FISICA/MENTE

GUERRA NUCLEARE OGGI

(raccolta di articoli sulle armi nucleari e problematiche connesse di Angelo Baracca)


Per consultare articoli vari di grande interesse sulla guerra si può andare alla pagina del Centro di filosofia del diritto internazionale e della politica globale: http://dex1.tsd.unifi.it/juragentium/it/index.htm?surveys/wlgo/ 


Ritorna l'incubo nucleare

di Angelo Baracca

 
articolo pubblicato in Guerre&Pace, n. 93, 2002

http://www.intermarx.com/ossinter/nucleare.html 

 

Se la fine della Guerra Fredda aveva aperto la speranza che si avviasse un processo di disarmo nucleare e di allentamento delle tensioni mondiali, oggi ci troviamo in una situazione in cui il rischio di un ricorso effettivo alle armi nucleari e di distruzione di massa è più concreto che mai: e non proviene certo dall'Iraq!. In questi anni vi è stata effettivamente una consistente riduzione numerica degli arsenali nucleari strategici russo ed americano, e recentemente è stato celebrato dai media l'accordo, definito "storico", tra Bush Jr. e Putin per portare a 2200 per parte il numero di queste testate. In realtà si è trattato di un grande bluff (basti pensare che le testate rimosse non verranno distrutte: il totale delle testate americane sarà di 4.600, almeno un migliaio in più di quanto era previsto dal trattato START 2!): Washington sta rinnovando completamente il proprio arsenale con testate più micidiali di nuova generazione, e negli ultimi anni molti in seno all'amministrazione proponevano di ridurre le testate a non più di 1500 per parte; mentre Mosca sa bene che nei prossimi anni difficilmente potrà mantenere più di un migliaio di testate efficienti.
Il Pentagono ormai teorizza esplicitamente un "attacco preventivo"[1], e si prepara concretamente per sferrarlo, come e quando lo ritenga opportuno. La Nuclear Posture Review trapelata a gennaio, e la Defence Planning Guidance prevedono un "attacco preventivo[2], naturalmente contro i paesi dell'"asse del male", accusati di detenere armi di distruzioni di massa (eventualmente "targate" americane![3]): non si esclude che esso potrebbe scattare già contro l'Iraq. Vi sono preparativi inequivocabili, come l'annunciata unificazione dei Comandi Spaziale (SpaceCom), responsabile delle operazioni militari nello spazio e nella rete informatica, e il Comando Strategico (StratCom), responsabile delle forze nucleari[4]. L'eventualità del ricorso a un attacco nucleare si affianca al dispiegamento dello scudo antimissili, il cui effetto sarà quello di alimentare la corsa agli armamenti nucleari e l'eventuale ricorso ad attentati terroristici, per i quali lo scudo è assolutamente inutile; e a cui potrebbero affiancarsi nel futuro piattaforme spaziali orbitanti dotate di armi nucleari e capaci di colpire qualsiasi paese nemico in pochi minuti [5]
Mosca ha abbandonato la dottrina del no first use, e la Nuova Dottrina Militare adottata un paio di anni fa prevede esplicitamente la possibilità di una risposta nucleare ad un attacco anche convenzionale in situazioni critiche per la sicurezza nazionale. Pechino sta realizzando un potenziamento del proprio arsenale nucleare e missilistico (già qualche anno fa dichiarò di essere in grado di costruire la bomba al neutrone). Per non parlare poi di India e Pakistan, costantemente sull'orlo di un conflitto che potrebbe diventare nucleare: altro che il pericolo costituito dall'Iraq! Secondo il saggio citato in nota 2, documenti ufficiali dell'ONU stabiliscono che sono 44 i paesi che di fatto dispongono di capacità nucleare.
Siamo seduti su una polveriera nucleare, oltre che di armi chimiche e biologiche difficilmente localizzabili, e sembra che siamo destinati a rimpiangere l'"equilibrio del terrore" di infausta memoria!
Questa situazione si aggrava purtroppo ogni giorno di più a causa di continue decisioni unilaterali e provocatorie di Washington, che ormai sembra avere scelto la guerra come strumento per sostenere la propria economia, compattare l'opinione pubblica e le scelte politiche interne, imporre il proprio dominio assoluto e i propri interessi in ogni parte del pianeta, e controllare le aree strategiche delle scarseggianti materie prime[6] ed i corridoi di comunicazione. La nuova strategia offensiva annulla così le fondamenta del Diritto Internazionale, che era alla base della Carta delle Nazioni Unite, e si proponeva di rendere impossibile per sempre il ripetersi degli efferati orrori della seconda guerra mondiale, assumendo tra l'altro il principio del ripudio della guerra come strumento per risolvere le controversie e l'interdizione di interventi miltari unilaterali di singoli stati. Mentre infatti accentuano i tentativi per sottrarre i militari americani in ogni parte del mondo alla giurisdizione della recentemente costituita Corte Penale Internazionale per eventuali accuse di crimini di guerra, gli Stati Uniti vogliono a tutti i costi sferrare l'attacco (anche nucleare?) all'Iraq con il pretesto della minaccia delle armi di distruzione di massa, che invece viene in primo luogo proprio da loro, in termini espliciti. E con la National Security Strategy of the United States, reso nota recentemente[7], la Casa Bianca si arroga il diritto di intervenire militare, "colpendo per primi" per "autodifesa", contro qualunque paese accusato, a proprio insindacabile giudizio, di "violare la legge internazionale" o di detenere la minaccia di armi di distruzione di massa, il cui possesso (ed uso) da parte propria o dei propri alleati é invece ovviamente presupposto come legittimo!

Armi nucleari nuove

Da vari anni gli Stati Uniti hanno lanciato la più massiccia corsa agli armamenti della loro storia: impressiona non solo la cifra da capogiro del bilancio militare, ma anche la sua vertiginosa progressione, dai 250 mld $ (miliardi di dollari) del 1999, agli attuali 379 mld $ (il 40 % della spesa militare di tutto il pianeta, più della spesa combinata delle 14 successive potenze militari; poco meno del Pil dell'India, quasi metà del Pil del Brasile, quasi un terzo del Pil dell'Italia! Il bilancio militare dell'intera UE é di circa 140 mld $). Per l'anno fiscale 2003 (che inizia il 1deg. ottobre 2002) il Pentagono chiede un aumento di ben 45 mld $! Forse é lecito chiedersi su quale bilancio andranno i 100/200 mld $ del costo previsto per la guerra all'Iraq. Forse in un aumento del Pil per i "beni" prodotti? Questo scatena un aumento generalizzato delle spese militari in tutti i paesi (Chirac ha aumentato del 6% il bilancio militare francese, ed ha proposto che le spese militari non rientrino nel Patto di Stabilità della UE).
In questo astronomico bilancio aumentano le spese per nuove armi. In particolare Washington sta compiendo uno sforzo senza precedenti per realizzare testate nucleari di nuova concezione. Gli ultimi e contestati test nucleari eseguiti nel 1995 da Chirac furono fatti anche per conto degli Stati Uniti[8] (con cui Parigi aveva stipulato un accordo riservato di scambio dei dati) per sperimentare una carica a potenza variabile. Un mega-progetto per effettuare test nucleari virtuali, con l'uso dei più veloci super-computer, prevede un costo totale di 67 mld $ in 15 anni (quasi il triplo del Progetto Manhattan o del Progetto Apollo!): la spesa annua di 4,5 mld $ per le armi nucleari supera la spesa annua media di 3,7 mld $ degli anni della Guerra Fredda [9]. Un laboratorio governativo ha rivelato i particolari del più potente super-computer del mondo, lo "ASCI White"[10], realizzato dall'IBM, che pesa come 17 grossi elefanti, assorbe per il raffreddamento quanto 765 abitazioni, ed esegue in un secondo 12,3 trilioni di operazioni, che ad un computer richiedono 10 milioni di anni: la simulazione di un'esplosione nucleare, prevista per il 2005, richiede l'esecuzione di 100 trilioni di operazioni al secondo. Un secondo progetto prevede la realizzazione nel 2003 della National Ignition Facility, in cui 192 laser dovrebbero simulare il calore generato da un'esplosione termonucleare: il progetto rischia di subire ritardi e quasi certamente sfonderà il costo previsto di 1,2 miliardi di dollari.
La proposta lanciata in marzo da Bush di realizzare una nuova generazione di testate nucleari di piccola potenza (low yeld), capaci di penetrare profondamente nel terreno (300 metri di granito) prima di esplodere, per distruggere bersagli rinforzati profondi non è affatto nuova: essa cominciò a circolare ufficialmente un paio di anni fa [11]; e già tre anni fa circolava in Russia la proposta di realizzare una nuova generazione di mini-nukes (0,4 kilotoni) da utilizzare sul campo di battaglia. Anche la Gran Bretagna progetta un impianto da più di 2 mld di [[sterling]] (3 mld $) per realizzare nuove mini-testate tattiche da utilizzare preventivamente contro stati non-nucleari o gruppi terroristici [12]: è possibile che il progetto sia collegato a quelli di Washington. Questi progetti tendono a cancellare la distinzione tra armi nucleari e convenzionali, a legittimare l'uso di armi nucleari in un conflitto convenzionale, o ad abbassare la soglia di un conflitto nucleare. C'è da chiedersi con quale faccia tosta si presenteranno le potenze nucleari al rinnovo del Tnp nel 2005!

Ripresa dei test nucleari?

Intanto negli USA, soprattutto con la nuova amministrazione Bush, sembra consolidarsi l'opinione di non ratificare mai il CTBT (Comprehensive Test Ban Treaty) e di lasciare anzi aperta la porta ad un'eventuale ripresa dei test nucleari. Da anni vengono eseguiti test nucleari sotterranei sub-critici con plutonio in Nevada, a Los Alamos ed al Livermore Laboratory, mentre il programma segreto "Appaloosa" prevede simulazioni a scala naturale di esplosioni nucleari in superficie usando plutonio 242 come surrogato del plutonio militare[13]. Ma si moltiplicano le pressioni per una ripresa dei test nucleari effettivi, in particolare per sviluppare le nuove testate "low-yield". Il Vice Segretario alla Difesa, Wolfowitz, ha richiamato la possibilità di circostanze "in cui si dovrebbero contemplare" test nucleari[14]; l'amministrazione Bush ha chiesto agli scienziati che studiano testate nucleari di esaminare la possibilità che le esplosioni nucleari sotto il deserto del Nevada possano riprendere rapidamente qualora il governo decida di porre fine alla moratoria di nove anni dei test [15]. L'amministrazione Bush ha anche ridotto i finanziamenti per i programmi di nonproliferazione, compresi gli aiuti alla Russia per arrestare la diffusione di armi di distruzione di massa.
In Russia molti scienziati sono frustrati dal bando dei test nucleari, che viene rispettato mentre Washington boccia la ratifica del CTBT e ammoderna il proprio arsenale. Anche Mosca esegue test nucleari sub-critici a Novaya Zemlya[16] (e la CIA ha fatto sapere di non essere in grado di monitorare eventuali test russi di bassa intensità con la precisione sufficiente a garantire il rispetto del CTBT [17], aggiungendo così un ulteriore argomento agli oppositori della ratifica). Anche la Cina esegue test nucleari sub-critici: dietro l'incidente dell'aprile 2001 della collisione dell'aereo spia americano EP-3E con un intercettore cinese vi era il controllo che Pechino stesse preparando un test nucleare nel poligono di Lop Nur [18]; alcuni anni fa la Cina acquistò dalla Russia i dispositivi di contenimento che si utilizzano per mascherare gli effetti sismici di un'esplosione nucleare.
Un ulteriore fattore di tensione e di pericolo è costituito dal fatto che Washington continua a mantenere più di 2000 testate strategiche costantemente in stato di allerta (perpetuando l'atteggiamento della Guerra Fredda del Launch on Warning), puntate sui bersagli "nemici"[19] (quasi 500 testate sono puntate sulla sola area di Mosca). Questo crea una tensione permanente ed aumenta il rischio di lancio per errore (nel 1995 Mosca scambiò un razzo sperimentale lanciato dalla Norvegia per un missile balistico strategico: la ritorsione venne fermata all'ultimo momento, quando già si stava ricorrendo alla "valigetta" di Eltsin!). Il problema più grave è che non solo l'arsenale strategico, ma anche il sistema d'allarme russo - radar e satelliti - è decrepito: dei 43 satelliti militari alcuni non rispondono più, altri sono al termine della loro vita operativa e non sono affidabili, rendendo l'intero sistema "cieco" per una parte del giorno. Il pericolo della Russia viene paradossalmente più dalla sua debolezza che dalla sua forza!

