FISICA/MENTE

 

Il problema vero delle biotecnologie

“È che sono ancora indietro, sono sottofinanziate, poco sviluppate e di conseguenza lente ed approssimative.Per farla breve siamo in una fase primitiva di cui sarebbe bello vedere sviluppi futuri”. Ne è convinta Cinzia Caporale, presidente del Comitato intergovernativo di Bioetica dell’Unesco e vice presidente del Comitato nazionale di Bioetica, che abbiamo incontrato per parlare di biotecnolgie, bioetica e delle sfide che ci vengono lanciate da queste nuove scienze...

di Stefano Simoni

 

“Le biotecnologie vanno a toccare questioni estremamente personali e profonde quali il proprio corpo, la facoltà di riprodursi, i tempi e i modi del morire, ma anche altri aspetti come la biosicurezza, la genetica, le banche dati per il controllo della criminalità fino ad arrivare al bioterrorismo. Sono questioni rilevanti che hanno la caratteristica di entrare in campi della vita intimi, profondi, significativi ma anche molto nuovi. Siamo passati da un fase di analisi e osservazione dei meccanismi ad una fase in cui l’osservazione e l’informazione si trasformano in manipolazione”. Cinzia Caporale sintetizza così le vaste problematiche poste ai ricercatori dallo sviluppo delle biotecnologie, punto di partenza del nostro colloquio.

Dottoressa Caporale, la “manipolazione”, che contraddistingue la fase attuale delle biotecnologie, nel suo discorso non sembra avere una valenza negativa. È così?

Assolutamente. Io osservo e vedo come tutto ciò sia diventato oggetto di dibattito ed è bene che sia così. Quello che non mi sento di condividere è il clima di sfiducia nei confronti di chi va avanti su questa strada. Io invito le persone, estremamente stimabili, che esagerano nei toni, a rileggere i loro articoli e le loro dichiarazioni fra 20 o 30 anni. Non so se saranno contente di averle rilasciate. Vorrei ci fosse un atteggiamento di prudenza maggiore rispetto alle condanne indiscriminate e pregiudiziali. L’argomento è troppo importante: molte riviste di settore se ne occupano e ormai una certa terminologia è entrata nel linguaggio comune, specie in quello dei giovani che usano con disinvoltura espressioni come transgenico, clonato o Dna.

Modernità, nuove frontiere delle biotecnologie e della bioetica: quali sono, secondo lei, gli elementi di criticità?

Sicuramente, uno di questi è che le acquisizioni conoscitive che si accumulano nel settore delle biotecnologie e le applicazioni che molto rapidamente entrano nel mercato e nell’uso comune sono in questa prima fase molto costose. Questo può creare problemi sia nei Paesi occidentali, sia nei Paesi in via di sviluppo dove la sfida è portare i benefici di queste tecnologie.

Un secondo elemento di criticità è la difficoltà di comprensione che si traduce in iniquità di accesso. Oltre ad avere un costo materiale ed economico, infatti, queste tecnologie possono produrre una sorta di “darwinismo sociale” per cui chi sa sfrutta le opportunità, mentre gli altri ne restano fuori.

Infine ci sono gli aspetti morali. Essendo un settore che riguarda questioni profonde nella vita delle persone, indubbiamente si possono creare dei conflitti morali, sia tra persone diverse, sia nella coscienza stessa dell’individuo.

Come valuta le resistenze che suscitano queste ricerche?

Una certa resistenza al cambiamento è una caratteristica tipica di ogni attività cognitiva. Non vanno giudicate male. Fino ad un po’ di tempo fa tutte le nuove acquisizioni della medicina non cambiavano l’orizzonte ontologico dell’uomo, le differenze erano quantitative e non qualitative. Adesso è cambiato tutto. La vita, la morte e la riproduzione ci pongono di fronte a scelte che dobbiamo operare, il nostro corpo è diventato oggetto di scelte da parte di noi stessi.

