L'Unità 20.06.2005
Le ragioni di una sconfitta
di Carlo
Flamigni
Se saremo in grado di farlo potremo anche lavorare efficacemente per il futuro,
sia per le nuove battaglie culturali che, temo, saranno all'ordine del giorno
nel nostro paese, che per percorrere tutte le altre strade legittimamente
disponibili per arrivare ad una legge sulla procreazione assistita migliore
della 40/2004.
Le ragioni di questa sconfitta sono molte, mi sembra che almeno su questo ci sia
accordo. C'è anche una classifica dei perdenti: i malati, le coppie sterili, le
persone che soffrono e sperano. Anche tra chi si è adoperato per far vincere il
sì c'è una sorta di scala di valori: le associazioni dei pazienti, le donne
dei democratici di sinistra e dell'ulivo innanzitutto; e poi i radicali, gli
esponenti della destra che si sono giocati mezza fortuna politica. Ci sarà da
riflettere per tutti.
Adesso, in questo articolo, su questo giornale, voglio ragionare su un problema
che mi sembra prevalente: una parte di quel 75% di assenti (dovrò pure
sottrarre la quota di assenteismo fisiologico da referendum) ha espresso un
parere critico, negativo, sulla ricerca scientifica. Forse ha paura della
scienza, forse non ama gli scienziati. A una Festa dell'Unità un compagno mi ha
detto: “siete arroganti come i preti”.
Ebbene voglio riflettere sulla mia arroganza e voglio ragionare sulla scienza:
cos'è, come dovrebbe essere, come la dovrebbero vedere i cittadini.
La scienza è un grande investimento sociale, forse il più importante di tutti.
La società investe nella scienza perché spera di ricavarne vantaggi: per sé,
per i suoi figli più deboli e più sofferenti, per tutti. La società vuole che
le nuove conoscenze prodotte rendano la vita degli uomini migliore e non può
accettare il rischio che i prodotti del sapere possano essere dannosi per
l'uomo. Così, lascia libera la scienza di esplorare l'ignoto, perché un occhio
che scruta non può fare male a nessuno; chiede invece di poter esercitare un
controllo sulle cose che la tecnica produce, perché una mano che fruga può far
male, e come.
Ciò significa lasciare ad ogni ricercatore la più ampia sfera di decisioni
autonome compatibili con l'interesse dell'umanità. Ciò significa anche che la
scienza deve garantire la società in merito alla trasparenza e alla sincerità
e per farlo deve darsi una struttura normativa. In questo modo, la scienza
diviene un modello di produzione della conoscenza e le sue norme sociali sono
inseparabili da quelle che riguardano i principi e il metodo della conoscenza
scientifica: non si può separare l'idea che gli scienziati hanno su ciò che
dovrebbe essere considerata la verità, dai modi in cui operano per
raggiungerla.
I valori e le norme che garantiscono il funzionamento della scienza sono stati
descritti da Robert Merton in quattro imperativi istituzionali: il comunitarismo,
l'universalismo, il disinteresse e lo scetticismo organizzato.
Altri filosofi della scienza hanno aggiunto l'originalità, la creatività, la
cooperazione, la trasparenza.
Queste norme e questi valori dovrebbero consentire ai ricercatori il massimo di
una libertà virtuosa, ma è ovvio che - come tutte le attività dell'uomo -
anche la scienza ha le sue devianze. Ad esempio le norme che ho descritto
valgono per la scienza accademica, quella - solo per fare un esempio - che si
svolge nelle università, mentre non si ritrova costantemente nella scienza
post-accademica, quella - sempre per fare un esempio - che è promossa da
qualsiasi tipo di potere economico. Se cessa il mecenatismo dello stato, se la
ricerca accademica non viene adeguatamente sostenuta, può accadere che
“l'altra scienza” tracimi e occupi spazi non suoi. È accaduto, accadrà
ancora.
Bisogna evitare che accada.
Io credo che della scienza i cittadini si possano fidare, credo in una scienza
al servizio dell'uomo. Per far credere l'opposto, sono state dette calunnie,
sostenute menzogne, negate verità lapalissiane. Non esiste l'eugenetica che sa
fare bambini più belli; nessuno mangia gli embrioni o li spalma sul pane,
nemmeno noi comunisti. Se le fecondazioni assistite fossero tutto il male che si
è detto di loro, non vedo perché dovremmo sporcarci le mani e tradire il
nostro impegno con la società. Sentite cosa mi ha detto il 10 giugno
l'onorevole Olimpia Tarzia, vicepresidente del Movimento per la vita, durante la
trasmissione radiofonica “Nove in punto” di Radio24: “… il volere andare
a produrre più embrioni quando non servono fa venire veramente il dubbio di
interessi diversi rispetto a quelli della coppia, ma di avere embrioni
disponibili per avere le mani libere su un discorso di ricerca e di
sperimentazione c'è dietro una serie di interessi economici che vorrei
ricordare tutte le tecniche di clonazione sono coperte da brevetti ….”.
