Il problema vero delle biotecnologie
di Stefano Simoni Assolutamente. Io osservo e
vedo come tutto ciò sia diventato oggetto di dibattito ed è bene che sia così.
Quello che non mi sento di condividere è il clima di sfiducia nei confronti di
chi va avanti su questa strada. Io invito le persone, estremamente stimabili,
che esagerano nei toni, a rileggere i loro articoli e le loro dichiarazioni fra
20 o 30 anni. Non so se saranno contente di averle rilasciate. Vorrei ci fosse
un atteggiamento di prudenza maggiore rispetto alle condanne indiscriminate e
pregiudiziali. L’argomento è troppo importante: molte riviste di settore se
ne occupano e ormai una certa terminologia è entrata nel linguaggio comune,
specie in quello dei giovani che usano con disinvoltura espressioni come
transgenico, clonato o Dna. Modernità, nuove
frontiere delle biotecnologie e della bioetica: quali sono, secondo lei, gli
elementi di criticità? Sicuramente, uno di questi è
che le acquisizioni conoscitive che si accumulano nel settore delle
biotecnologie e le applicazioni che molto rapidamente entrano nel mercato e
nell’uso comune sono in questa prima fase molto costose. Questo può creare
problemi sia nei Paesi occidentali, sia nei Paesi in via di sviluppo dove la
sfida è portare i benefici di queste tecnologie. Un secondo elemento di
criticità è la difficoltà di comprensione che si traduce in iniquità di
accesso. Oltre ad avere un costo materiale ed economico, infatti, queste
tecnologie possono produrre una sorta di “darwinismo sociale” per cui chi sa
sfrutta le opportunità, mentre gli altri ne restano fuori. Infine ci sono gli aspetti
morali. Essendo un settore che riguarda questioni profonde nella vita delle
persone, indubbiamente si possono creare dei conflitti morali, sia tra persone
diverse, sia nella coscienza stessa dell’individuo. Come valuta le resistenze
che suscitano queste ricerche? Una certa resistenza al
cambiamento è una caratteristica tipica di ogni attività cognitiva. Non vanno
giudicate male. Fino ad un po’ di tempo fa tutte le nuove acquisizioni della
medicina non cambiavano l’orizzonte ontologico dell’uomo, le differenze
erano quantitative e non qualitative. Adesso è cambiato tutto. La vita, la
morte e la riproduzione ci pongono di fronte a scelte che dobbiamo operare, il
nostro corpo è diventato oggetto di scelte da parte di noi stessi. Io considero il settore
biotecnologico un progresso. È curioso come le obiezioni che vengono fatte
normalmente sono sempre due e sollevate contemporaneamente: da una parte si
tende a criticare l’innovazione tecnologica, dall’altra ci si lamenta che
quest’innovazione non presenti elementi di equità, cioè che ci sono delle
esclusioni. Delle due l’una: o si tratta di un progresso e dobbiamo
preoccuparci che qualcuno ne resti escluso o non si tratta di un progresso e
quindi non vedo perché dobbiamo preoccuparci che altri ne restino esclusi. C’è
un difetto logico in questo tipo di atteggiamento. La pianificazione esasperata
certamente potrebbe evitare una non perfetta applicazione delle biotecnologie
però al tempo stesso un’eccesso di pianificazione rallenta molto il processo
ponendo un problema morale diverso: noi siamo responsabili moralmente non solo
di quello che facciamo ma anche di quello che non facciamo. Lei si riferisce alle
potenzialità che possono avere le applicazioni biotecnologiche? Il tempo è un fattore
critico. Rallentare il processo in modo eccessivo con una pianificazione
pervasiva implica assumersi la responsabilità di quelli che ci sono qui e
adesso. Non vorrei passare da una situazione in cui non si tiene in alcun conto
delle conseguenze sulle generazioni future, ad una situazione in cui si agisce,
oggi, solo in funzione delle generazioni future, non assumendosi la
responsabilità morale e umana delle generazioni attuali. La prima responsabilità ce
l’abbiamo verso noi stessi, le persone che abbiamo intorno e per estensione in
senso sincronico dell’umanità di oggi. Finanziare, incentivare, perlustrare
una nuova strada che porta al farmaco biotecnologico e metterlo in commercio
prima o dopo fa una differenza enorme per le persone che sono malate oggi. C’è