Io considero il settore biotecnologico un progresso. È curioso come le obiezioni che vengono fatte normalmente sono sempre due e sollevate contemporaneamente: da una parte si tende a criticare l’innovazione tecnologica, dall’altra ci si lamenta che quest’innovazione non presenti elementi di equità, cioè che ci sono delle esclusioni. Delle due l’una: o si tratta di un progresso e dobbiamo preoccuparci che qualcuno ne resti escluso o non si tratta di un progresso e quindi non vedo perché dobbiamo preoccuparci che altri ne restino esclusi. C’è un difetto logico in questo tipo di atteggiamento. La pianificazione esasperata certamente potrebbe evitare una non perfetta applicazione delle biotecnologie però al tempo stesso un’eccesso di pianificazione rallenta molto il processo ponendo un problema morale diverso: noi siamo responsabili moralmente non solo di quello che facciamo ma anche di quello che non facciamo.

Lei si riferisce alle potenzialità che possono avere le applicazioni biotecnologiche?

Il tempo è un fattore critico. Rallentare il processo in modo eccessivo con una pianificazione pervasiva implica assumersi la responsabilità di quelli che ci sono qui e adesso. Non vorrei passare da una situazione in cui non si tiene in alcun conto delle conseguenze sulle generazioni future, ad una situazione in cui si agisce, oggi, solo in funzione delle generazioni future, non assumendosi la responsabilità morale e umana delle generazioni attuali.

La prima responsabilità ce l’abbiamo verso noi stessi, le persone che abbiamo intorno e per estensione in senso sincronico dell’umanità di oggi. Finanziare, incentivare, perlustrare una nuova strada che porta al farmaco biotecnologico e metterlo in commercio prima o dopo fa una differenza enorme per le persone che sono malate oggi. C’è un’altra pretesa, e lo dico da presidente del Comitato Intergovernativo di Bioetica dell’Unesco, che non condivido: voler necessariamente identificare una posizione bioetica condivisa. Credo che ci sia un pluralismo strutturale – dovuto alla storia individuale di ognuno, alle differenze di ordine culturale, religioso, storico tradizionale – che vada mantenuto. La bioetica condivisa può nascere su alcuni principi fondamentali, importanti, questo è lo scopo ad esempio della Dichiarazione Universale di Bioetica, ma non necessariamente dobbiamo essere d’accordo sul valore dell’embrione per regolare la procreazione medicalmente assistita, non necessariamente dobbiamo avere la stessa filosofia per fare ricerca e trovare applicazioni nel campo delle terapie cellulari, o sulle fonti di cellule staminali da utilizzare.

Esiste un rischio eugenetico?

Chiunque abbia una cultura, non solo scientifica, ma che abbia letto narrativa e abbia studiato un po’ di storia, sa benissimo che l’uomo non ha avuto bisogno delle biotecnologie per fare le mostruosità. Le mostruosità vere l’uomo le ha prodotte sempre, ma sono cosa ben diversa. Qui si parla di progresso.

Quali sono le sue proposte?

Innanzi tutto abbassare i toni, poi capire se su determinate applicazioni riusciamo a trovare principi comuni che ci possono guidare attraverso il dialogo, inteso come capacità di opporsi all’altro senza pregiudizio, interloquendo da dialoganti e non da sordi. Inoltre le istituzioni devono smettere di considerare i cittadini come dei minus habens incapaci di autogestirsi, ma, semmai, possono contribuire a far crescere le capacità di ciascuno ad autodeterminarsi attraverso l’offerta di formazione. Una risorsa in questo senso è l’aumento di consapevolezza, l’empowerment delle persone: più conosci, più capisci le sfumature, più ti assumi responsabilità e da qui nasce una società pacifica.

E lo strumento normativo?

