FISICA/MENTE

 

 

Articolo pubblicato sul numero 32 di Giano. Pace ambiente problemi globali, maggio-agosto 1999

http://www.odradek.it/giano/archivio/1999/Baracca32.html

IL NODO SCIENZA–GUERRA

di Angelo Baracca


Nei meccanismi coercitivi della globalizzazione la scienza e la tecnica hanno un ruolo determinante e insostituibile




L’intervento della Nato nei Balcani ci induce a rivedere molti dei nostri paradigmi di fondo. La consapevolezza che qualcosa di radicalmente nuovo si è innescato nei rapporti internazionali e nell’organizzazione mondiale sembra consolidata, anche se è ancora presto per poter valutare tutte le implicazioni e prevedere gli sviluppi futuri. Non ho un tale scopo in questa sede, ma vorrei cercare di analizzare alcune delle possibili implicazioni, con particolare attenzione al ruolo che la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica potranno giocare nel futuro. Le mie sono riflessioni preliminari che non hanno grandi ambizioni di originalità, ma si pongono soprattutto lo scopo di riportare l’interesse su questi temi e di stimolare la ripresa di una riflessione collettiva, che oggi appare di importanza fondamentale.

Un nuovo ordine mondiale?

Se siamo di fronte – come io credo – ad una svolta di portata epocale, è possibile cercare di individuare alcune delle caratteristiche del nuovo "ordine mondiale" che si vuole imporre?

A mio modo di vedere, da un lato vi è il rafforzamento – imposto anche con la violenza, assunta più che mai esplicitamente a metodo legittimo – di scelte che si andavano delineando da un paio di decenni. Credo però che si delinei una vera svolta (o che emergano tendenze che non avevamo ancora visto con chiarezza), che ci impone di rivedere alcune delle categorie e delle chiavi di lettura che avevamo adottato, soprattutto in quest’ultimo decennio.

La globalizzazione, ad esempio: è vero che molte letture più prudenti e critiche sono state proposte recentemente rispetto ad un’interpretazione quasi meccanica dei meccanismi della globalizzazione che sembrava prevalere inizialmente. A me pare che gli eventi di questo scorcio di secolo (rileggendo anche il cammino con cui vi si è giunti, a partire dalla guerra del Golfo, la crisi economica messicana, e via dicendo) portino a pensare che i meccanismi economici globalizzati, il mercato mondiale non possiedano una vera forza intrinseca di imporsi, dal momento che si rendono necessari interventi violenti laddove il meccanismo non gira da solo, fino ad istituzionalizzare l’uso brutale della forza per porre sotto controllo le zone calde o i corridoi strategici, per mettere in riga alleati e nemici, per conquistare e controllare realmente le vie commerciali, in una parola per imporre il comando. Il vero "ordine mondiale" che si cerca così di imporre per il XXI secolo mi sembra semmai il neoliberismo selvaggio, imposto con la forza a livello globale. Insomma, un’economia globalizzata, certo, ma non per la forza e il carattere intrinseci dei suoi meccanismi, bensì con strumenti coercitivi (come sono quelli del Fmi e della Bm) e violenti.

In questi meccanismi mondializzati, ma coercitivi (sia a livello materiale che ideologico), la scienza e la tecnica giocano un ruolo sempre più pesante. Ma prima di procedere a quest’analisi mi sembra necessaria un’ulteriore precisazione. Perchè associare la svolta proprio all’intervento Nato? Fino alla fine degli anni ’80 il mondo era diviso in sfere d’influenza: a parte i tentativi di rompere questa cristallizzazione (il più ambizioso fu il Movimento dei Paesi Non Allineati), la penetrazione economica e l’egemonia erano possibili per ciascuno dei paesi più forti all’interno del proprio blocco. L’uso della forza in quest’ambito era anch’esso prerogativa del rispettivo paese dominante ed era di fatto soggetto a limitazioni, poichè non doveva destabilizzare l’equilibrio bipolare (si pensi alla Corea, alla crisi dei missili a Cuba, a Ungheria, Cecoslovacchia, Vietnam, Afghanistan); l’Onu aveva una funzione come sede di mediazione, di mantenimento di questo equlibrio.

