La Bomba, sessant'anni
dopo
Quarantatré secondi.
di Roberto Arduini
In quarantatré secondi, neanche un minuto, è praticamente scomparsa una
città, con i suoi abitanti, le loro vite, gli edifici, gli animali, i
documenti, la storia dei secoli passati. Centocinquantamila persone sono
letteralmente svanite, vaporizzate, liquefatte. La causa è stata una bomba
atomica costruita dall’uomo. Che, non contento, ha ripetuto l’apocalisse tre
giorni dopo. Sono queste le due bombe atomiche, lanciate dagli americani sulle
città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki il 6 e il 9 agosto 1945.
Hiroshima
Il 6 agosto 1945 era una giornata molto calda. Erano le 8.15 di mattina quando
dal cielo cadde la prima bomba atomica nella storia dell’umanità. La grande
bomba color arancio-nera esplose 580 metri sopra la città. Hiroshima era una
città di 240.000 abitanti, molti dei quali stavano cominciando la loro giornata
lavorativa. Un lampo di luce purpurea avvolse tutto il centro cittadino, seguito
da una assordante esplosione e una potente onda che riscaldava l’aria mentre
si espandeva.
La temperatura dell'aria al punto di esplosione raggiunse subito molti milioni
di gradi Celsius (la temperatura massima delle bombe convenzionali è
approssimativamente 5.000 gradi Celsius). Alcuni milionesimi di secondo dopo
l’esplosione una palla infuocata apparve in cielo, mentre si amplificava il
colore bianco tutt’intorno. L’incandescente palla infuocata, dopo 1/10.000
di secondo, raggiunse un diametro di 28 metri e una temperatura di 300.000 gradi
Celsius; la radiazione fu rilasciata in tutte le direzioni. Il colpo di vento
liberò un'onda d'urto di incredibile pressione. La temperatura al terreno
raggiunse quella della superficie del sole, e una nuvola con la forma di un
fungo gigante si alzò dalla città.
L’“onda d'urto”
generata si propagò a una velocità di 1300 chilometri orari, 3 chilometri al
secondo, e rase al suolo 70.000 dei 76.000 edifici cittadini. Nel raggio di tre
chilometri dall’ipocentro, tutte le forme di vita furono distrutte e tutte le
proprietà abbattute e bruciate. Il calore seguì l’andamento della pressione
incendiando macerie e superstiti. Scuole, ospedali, uffici pubblici, mercati,
tutto distrutto. In pochi attimi Hiroshima era stata distrutta e quasi il 70%
della sua popolazione era morta o in fin di vita. Morirono subito oltre 140mila
persone e altre decine di migliaia erano sfigurate e malate a causa delle
radiazioni. Le radiazioni gamma della bomba avevano danneggiato i tessuti di
tutto il corpo di chi vi era stato esposto direttamente.
Nagasaki
Esattamente due minuti dopo mezzogiorno di giovedì 9 agosto 1945, tre giorni e
tre ore dopo la distruzione di Hiroshima, un'altra bomba fu lanciata su
Nagasaki. Quarantasette secondi più tardi la bomba esplose sulla vallata
industriale di Urakami, nei sobborghi settentrionali, con la forza di
ventiduemila tonnellate di tritolo, quasi una volta e mezza più potente della
bomba su Hiroshima. Il bersaglio originale avrebbe dovuto essere Kokura,
centosettanta chilometri a nordest, ma la città era coperta da una spessa
coltre di nubi. L’ipocentro dell’esplosione era quasi direttamente sopra la
fabbrica d’armi Mitsubishi. La bomba distrusse la fabbrica e uccise circa
74.000 persone. Com’era accaduto a Hiroshima, non vi fu alcun allarme. Le
sirene cominciarono a suonare sette minuti dopo l’esplosione. Le colline
intorno la città confinarono l’esplosione che, sebbene più forte di quella
di Hiroshima, causò meno morti e meno danni.
Il Giappone si arrese il 10 Agosto 1945, quattro giorni dopo Hiroshima. La seconda guerra mondiale era finita, ma l’“Era atomica” era appena cominciata. Sebbene le vittime del bombardamento atomico ricevettero poca attenzione nel primo dopoguerra, in parte a causa della censura americana durante il periodo di occupazione, un nuovo genere di letteratura a arte cominciò ad emergere nel momento in cui finì l’occupazione.
Sessant'anni dopo
Sessant’anni dopo, la bomba continua a fare le sue vittime e, nonostante i
proclami, l’era atomica non è ancora finita. Rimangono in tutto il pianeta più
di 30.000 testate nucleari, sufficienti a distruggere il pianeta tutto intero 25
volte. Il numero totale delle vittime è, ad oggi, di 226.870 persone, con
perdite annue di poco inferiori a 5.000 persone. Dopo 60 anni, si stima che
siano ancora 285.000 gli hibakusha (i colpiti dalle radiazioni gamma del
“maledetto fungo”, come i superstiti chiamano la bomba).
Nagasaki, il reportage
censurato da McArthur
Quattro articoli del primo
giornalista straniero a entrare a Nagasaki dopo l'esplosione atomica sono
riemersi 60 anni dopo a Roma con un drammatico racconto della città «resa un
deserto dalla guerra» e dei suoi abitanti colpiti dalle radiazioni.
