Joseph Rotblat e la Bomba
(Analisi ed interviste)
01.09.2005
È morto Joseph Rotblat, lo scienziato che imparò
ad odiare la Bomba
di red
Nel 1955 Rotblat, nato nel 1909 in Polonia, firmò insieme ad altri
nove scienziati il cosiddetto Manifesto Russell-Einstein contro la
proliferazione degli armamenti atomici: un accorato appello alla comunità
scientifica nel quale si evocava il rischio ormai concreto della
distruzione del mondo intero in caso di guerra. Due anni dopo lo stesso
Rotbalt fu il principale animatore di una grande conferenza del mondo
scientifico sui temi affrontati dal manifesto. L’incontro si tenne a
Pugwash, in Canada, e da allora, ogni anno, scienziati di ogni parte del
mondo si sono riuniti per discutere i problemi della costruzione della
pace nelle Pugwash Conferences on Science and World Affairs. «Una domanda continua a tormentarmi – affermava Rotblat nel 1985 -
abbiamo imparato abbastanza per non ripetere gli errori che commettemmo
allora? Io non sono sicuro nemmeno di me stesso. Non essendo un
pacifista perfetto, io non posso garantire che in una situazione analoga
non mi comporterei nello stesso modo. I nostri concetti di moralità
sembra vengano abbandonati una volta che un’iniziativa militare è
stata avviata. È, quindi, della massima importanza non permettere che
si creino tali situazioni».
Premio Nobel per la Pace 1995
Italia -
Roma -
11.11.2004
Uno
scienziato per la pace
Joseph
Rotblat, uno dei padri dell'atomica, sul rapporto tra armi nucleari e
terrorismo di Stefania Maurizi
pubblicata su "TUTTOSCIENZE" de "La
Stampa" il 2 ottobre 2002 LONDRA
Nell'impresa che, secondo il suo
stesso direttore Robert Oppenheimer, trasformò gli scienziati in
"distruttori di mondi", "uno che si prese una pausa fu Joseph
Rotblat", che abbandonò il Progetto Manhattan per la
costruzione dell'atomica. Dopo quella "pausa", comunque, il fisico
nucleare Roblat non si è preso un giorno di riposo. Lucidissimo e
vivace, a 93 anni, lavora ancora nel movimento che fondò nel '57 insieme ad
altri eminenti scienziati: il Pugwash, con cui, nel 1995, ha condiviso il Nobel per la Pace per i loro sforzi nel promuovere il disarmo nucleare.
Ci concede questa intervista nella
sede del Pugwash a Londra. E mentre ci racconta, col suo modo
affabulatorio, dei primi esperimenti di fissione nucleare, un secolo di fisica e
di storia si materializzano nel suo studio pieno di fotografie in bianco e nero.
Come fu arruolato nel
Progetto Manhattan? Qual'era il suo ruolo? Cosa successe quando gli
scienziati scoprirono che Hitler non aveva la bomba? Era un progetto top secret
supervisionato dal Generale Groves, il responsabile della costruzione del
Pentagono, come riuscì ad andarsene? E Groves era davvero
terribile? Chi aveva chiaro quello che
succedeva nel Progetto? Chadwick? Bohr? Lasciato il Progetto, lei ha
cofondato il Pugwash, il cui principale obiettivo è l'eliminazione delle armi
nucleari. Qual' è la vostra strategia? Il principio di deterrenza
ha dominato 60 anni di politica strategica mondiale. Con cosa sostituirlo? Dopo l'11 settembre, lei ha
scritto al The Times, paventando la possibilità che i terroristi acquisiscano
armi nucleari. Dato il livello di expertise, tecnologia e risorse economiche
richieste da queste armi, crede che sia una possibilità reale? Bush e Putin hanno
concordato una consistente riduzione delle armi nucleari. Lei è fiducioso?
di Stefania Maurizi
pubblicata su "TUTTOSCIENZE" de "La
Stampa" il 28 agosto 2002 La costruzione della prima bomba
atomica americana fu l'impresa del secolo, che certamente ha suscitato sensi di
colpa e giustificazioni rassicuranti, ma che, di certo, non è stata al centro
di controversie aspre come quelle suscitate dalla mancata costruzione
dell'atomica tedesca.
Le polemiche hanno investito, in modo
particolare, due premi Nobel per la fisica ritenuti non solo due grandi fisici
del Novecento, ma anche due grandi persone: il tedesco Werner Heisenberg,
che lavorò all'atomica nazista, ed il danese Niels Bohr, maestro ed
amico di Heisenberg, che nel 1943 fuggì dalla Danimarca, occupata dai
tedeschi, ed andò in America a lavorare alla bomba per gli Alleati.
Il dibattito sul tema continua
ininterrottamente dagli anni '50, dopo la pubblicazione del libro "Gli
apprendisti stregoni", in cui il giornalista Robert Jungk suggerì l'idea
che gli scienziati tedeschi avevano cercato di prevenire, per ragioni morali, la
costruzione di un'atomica nazista.
Il dibattito è stato rinverdito negli
anni da documenti talvolta illuminanti, come le trascrizioni delle conversazioni
di Farm Hall, pubblicate solo nel 1992. Dal luglio al dicembre 1945, Heisenberg
ed altri importanti scienziati tedeschi furono internati, come prigionieri degli
Alleati, in una casa di campagna inglese, chiamata Farm Hall, e tutte le loro
conversazioni furono registrate, a loro insaputa, dai servizi segreti inglesi.