Con la scomparsa del blocco dell’Est l’intero pianeta si trasformava in un campo di conquista economica (anche se le tendenze non si sono delineate subito in modo univoco: apparivano possibili ad esempio una forte unificazione dell’Europa, un processo di disarmo irreversibile; ma queste prospettive si sono bloccate ed invertite). Era logico che nuovi strumenti e nuove strategie venissero messi in atto. Incominciava infatti un’escalation nell’imposizione con la forza e la violenza – in primo luogo economiche, come le ricette del Fmi e della Bm – degli interessi economici, della penetrazione finanziaria, del dominio incontrastato delle multinazionali: che di fatto sono costati un tributo di lacrime e sangue difficile da valutare! Ma anche con questi strumenti (o proprio grazie ad essi) era forse prevedibile che non tutte le contraddizioni che esplodevano si sarebbero potute controllare; d’altra parte, "l’appetito vien mangiando": il bisogno di controllare e dominare le fonti delle risorse, le aree strategiche, i corridoi di comunicazione, si è trasformato in un aspetto quasi patologico e maniacale del progetto egemonico e politico degli Usa. Insomma, forse sarebbe stata almeno prevedibile l’eventualità che potesse porsi la necessità di sferrare attacchi militari volti unicamente ad imporre l’interesse del più forte. Invece l’opinione pubblica mondiale si è cullata nell’illusione (vergognosamente avallata dal silenzio complice di tutti i media!) che l’avvio di un processo di riduzione degli armamenti implicasse un processo irreversibile di disarmo, destinato a liberare il mondo dalla minaccia delle armi di distruzione di massa e di guerre generalizzate. Mi pare chiaro che il fatto di non avere rimesso in discussione il ruolo e l’esistenza stessa dell’Alleanza Atlantica doveva per lo meno sollevare qualche dubbio ulteriore (per quanto riguarda il nostro paese, emerge oggi in tutta la sua gravità il peso nefasto della svolta operata da Enrico Berlinguer e dall’allora Pci, con la decisione di accettare "l’ombrello della Nato").

Nel nuovo "ordine mondiale" mi pare che siano ormai diventate inservibili classificazioni come Paesi del 1º, 2º, 3º, 4º Mondo; o come Paesi Sviluppati e In Via di Sviluppo; e sia insufficiente anche l’individuazione della contraddizione tra il Nord e il Sud del Mondo. Siamo di fronte ad una gerarchia nuova. A parte la scomparsa del "2º Mondo", si registra un brutale rafforzamento dell’egemonia degli Usa (imposta schiacciando sul nascere le possibilità del formarsi di un’unità politica europea, anche per la sconcertante subalternità della cosiddetta "sinistra" europea!) in primo luogo all’interno di un blocco Nord–Occidentale, che sancisce una contraddizione all’interno dei paesi del Nord del Mondo, tra quelli "occidentali" – compreso il Giappone – e quelli "orientali" – in primis Russia e Cina. Quanto ai "Paesi in Via di Sviluppo", mi pare che il concetto sia ormai da abbandonare completamente: si tratta semmai di "Paesi in Via di Sotto–Sviluppo", poiché è ormai certo che il divario tra questi e i Paesi Sviluppati si è andato allargando, e continua ad aumentare con le ricette neoliberiste. Non saprei quali nuove categorie si potrebbero introdurre per rappresentare la nuova, ferrea gerarchia:

Usa > Paesi Nato–Ocse > Russia–Cina > Resto del (Sud e del Nord del) Mondo;

dove probabilmente la transizione tra Russia e il Resto del Mondo passa attraverso varie gradazioni (Corea, India, America Latina) per arrivare agli estremi dei diseredati del Continente Africano!