Con le impressionanti descrizioni delle vittime della misteriosa malattia “X”, i servizi di George Weller del defunto Chicago Daily News avrebbero potuto influenzare l'opinione pubblica americana sul futuro dell'atomica ma non raggiunsero mai i suoi lettori: furono infatti inghiottiti dalla censura militare del generale Douglas MacArthur a Tokyo. MacArthur in persona ordinò di intercettare gli articoli e di non restituire al loro autore gli originali.
Le loro copie in carta carbone sono però state ritrovate dal figlio di Weller, Anthony, nell’appartamento romano del padre: per anni dopo la guerra il giornalista americano era stato, con base a Roma, il corrispondente dal Medio Oriente e dai Balcani del giornale di Chicago. Premio Pulitzer nel 1943, nel dopoguerra trasmetteva i suoi dispacci dall'ufficio romano dell'agenzia Upi, Weller è morto due anni fa a San Felice Circeo alla veneranda età di 95 anni. In questi giorni il quotidiano giapponese Mainichi Shinbun ha cominciato a pubblicare a puntate il suo scoop da Nagasaki: uno scoop rimasto inedito per sei decenni.
Inizialmente elogia la bomba
George Weller aveva ottenuto in maniera rocambolesca lo scoop che non vide mai
la luce: arrivato in Giappone con la prima ondata di soldati e reporter
all'inizio di settembre, aveva deciso di rompere subito le regole della censura
a cui obbedivano i suoi colleghi “conformisti” e, senza permesso, si era
recato nell'isola di Kyushu per visitare un' ex base di kamikaze. Di li,
fingendosi un ufficiale Usa era riuscito a entrare a Nagasaki tre giorni prima
dei suoi altri colleghi.
Gli articoli mostrano un radicale e impressionante cambiamento di opinione di Weller una volta arrivato nella città rasa al suolo dall’atomica, un voltafaccia che anticipa il successivo malessere di gran parte dell’opinione pubblica negli Usa e nel mondo durante l’era nucleare.
In un primo servizio datato Nagasaki 8 settembre 1945, due giorni dopo esser arrivato clandestinamente nella città dichiarata da MacArthur “off limits” ai reporter, il giornalista inneggia all’”efficacia della bomba come strumento militare”, ne loda l’uso “selettivo e giustificato” a Nagasaki e non parla affatto delle conseguenze delle radiazioni sulla popolazione. Ma solo poche ore dopo, visitando due ospedali, Weller resta sconvolto da quel che si presenta davanti ai suoi occhi: la misteriosa malattia “X” che continua a uccidere uomini, donne e bambini apparentemente in buone condizioni fisiche un mese dopo l'inferno atomico, alcuni con le braccia e le gambe coperte da piccoli puntini rossi a macchie.
Il mistero della malattia “X”
«La malattia della bomba atomica, incurabile perché non curata e non curata
perché non diagnosticata, continua a rubare vite. Uomini, donne e bambini senza
sintomi esterni di ferite muoiono ogni giorno negli ospedali, alcuni dopo aver
girato illesi per tre o quattro settimane pensando di essere scampati”, si
legge nel secondo articolo della serie. Scrivendo a un mese dalla devastazione
provocata dalla bomba “Fat Man”, Weller descrive una donna in un ospedale «che
giace lamentandosi con la bocca annerita e rigida come se si fosse slogata la
mandibola, e dunque incapace di pronunciare chiaramente le parole”, con le
gambe e le braccia coperte dalle tipiche macchie.
«Tutti i sintomi sono simili», dice un medico giapponese al reporter: «Riduzione dei globuli bianchi, costrizione della gola, vomito, piccole emorragie sotto la pelle. Tutto questo accade quando vengono date grosse dosi di raggi Roentgen. Ai bambini cadono i capelli. Ma ci vogliono parecchi giorni».
Macarthur voleva il merito della vittoria
Anthony Weller, il figlio del giornalista e romanziere che vive in
Massachusetts, ha rivelato che fu uno delle grandi delusioni di suo padre che
queste storie, “un vero scoop”, non vennero mai pubblicate: «MacArthur
voleva tutto il merito per aver vinto la guerra, non voleva che il merito
andasse a qualche scienziato del New Mexico», ha detto Anthony alla rivista
online Editor
and Publisher. Il generale rimase intoccabile anche dieci anni, quando
propose al presidente Truman, che rifiuterà, di sganciare altre bombe A sulla
Corea del Nord e la Cina comunista.
Secondo il figlio di
Weller un'altro motivo della censura si può trovare nel desiderio di non far
trapelare al mondo gli effetti delle radiazioni: «Gli articoli avrebbero
offerto il resoconto di un testimone oculare in un momento in cui il popolo
americano ne aveva acutamente bisogno». Così il mondo e l’America persero
l’occasione di ascoltare da questo straordinario reporter quanto letale
fossero state le due bombe, che provocarono 250mila morti a Hiroshima, 170mila a
Nakagaski e «spettri vaganti senza capelli», «bambini con le labbra nere»
che camminavano da soli in mezzo al «fetore dei cadaveri», con addosso un
ineluttabile destino di morte lenta e dolorosa.
Le lettere inedite sui
dubbi di Einstein
A
sessant’anni dal quel tragico agosto del 1945, quando Hiroshima e Nagasaki
furono devastate dall’esplosione delle prime due bombe nucleari della storia,
vengono rese note due lettere di Albert Einstein, in cui emerge il suo enorme
rammarico per non aver potuto evitare che una tale tragedia fosse compiuta.