Al diluvio di libri ed articoli sul
tema, nel 1998, si è aggiunta la pièce teatrale "Copenhagen" del
drammaturgo inglese Michael Frayn, che non ha mancato di suscitare accese
polemiche e critiche, ad alcune delle quali Frayn ha replicato dicendo: "Bohr
continuerà ad ispirare rispetto ed amore, nonostante il suo coinvolgimento
nella costruzione delle bombe di Hiroshima e Nagasaki, e [Heisenberg] continuerà
ad essere guardato con sospetto nonostante non abbia ucciso nessuno".
Proprio in seguito alle polemiche
scatenate da "Copenhagen", la famiglia Bohr ha deciso di pubblicare,
nel febbraio scorso, le lettere che Bohr scrisse ad Heisenberg, dopo la
pubblicazione del libro di Jungk, lettere che Bohr non spedì mai al
destinatario.
Bohr, Heisenberg e quasi tutti
i protagonisti rilevanti della mancata bomba nazista sono ormai morti, rimane un
solo testimone autorevole di quei fatti: Carl Friedrich von Weizsaecker,
fisico nucleare di primo piano, allievo ed amico di Heisenberg, e figlio
di Ernst von Weizsaecker, che dal 1938 al 1943 fu il numero due del Ministero
degli Esteri di von Ribbentrop.
Nonostante la veneranda età, il
novantenne von Weizsaecker ha accettato di raccontarci la sua versione
dei fatti in questa intervista telefonica.
Professor
Weizsaecker, quando iniziò
a lavorare alla bomba? Che rapporti aveva con la Deutsche
Physik, la corrente filonazista della fisica tedesca che condannava la Relatività
e la meccanica quantistica come "fisica giudaica"? Come venne a sapere della
possibilità di usare la reazione a catena per costruire la bomba atomica? Perché lei, Heisenberg ed Hahn
accettaste di lavorare alla bomba atomica per i Nazisti? Come deterrente? Ma la vostra nazione era sotto il
dominio di Hitler, non avevate paura di mettergli in mano un'arma micidiale? Perché non costruiste la bomba? Comunque, aveste anche problemi di
tipo scientifico, problemi con la separazione degli isotopi dell'uranio e con i
sabotaggi degli Alleati ai vostri impianti di produzione dell'acqua pesante. Quando terminò il programma di
costruzione dell'atomica? Parliamo di quel famoso incontro
tra Bohr ed Heisenberg a Copenhagen, nel settembre del '41. Quando il colloquio tra i due ebbe
luogo, erano liberi di parlare? In una delle lettere rilasciate a
febbraio e riguardanti l'incontro in questione, Bohr scrive ad Heisenberg:
" …tu e Weizsaecker esprimeste la vostra convinzione che la Germania
avrebbe vinto [la guerra] e che perciò era piuttosto insensato per noi …
essere restii riguardo a tutte le offerte tedesche di cooperazione. Io mi
ricordo in modo piuttosto preciso anche la nostra conversazione nel mio ufficio
all'Istituto quando in termini un po' vaghi tu parlasti in modo che poté darmi
solo la chiara impressione che, sotto la tua leadership, in Germania veniva
fatto di tutto per sviluppare armi atomiche e che tu … avevi passato gli
ultimi due anni lavorando più o meno esclusivamente a tale preparativi"
(si ringrazia il Niels Bohr Archive di Copenhagen per l'autorizzazione a citare
i contenuti delle lettere, consultabili al sito web www.nba.nbi.dk).
Insomma, dalle lettere di Bohr emerge una versione completamente diversa di
quell'incontro, com'è possibile? Ma nelle lettere c'è scritto che
Bohr ascoltò in silenzio i discorsi di Heisenberg e non che lo fermò
immediatamente. Lei ed Heisenberg eravate due
tedeschi che lavoravano all'atomica e, quando andaste da Bohr, la Danimarca era
sotto l'occupazione nazista. La vostra posizione poteva, ovviamente, dare adito
ad ambiguità. Se Heisenberg era libero di parlare, perché non andò dritto al
messaggio? Heisenberg disse a Bohr che la
Germania avrebbe vinto la guerra? Un altro mistero di quell'incontro
è il disegno di un reattore che pare che Heisenberg abbia dato a Bohr. Lei ne
sa qualcosa? Secondo il libro "La guerra di
Heisenberg" del giornalista Thomas Power, Heisenberg "boicottò"
l'atomica tedesca, tenendo volutamente nascosto il suo expertise ai Nazisti. Ma
Heisenberg sapeva davvero come costruire la bomba? Beh, in linea di principio, si, ma
in pratica? Lei dice questo, ma il Progetto
Manhattan per la costruzione dell'atomica americana fu concepito e largamente
realizzato da profughi dell'Europa fascista, terrorizzati dall'idea della bomba
tedesca, forse se voi non aveste mai cominciato a lavorarci… Il giorno dopo il lancio
dell'atomica su Hiroshima, stando alle trascrizioni di Farm Hall, lei disse:
"La storia registrerà che gli americani e gli inglesi fecero una bomba e
che allo stesso tempo i tedeschi sotto il regime di Hitler costruirono un
reattore utilizzabile. In altre parole lo sviluppo pacifico del reattore ad
uranio fu portato avanti in Germania sotto il regime di Hitler, mentre gli
americani e gli inglesi svilupparono questa spaventosa arma da guerra".