Mi pare che in questa gerarchia i rapporti di forza impongano ormai ruoli e prospettive rigide:

• il secondo ordine di Paesi gode di un livello considerevole di sviluppo e di benessere, purché rimanga rigidamente subalterno alla supremazia degli Usa (si vedano le guerre commerciali senza quartiere in atto, le relative sanzioni del Wto contro l’Ue, i dazi imposti per ritorsione dagli Usa, l’imposizione da parte delle multinazionali degli organismi geneticamente modificati, e così via);

• Russia e Cina sembrano destinate ad annaspare, inseguendo il sogno di uno sviluppo capitalistico, ma rimanendo in balia delle proprie contraddizioni (accentuate ovunque possibile dagli interventi dei paesi più forti, in particolare tramite il Fmi e la Bm) e sotto la spada di Damocle di una repressione brutale qualora i metodi più "pacifici" si mostrino insufficienti;

• lo scacco pesante, uno dopo l’altro, dei paesi che apparivano rampanti (Messico, Tigri Asiatiche, Corea del Sud, Brasile, Argentina) mostra la velleità dei tentativi di uscire dal sottosviluppo;

• questi e i Paesi più poveri altro non sono che terreni di conquista da parte degli interessi più forti, delle multinazionali e degli Usa che in gran parte le controllano (o ne sono controllati).

Ruolo sempre più centrale della scienza e della tecnologia

Nell’imposizione e nel mantenimento di questo nuovo "ordine mondiale" la scienza e la tecnologia giocano un ruolo sempre più centrale, determinante ed insostituibile; nella conquista dei mercati, nel controllo delle risorse, nel controllo ideologico dei popoli, nonché sul piano prettamente militare.

In ogni caso, sembra a me che ormai il ruolo attuale della scienza e della tecnica elimini ogni possibile velo residuo, ogni pretestuosa copertura riferiti ad un preteso "ruolo conoscitivo" della scienza, o al "ruolo progressivo" dell’innovazione tecnico–scientifica, secondo cui esse dovrebbero semplicemente venire utilizzate in modo corretto anziché distorto. L’ipocrisia di tali coperture è evidente; ancorché esse siano sostenute dalla casta dagli scienziati, i quali continuano ad abusare della loro autorità (peraltro in declino) e del potere ad essi attribuito dalle gerarchie economiche (potere che, nonostante la crescita di aree di contestazione radicale della scienza, è tutt’altro che in declino! Proprio per la profondità dei legami e della complicità dei tecnici con i centri del potere).

Mi pare che, a livello di premessa, il ruolo della scienza e della tecnica possa ricondursi a due meccanismi fondamentali: entrambi forse presenti in diversa misura anche in passato, ma giunti oggi ad un livello di generalizzazione e di penetrazione senza precedenti.

• Da un lato la scienza e la tecnica diventano sempre più ingredienti ed agenti diretti dei mezzi di imposizione violenta del potere, della repressione e della guerra. In un certo senso questo è sempre avvenuto: si può risalire alla mobilitazione degli scienziati francesi dopo la rivoluzione del 1789 per organizzare la resistenza e la vittoria contro la Prima Coalizione; o alla nascente casa Krupp che fornì alla Prussia i cannoni per battere Napoleone III. Il "Progetto Manhattan" allo scoppio della seconda guerra mondiale aveva indubbiamente segnato un salto di qualità nella mobilitazione della scienza (e nella sua organizzazione, la "Big Science") e nel controllo dei militari su di essa; e la creazione dopo il conflitto dei grandi Laboratori direttamente finalizzati alla ricerca militare aveva istituzionalizzato questo salto. Mi sembra però che il ruolo della scienza e della tecnica sia poi diventato sempre più capillare e organico, dagli strumenti più sofisticati di controllo e di repressione a livello sociale, alla realizzazione di sistemi d’arma che utilizzano (e a volte incentivano lo sviluppo di) tecnologie di punta; fino al ruolo sempre più attivo degli scienziati nel proporre ai governi interi sistemi di concezione nuova (penso ad esempio al sistema delle cosiddette "Guerre Stellari", che evidentemente non poteva neppure venire in mente ai politici, se gli scienziati non ne avessero proposto la possibilità e – barando notevolmente – l’effettiva fattibilità).