Il padre della teoria della relatività, alla base della fabbricazione della bomba atomica, ebbe una corrispondenza con Seiei Shinohara, un amico filosofo giapponese, conosciuto in Germania e morto nel 2001. È stata la vedova Shinora ad aver voluto rendere pubbliche le lettere per portare avanti la causa antinucleare, dondole all'Hiroshima Peace Memorial Museum.
«Condanno totalmente il
ricorso alla bomba atomica contro il Giappone, ma non ho potuto fare niente per
impedirlo», scrive il premio Nobel della fisica, due anni prima della sua
morte,
avvenuta nel 1955.
Le lettere, scritte fra il 1953 e il 1954, quasi dieci anni dopo il tragico evento, dimostrano come Einstein sentisse ancora il bisogno di giustificarsi. E dell'anno successivo il celebre Il Manifesto Russell-Einstein. In effetti, fin dal 1905 i lavori del grande fisico ebreo, che dovette poi fuggire dalla Germania nazista, permisero di avviare lo sviluppo dell'industria dell'atomo. Tra gli studiosi che si impegnarono in questo campo c’era anche l’italiano Enrico Fermi, emigrato negli Stati Uniti dopo la promulgazione delle leggi raziali. Nel 1939 Einstein scrisse al presidente statunitense Franklin D.Roosevelt, preoccupato che la Germania potesse dotarsi della terribile arma. Tuttavia più volte cercò di esortare il presidente americano affinché abbandonasse il cosiddetto Progetto Manhattan, ma invano. Nel giugno del ’45 l’impero di Hitler era ormai sconfitto. Alcuni di coloro che a Los Alamos avevano lavorato al progetto, tormentati dai dubbi circa l’impiego futuro della loro scoperta, consegnarono al ministro della Guerra Henry Stimson un rapporto nel quale sconsigliavano l’uso della bomba atomica e suggerirono una dimostrazione incruenta dell’arma. Roosvelt, che proveniva dai raffinati ambienti bostoniani, era morto da poco, il 12 aprile, e gli era succeduto il suo vice, il democratico Hatty Truman, figlio di un contadino del Missouri che, più schematico nelle proprie convinzioni, non ascolto le loro parole. Poco più tardi sulle due città giapponesi furono lanciate le due bombe atomiche.
Scioccato per l'orrore provocato, il filosofo giapponese Shinohara decise di inviare una lettera di critiche al fisico: «Credo che Einstein abbia reagito con una certa irritazione alle parole di mio marito», ha spiegato la vedova. Il premio Nobel rispose infatti sulla difensiva, sostenendo che in alcune circostanze, ovvero quando si è costretti da un nemico che minaccia te e il tuo popolo, l'uso della forza è necessario.
Fu in una successiva
lettera all'amico giapponese che il fisico ammise che la sola consolazione per
la fabbricazione delle bombe nucleare fu che il loro effetto dissuasivo avrebbe
avuto valore con il tempo, e che la sicurezza internazionale si sarebbe trovata
rafforzata.
L'Enola Gay vola
ancora
di Manlio Dinucci
«La superfortezza volante B-29 della Boeing era il più sofisticato bombardiere
della Seconda guerra mondiale. Il 6 agosto 1945 essa sganciò su Hiroshima, in
Giappone, la prima arma atomica usata in combattimento»: così si legge sulla
targa davanti all'Enola Gay esposto al Museo aerospaziale Smithsonian a
Washington. Non tutti i visitatori, però, si sono limitati ad ammirare il
bombardiere che, splendidamente restaurato, costituisce il fiore all'occhiello
del museo. Il «Comitato per una discussione nazionale sulla storia nucleare e
la politica attuale» ha lanciato una petizione, firmata da centinaia di
esponenti del mondo universitario, in cui chiede che, insieme all'Enola Gay,
vengano «esposte foto e materiali che mostrino i danni inflitti dalla bomba
atomica sganciata da questo aereo». La proposta è stata però bocciata dalla
direzione del Museo con la motivazione che la descrizione dell'Enola Gay deve
essere semplicemente tecnica.
Non è però un fatto tecnico, obietta il Comitato, che la bomba sganciata dal più sofisticato bombardiere della Seconda guerra mondiale abbia provocato la morte, solo nel primo anno, di 140mila persone, per il 65% donne, bambini e anziani che non avevano alcuna connessione con la guerra. In realtà Truman ordinò l'impiego della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki non solo per salvare vite americane, come recita la storia ufficiale, ma per conseguire due obiettivi strategici: costringere il Giappone ad arrendersi agli Usa prima che l'Urss partecipasse alla sua invasione penetrando nel Pacifico; acquisire una netta superiorità militare sull'Urss e tutti gli altri paesi. Iniziò così la corsa agli armamenti nucleari.
La polveriera nucleare
Tra il 1945 e il 1991 (l'anno in cui la disgregazione dell'Urss segna la fine della guerra fredda), vennero fabbricate nel mondo oltre 128mila testate nucleari: di queste, 70mila dagli Stati uniti, 55mila dall'Unione sovietica. La corsa non si limitò alle due superpotenze: con l'aiuto diretto e indiretto degli Stati uniti, prima la Gran Bretagna, poi Francia, Israele e Sudafrica si dotarono di armi nucleari. Entrarono nel «club nucleare», in tempi e modi diversi, anche Cina, India e Pakistan. Si accumulò così nel mondo un arsenale nucleare che, negli anni Ottanta, raggiunse i 15mila megaton.