Che venga usato con più prudenza, non come una sciabola. Si lascino le normative aperte, secondo il modello anglosassone, da sottoporre a revisione automatica ogni tot di anni. Io non sono tra coloro che credono che la scienza sia libera, non può esserlo, ma la regolamentazione deve essere fatta con un modello in itinere, sottoponibile a revisioni. Se il paziente non è in grado di decidere se si deve tagliare il piede, non si capisce per quale motivo dovrebbe decidere per chi votare o chi sposare. Se io non sono padrone di decidere sulla mia salute, sui rischi che posso assumere rispetto alla mia salute, perché dovrei essere lascito libero di decidere su altro? Il paternalismo di Stato è pericoloso e rischia di essere eccessivamente invasivo. Quello che è veramente nuovo, non sono le biotecnologie, ma il fatto che nel 2005 la gente decide sulla propria salute, cosa mangiare, come vivere. Chi parte dall’idea che arriveremo a delle mostruosità, deve spiegare come questo sia possibile, considerato che sono le persone singole a decidere. La genetica moderna non è un programma sociale ma è una scelta individuale, è un processo dove si ha sempre il controllo individuale e anche un controllo democratico. Cos’è questa sfiducia nei confronti degli scienziati, dei cittadini, dei medici?


Nel testo, ha spiegato il vicepresidente del Comitato nazionale di Bioetica, nonché presidente del Comitato intergovernativo di Bioetica dell'Unesco, Cinzia Caporale, che ha seguito sin dall'inizio i lavori per la messa a punto del documento, "si enunciano i principi generali, ma non si affrontano tematiche specifiche". Chiari i capisaldi attorno ai quali i Governi dei diversi Stati hanno raggiunto un pieno accordo: primato dell'autonomia e responsabilità individuali; principio del consenso informato; garanzia della privacy dell'individuo; rispetto del pluralismo e delle diversità culturali. Ma la Dichiarazione universale di Bioetica sancisce anche il principio della responsabilità verso le future generazioni e della protezione dell'ambiente e della biosfera. Pieno accordo tra gli Stati anche in relazione ad altri principi universali, quali la responsabilità sociale rispetto alla salute e all'assistenza sanitaria dei cittadini e la condivisione dei benefici derivanti dalla ricerca tecnologica. Principi, ha sottolineato Caporale, "che, come sancisce la Dichiarazione universale, dovranno valere nei singoli Stati, ma anche essere rispettati nelle relazioni tra i Governi".

Anche il presidente del Comitato nazionale di Bioetica Francesco D'Agostino s'è detto soddisfatto. Io non capisco di che, se non del fatto che deve dire ciò che dice. Infatti i principi di questa dichiarazione di bioetica fanno a pugni con le idiozie dei nostri bioetici baciapile.


Ma leggiamo il documento originale dell'Unesco:

http://www.unesco.it/document/documenti/testi/dich_diversita.doc

UNESCO

"La Conferenza Generale,

Impegnata nella piena realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali proclamati nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell|’uomo e negli altri accordi internazionali del 1966 relativi, rispettivamente, ai diritti civili e politici e a quelli economici, sociali e culturali;

Ricordando che il preambolo della costituzione dell'UNESCO afferma che ‘l'ampia diffusione della cultura e l'educazione degli uomini alla giustizia, alla libertà e alla pace sono indispensabili alla dignità dell'uomo e costituiscono un dovere primario che tutte le nazioni sono tenute a rispettare in uno spirito di mutua assistenza e interesse’;

Richiamandosi inoltre all'art. I della Costituzione che assegna all'UNESCO, fra i vari compiti, quello di raccomandare "gli accordi internazionali che possono essere necessari per promuovere la libera circolazione di idee utilizzando parole ed immagini";

In riferimento  a quanto previsto in merito alla diversità culturale e all'esercizio dei diritti culturali negli accordi internazionali stipulati dall'UNESCO [1];