Scudo antimissili e proliferazione

La realizzazione dello scudo antimissili avrà gravi conseguenze destabilizzanti. I media nostrani hanno parlato solo della NMD (National Missile Defense), ma l'amministrazione Bush lavora per una difesa a strati (layered defense) consistente in molti tipi complementari di difese antimissili, in modo da attaccare un missile in molti modi diversi. I militari americani lavorano su non meno di 20 programmi, e la NMD è solo uno degli otto programmi principali che si stanno sperimentando, con una previsione di costi di oltre 115 mld $ (probabilmente sottostimata). [20]
Questa difesa scatenerà ulteriormente la corsa agli armamenti. Qualsiasi sistema antimissili ha infatti un'efficacia limitata [21] e può venire contrastato validamente da una serie di contromisure: la migliore contromisura a questo sistema consiste quindi nel saturarlo, aumentando il numero di missili di un attacco nucleare.
Il nuovo missile balistico russo Topol-M (SS-27) sembra avere capacità di manovra nella fase di rientro dell'atmosfera, in modo da aggirare la difesa antimissili [22]: per ora Mosca ne dispiega 10 all'anno, ma potrebbe accelerare la produzione. All'uscita di Washington dal trattato ABM Mosca ha dichiarato di non riconoscere più i trattati START: la sua scelta più efficace potrebbe allora essere di montare sui nuovi missili testate multiple (MIRV), vietate dal trattato. Senza contare che non sembrano previste finora, anche se si stanno sperimentando, difese contro i missili ]cruise, che pure Mosca sta perfezionando: l'anno scorso ha condotto un test di un nuovo missile balistico intercontinentale (SS-25) a tre stadi più un veicolo post-boost contenente la testata, costituito da un missile da crociera ad alta velocità che vola nell'atmosfera, per superare le difese antimissile[23]. Intanto Mosca pianifica di estendere l'operatività dei vecchi missili intercontinentali SS-19, che possono essere dotati di 6 testate nucleari.
Uno degli aspetti delicati del potenziale nucleare russo è costituito dalle testate tattiche, che ovviamente non rientrano nei trattati START, e gli analisti valutano tra 4.000 e 10.000 (il loro stato di custodia sembra lasci a desiderare): stante la difficoltà di reperire i fondi per nuove testate, vi è stata la proposta di mantenere queste testate operative come componente del deterrente nucleare (l'esercito russo ha condotto esercitazioni simulando l'uso di testate tattiche). Su questo aspetto la posizione di Washington non è chiara, dato che essi mantengono in Europa bombe a caduta che rimangono uno dei pilastri dei legami atlantici [24].

Armi di distruzione di massa "a go go"

Ma il rischio nucleare si estende oggi a tutte le armi di distruzione di massa. Il caso più allarmante è costituito dalle armi batteriologiche: tecniche ormai standard (funzionali agli interessi delle multinazionali dell'alimentazione che cercano di monopolizzare il mercato mondiale con gli organismi geneticamente modificati) consentono anche ad un gruppo terroristico in un laboratorio relativamente modesto di modificare il codice genetico di un microrganismo normalmente ospite del corpo umano o di piante agricole, in modo che esso produca tossine letali (gli USA hanno portato ripetuti attacchi con aggressivi chimici a Cuba, danneggiando l'agricoltura e l'allevamento).
La Convenzione sulle Armi Chimiche fu firmata nel 1997 e ratificata da 120 paesi, ma gli USA sono in stato di violazione, non avendo emanato la legislazione applicativa e il regolamento per le ispezioni delle industrie chimiche: di conseguenza anche la Germania e il Giappone stanno ostacolando le verifiche. Difficilmente sarà rispettata la data del 2012 stabilita per l'eliminazione delle armi chimiche: gli USA hanno distrutto un quarto (7.000 tonnellate) del loro arsenale, mentre la Russia avrebbe bisogno di ben 5 mld $ per distruggere il suo arsenale[25] (40.000 tonnellate). Sembra probabile che gli USA abbiano fatto uso almeno di aggressivi allucinogeni nella Guerra del Golfo [26]. Nell'aprile scorso poi l'amministrazione Bush ha brutalmente preteso il licenziamento del diplomatico brasiliano Bustani da Direttore Generale dell'Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, per le sue iniziative non concordate con Washington, tra le quali i suoi sforzi per persuadere l'Iraq ad aderire all'organizzazione: il 26 luglio è avvenuta la nomina del diplomatico argentino Pfirter.
Ancora più grave la situazione per la Convenzione sulle Armi Biologiche del 1972: sebbene sia stata ratificata da 143 stati (comprese tutte le principali potenze militari), non contiene nessun meccanismo per le verifiche. L'anno scorso Washington, con la solita arroganza, ha bocciato l'accordo faticosamente raggiunto a Ginevra per un protocollo per le ispezioni, poiché "metterebbe a rischio la sicurezza nazionale e informazioni confidenziali", cioè gli affari delle industrie biotecnologiche[27]. Recentemente è stata rivelata l'esistenza nel deserto del Nevada di un laboratorio in cui - in violazione della Convenzione del 1972 - si producono agenti biologici letali, usando l'ingegneria genetica, sotto il pretesto di effettuare simulazioni per ridurne la minaccia: di fatto si tratta di un programma segreto di ricerca sulle armi biologiche [28]. Del resto la vicenda delle lettere all'antrace porta ad una pista americana!
Ma il problema degli strumenti di distruzione di massa diviene sempre più complesso, perché i nuovo metodi di guerra configurano nuove tipologie, come dimostrano i bombardamenti degli impianti chimici di Pancevo e di Novi Sad nella guerra dei Balcani. Per non parlare dell'Uranio Impoverito, mentre le bombe a grappolo hanno provocato dopo la sospensione dei bombardamenti un numero consistente di vittime.

Armi convenzionali ad alta tecnologia basate nello spazio

A complicare ulteriormente questo scenario interviene il ruolo crescente e l'effetto sempre più destabilizzante che assumono le armi convenzionali ad alta tecnologia e precisione, che gli USA sviluppano freneticamente. Gli altri paesi si sentono tagliati fuori dalla competizione in questo campo e vedono aumentare temibilmente la supremazia incontrastata degli USA[29].
Queste preoccupazioni sono ingigantite da un altro aspetto della paranoia americana: gli USA pensano infatti che la loro supremazia nello spazio stia declinando e che questo metta a rischio la propria sicurezza. Le proposte strategiche per il futuro (Joint Vision 2010, Spacecom 2020) vagheggiano di riconquistare l'egemonia nello spazio, a loro dire compromessa, con un "dominio a tutto campo" del campo di battaglia, basato su un sistema digitale composto di satelliti di spionaggio, allarme e comando-controllo, difese missilistiche, piattaforme spaziali dotate di armi ad alta tecnologia e precisione, in modo da poter colpire qualsiasi punto del pianeta in pochi minuti (contro i 2030 impiegati dai missili balistici). Washington sta studiando un "bombardiere spaziale", cioè un "veicolo sub-orbitale" lanciato da un aereo, a velocità 15 volte superiore a quella degli attuali bombardieri, capace di distruggere da un'altezza di 60 miglia bersagli dall'altra parte del pianeta in 30 minuti[30]: si tratterebbe di una ulteriore escalation, un nuovo genere di guerra stratosferica! Nei prossimi conflitti è previsto l'uso massiccio di arerei e altri veicoli senza pilota (unmanned), sperimentati con successo nei Balcani.
Questa paranoia alimenta una spirale inarrestabile. Le nuove armi convenzionali compromettono qualsiasi stabilità strategica: la sola scelta che rimane agli altri paesi è cercare di riequilibrare la situazione puntando su armi di distruzione di massa a tecnologia meno avanzata, potenziando il deterrente nucleare, prevedendo la possibilità del ricorso a qualsiasi mezzo militare, dalle armi chimiche e batteriologiche, alla guerra ecologica, alla guerriglia e al terrorismo.

"Cyber-War", la nuova frontiera

Ma gli scenari agghiaccianti della guerra tecnologica non finiscono qui. Durante la guerra nei Balcani "gli Stati Uniti, nel massimo segreto, innescarono una super-arma che catapultò il paese in un'era militare che potrebbe alterare per sempre i metodi di guerra. In segreto, le forze americane lanciarono un'offensiva di cyber-combat" [31], disturbando la rete di comando-controllo dell'esercito jugoslavo, azzerando i computer della difesa aerea integrata, inserendo messaggi ingannevoli, forse disturbando anche la rete telefonica, per indurre i comandi jugoslavi a comunicare mediante telefoni cellulari, che possono essere facilmente intercettati. Secondo gli esperti si possono inserire dati falsi nei computer nemici, cancellarne la memoria, inserire virus, perfino modificare gli stessi sistemi d'arma del nemico (ad esempio, riprogrammare un missile cruise nemico in modo che esso inverta la traiettoria e ritorni sulla nave o l'aereo che lo ha lanciato), o riprodurre la voce di un presidente o comandante comunicando comandi suicidi alle truppe. È stata diffusa la notizia di un'invenzione britannica che utilizzerebbe le antenne esistenti dei telefoni mobili per individuare gli aerei stealth, invisibili ai radar![32] Si fa sempre meno chiara la demarcazione tra obiettivi militari e non militari: sono molto sottili i limiti legali ed etici, anche a causa delle evidenti minacce alla popolazione civile.
Si pensa che attualmente 23 paesi possiedano capacità in questo campo (tra questi India, Siria ed Iran). Nel gennaio 1999 fu identificato un attacco del governo indonesiano al provider del servizio Internet irlandese, che ospitava un sito che chiedeva l'indipendenza di Timor Est. Tra gennaio e marzo hackers russi colpirono la rete informatica del Pentagono, apparentemente alla ricerca di codici navali e dati di guida dei missili. Vi è poi stato un attacco della Cina su una rete di siti web di Washington, che furono messi fuori servizio tre volte. È molto difficile naturalmente distinguere attacchi di hackers isolati da quelli di paesi nemici: nel corso del 2000 ben 413 intrusi sono entrati nelle reti militari.
Il Pentagono - che chiama questo settore information warfare (IW) - ha creato un nuovo centro militare nella base aerea di Peterson, Colorado Springs, sotto il già citato Air Force Space Command, per gestire le forze di cyberwarfare, un Battaglione Spaziale, un Mobile Technology Team, un Laboratorio di Difesa Spaziale, col compito di coordinare sia la difesa della rete informatica militare da minacce esterne, sia le azioni offensive: si stanno studiando infatti anche "computer weapons" offensivi.[33] Gli USA hanno allo studio addirittura metodi per modificare le condizioni atmosferiche per fini bellici:34 altro che ratifica del Protocollo di Kyoto!


Convivere con la bomba?

di Angelo Baracca

 articolo pubblicato in Guerre&Pace, marzo 2003

 

Mentre scriviamo queste note la spada di Damocle dell'attacco all'Iraq pende sulle nostre teste. Gli appigli per questo attacco si assottigliano sempre più, ma la fredda ragion di stato dell'ineffabile amministrazione Bush (o forse più le ragioni del petrolio e del complesso militare-industriale) punta inesorabilmente all'intervento. Che cosa può riservarci questa guerra?
Poco meno di un anno fa George W. Bush autorizzò la realizzazione di "mini bombe" nucleari, cioè di testate di potenza molto bassa, e altamente penetranti, ossia capaci di penetrare molto profondamente nel terreno (300 metri di granito) prima di esplodere, in modo da distruggere rifugi sotterranei rinforzati. Questa proposta era nell'aria da alcuni anni ed era stata avanzata anche in Russia: evidentemente i grandi laboratori militari vi stavano lavorando attivamente (vi lavorano anche la Francia e la Gran Bretagna; chissà la Cina!), e probabilmente Bush non ha fatto altro che ratificarla; forse non si poteva aspettare oltre, per una serie di motivi. Allo stesso tempo il Pentagono includeva esplicitamente l'"attacco preventivo" tra le proprie opzioni. In un precedente articolo (Ritorna l'incubo nucleare, di A. Baracca, "Guerre&Pace", n. 93) abbiamo discusso i grandi progetti degli Stati uniti per rinnovare il proprio arsenale nucleare: ma riteniamo necessario ritornare sul tema per esaminare altre novità e altri dubbi ancora più inquietanti!

Inquietanti esperimenti di guerra

Che cosa bolle realmente in pentola? Naturalmente è estremamente difficile dirlo, dato che le informazioni importanti sono coperte dal più ferreo segreto. Però si può, e si deve, fare qualche considerazione e illazione, perché è altamente possibile che stia avvenendo qualcosa di estremamente grave, di cui non siamo né informati né coscienti.
Le guerre sono sempre occasioni per sperimentare nuove armi e nuove tecniche militari: tanto più oggi, quando la fine della Guerra fredda e dell'equilibrio che bene o male l'aveva sottesa ha lasciato il posto al dominio incontrastato unipolare. Non sappiamo esattamente quante e quali nuove armi il Pentagono abbia sperimentato nelle guerre dell'ultimo decennio: ne conosciamo alcune, ma non ne sappiamo tutte le caratteristiche e gli effetti (v., ad esempio, Gordon Poole, Afghanistan: poligono sperimentale Usa, "Guerre&Pace", n. 95). Sicuramente gli Stati uniti le hanno usate anche per saggiare le reazioni internazionali: per quanto illimitata sia la loro protervia, devono in qualche modo tenerne conto.
Sicuramente c'è stata la nuova forma di guerra chimica costituita dai bombardamenti delle fabbriche di Pancevo e Novy Sad; e sicuramente c'è stato l'uso massiccio delle munizioni a uranio depleto, che come minimo costituiscono una forma di "guerra radiologica". In entrambi i casi Washington ha potuto verificare che le reazioni internazionali sono state molto deboli, per non dire nulle, almeno a livello diplomatico ufficiale, malgrado gli effetti disastrosi, generalizzati e a lungo termine che entrambi gli interventi dimostrano sulle popolazioni locali e sugli stessi veterani americani e britannici (ma anche sui militari dei contingenti europei) esposti; effetti coperti dal vergognoso silenzio e dalla colpevole complicità degli organi di (dis)informazione.
C'è però qualcosa di inquietante nel fatto che gli Stati uniti abbiano atteso la caduta dell'Unione sovietica per utilizzare una tecnologia militare come le munizioni a uranio depleto, che sicuramente era stata sviluppata da molto tempo ed era posseduta anche da Mosca e da altri paesi. È veramente possibile che gli effetti deleteri, diffusi e a lungo termine di queste armi siano dovuti alla sola bassa radioattività dell'uranio, pur se volatilizzato nell'ambiente dall'esplosione piroforica e quindi inalato e trasmesso alla catena alimentare? (Anche tenendo conto che probabilmente altri fattori hanno contribuito alla "sindrome del Golfo", come le vaccinazioni e l'uso segreto di armi chimiche). Anche perché vi sono testimonianze che i carri armati iracheni colpiti non fossero semplicemente perforati, ma deformati e distrutti come se fosse avvenuto qualche tipo di esplosione ben più violenta di quella semplicemente piroforica; e che sembrerebbe inoltre aver lasciato una forte radioattività, superiore a quella attribuibile all'uranio, ma che non si è mai consentito di verificare. Ma questo non è il solo interrogativo inquietante.

