FISICA/MENTE

 

Nel pieno dell'estate si è sviluppato su il manifesto un dibattito per alcuni versi surreale. Ne parlo non tanto per affermare in breve alcune cose, quanto per lasciarmi cadere le braccia rispetto ad una persona ritenuta una testa pensante della sinistra, tal Massimo Serafini. E' evidente che, se anche persone come lui, hanno una tale confusione in testa sulla conoscenza del nucleare, allora tanto vale ritirarsi a vita privata perché, se questi sono gli amici, figuratevi gli altri.

Nel sito ho tentato di spiegare in un modo che ritengo accessibile ad ogni persona di buona volontà le peculiarità dei reattori a fusione nucleare e come essi si distinguano radicalmente da quelli a fissione nucleare. Naturalmente tali spiegazioni non erano dirette ai Serafini che, se non fossero stati distratti dall'anno 1975 quando ci lasciavano nel ghetto degli ecologisti mentre loro facevano i politici, avrebbero avuto il tempo per sapere di tutto di più. Ebbene lor signori andavano ramenghi nella politica dei principi lasciando a noi il triste compito di portare acqua al carro dell'informazione tecnico-scientifica (che ha sempre fatto un poco di schifo a coloro che continuano a soffrire di un idealismo recondito). A questo punto io, da vecchio antinucleare (spiego a Serafini che con ciò intendo: contrario ai vecchi reattori nucleari a fissione ed al loro essere importati chiavi in mano dagli USA), farei salti di gioia di fronte al realizzarsi almeno in via sperimentale di un reattore a fusione controllata. Sarebbe la soluzione infinita ad ogni problema energetico e di inquinamento (osservo a parte che con l'energia pulita prodotta da tali reattori si potrebbe pensare alla produzione su larga scala di idrogeno per l'autotrazione con ricadute inimmaginabili rispetto ai gas serra, alle polveri sottili, eccetera). Ho detto energia pulita e devo precisare: non esiste energia pulita che si voglia raccogliere in modo concentrato (per intenderci, mentre è pulita l'energia dal Sole così come la riceviamo non lo è più se la indirizziamo in centrali solari che abbisognano di impiantistica e di sistemi di trasformazione oltre all'area occupata dalla centrale stessa che viene perciò stesso sottratta al naturale irraggiamento dal Sole; anche l'energia idroelettrica non è pulita se solo si pensa ai grandi bacini che vengono sottratti al ciclo naturale; e così via). Rispetto all'inquinamento prodotto da piccole dosi di radioattività che non hanno i tempi biblici delle scorie di una centrale a fissione, si può affermare che una centrale a fusione, almeno nei progetti che oggi conosciamo e che si sperimentano, è quanto di più pulito si possa pensare e realizzare. A questo punto occorre però dire che ciò non deve cullarci in una attesa salvifica. A lato dell'energia a questo mondo serve un modo diverso di produzione, più delocalizzato e meno fondato su mostruosi impianti. La qualità della vita lo richiede. Occorre una rivoluzione, almeno culturale, che metta fine alla rincorsa al profitto. Ed in tal senso è auspicabilissimo che da subito si mettano in campo tutte le energie, diverse dai combustibili fossili, di cui si dispone. Oggi un contributo importantissimo in tal senso può venire all'Italia dai pannelli solari piani(°) per la produzione di acqua calda per usi domestici (sanitari e riscaldamento) e dallo sfruttamento delle biomasse (rifiuti organici di ogni tipo che producono anche spontaneamente metano). Per sfruttare queste alternative è già indispensabile un cambiamento di mentalità e di modo di concepire la vita: l'edilizia deve cambiare, gli edifici mostruosi attuali devono lasciare il posto ad abitazioni da integrare nell'ambiente con l'utilizzazione (previe ricerche in tal senso) di materiali isolanti per non disperdere ciò che è prezioso. Insomma l'energia ed il tipo di società vanno a braccetto, è utopistico pensare ad una cosa separatamente dall'altra.

Riguardo all'affermazione di Panarella che costruisce una centrale a fusione in Basilicata in 5 anni, sembra una boutade di Panariello. Non si capisce perché non ha proceduto in tal senso in Canadà nei molti anni in cui ha lavorato in quel Paese. O si capisce un'altra cosa: che il personaggio ci ha letto sulla varia stampa internazionale come quelli che hanno ancora la sveglia al collo e l'anello al naso, disponibili a pagargli un'aurea pensione con un giochino che lo divertirebbe tanto.

Comunque stiano le cose noi in Italia ne usciamo sempre male. Ed io dico: soprattutto perché anche un giornale come il manifesto pende dalle sciocchezze dello zio d'America.

Roberto Renzetti

(°) Devo dire a Serafini che se vuole mettere in moto una lavatrice o un forno elettrico non vi è Sole che tenga. Occorrerebbero impianti giganteschi anche perché anche gli altri, oltre a Serafini, vorrebbero usare la lavatrice.


 

Da "Il Manifesto" del 18 agosto 2005

Ferrandina atomica, la futura Los Alamos
Fusione calda per produrre energia nucleare. Pulita? Dubbi tra gli scienziati
ANTONIO MASSARI


Nucleare: il grande ritorno? In programma - per ora - c'è una centrale nel cuore della Basilicata: «Datemi 35 milioni di euro e trasformerò la piccola Ferrandina nella nuova Los Alamos», dice lo scienziato Emilio Panarella. Non è un caso che abbia scelto la cittadina lucana: Panarella è nato proprio a Ferrandina, 72 anni fa, poi s'è trasferito in Canada, dove tuttora è uno studioso accreditato. A Ottawa ha fondato la Fusion reactor technology e oggi non nasconde l'entusiasmo: «Tra cinque anni la centrale sarà pronta». Di soldi ne ha raccolti pochi ma tra accordi, promesse e incontri eccellenti, può dirsi ottimista: «In Italia avremo il primo reattore a termofusione calda controllata: il primo al mondo». Energia atomica, professore? «Atomica, certo». Ma l'Italia ha bocciato il nucleare con un referendum. «Gli italiani hanno bocciato l'energia nucleare a fissione, non quella a fusione. Non volete il nucleare pericoloso, quello con l'uranio, che è poco controllabile e ha generato il disastro di Chernobyl». Il suo, invece, è nucleare sicuro? «Innanzitutto, uranio non ce n'è. Supponiamo poi che la macchina diventi improvvisamente matta: si spegne da sola. Come un fiammifero che cade nell'acqua: possiamo costruirlo in una città senza alcun pericolo».

Il punto è che vuole costruirlo a Ferrandina, in Basilicata, a due passi da Scanzano, dove due anni fa hanno bloccato mezza Italia perchè non volevano un deposito di scorie.