Per avere un'idea della sua potenza basti pensare che gli effetti distruttivi della irradiazione termica e dell'onda d'urto di una bomba nucleare da 1 megaton (un'arma di media potenza, pari a quella di 1 milione di tonnellate di tritolo) si estendono circolarmente fino a 14 km. Se a esplodere è una bomba da 20 megaton, l'area di distruzione si estende circolarmente fino a oltre 60 km. A questi si aggiungono gli effetti delle radiazioni. Il maggior numero di vittime viene provocato dal fallout, ossia dalla ricaduta radioattiva. Dopo lo scoppio di una bomba da 1 megaton, le persone sono sottoposte a dosi mortali di radiazioni in un'area di circa 2.000 km2 e a dosi pericolose in un'area di circa 10.000 km2.
Si è creata in tal modo, per la prima volta nella storia, una forza distruttiva che può cancellare dalla faccia della Terra, non una ma più volte, la specie umana e quasi ogni altra forma di vita.
L'occasione perduta
Con la fine della guerra fredda, il mondo si è trovato a un bivio. La decisione di quale delle due vie imboccare era principalmente nelle mani di Washington: da un lato c'era la possibilità di avviare un reale processo di disarmo, cominciando con lo stabilire, sulla falsariga della proposta di Gorbaciov, un programma finalizzato alla completa eliminazione delle armi nucleari; dall'altro, c'era la possibilità di approfittare della scomparsa della superpotenza rivale per accrescere la superiorità strategica, compresa quella nucleare, degli Stati uniti d'America, rimasti l'unica superpotenza sulla scena mondiale. Senza un attimo di esitazione a Washington hanno imboccato la seconda via.
Man mano che gli Stati uniti hanno accresciuto il loro vantaggio strategico sulla Russia e gli altri paesi, i trattati sono stati sempre più svuotati di reale contenuto. Emblematico è il Trattato firmato a Mosca nel maggio 2002 dai presidenti Bush e Putin: esso non stabilisce alcun meccanismo di verifica, né specifica che cosa debba essere fatto delle testate nucleari tolte dalle piattaforme di lancio, lasciando ciascuna delle due parti libera di conservare le armi disattivate. Gli Stati uniti potranno così mantenere un arsenale di 15.000 armi nucleari (equivalente come quantità a quello precedente) e continuare ad ammodernarlo con armi di nuovo tipo, fidando che la Russia non sia in grado di fare altrettanto e sia costretta, per risparmiare, a smantellare effettivamente le testate nucleari tolte dalle rampe di lancio.
Quali interessi girino attorno a questa industria dell'Apocalisse lo dimostra un calcolo effettuato negli Stati uniti: solo in armamenti nucleari, gli Usa hanno speso, tra il 1940 e il 1996, 5.821 miliardi di dollari (al valore costante del dollaro 1996). Se tale somma fosse costituita da banconote da un dollaro e le banconote fossero legate in mazzette e queste fossero usate come mattoni, ci si potrebbe costruire un muro di dollari alto 2,7 metri che circonda la Terra all'altezza dell' equatore per 105 volte. Aggiungendo la spesa per gli armamenti nucleari dell 'Unione sovietica / Federazione russa e degli altri paesi, si potrebbe come minimo raddoppiare l'altezza del muro di dollari attorno alla Terra.
Il rilancio della corsa agli armamenti nucleari
Una serie di decisioni prese dall'amministrazione Bush hanno innescato una nuova e non meno pericolosa corsa agli armamenti nucleari.
Il primo passo è rappresentato dalla decisione, ufficializzata nel dicembre 2001, di rilanciare il progetto reaganiano dello «scudo spaziale». E' un sistema non di difesa ma di offesa (per questo proibito dal Trattato Abm, affossato da Washington): se un giorno gli Stati uniti riuscissero a realizzarlo, sarebbero in grado di lanciare contro qualsiasi paese (anche dotato di armi nucleari) un first strike, un primo colpo nucleare, fidando sulla capacità dello «scudo» di neutralizzare o attenuare gli effetti di una eventuale rappresaglia.
Il secondo passo è stato compiuto quando, il 1° ottobre 2002, il Comando strategico, responsabile delle forze nucleari, ha assorbito il Comando spaziale, responsabile delle operazioni militari nello spazio e nella rete computeristica. I preparativi di guerra nucleare si sono così estesi dalla terra allo spazio.
Il terzo passo è costituito dalla decisione del Pentagono di sviluppare armi nucleari penetranti di «bassa potenza». Nella mente degli strateghi, esse sono armi «spendibili» anche in conflitti regionali: potrebbero essere usate per «decapitare» il paese nemico, distruggendo i bunker dei centri di comando e le basi missilistiche. In tal modo, si integrano le armi nucleari nella dottrina dell'«attacco preventivo» e si cancella la linea di demarcazione tra armi nucleari e non-nucleari, accrescendo la possibilità che la guerra diventi nucleare.
La proliferazione
Le altre potenze nucleari non stanno con le mani in mano. La Russia sta spremendo le sue magre risorse per dotare le proprie forze nucleari di «una nuova generazione di armi strategiche» (secondo quanto annunciato da Putin nel maggio 2003). Lo stesso stanno facendo la Cina e le altre potenze nucleari. Quella avvenuta dopo la fine della guerra fredda non è stata dunque una riduzione delle forze nucleari finalizzata al disarmo, ossia alla loro completa eliminazione, ma una ristrutturazione finalizzata al loro mantenimento e ammodernamento.