un’altra pretesa, e lo dico da presidente del Comitato Intergovernativo di
Bioetica dell’Unesco, che non condivido: voler necessariamente identificare
una posizione bioetica condivisa. Credo che ci sia un pluralismo strutturale –
dovuto alla storia individuale di ognuno, alle differenze di ordine culturale,
religioso, storico tradizionale – che vada mantenuto. La bioetica condivisa può
nascere su alcuni principi fondamentali, importanti, questo è lo scopo ad
esempio della Dichiarazione Universale di Bioetica, ma non necessariamente
dobbiamo essere d’accordo sul valore dell’embrione per regolare la
procreazione medicalmente assistita, non necessariamente dobbiamo avere la
stessa filosofia per fare ricerca e trovare applicazioni nel campo delle terapie
cellulari, o sulle fonti di cellule staminali da utilizzare. Esiste un rischio
eugenetico? Chiunque abbia una cultura,
non solo scientifica, ma che abbia letto narrativa e abbia studiato un po’ di
storia, sa benissimo che l’uomo non ha avuto bisogno delle biotecnologie per
fare le mostruosità. Le mostruosità vere l’uomo le ha prodotte sempre, ma
sono cosa ben diversa. Qui si parla di progresso. Quali sono le sue
proposte? Innanzi tutto abbassare i
toni, poi capire se su determinate applicazioni riusciamo a trovare principi
comuni che ci possono guidare attraverso il dialogo, inteso come capacità di
opporsi all’altro senza pregiudizio, interloquendo da dialoganti e non da
sordi. Inoltre le istituzioni devono smettere di considerare i cittadini come
dei minus habens incapaci di autogestirsi, ma, semmai, possono
contribuire a far crescere le capacità di ciascuno ad autodeterminarsi
attraverso l’offerta di formazione. Una risorsa in questo senso è l’aumento
di consapevolezza, l’empowerment delle persone: più conosci, più capisci le
sfumature, più ti assumi responsabilità e da qui nasce una società pacifica. E lo strumento normativo? Che venga usato con più
prudenza, non come una sciabola. Si lascino le normative aperte, secondo il
modello anglosassone, da sottoporre a revisione automatica ogni tot di anni. Io
non sono tra coloro che credono che la scienza sia libera, non può esserlo, ma
la regolamentazione deve essere fatta con un modello in itinere, sottoponibile a
revisioni. Se il paziente non è in grado di decidere se si deve tagliare il
piede, non si capisce per quale motivo dovrebbe decidere per chi votare o chi
sposare. Se io non sono padrone di decidere sulla mia salute, sui rischi che
posso assumere rispetto alla mia salute, perché dovrei essere lascito libero di
decidere su altro? Il paternalismo di Stato è pericoloso e rischia di essere
eccessivamente invasivo. Quello che è veramente nuovo, non sono le
biotecnologie, ma il fatto che nel 2005 la gente decide sulla propria salute,
cosa mangiare, come vivere. Chi parte dall’idea che arriveremo a delle
mostruosità, deve spiegare come questo sia possibile, considerato che sono le
persone singole a decidere. La genetica moderna non è un programma sociale ma
è una scelta individuale, è un processo dove si ha sempre il controllo
individuale e anche un controllo democratico. Cos’è questa sfiducia nei
confronti degli scienziati, dei cittadini, dei medici? Nel
testo, ha spiegato il vicepresidente del Comitato nazionale di Bioetica, nonché
presidente del Anche
Ma
leggiamo il documento originale dell'Unesco: http://www.unesco.it/document/documenti/testi/dich_diversita.doc
UNESCO "La Conferenza Generale, Impegnata nella
piena realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali proclamati
nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell|’uomo e negli altri accordi
internazionali del 1966 relativi, rispettivamente, ai diritti civili e politici
e a quelli economici, sociali e culturali; Ricordando
che
il preambolo della costituzione dell'UNESCO afferma che ‘l'ampia diffusione
della cultura e l'educazione degli uomini alla giustizia, alla libertà e alla
pace sono indispensabili alla dignità dell'uomo e costituiscono un dovere
primario che tutte le nazioni sono tenute a rispettare in uno spirito di mutua