Riaffermando che la cultura dovrebbe essere considerata come un insieme dei distinti aspetti presenti nella società o in un gruppo sociale quali quelli spirituali, materiali, intellettuali ed emotivi, e che include sistemi di valori, tradizioni e credenze, insieme all'arte, alla letteratura e ai vari modi di vita [2];

Notando che la cultura è il cuore dei dibattiti contemporanei che vertono sull'identità, la coesione sociale e sullo sviluppo di un'economia fondata sulla conoscenza;

Affermando che il rispetto per la diversità fra le culture, la tolleranza, il dialogo e la cooperazione, in un clima di fiducia e comprensione reciproca, costituiscono le migliori garanzie per la pace e la sicurezza internazionale;

Aspirando ad una maggiore solidarietà sulla base del riconoscimento della diversità culturale, della consapevolezza dell'unicità del genere umano e dello sviluppo degli scambi interculturali;

Considerando che il processo di globalizzazione, facilitato dal rapido sviluppo delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione, benché rappresenti una sfida per le diversità culturali, crea le condizioni per un rinnovato dialogo fra le varie culture e civiltà ;

Consapevole dello specifico mandato che è stato assegnato all'UNESCO, nel quadro dell'Organizzazione delle Nazioni Unite al fine di assicurare la tutela e promozione della feconda diversità delle culture;

Proclama i  principi che seguono e adotta la presente Dichiarazione:

 

 

IDENTITÀ DIVERSITÀ PLURALISMO

 

Articolo 1 – La diversità culturale: il patrimonio comune dell’umanità

 

La cultura assume forme diverse attraverso il tempo e lo spazio. Questa diversità si incarna nell’unicità e nella pluralità delle identità dei gruppi e delle società che costituiscono l’umanità. Come fonte di scambio, innovazione e creatività, la diversità culturale è necessaria per l’umanità quanto la biodiversità per la natura. In questo senso, è il patrimonio comune dell’umanità e dovrebbe essere riconosciuta e affermata per il bene delle generazioni presenti e future.

 

Articolo 2 – Dalla diversità culturale al pluralismo culturale

 

Nelle nostre società sempre più differenziate, è essenziale assicurare un’interazione armoniosa e un voler vivere insieme di persone e  gruppi con identità culturali molteplici, variate e dinamiche. Le politiche per l’inclusione e la partecipazione di tutti i cittadini sono garanzie di coesione sociale, della vitalità della società civile e della pace. Definito in questo modo, il pluralismo culturale dà espressione politica alla realtà della diversità culturale. Indissociabile da un quadro democratico, il pluralismo culturale favorisce lo scambio culturale e lo sviluppo delle capacità creative che sostengono la vita pubblica.

 

Articolo 3 – La diversità culturale come fattore di sviluppo

 

La diversità culturale amplia la gamma di opzioni aperte a tutti; è una delle radici dello sviluppo, inteso non semplicemente in termini di crescita economica, ma anche come mezzo per raggiungere un’esistenza più soddisfacente dal punto di vista intellettuale, emotivo, morale e spirituale.

 

 

DIVERSITÀ CULTURALE E  DIRITTI UMANI

 

Articolo 4 – I diritti umani come garanzie della diversità culturale

 

La difesa della diversità culturale è un imperativo etico, inseparabile dal rispetto per la dignità umana. Questo comporta un impegno a livello di diritti umani e di libertà fondamentali, in particolare dei diritti delle persone che appartengono a minoranze e quelli delle popolazioni indigene. Nessuno può appellarsi alla diversità culturale per violare i diritti umani garantiti dal diritto internazionale, né per limitarne la portata.