Microbombe nucleari

Un altro insegnamento delle guerre dell'ultimo decennio è che gli esplosivi convenzionali trasportati da proiettili di alta precisione comportano un rapporto costo-effetto molto alto. Spesso è necessario più di un vettore per distruggere un obiettivo: sarebbe molto più conveniente poter armare queste munizioni con un esplosivo più potente, ma una testata nucleare - la cui potenza si misura in kiloton, ossia migliaia di tonnellate di esplosivo convenzionale equivalente - sarebbe sproporzionata per colpire un rifugio, o una carro armato, o un obiettivo comune; e i suoi effetti a lungo termine renderebbero difficili le successive operazioni militari, o l'occupazione del territorio. Questo è indubbiamente uno dei motivi che spinge alla ricerca per realizzare testate nucleari di bassa potenza (low yeld warheads, o mini-nukes).
La miniaturizzazione delle armi nucleari è pericolosissima: in particolare tende a cancellare la distinzione tradizionale tra armi nucleari e armi convenzionali, e a legittimare l'uso delle prime nelle comuni operazioni militari; mentre gli sviluppi esasperati delle armi convenzionali ad alta tecnologia tendono, per parte loro, a coprire alcuni degli effetti e degli usi riservati in passato alle armi nucleari.
Un recente articolo di Andrè Gsponer analizza l'invenzione e lo sviluppo, nei grandi laboratori militari, delle tecniche rivoluzionarie che vanno sotto il nome di nanotecnologia, e le innovazioni che queste possono portare tanto alle armi convenzionali, quanto alle armi nucleari, sia al perfezionamento di quelle esistenti che alla realizzazione di una "quarta generazione" di testate nucleari. La nanotecnologia riesce a controllare strutture di dimensioni dell'ordine di 10-9 metri (un milionesimo di millimetro), comprendenti pochi atomi: un fattore mille in più rispetto alla tecnologia precedente (ad esempio la "microelettronica"), che era arrivata a controllare dimensioni dell'ordine di 10-6 metri, comprendenti un numero di atomi dell'ordine del migliaio.
Componenti miniaturizzate a questo livello presentano anche caratteristiche eccezionali di resistenza meccanica, oltre che di risposta. Le innovazioni più importanti che questa tecnologia consente nel settore delle armi convenzionali consistono in componenti quali sensori di alte sensibilità e prestazioni, trasduttori, inneschi e componenti elettroniche. Il miglioramento delle testate nucleari esistenti può giovarsi, tra molte cose, di micromeccanismi di carica e di innesco estremamente resistenti, necessari tanto per proiettili nucleari di artiglieria, come per testate che debbano esplodere dopo avere penetrato in profondità nel terreno, che devono quindi resistere ad accelerazioni e condizioni di tensione estreme.

La quarta generazione di bombe

Ma le applicazioni più rivoluzionarie riguardano il progetto di testate nucleari nuove "di quarta generazione", miniaturizzate: si parla di potenze comprese tra alcuni chilogrammi e alcune tonnellate di esplosivo convenzionale equivalente, vale a dire tra 100 e 1000 volte più basse delle potenze delle testate attuali. Armi di questo tipo si potrebbero sviluppare senza violare formalmente il Ctbt (Comprehensive Test Ban Treaty, il bando dei test nucleari), utilizzando le simulazioni e le complesse strutture come la National Ignition Facility negli Stati uniti e Mègajioule in Francia (che utilizzeranno rispettivamente 192 e 240 laser per riprodurre le condizioni fisiche di una esplosione termonucleare). Sembra che si sia riconosciuto che è più facile realizzare una "micro-fusione" che una "micro-fissione" nucleare: la prima presenta anche il vantaggio di generare una minore radioattività. Si ipotizza l'esplosione termonucleare di una miscela di deuterio-trizio di peso e dimensioni di alcuni chilogrammi e litri: coloro che propongono queste armi le definirebbero armi nucleari "pulite", tracciando un parallelo con le munizioni a uranio depleto.
È opportuno aggiungere che queste ricerche, o queste realizzazioni, non sarebbero circoscritte agli Usa, visti i progetti almeno di Parigi e Londra (se non quelli di Mosca e Pechino).

L'"evoluzione delle bombe"

Se queste notizie sono degne di fede, si aprono ulteriori pesanti e inquietanti interrogativi. Richiamiamo brevemente alcune nozioni di base riguardanti le armi nucleari.
Vi sono in primo luogo le bombe a fissione (di prima generazione), che utilizzano il processo in cui un nucleo di Uranio-235 (U), o di Plutonio-239 (Pu), assorbe un neutrone e si scinde in due nuclei, più l'emissione di 2 o 3 neutroni e di una quantità relativamente molto grande di energia (dell'ordine di un milione di volte quella liberata in un processo chimico). Se più di uno, in media, dei neutroni emessi nelle fissioni produce un'altra fissione prima di sfuggire dalla massa dell'esplosivo di U o di Pu, si produce una reazione a catena: perché ciò avvenga è necessario che questa massa non sia inferiore a una "massa critica". Il valore di questa massa critica dipende da molti fattori, come il grado di arricchimento dell'esplosivo, la struttura della bomba, la configurazione dell'esplosivo, il meccanismo di innesco ecc. Tutto è naturalmente segreto, ma la massa critica è dell'ordine dei chilogrammi.
Vi sono poi le bombe a fusione (di seconda generazione, "bomba H"), che utilizzano il processo inverso: due nuclei leggeri si fondono in un unico nucleo, con l'emissione di una grande quantità di energia, ed eventualmente di qualche altra particella (neutroni, a seconda dei nuclei che si fondono). Perché due nuclei possano fondersi, essi devono avvicinarsi moltissimo, vincendo la repulsione elettrica dovuta alla loro carica positiva: questo avviene quando la sostanza che contiene i nuclei raggiunge temperature dell'ordine del milione di gradi. Una tale temperatura regna ordinariamente all'interno delle stelle (che traggono da questi processi nucleari l'energia che emettono, e che le fa evolvere), ma nel caso delle bombe viene generata dall'esplosione di una bomba a fissione: queste bombe sono quindi sempre bombe a fissione-fusione (o termonucleari). Dopo Ctbt del 1996 si stanno mettendo a punto le citate tecniche di simulazione e le strutture per riprodurre le condizioni di un'esplosione termonucleare.
Non abbiamo richiamato queste nozioni per nulla, giacché ne segue una conseguenza importante. In entrambe le bombe tradizionali è necessaria una massa critica minima di esplosivo della fissione: pertanto la potenza di queste bombe non può essere abbassata al di sotto di un certo limite, certamente superiore alla tonnellata, o alla decina di tonnellate equivalenti di esplosivo chimico di cui si parla per le mini-nukes.

Ma che cosa stanno preparando?

A questo punto sono chiari gli interrogativi che devono inquietarci.
In primo luogo, quali nuovi meccanismi, o processi sono stati inventati e messi a punto per innescare la fusione nucleare di una piccola miscela di deuterio-trizio? L'innesco per mezzo della fissione richiederebbe una massa critica di U o Pu e alzerebbe inevitabilmente la potenza esplosiva all'ordine dei kiloton. Si parla di un innesco mediante un "superlaser": sarebbe un'enorme innovazione capace di generrae potenze fino a un milione di volte superiori a quelle generate dai laser ordinari.
Ma è credibile che esista una siffatta apparecchiatura capace di innescare la mini-bomba? Abbiamo accennato all'enorme complessità delle strutture che si stanno costruendo per riprodurre le condizioni di un'esplosione termonucleare: sembra più plausibile che l'innesco laser venga utilizzato piuttosto per la sperimentazione di queste testate di quarta generazione. Anche perché non si vede come potrebbe un simile apparato venire incorporato in una testata che dovrebbe avere anche peso e dimensioni molto piccoli. Questo stesso ragionamento si applica ad altri dispositivi di innesco di simili condizioni estreme che possano essere stati inventati e realizzati.
Appare più plausibile ipotizzare la scoperta e la realizzazione di qualche processo nucleare di tipo nuovo nella materia condensata, che si inneschi cioè spontaneamente all'interno stesso della piccola quantità di "esplosivo" nucleare: un siffatto processo non rientrerebbe nel corpo delle conoscenze fisiche acquisite e riconosciute. Questa eventualità rende ancora più difficile discutere questi aspetti, data la pervicacia con cui la comunità scientifica si abbarbica alle conoscenze riconosciute, sulle quali basa la sua autorità e il suo potere, negando qualsiasi nuova conoscenza che non rientri in esse. Senza dubbio i laboratori militari sono molto più spregiudicati, ma certo non ci vengono a raccontare le loro scoperte e realizzazioni! (I militari americani, e probabilmente anche i sovietici, fanno ricerche - non si sa mai! - perfino sugli Ufo, un concetto che eminenti scienziati combattono come una credenza fantascientifica). Siamo quindi necessariamente nel campo delle speculazioni. Si possono certo liquidare tutte le considerazioni precedenti come pura fantasia: ma mi pare che sarebbe come mettere la testa sotto la sabbia.

Pretendere delle risposte

Si aggiungono però, a mio avviso, ulteriori interrogativi, anche più inquietanti.
Se Bush ha autorizzato la realizzazione delle mini-nukes la loro fattibilità deve già essere stata provata, o addirittura esse devono già esistere, almeno come prototipi: gli eventuali test, di bassissima potenza, non avrebbero violato il Ctbt e le strutture come la National Ignition Facility e Mègajoule sarebbero destinate al loro perfezionamento. Ai primi di febbraio Bush ha dichiarato: "Stiamo realizzando nuove testate di piccola potenza per distruggere bersagli profondi". Questo significa che già ci sono! E per un bersaglio di questo tipo non può trattarsi delle testate tradizionali. Allora ci si può chiedere se nelle guerre dell'ultimo decennio non siano state sperimentate proprio queste nuove armi segrete, e gli effetti deleteri che vediamo (e che si fa di tutto per negare e occultare) non siano dovuti ad esse. Forse non si tratta dell'uranio depleto; oppure potrebbe trattarsi proprio di quello, e in tal caso la struttura delle munizioni e il loro meccanismo distruttivo sarebbero completamente diversi da come si dice. Certo si spiegherebbero molte cose, che a chi scrive non sembrano spiegate in modo soddisfacente.
Sia come sia, credo che non possiamo semplicemente ignorare certi interrogativi e che dobbiamo porre con nuova forza il problema e pretendere delle risposte, prima che ci troviamo letteralmente immersi in una guerra nucleare senza neppure accorgercene! Una volta si diceva: "Meglio attivi oggi che radioattivi domani".