Hanno detto «sì»

«Nessun problema», risponde Panarella. «A Ferrandina sono d'accordo. Pensi che il sindaco ha persino destinato un'area per il progetto. Nel bosco. Ho anche le foto: silenziosa, l'ideale per studiare e lavorare, con una gran bella vista sulla valle del Basento». E la Regione, che dice? «D'accordo pure loro: Filippo Bubbico, quand'era presidente, mi ha assicurato la massima disponibilità. Sono certo che anche il nuovo presidente, Vito De Filippo, è disponibile ad aiutarmi e l'anno scorso ho stretto un accordo con l'Università di Potenza. Vede, quello che manca, in questo momento, sono soltanto i soldi. Ma il vice-ministro per le Attività produttive, Adolfo Urso, per quanto ne so, è disponibile».

E allora: Ferrandina come Los Alamos, la culla dell'atomica? Il progetto potrebbe partire da un momento all'altro. Almeno sulla carta. «Lo seguiamo da un paio d'anni», conferma Mario Cospito, che del sottosegretario Urso è consigliere per gli affari internazionali. «Il comune è disponibile per le strutture, la regione è pronta a fornire l'assistenza finanziaria e può usare anche i fondi comunitari: ora c'è bisogno di solo un ok. E io le assicuro che il ministro è d'accordo: il governo è disponibile a investire».

Disponibile anche la Regione: «Due anni fa ho espresso la massima disponibilità e non capisco perché il progetto non sia ancora partito», dice Filippo Bubbico, presidente del consiglio regionale. «Il professore è accreditato - continua - merita tutta la nostra attenzione. Quand'ero presidente di regione precisai il quadro in cui doveva muoversi: l'attività di ricerca da un lato e un programma operativo nazionale dall'altro. Non basta una persona fisica: ci vuole un soggetto industriale: siamo disponibili a finanziare una parte del progetto, ma non c'è ancora l'interlocutore industriale».

E potrebbe arrivare presto. A Ferrandina, infatti, è appena nato un comitato: due volte a settimana c'è una appuntamento in audio conferenza con il professor Panarella. «Stiamo costituendo la società - dice l'ingegner Iandoli - e definendo il business plan, lo strumento con cui presenteremo l'iniziativa agli enti. I tempi sono prossimi: un mese al massimo e dovremmo farcela». Costituita la società, con l'appoggio dichiarato del governo, finalmente si potrebbe metter mano al portafogli. «Ripeto - precisa il professor Pannarella - non si tratta di una grossa cifra: trenta, trentacinque milioni di euro al massimo. E potremo accendere la lampadina». E già, perché questi trentacinque milioni - ammesso che si trovino - in fondo serviranno «soltanto» ad accendere una lampadina da dieci watt. E' l'interruttore che costa: per accenderla ci vuole un'intera centrale nucleare. «Una lampadina da 10 watt accesa per dieci minuti. Non di più. Sarebbe un risultato enorme: capisce? Avremmo vinto la corsa. Poi potremo continuare, costruire un reattore molto più grande, esportare la nostra tecnologia. Vedrà. Ferrandina - come si dice dalle nostre parti - sarà on the map. Sarà visibile sulla mappa, conosciuta in tutto il mondo, e io - che a Ferrandina sono nato - sarò felicissimo di aver dato tutto questo al mio paese».

A qualcuno piace caldo

Ma proviamo a capire cosa sia la fusione calda. «E' quella che avviene nel sole oppure nelle stelle», continua Pannarella. «In natura abbiamo esempi di reattori a fusione che ci hanno fornito energia senza alcun fastidio». Avviene anche nella bomba a idrogeno. «Sì, la fusione calda avviene anche nella bomba H, ma quella è un'altra storia». La storia è che due nuclei leggeri di un atomo, urtandosi, creano un nucleo più pesante che libera energia. Ora: se non la controlli produce un effetto devastante (la bomba H), se invece è controllata produce energia punto e basta. I nuclei più leggeri sono deuterio e tritio (isotropi dell'idrogeno). E a questi ultimi s'è dedicata la ricerca mondiale. Ma c'è un problema: per fonderli - visto che parliamo di fusione - deuterio e tritio dovrebbero quantomeno avvicinarsi. Il punto, però, è che sono entrambi di segno positivo e quindi, invece di attrarsi, si respingono. Il sistema ci sarebbe: portare l'idrogeno a temperature elevatissime. L'atomo diventa nudo, cioè privo di elettroni, e l'unione può avvenire quando il gas diviene plasma. Ma i problemi non sono finiti.

Innanzitutto, bisogna fare in modo che il plasma resti tale per il tempo necessario a far scoppiare una scintilla. In secondo luogo, bisogna trovare un recipiente che possa contenerlo, considerata la sua elevatissima temperatura. E qui gli scienziati italiani si dividono su due metodi: c'è chi punta sul tokamak, una macchina a forma di ciambella che confina il plasma grazie a un gioco di campi magnetici e chi, come il professor Pannarella, invece punta sul plasma focus. Ed è con questo che vuole accendere la sua lampadina.

Uno storico pareggio

«Esatto: il problema è trovare il punto di pareggio», continua Panarella. «Mi spiego meglio: se attacco alla spina 100 watt e, una volta che li ho infilati nel mio reattore, me ne ritrovo ancora 100, allora vuol dire che sono in pareggio. Ma se ottengo un pareggio posso pure pensare a un guadagno (e in 50 anni non ci ancora siamo riusciti). Se ottengo un guadagno di 10 watt, se nel reattore i watt saranno 100 più 10, allora potrò accendere la lampadina». In altre parole avrà prodotto energia. «Giusto: se posso produrne 10 watt, allora posso produrne quanta ne voglio. E da cosa l'avrò prodotta? Dall'idrogeno. Cioè una fonte praticamente illimitata, di bassissimo costo, perché rinvenibile nell'acqua e inesauribile per almeno un milione di anni». Addio petrolio. «Di più: addio guerre». E per tutto questo basterebbero 35 milioni di euro? «Sì, perché il mio è un progetto piccolino. E' solo una dimostrazione. So come risparmiare: la turbina, per esempio, non vogliamo certo costruirla. La compriamo dalla General Eletric: ci fornisce giusto quella ci serve, quella da un megawatt. Costa 2 milioni di euro. Per ora ce la danno. Poi, se l'esperimento funziona, ci guadagneranno anche loro: in azioni, per esempio. Io voglio costruire solo la parte sperimentale: il plasma focus. Per il resto, compro tutto».

Facciamo la lista. «C'è da comprare uno scambiatore di calore, una turbina, un generatore elettrico e le componenti ausiliarie. Costo? Diciamo 10 milioni di euro». E gli altri 25? «Il costo del lavoro incide parecchio: il fattore tempo è importante, non ha senso arrivare al reattore in 25 anni. Noi entro 5 anni l'avremo realizzato: quindi il gruppo di lavoro deve essere altamente qualificato, con scienziati soprattutto italiani. Diciamo che 4 milioni all'anno, per cinque anni, servono a coprire le spese del personale». E siamo a 30 milioni. «Facciamo 35 per tenerci un po' larghi. Poi il comune di Ferrandina ci ha assicurato strutture, strade, allacciamento della luce e del telefono. E questo è già un bel risparmio». E quanto sarà grande, questo reattore? «Un edificio con un piano rialzato».