 

Articolo 5 – I diritti culturali come ambiente favorevole alla diversità culturale

 

I diritti culturali sono parte integrante dei diritti umani, che sono universali, indivisibili e interdipendenti. Lo sviluppo di una diversità creativa esige la piena realizzazione dei diritti culturali come definiti dall’Articolo 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo e dagli Articoli 13 e 15 della Convenzione Internazionale relativa ai diritti economici sociali e culturali. Ogni persona deve così potersi esprimere, creare e diffondere le sue opere nella lingua di sua scelta e in particolare nella propria lingua madre; ogni persona ha il diritto ad una educazione e ad una formazione di qualità che rispettino pienamente la sua identità culturale; ogni persona deve poter partecipare alla vita culturale di sua scelta ed esercitare le sue attività culturali nei limiti imposti dal rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

 

Articolo 6 – Verso un accesso alla diversità culturale per tutti

 

Oltre ad assicurare la libera circolazione di idee attraverso parole e immagini, bisogna vegliare affinché tutte le culture possano esprimersi e di farsi conoscere. La libertà di espressione, il pluralismo dei media, il multilinguismo, l’accesso paritario all’arte e alla conoscenza scientifica e tecnologica, compreso il formato digitale, e la possibilità data a tutte le culture di accedere ai mezzi di espressione e di diffusione sono le garanzie della diversità culturale.

 

 

DIVERSITÀ CULTURALE E  CREATIVITÀ

 

Articolo 7 – Il patrimonio culturale come fonte principale della creatività

 

La creazione si basa sulle radici della tradizione culturale, ma si sviluppa in contatto con altre culture. Per questo motivo, il patrimonio in tutte le sue forme deve essere conservato, valorizzato e trasmesso alle generazioni future come testimonianza dell’esperienza e delle aspirazioni umane, in modo da incoraggiare la creatività in tutta la sua diversità e da ispirare un dialogo autentico tra culture.

 

Articolo 8 – Beni e servizi culturali : dei prodotti unici

 

A fronte del cambiamento economico e tecnologico di questo momento storico, che apre ampie prospettive di creazione e innovazione, bisogna prestare particolarmente attenzione alla diversità dell’offerta di lavoro creativo, al dovuto riconoscimento dei diritti degli autori e degli artisti come alla specificità di beni e servizi culturali che, quali vettori di identità, valori e significati, non devono essere trattati come semplici prodotti o merci di consumo.

 

Articolo 9 – Le politiche culturali come catalizzatori della creatività

 

Oltre ad assicurare la libera circolazione delle idee e delle opere, le politiche culturali devono creare condizioni favorevoli alla produzione e alla diffusione di beni e servizi culturali diversificati attraverso industrie culturali che abbiano modo di affermarsi a livello sia locale che globale. Ogni Stato, con il dovuto riguardo ai suoi obblighi internazionali, ha il compito di definire la sua politica culturale e di realizzarla con i mezzi che ritiene opportuni, sia tramite sostegni operativi, sia tramite cornici normative appropriate.

 

 

DIVERSITÀ CULTURALE E SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE

 

Articolo 10 – Rafforzare le capacità di creazione e di diffusione a livello mondiale

 

A fronte degli attuali squilibri nella circolazione e negli scambi di beni e servizi culturali a livello globale, è necessario rafforzare la cooperazione e la solidarietà internazionale con lo scopo di dare a tutti i Paesi, soprattutto a quelli in via di sviluppo e quelli in fase di transizione, la possibilità di stabilire industrie culturali che siano vitali e competitive a livello nazionale e internazionale.

 

Articolo 11 – Istituire collaborazioni fra il settore pubblico, il settore privato e la società civile

 

Le sole forze del mercato non possono garantire la conservazione e la promozione della diversità culturale, che è la chiave dello sviluppo umano sostenibile. Da questa prospettiva, il primato della politica pubblica, in collaborazione con il settore privato e con la società civile, deve essere riaffermato.