(Ringraziamenti dell'autore a Emilio Del Giudice per l'illuminante discussione su questi argomenti e a Mauro Cristaldi ed Edoardo Magnone per la collaborazione)

FONTI:

www.enn.com/news/wire-stories/2002/11/11052002/ap_48881.asp;

www.reutershealth.com/en/index/html;

http://jama.ama-assn.org/issues/v288n10/ffull/jlf20033.html;

www.nlm.nih.gov/medlineplus/news/fullstory_10239.html;

http://www.eoslifework.co.uk/du2012.htm;

http//www.eoslifework.co.uk/u232.htm; http://www.cursor.org/stories/uranium.htm;

Tom Squitieri, Usa Today, 11.12.2002;

Jean-Pierre Benjamin, 1999 - Iraq, L'Apocalisse, Edizioni Andromeda, Bologna;

André Gsponer, From the Lab to the Battlefield? Nanotechnology and Fourth-Generation nuclear weapons, "Disarmament Diplomacy", n. 67, ottobre-novembre 2002, http://www.acronym.org.uk/dd/dd67/67op1.htm; http://arxiv.org/abs/physics/0210071;

Luc Allemand, Mégajoule: le plus gros laser du monde, "La Recherche", N. 360, January 2003.


la rivista del manifesto numero  33  novembre 2002

http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/33/33A20021106.html 

Gli arsenali di Stranamore

L'ATOMICA INTELLIGENTE
Angelo Baracca  

1.La presenza in Iraq di armi di distruzione di massa e l'eventualità incombente che Saddam Hussein ne sviluppi quantità ed efficienza fino a costituire una minaccia irreparabile per la nazione e i valori americani – che sono per definizione gli stessi dell'Occidente: «libertà, democrazia, libera impresa» –, un ostacolo mortale per «la nuova era di sviluppo globale garantito dal libero mercato e dalla libertà dei commerci», è – come è noto – l'argomento principe, ossessivamente ripetuto, che l'Amministrazione Bush (e, con poche e parziali eccezioni, la corte numerosa di governi capeggiata dal laburista Blair) ha messo alla base del programma di aggressione contro l'Iraq e della vera e propria eversione del diritto internazionale e della stessa Carta dell'Onu, perfezionata nella sua forma più solenne nella recente National Security Strategy of U.S. presentata il 17 settembre al Congresso 1.
Del molto controvertibile fondamento di questa motivazione soprattutto dopo le devastazioni di Desert Storm, anni di ispezioni Onu e gli effetti dei continui raid aerei; della responsabilità degli Usa (e di molti dei loro principali alleati) nella fornitura all'Iraq di Saddam di materiali e know how per i suoi tentativi di programmi nucleari bellici negli anni precedenti la prima Guerra del Golfo 2 e per la costruzione di armi chimiche e biologiche; del progetto di egemonia mondiale e di controllo delle risorse energetiche planetarie 3 che motivano molto più verosimilmente il progettato intervento armato in Iraq, si scrive da parte di fonti numerose e non sospette e si discute apertamente anche in circoli molto ufficiali degli stessi Usa. In questo articolo mi sembra utile concentrare l'attenzione piuttosto su una serie di dati noti in ambienti ristretti (o accuratamente minimizzati o taciuti) e di considerazioni che – rovesciando il senso pressoché plebiscitario della lettura corrente dei fatti da parte della maggioranza dei media – portano a ristabilire un quadro attendibile delle dimensioni e delle fonti dei rischi che minacciano il mondo.
2. È purtroppo vero che il rischio di una guerra nucleare e di uso di armi di sterminio, chimiche e batteriologiche, è effettivamente oggi più concreto che in tutti i decenni della Guerra Fredda, ma esso non viene né da Saddam, né dai paesi dell'`asse del male' (i quali non si vede perché dovrebbero – qualora potessero – sferrare un attacco che certamente porterebbe alla loro cancellazione dalla carta geografica, destino che i progetti americani e dei loro alleati israeliani sembrano preparare all'Iraq). È invece proprio da Washington che viene il pericolo di una catastrofe planetaria innescata da un `attacco preventivo'. Lo prevede esplicitamente la Nuclear Posture Review trapelata a gennaio, e sono in corso di attuazione concrete misure militari per renderlo possibile.
Abbandonando il principio del `contenimento' e della `deterrenza', enunciato da Truman 50 anni fa, la `dottrina Bush', sancisce il diritto dell'unica superpotenza di intervenire militarmente a proprio insindacabile giudizio, ovunque, quando lo ritenga opportuno, e con qualunque mezzo. Il più tragico dei paradossi vedrebbe gli Stati Uniti sferrare un attacco nucleare per... prevenire l'improbabile eventualità che altri lancino armi di sterminio. D'altra parte, già nel 2000, Mosca ha varato una nuova Dottrina militare che, rovesciando la tradizionale opzione sovietica del no first use, consente una risposta nucleare anche a un attacco convenzionale che colga il paese in condizioni critiche4.
I progetti in corso, come vedremo, tendono tra l'altro a cancellare la distinzione tra guerra nucleare e guerra convenzionale, abbassando minacciosamente la soglia della prima. Il concetto stesso di `distruzioni di massa' nelle operazioni militari deve essere notevolmente esteso: infatti, la guerra nucleare (o almeno radioattiva) è già in corso con l'uso massiccio dei proiettili a uranio impoverito. Sembra chiaro che gli Stati Uniti hanno fatto uso di aggressivi chimici nella Guerra del Golfo 5 (dopo il Vietnam); infine i bombardamenti di impianti chimici civili, come è accaduto a Pancevo e Novi Sad in Serbia, producono effetti non molto diversi da quelli prodotti dall'uso massiccio di aggressivi chimici, colpendo indiscriminatamente la popolazione civile e le generazioni future.
3. Occorre in primo luogo fare chiarezza – contro una battente campagna mediatica minimizzatrice – sulla consistenza e le prospettive degli arsenali, e sui programmi nucleari.
È vero che i trattati Start stavano conducendo alla riduzione quantitativa degli arsenali strategici russo e americano a circa un decimo (5.000-6.000 testate per parte) delle decine di migliaia che, ai tempi della Guerra Fredda, sostenevano la strategia della deterrenza e della mutua distruzione assicurata. Lo Start-2 avrebbe condotto a una ulteriore riduzione a 3.000-3.500 testate per parte nel 2007, se Mosca non lo avesse disdetto in risposta alla denuncia unilaterale da parte di Washington del trattato Abm (Anti-Ballistic Missile). Nel giugno scorso venne dato con grande battage mediatico l'annuncio dell'accordo Bush-Putin sulla riduzione del numero delle testate strategiche a 1.700-2.200 per parte. Si evitava di dire che lo `storico accordo' non era un trattato e che non prevedeva la distruzione delle testate rimosse. Sicché gli Usa conserverebbero alla fine 4600 testate (installate o immagazzinate), senza contare un numero imprecisato – tra 4.000 e 10.000 – di testate tattiche, per le quali non vige attualmente nessun trattato. Nell'Amministrazione circolavano proposte per ridurre le testate strategiche a non più di 1500 (ma, ovviamente, anche pressioni opposte); mentre Mosca sa bene che in futuro non potrà mantenere più di 1.000-1.500 testate operative.
Ma il punto veramente decisivo è un altro: gli Usa stanno rinnovando radicalmente il proprio arsenale strategico con testate nucleari nuove, più efficaci e pericolose. Nel folle bilancio militare del Pentagono 6 di più di 400 miliardi di $ (mld $), la spesa per le armi nucleari ha superato abbondantemente la spesa annuale media dei decenni della Guerra Fredda (3,7 mld $).
Sono infatti in corso mega-progetti per simulare i test nucleari e progettare nuove testate. Un progetto del costo complessivo di almeno 67 mld $ in 15 anni (4,5 mld $ all'anno: quasi il triplo del `Progetto Manhattan' 7, o del `Progetto Apollo') prevede la realizzazione di fantascientifici super-computer per la simulazione dei test: che per un computer ordinario richiederebbe 6,6 milioni di ore di calcolo. Il pretesto ufficiale è la verifica dell'operatività e della sicurezza dell'arsenale attuale, ma per tale scopo non è necessaria questa dimensione di risorse. Lo scorso anno l'Ibm ha realizzato per il governo il super-computer ASCI White (Advanced Strategic Computation Initiative) – 1000 volte più potente del suo predecessore Deep Blue che nel 1997 sconfisse il campione mondiale di scacchi Gary Kasparov – che è composto di 8192 microprocessori, pesa come 17 grossi elefanti, assorbe per il raffreddamento acqua quanto ne servirebbe per 765 abitazioni, ed esegue 12,3 trilioni di operazioni al secondo: ma la simulazione di un'esplosione nucleare, prevista per il 2005, richiede l'esecuzione di 100 trilioni di operazioni al secondo.
Anche la Gran Bretagna sta lanciando un progetto analogo da 2 mld di sterline (= 3 mld $), per realizzare mini-testate tattiche da utilizzare preventivamente contro Stati non-nucleari o gruppi terroristici: un progetto che asseconda perfettamente la decisione di Bush del marzo scorso di realizzare nuove testate Low Yeld capaci di penetrare attraverso 300 metri di granito prima di esplodere e di distruggere bersagli nucleari profondi (precedentemente la legge proibiva ai laboratori nucleari militari di studiare testate di potenza inferiore ai 5 kilotoni).
Un altro progetto di Washington, la National Ignition Facility, sfonderà certamente il costo previsto di 1,2 mld $ per simulare nel 2003 (ma subirà ritardi) con 192 laser il calore generato da un'esplosione termonucleare. L'amministrazione ha poi avviato la progettazione di un impianto, che costerà da 2 a 4 mld $, per produrre detonatori al plutonio.
Andrebbe ricordato ai fautori nostrani di una ripresa del nucleare `civile' che esso si sostiene solo se si affianca a un sostanzioso programma militare: come mostrano la quasi bancarotta della società privata British Energy, che gestisce la metà delle centrali inglesi e i ripetuti scandali per l'incuria e per gli incidenti, regolarmente occultati del colosso elettrico giapponese.
4. In secondo luogo, aumentano le pressioni anche per la ripresa effettiva dei test nucleari sotterranei, ovviamente sempre a discrezione di Washington: che ormai – dopo la bocciatura del 1999, attribuita alla maggioranza repubblicana contro l'amministrazione Clinton – ha deciso di non ratificare mai il Comprehensive Test Ban Treaty (Ctbt). Del resto si tenga presente che i contestati test nucleari di Chirac del 1995 nel Pacifico furono condotti anche per conto degli Stati Uniti (con i quali era stato stipulato un accordo segreto per lo scambio di dati) per sperimentare una testata a potenza variabile: così come i test indiani e pakistani del 1998 sperimentarono testate per conto rispettivamente di Israele e dell'Iran 8. Test effettivi potrebbero essere necessari per realizzare le testate Low Yeld.
Intanto Washington, Mosca, Pechino e Parigi conducono test nucleari sotterranei sub-critici (in cui cioè non si innesca effettivamente la reazione a catena): gli Usa ne hanno eseguito a oggi 18 in Nevada, a Los Alamos e al Livermore Laboratory, mentre il programma segreto Appaloosa prevede simulazioni a scala naturale di esplosioni nucleari in superficie usando plutonio-242 come surrogato del plutonio militare.
Preoccupata dal progetto dello scudo anti-missili, la Cina sta sviluppando indubbiamente programmi nucleari militari e missilistici: dietro la cattura nell'aprile 2001 dell'aereo spia americano EP-3E vi era la sorveglianza da parte degli Usa dei preparativi di un test cinese sub-critico nel poligono di Lop Noor, che poi venne effettuato. Alcuni anni fa Pechino comprò da Mosca i dispositivi di contenimento che si utilizzano per mascherare gli effetti sismici di un test. In Russia molti scienziati sono frustrati dal rispetto da parte di Mosca del bando dei test nucleari, proprio mentre Washington decide di non ratificare il Ctbt e rinnova il proprio arsenale; la percentuale del budget destinato allo sviluppo delle forze nucleari strategiche passerà dal 18 al 23-25%. Nel giugno scorso il ministro della Difesa, pur negando di volere riprendere i test, ha informato della decisione di mantenere le condizioni operative e di sviluppare le infrastrutture del poligono nucleare di Novaya Zemlya (destinato peraltro anche a deposito di scorie nucleari). Israele ha appena dotato di nuovi missili Cruise con testata nucleare (com'era ampiamente previsto) tre sommergibili convenzionali della classe Dolphin acquistati dalla Germania, aumentando così notevolmente il proprio potenziale offensivo. C'è da chiedersi con quale faccia le potenze nucleari potranno presentarsi alla scadenza del rinnovo del Trattato di Non-Proliferazione nel 2005, di fronte ai paesi non nucleari che nel 2000 accettarono il rinnovo con la clausola dell'impegno alla progressiva eliminazioni delle armi e del rischio nucleari.
Un'ulteriore fonte di tensione e di pericolo è costituito dal fatto che Washington perpetua l'atteggiamento della Guerra Fredda mantenendo più di 2000 testate strategiche costantemente in stato di allerta, pronte a partire in caso di allarme (Launch on Warning) su bersagli strategici in Russia (quasi 500 puntate sulla sola area di Mosca). Questo atteggiamento costringe la Russia e la Cina a fare altrettanto, mantenendo una tensione permanente e aumentando il rischio di una ritorsione nucleare per errore. Non solo l'arsenale strategico di Mosca è decrepito, ma anche l'intero sistema di allarme, radar e satelliti: dei 43 satelliti militari alcuni non rispondono più, altri sono al termine della vita operativa, rendendo l'intero sistema `cieco' per una parte del giorno. I rischi che provengono dalla Russia originano più dalla sua debolezza che dalla sua forza.
5. In questo quadro le conseguenze della realizzazione dello scudo anti-missili saranno molto pesanti. Quando si parla (e non spesso) di questo scudo, i mezzi di `disinformazione' nostrani riportano i successi o gli insuccessi dei test della sola National Missile Defense (Nmd), composta di un sistema radar di allarme, basato largamente in Europa, e di missili basati a terra che devono intercettare le testate in arrivo, distinguerle dalle false testate e da altre esche, e distruggerle mediante killing Vehicles a impatto diretto. In realtà il sistema che gli Usa stanno sviluppando è enormemente più complesso e ambizioso (oltre che costoso): si tratta infatti di una difesa a più strati (Layered Missile Defense) composta di una molteplicità di sistemi anti-missile, per distruggere le testate attaccanti in più modi, i quali riprendono molti aspetti del progetto reaganiano delle `Guerre Stellari', e comportano una diretta militarizzazione dello spazio.
