremmo", tra insegnanti e genitori, che hanno coinvolto nella discussione esponenti dei partiti dell'Unione, del mondo della cultura, dei sindacati e delle istituzioni?
Ho il forte sospetto che si preferisca ignorarli per non entrare nel merito! Se dovesse essere così, diciamola tutta, il problema non consisterebbe nel fatto che gli "abrogazionisti" vorrebbero far girare indietro le ruote della storia, mentre gli altri vorrebbero andare avanti, perché la questione invece risiederebbe nei contenuti di riforma proposti dal movimento che non piacerebbero a Ranieri.

Afferma questi di non essere "tiepido" verso la Moratti e di volere anzi eliminare i guasti, che lei ha provocato, con i dovuti interventi normativi. Ma, ci chiediamo, se la "deforma" è così negativa, non si fa prima a cancellarla ed intervenire poi con questi sapienti interventi? Caso mai, dopo essersi assicurato che , su tali misure, esiste una reale condivisione da parte dei destinatari!
Andrea Ranieri ha parlato di un programma sulla scuola, elaborato dai DS e presentato al tavolo del programma dell'Unione. Non mi sembra che questo sia stato discusso prima con gli interessati, almeno attraverso l' ampio dibattito che la cosa avrebbe meritata. Ci chiediamo anche se siano stati realmente coinvolti gli stessi iscritti ai DS che lavorano nella scuola. Ne dubitiamo fortemente.
Se non ricordo male, lo scorso governo di centrosinistra, valutando la necessità di rafforzare la scuola, mise in campo una riforma (Berlinguer), che non fu condivisa da coloro che in questa lavoravano, che contestarono la suddetta riforma (principali punti di scontro: apertura al privato, tendenza alla gerarchizzazione del corpo docente mediante l'adozione di meccanismi meritocratici di carriera, diminuzione degli anni scolastici, ecc.). A questo punto arrivò la Moratti che mise in campo, in sostituzione, le leggi che hanno prodotto gli effetti nefasti, riconosciuti dallo stesso Ranieri. Per eliminarli, sembra evidente la necessità di abrogare tutto e scrivere le norme valide e condivise, adatte a rafforzare realmente la scuola della Repubblica, che tutti dicono di avere a cuore.

Limitandosi a questi dati, la posizione assunta da Andrea Ranieri appare davvero strana ed inspiegabile. In effetti, lo è solo per quelli che non hanno seguito il dibattito di questi anni sulla scuola.
Il problema è che la "tiepidezza" di Ranieri, nei confronti della Moratti, è innegabile non solo, ma è pure di vecchia data, come pure non nuovi sono tutti i discorsi che si stanno facendo in questi giorni contro i "fanatici della cancellazione".
Ricercando tra i vecchi documenti conservati, ci torna alla memoria che la redattrice del programma sulla scuola della Margherita, Fiorella Farinelli, ha collaborato con Bertagna , la "mente" della Moratti, e con tanti altri altri nel 2003 al Progetto "Buonsenso", lavoro "bipartisan" che avrebbe dovuto servire a mettere insieme forze collocate nei diversi schieramenti allo scopo di "costruire un'ipotesi di attuazione delle riforme di sistema della scuola, che vada oltre gli schieramenti partitici o ideologici". Nella realtà, per garantire il successo dell'operazione "Distruggi la scuola pubblica e consegnala ai privati", secondo il senso che diedero all'iniziativa coloro che all'epoca la criticarono. [1]
Ricordo solo che il testo del "buonsenso", oltre ad appoggiare il rafforzamento del ruolo dell'iniziativa privata nella scuola, ipotizzava : "Le Regioni devono vedersi affidare tutte le istituzioni scolastiche e formative e, sulla base delle norme generali che per tutte devono venire dallo Stato, organizzarle e gestirle. " E' esattamente quanto abbiamo letto nel programma della Margherita, redatto da Fiorella Farinelli. Non solo l'Istruzione Professionale, ma tutta l' lstruzione deve essere decentrata e affidata alle Regioni. Da qui alla devolution il passo è breve, anche se Ranieri afferma il contrario.
Riscontriamo anche che questo progetto fu sostanzialmente appoggiato da Andrea Ranieri che, come collaboratore della Fondazione Italiani Europei (con D'Alema), rese pubblico tale appoggio in un contributo rilasciato all'Unità, in occasione di un seminario sulla scuola, indetto dalla Fondazione. Nell'articolo Ranieri dichiarava :" Il 'buon senso' si sintetizzerebbe in queste due proposizioni: 'non si può cambiare tutto nella scuola ogni volta che cambia il governo'; 'la scuola è di tutti, e quindi è necessario individuare un sentire comune oltre gli stessi schieramenti politici, da mettere alla base delle politiche scolastiche' ". Anche D'Alema, allo stesso seminario, aveva dichiarato che la scuola non può ogni cinque anni fare punto e a capo. Non sono forse gli stessi argomenti, affermati oggi?
In sostanza Ranieri condivide sostanzialmente il documento del "Buonsenso" e assicura che intende solo modificare la legge Moratti.
Ranieri collabora anche (ci sarà un legame?) all'Associazione Treelle, promossa dalla Confindustria (fondatori: Umberto Agnelli presidente, Attilio Oliva, Fedele Confalonieri presidente Mediaset, Abete, ecc.) che ha il chiaro scopo di facilitare le aziende ad allungare le mani sulla scuola.

L'iniziativa bipartisan "buonsensista" veniva lanciata contemporaneamente al sorgere del forte movimento "anti-Moratti", che si coagulò appena fu reso noto il testo della legge delega.
Il movimento in questi anni si è rafforzato e si è esteso, è volato alto per affermarsi, ha resistito ed ha lottato, è riuscito a saldarsi all'opinione pubblica ed ai sindacati (al di là di qualche incomprensione). Ma quelli che aderirono al Progetto Buonsenso e i membri della Fondazione Italiani Europei sono ciechi e sono sordi. Oggi ripetono gli stessi discorsi di allora, senza cambiare una virgola.
Chi? Ma in primo luogo Fiorella Farinelli e Andrea Ranieri.

Se Andrea Ranieri vuole fare davvero chiarezza, nei confronti di compagni ed amici e di tutti i cittadini, sia conseguente ed ammetta che per eliminare gli effetti nefasti delle leggi Moratti, da lui stesso riconosciuti, è necessario cancellare le leggi Moratti.

Gemma Gentile