Fusione calda o calda illusione?

«Il progetto del professor Panarella io non lo conosco, ma posso assicurarvi che di fusione calda se ne parla dagli anni Cinquanta e ogni volta ci dicono: fra tre anni si farà».

E' scettico Marcello Cini, che è stato ordinario di Fisica teorica e Teorie quantistiche all'Università La Sapienza di Roma e, nella sua attività di ricerca, s'è occupato di particelle elementari e fondamenti della meccanica quantistica: «Per quanto ne so, sono stati spesi fiumi di soldi e la sua realizzazione mi sembra ancora lontanissima».

Il professor Panarella dice che si tratta di nucleare sicuro. «Di quale sicurezza stiamo parlando? Non possiamo parlare di rischi perché è tutto prematuro. Prima bisogna vedere la fattibilità. Per il momento gli unici esempi di fusione calda restano il sole e la bomba H: come si possano tenere sotto controllo queste temperature ancora non lo sappiamo. Non è risolto il problema del contenimento del processo di fusione, che deve avvenire senza contatto con le pareti del reattore, altrimenti il rischio, volendo semplificare, è che l'intero reattore non funzioni. Che si sciolga. E comunque, si produce ugualmente radioattività».

L'unica scoria, infatti, sarebbe l'intero reattore, poiché è bombardato dalla radioattività per tutta la sua esistenza. «Questo è un modo di affrontare il problema dell'energia poco promettente - conclude Cini - Esistono soluzioni più a portata di mano: il risparmio e l'uso delle energie rinnovabili, che sono più economiche e con impatto irrilevante sull'ambiente»

La corsa italiana

Ma il professor Panarella tira dritto: «Non vorrei che questo prototipo fosse costruito altrove: è un progetto che coltivo dal 1973. All'inizio ero un po' scoraggiato, credevo che con l'Italia non ci fosse nulla da fare, ma poi, ripresi i contatti con il mio paese, mi sono detto: è qui che voglio realizzarlo. L'entusiasmo c'è, sono tutti d'accordo: il sindaco, l'Università, la regione e ora anche il governo sembra convinto». Sembra un sogno, professore. «Nessun sogno: cinque anni e questo reattore l'avremo realizzato. Sarà il piccolo sole di Ferrandina, la Los Alamos del futuro». Sempre che qualcuno non arrivi prima. Perché in Italia, oltre il professor Emilio Pannarella da Ottawa, c'è già un progetto a Frascati (Enea) e, soprattutto, il professor Bruno Coppi, scienziato mantovano trapiantato a Boston, che da trent'anni lavora al progetto Ignitor. Nel resto d'Europa, invece, scalpita il progetto «Iter», finanziato da russi, americani, giapponesi ed europei: sarà costruito in Francia. Se mai sarà costruito.


Chi è Panarella


Nato a Ferrandina (Matera) nel 1933, il professor Emilio Panarella ha lavorato al lungo per il Cnr. Laureato in Astrofisica a Napoli, lascia l'Italia nel 1964, per trasferirsi in Canada e della «fusione termonucleare calda controllata» inizia a occuparsi nel 1974. Da quel momento non ha mai abbandonato il suo progetto.

Ha fondato a Ottawa una società: la Fusion reactor technology che il 14 luglio 2004 ha stretto un accordo quadro con l'Università della Basilicata. Insieme collaboreranno nel campo della ricerca con l'obiettivo di costruire a Ferrandina il primo prototipo mondiale di reattore nucleare a fusione calda controllata.

La Fusion reactor technology, intanto, da tempo lavora con i «raggi X molli», un sottoprodotto della fusione nucleare. 
La sua azienda, Alft,sta finendo di allestire la macchina che permetterà ai costruttori di microchip di sfornare processori ultrapotenti e ai pc di fare il salto  generazionale che gli attuali circuiti non riusciranno mai a fare, per via dei limiti della tecnologia al laser con cui vengono costruiti. Alla Alft, invece si lavora con i "raggi X molli", perché " Sono la via più promettente per velocizzare il sistema nervoso degli elaboratori". Ovvero per scavalcare il reame dei gigahertz e arrivare a quel terahetz di capacità che ai profani dice poco o nulla, ma per gli addetti ai lavori è una specie di Sacro Graal. I semiconduttori  saranno di due tipi -1) specialistico, composto dai microprocessori all'arsenurio di gallio, più adatti alle comunicazioni e adottati anche dai militari. -2) al silicio.

L'idea di realizzare il progetto a Ferrandina parte nel 2003, ma l'annuncio ufficiale della costruzione di un prototipo nella cittadina lucana arriva l'11 marzo 2005, da Washington, durante l'appuntamento biennale organizzato da Panarella proprio sullo stadio della ricerca nel campo della fusione nucleare calda.

«In Italia sta nascendo una nuova società: la Fusion reactor technology Italia», annuncia Panarella, che presenta anche un plastico dell'edificio in cui avrà luogo la ricerca.


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/20-Agosto-2005/art71.html 

Ignitor, il nucleare «caldo» del governo
Dalla Lucania al Piemonte, come la lobby dell'atomo vuole riaprire la partita
ANTONIO MASSARI


La folle corsa italiana verso la fusione nucleare non rallenta. Anzi: gli scienziati premono e i politici, soprattutto quelli del centrodestra (ma anche alcuni del centrosinistra), incalzano. «L'ultimo pezzo lo stanno saldando in queste ore: è la bobina del magnete toroidale», spiega il professor Bruno Coppi, scienziato italiano trapiantato al Mit di Boston. Coppi è sicuro: «Ignitor», il prototipo del reattore nucleare a fusione calda, si farà. E due: dopo il prototipo annunciato dallo scienziato Emilio Panarella, che dovrebbe essere realizzato a Ferrandina (Basilicata), questa volta l'incubo si sposta in Piemonte. «A Caorso o a Rondissone», dice Coppi, che sulla fusione lavora dal 1971. «Tre o quattro anni e sarà pronto. Ho avuto assicurazioni dai ministeri per l'Ambiente e per le Attività produttive. E' d'accordo anche il viceministro per la Ricerca, Guido Possa». Per quanto riguarda Possa, quello con il professor Coppi non sarebbe l'unico accordo in ballo.

Pensiero stupendo

A quanto pare Guido Possa si muove anche per riattivare le vecchie centrali di Caorso e Trino. Quelle, per intenderci, bocciate con il referendum del 1987. I fondi? Potrebbero essere recuperati da quelli già stanziati per la Sogin, la società che si dovrebbe occupare, invece, di smantellare le centrali. I capofila di questa operazione sarebbero, oltre Guido Possa (Fi), proprio il ministro alle Attività produttive Adolfo Urso (An), il sottosegretario leghista Roberto Costa e quello all'Ambiente Roberto Tortoli (Fi). Tutti convinti di riattivare ciò che il referendum dell'87 sembrava aver seppellito per sempre.