 

Articolo 12 – Il ruolo dell’UNESCO

 

L’UNESCO,  in virtù del suo mandato e delle sue funzioni, ha la responsabilità di:

 

a)      Promuovere l’integrazione dei principi stabiliti nella presente Dichiarazione nelle strategie di sviluppo elaborate all’interno dei vari organismi intergovernativi;

 

b)  Servire come punto di riferimento e come forum dove gli stati, le organizzazioni

     governative e non governative, la società civile e il settore privato possano trovarsi

     insieme per elaborare concetti, obiettivi e politiche in favore della diversità culturale;

 

c)      Perseguire le sue attività per stabilire standard, stimolare la consapevolezza e sviluppare capacità nelle aree collegate alla presente Dichiarazione all’interno dei suoi

campi di competenza;

 

d)      Facilitare la realizzazione del Piano di Azione, le cui principali linee sono allegate alla

Presente Dichiarazione.

LINEE PRINCIPALI DI UN PIANO DI AZIONE PER LA REALIZZAZIONE DELLA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DELL’UNESCO SULLA DIVERSITÀ CULTURALE

 

Gli Stati Membri si impegnano a prendere misure appropriate per diffondere ampiamente la “Dichiarazione Universale dell’UNESCO sulla Diversità Culturale”, cooperando in particolare con l’intenzione di raggiungere i seguenti obiettivi:

 

1.      Approfondire il dibattito internazionale su questioni connesse alla diversità culturale, in particolare per quanto riguarda i suoi legami con lo sviluppo e il suo impatto sulla formulazione di politiche, a livello sia nazionale che internazionale;  portando avanti soprattutto la considerazione dell’opportunità di uno strumento legale internazionale sulla diversità culturale.

 

2.      Avanzare sul fronte della definizione di principi, standard e pratiche, a livello sia nazionale che internazionale, oltre che di  modalità di sviluppo della consapevolezza e modelli di cooperazione, che siano piu idonei alla salvaguardia e alla promozione della diversità culturale.

 

3.      Incoraggiare lo scambio di conoscenze e sistemi validi riguardanti il pluralismo culturale con lo scopo di facilitare, in società diversificate, l’inclusione e la partecipazione di persone e gruppi provenienti da vari percorsi culturali .

 

4.      Avanzare ulteriormente nel cammino verso la comprensione e la chiarificazione del contenuto dei diritti culturali come parte integrante dei diritti umani.

 

5.      Salvaguardare il patrimonio linguistico dell’umanità e offrire sostegno all’espressione, alla creazione e alla diffusione nel numero maggiore possibile di lingue.

 

6.      Incoraggiare la diversità linguistica – pur rispettando la madrelingua – a tutti i livelli di istruzione, ovunque possibile, e incoraggiare l’apprendimento di diverse lingue a partire dall’infanzia.

 

7.      Promuovere attraverso l’istruzione una consapevolezza della valenza positiva della diversità culturale e migliorare a questo scopo sia la programmazione che la formazione degli insegnanti.

 

8.      Inserire, dove appropriato, le pedagogie tradizionali nel processo educativo con lo scopo di conservare e ottimizzare i metodi culturalmente appropriati per la comunicazione e la trasmissione del sapere.

 

9.      Incoraggiare l’ “alfabetizzazione digitale” e assicurare una maggiore padronanza delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che dovrebbero essere viste sia come disciplina educativa che come strumenti pedagogici in grado di valorizzare l’efficacia dei servizi educativi.

 

10.  Promuovere la diversità linguistica nel cyberspazio e incoraggiare l’accesso universale attraverso la rete globale a tutte le informazioni di pubblico dominio.

 

11.  Contrastare il divario digitale, in stretta cooperazione con le istituzioni competenti del sistema rilevanti delle Nazioni Unite, incoraggiando l’accesso alle nuove tecnologie da parte dei paesi in via di sviluppo, aiutandoli a padroneggiare le tecnologie dell’informazione e facilitando la diffusione digitale dei prodotti culturali endogeni e l’accesso da parte di questi paesi alle risorse digitali educative, culturali e scientifiche disponibili a livello mondiale.