Ritiene ancora che questo giudizio sia giusto, visto che voi lavoraste alla
bomba?
di Stefania Maurizi
Pubblicata in "Tuttoscienze" de "La
Stampa", 16 aprile 2003 Dal 1945 al 1991 il mondo ha
combattuto una guerra mai scoppiata: la guerra fredda. E in quegli anni, una
fetta consistente della produzione scientifica e tecnologica mondiale fu
risucchiata dalla ricerca militare e segreta, al punto che, dopo il '91, gli
americani e la comunità internazionale hanno cercato di
"riconvertire" più di 40.000 scienziati ed ingegneri dell'ex-Unione
Sovietica che avevano un expertise correlato alle armi di distruzione di massa.
Quanto agli Stati Uniti, invece, tra
il '45 ed il '90, misero in piedi un arsenale di 70.000 bombe e testate nucleari
(i dati provengono rispettivamente dai rapporti: "Closing the gaps",
R. Civiak, 2002, e "Atomic Audit", S. Schwartz, 1998).
A cinquant'anni dalla morte di
un'icona della guerra fredda, Josef Stalin, abbiamo intervistato il
fisico teorico russo Roald Sagdeev, oggi professore emerito di fisica
all'Università del Maryland (USA).
Professor Sagdeev, appena
laureato all'università di Mosca nel '55, è entrato a far parte dell'Istituto
dell'Energia Atomica di Kurchatov. Che faceva lì? Kurchatov era il capo del
programma nucleare di Stalin, scelto da Stalin in persona. Lei come evitò la
ricerca sulle armi nucleari? Questo tipo di ricerca ha
assorbito tantissimi cervelli di prim'ordine. Che dire del suo maestro Landau e
del suo amico Sakharov, che costruirono la bomba H russa? Lei ha lavorato ai massimi
livelli in anni quantomeno difficili: dal '73 all''88, è stato direttore
dell'Istituto di Ricerca Spaziale di Mosca, il "contraltare sovietico"
della NASA... Lei scherza, ma in realtà
negli anni in cui fu direttore, guidò varie missioni spaziali internazionali,
come quella per studiare la cometa di Halley, e cercò di fare del suo instituto
un centro di ricerca "aperto", lottando contro un modello di scienza
soffocata dal militarismo e dalla segretezza. Era possibile portare avanti
queste lotte senza farsi male? Come consigliere scientifico
di Gorbaciov in materia di spazio, lei ebbe un ruolo cruciale nel far si che il
leader sovietico non si lanciasse nelle "Guerre Spaziali" annunciate
da Reagan nell'83. Pur con notevoli varianti, lo scudo spaziale americano è di
nuovo in auge. Cosa pensa della militarizzazione dello spazio? Avviandoci a concludere, nel
1990 lei ha sposato Susan Eisenhower, la nipote del presidente americano che è
stato il primo comandante della NATO. Il KGB le disse: "questo matrimonio
non s'ha da fare"? Con la fine dell'era
Gorbaciov, la guerra fredda è in effetti finita, l'Unione Sovietica non c'è più,
lei vive in America ed il terrore viene dalle armi biologiche. Parla ancora
della Russia ai suoi studenti?
di Stefania Maurizi
Pubblicata in "Tuttoscienze" de "La
Stampa", 27 agosto 2003 Mosca, 1949: il fisico a capo del
progetto nucleare sovietico, Igor Kurchatov, incontra Stalin al
Cremlino, apre una scatola e gli mostra una sfera metallica del diametro di 10
centimetri: è plutonio. "Qui c'è una carica pronta per la bomba"
dice a Stalin, che colpito gli chiede: "Come posso sapere che si
tratta di plutonio e non di un pezzo di ferro che brilla?". "La carica
è stata rivestita di nickel", risponde Kurchatov, "perciò la
può toccare senza rischi. Per convincersi che non è un pezzo di ferro, dica a
qualcuno di toccare la sfera: è calda, se fosse ferro sarebbe fredda".
"Ed è sempre calda?" chiede Stalin, "sempre",
risponde Kurchatov. E' con quel materiale che i Sovietici
costruirono la loro prima bomba atomica, sperimentata solo 4 anni dopo il lancio
delle bombe di Hiroshima e Nagasaki, la prima all'uranio e la
seconda al plutonio. Quest'ultima aveva dato filo da torcere ai fisici che a Los
Alamos lavoravano al Progetto Manhattan per la costruzione delle due
bombe anglo-americane. Il plutonio, infatti, rivelò una tendenza spontanea alla
fissione, durante la quale i neutroni emessi innescavano una reazione a catena
capace di produrre un'enorme quantità di calore, calore che avrebbe potuto
disattivare l'ordigno e provocare solo una piccola esplosione.
Per superare questo problema fu
inventato un metodo di detonazione completamente nuovo: l'implosione, che,
sebbene avesse richiesto le energie intellettuali di quasi tutti i grossi
cervelli del Progetto, non era chiaro che funzionasse. Perciò la bomba al
plutonio fu testata il 16 luglio del 1945. A quel punto, Kurchatov e i
russi erano già venuti a sapere del Progetto e dell'implosione. Eppure,
nonostante fossero alleati degli anglo-americani nella guerra contro Hitler,
i russi non erano stati né coinvolti nella costruzione dell'atomica né
informati ufficialmente della sua esistenza, e a Los Alamos i fisici
lavoravano nel segreto più assoluto, sorvegliati da un vero osso duro: il
generale Leslie Groves, incarnazione della disciplina marziale; che
tuttavia non bastò.