Ma torniamo a «Ignitor», al professor Coppi e al suo progetto. E' una storia tutta italiana: italiano lo scienziato, sebbene viva a Boston, italiana la tecnologia, italiani i soldi investiti e da investire. Il ministro Altero Matteoli è intervenuto solo sei mesi fa: «Se il nucleare ci fa paura, non dobbiamo temerne la ricerca», ha detto, prima di spiegare che il progetto Ignitor si potrebbe tranquillamente realizzare a Caorso, appunto, dove la vecchia centrale - almeno in teoria - è in via di smantellamento. E se questi sono gli input del centrodestra, non mancano gli assist del centrosinistra. Il deputato della Margherita Gianfranco Morgando l'8 luglio 2004 ha presentato un disegno di legge proponendone la costruzione: quattro articoli che ancora giacciono in Parlamento e che potrebbero essere rispolverati con la nuova legislatura.

Ignestein

Intanto Ignitor è virtualmente in vita. Una sorta di Frankestein: chiuso in laboratorio nell'attesa che qualcuno attacchi la presa. «Esiste il prototipo in scala 1-1 per ogni componente della macchina», continua Coppi. «Ogni pezzo è stato costruito, ma in una sola unità: è come se avessimo tutti gli organi di un essere umano, ma soltanto uno per volta. Ora non resta che produrli in serie e il progetto può partire». E a Rondissone tremano: 1.600 firme raccolte e già consegnate a luglio. «Se provano a costruirlo, qui come altrove, alziamo le barricate», annuncia Giampiero Godio, responsabile del settore energia per Legambiente Piemonte. E a quanto pare, prima o poi, ci proveranno. Oppure no. Perché è da 24 anni che questa storia si ripete: una giungla sterminata di piccole e grandi decisioni. Un esempio? Il viavai di sedi potenziali: Ispra, Saluggia, Rondissone, Leri Cavour, Caorso. E soprattutto un cumulo di fondi stanziati nelle finanziarie.

Il fantasti(liardi)co mondo di Ignitor

«Quanto è costato Ignitor? Non lo so», risponde Coppi. Parliamo di soldi pubblici. «Lo so. Ma non so neanche dirle quanto è stato finanziato fino a oggi. Se non sbaglio, intorno ai 166 miliardi di lire». Per portarlo a termine, dicono, ne servirebbero altri 500. «Falsità», replica Coppi. «Non le dico quanto, ma si tratta di molto meno».

Questa storia inizia più di vent'anni fa, durante un periodo di grande crisi per la Fiat che, però, annunciò: «Siamo interessati al progetto: offriamo la nostra collaborazione e la nostra disponibilità per realizzarlo in Piemonte». E' il 30 giugno del 1981. Quattro mesi dopo arriva il «sì» del governo: il costo del progetto è stimato intorno ai 30 miliardi di lire. La localizzazione? Vercelli. La Fiat mette a disposizione un'area attrezzata nel comprensorio di Saluggia.

Nel 1986 la stima dei costi sale a 50 miliardi di lire. Il ministro socialista Fabio Fabbri auspica l'intervento della Cee. Da Bruxelles giunge l'assenso: quattro miliardi stanziati dalla commissione. Il sole di Ignitor ormai splende in tutta l'Europa. Neanche il referendum sul nucleare riesce a fermarlo: nel 1987 i socialisti chiedono che i fondi destinati al progetto "Superphoenix" (nucleare a fissione) confluiscano sul progetto di Coppi e, nell'88, Euratom ed Enea affidano al consorzio Fiat-Ansaldo l'esecuzione del progetto: arrivano così 14 miliardi di lire. E il preventivo continua a salire: ora oscilla tra i 150 e i 300 miliardi. L'obiettivo: «Produrre energia solo per brevi istanti e dimostrare che la fusione è possibile», spiegava all'epoca Coppi. Due anni dopo, con la Finanziaria dell'89, l'Italia stanzia 60 miliardi e nel 1993 lo scienziato annuncia: «Alcuni pezzi di Ignitor sono in costruzione: l'esperimento potrebbe iniziare fra tre anni». Ma i tre anni passano e il professor Coppi torna a battere cassa: «Abbiamo bisogno di 300-350 miliardi». Così, l'anno dopo, all'Enea viene assegnato un contributo di altri 30 miliardi. E nel 1994 Forza Italia insorge: «Per Ignitor, di miliardi, ne sono già stati spesi 44».

Facciamo un po' di conti: sono passati dodici anni, non è stato costruito quasi nulla, ma è certo che abbiamo speso tredici miliardi in più di quelli prestabiliti, nel 1981, per il progetto finito.

Ignitor versus Iter...

Nel frattempo, però, sullo scenario mondiale è spuntato un rivale ingombrante: «Iter», il più grande reattore a fusione calda mai ipotizzato. Se mai si realizzerà, avrà i suoi natali in Francia: Caradache, per la precisione. Nato nel 1985, il progetto Iter celebrava un nuovo corso delle relazioni internazionali tra Usa e Urss. E i suoi padrini, infatti, furono proprio Reagan e Gorbaciov. Vent'anni dopo la Francia, che da sempre punta sul nucleare, lo scippa al Giappone. Siamo al luglio di quest'anno, quando, con la scelta di Caradache, si chiude una lunga battaglia che ha visto di fronte due schieramenti: da un lato Ue, Russia e Cina, che sostenevano la candidatura francese, dall'altro Usa, Corea del Nord e Giappone, che premevano per la sede nipponica. Un investimento di dimensioni mondiali, considerato che tutti questi paesi contribuiranno economicamente alla realizzazione di «Iter», che costerà almeno 10 miliardi di euro. E se Chirac gioisce per la vittoria, gli ambientalisti annunciano battaglia: troppo pericoloso, dicono. E a ragione, visto che sui rischi di questo mastodontico reattore nessuno è ancora in grado di fare previsioni concrete.

Della lunga avanzata di Iter, però, Coppi s'accorge in tempi non sospetti. E a metà anni `90 si ribella: «Il ministero ha insabbiato 29 miliardi e 900 milioni stanziati dal governo nel 1994: Ignitor, per il quale sono stati già spesi 27 miliardi di lire (ma non erano 44?, ndr), viene lasciato cadere nel dimenticatoio». E ottiene un nuovo finanziamento: 20 miliardi. Ma da allora Ignitor cade nell'oblio

...O Enea versus Ignitor?

«Mi risulta che il professor Coppi abbia ricevuto notevoli finanziamenti - commenta Massimo Scalia, fisico, ambientalista e convinto antinuclearista - Eppure, ma faccio riferimento alla ricerca sulla fusione calda in generale, siamo in ritardo di trent'anni: diciamo che è stata una delle più grandi toppe italiane. Sono state investite somme colossali che hanno rappresentato una grande commessa per l'industria elettromeccanica, ma nessuno prevede di vedere un reattore prima dei trent'anni».