 

12.  Incoraggiare la produzione, la salvaguardia e la diffusione di contenuti diversificati nei media e nelle reti globali di informazione e, a questo scopo, promuovere il ruolo dei servizi radiotelevisivi pubblici nello sviluppo di produzioni audiovisive di qualità, in particolare incoraggiando la creazione di meccanismi cooperativi per facilitare la loro distribuzione.

 

13.  Formulare politiche e strategie per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio culturale e naturale, in particolare il patrimonio culturale orale e immateriale, e combattere il traffico illegale di beni e servizi culturali.

 

14.  Rispettare e proteggere la conoscenza tradizionale, in particolare quello delle popolazioni indigene; riconoscere il contributo della conoscenza tradizionale, soprattutto per quanto riguarda la protezione dell’ambiente e la gestione delle risorse naturali, e incoraggiare le sinergie tra la scienza moderna e la conoscenza locale.

 

15.  Incoraggiare la mobilità di creatori, artisti, ricercatori, scienziati e intellettuali e lo sviluppo di programmi e collaborazioni di ricerca internazionale, e allo stesso tempo impegnarsi per conservare e valorizzare la capacità creativa dei paesi in via di sviluppo e dei paesi in transizione.

 

16.  Assicurare la protezione del copyright e del diritto d’autore ad esso collegati nell’interesse dello sviluppo della creatività contemporanea e della giusta remunerazione del lavoro creativo, e allo stesso tempo sostenere il diritto pubblico di accesso alla cultura, in accordo con l’Articolo 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo.

 

17.  Assistere la manifestazione e il consolidamento delle industrie culturali nei paesi in via di sviluppo e nei paesi in transizione e, a questo scopo, cooperare allo sviluppo delle infrastrutture e abilità necessarie, incoraggiando la comparsa di mercati locali vitali, e semplificare l’accesso ai prodotti culturali di questi paesi al mercato globale e alle reti di distribuzione internazionale.

 

18.  Sviluppare politiche culturali, elaborati per promuovere i principi contenuti nella Dichiarazione, compresi accordi di supporto operativo e/o quadri normativi appropriati , in accordo con gli obblighi internazionali di ogni Stato.

 

19.  Coinvolgere da vicino la società civile nell’elaborazione di politiche pubbliche dirette a salvaguardare e promuovere la diversità culturale.

 

20.  Riconoscere e incoraggiare il contributo che il settore privato può offrire per valorizzare la diversità culturale e facilitare a questo scopo la creazione di forum di dialogo tra il settore pubblico e quello privato.

 

Gli Stati Membri raccomandano che il Direttore Generale prenda in considerazione gli obiettivi stabiliti in questo Piano di Azione nella realizzazione dei programmi dell’UNESCO e comunichi questi ultimi alle istituzioni facenti parte del sistema delle Nazioni Unite e ad altre organizzazioni intergovernative e non governative interessate, al fine di rafforzare la sinergia delle azioni in favore della diversità culturale.

 

1.      Tra queste, in particolare, l’Accordo di Firenze del 1950 e il suo Protocollo di Nairobi del 1976, la Convenzione Universale sui diritti d’autore del 1952, la Dichiarazione dei Principi della Cooperazione culturale internazionale del 1966,  la Convenzione sui mezzi per proibire e impedire l’importazione, l’esportazione e il trasferimento di proprietà illegali di beni culturali (1970), la Convenzione per la protezione del patrimonio culturale e naturale mondiale del 1972, la Dichiarazione dell’UNESCO sulla razza e sui pregiudizi razziale del 1978, la Raccomandazione riguardante lo status dell’artista del 1980, e la Raccomandazione sulla salvaguardia della cultura tradizionale e popolare del 1989. 

2.   Questa definizione è in linea con le conclusioni della Conferenza mondiale sulle politiche culturali (MONDIACULT, Città del Messico, 1982), della Commissione mondiale sulla cultura e lo sviluppo (La nostra diversità creativa, 1995), e della Conferenza intergovernativa sulle politiche culturali per lo sviluppo (Stoccolma, 1998).



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