Gli Stati uniti dispongono di oltre 7200 testate nucleari strategiche operative, ossia installate su missili e aerei con raggio d'azione tale da colpire qualsiasi obiettivo in qualsiasi parte del mondo, e pronte al lancio ventiquattr'ore su ventiquattro. La Russia ne ha circa 5900. La Francia possiede oltre 460 testate nucleari operative; la Cina, circa 400; Israele, 200-400; la Gran Bretagna, circa 200; l'India, 30-50; il Pakistan, 24-48. La loro potenza complessiva viene stimata in circa 5000 megaton, minore di quella della guerra fredda, ma in grado sempre di cancellare dalla faccia della Terra la specie umana e quasi ogni altra forma di vita.
In tale situazione, in cui un piccolo gruppo di stati pretende di mantenere l'oligopolio delle armi nucleari, in cui il possesso di armi nucleari conferisce lo status di potenza, è sempre più probabile che altri cerchino di procurarsele e prima o poi ci riescano. Oltre agli otto paesi che già posseggono armi nucleari, ve ne sono almeno altri 37 che si ritiene siano in grado di costruirle. Tra questi la Corea del nord, che probabilmente ha già acquisito tale capacità, e l'Iran che potrebbe acquisirla.
L'unico modo per impedire una ulteriore proliferazione delle armi nucleari è l'applicazione integrale del Trattato di non-proliferazione. Esso obbliga gli stati dotati di armi nucleari a non trasferirle ad altri (Art.1), e gli stati non in possesso di armi nucleari a non riceverle o costruirle (Art. 2), sottoponendosi alle ispezioni della Agenzia internazionale per l'energia atomica, incaricata di verificare che gli impianti nucleari vengano usati a scopi pacifici e non per la costruzione di armi nucleari (Art. 3).
Il Trattato obbliga, allo stesso tempo, gli stati dotati di armi nucleari a «perseguire negoziati in buona fede su effettive misure per la cessazione della corsa agli armamenti nucleari e il disarmo nucleare, e su un Trattato che stabilisca il disarmo generale e completo sotto stretto ed effettivo controllo internazionale» (Art. 6). Li obbliga anche a «rinunciare, nelle loro relazioni internazionali, all'uso della forza contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di qualsiasi stato» (Preambolo).
Le armi nucleari statunitensi in Europa e Italia
Secondo un rapporto (U.S. Nuclear Weapons in Europe) pubblicato agli inizi di quest'anno dal Natural Resources Defense Council, gli Stati uniti mantengono in Europa un numero di bombe nucleari tre volte superiore a quello che finora si conosceva. Da documenti ufficiali declassificati, risulta che il numero effettivo è di 480.
Le 480 bombe nucleari sono dislocate in otto basi aeree in sei paesi europei della Nato: 150 in tre basi tedesche; 110 in una base inglese; 90 in due basi italiane e altrettante in una turca; 20 rispettivamente in una base belga e in una olandese. Delle 90 bombe nucleari schierate in Italia, 50 si trovano ad Aviano (Pordenone) e 40 a Ghedi Torre (Brescia). Tutte quelle dislocate in Europa sono bombe tattiche B-61 in tre versioni, la cui potenza va da 45 a 170 kiloton (una potenza equivalente a 170 mila tonnellate di tritolo, 13 volte maggiore di quella della bomba di Hiroshima).
Le bombe sono tenute in speciali hangar insieme ai caccia pronti per l' attacco nucleare: F-15 e F-16 statunitensi, che dispongono complessivamente di 300 bombe (ciascun aereo ne può portare da 2 a 5); F-16 e Tornado dei paesi europei della Nato, che hanno a disposizione complessivamente 180 bombe. Tra questi, i Tornado italiani che sono armati con 40 bombe nucleari (quelle tenute a Ghedi Torre).
Lo spiegamento delle armi nucleari statunitensi in Europa è regolato da una serie di accordi segreti, che i governi europei non hanno mai sottoposto ai rispettivi parlamenti. Quello che regola lo schieramento delle armi nucleari Usa in Italia è lo «Stone Ax», il piano segreto di cui parla William Arkin nel suo libro Code Names. Esso non solo dà agli Usa la possibilità di schierare armi nucleari sul nostro territorio, ma stabilisce il principio della «doppia chiave», ossia prevede che una parte di queste armi possa essere usata dalle forze armate italiane una volta che gli Usa ne abbiano deciso l'impiego. A tal fine, rivela il rapporto, piloti italiani vengono addestrati all'uso delle bombe nucleari nei poligoni di Capo Frasca (Oristano) e Maniago II (Pordenone). In tal modo l'Italia, facente parte con gli Usa del «Gruppo di pianificazione nucleare» della Nato, viola il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari che, all'articolo 2, stabilisce: «Ciascuno degli stati militarmente non-nucleari, si impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari o altri congegni nucleari esplosivi, né il controllo su tali armi e congegni esplosivi, direttamente o indirettamente». Abbiamo dunque sul nostro territorio 90 bombe nucleari, cui si aggiungono quelle della Sesta Flotta, soprattutto le testate dei missili a bordo dei sottomarini da attacco con base a La Maddalena.