E infatti, in tutta questa storia, c'è un punto che non quadra: Coppi non è l'unico, in Italia, a occuparsi della fusione calda, a dimostrazione che la sirena del nucleare è sempre stata molto attiva. A Frascati, infatti, l'Enea lavora a un progetto simile: si chiama Ftu e - come quello di Coppi - punta alla costruzione di un tokamak, cioè la macchina all'interno della quale viene confinato il plasma combustibile. La fusione di deuterio e tritio, infatti, presenta un problema: i due nuclei hanno la stessa carica elettrica, quindi si respingono, e per poterli fondere bisogna arrivare a una temperatura di diversi milioni di gradi. E allora sorgono dei dubbi: perché l'Italia da oltre 20 anni finanzia due progetti quasi identici? Perché l'Enea, a Frascati, impegna circa 800 tecnici sul Ftu mentre su Ignitor, invece, i tecnici sono solo una quindicina? E soprattutto: come mai, nonostante i soldi stanziati e l'intervento di Fiat Avio e Ansaldo, il progetto non è mai stato realizzato?

Il sospetto è che tra l'Enea e Bruno Coppi non corra buon sangue: forse l'ambiente scientifico lo sente come una sorta di «corpo estraneo». Fonti riservate spiegano che dall'Enea il progetto Ignitor è soltanto tollerato: «Per tre motivi. Primo: perché c'era già il Ftu, anche se questo non si propone (come Ignitor, invece) l'"ignizione", cioè l'accensione. Secondo: perché Ignitor è sempre stato "spinto" dai politici degli anni Ottanta e Novanta e, in particolare, dalla vecchia sinistra Dc. Terzo: perché l'Ignitor, l'Enea, non saprebbe dove piazzarlo». Non sembra un caso, quindi, che il progetto da vent'anni stia migrando per mezzo Piemonte. E questo insospettisce il consigliere regionale dei Verdi Enrico Moriconi, che già una volta è riuscito a bloccare una legge regionale per la costruzione di Ignitor: «Se il progetto fosse valido, si sceglierebbe una sede, quella più adatta, punto e basta. Se invece ogni volta se ne sceglie una diversa, allora nasce il sospetto che il business, per intenderci, conti più della ricerca stessa».

Il punto è che Ignitor migra, ma sempre e solo in Piemonte. Il professor Coppi la spiega così: «Solo a Caorso o Rondissone abbiamo centrali elettriche abbastanza potenti per innescare il processo d'accensione». Ma il motivo potrebbe essere un altro: è soprattutto in Piemonte che Ignitor ha i suoi protettori politici. Figli e pronipoti della vecchia sinistra Dc. D'altronde Paolo Detragiache, stretto collaboratore di Coppi, è il figlio di un vecchio notabile democristiano, Angelo Detragiache, che, nel 2003 a Torino, in un seminario tenutosi a Palazzo Barolo, indicava «Ignitor» come un settore imprenditoriale d'eccellenza. Il punto, però - e questo la dice lunga sull'eccellenza del settore - è che il grande consorzio (Fiat Avio-Ansaldo-Brown Boveri) è svanito: per la componentistica, a quanto pare, non resta che l'Ansaldo. E poi c'è ancora bisogno di soldi: «Fino al `99 - continua il Verde Moriconi - le banche a cui sono stati richiesti dei finanziamenti hanno declinato l'invito». Ma adesso Ignitor ha un nuovo amico che, con le banche, ha molto da spartire.

Un amico che viene dalla «Terra»

«Si chiama Edoardo Boggio Sella - conclude Moriconi - ed è un cugino dei banchieri Sella». Pare che la scintilla tra Coppi e Sella sia scoccata nel 2000. In breve tempo Sella diventa l'amministratore della Ignitor srlc. E' anche un ambientalista: socio, a quanto pare, degli Amici della terra che, sul proprio sito, si fregiano d'essere stati i «promotori del movimento antinucleare in Italia». E infatti: «L'Ignitor? Non lo vogliamo né qui né altrove», sintetizza Vito Buda, presidente del club torinese. Che aggiunge, cascando dalle nuvole: «Edoardo Boggio Sella è un nostro socio? Ed è anche amministratore delegato della Ignitor srlc?». E adesso qualcosa si muove: «Una fonte riservata dell'Enea dice che ci stanno riprovando», conferma Moriconi, convinto che «ormai questo progetto è solo un'etichetta per ottenere fondi».

E un amico che arriva da Biella


Intanto, poche settimane fa, l'ente è stato commissariato. L'ex presidente Carlo Rubbia denuncia un «dramma gestionale», accenna a «un branco», parla di «uno scontro tra un gruppo compatto di sette consiglieri di esplicita nomina ministeriale da una parte e uno scienziato senza connotazione politica dall'altra». In altre parole, chiede chi deve comandare: se lui oppure il Cda nominato dai partiti. La risposta è netta: da luglio il premio Nobel per la Fisica non è più presidente dell'Enea.

Il consiglio dei ministri nomina un commissario straordinario, Luigi Paganetto, docente di Economia a Torvergata, e gli affianca due vice: Corrado Clini e il leghista Claudio Regis, un uomo dei partiti, appunto (proiettato nel Cda Enea a fine 2003), che ha definito Rubbia «sonoro incompetente in materia d'ingegneria». E se le referenze scientifiche di Regis lasciano perplessi, le sue dichiarazioni non lasciano dubbi: sulla Padania scrisse che era necessario puntare sulla fusione calda. E commentò: «E' sconcertante la preferenza data al progetto Iter, a scapito del progetto Ignitor».

Ora che Rubbia è lontano e lui è diventato vicepresidente, ci domandiamo: Regis avrà forse cambiato idea? E' più facile ipotizzare il contrario: il professor Coppi sembra aver finalmente trovato un suo uomo all'Enea. E «Ignitor» potrebbe finalmente trovare nuovi finanziamenti, continuando a migrare in cerca di una sede nel Piemonte. Inclusa Caorso, che il centrodestra, oramai, è deciso a riesumare.

(2 - fine. La prima puntata è stata pubblicata giovedì 18 agosto)


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/20-Agosto-2005/art67.html

CARTA BIANCA (lettere a il manifesto)


Più che scettico

Cari direttori, sul manifesto di giovedì c'è un servizio di un'intera pagina sul progetto di costruzione a Ferrandina di una «centrale a fusione nucleare». Avevo spiegato al giornalista che mi ha telefonato un paio di settimane fa, che consideravo la notizia del tutto inattendibile. Dopo cinquant'anni di tentativi falliti e centinaia di miliardi di dollari spesi, non si è ancora arrivati nemmeno a risolvere il problema del contenimento di un plasma alla temperatura di migliaia di gradi senza entrare in contatto con le pareti del reattore. Figuriamoci se a Ferrandina ci riescono in cinque anni, con una spesa di 35 milioni di euro. La presentazione del mio punto di vista al termine dell'articolo sotto forma di semplice «scetticismo», non rispecchia perciò pienamente la mia assoluta convinzione che il progetto non possa essere oggetto di un dibattito serio. Nel caso che questa convinzione non fosse stata espressa in modo sufficientemente netto ci tengo a ribadirla pubblicamente. Vi ringrazio per l'ospitalità.