È forse opportuno ricordare brevemente che il volo di un missile balistico viene suddiviso in tre fasi: la fase di spinta (boost) – in cui i motori sono accesi –, la fase di volo inerziale fuori dagli strati densi dell'atmosfera, e la fase di rientro nell'atmosfera: durante la boost phase il missile sarebbe più facilmente intercettabile, ma i tempi sono brevissimi e occorrerebbe un sistema di allarme a ridosso del paese attaccante. Inoltre, i possibili attacchi non comprendono solo i missili intercontinentali, ma le testate destinate al campo di battaglia, i missili Cruise, ecc. Tutto questo non tiene, ovviamente, conto che lo scudo non serve a nulla per difendersi da attacchi terroristici, non meno micidiali, condotti in altri modi.
I militari americani lavorano su non meno di 20 programmi di difesa missilistica: la Nmd è solo uno di almeno otto programmi principali che si stanno sperimentando 9. L'occhio vitale del sistema è costituito dal System-Low-the Missile-Warning e dai satelliti a raggi infrarossi per inseguire la traiettoria. La Marina ha due progetti: il Navy Area Theater Ballistic Missile Defense, e il Navy Theater Wide. Anche l'Esercito ha due progetti: il Thaad (Theater High Altitude Area Defense: un sistema basato a terra, che dovrebbe proteggere le truppe dislocate oltremare da missili di teatro), e il sistema Patriot Pac-3. Vi sono poi due progetti di laser dell'Aviazione: l'Airborne Laser (portato da un Boeing 747-400, dovrebbe distruggere i missili durante la salita, a una distanza di non più di 400 km) e lo Space Based Laser (basato invece nello spazio). I costi complessivi (probabilmente sottostimati, in particolare per le spese durante il ciclo di vita dei sistemi, valutato in circa 20 anni) superano – come mostra la Tab. 1 – la cifra astronomica di 115 mld $.
La Ballistic Missile Defense Organization (Bmdo) prevede la ricerca simultanea nelle varie aree. L'Amministrazione spinge per accelerare i progetti, in modo che alcuni possano divenire operativi prima della fine del mandato di Bush (2004), chiedendo al Congresso finanziamenti addizionali. I progetti sono soggetti a continua evoluzione. Il programma di difesa tattica della Marina Navy Area ha incontrato difficoltà tecniche e se ne prevede lo spiegamento con forte ritardo rispetto alla data prevista del dicembre 2003. La Thaad è prevista per il 2007, ma potrebbe venire anticipata di un anno o due 10. L'Airborne Laser è previsto per il 2008, ma potrebbe essere anticipato (notizie recenti riportano però che dovrà essere riprogettato, perché risulta troppo pesante). 5 o 10 intercettori della Nmd potrebbero essere dispiegati nel 2004 (sebbene fonti del Dipartimento di Stato denuncino ritardi), alcuni sistemi basati in mare potrebbero essere operativi nel 2005. La sperimentazione dello Space Based Laser è prevista nel 2012 e dovrebbe costare 4 mld $.
I progetti non finiscono qui. Ve ne sono infatti altri dell'Esercito: il Tactical High Energy Laser, la protezione mobile per le truppe Medium Extended Air Defense; poi ancora due programmi sviluppati per Israele: il programma Arrow di difesa di teatro (testato nelle manovre militari congiunte Usa-Israele-Turchia del 17 giugno 2001), e il laser anti-razzo. Bisogna aggiungere inoltre il sistema di satelliti di allarme Sbirs-High (solo per ricerca e sviluppo si prevedono 8,2 mld $, più 2,4 mld $ di supporto), la rete della Marina di gestione del campo Cooperative Engagement Capability, e diversi altri progetti collaterali. Se questi sono i progetti di difesa dai missili balistici, i militari denunciano la mancanza di difese dai missili Cruise (che, dicono, in futuro incorporeranno capacità stealth): ma si stanno sperimentando sistemi a questo scopo.
Il progetto di difesa antimissili comporta molte gravi conseguenze. In primo luogo, oltre all'uscita di Mosca dallo Start-2 (che consentirebbe tra l'altro la scappatoia di reinstallare testate multiple sui missili balistici), questo progetto sta già inducendo una proliferazione nucleare e missilistica: poiché infatti nessuna difesa di questo tipo può dare la completa sicurezza di distruggere le testate attaccanti, la contromisura più efficace di altri paesi consiste nell'attrezzarsi per saturarla, aumentando il numero di missili e di testate di un attacco. Sia Mosca che Pechino, oltre a sviluppare varie contromisure (false testate, esche, ecc.), testano nuovi missili balistici che possano ingannare le difese antimissili (veicoli di rientro manovrabili, ecc.).
Molteplici inconvenienti vengono denunciati anche all'interno degli Stati Uniti. Lo scienziato del Mit Ted Postol critica lo scudo antimissili ed è in accesa contrapposizione con l'Amministrazione: in un'intervista al «manifesto» (11.9.2001) evocava il pericolo che le testate colpite nella fase di spinta potrebbero cadere in Europa, in Canada o nell'America Centrale. Sul prestigioso «Bulletin of the Atomic Scientist» di settembre 2002, Geoffrey Forden denuncia il rischio che l'intercettazione di una testata con un laser potrebbe essere non meno disastrosa, con la differenza che le vittime sarebbero diverse da quelle previste se il missile andasse a bersaglio.
6. Il rischio principale risiede nel pericolosissimo carattere offensivo che assumerà l'intero sistema. Una delle paranoie americane consiste nel timore che la supremazia nello spazio sia destinata a essere compromessa nel prossimo futuro e che questo metta a rischio la propria sicurezza. Le proposte strategiche per il futuro (Joint Vision 2010, SpaceCom 2020) vagheggiano di riconquistare l'egemonia nello spazio – che, secondo queste analisi, sarebbe compromessa – con un «dominio completo» del campo di battaglia, basato su un sistema digitale composto di satelliti di spionaggio, allarme e comando-controllo, difese missilistiche, piattaforme spaziali dotate di armi ad alta tecnologia e precisione, in modo da poter colpire qualsiasi punto del pianeta in pochi minuti (contro i 20-30 impiegati dai missili balistici). Nell'estate scorsa, nella Conferenza per il disarmo che si trascina stancamente a Ginevra, gli Stati Uniti hanno seccamente rifiutato la proposta avanzata dalla Russia e dalla Cina di discutere un nuovo trattato che limiti la militarizzazione dello spazio.
La `difesa' anti-missili sarà affiancata da tali sistemi d'arma offensivi, con una pericolosissima escalation nella militarizzazione dello spazio. Washington sta studiando un `bombardiere spaziale', cioè un `veicolo sub-orbitale' lanciato da un aereo, a velocità 15 volte superiore a quella degli attuali bombardieri, capace di distruggere da un'altezza di 60 miglia bersagli dall'altra parte del pianeta in 30 minuti: si tratterebbe di una ulteriore escalation, di un nuovo genere di guerra stratosferica! Nei prossimi conflitti è previsto l'uso massiccio di aerei e altri veicoli senza pilota (unmanned), sperimentati con successo nei Balcani.
Questa paranoia alimenta una spirale inarrestabile. Le nuove armi convenzionali compromettono qualsiasi stabilità strategica: la sola scelta che rimane agli altri paesi è cercare di riequilibrare la situazione puntando su armi di distruzione di massa a tecnologia meno avanzata, potenziando il deterrente nucleare, prevedendo la possibilità del ricorso a qualsiasi mezzo militare, dalle armi chimiche e batteriologiche, alla guerra ecologica, alla guerriglia e al terrorismo.
Si profilano però altri allarmanti scenari della guerra tecnologica. Gli Usa hanno allo studio addirittura metodi per modificare le condizioni atmosferiche per fini bellici. Mentre sono già stati collaudati nelle ultime guerre metodi di `cyber war', con i quali disturbare la rete di comando-controllo dell'esercito nemico, azzerare i computer della difesa aerea integrata, inserire messaggi ingannevoli (nella guerra dei Balcani, per indurre i comandi jugoslavi a comunicare mediante telefoni cellulari, che possono essere facilmente intercettati, è forse stata disturbata anche la rete telefonica). Secondo gli esperti si possono inserire dati falsi nei computer nemici, cancellarne la memoria, inserire virus, perfino modificare gli stessi sistemi d'arma del nemico (ad esempio, riprogrammare un missile Cruise nemico in modo che esso inverta la traiettoria e ritorni sulla nave, o l'aereo, che lo ha lanciato), o riprodurre la voce di un presidente o comandante comunicando comandi suicidi alle truppe. Si pensa che 23 paesi possiedano capacità in questo campo e sono stati riportati attacchi di hackers alle reti informatiche di vari paesi, anche se ovviamente non è facile distinguere attacchi isolati da quelli organizzati da paesi nemici.
Il Pentagono, che chiama questo settore Information Warfare, aveva creato un centro e un comando militari, SpaceCom (Air Force Space Command), per gestire le forze di cyber-war, un Battaglione Spaziale, un Mobile Technology Team, un Laboratorio di Difesa Spaziale, col compito di coordinare sia la difesa della rete informatica militare da minacce esterne, sia le azioni offensive. Ma recentemente è stata annunciata l'unificazione dei comandi SpaceCom e StartCom, responsabile delle forze nucleari strategiche, come passo inequivocabile per prepararsi a sferrare l'`attacco preventivo'.
7. La situazione non è certo migliore per quanto riguarda le altre armi di distruzione di massa, chimiche e batteriologiche. Queste ultime costituiscono probabilmente il pericolo maggiore: tecniche di ingegneria genetica ormai standardizzate, sviluppate in particolare dalle multinazionali dell'alimentazione per produrre organismi geneticamente modificati, consentono ormai anche a un gruppo terroristico in un laboratorio relativamente modesto di modificare il codice genetico di microrganismi normalmente ospiti innocui del corpo umano o di piante alimentari, in modo che essi producano tossine letali o nocive (gli Stati Uniti hanno condotto ripetuti attacchi a Cuba, danneggiando l'agricoltura e l'allevamento).
Il disarmo chimico e batteriologico è regolato da due distinte Convenzioni, la cui operatività attuale risulta però assai limitata. La responsabilità di questa situazione risale in larga misura agli Stati Uniti, i quali, mentre accusano i paesi dell'`asse del male' di sviluppare, detenere e progettare di utilizzare questi aggressivi, ostacolano o rifiutano in pratica le verifiche e le ispezioni, per proteggere i segreti industriali delle loro industrie chimiche e batteriologiche.
La Convenzione sulle armi chimiche, del 1997, è stata ratificata da 120 paesi, ma gli Stati Uniti si trovano in stato di violazione, poiché non hanno emanato la legislazione applicativa e il regolamento per le ispezioni; di conseguenza anche la Germania e il Giappone stanno ostacolando le verifiche. Difficilmente potrà essere rispettata la data del 2012 stabilita per l'eliminazione di questi aggressivi. Gli Stati Uniti dovrebbero aver distrutto circa un quarto (7000 tonnellate) del loro arsenale, mentre alla Russia mancano i fondi necessari per distruggere le 40.000 tonnellate del proprio arsenale (stoccato in 7 siti, cui gli esperti stranieri hanno accesso): recentemente Mosca ha addirittura minacciato di uscire dalla Convenzione sulle armi chimiche se non le verrà concessa una dilazione dei termini che questa prevede per l'eliminazione del proprio arsenale 11. Abbiamo ricordato che è molto probabile che Washington abbia fatto uso di aggressivi chimici nella Guerra del Golfo. Con l'arroganza imperiale che ormai li contraddistingue nei confronti di quasi tutti gli strumenti del diritto internazionale, poi, nell'aprile scorso hanno preteso il licenziamento del diplomatico brasiliano Bustani da direttore generale dell'Organizzazione per la proibizione della armi chimiche, a causa delle sue iniziative non concordate con Washington, tra le quali i suoi sforzi per persuadere l'Iraq ad aderire all'Organizzazione: il 26 luglio è avvenuta la nomina al suo posto del diplomatico argentino Pfirter, evidentemente più controllabile.
Ancora più grave è la situazione per la Convenzione sulle armi batteriologiche, che risale al 1972 e bandisce lo sviluppo, lo stoccaggio e la produzione di aggressivi batteriologici: sebbene sia stata ratificata da 144 paesi (comprese tutte le principali potenze militari), essa non contiene nessun meccanismo per le verifiche. Ma qui l'arroganza di Washington ha toccato uno dei punti più grotteschi. Mentre mostra i muscoli e inflessibilità per le verifiche in territorio iracheno, un anno fa ha seccamente rifiutato l'accordo faticosamente raggiunto a Ginevra dopo sette anni di trattative per arrivare a una bozza di Protocollo per le ispezioni, poiché «metterebbe a rischio la sicurezza nazionale e informazioni confidenziali», impegnandosi a ritornare al tavolo delle trattative con nuove proposte: l'appuntamento era fissato per novembre 2002, ma l'Amministrazione Bush ha comunicato ai suoi alleati che intende rinviare ulteriormente le discussioni fino alla prossima scadenza di revisione nel 2006 12. Recentemente è stata rivelata l'esistenza nel deserto del Nevada di un laboratorio segreto in cui, utilizzando le scoperte di ingegneria genetica, si producono agenti biologici letali: il pretesto è di effettuare simulazioni per ridurre la minaccia di questi agenti, ma è evidente che la loro produzione viola comunque la Convenzione del 1972. Del resto, anche la vicenda delle lettere all'antrace dopo l'11 settembre ha condotto ad una pista americana. L'arsenale russo di aggressivi batteriologici rimane invece l'area ancora più segreta: vi sono ancora tre centri di ricerca militari in cui gli osservatori stranieri non hanno mai messo piede; il governo sostiene di avere distrutto l'intero arsenale, ma i militari sospettano che esistano ancora consistenti colture.
La situazione è effettivamente gravissima e allarmante: la minaccia sembra addirittura superiore a quella che il mondo conobbe durante la crisi dei missili a Cuba, della quale cade ora l'anniversario. Ma la responsabilità del pericolo attuale ricade quasi interamente sulla iperpotenza imperiale che, a differenza del 1962, non trova una adeguata opposizione ai suoi piani egemonici: di fronte a questo rischio enorme, gravissima è la responsabilità degli altri governi, che rimangono subalterni o complici. Soprattutto colpisce la miopia dei governi dell'Unione europea, i quali non riescono neppure ad assumere una posizione chiara per arrestare la politica criminale di Sharon. Perfino Enrico Mattei aveva capito che verso i paesi arabi occorre una politica autonoma: per questo fu assassinato.