La necessità di rilanciare il movimento per l'abolizione delle armi nucleari
L'idea che, con la fine della guerra fredda, sia finita anche la minaccia nucleare è penetrata negli stessi movimenti per la pace. Essi concentrano generalmente la loro azione sugli aspetti visibili della guerra, su quelli che suscitano immediate reazioni emotive. Non si reagisce invece nello stesso modo, o non si reagisce affatto, di fronte ad atti di ben più grave portata - come la decisione di militarizzare lo spazio o quella di sviluppare nuove generazioni di armamenti - che preparano il terreno alla guerra nucleare.
Non si coglie così, o si sottovaluta, il fatto che, di conflitto in conflitto, di generazione in generazione di armamenti, aumenta la possibilità che la guerra diventi nucleare e che, per tale ragione, siamo tutti in pericolo. Da qui la necessità di rilanciare un movimento di massa per l'abolizione delle armi nucleari, quale asse portante di una iniziativa permanente contro la guerra. Il primo passo in questa direzione va compiuto sul terreno dell'informazione, indispensabile a un rilancio dell'attenzione su questo tema di vitale importanza.
Manlio Dinucci: saggista, collaboratore di vari giornali, è stato direttore esecutivo della sezione italiana della International Physicians for the Prevention of Nuclear War, associazione vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 1985. Tra i suoi ultimi libri: Il potere nucleare, Fazi Editore, 2003; Il sistema globale (seconda edizione), testo di geografia per le scuole medie superiori (Zanichelli, 2004) in cui vi è anche un capitolo sulle armi nucleari.
E' ora di finire questa storia
La bomba ha 60 anni
La corsa agli armamenti, proseguita dopo la fine dell'Urss, ha riempito tutto il
mondo di ordigni nucleari sempre più potenti, piccoli e «usabili». Se non
saranno messi presto e definitivamente al bando, il rischio per tutta l'umanità
diventerà insostenibile
ANGELO BARACCA
Questo anniversario delle bombe sul Giappone non può essere
la sessantesima rituale celebrazione. Dire «Sessant'anni bastano!» deve
tradursi in una volontà e in una strategia nuove: il disarmo nucleare non solo
è necessario, ma è possibile e può diventare il fulcro per
sbloccare il quadro geopolitico. Il fallimento della VII Conferenza di revisione
del trattato di non proliferazione (Tnp) ha creato una situazione di stallo irta
di pericoli senza precedenti. Se verranno realizzate armi nucleari completamente
nuove (anche se è difficile dire quando), la distinzione tra guerra
convenzionale e guerra nucleare verrà cancellata, e l'intero regime di non
proliferazione crollerà, dal momento che tutti i trattati considerano solo
testate basate sulla reazione a catena nell'uranio e nel plutonio. A fronte di
questi rischi l'Iran e la Corea del Nord sono ragazzi... alle prime armi (che
tra l'altro, non giustificano un arsenale di 9.000 testate nucleari!); del
resto, il Pakistan nucleare è fedele alleato di Washington, che con l'India ha
appena stabilito accordi di cooperazione nucleare, ancorché civile (quel «civile»
con cui entrambi i paesi hanno fatto la bomba). Senza contare le capacità e le
ambizioni nucleari di paesi come la Germania e il Giappone.
Oggi non dobbiamo solo informare la gente del pericolo senza precedenti (che
potrebbe indurre una rimozione), ma convincerla che insieme abbiamo la
possibilità di eliminare queste armi per sempre: domani potrebbe essere troppo
tardi. Per nessun altro sistema d'arma esistono norme così precise del diritto
internazionale che ne impongono l'eliminazione (l'art. VI del Tnp) e un'agenzia
(la Iaea) con procedure internazionalmente riconosciute per controllarne il
rispetto. Il parere della Corte internazionale di giustizia del 1996 ha
riconosciuto l'obbligo del disarmo nucleare, disatteso da 35 anni. Se non
riusciremo ad imporre l'eliminazione delle armi nucleari, non riusciremo ad
eliminare nessun altro sistema d'arma.
Ma vi è un ulteriore argomento di grande forza. I rapporti internazionali sono
oggi ingessati dalla delirante strategia guerrafondaia di Washington, che punta
a creare divisioni tra i vari paesi e al loro interno per imporre il proprio
volere, ad esasperare conflitti e a creare crociate culturali, religiose e
razziali. Sembra difficile trovare un punto di forza per spezzare questo cerchio
infernale. L'obiettivo dell'eliminazione della armi nucleari può fornirlo: chi
potrebbe essere infatti contrario, se informato in modo sufficiente e corretto?
Si presenta così un'opportunità unica per unificare su un obiettivo popoli,
movimenti, associazioni, sindacati, partiti e governi volonterosi al di sopra di
contrasti, divergenze e differenze (perfino quelle sulla legittimità del
ricorso alla guerra, perché nessuno onestamente può accettare la guerra
nucleare). Una forte pressione sui governi di tutto il mondo potrebbe modificare
gli equilibri più di quanto i movimenti siano riusciti a fare in questi anni.