Cordialmente.
Marcello Cini


Invece di una lampadina

Non credo sia giusto che un giornale come il manifesto, che da oltre venti giorni ospita sulla prima pagina la pubblicità dell'energia solare, (anche se come quasi tutta la stampa non ha informato dell'approvazione del decreto con cui si introduce anche in Italia il sistema tedesco di incentivazione del solare) ospiti poi per un malinteso diritto di cronaca un'intera pagina a favore della fusione nucleare. Credo sia evidente che non siamo di fronte a un generico e astratto dibattito scientifico, su cui va garantita un'informazione neutra, ma a uno scontro politico durissimo su quale alternativa energetica deve essere progettata al petrolio e più in generale ai combustibili fossili, che sappiamo, oltre a costare sono causa del disastro climatico, nonché di guerre e terrorismo.

Molto schematicamente l'alternativa, su cui è indispensabile spendersi e decidere da che parte stare, è fra fonti rinnovabili e rilancio del nucleare. Due parole sul merito. Sono molte le ragioni che sconsigliano questa scelta della fusione. La più semplice e immediata è di democrazia e libertà. Ospitare, infatti, sul proprio territorio il nucleare, compresa la fusione calda, richiede misure di sicurezza notevoli, decisioni non partecipate e tanti controlli. Inoltre questo progetto non crea lavoro, se non per qualche ricercatore. Se si aggiungono a queste obiezioni quelle espresse giovedì sul manifesto da Marcello Cini, dovrebbero esserci motivi sufficienti per indurre il sindaco di Ferradina e il presidente della regione lucana a non spendere nemmeno un euro in quest'impresa improbabile. Una prospettiva di cinque anni per verificare la fattibilità del progetto rende molto più concreto progettare e finanziare un'uscita dai combustibili fossili attraverso scelte di efficienza e risparmio energetico e sviluppando le fonti rinnovabili.

Optare per questa soluzione significa diffondere nel paese democrazia e partecipazione (di cui c'è tanto bisogno), perché si alimenta un modello energetico distribuito sul territorio, che sfrutta le fonti di cui questo è ricco favorendo la partecipazione e il protagonismo delle popolazioni. Sappiamo che l'unica barriera che ostacola la diffusione delle fonti rinnovabili non è di fattibilità, ma di natura economica. Ed allora chiedo: perché buttare trentacinque milioni di euro per costruire un prototipo, quando con le stesse risorse si potrebbero diffondere, da subito, risparmio energetico e fonti rinnovabili? Perché investire milioni di euro per accendere una lampadina da 10 watt, quando con poche migliaia di euro si possono diffondere milioni di lampadine? E ancora perché non usare queste risorse per incentivare la diffusione nei grandi ospedali o nei supermercati della microcogenerazione e trigenerazione, o per un programma massiccio di rottamazione degli elettrodomestici inefficienti con quelli a risparmio energetico? E infine perché non finanziare progetti che consentano una riqualificazione energetica del nostro inefficientissimo patrimonio abitativo? Un'indagine del Ministero dell'ambiente, di qualche anno fa, diceva che sviluppando programmi di risparmio ed efficienza energetica sarebbe possibile, ora e non fra cinque anni, ridurre il fabbisogno di petrolio, a parità di servizi offerti, del 40, 50 per cento, creando anche centinaia di migliaia di posti di lavoro qualificati e duraturi. Così come sarebbe più utile al paese e al suo clima spendere quei trentacinque milioni di euro per diffondere le tecnologie che producono calore ed elettricità sfruttando i raggi del sole, ingabbiando la forza del vento, utilizzando le biomasse, o il piccolo idroelettrico o la geotermia.

Nei prossimi mesi l'unione di centro sinistra dovrà definire il programma. Penso che il tipo di scelta energetica che compierà ci darà la misura del cambiamento strutturale che intende introdurre nel paese. Evitiamo dunque di confondere le idee e facciamo sì che questo giornale contribuisca a far prevalere una scelta «solare» e di risparmio energetico.


Massimo Serafini




Un'altra Scanzano è possibile

Gentile redazione del manifesto, vi ringraziamo per le notizie divulgate con l'articolo «Ferrandina atomica, la futura Los Alamos» di giovedì scorso.

E' una promessa. Come volontari dell'Associazione antinucleare ScanZiamo le scorie siamo pronti, nel caso in cui dovesse iniziare un progetto di nostra vecchia conoscenza, con lo stesso spirito della civile e pacifica protesta popolare che ha caratterizzato il popolo della Basilicata nel novembre 2003, a bloccare i lavori per la costruzione di un centro di ricerca sulla fusione nucleare nel e con la disponibilità del comune di Ferrandina o qualsiasi altro ente. Non possiamo tollerare nessun altro esperimento in campo di nucleare sul nostro territorio dopo la grave esperienza dell'impianto Itrek della Trisaia. Siamo favorevoli alla ricerca ma non possiamo essere delle cavie. In merito a tali studi ci sono altri progetti di fama internazionale, Iter, Ignitor, Ads, che hanno portato, con notevoli difficoltà nel reperire le risorse finanziarie, pochi contributi per la risoluzione del problema energetico. Confidiamo nel buon senso dei cittadini. Siamo sicuri che un'altra Scanzano si possa «fare»
Donato NardielloPres. dell'Ass. antinucleare ScanZiamo le scorie


FERRANDINA
Sorpresa: in Basilicata insorge Forza Italia


«Il presidente De Filippo chiarisca o smentisca». Strana linea, quella di Forza Italia sull'energia: filonuclearisti a livello nazionale, antinuclearisti in scala regionale. E così, mentre il forzista Guido Possa, sottosegretario per la Ricerca, in Piemonte punta su Ignitor e Caorso, in Basilicata un membro del suo stesso partito si ribella all'idea del nucleare: «Abbiamo appreso dal Manifesto - dice il consigliere regionale Franco Mattia - che a Ferrandina vorrebbero costruire una centrale alimentata da un reattore a termofusione calda controllata e tutto questo non può che alimentare le nostre preoccupazioni». Oltre le preoccupazioni, una lunga serie di perplessità: «Da quella scientifica, sulla cosiddetta "sicurezza" del controllo, a quella ambientale, dalla salute pubblica a quella, infine, rappresentata dal terrorismo nazionale». Il consigliere insomma chiede chiarimenti al presidente della regione Vito De Filippo (che sino ad oggi, però, ha dichiarato di non aver avuto rapporti con il promotore del progetto, lo scienziato Emilio Panarella) e all'ex «governatore» Filippo Bubbico, che invece s'era mostrato disponibile all'iniziativa. Un chiarimento o una smentita. Ma nel frattempo smentisce la linea del suo partito: pur non volendo «entrare nel merito scientifico della produzione del nucleare», ricorda che si tratta di una «opzione bocciata da un referendum popolare, per cui viene spontaneo chiedersi quale beneficio potrebbe derivarne per la nostra regione. Non ci appassiona un primato scientifico da conquistare a costi così alti». Forse non appassionerà lui. Ma in Forza Italia, altri pare proprio di sì.


intervista

«Energia pulita? E' una leggenda»
Parla Franco Piperno, dell'università di Cosenza: sarebbe una catastrofe
ANT.MAS.