• D’altro lato la scienza e la tecnica giocano un ruolo sempre più diretto e determinante anche nei mezzi e nei meccanismi sociali ordinari, in apparenza più "pacifici", o meno "violenti", con cui viene imposto il potere, non solo ai Paesi più deboli, ma anche all’interno di quelli più forti. Per i primi basti un esempio: i metodi con cui le multinazionali del settore agro–alimentare impongono i propri interessi, in particolare per mezzo degli organismi geneticamente modificati (ogm). Tali organismi sono direttamente, senza mediazioni, prodotti della ricerca scientifica, dell’ingegneria genetica. Non è accettabile che gli scienziati si trincerino dietro l’alibi della libertà della ricerca, dell’oscurantismo che si celerebbe dietro ogni tentativo di imbrigliare o di controllare lo sviluppo della ricerca scientifica: non è assolutamente possibile che essi non conoscano – e non condividano, almeno al livello di complicità – le finalità delle loro ricerche e delle loro realizzazioni. Quando si produce, con le tecniche scientifiche più sofisticate un seme sterile, è assolutamente impossibile che non si condivida consapevolmente e in pieno lo scopo della multinazionale di imporre ai contadini dei paesi poveri l’acquisto annuale delle sementi! O, più verosimilmente, che gli scienziati stessi non abbiano prospettato una tale possibilità ai livelli decisionali!

Ma anche all’interno dei Paesi più forti i ritrovati tecnico–scientifici costituiscono strumenti fondamentali per imporre, mantenere e rafforzare le gerarchie economiche e le differenze sociali. Una volta si parlava molto di "organizzazione del consenso". La pubblicità ha assunto un peso enorme, incredibile (starei per dire "insopportabile", se non dubitassi che invece le sue forme accattivanti, spettacolarmente elaborate, risultino addirittura attrattive e divertenti per la maggior parte della gente), e non manca di lodare la base scientifica dei prodotti quale loro garanzia. Essa fa passare i nuovi prodotti come necessari, ne occulta abilmente le contraddizioni. La gente è tirata dentro un meccanismo più grande di lei, che non controlla: abbagliata dalle mirabili potenzialità delle innovazioni, abbandona ogni difesa, atteggiamento critico, o capacità di analisi generale; e se qualche ingranaggio scricchiola si allarma, ma non riesce ad uscire dall’aspetto specifico e dal meccanismo che la stritola. Così, per fare un esempio, i telefoni cellulari si sono trasformati da un’utile opportunità (emergenze, soccorsi, ecc.) in uno "status symbol" degli adolescenti e della generalità della popolazione: la quale non si rende neppure conto delle contraddizioni in cui è intrappolata per cui, mentre incomincia a preoccuparsi in maniera crescente dei rischi di nocività probabilmente associati alle onde elettromagnetiche di bassa frequenza, ne incentiva la diffusione con i propri comportamenti assolutamente irrazionali. D’altra parte, è stato osservato molte volte che anche la guerra diviene invisibile, asettica, surreale, o quasi "virtuale", un videogame: neppure i soldati vedono più i nemici (e/o le vittime civili).

Nuovi strumenti

Un’analisi di questa nuova situazione conduce a riprendere le categorie della "non neutralità" della scienza, ma richiede aggiornamenti che possono rivelarsi sostanziali. Fino agli anni ’80 l’innovazione tecnico–scientifica aveva due funzioni principali: battere e fiaccare i Paesi del blocco dell’Est; mantenere ed allargare il predominio e i margini di profitto del blocco occidentale. Mi pare che oggi gli obiettivi siano radicalmente cambiati. L’obiettivo principale mi sembra quello di imporre un dominio incontrastato, capillare a livello dell’intero Pianeta (in questo senso si può parlare di globalizzazione!). La scienza ha lo scopo non solo di realizzare, ma di "oggettivare" questo dominio, di farlo apparire ed accettare come un fatto "naturale", un fattore ed un portato ineliminabili – e comunque positivi – del "progresso".