note:
1  Leggine ora la traduzione italiana integrale in «Liberazione», 13 ottobre 2002.
2  Che dietro il progetto nucleare di Saddam – bloccato nell'81 dal bombardamento israeliano di Tamouz e poi definitvamente disintegrato durante la prima Guerra del golfo – vi fosse, insieme a quello fondamentale della Francia, il ruolo degli Stati Uniti è confermato dal fatto che, appena dieci mesi prima dello scatenamento di Desert Storm, all'aeroporto di Londra furono intercettati 41 detonatori nucleari di costruzione statunitense destinati a Saddam. Ma sul ruolo di Washington nella proliferazione nucleare è d'obbligo rinviare a un saggio di eccezionale interesse di Dominique Lorentz, Affaires Nucléaires (Paris, Les Arènes, 2001), che riscrive la storia dell'ultimo mezzo secolo in tema di proliferazione nucleare (cfr. anche due recensioni sul fascicolo di ottobre 2002 di «Guerre e Pace», e sul fascicolo di maggio-agosto di «Giano»). Documenti ufficiali dell'Onu e il Comprehensive Test Ban Treaty riconoscono esplicitamente che ben 44 paesi «dispongono delle capacità tecniche per sviluppare un armamento atomico» («Le Monde», 15.10.99; almeno i 35 paesi riportati in corsivo hanno avuto la tecnologia, direttamente o indirettamente, da Washington: Algeria, Argentina, Australia, Austria, Bangladesh, Belgio, Brasile, Bulgaria, Canada, Cile, Cina, Colombia, Corea del Nord, Corea del Sud, Egitto, Finlandia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Giappone, India, Indonesia, Iran, Israele, Italia, Messico, Norvegia, Olanda, Pakistan, Peru, Polonia, Repubblica del Congo, Romania, Russia, Slovacchia, Spagna, Sud Africa, Svezia, Svizzera, Turchia, Ucraina, Ungheria, Vietnam).
3  Dopo che per decenni ci è stato detto che le risorse petrolifere saranno sufficienti per decenni o secoli, risulta invece ormai chiaro che nel giro di pochi anni si raggiungerà il picco nel ritmo di estrazione del petrolio e del gas naturale, cui seguirà una progressiva e inarrestabile contrazione (ciò è dovuto al fatto che ben prima che un pozzo si esaurisca si raggiunge un limite al quale per estrarre il petrolio occorre più energia di quanta non ne contenga); mentre la domanda di petrolio continua a lievitare. V. ad es. A. Di Fazio, in Aa. Vv., Contro le Nuove Guerre (a cura di M. Zucchetti), Odradek, 2000; e Ritt Goldstein, «il manifesto», 10.10.2002.
4  Vale la pena di ricordare che Washington non ha mai rinunciato all'opzione del first use dell'arma nucleare: qualche anno fa ridicolizzò la timida proposta del ministro degli Esteri tedesco, Joschka Fischer, di rivederla («International Herald Tribune», 24.11.1998).
5  Lo ha sostenuto Wouter Basson, l'eminenza grigia che stava dietro il programma di guerra chimica del governo dell'apartheid sudafricano, in una testimonianza all'Alta Corte di Pretoria sulla distruzione di questo arsenale, sostenendo che i filmati sulla resa delle truppe irachene mostravano chiaramente nell'espressione dei soldati gli effetti di tali aggressivi («India Times», 28.7.2001: ). Altri indizi dell'uso di aggressivi chimici vennero portati già subito dopo la fine della guerra.
6  Cfr. M.T. Klare, Supemazia militare permanente, «la rivista del manifesto», settembre 2002, p. 49-52.
7  È il progetto che si concluse con la costruzione delle bombe atomiche sganciate il 6 agosto 1945 su Hiroshima e il 9 su Nagasaki.
8  Si veda il saggio citato in nota 2.
9  John M. Donnely, «Defence Week», 2.4.2001.
10  M. Selinger, «Aerospace Daily», 14.6.2001.
11  «Moscow Times», 8.10.200202, p.4.
12  Peter Slevin, U.S. abandons Germ Warfare Accord, «Washington Post», 19.9.2002. Angelo Baracca (baracca@fi.infn.it) insegna al Dipartimento di Fisica dell'Università di Firenze.Questo articolo rielabora e aggiorna uno scritto dello stesso autore apparso, con il titolo Torna l'incubo nucleare,nel fascicolo di ottobre di «Guerre e Pace»           (http://www.mercatiesplosivi.com/guerrepace/default.htm ).