assistenza e interesse’; Richiamandosi
inoltre
all'art. I della Costituzione che assegna all'UNESCO, fra i vari compiti, quello
di raccomandare "gli accordi internazionali che possono essere necessari
per promuovere la libera circolazione di idee utilizzando parole ed
immagini"; In
riferimento a
quanto previsto in merito alla diversità culturale e all'esercizio dei diritti
culturali negli accordi internazionali stipulati dall'UNESCO [1]; Riaffermando
che
la cultura dovrebbe essere considerata come un insieme dei distinti aspetti
presenti nella società o in un gruppo sociale quali quelli spirituali,
materiali, intellettuali ed emotivi, e che include sistemi di valori, tradizioni
e credenze, insieme all'arte, alla letteratura e ai vari modi di vita [2]; Notando
che la cultura è il cuore dei dibattiti contemporanei che vertono sull'identità,
la coesione sociale e sullo sviluppo di un'economia fondata sulla conoscenza; Affermando
che il rispetto per la diversità fra le culture, la tolleranza, il dialogo e la
cooperazione, in un clima di fiducia e comprensione reciproca, costituiscono le
migliori garanzie per la pace e la sicurezza internazionale; Aspirando
ad una maggiore solidarietà sulla base del riconoscimento della diversità
culturale, della consapevolezza dell'unicità del genere umano e dello sviluppo
degli scambi interculturali; Considerando
che il processo di globalizzazione, facilitato dal rapido sviluppo delle nuove
tecnologie dell'informazione e della comunicazione, benché rappresenti una
sfida per le diversità culturali, crea le condizioni per un rinnovato dialogo
fra le varie culture e civiltà ; Consapevole dello
specifico mandato che è stato assegnato all'UNESCO, nel quadro
dell'Organizzazione delle Nazioni Unite al fine di assicurare la tutela e
promozione della feconda diversità delle culture; Proclama i principi che seguono e adotta la presente Dichiarazione: La cultura assume forme diverse attraverso il
tempo e lo spazio. Questa diversità si incarna nell’unicità e nella pluralità
delle identità dei gruppi e delle società che costituiscono l’umanità. Come
fonte di scambio, innovazione e creatività, la diversità culturale è
necessaria per l’umanità quanto la biodiversità per la natura. In questo
senso, è il patrimonio comune dell’umanità e dovrebbe essere riconosciuta e
affermata per il bene delle generazioni presenti e future. Nelle nostre società sempre più differenziate,
è essenziale assicurare un’interazione armoniosa e un voler vivere insieme di
persone e gruppi con identità
culturali molteplici, variate e dinamiche. Le politiche per l’inclusione e la
partecipazione di tutti i cittadini sono garanzie di coesione sociale, della
vitalità della società civile e della pace. Definito in questo modo, il
pluralismo culturale dà espressione politica alla realtà della diversità
culturale. Indissociabile da un quadro democratico, il pluralismo culturale
favorisce lo scambio culturale e lo sviluppo delle capacità creative che
sostengono la vita pubblica. La diversità culturale amplia la gamma di opzioni
aperte a tutti; è una delle radici dello sviluppo, inteso non semplicemente in
termini di crescita economica, ma anche come mezzo per raggiungere
un’esistenza più soddisfacente dal punto di vista intellettuale, emotivo,
morale e spirituale. La difesa della diversità culturale è un
imperativo etico, inseparabile dal rispetto per la dignità umana. Questo
comporta un impegno a livello di diritti umani e di libertà fondamentali, in
particolare dei diritti delle persone che appartengono a minoranze e quelli
delle popolazioni indigene. Nessuno può appellarsi alla diversità culturale
per violare i diritti umani garantiti dal diritto internazionale, né per
limitarne la portata. I diritti culturali sono parte integrante dei
diritti umani, che sono universali, indivisibili e interdipendenti. Lo sviluppo
di una diversità creativa esige la piena realizzazione dei diritti culturali
come definiti dall’Articolo 27 della Dichiarazione Universale dei Diritti
dell’uomo e dagli Articoli 13 e 15 della Convenzione Internazionale relativa
ai diritti economici sociali e culturali. Ogni persona deve così potersi