Mi limiterò a prendere in considerazione schematicamente alcuni aspetti che mi sembrano particolarmente rilevanti, senza nessuna ambizione di completezza: ognuno di questi aspetti potrebbe essere sviluppato, esemplificato, altri si potrebbero aggiungere, ma spero che la discussione si sviluppi e che vi saranno altre occasioni di approfondimento e generalizzazione.

In primo luogo, ritengo che sia in atto un’accelerazione senza precedenti dei processi di innovazione tecnico–scientifica: la parola "rivoluzione" va indubbiamente usata con molta cautela, ma io non esiterei a parlare di una nuova rivoluzione tecnico–scientifica, di cui la microelettronica (la fotonica, l’optoelettronica), l’informatica, le biotecnologie costituiscono alcuni assi portanti. Il ritmo dell’innovazione diviene sempre più incalzante, spasmodico, cresce su se stesso (verrebbe da dire "è fine a se stesso", se un’analisi attenta non mostrasse che i fini ci sono, anche se spesso lo scienziato li introietta – a volte inconsapevolmente altre, come dirò, consapevolmente – ma con una diligenza e un’abnegazione degne di miglior causa).

Ci sarebbe molto da dire, e da indagare, sull’organizzazione e la prassi della ricerca scientifica. All’insegna della super–specializzazione esasperata, la funzione "conoscitiva" della scienza mi sembra diventata più che mai uno specchietto per le allodole. La scienza ha sempre elaborato modelli del mondo, che si sono inseriti in, e a loro volta hanno costituito, mentalità e concezioni generali, modi di pensare (e di operare, di consumare), anche modelli di comportamento: non tanto perché rispecchiassero "la Natura", ma piuttosto perché operavano in un contesto in cui la natura veniva concepita e manipolata in quel modo. A partire dalle rivoluzioni borghesi lo scienziato ha rivestito questo ruolo, vi si è immedesimato.

Sono però restio a parlare di passione scientifica–conoscitiva: a me pare che lo scienziato si sia sempre posto come un prezioso e insostituibile "complice" del potere (dal quale è stato ricompensato con un ruolo privilegiato: di qui viene anche il potere della casta scientifica). Soprattutto nelle fasi di crisi dei meccanismi del profitto e di transizione economica e sociale, egli si è fatto carico in modo diretto delle esigenze dell’innovazione tecnico–produttiva e socio–culturale, proprio nella direzione idonea all’uscita dalle difficoltà ed alla ripresa dello sviluppo, su basi nuove. Per questo parlo di "complicità" e non di semplice "committenza": lo scienziato ha elaborato strumenti nuovi, che spesso gli imprenditori ed i politici non avrebbero saputo concepire, ma che interpretavano, o sopravanzavano, le loro stesse esigenze, e che hanno contribuito, spesso in modo determinante, ad aprire nuove strade all’accumulazione capitalistica; si è sempre sottovalutato il ruolo dell’innovazione e della ristrutturazione tecniche nelle sconfitte del movimento operaio.

Oggi lo scienziato diviene sempre più un "funzionario" della ricerca e dell’innovazione, totalmente immedesimato nel suo ruolo. Nel quale egli usa e abusa del potere che gli deriva dal "sapere" (e ovviamente dei vantaggi che ne derivano). Per certi aspetti la vita si fa più dura, da un lato perché la crisi morde a tutti i livelli ed erode anche i finanziamenti per la ricerca scientifica: la conseguenza mi sembra un’accentuazione della concentrazione e della gerarchizzazione interna al mondo della ricerca, tra coloro che gestiscono ricerche miliardarie, ed i marginalizzati o esclusi, che raccolgono le briciole. Dall’altro perché prendono piede movimenti di critica della scienza e del progresso, che contestano proprio la parzialità del sapere scientifico: a parte la frequente connotazione idealisteggiante di questi movimenti, essi appaiono almeno per ora incapaci di mettere realmente in crisi il rapporto scienza–potere. Tuttavia è bene non dimenticare i casi in cui i movimenti e le correnti di opinione hanno messo in crisi il potere dei "tecnici", come è avvenuto per il nucleare, come sta avvenendo nella medicina, dove prendono piede teorie e pratiche mediche lontane da quelle ufficiali (anche se spesso vengono intrappolate e distorte da logiche di mercato); vedremo quanto il movimento saprà fermare o delimitare realmente gli ogm, la carne agli ormoni ed altre porcherie!