Sono calunnie: sfido l'onorevole Tarzia a dimostrare che una sola parola di
quanto ha detto è vera. Se non è in grado di farlo, allora ha mentito.
A questo punto è giusto chiedersi: cosa è successo?
Perché sembra essere passata l'idea che gli scienziati operino in oscure
caverne alterando quello che c'è di più sacro nella natura dell'uomo? Perché
ha prevalso il timore della clonazione? Perché, soprattutto, così poche
persone hanno recepito il messaggio che molti di noi cercavano di inviare alla
società, così pochi hanno recepito la richiesta di solidarietà, di
compassione nei confronti della sofferenza e della malattia? Perché sono stati
ascoltati gli imbonitori che ci spiegavano che una speranza di vita conta più
di una, due, molte vite e non chi denudava il proprio dolore davanti alla
comunità chiedendo solidarietà e conforto?
Non credo sia stata l'adesione ai principi della morale cattolica a creare
questa bizzarria. Credo invece che a dimostrare ostilità nei confronti della
scienza sia stata una generale disposizione della coscienza collettiva degli
uomini che chiamerò, per semplicità, la morale di senso comune. Questa morale,
che si forma per molteplici influenze dentro ognuno di noi, è particolarmente
restia ad accettare i cambiamenti e persino le proposte di cambiamenti che la
scienza propone, ma ha ugualmente un rapporto utile ed efficace con la scienza
perché è sensibile a quelle che vengono definite “le intuizioni delle
conoscenze possibili” quando riesce a trovare, in esse, indicazioni chiare sui
vantaggi impliciti e tranquillità nei riguardi dei rischi probabili.
È in questa morale che siamo inciampati, è con questa morale che dobbiamo
dialogare in avvenire. Dialogare tutti, nessuno escluso. Penso che chi è
mancato soprattutto al proprio compito siamo stati noi, medici, biologi e
ricercatori, che non abbiamo dedicato il tempo necessario alla comunicazione
della conoscenza, alla promozione della cultura, utilizzando le vie consuete e
inventandone di nuove. Ed è mancato il mondo politico, soprattutto quello al
quale mi riferisco personalmente, che avrebbe dovuto fare del tema del rapporto
tra società e scienza uno dei suoi punti di riferimento costanti. Tra l'altro,
sono convinto che il rapporto tra morale di senso comune e intuizione delle
conoscenze possibili debba essere mantenuto vivo ed efficace da un'etica non
dogmatica, laica, capace di adattarsi rapidamente al nuovo, di riconoscere gli
elementi di mistificazione e di rischio, di non inchiodare la società a un
concetto antistorico di natura, ma di salvaguardare al contempo la dignità di
tutti gli esseri umani. Su questa etica laica è stata fatta molta confusione e
lo stesso concetto di laicità è stato travisato in modo curioso, fino ad
assolverlo nel caso consenta la pacifica espressione dei princìpi religiosi:
anche quando questi non sono condivisi, cardinale Ruini? Anche quando si fanno
preferire dallo stato ignorando la sofferenza di altre ideologie parimenti
dignitose? Tra i princìpi della laicità c'è il rispetto delle convinzioni
religiose di tutti, nella consapevolezza, però, che dalla fede - da qualsiasi
fede - non possono arrivare prescrizioni e soluzioni, anche e soprattutto in
materia di bioetica.
Ho detto che avrei ragionato anche sulla mia arroganza e lo faccio. So dove ho
sbagliato e me ne scuso. Mi sono lasciato invischiare in diatribe inutili, ho
perso di vista le cose importanti, quelle che avrei dovuto ripetere e ripetere e
ripetere: c'è gente che soffre, pensate a loro; c'è gente che vuole la vostra
solidarietà, dategliela.
Era purtroppo tardi per fare divulgazione, la promozione di cultura richiede
tempo, uomini, mezzi. Forse è bene che smettiamo tutti di scrivere, per un po'.
Ragioniamo invece su come si può agire positivamente. Come Maurizio Mori ed io
abbiamo sostenuto nel nostro libro, siamo alle soglie di un mutamento di
paradigmi.
Questa, in fondo, è stata una scaramuccia.
Ma niente tornerà ad essere come prima.