la rivista del manifesto numero  49  aprile 2004

http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/49/49A20040406.html 

Nuova strategia nucleare in Usa

L'ATOMICA NELLO ZAINO
Angelo Baracca  

Il pericolo di una guerra nucleare è molto più concreto oggi di quanto non fosse negli anni della Guerra fredda: è un pericolo peraltro che non proviene dall'Iran o dalla Corea del Nord (così come ieri non proveniva dall'Iraq), ma direttamente dagli Stati Uniti e da Israele. Per quanto riguarda la proliferazione orizzontale, è palese che la massima responsabilità ricade sugli Stati Uniti. Infatti, dall'inizio dell'era nucleare, la Casa bianca non ha mai cessato di incoraggiare progetti militari nucleari (talvolta velleitari) in un gran numero di paesi (aggirando le stesse leggi federali e il controllo del Congresso, tramite triangolazioni attraverso paesi terzi), con la presunzione di sempre, vale a dire che gli Stati Uniti siano autorizzati a fare tutto ciò che risulti conveniente per i propri interessi, e in particolare quello che denunziano come fuori legge per gli altri paesi. E così hanno deciso di dare la bomba prima di tutto a Israele, che già disponeva del know how, dato che i fisici ebrei erano stati in primo piano nel Progetto Manhattan, ma era stato necessario passare attraverso la Francia, dato che Israele non disponeva della struttura industriale necessaria. Allorché Israele costruì la bomba francese, i test nucleari nel Sahara del 1960 erano stati in realtà esperimenti congiunti franco-israeliani, e successivamente Parigi aveva costruito la centrale nucleare di Dimona, laddove è stato realizzato l'arsenale di Israele. Da allora la politica di proliferazione della Casa bianca si è diffusa in tutto il mondo. «E così la logica infernale della deterrenza nucleare ha indotto gli americani a dare la bomba atomica all'India in modo che non fosse minacciata dalla Cina; a fornire ordigni nucleari al Pakistan, onde proteggerlo dall'Afghanistan; a rafforzare il potenziale nucleare della Cina in modo che non venisse attaccata dall'Urss; a fornire la bomba atomica a Taiwan onde controbilanciare la potenza cinese; a dare la bomba al Giappone onde proteggerlo dalla Cina, e dalla Corea del Nord e del Sud; e a darla anche alla Corea del Sud, onde proteggerla dalla Corea del Nord 1.» Il mondo di `proliferazione' estremamente pericoloso che abbiamo ereditato è opera degli Stati Uniti.
D'altro canto, Washington punta molto sulla proliferazione verticale: nonostante una consistente riduzione numerica del suo ridondante arsenale strategico, nella realtà dei fatti è impegnata nel più grande sforzo di tutti i tempi per rinnovarlo con testate nucleari completamente nuove. Possiamo individuare come minimo due ragioni principali e interconnesse di tale situazione. In primo luogo, l'impiego di testate nucleari sembra sempre più conveniente nelle azioni militari che Washington sta pianificando e combatterà nel futuro. In realtà le operazioni belliche dell'ultimo decennio hanno dimostrato che il rapporto `costo-benefici' dei proiettili con esplosivi convenzionali guidati da meccanismi di alta precisione era eccessivamente elevato (per alcuni bersagli si richiede l'impiego di vari sistemi d'arma): ciò ha incentivato la ricerca di nuove armi nucleari che fossero politicamente accettabili per la loro bassa potenza e radioattività residua. Tale finalità è strettamente connessa ad un'altra, quella di annullare la distinzione vigente tra armi nucleari e armi convenzionali 2, nell'intento di legittimare l'impiego di armi nucleari nei conflitti convenzionali, o di abbassare la soglia di un conflitto nucleare, senza una violazione formale dei trattati esistenti. In questo contesto va interpretata la decisione di Bush del marzo 2002 di autorizzare lo sviluppo di nuove testate nucleari a bassa potenza e a grande penetrazione.
La folle bramosia di egemonia militare di Washington, fondata sulla logica di un `attacco preventivo' sta costruendo un immenso sistema offensivo, con lo spiegamento dello scudo antimissile e lo sviluppo di armi di distruzione di massa di ogni tipo, ivi comprese quelle chimiche e batteriologiche, mentre boicotta entrambe le Convenzioni che vietano l'uso di tali armi con la sua irremovibile opposizione a qualsiasi ispezione: quelle stesse ispezioni che pretende di imporre agli `stati canaglia', le cui armi denunzia come fuorilegge ancor prima che venga dimostrata la loro esistenza.
In questo momento sono in fase di elaborazione e di verifica nuovi metodi di `guerra di distruzione indiscriminata e di massa' in quello che è considerato un contesto bellico `convenzionale'; si sondano anche le possibili reazioni internazionali a tali metodi (che in realtà sono risultate estremamente deboli). Ad esempio, gli estesi bombardamenti degli impianti chimici a Panchevo e Novi Sad durante la guerra dei Balcani, nella realtà dei fatti hanno prodotto sulle popolazioni civili effetti molto simili a quelli di una guerra chimica vera e propria 3. Nel caso di proiettili a uranio impoverito, sembra quanto meno allarmante il fatto che, sebbene siano stati sviluppati molto tempo addietro, non siano stati usati su larga scala fino al crollo dell'Unione Sovietica, a cominciare dalla guerra del Golfo del 1991.
È opportuno sottolineare che i progressi e l'impegno militare di Washington inducono la Cina e la Russia (per quanto rientra nelle sue possibilità), oltre a quei paesi che si sentono minacciati, a fare di tutto per elaborare validi mezzi di deterrenza, come le armi di distruzione di massa. Sia Mosca che Pechino stanno effettuando test nucleari sub-critici: dietro allo scontro fra l'aereo spia americano Ep-3 con un intercettore cinese nell'aprile 2001, c'era l'intenzione di controllare se Pechino stesse preparando un esperimento nucleare nella regione di Lop Nur 4.
Nanotecnologia e micro-nukes della `quarta generazione' Non sussiste alcun dubbio sul fatto che i grandi laboratori di armi nucleari negli Stati Uniti stiano mettendo a punto una ricerca d'avanguardia per realizzare una generazione completamente nuova di `micro-nukes'. Il carattere e i risultati di tali progetti, naturalmente, sono estremamente riservati, per cui è giocoforza limitarsi alle ipotesi. Ma un certo numero di segni induce a convergere su conclusioni estremamente preoccupanti. In ogni caso è sicuro che, dopo la firma Ctbt nel 1996 (il trattato per la moratoria nucleare globale) - che gli Stati Uniti hanno deciso definitivamente di non ratificare nel 1999 -, Washington ha portato avanti un impegno senza precedenti per la simulazione di test nucleari e per realizzare una nuova generazione di testate nucleari. Gli esperimenti nucleari francesi del 1995 erano stati effettuati per conto degli Stati Uniti, con cui Parigi aveva stipulato un accordo segreto per lo scambio di dati, allo scopo di sperimentare una testata a potenza variabile 5. Un progetto gigantesco per l'effettuazione di test nucleari virtuali, utilizzando i velocissimi super-computer 6, prevede la spesa di sessantasette miliardi di dollari nell'arco di quindici anni (quasi il triplo del costo del Progetto Manhattan o del Progetto Apollo): la spesa annuale di 4,5 miliardi di dollari supera la spesa media di 3,7 miliardi degli anni della guerra fredda. Un secondo progetto prevede una National Ignition Facility (Nif), in cui i 192 laser dovrebbero simulare il calore generato da un'esplosione termonucleare: sarà un impianto a scopi multipli, dedicato a progetti nucleari completamente innovativi. Inoltre, gli Stati Uniti non sono i soli a portare avanti tali progetti: la Gran Bretagna lavora ad un progetto da 2 miliardi di sterline (pari a 3 miliardi di dollari) ad Aldermaston per costruire super-computer e testate nucleari a bassa potenza 7; la Francia sta realizzando un sistema combinato composto da un super-computer e di un apparato radiografico gigante, dal nome di Airix (operativo fin dal settembre 2000) per studiare il comportamento dei materiali esposti ad una esplosione, e il più grande laser del mondo, il Mégajoule, dotato di ben 240 raggi laser per riprodurre le condizioni fisiche della fusione termonucleare 8. Sarebbe strano se tutti questi progetti non fossero correlati con quelli degli Stati uniti.
Si stanno perfezionando tutti i preparativi per elaborare, sperimentare ed utilizzare nuove armi nucleari in condizioni controllate, con lo scopo precipuo di realizzare testate nucleari miniaturizzate a bassa potenza e a grande penetrazione.
La nuova frontiera delle nanotecnologie apre prospettive radicalmente innovative a proposito di armi nucleari: la nanotecnologia è la scienza che progetta strutture microscopiche in cui i materiali e le loro correlazioni sono elaborati e controllati atomo per atomo (su distanze di 10-9 m a fronte di 10-6 m della microelettronica, con una differenza dell'ordine di 1000 atomi): in realtà la nanotecnologia è nata un decennio or sono per l'appunto nei laboratori di armi nucleari, e ha un vastissimo campo di applicazioni, sia nelle armi convenzionali (si pensi ai nuovi attuatori, trasmettitori e sensori ad alte prestazioni e alle nuove componenti elettroniche) che nelle armi nucleari 9.
In quest'ultimo settore, un primo campo di applicazione consiste nel migliorare i tipi di testate esistenti: occorrono meccanismi di arma e di innesco estremamente robusti e sicuri per le armi nucleari, quali i proiettili atomici di artiglieria, in cui l'esplosione nucleare e il suo innesco (trigger, grilletto) sono sottoposti a valori estremi di accelerazione, e le componenti cruciali devono essere delle dimensioni più ridotte possibili. Anche la progettazione delle testate - che dovranno detonare dopo essere penetrate nel terreno per varie decine di metri - richiede un qualche tipo di meccanismo a penetrazione attiva, per cui è necessario che l'involucro nucleare e tutte le componenti siano in grado di resistere a condizioni estreme di sollecitazione fino alla detonazione della testata.
Ma le prospettive più allarmanti riguardano l'applicazione della nanotecnologia allo sviluppo di nuovi tipi di esplosivi nucleari, la cosiddetta `quarta generazione' di armi nucleari a bassissima potenza 10, che possono essere elaborate in perfetta conformità con il Ctbt, avvalendosi di impianti di fusione inerziale limitata quali il Nif o il Mégajoule,e altre tecnologie avanzate che sono in fase di elaborazione attiva in tutti i principali Stati nucleari e in altre grandi potenze industriali, quali la Germania e il Giappone. È una prospettiva da incubo, dato che tali dispositivi potrebbero avere peso e dimensioni dell'ordine di pochi chilogrammi o pochi litri, e una bassa potenza, che va da una frazione di una tonnellata fino a decine di tonnellate equivalente di `alto esplosivo': vale a dire mille e cento volte inferiore rispetto alle testate nucleari tradizionali, la cui potenza ha un limite minimo dell'ordine del kiloton (mille chilogrammi di equivalente esplosivo), a causa della `massa critica' necessaria per innescare la reazione a catena.
Un progresso così spettacolare comporterebbe una vera e propria rivoluzione negli armamenti nucleari e nelle strategie relative, «e potrebbe determinare una relazione fra il loro impiego sul campo di battaglia e il volume della spesa per munizioni a uranio impoverito» 11. È importante cercare di fare il punto della situazione in questo settore.
Innanzitutto è necessario rilevare che, dal punto di vista fisico e tecnico, la realizzazione di tali armi è in conflitto con il limite minimo di potenza legato alla `massa critica'. È verosimile che sia stato costituito un qualche nuovo meccanismo o sia stato scoperto ed elaborato un nuovo tipo di processo nucleare a materia condensata, con accensione spontanea di una minuscola massa di `esplosione' a fusione. Se un tale processo non fosse già conosciuto e applicato, il presidente Bush non avrebbe potuto annunciare lo sviluppo di queste nuove micro-nukes. Nel gennaio scorso, infatti, i vari telegiornali hanno diffuso una dichiarazione molto esplicita: «Stiamo lavorando a un nuovo tipo di testata nucleare a bassissima potenza, in grado di distruggere i rifugi sotterranei più protetti». Dato che tale dichiarazione è stata rilasciata nel contesto della crisi irachena, è altamente probabile che tali testate siano già state sviluppate, almeno a livello sperimentale, e che siano stati effettuati dei test, anche senza arrivare a un loro impiego nell'invasione dell'Iraq (pare altamente improbabile che le armi nucleari che Washington nel dicembre 2002 aveva dichiarato di prevedere di utilizzare avessero una potenza dell'ordine dei kiloton, nella prospettiva di un'occupazione militare del paese per molti anni). Vi sono state anche voci sull'impiego di testate nucleari in Afghanistan.
Potrà essere opportuno ricordare che la legge Spratt-Furse vietava ai laboratori militari di mettere a punto testate nucleari inferiori ai 5 kiloton. Tale legge è stata abrogata l'estate scorsa, ma è evidente che era stata già aggirata: infatti, la testata a più bassa potenza riconosciuta ufficialmente da Washington, la cosiddetta B-11-62, con una potenza minima di 0,35 kiloton, pare che sia a potenza variabile (probabilmente è già stata collaudata negli esperimenti nucleari francesi del 1995).Se confermate, queste supposizioni implicherebbero che le guerre combattute negli ultimi dieci anni erano già delle guerre nucleari vere e proprie, anche se di nuovo genere.
Armi nucleari di nuovo genere Nel contempo, un altro tipo esotico di `esplosivo' nucleare, sviluppato dal dipartimento della Difesa degli Usa, potrebbe attenuare ulteriormente la distinzione critica tra armi convenzionali e armi nucleari, e innescare una ulteriore corsa agli armamenti. Questa tecnologia non implica né la fissione né la fusione nucleare, ma agisce stimolando la liberazione di energia da nuclei di alcuni elementi quali le radiazioni gamma, migliaia di volte superiori rispetto a quelle degli esplosivi chimici convenzionali 12. Infatti, i nuclei di alcuni elementi possono esistere in uno stato eccitato ad alta energia, o isomero .nucleare, che in tempi lentissimi decade a stato a bassa energia con l'emissione di raggi gamma: è il caso dell'Afnio -178 m2, la forma isomerica dell'Afnio -178, con una vita media di 31 anni. All'inizio è necessario `pompare' energia in tali nuclei, bombardandoli con fotoni ad alta energia (esattamente come nell'atomo gli elettroni possono essere eccitati allorché l'atomo stesso assorbe un fotone): a questo punto può un bombardamento con raggi X a bassa energia innescare il decadimento degli isomeri, e questo può essere un processo esplosivo. Tale processo sembra simile al meccanismo del laser, con il rilascio simultaneo dell'energia elettromagnetica `pompata' in uno stato di eccitazione prolungata degli atomi. Sono in corso ricerche miranti a scoprire processi poco costosi ed efficaci per la creazione dell'isomero di Afnio. A differenza dell'uranio, questo può essere utilizzato in qualsiasi quantità, poiché non richiede una `massa critica' per alimentare la reazione nucleare. L'esplosione a isomeri nucleari avrebbe l'effetto di liberare raggi gamma ad alta energia in grado di uccidere qualunque cosa vivente nella zona immediatamente circostante; avrebbe una bassa ricaduta radioattiva in confronto a un'esplosione a fissione, ma qualsiasi isonero non detonato verrebbe disperso sotto forma di piccole particelle radioattive, per cui questa sarebbe una bomba piuttosto `sporca'.
Questa tecnologia figura giù adesso nella lista delle tecnologie militari d'importanza critica del dipartimento della Difesa degli Usa, in cui leggiamo: «Una tale straordinaria densità di energia ha il potenziale di rivoluzionare tutti gli aspetti delle operazioni belliche». Le conseguenze a livello internazionale sono gravi e al momento imprevedibili.
Questa nuova prospettiva solleva inoltre non poche difficoltà in merito alla definizione di `arma nucleare'. «Definire un'arma nucleare può sembrare un compito abbastanza semplice, ma a livello dei trattati internazionali sugli armamenti si tratta di un'attività estremamente delicata. Eleanor Cody, della Commissione preparatoria del Ctbt, ammette che la sua organizzazione non dispone di una definizione giuridica delle armi nucleari. I trattati fanno riferimento soltanto ai `materiali fissili', quali l'uranio o il plutonio, che vengono utilizzati in tutte le armi nucleari esistenti 13.» L'Afnio-178m2 è classificato come sostanza radioattiva, in quanto emette radiazioni nucleari ionizzanti sotto forma di raggi gamma. Un portavoce del dipartimento della Difesa degli Usa asserisce che gli esplosivi a isomeri nucleari sarebbero più strettamente correlati alle armi convenzionali che non a quelle nucleari, e che eventualmente potrebbero essere inquadrati in una terza categoria. André Gsponer, dell'Istituto per la ricerca scientifica indipendente di Ginevra, ed altri sono convinti che qualsiasi arma in cui sia presente materiale radioattivo debba essere considerata un'arma nucleare ai sensi del diritto internazionale. Questo includerebbe gli esplosivi a isomeri nucleari, come pure i proiettili a uranio impoverito.
Come si vede, le speranze di un disarmo nucleare totale, ancorché graduale, sorte dopo il crollo dell'Unione Sovietica sono ormai svanite. Il pericolo di una guerra nucleare è più concreto che mai, anche a supporre che non sia stata ancora combattuta né in Iraq né in Afghanistan. Il movimento pacifista deve dichiarare l'eliminazione delle armi nucleari di ogni genere una delle sue massime priorità.


note:
1  Dominique Lorentz, Affaires nucléaires, Les Arènes, Parigi 2002 (pp. 169-170). La storia completa della politica di proliferazione della Casa Bianca deve essere ancora scritta : il saggio di Lorentz rappresenta un primo contributo chiarificatore.
2  Pascal Boniface, Washington rilancia la proliferazione nucleare, «Le Monde diplomatique/il manifesto», ottobre 2003.
3  I dati più recenti su Panchevo destano viva preoccupazione, si veda ad esempio Long Term Environmental and Health Effects, www.enn.com/news/wire-stories/2002/11/ 11052002/ap-48881.asp. D'altro canto, le bombe a frammentazione hanno provocato numerose vittime anche dopo la fine dei bombardamenti (come vedremo, vengono adattate ad armi batteriologiche). C'è chi sostiene che i prodotti chimici utilizzati per distruggere le piantagioni di coca in America latina siano in realtà un'arma chimica.
4  Bill Gertz, «Washington Times», 9 aprile 2001. Sembrerebbe che ci sia stata anche la conferma dell'effettuazione del test sub-critico: Bill Gertz e Rowan Scarborough, «Washington Times», 6 giugno 2001.
5  Dominique Lorentz, op. cit. pp. 567-568.
6  Christopher E. Paine, «Scientific American», settembre 1999; John Barry, «Newsweek», 20 agosto 2001.
7  «The Guardian», 18 giugno 2002.
8  Luc Allemand ce ne fornisce una descrizione particolareggiata in Mégajoule: le plus gros laser du monde, «La Recherche», n. 360, gennaio 2003, pp. 60-67. Ci pare interessante notare che il Commissariat à l'Energie Atomique sta elaborando una operazione di `seduzione' nei confronti dei fisici non militari, annunciando che l'impianto sarà dedicato almeno in parte a ricerche a scopi civili.
9  André Gsponer, From the Lab to the Battlefield? Nanothechnology and Fourth-Generation Nuclear Weapons, «Disarmament Diplomacy», n. 67, ottobre-novembre 2002.
10  Le armi nucleari di prima e seconda generazione sono le bombe atomiche e le bombe a idrogeno sviluppate negli anni quaranta e negli anni cinquanta, mentre quelle della terza generazione riguardano una serie di concetti elaborati dagli anni sessanta agli anni ottanta - ad esempio la bomba a neutroni, che non ha mai trovato una sua collocazione stabile negli arsenali militari.
11  André Gsponer, op. cit.
12  «New Scientist», 16 agosto 2003, pp. 4-5.
13  «New Scientist», cit., p. 5. Angelo Baracca è professore di Fisica, all'Università di Firenze (Traduzione dall'inglese di Rita Imbellone)