Che la fusione calda controllata, come viene definita dai suoi sostenitori, sia energia nucleare pulita non è assolutamente un fatto scontato. Al contrario: «I problemi esistono eccome: credo che in tutti questi anni abbiamo avuto modo di imparare abbastanza per sapere che la fusione calda non va realizzata». E' chiaramente contrario Franco Piperno, fisico, docente all'Università della Calabria e assessore al comune di Cosenza.

Il professor Bruno Coppi dice che il suo progetto, chiamato «Ignitor», potrebbe essere realizzato presto in Piemonte. Dal Canada, invece, lo scienziato Emilio Panarella ha annunciato accordi con l'università e intese con il governo per la costruzione di un prototipo in Basilicata. Esiste una lobby della fusione nucleare calda?

Sicuramente in Italia s'è formata una lobby scientifica sulla fusione calda e il professor Bruno Coppi è uno dei suoi maggiori esponenti. Ma già negli anni Settanta l'Italia era legata a questa ricerca, perché c'era un forte interesse sia dal punto di vista militare, sia dal punto di vista energetico. Il punto è che l'Italia, negli anni Settanta, non ha mai avuto una propria politica scientifica. Diciamo che ha sempre seguito gli Stati Uniti.

E infatti il professor Coppi lavora a Boston, nel Mit. Ma quali sarebbero, professore, i reali problemi legati alla fusione calda?

Premettiamo che tuttora mancano le condizioni tecniche per realizzarla: il tokamak per esempio, cioè il contenitore che dovrebbe contenere il plasma in cui avviene la fusione, dovrebbe raggiungere temperature astrali. Stiamo parlando di temperature che in natura, volendo semplificare, esistono soltanto nel sole e nelle stelle.

Supponiamo che Ignitor, oppure Iter, riescano a realizzarla: i loro fautori sostengono che si tratta di nucleare pulito, secondo lei invece che succede?

Innanzitutto peggioreremmo l'effetto serra, che è dato dal rapporto tra anidride carbonica e vapore acqueo. Se è vero che un reattore di questo tipo non produce anidride carbonica, è altrettanto vero che produce un'enorme quantità di vapore acqueo. Quindi l'equilibrio sarebbe alterato comunque. E questo, rispetto al nucleare, a mio avviso non è il principale dei problemi: comunque preferirei una leggera variazione del clima rispetto ai residui radioattivi. E sta di fatto che, sebbene in misura limitata, anche le centrali a fusione calda ne producono.

Però c'è altro che la preoccupa.

Credo che queste centrali, se mai saranno realizzate, rappresenterebbero una grande violenza per la Terra. Un processo sconosciuto di cui potremo valutare gli effetti solo tra molti secoli: volendo semplificare, date le temperature necessarie, è come se stessimo impiantando delle stelle sul nostro pianeta. Un intervento davvero invasivo: a mio avviso sarebbe più devastante che bruciare l'Amazzonia. E poi c'è un problema di natura, come dire, militare.

In che senso?

Poniamo il caso che in Italia si decida di costruire centrali nucleari a fusione calda: non potremmo installarne più di quattro o cinque, immagino, e dipenderemmo fortemente da un'unica fonte d'energia. E infine, come potremmo proteggere queste centrali? Mi riferisco ai problemi di sicurezza, visto che il processo alimentato potrebbe risultare catastrofico. L'unica soluzione è una militarizzazione impressionante intorno alle centrali e ai loro territori. Un ennesimo, drammatico stravolgimento.


 

il manifesto - 30 Agosto 2005

CARTA BIANCA

Ancora sul nucleare

Gli articoli «Ferrandina atomica, la futura Los Alamos» e «Ignitor, il nucleare «caldo» del governo» di Antonio Massari (il manifesto del 18/8 e 20/8) segnalano una serie di incongruenze e di problemi connessi con i progetti di ricerca sulla «fusione calda», ma allo stesso tempo offrono un'informazione scientifica quanto meno discutibile. Su tutto aleggia l'equivoco sulla «lobby dell'atomo, che vuole riaprire la partita» dopo il referendum del 1987. Non entriamo nella discussione su questo tema, ma dobbiamo rimarcare che, a parte un cenno del professor Panarella, non si richiamano le fondamentali differenze tra fissione nucleare (utilizzata nelle attuali centrali) e fusione nucleare (di cui si vuole dimostrare la fattibilità come sorgente di energia). Per la natura stessa del processo, in un reattore a fusione non potranno avvenire rilasci incontrollati di energia, la circolazione di materiale radioattivo sarà nettamente inferiore a quella di un reattore a fissione, le scorie saranno costituite dal solo reattore, i rischi di proliferazione nucleare saranno marginali, e verranno impiegati «combustibili» con disponibilità praticamente illimitata. Questi aspetti, oltre al costo crescente dell'energia e alle preoccupazioni per i cambiamenti climatici, motivano la ricerca sulla fusione, a lungo termine e con esito positivo non scontato, con investimenti notevoli, ma comunque nettamente inferiori a quanto stimato dal professor Cini (a livello mondiale nel passato trentennio, decine, non centinaia di miliardi di dollari). Stupiscono poi, alcune affermazioni del professor Piperno («Energia pulita? E' una leggenda», il manifesto del 20/08). Il processo da utilizzare nei reattori, lungi dall'essere «sconosciuto», è noto da sessant'anni e descritto persino in testi liceali. La temperatura «astrale» necessaria per la fusione (cento milioni di gradi, più di cinque volte maggiore della temperatura al centro del sole) è stata ottenuta in vari laboratori. Quasi ridicole appaiono poi le considerazioni sull'effetto serra (le emissioni di vapore acqueo, a parità di energia prodotta, saranno al più paragonabili a quelle di una centrale solare termica), sulla lobby scientifica Usa (Europa e Giappone investono oggi sulla fusione più degli Usa), sulla militarizzazione del territorio (la richiedono forse impianti industriali di analoga complessità e dimensione, quali centrali idroelettriche o industrie farmaceutiche?).

Stefano Atzeni, dipartimento di Energetica, università di Roma La Sapienza; Fulvio Cornolti, dipartimento di Fisica, università di Pisa; Andrea Macchi, Infm-Cnr, dipartimento di Fisica, Pisa; Francesco Ceccherini, Infm-Cnr, dipartimento di Fisica, Pisa




Stroncatura immotivata

Gentile redazione, ho letto con perplessità le dichiarazioni del professor Cini pubblicate il 20 agosto scorso. Mi è sembrata una stroncatura immotivata e senza appello, non solo del progetto Ferrandina, ma della fusione calda in genere. Mi chiedo: ma è possibile che veramente non è stato ancora risolto il problema del confinamento del plasma in un reattore? Ma allora tutti i colleghi fisici e ingegneri che lavorano su Iter sono dei pazzi scatenati?