esprimere, creare e diffondere le sue opere nella lingua di sua scelta e in
particolare nella propria lingua madre; ogni persona ha il diritto ad una
educazione e ad una formazione di qualità che rispettino pienamente la sua
identità culturale; ogni persona deve poter partecipare alla vita culturale di
sua scelta ed esercitare le sue attività culturali nei limiti imposti dal
rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Oltre ad assicurare la libera circolazione di idee
attraverso parole e immagini, bisogna vegliare affinché tutte le culture
possano esprimersi e di farsi conoscere. La libertà di espressione, il
pluralismo dei media, il multilinguismo, l’accesso paritario all’arte e alla
conoscenza scientifica e tecnologica, compreso il formato digitale, e la
possibilità data a tutte le culture di accedere ai mezzi di espressione e di
diffusione sono le garanzie della diversità culturale. La creazione si basa sulle radici della tradizione
culturale, ma si sviluppa in contatto con altre culture. Per questo motivo, il
patrimonio in tutte le sue forme deve essere conservato, valorizzato e trasmesso
alle generazioni future come testimonianza dell’esperienza e delle aspirazioni
umane, in modo da incoraggiare la creatività in tutta la sua diversità e da
ispirare un dialogo autentico tra culture. A fronte del cambiamento economico e tecnologico
di questo momento storico, che apre ampie prospettive di creazione e
innovazione, bisogna prestare particolarmente attenzione alla diversità
dell’offerta di lavoro creativo, al dovuto riconoscimento dei diritti degli
autori e degli artisti come alla specificità di beni e servizi culturali che,
quali vettori di identità, valori e significati, non devono essere trattati
come semplici prodotti o merci di consumo. Oltre ad assicurare la libera circolazione delle
idee e delle opere, le politiche culturali devono creare condizioni favorevoli
alla produzione e alla diffusione di beni e servizi culturali diversificati
attraverso industrie culturali che abbiano modo di affermarsi a livello sia
locale che globale. Ogni Stato, con il dovuto riguardo ai suoi obblighi
internazionali, ha il compito di definire la sua politica culturale e di
realizzarla con i mezzi che ritiene opportuni, sia tramite sostegni operativi,
sia tramite cornici normative appropriate. A fronte degli attuali squilibri nella
circolazione e negli scambi di beni e servizi culturali a livello globale, è
necessario rafforzare la cooperazione e la solidarietà internazionale con lo
scopo di dare a tutti i Paesi, soprattutto a quelli in via di sviluppo e quelli
in fase di transizione, la possibilità di stabilire industrie culturali che
siano vitali e competitive a livello nazionale e internazionale. Le sole forze del mercato non possono garantire la
conservazione e la promozione della diversità culturale, che è la chiave dello
sviluppo umano sostenibile. Da questa prospettiva, il primato della politica
pubblica, in collaborazione con il settore privato e con la società civile,
deve essere riaffermato. L’UNESCO, in
virtù del suo mandato e delle sue funzioni, ha la responsabilità di: a)
Promuovere l’integrazione dei principi stabiliti nella presente
Dichiarazione nelle strategie di sviluppo elaborate all’interno dei vari
organismi intergovernativi; b) Servire come punto di riferimento e come forum dove gli
stati, le organizzazioni governative e non governative, la
società civile e il settore privato possano trovarsi insieme per elaborare concetti,
obiettivi e politiche in favore della diversità culturale; c)
Perseguire le sue attività per stabilire standard, stimolare la
consapevolezza e sviluppare capacità nelle aree collegate alla presente
Dichiarazione all’interno dei suoi campi
di competenza; d)
Facilitare la realizzazione del Piano di Azione, le cui principali linee
sono allegate alla Presente
Dichiarazione. Gli Stati Membri si impegnano a prendere misure
appropriate per diffondere ampiamente la “Dichiarazione Universale
dell’UNESCO sulla Diversità Culturale”, cooperando in particolare con
l’intenzione di raggiungere i seguenti obiettivi: 1.