L'obiettivo di denuclearizzare il Mediterraneo e il Medio Oriente può unificare
popoli e governi (il manifesto, 21 luglio), superando le crociate
alimentate dai nostri meschini governi. L'Europa dovrebbe affrontare un problema
spinoso, ma la pur tardiva messa in discussione dell'inutile arsenale nucleare
britannico e della velleitaria force de frappe di Parigi è un passo
irrinunciabile, mai affrontato, che costituirebbe una forte scelta politica
unitaria, rilancerebbe il processo politico in un momento di stallo, ridarebbe
vigore alle istanze democratiche, ed allontanerebbe inevitabilmente dalla
stretta degli Usa e della Nato.
La messa in discussione dell'arsenale di Israele indebolirebbe la rete di omertà
e di collusioni, contribuendo a decantare anche l'incancrenito conflitto
israelo-palestinese. Le eventuali aspirazioni nucleari di Tehran sarebbero
depotenziate (come quelle meno esplicite di Tokyo). L'offerta alla Russia di
liberarsi di un oneroso e decadente arsenale, che svolge ormai solo una funzione
estrema di deterrenza, può offrire la base per sviluppare un rapporto politico
diverso. Anche la Cina, malgrado battagliere dichiarazioni recenti, potrebbe
avere interesse ad eliminare la minaccia nucleare, se questo le desse la
prospettiva di spezzare l'accerchiamento di Washington e di impostare in modo
nuovo i rapporti politici e commerciali mondiali.
L'eliminazione delle armi nucleari ridarebbe autorità anche ad un'Assemblea
dell'Onu mortificata dal Consiglio di Sicurezza. Vi sono iniziative politiche
alle quali è possibile collegarsi, potenziandole, quali quella dei Mayors
for Peace, la New Agenda Coalition, la Middle Power Iniziative
promossa da Jimmy Carter, i parlamentari e i parlamenti (come quello belga) che
chiedono l'eliminazione della 480 arcaiche testate americane in Europa.
Noi dobbiamo partire dalle 50 testate nella base Nato di Aviano, e le 40 in
quella italiana di Ghedi Torre: l'Italia è un paese nucleare! Si tenga
presente che queste testate implicano la presenza di materiale nucleare che
dovrebbe essere rigorosamente conosciuto dalle autorità civili, e quindi
anche trasporti o transiti segreti di tali materiali. Ma non basta: sommergibili
nucleari scorazzano nel Mediterraneo con il loro carico micidiale di missili, e
sostano nei nostri porti (e nella base de La Maddalena).
A parte questa ulteriore presenza, incontrollabile, di armi nucleari sul
nostro territorio (che sicuramente è per questo tra i principali obiettivi
di un'eventuale rappresaglia nucleare, magari per errore!), la sosta dei
sommergibili viola la legislazione che vieta la localizzazione di reattori
nucleari vicino a zone popolate, e vanifica qualsiasi piano di emergenza, che si
basa sulla conoscenza precisa di tutti gli aspetti di un eventuale incidente
(tipo e localizzazione dell'incidente, modello e dettagli del reattore: il
manifesto, 2 luglio), che sono invece coperti dal segreto. Non dobbiamo solo
pretendere il rispetto del Tnp, ma delle nostre stesse leggi nazionali. Il
parlamento si muova!
In definitiva, si può scavare il terreno sotto i piedi di Washington,
togliendole uno dei maggiori strumenti di ricatto e di minaccia di cui dispone:
quale modo migliore per commemorare le vittime del 1945, perché il loro
sacrificio non sia stato inutile?
Iran e Corea del Nord, le incontrollabili «minacce
nucleari» da sfatare
Né Teheran né Pyonyang dispongono di vere capacità
nucleari militari, certo meno di Israele o del Giappone. Ma furono comunque gli
Usa a favorire per decenni la proliferazione nucleare ovunque
A. B.
L'anniversario di Hiroshima non può essere inquinato da falsi problemi, come le
presunte minacce dell'Iran e della Corea del Nord.Il problema della Corea è
sorto a seguito della politica minacciosa e delle promesse non mantenute di
Washington: Pyongyang sta usando il ricatto nucleare come arma politica. Ma
qualcuno pensa che i suoi dirigenti siano così pazzi da farne realmente uso?
Per venire poi cancellati dalla carta geografica! È stato chiarito che la Corea
non è in grado di colpire il territorio statunitense. Questa minaccia nucleare,
vera o presunta, è unicamente un problema politico, che scomparirebbe se solo
la protervia di Washington si ammorbidisse. Del resto, dopo l'allarme per i test
di India e Pakistan del 1998, chi si preoccupa più per il loro centinaio di
testate?Venendo all'Iran, è chiaro che il vero problema nell'area è il
poderoso arsenale di Israele. Ma le ambizioni nucleari di Tehran furono
alimentate proprio dagli Usa. Il programma dell'«Atomo per la Pace», lanciato
nel 1953, aprì un vero supermercato della proliferazione, in cui la Casa
bianca, aggirando anche le leggi federali e la volontà del Congresso (con
triangolazioni attraverso altri stati), esportò programmi nucleari ed illuse
una serie di paesi che li avrebbe dotati di armi nucleari, per attirarli nella
propria orbita. Come scrive una studiosa francese: «Così, la logica infernale
della dissuasione nucleare conduceva gli americani a dotare l'India della bomba
atomica perché non fosse minacciata dalla Cina; a fornire un'arma nucleare al
Pakistan perché si proteggesse dall'Afghanistan; a rafforzare il potenziale
nucleare della Cina perché non fosse aggredita dai sovietici; a fornire la
bomba atomica a Taiwan per bilanciare la potenza della Cina; a fornirla al
Giappone per proteggerlo dalla Cina, dalla Corea del Sud e dalla Corea del Nord;
a fornirla alla Corea del Sud per metterla al riparo dalla Corea del Nord» (D.