Cordiali saluti.
Alfonso M. Esposito




Energia pulita, una fiaba?

«La folle corsa italiana verso la fusione nucleare non rallenta», si apre così il vostro secondo super articolo sulla fusione nucleare. Devo dire che come vostro abbonato sono profondamente deluso dalle due pagine di giovedi e sabato sull'argomento. La faziosità con cui avete deciso di trattare la questione è esemplare. Sembrava di assistere a un servizio del tg1 di Mimun: la risposta della «comunità scientifica» è in entrambi i casi affidata a due fisici ambientalisti entrambi contrari facendo così credere che a parte una «lobby dell'atomo» la restante parte della comunità scientifica sia contraria alla fusione e che il fatto che sia «energia pulita» è una «leggenda». Nel secondo articolo poi si cerca di ridurre tutta la questione a una tipica storia italiana di interessi e tornaconti politici e di utilizzare un assioma tuttaltro che ovvio anche per un elettore della sinistra radicale: «idee appoggiate dalla destra = male». Come se le scoperte scientifiche possano essere di destra o di sinistra.

La fusione è probabilmente l'unica soluzione su lungo periodo alla crescente domanda di energia elettrica e all'esaurimento di idrocarburi. E' miope pensare che con l'eolico e il solare si riesca a soddisfare l'attuale domanda ed è assurdo credere che sia possibile una riduzione (a livello mondiale) dei consumi nel momento in cui paesi con centinaia di milioni di abitanti sono in piena crescita industriale. Se poi consideriamo che vogliamo passare nel futuro a macchine a idrogeno (prodotto da idrolisi dell'acqua) e magari anche a riscaldamenti elettrici per le case diventa difficile pensare che si possa ridurre la domanda di corrente elettrica. Alcune delle obiezioni di Franco Piperno fanno davvero ridere, sembrano frasi per spaventare i bambini: «queste centrali rappresenterebbero una violenza per la terra» oppure «è come se stessimo impiantando delle stelle sul nostro pianeta». E' triste constatare che il manifesto, difensore a spada tratta della ricerca scientifica quando si parlava di referendum sulla procreazione, diventi il capofila dell'oscurantismo quando si parla di fusione nucleare. Mi dispiace che invece di fare luce su una questione che, sul lungo periodo, «potrebbe» risolvere i problemi energetico-ambientali cari alla sinistra, si utilizzino come clave parole chiave come «nucleare», «scorie» e «radioattività» con il solo risultato di aumentare analfabetismo scientifico e diffidenza verso la scienza. Ne è prova la lettera «Invece di una lampadina», vero e proprio manifesto contro la ricerca scientifica. Avete perso una buona occasione per aprire una discussione seria su un possibile punto del programma del centro sinistra.


Andrea Rizzi



Un'altra Scanzano è possibile

Gentile redazione del manifesto, vi ringraziamo per le notizie divulgate con l'articolo «Ferrandina atomica, la futura Los Alamos» di giovedì scorso.

E' una promessa. Come volontari dell'Associazione antinucleare ScanZiamo le scorie siamo pronti, nel caso in cui dovesse iniziare un progetto di nostra vecchia conoscenza, con lo stesso spirito della civile e pacifica protesta popolare che ha caratterizzato il popolo della Basilicata nel novembre 2003, a bloccare i lavori per la costruzione di un centro di ricerca sulla fusione nucleare nel e con la disponibilità del comune di Ferrandina o qualsiasi altro ente. Non possiamo tollerare nessun altro esperimento in campo di nucleare sul nostro territorio dopo la grave esperienza dell'impianto Itrek della Trisaia. Siamo favorevoli alla ricerca ma non possiamo essere delle cavie. In merito a tali studi ci sono altri progetti di fama internazionale, Iter, Ignitor, Ads, che hanno portato, con notevoli difficoltà nel reperire le risorse finanziarie, pochi contributi per la risoluzione del problema energetico. Confidiamo nel buon senso dei cittadini. Siamo sicuri che un'altra Scanzano si possa «fare»
Donato NardielloPres. dell'Ass. antinucleare ScanZiamo le scorie




L'unica cosa, dei due servizi sulla fusione, che francamente a me appare un po' ridicola, non sono le obiezioni di Cini e Piperno al progetto, ma l'affermazione che in quattro o cinque anni si riuscirà e con pochi soldi, a realizzarlo. Lascio a Marcello Cini e a Franco Piperno decidere se vale la pena di replicare alle considerazioni che li riguardano, contenute nelle lettere che pubblichiamo.

I due
reportage cercavano di informare sui due progetti di fusione che si cerca di avviare in Basilicata e Piemonte, sui sostegni politici che hanno ottenuto, ma anche sulle contestazioni che hanno incontrato. E' quindi ovvio che entrambi i pezzi contenessero i diversi e contrapposti punti di vista. Non capisco perché ci si stupisca, addirittura accusandolo di faziosità, per il fatto che il manifesto «simpatizzi e parteggi» per chi si oppone a questi progetti e contemporaneamente sostenga che è meglio concentrare le risorse sulle fonti rinnovabili e il risparmio energetico.

E' noto a tutti che il giornale fu fra i protagonisti della battaglia contro il nucleare dando un contributo importante alla vittoria del
referendum che, cancellò dal paese le centrali esistenti e quelle previste. Ma fece questa battaglia non opponendosi mai ai programmi di ricerca, compresi quelli sulla fusione o sui reattori intrinsecamente sicuri. Quindi per quanto riguarda la ricerca la posizione del giornale e mia è che essa non solo va sostenuta, ma che la consideriamo l'elemento decisivo e su cui far leva per tirare fuori il paese dalla crisi in cui è precipitato. Ma dobbiamo credo intenderci su un punto. Sarà anche vero che la ricerca non è né di destra né di sinistra, ma, così come la scienza, le scelte su cosa ricercare non sono neutre (consiglio la lettura dell'ottimo pezzo di Marcello Cini al riguardo, uscito sul manifesto di mercoledi). Essa deve quindi rispondere a un progetto, in base al quale si scelgono le priorità di ricerca e soprattutto le varie scelte e opzioni vanno sottoposte a rigorose valutazioni costi e benefici.

Nel mio cosiddetto «manifesto contro la ricerca» (lettera del 20 agosto scorso) in realtà optavo solo per un altro progetto di ricerca in base al quale ritenevo fosse molto meglio concentrare le risorse disponibili, anziché sui due progetti italiani sulla fusione (a me pare sia sufficiente partecipare al progetto mondiale sulla fusione che partirà in Francia), sulle fonti rinnovabili o sulla ricerca dei nuovi materiali e delle tecnologie dell'efficienza e del risparmio energetico. Mi perdoni Andrea Rizzi, utopia per utopia, ritengo che i decenni che servono per realizzare la fusione, penso siano più che sufficienti per rendere possibile e credibile un'alternativa ai combustibili fossili e al nucleare, fusione compresa, basata sulle risorse solari e su usi più intelligenti e efficienti dell'energia.


Massimo Serafini




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