Arruolato nel Progetto nella primavera
del 1944, il fisico americano Theodore (Ted) Hall, con i suoi 19 anni,
era il più giovane scienziato di Los Alamos e faceva parte del team
addetto alla verifica del funzionamento dell'implosione. Nell'ottobre del 1944,
abbozzò su un foglio alcune informazioni sul Progetto e, in particolare
sull'implosione, poi d'iniziativa propria contattò i russi.
E per i russi non fu l'unica spia di
Los
Alamos: Klaus Fuchs, un fisico inglese che non sapeva dell'iniziativa
di Ted, fornì informazioni sulla bomba al plutonio certamente più dettagliate
di quelle del collega. Finita la guerra, però, Fuchs fu beccato.
Arrestato in Inghilterra nel 1950, confessò. Fu condannato ad una pena
relativamente mite, 14 anni, ma l'arresto scatenò un "effetto domino"
perché Fuchs fece il nome di una spia, che ne tirò in ballo un'altra
che accusò altre due persone: gli americani Ethel e Julius Rosenberg.
Processati in pieno delirio maccartista e accusati di essere "figure
centrali" dello spionaggio atomico a favore dei russi, i coniugi Rosenberg
finirono sulla sedia elettrica. La sera dell'esecuzione, Ted Hall e la
moglie Joan, disperati, si trovavano nelle vicinanze della prigione in
cui venivano giustiziati.
Ted, sebbene non li conoscesse e non
avesse mai avuto a che fare con loro, aveva anche pensato che confessando le
proprie responsabilità, certamente ben più serie di quelle attribuite ai Rosenberg,
forse avrebbe alleggerito la pressione su di loro, ma Joan lo scongiurò: non
sarebbe servito ai Rosenberg e avrebbe distrutto loro. E non servì nulla, né
le richieste di grazia o le proteste che giunsero da ogni dove, né il fatto che
i Rosenberg avessero due bambini piccoli, furono giustiziati nel 1953 e la
stampa forcaiola titolò: "Grigliati i Rosenberg".
Anche Ted Hall nel 1951 fu
interrogato dall'FBI, ma non disse una parola. Lasciò l'America e la
fisica nucleare, andò in Inghilterra e divenne un illustre biofisico
dell'università di Cambridge. Per 50 anni, Ted e Joan mantennero il segreto più
assoluto: non accennavano a quei fatti neppure a casa o in macchina, per paura
dei microfoni nascosti.
Nel 1995, la National Security
Agency (NSA), l'agenzia americana che cifra e decifra tutte le informazioni
di rilievo per la sicurezza nazionale, e che pare sia l'ente che assume più
matematici nel mondo, da impiegare come codemaker e codebreaker, ha desecretato "Venona",
un'operazione top secret per la decifrazione delle comunicazioni in codice tra i
russi e le loro presunte spie americane.
Dai documenti di Venona emerge
chiaramente che l'FBI sapeva di Ted Hall e sapeva che una delle
persone citate nelle comunicazioni, e probabilmente identificabile come Ethel
Rosenberg, "a causa delle sue condizioni di salute non lavorava":
cioè non spiava per i russi. Forse era stata incastrata per mettere sotto
pressione il marito, il quale a sua volta non era affatto una "figura
centrale" dello spionaggio atomico.
Quanto a Ted Hall, invece, non
ci è dato sapere perché non fu incriminato. Probabilmente, in assenza di una
confessione o di testimoni, per processarlo, il governo americano avrebbe dovuto
tirare fuori le intercettazioni di Venona. Ma a quel punto l'operazione
sarebbe stata di dominio pubblico e invece andò avanti come missione top secret
fino al 1980. Ciò che è certo, comunque, è che la desecretazione di Venona
fu un sollievo per Ted Hall, che nel 1999 morì più tranquillo di come
era vissuto negli ultimi 50 anni.
Stabilire quanto tempo i russi abbiano
risparmiato, grazie alle informazioni di Fuchs e di Hall, è una
questione spinosa, che lasciamo volentieri agli storici della scienza. A 50 anni
dall'esecuzione dei Rosenberg e con un film di Hollywood su Ted Hall
in preparazione, abbiamo rintracciato Joan Hall per chiederle perché Ted
decise di passare le informazioni sull'atomica ai russi, visto che in quegli
anni non era affatto un convinto comunista come Klaus Fuchs.
"Temeva che gli Stati Uniti
potessero diventare una potenza molto reazionaria dopo la guerra" -ci dice-
"e, se avessero avuto il monopolio nucleare, avrebbero potuto usare questo
potere immenso per dominare il resto del mondo". Poi, ricordando come negli
ultimi 50 anni lei e Ted avessero guardato all'Unione Sovietica alternando la
speranza allo sconforto, conclude: "Guardando indietro, Ted credeva che,
nonostante la sua imperfetta comprensione di alcuni fatti importanti, la sua
decisione si era rivelata in ultima analisi giusta. Nei primi anni del
dopoguerra, infatti, il rischio che gli Stati Uniti potessero usare la bomba,
per esempio contro la Cina o la Corea del Nord, fu molto serio. E' impossibile
dire cosa sarebbero stati capaci di fare se non fossero stati resi più prudenti
dal potere di rappresaglia dei Sovietici, reso possibile, in una misura
difficile da valutare, dai contributi di Ted e (soprattutto) di Fuchs. Alla
fine, dunque Ted non aveva rimpianti".