la rivista del manifesto numero  55  novembre 2004

http://www.larivistadelmanifesto.it/archivio/55/55A20041110.html

Le armi di distruzione di massa

L'ATOMICA PRET-A-PORTER
Angelo Baracca  


Ci siamo occupati in altre occasioni dei rischi crescenti costituiti dagli armamenti nucleari e dalla ricerca di nuove armi nucleari. I trattati degli anni novanta di riduzione quantitativa delle armi strategiche (Start) e messa al bando totale dei test nucleari (Ctbt), e la proroga quinquennale del Tnp a hanno costituito il culmine (non certo l'esaurimento) di una fase della proliferazione e del rischio nucleare: ma si è aperta una fase radicalmente nuova, molto più insidiosa, che non ricade nei limiti di quei trattati (e che forse quei trattati hanno stimolato).
La visione attuale della proliferazione mostra almeno tre contraddizioni. Da un lato, si denunciano le minacce dell'Iran o della Corea del Nord: gli arsenali dell'India (50-100 testate) e del Pakistan (25-50) in soli sei anni sembrano entrati nel senso comune, per non parlare di quello avanzatissimo di Israele, una vergogna internazionale che tutti i paesi coprono. D'altro lato, gli Usa (ma anche Francia, Cina, Russia, per quanto può) dichiarano impunemente - come ci informa con regolarità Manlio Dinucci - di avere in corso lo sviluppo di testate nucleari radicalmente nuove, di potenza molto piccola, la cui minaccia maggiore è rappresentata dalla capacità di cancellare la discriminante tra guerra convenzionale e nucleare. Questa contrapposizione cela la terza contraddizione: la disponibilità di uranio arricchito o di plutonio, controllata dall'Aiea b (che si guarda bene dal sorvegliare Israele 1, e che non ha impedito la fornitura di materiali e tecnologie al Pakistan), rimane certo importante, ma è solo l'aspetto più eclatante, mentre ve ne sono altri più subdoli. L'evoluzione delle armi nucleari è stata profonda: oggi è possibile assemblare una testata avanzata che dia ottime garanzie di esplodere senza bisogno di test; le fasi intermedie possono essere realizzate senza violare i trattati internazionali esistenti; si cerca di sviluppare armi radicalmente nuove (di `quarta generazione') e nuovi processi che aggirino anche la definizione (molto vaga), presente in quei trattati, di arma nucleare.
Non mi sto riferendo a gruppi terroristici (discorso da affrontare a parte), ma a paesi di medio sviluppo: India e Pakistan sono casi emblematici. Oggi viene proposto un nuovo concetto, di proliferazione latente o virtuale, riferito a paesi che non hanno armi nucleari, ma possiedono il know-how e i materiali per realizzarle nel giro di pochi mesi senza necessità di test: Giappone e Germania sono al primo posto, ma l'elenco è ben più lungo.
Questa nuova fase della proliferazione, più insidiosa e meno controllabile, è determinata dalle nuove tendenze di queste armi.


L'evoluzione delle testate nucleari

L'evoluzione delle testate ha portato in primo luogo al principio del boosting (spinta): la fissione di una massa di uranio arricchito o di plutonio viene amplificata e accelerata dai neutroni generati nel suo centro dalla fusione di una piccolissima quantità (2 grammi) di una miscela di deuterio e trizio (Dt). Migliorano così l'efficienza e la potenza dell'esplosione. Questo ha consentito, riducendo la quantità di esplosivo convenzionale esterno ed eliminando il riflettore di neutroni, di realizzare testate più leggere (lanciabili con i missili che molti paesi hanno sviluppato) e di utilizzare il plutonio `sporco' generato nei reattori: esse possono essere sviluppate con test subcritici che non violano il Ctbt. India e Pakistan hanno testate boosted.
Nelle testate termonucleari a due stadi, un'esplosione del tipo precedente viene utilizzata in primo luogo per comprimere, per mezzo degli intensi raggi X generati, la massa di deuterio litio, mentre il flusso di neutroni ne innesca la fusione nucleare, che viene contenuta da un apposito schermo: l'efficienza dell'esplosione può venire aumentata da un'ulteriore fissione indotta (e boosted) in una massa subcritica al suo interno.


Il ruolo del trizio

Con queste tecniche il trizio è divenuto un elemento cruciale per la proliferazione: e più delicato del plutonio. La sua tecnologia è complessa essendo un gas molto leggero, radioattivo, che va quindi prodotto con continuità, meno controllabile poiché ne bastano pochi grammi (il Pakistan ne ha ottenuto dalla Germania e dalla Cina). Esso viene prodotto usando gli intensi flussi di neutroni prodotti in un reattore nucleare, o da un acceleratore di particelle.
La tecnologia del trizio è fondamentale nelle ricerche civili sulla fusione nucleare controllata per confinamento inerziale: l'energia da super-laser o fasci di particelle (sembrano promettenti fasci di anti-materia, i grandi laboratori militari vi lavorano intensamente) dovrebbe comprimere e provocare la fusione di un pellet (sferetta) contenente pochi milligrammi di Dt (un milligrammo genera un'energia di 340 milioni di Joule, una centrale di energia da mille Mw elettrici `brucerebbe' 1,5 g di Dt l'ora). Enormi apparati per il confinamento inerziale e l'ignizione della fusione sono in costruzione negli Usa (la National Ignition Facility, con 192 laser) e in Francia (Megajoule, con 240 laser). Queste ricerche, anche in campo `civile', racchiudono grandi implicazioni militari: l'innesco della fusione, il chiarimento di molti aspetti fisici ancora poco chiari, la disponibilità di trizio e il controllo della sua tecnologia, senza trascurare il training di scienziati e tecnici specializzati.


Fusione nucleare
e Quarta generazione di armi nucleari

Ma può esservi un'implicazione ben più diretta. Sembra di capire che la ricerca di bombe nucleari nuove di bassissima potenza (cento o mille volte inferiore alle testate attuali) segua questa strada: se si realizza la fusione di un pellet, questo realizzerebbe anche potenzialmente una micro-bomba a pura fusione, del peso di una frazione di grammo e potenza esplosiva equivalente a meno di una tonnellata di tritolo (le bombe convenzionali arrivano a qualche tonnellate di esplosivo). Rimane ovviamente il problema di realizzare un super-laser o un acceleratore miniaturizzati (un apparecchio per uso singolo è comunque molto più piccolo di uno strumento riutilizzabile). Queste ricerche aggirano i trattati esistenti (non cade comunque la condanna giuridica e morale di qualsiasi arma nucleare).
A che punto siamo su questa strada? Difficile dirlo. Sembra poco credibile che gli Usa dichiarino pubblicamente il progetto di testate di bassissima potenza, se non ne hanno già almeno sperimentato la fattibilità. Forse l'uso e l'abuso dei proiettili a uranio impoverito sono stati anche un ballon d'essai per saggiare le reazioni della comunità internazionale: che di fatto sono state nulle, nonostante queste armi abbiano conseguenze drammatiche sulla salute 2.
Si moltiplicano intanto le implicazioni militari di ricerche d'avanguardia in settori `civili' (fusione nucleare controllata, super-laser, nanotecnologie, super-computers, acceleratori, superconduttori, nuove specie e processi nucleari, anti-materia, ecc.); e si complicano le vie della proliferazione.
Intendiamoci: è inutile, o ipocrita, scandalizzarsi per questi sviluppi, che sono la conseguenza logica dello statuto internazionale che si volle dare nell'ultima metà del secolo scorso, non solo o non tanto alle armi nucleari, ma all'intera ricerca nucleare e ai settori collegati o affini. Ci rifletta chi si leva a sostenere a spada tratta i sacrosanti principi della libertà assoluta della ricerca scientifica. Oggi è molto difficile arrestare questi processi. Chi può impedire a qualsiasi paese di sviluppare una ricerca di fusione nucleare, un acceleratore o un super-laser (Giappone e Germania sono all'avanguardia)? O imporre di mantenere segreti i risultati e le tecniche? (Anzi, considerazioni di questo genere furono alla base dell'appoggio degli Usa alla costruzione del Cern c, e del lancio dell'`atomo per la pace' negli anni `50).


Tnp a rischio?

A questo punto vale la pena di ricordare una scadenza cruciale e molto vicina, sulla quale grava almeno da noi il più assoluto silenzio-stampa e la totale ignoranza dell'opinione pubblica: nel maggio del 2005 si terrà la Conferenza di revisione quinquennale del Tnp. Il Trattato appare a rischio come non lo è mai stato dalla sua entrata in vigore nel 1970. Gli Usa sono in aperta e clamorosa violazione di tutte le norme del Trattato e degli impegni aggiuntivi sottoscritti nella Conferenza del 2000, in 13 punti specifici, che prevedevano di fare passi concreti verso un disarmo nucleare totale. Invece Washington ha ormai deciso in modo esplicito che non intende liberarsi mai delle armi nucleari (Nuclear Posture Review d e altri documenti ufficiali), e sviluppa attivamente testate nucleari di nuova generazione. Il Nuclear sharing e attuato dalla Nato (che nel Nuovo Concetto Strategico adottato nel 1999 riconosce la possibilità della risposta nucleare anche a un attacco con armi di distruzione di massa, o convenzionali) viola le norme del Tnp che vietano il trasferimento di armi nucleari a paesi non nucleari. Washington ha abbandonato il concetto di non-proliferazione per quello di contro-proliferazione, sostenendo che non può procedere sulla strada del Tnp finché non vi saranno misure coercitive che impediscano ad altri Stati di realizzare armi nucleari. La pretestuosità di questo argomento è evidente: come abbiamo argomentato, oggi la proliferazione non dipende (o non dipende principalmente) dall'Iran o dalla Corea del Nord, ma soprattutto dagli Usa e da Israele, il cui arsenale costituisce uno dei fattori più destabilizzanti nel Medio Oriente. Oltre alla violazione esplicita del Tnp, le tendenze che abbiamo discusso minacciano di minarne le fondamenta, di renderlo insomma obsoleto e inadeguato alla realtà del XXI secolo. Vi è addirittura chi pensa che sarebbe forse meglio se la Conferenza del 2005 fallisse e il Tnp decadesse. Ci si sta avvicinando a un punto di non ritorno.
La minaccia delle armi nucleari è diventata vieppiù strisciante, subdola, dilagante: il movimento per la pace deve farsene carico. Occorrono nuovi trattati. O la comunità internazionale avrà uno scatto di dignità e saprà imporre provvedimenti radicali (che, oltre a contrastare, ovviamente, giganteschi interessi, potrebbero avere anche risvolti indigesti per altri settori), oppure rischiamo davvero di vedere legittimato il ricorso `convenzionale' ad armi verso le quali sembrava essere stata elevata una discriminante assoluta: morale, giuridica, e di civiltà. Un passo ulteriore verso l'imbarbarimento dell'umanità, e forse verso il baratro.



note:

a Il Trattato di non-proliferazione, sottoscritto il 1.7.1968 ed entrato in vigore il 5.3.1970, proibisce agli Stati firmatari che non dispongano di armamenti nucleari (Stati non-nucleari), di ricevere o fabbricare tali armamenti o di procurarsi tecnologie e materiale utilizzabile per la costruzione di armamenti nucleari. Ugualmente il Trattato proibisce agli Stati nucleari firmatari di cedere a Stati non-nucleari, armi nucleari e tecnologie o materiali utili alla costruzione di queste armi. Inoltre il trasferimento di materiale e tecnologie nucleari, da utilizzarsi per scopi pacifici, deve, secondo il Trattato, avvenire sotto lo stretto controllo dalla Aiea (Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica). All'articolo X del Trattato, è stabilita la convocazione di una conferenza generale degli stati firmatari da tenersi entro 25 anni dall'inizio della validità del Trattato stesso. In questa conferenza (da svolgersi a New York a partire dall'aprile prossimo) il Tnp dovrebbe essere rivisto ed esteso secondo tre possibili modalità: il Trattato potrà infatti essere rinnovato indefinitamente, oppure rinnovato per un periodo fissato oppure per per più periodi fissati (NdRM).
b Aiea, o, nella versione dell'acronimo inglese, Iaea (International Atomic Energy Agency), fondata nel 1957, con sede a Vienna, è L'Agenzia di cooperazione internazionale che ha come missione di «promuovere tecnologie nucleari sostenibili, sicure e pacifiche» (NdRM).
1  Cfr. M. Dinucci La bomba atomica israeliana resta segreta, «il manifesto», 9 luglio 2004.
2  Cfr. G. Carchella, Caporale in Kosovo vittima dell'uranio. Indagine parlamentare (scheda); M. De Cillis, E in Iraq si rischia una Nagasaki (scheda); Il dramma dei civili (scheda), «il manifesto», 14 luglio 2004.
c Cern, il Laboratorio europeo per la ricerca di fisica delle particelle, situato a Ginevra sul confine franco-svizzero (NdRM).
d La Nuclear Posture Review, approvata al Congresso Usa nel 2002, è il documento che riformula radicalmente la strategia nucleare degli Usa ispirandola ai criteri della Dissuasion (dissuasione, verso gli altri Stati per impedire che si impegnino in armamenti che possano competere con la potenza militare Usa), Deterrence-by-denial (deterrenza attraverso il divieto, verso chi non si sottometta alla dissuasion), Pre-emptive (la ben nota teoria dell'attacco preventivo contro minacce che possano essersi sottratte ai precedenti filtri) (NdRM).
e I Nuclear sharing Arrangements affermano la necessità della continuità della presenza nucleare Usa in Europa anche dopo la guerra fredda e definiscono i termini della cooperazione Nato nella gestione di tali armi nell'ambito delle competenze `estese' della Nato oltre i confini europei (NdRM).








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