Approfondire il dibattito internazionale su questioni connesse alla
diversità culturale, in particolare per quanto riguarda i suoi legami con lo
sviluppo e il suo impatto sulla formulazione di politiche, a livello sia
nazionale che internazionale; portando
avanti soprattutto la considerazione dell’opportunità di uno strumento legale
internazionale sulla diversità culturale. 2.
Avanzare sul fronte della definizione di principi, standard e pratiche, a
livello sia nazionale che internazionale, oltre che di
modalità di sviluppo della consapevolezza e modelli di cooperazione, che
siano piu idonei alla salvaguardia e alla promozione della diversità culturale. 3.
Incoraggiare lo scambio di conoscenze e sistemi validi riguardanti il
pluralismo culturale con lo scopo di facilitare, in società diversificate,
l’inclusione e la partecipazione di persone e gruppi provenienti da vari
percorsi culturali . 4.
Avanzare ulteriormente nel cammino verso la comprensione e la
chiarificazione del contenuto dei diritti culturali come parte integrante dei
diritti umani. 5.
Salvaguardare il patrimonio linguistico dell’umanità e offrire
sostegno all’espressione, alla creazione e alla diffusione nel numero maggiore
possibile di lingue. 6.
Incoraggiare la diversità linguistica – pur rispettando la madrelingua
– a tutti i livelli di istruzione, ovunque possibile, e incoraggiare
l’apprendimento di diverse lingue a partire dall’infanzia. 7.
Promuovere attraverso l’istruzione una consapevolezza della valenza
positiva della diversità culturale e migliorare a questo scopo sia la
programmazione che la formazione degli insegnanti. 8.
Inserire, dove appropriato, le pedagogie tradizionali nel processo
educativo con lo scopo di conservare e ottimizzare i metodi culturalmente
appropriati per la comunicazione e la trasmissione del sapere. 9.
Incoraggiare l’ “alfabetizzazione digitale” e assicurare una
maggiore padronanza delle nuove tecnologie dell’informazione e della
comunicazione, che dovrebbero essere viste sia come disciplina educativa che
come strumenti pedagogici in grado di valorizzare l’efficacia dei servizi
educativi. 10.
Promuovere la diversità linguistica nel cyberspazio e incoraggiare
l’accesso universale attraverso la rete globale a tutte le informazioni di
pubblico dominio. 11.
Contrastare il divario digitale, in stretta cooperazione con le
istituzioni competenti del sistema rilevanti delle Nazioni Unite, incoraggiando
l’accesso alle nuove tecnologie da parte dei paesi in via di sviluppo,
aiutandoli a padroneggiare le tecnologie dell’informazione e facilitando la
diffusione digitale dei prodotti culturali endogeni e l’accesso da parte di
questi paesi alle risorse digitali educative, culturali e scientifiche
disponibili a livello mondiale. 12.
Incoraggiare la produzione, la salvaguardia e la diffusione di contenuti
diversificati nei media e nelle reti globali di informazione e, a questo scopo,
promuovere il ruolo dei servizi radiotelevisivi pubblici nello sviluppo di
produzioni audiovisive di qualità, in particolare incoraggiando la creazione di
meccanismi cooperativi per facilitare la loro distribuzione. 13.
Formulare politiche e strategie per la conservazione e la valorizzazione
del patrimonio culturale e naturale, in particolare il patrimonio culturale
orale e immateriale, e combattere il traffico illegale di beni e servizi
culturali. 14.
Rispettare e proteggere la conoscenza tradizionale, in particolare quello
delle popolazioni indigene; riconoscere il contributo della conoscenza
tradizionale, soprattutto per quanto riguarda la protezione dell’ambiente e la
gestione delle risorse naturali, e incoraggiare le sinergie tra la scienza
moderna e la conoscenza locale. 15.
Incoraggiare la mobilità di creatori, artisti, ricercatori, scienziati e
intellettuali e lo sviluppo di programmi e collaborazioni di ricerca
internazionale, e allo stesso tempo impegnarsi per conservare e valorizzare la
capacità creativa dei paesi in via di sviluppo e dei paesi in transizione. 16.