Intervista a JOSEPH ROTBLAT Piergiorgio
Odifreddi Tra il 7 e il 10 luglio 1957, nella
cittadina canadese di Pugwash, in Nuova Scozia, ventidue scienziati si riunirono
in un convegno a porte chiuse per discutere i temi sollevati dal manifesto.
L'incontro fu il primo di una lunga serie, e diede il nome a quello che oggi si
chiama il Movimento Pugwash. Nel 1995, a quarant'anni esatti
dalla presentazione del manifesto Russell-Einstein, il Movimento Pugwash e il
suo presidente storico, Joseph Rotblat, l'unico fisico che ``fece il gran
rifiuto'' a Los Alamos, ricevettero il premio Nobel per la pace per i loro
sforzi volti a diminuire ed eliminare il ruolo delle armi nucleari nella
politica internazionale. Abbiamo intervistato Rotblat
nell'ufficio del Movimento Pugwash a Londra, che egli continua a frequentare
giornalmente fin dalle prime ore dell'alba, nonostante i suoi 94 anni. «Come ha cominciato a
interessarsi di fisica atomica, alla fine degli anni '30?» A quel tempo ero ancora in Polonia,
il mio paese d'origine, e facevo esperimenti sulla diffusione di neutroni
nell'uranio. Quando ho letto in «Nature» della scoperta della fissione
nucleare da parte di Otto Frisch e Lise Meitner, mi è subito venuto in mente
che durante l'impatto con un neutrone non solo l'atomo di uranio si spezza, ma
dovrebbero prodursi molti altri neutroni. Poichè avevo gli strumenti
praticamente pronti per questo genere di esperimenti, in pochi giorni ho potuto
verificare l'intuizione. «E ha capito che poteva
prodursi una reazione a catena?» Questo è il punto. In base agli
esperimenti che avevo fatto, ho capito che in breve tempo poteva prodursi un
gran numero di neutroni, e dunque di fissioni successive. Questo apriva le porte
allo sfruttamento dell'energia atomica sognato da Rutherford, e alla
realizzazione di reattori nucleari. Ma i miei calcoli mostravano che una grande
quantità di energia sarebbe stata prodotta in un tempo molto breve, inferiore a
un microsecondo, il che equivaleva a una potente esplosione. Cosí, subito dopo
gli esperimenti, mi venne in mente l'idea della bomba atomica. «Ne ha parlato con qualcuno?» No. Decisi di non parlarne con
nessuno, e di dimenticare la cosa: costruire armi non era affar mio. Come
scienziato, ho sempre fatto ricerca fine a se stessa. Ma come scienziato
umanitario, mi sono sempre preoccupato che la scienza venisse usata per il bene
dell'umanità. «Che legami c'erano fra i suoi
risultati e quelli di Joliot Curie e Fermi, citati da Einstein nella sua famosa
lettera a Roosevelt come evidenza della possibilità di costruire la bomba?» Il mio lavoro era analogo a quello
di Joliot Curie. Il quale, tra l'altro, mi invitò ad andare a lavorare con lui
a Parigi. Io invece andai da Chadwick a Liverpool, perchè lui stava costruendo
un ciclotrone e anch'io avrei voluto costruirne uno in Polonia. «E quando ripensò alla bomba
atomica?» Nell'estate del 1939 una
pubblicazione tedesca menzionò la possibilità di costruirla, e questo mi mise
sul chi va là. Io ormai sapevo che si poteva fare, e pensavo che se l'avesse
ottenuta Hitler sarebbe stata la fine del mondo democratico. L'unico modo per
evitarla era che anche noi costruissimo la bomba, come deterrente. Ero ancora
riluttante a lavorarci, ma quando la guerra scoppiò e Hitler invase la Polonia,
capii che non potevamo più aspettare. «Hitler aveva spartito la
Polonia con Stalin. Lei non nutriva le stesse paure anche nei confronti
dell'Unione Sovietica?» No. Per me il pericolo immediato
era Hitler, e dopo il 1 settembre 1939 andai da Chadwick e gli dissi che avremmo
dovuto costruire una bomba atomica. Non per usarla contro qualcuno, ma appunto
come deterrente. «E quale fu la reazione di
Chadwick?» Quella che aveva di solito: disse
che doveva pensarci su. «Lei quindi propose la
costruzione di una bomba inglese!» Certo. Qualche mese dopo Peierls
produsse un memorandum, i cui calcoli dimensionali dimostravano che la bomba era
fisicamente fattibile. Frisch ci
raggiunse a Liverpool, e iniziammo le ricerche. In pratica però non potemmo
fare molto, perchè la separazione degli isotopi richiedeva capacità
scientifiche e industriali che l'Inghilterra non aveva. Ma Oliphant, che era
stato indirettamente coinvolto in questo lavoro, andò negli Stati Uniti e ne
parlò con gli americani. Era il 1942 e loro stavano costruendo un reattore
nucleare, ma non avevano ancora pensato ad applicazioni militari. Il progetto
Manhattan partí solo dopo il rapporto di Oliphant. «Lei come ci finí?» Con altri membri del «team»