Nuove funzioni

Quali sono le funzioni principali di questi nuovi livelli e ritmi dell’innovazione? Le funzioni svolte dalla scienza moderna occidentale dal suo decollo nel sec. XVIII sono state fondamentalmente l’aumento dei margini di profitto aumentando la produttività del lavoro, e l’introduzione di nuove tecnologie e nuovi settori produttivi. Credo che oggi le funzioni fondamentali, almeno come prima approssimazione, si possano ricondurre a tre (che discuto in un ordine che non rispecchia necessariamente la rilevanza relativa): è opportuno sottolineare che queste funzioni presentano un denominatore comune, la guerra – quella vera condotta con le armi, ma anche quella non meno violenta e letale condotta con gli strumenti di coercizione – che il potere per mantenersi ed affermarsi conduce senza quartiere, con tutti i mezzi e senza esclusione di colpi.

• Il primo obiettivo è l’estensione (questa sì globale), l’imposizione e il rafforzamento dell’assoluta egemonia economica, attuati in modo sempre più parossistico e cinico quanto più il potere si concentra e si rafforza. Credo che in questo senso la scienza e la tecnica stiano sviluppando davvero ruoli e meccanismi qualitativamente nuovi. Le tecnologie nucleari, che forse sono un po’ il prototipo delle tecnologie "avanzate" (nota 7) del mezzo secolo passato, sono tecnologie "pesanti", che hanno creato soprattutto una dipendenza dei paesi che intendevano, o erano indotti a, svilupparle dai paesi più forti (Usa ed Urss rispettivamente): i paesi più deboli hanno comunque formato i loro tecnici, creato i loro laboratori, che in molti casi hanno realizzato ordigni nucleari. Mi pare che attualmente le nuove tecnologie tendano a generare un asservimento, un’espropriazione ben più sostanziali e capillari all’unica potenza dominante: i paesi più deboli non possono ormai più strutturare un loro settore produttivo. Si potrebbero sviluppare i seguenti esempi. La microelettronica richiede ormai ritmi di innovazione talmente incalzanti da risultare irrealizzabili e insostenibili: la leadership degli Usa nel campo degli elaboratori elettronici e dell’informatica sembra difficile da scalzare. Nel caso delle biotecnologie è invece possibile sviluppare laboratori con mezzi relativamente limitati, ma le multinazionali dell’alimentazione le stanno utilizzando con modalità tali da creare un totale asservimento economico: le sementi geneticamente modificate, ad esempio, sono sterili e vincolano permanentemente i contadini dei paesi poveri che le utilizzano a ricomprarle ogni anno dalla stessa multinazionale.