Assicurare la protezione del copyright e del diritto d’autore ad esso
collegati nell’interesse dello sviluppo della creatività contemporanea e
della giusta remunerazione del lavoro creativo, e allo stesso tempo sostenere il
diritto pubblico di accesso alla cultura, in accordo con l’Articolo 27 della
Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo. 17.
Assistere la manifestazione e il consolidamento delle industrie culturali
nei paesi in via di sviluppo e nei paesi in transizione e, a questo scopo,
cooperare allo sviluppo delle infrastrutture e abilità necessarie,
incoraggiando la comparsa di mercati locali vitali, e semplificare l’accesso
ai prodotti culturali di questi paesi al mercato globale e alle reti di
distribuzione internazionale. 18.
Sviluppare politiche culturali, elaborati per promuovere i principi
contenuti nella Dichiarazione, compresi accordi di supporto operativo e/o quadri
normativi appropriati , in accordo con gli obblighi internazionali di ogni
Stato. 19.
Coinvolgere da vicino la società civile nell’elaborazione di politiche
pubbliche dirette a salvaguardare e promuovere la diversità culturale. 20.
Riconoscere e incoraggiare il contributo che il settore privato può
offrire per valorizzare la diversità culturale e facilitare a questo scopo la
creazione di forum di dialogo tra il settore pubblico e quello privato. Gli Stati Membri raccomandano che il Direttore
Generale prenda in considerazione gli obiettivi stabiliti in questo Piano di
Azione nella realizzazione dei programmi dell’UNESCO e comunichi questi ultimi
alle istituzioni facenti parte del sistema delle Nazioni Unite e ad altre
organizzazioni intergovernative e non governative interessate, al fine di
rafforzare la sinergia delle azioni in favore della diversità culturale. 1.
Tra queste, in particolare, l’Accordo di Firenze del 1950 e il suo
Protocollo di Nairobi del 1976, la Convenzione Universale sui diritti d’autore
del 1952, la Dichiarazione dei Principi della Cooperazione culturale
internazionale del 1966, la
Convenzione sui mezzi per proibire e impedire l’importazione, l’esportazione
e il trasferimento di proprietà illegali di beni culturali (1970), la
Convenzione per la protezione del patrimonio culturale e naturale mondiale del
1972, la Dichiarazione dell’UNESCO sulla razza e sui pregiudizi razziale del
1978, la Raccomandazione riguardante lo status dell’artista del 1980, e la
Raccomandazione sulla salvaguardia della cultura tradizionale e popolare del
1989. 2.
Questa definizione è in linea con le conclusioni della Conferenza
mondiale sulle politiche culturali (MONDIACULT, Città del Messico, 1982),
della Commissione mondiale sulla cultura e lo sviluppo (La nostra
diversità creativa, 1995), e della Conferenza intergovernativa sulle
politiche culturali per lo sviluppo (Stoccolma, 1998).
IDENTITÀ DIVERSITÀ PLURALISMO
Articolo 1 – La diversità culturale: il patrimonio comune
dell’umanità
Articolo 2 – Dalla diversità culturale al pluralismo culturale
Articolo 3 – La diversità culturale come fattore di sviluppo
DIVERSITÀ CULTURALE E DIRITTI
UMANI
Articolo 4 – I diritti umani come garanzie della diversità culturale
Articolo 5 – I diritti culturali come ambiente favorevole alla diversità
culturale
Articolo 6 – Verso un accesso alla diversità culturale per tutti
DIVERSITÀ CULTURALE E
CREATIVITÀ
Articolo 7 – Il patrimonio culturale come fonte principale della
creatività
Articolo 8 – Beni e servizi culturali : dei prodotti unici
Articolo 9 – Le politiche culturali come catalizzatori della creatività
DIVERSITÀ CULTURALE E SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE
Articolo 10 – Rafforzare le capacità di creazione e di diffusione a
livello mondiale
Articolo 11 – Istituire collaborazioni fra il settore pubblico, il
settore privato e la società civile
Articolo 12 – Il ruolo dell’UNESCO