inglese, che era stato all'origine di tutto. Io lavorai allo spettro energetico
dei neutroni emessi, che serviva a determinare quanti ne venivano catturati dal
nucleo, e quanti invece contribuivano alla fissione. «E quando decise di andarsene?» Nel 1944 Chadwick, che dopo aver
lavorato a Los Alamos aveva assunto un ruolo politico a Washington, mi disse di
aver saputo che nel 1942 i tedeschi avevano abbandonato il progetto per la bomba
atomica. «Perchè Heisenberg aveva
sabotato il progetto.» Questo lo dice lui. Comunque, ci
lavorarono. Solo che non riuscirono ad andare molto avanti. Lo si deduce anche
dalle registrazioni che furono poi fatte a Farm Hall. «A proposito, che opinione si
è fatta sulla famosa conversazione fra Heisenberg e Bohr?» Ho sempre pensato ciò che ora è
stato confermato dalla pubblicazione delle lettere di Bohr: che Heisenberg disse
che voleva costruire la bomba, e che Bohr fu scioccato dalla notizia. «Lei ha mai parlato della cosa
con Heisenberg?» L'ho incontrato, ma non ho mai
voluto affrontare questo argomento. «E per tornare a Los Alamos?» Non appena seppi da Chadwick che i
tedeschi non avrebbero avuto la bomba, io non ebbi più motivi di partecipare al
progetto. Non avevo interesse a costruire una bomba perchè fosse usata, e mi
dimisi. «Immagino che non fu facile.» Fu molto difficile! Ci furono non
solo pressioni, ma minacce. Fui accusato di essere una spia, e di voler tornare
in Inghilterra per dare i segreti della bomba ai russi. Ma alla fine riuscii ad
andarmene. «Come ricorda il 6 agosto 1945?» Quando me ne andai, una delle
condizioni era che troncassi ogni rapporto con chiunque continuava a lavorare al
progetto. Tornato a Liverpool, quindi, non seppi più niente di cosa succedeva a
Los Alamos. Quando ci fu la notizia di Hiroshima, ebbi uno «shock» terribile.
Avevo anche pensato, e in parte sperato, che la bomba non avrebbe funzionato. E
che, in ogni caso, non sarebbe stata usata contro la popolazione civile, ma solo
in maniera dimostrativa. Inoltre, avevo capito già a Los Alamos che questo era
solo l'inizio, e che ci sarebbe stata una bomba all'idrogeno. «Spesso l'uso della bomba viene
giustificato dicendo che salvò molte vite americane. Che cosa pensa di questo
genere di scuse?» Certo furono salvate delle vite, ma
non il mezzo milione o più che in genere si pretende. La stima più
ragionevole, fatta dagli Alti Comandi dell'esercito statunitense, era che il
costo dell'invasione del Giappone sarebbe stato tra i venti e i trentamila
caduti. Ma il vero punto è che non c'era bisogno di usare la bomba per finire
la guerra, perchè i giapponesi erano ormai sconfitti, e lo sapevano, e stavano
contrattando la resa a condizioni praticamente uguali a quelle che furono poi
accettate dopo Hiroshima e Nagasaki. «Lei quindi non crede che i
giapponesi non si sarebbero mai arresi, senza la bomba.» Assolutamente no! In realtà, il
motivo per cui Truman usò la bomba non fu di finire la guerra, ma di mostrare
al mondo, e in particolare all'Unione Sovietica, la nuova potenza militare degli
Stati Uniti. Anzi, ho motivo di credere che gli americani abbiano sempre
considerato i russi come i loro principali nemici. «A questo proposito, è vero
che persino Bertrand Russell era favorevole a un bombardamento atomico
preventivo dell'Unione Sovietica, prima che i russi costruissero la loro bomba?» Lo disse una volta verso il 1950,
credo in risposta a una domanda dopo una conferenza a Birmingham. Ma a me
assicurò che fu un'osservazione estemporanea, e che non l'aveva mai pensato
seriamente. «Lei l'ha conosciuto prima del
suo coinvolgimento nel movimento Pugwash?» Sí, l'ho incontrato nel 1954,
quando ci fu il primo test della bomba all'idrogeno. La {sc bbc} organizzò un
programma, e io fui invitato a parlare della fisica della bomba. Fra i
partecipanti c'era anche Russell, che poi mi disse di aver apprezzato molto il
mio intervento tecnico. Diventammo amici, e quando preparò il manifesto del
1955 mi chiese di firmarlo, benchè io non avessi il premio Nobel. Ero il più
giovane firmatario, anche se ora sono l'unico rimasto. «Come si arrivò al Movimento
Pugwash?» Il Pandit Nehru venne a sapere del
manifesto e propose un incontro di scienziati a Delhi nel 1956, in concomitanza
col Congresso Nazionale delle Scienze. Avevamo già mandato gli inviti, ma fummo
costretti a cancellare l'incontro per le crisi di Suez e di Ungheria. Allora il
miliardario canadese Cyrus Eaton ci offrí di finanziare un incontro nel 1957, a
condizione che si tenesse nel suo villaggio natale di Pugwash. E cosí fu. «Che influenza ha avuto il