Lorentz, Affaires Nucleaires, Parigi, Les Arénes, 2001, pp. 169-70).
Washington promise allo Scià un faraonico programma nucleare. Quando questi
divenne un personaggio scomodo, furono gli Usa e la Francia a prepararne il
rovesciamento: ma Khomeiny non si rivelò più malleabile. Si aprì così uno
dei decenni più convulsi ed intricati del dopoguerra, in cui la questione
nucleare giocò un ruolo centrale: dagli ostaggi americani del 1979 come
pressione di Tehran per la ripresa delle forniture militari e del programma
nucleare, alla disastrosa operazione per liberarli che segnò la fine di Carter,
all'Irangate, alla guerra Iraq-Iran voluta da Washington, alla terribile
serie di attentati della Jihad dal 1984 al 1990.
Va ricordato che l'Iran aderisce al Tnp ed accetta i controlli della Iaea, la
quale ha dichiarato che per ora il paese non porta avanti programmi militari:
certo, la tecnologia di arricchimento dell'uranio è dual use, ma nessuno
si è scandalizzato quando il Brasile di recente l'ha realizzata, né quando si
è saputo che la Corea del Sud ha eseguito esperimenti in tal senso in gran
segreto.
È opportuno aggiungere che il recente accordo nucleare dell'Iran con la Russia
non comporta nessun rischio, poiché l'uranio arricchito sarà rigorosamente
conteggiato, e il combustibile esaurito restituito. Semmai l'Iran potrebbe avere
realizzato la bomba partecipando al programma pachistano: ma anche la Germania
la realizzò collaborando con il Sudafrica, il cui arsenale fu poi smantellato
da Mandela. Chi si preoccupa che paesi come la Germania e il Giappone possiedano
i materiali e le capacità per realizzare la bomba in un periodo brevissimo?
Il pericolo sott'acqua e nei nostri porti
Tra tutti gli armamenti nucleari i sommergibili sono il residuo più arcaico:
inutile quanto pericoloso. Un solo sommergibile è dotato di un carico di
testate nucleari capace da solo di cancellare una nazione, o una buona porzione
di un continente. I missili lanciati in prossimità delle coste possono
impiegare pochi minuti per raggiungere i bersagli: e in caso di emergenza
nucleare questa esaltante decisione potrebbe essere riservata al comandante,
rendendo se possibile ancor più antidemocratica la prerogativa riservata di
solito al Presidente, in barba al Congresso. Il numero di reattori nucleari
militari supera quello dei reattori civili. Ma i reattori dei sommergibili sono
particolarmente insicuri, ed hanno registrato una quantità di incidenti
allarmante (nel Mediterraneo 61 per la flotta americana, 16 per quella
britannica e 12 per quella francese). Nei fondi marini giacciono molte vere
bombe ad orologeria, sommergibili affondati (2 americani e 4 russi, per quanto
si sa: sembra fortunatamente con i reattori spenti, o almeno si spera).Un
aspetto particolare riguarda i gravi problemi che pongono i sommergibili
americani che possono attraccare in 11 porti italiani, più quelli nella base de
La Maddalena. In caso di incidente le nome di segretezza rendono inapplicabili i
piani di emergenza, che richiedono l'esatta conoscenza del tipo e della
localizzazione dell'incidente, delle caratteristiche del reattore, ecc: solo così
è possibile effettuare un'analisi incidentale credibile, che sta alla base
della stima del rischio e di qualsiasi disposizione d'emergenza. La presenza di
navi a propulsione nucleare nei nostri porti è incompatibile con la normativa
civile italiana sulla radioprotezione. Vi è da supporre che, in caso di
incidente nucleare, i sindaci ed altre autorità possano essere giuridicamente
perseguibili per l'impossibilità stessa di applicare i piani di emergenza. (a.
b.)
I rischi del terrorismo nucleare «individuale»
LE TESTATE NUCLEARI NEL MONDO
Fonte Scientists for Global Responsibility:
USA-strategiche..............................9.170
USA-nonstrategiche .......................1.225
RUSSIA-strategiche........................7.622
RUSSIA-nonstrategiche...................5.100
Gran Bretagna ....................................260
Francia ................................................450
Cina......................................................400
Israele...........................................100-150 (?)
India ...............................................50-100
Pakistan..........................................25 - 50
______________________________________
TOTALE............................. 24.402 (24.527)
Più circa 15.000 testate intatte non attive in USA e Russia: TOTALE quasi
40.000.
Fonte Sipri-Yearbook 2004:
Nel 2003 più di 16.000 operative, con quelle in riserva un TOTALE di 36.500
Anche la pace ha i suoi Samurai
«Prima di morire, vorrei raccontare la mia esperienza e
trasmettere le mie idee direttamente ai giovani. Della stampa non mi fido più»
(H. Motoshima)
PIO D'EMILIA
Sessanta anni dopo, per chi suona la campana di Hiroshima e
Nagasaki?
Gli Usa hanno stracciato il trattato Abm, rilanciano lo
«scudo spaziale», centralizzano i comandi, sviluppano nuove «bombe
penetranti». Le altre potenze nucleari si allertano. E i pacifisti?
MANLIO DINUCCI