È forse opportuno osservare a questo proposito come la logica secondo cui la natura è un ambito che gli strumenti scientifici consentono di sfruttare e modificare ad libitum e senza limiti comporta, con le nuove tecniche e sotto l’egida dell’Omc (o Wto, World Trade Organization), livelli sempre più profondi di aggressione all’ambiente naturale. L’attenzione crescente negli ultimi decenni verso l’ambiente non sembra proprio avere corrisposto ad una maggiore protezione, ad una modificazione delle logiche di intervento. Il concetto di "sviluppo sostenibile" sembra diventare il nuovo specchietto per le allodole, quando i "Vertici della Terra" e le scadenze attuative vengono sistematicamente boicottati dalla prepotenza dei paesi più forti, e i timidi accordi vengono depotenziati dall’introduzione di meccanismi perversi quali il commercio o il riscatto di quote di emissioni; o addirittura la "sostenibilità" non viene platealmente contraddetta dalla cinica distruzione di enormi risorse materiali e umane, come in Iraq e in Jugoslavia. Ma, come accennavo nella nota 7, credo che lo stesso concetto di sviluppo–sottosviluppo sia profondamente mistificatorio ed andrebbe abbandonato, o almeno profondamente rivisto: a parte che esso presuppone che il solo tipo di sviluppo possibile è quello seguito dai paesi più forti (condannando così i paesi più deboli ad un’impossibile rincorsa, ad un crescente indebitamento e quindi ad un allargamento della forbice), e che questo modello non può assolutamente venire esteso a tutto il pianeta, il punto fondamentale è che esso cela il fatto che i paesi più deboli sono quelli che possiedono le maggiori riserve di risorse naturali intatte o non radicalmente compromesse, e quindi potrebbero imboccare strade diverse. Invece questo concetto funge da supporto alle politiche di espropriazione, spoliazione e dominazione economica ed agli strumenti violenti di cui esse si avvalgono.

• Accanto ai meccanismi di globalizzazione dei commerci, delle finanze e dei profitti credo che si debba analizzare anche la funzione di controllo ideologico–pratico, di organizzazione del consenso, di condizionamento dei comportamenti, svolto o incentivato dall’innovazione tecnica. Ho già accennato ad alcuni esempi. Ma secondo me per quanto riguarda l’enorme settore dell’informatica delle telecomunicazioni e delle reti, al di là dei crescenti riconoscimenti del loro ruolo sempre più decisivo, siamo ancora al livello dell’"ubriacatura" e non si è neppure abbozzata un’analisi critica. Personalmente nutro seri dubbi sul ruolo di liberazione dell’informazione che essi svolgerebbero: a parte che troppa informazione può equivalere a nessuna informazione, questa viene ovviamente scelta e manipolata per essere messa in rete, e non è affatto facile ricostruire questo processo. Anche perché si accumula sempre più l’evidenza dei metodi a dir poco scorretti messi in atto dall’industria informatica per mantenere e rafforzare la propria egemonia ed il proprio potere.

Last but not least – vi è il ruolo diretto dell’innovazione tecnico–scientifica nella messa a punto degli strumenti sempre più sofisticati di guerra e di repressione. È appena il caso di ricordare come, nonostante gli accordi per il disarmo, gli Usa mettano a punto costantemente nuovi ordigni nucleari; ed una parte considerevole del crescente budget per la difesa sia espressamente stanziato per la messa a punto di nuovi sistemi d’arma. Negli Usa vi è una base segreta, che non compare su nessuna carta geografica. Si dedica però meno attenzione al perfezionamento delle tecniche di repressione "civile", che hanno raggiunto livelli di sofisticazione tali da poter affrontare – insieme agli strumenti di controllo, di infiltrazione e di manipolazione – manifestazioni radicali di contestazione civile.

È importante infine tenere presente i legami intrinseci tra questi livelli. Un aspetto fondamentale è il ruolo di punta svolto dalla ricerca militare ed il trasferimento delle tecnologie nel settore commerciale. Anche lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e gli strumenti di controllo dell’informazione sono profondamente legati alla messa a punto di strumenti militari e repressivi. Recentemente sono stati rivelati l’esistenza e il funzionamento di una rete mondiale Echelon usata per intercettare la posta elettronica, i fax, i telex ed anche le comunicazioni telefoniche, che ha nel mirino governi, organizzazioni, imprese commerciali in tutte le nazioni del mondo. Chi poi ricorda l’orrore degli esperimenti "scientifici" condotti dai nazisti sui prigionieri dei lager dovrebbe tenere presente l’uso di bambini, detenuti ed altri civili ignari come "cavie umane" per studiare gli effetti delle radiazioni. La scienza, piaccia o no, è anche questo!


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