Movimento nei vari trattati di limitazione degli armamenti nucleari?» Benchè i partecipanti alle
conferenze intervengano a titolo individuale, e non in rappresentanza di
organizzazioni o governi, al loro ritorno essi hanno spesso informato le
rispettive autorità delle proposte emerse. Ad esempio, trent'anni dopo il
trattato per l'abolizione dei test nucleari non terrestri (negli oceani,
nell'atmosfera e nello spazio) del 1963 ho saputo da Lord Zuckermann che la
stesura del trattato, alla quale lui stesso aveva partecipato, era stata molto
influenzata dalle nostre idee. «Di che idee si trattava, nello
specifico?» Benchè il nostro scopo finale
fosse l'eliminazione degli armamenti nucleari, durante la guerra fredda il
nostro obiettivo immediato era impedire che essa diventasse calda. Quindi
discutemmo molti modi di limitare i danni, tipo gli accordi di non
proliferazione. E stabilimmo dei canali informali di comunicazione tra le varie
potenze, in periodi in cui essi non esistevano ufficialmente. Gorbacev mi ha
detto personalmente che i consigli di alcuni scienziati sovietici che avevano
partecipato alle nostre conferenze l'hanno aiutato a prendere la decisione di
terminare la guerra fredda. «Sacharov ha mai partecipato?» Solo alla fine, nel 1988 e nel
1989. Doveva tornare l'anno seguente, ma morí. «Venendo ai giorni nostri, che
cosa pensa del recente accordo tra Bush e Putin sulla riduzione dei missili?» Qualunque riduzione dell'arsenale
nucleare è benvenuta, anche se noi siamo per un'eliminazione completa. Ma
quell'accordo è una farsa, perchè non si distruggono le testate: se vengono
messe nei magazzini, possono anche essere ritirate fuori. In ogni caso
l'accantonamento richiederà dieci anni, e ne rimarrà operativa una quantità
inaccettabile. In termini pratici, non fa una gran differenza. Se n'è fatto un
gran can can, ma è solo un'illusione. «E per l'altro grande problema
del momento, la tensione tra India e Pakistan?» Per anni abbiamo messo in guardia
sul pericolo di allargamento del club nucleare, e sulla necessità che i paesi
membri rispettassero i trattati internazionali. E invece ci sono stati i test
cinesi e indiani del 1998. E oggi c'è la scusa della lotta al terrorismo, benchè
gli armamenti nucleari non vi giochino nessun ruolo. Il risultato è che ci
troviamo di fronte a una reale possibilità di guerra nucleare. «Non si tratta soltanto di un
mostrare i muscoli?» Mostrare i muscoli può condurre a
una vera guerra, magari iniziata in maniera convenzionale. Ma l'India è molto
più forte, da questo punto di vista. Per evitare una disfatta, il Pakistan
potrebbe allora essere spinto dalla reazione popolare a usare la bomba. «Il Movimento Pugwash si è
occupato non soltanto delle armi atomiche, ma anche di quelle chimiche e
biologiche. I suoi membri non sono dunque più soltanto fisici?» Direi, più in generale, che nel
Movimento non ci sono soltanto scienziati. I fisici, i chimici, i biologi
portano la loro conoscenza tecnologica, ma per discutere questioni politiche
servono esperti di sociologia, di economia, di diritto internazionale. I
matematici e i filosofi possono invece aiutare a trovare soluzioni razionali ai
problemi: d'altronde, il movimento è stato creato da Bertrand Russell! «E' vero che la maggioranza
degli scienziati oggi lavora a problemi che sono, direttamente o indirettamente,
legati agli armamenti?» Dire una maggioranza è forse
eccessivo. Il venti per cento è più realistico, ma è comunque una bella
fetta. Gli armamenti non sono lo scopo
della scienza, e nemmeno della tecnologia. Il fatto è che nel passato c'era una
netta separazione tra scienza pura e applicata, e ci volevano decenni per
trovare applicazioni pratiche delle scoperte scientifiche. Gli scienziati
potevano quindi non ritenersi responsabili per le ricadute delle loro ricerche.
Ma col Progetto Manhattan la separazione è svanita, e gli scienziati non
possono più autoassolversi con la scusa che fanno solo ricerca. Chiunque di
noi, scienziato o cittadino comune, oggi è direttamente responsabile delle
ricadute delle sue azioni.
Einstein, Russell e la bomba: il 50° anniversario.
50 anni fa la pubblicazione del Manifesto Russell-Einstein, uno dei
fondamenti del pensiero e della politica antinucleare. Cos'è cambiato da
allora?
Lawrence S. Wittner
Dopo l' annientamento delle città giapponesi, causato dalle bombe
atomiche nell' agosto 1945, sia Russell che Einstein avevano messo in
guardia il mondo dagli enormi pericoli rappresentati dai nuovi armamenti.
Nonostante questo, verso la metà degli anni '50, lo scatenarsi della Guerra
Fredda produsse una situazione ancor più inquietante: un aspro confronto
sovietico-americano, nel quale entrambe le parti erano armate di bombe all'
idrogeno, un' arma termonucleare, con un potenziale distruttivo mille volte
superiore a quello posseduto dalla bomba che aveva distrutto Hiroshima. I
due contendenti della Guerra Fredda non mostrarono la minima esitazione
nell' inserire a pieno diritto i nuovi armamenti nei loro progetti di
strategia bellica. Il presidente Eisenhower dichiarò pubblicamente che
sarebbero stati usati "esattamente allo stesso modo nel quale si usano
i normali proiettili". Nel prendere atto di questa situazione estremamente pericolosa, l' 11
febbraio 1955, Russell scrisse ad Einstein, suggerendo che "i più
eminenti uomini di scienza avrebbero dovuto fare qualcosa di grande effetto,
per far comprendere alla gente ed ai governi le catastrofi che potevano
essere causate". Si rendeva necessario "sottolineare con
forza...che la guerra avrebbe potuto significare l' estinzione della vita
sul pianeta" e che, di conseguenza, nell' era nucleare, le nazioni
dovevano imparare a convivere in pace. Einstein rispose di concordare con
"ogni singola parola" della lettera di Russell. L' impresa si dimostrò ardua. Nel contesto della Guerra Fredda non era
facile convincere intellettuali di quel calibro ad ignorare le loro
differenze di vedute politiche e concentrarsi su quello che era l'interesse
comune dell' umanità. Ovviamente, gli scienziati dell' Unione Sovietica e
della Cina si rifiutarono di firmare il documento. E poi, il 13 aprile,
Einstein, dopo una breve malattia, morì, Una delle ultime cose che fece prima di morire fu di scrivere una lettera
a Russell, dicendogli che aveva deciso di firmare il documento. In seguito
Russell riuscì a convincere altri nove eminenti scienziati: Percy Bridgman,
Hermann Muller e Linus Pauling dagli Stati Uniti, Cecil Powell e Joseph
Rotblat dalla Gran Bretagna, Hideki Yukawa dal Giappone, Frédéric
Joliot-Curie dalla Francia, Max Born dalla Germania Ovest e Leopold Infeld
dalla Polonia. Il 9 luglio 1955, a Londra, durante una conferenza pubblica gremita di
rappresentanti dei mezzi di informazione, Russel annunciò per la prima
volta, quello che fu poi conosciuto come "il Manifesto Russell-Einstein".
"In questa occasione parliamo non come membri apaprtenenti a questo o a
quel paese, continente o credo politico o religioso, ma come esseri
umani....la possibilità di sopravvivenza dei quali viene oggi messa in
dubbio", diceva. La reazione a questa dichiarazione coraggiosa e intransigente fu
sorprendentemente positiva. La stampa, inizialmente scettica, riservò una
buona accoglienza al documento, in parte a motivo delle notizie drammatiche
dell' appoggio arrivato a Russel da Einstein dal letto di morte. Scienziati
e intellettuali da ogni parte del mondo si votarono all' azione: tra loro il
fisico sovietico Andrei Sakharov, che iniziò così la propria campagna per
mettere fine alla corsa agli armamenti nucleari ed alla Guerra Fredda.
Cittadini da ogni parte del mondo si organizzarono in movimenti per la
"messa al bando della bomba", come il S.A.N.E., America's National
Committee for a Sane Nuclear Policy (Comitato nazionale americano per una
giusta politica nucleare) ed il Britain's Campaign for Nuclear Disarmament
(Campagna per il disarmo nucleare della Gran Bretagna). I firmatari del Manifesto Russell-Einstein giocarono un ruolo importante
nella nascente campagna anti-nucleare. Un gruppo di 52 premi Nobel per la
scienza, organizzato da Max Born, firmò la Dichiarazione di Mainau, che
chiedeva a tutte le nazioni di "rinunciare alla forza come soluzione
decisiva per le controversie" , altrimenti, l'unica prospettiva sarebbe
stata la distruzione totale. Insieme a Rotblat, Russel fondò il movimento
chiamato 'Pugwash', che si proponeva di riunire gli scienziati di ogni
paese, da entrambi i lati della Cortina di Ferro, per discutere sulla
fattibilità di un eventuale disarmo e controllo delle armi nucleari.
Rotblat e Pugwash gettarono le basi del "Trattato per la parziale messa
al bando dei tests nucleari" (per il quale Rotblat fu insignito dell'
ordine di Cavaliere dal governo britannico). Entrambi ricevettero in seguito
il premio Nobel per la Pace. Dopo il discorso inaugurale tenuto ad un
incontro della "Campaign for Nuclear Disarmament", Russell ne fu
eletto presidente. Muller fece severi e potenti ammonimenti sugli effetti
genetici della radioattività, Pauling chiamò a raccolta scienziati, negli
Stati Uniti e in tutto il mondo, contro i test nucleari, diventando così
una spina nel fianco dell' amministrazione Eisenhower e l' ennesimo
destinatario di un altro premio Nobel per la Pace. Il Manifesto Russel-Einstein ha avuto anche la capacità di influenzare
molti strateghi della politica, per quanto indirettamente, dato che fu la
campagna antinuclearista e la corrente di pensiero che questa ha generato, a
contribuire maggiormente ad una riprogettazione dei programmi politici da
parte di molti. A volte, però, gli effetti sono stati ancora più diretti. Mikhail
Gorbachev attinse apertamente il concetto, a lui caro, di "nuovo
pensiero" proprio dal Manifesto. "L' era nucleare richiede che
tutti cominciamo a pensare in modo nuovo" disse a Francois Mitterand.
O, come scrisse nel suo libro sulla Perestroika "Ognuno di noi si trova
a dover affrontare la necessità di imparare a vivere in pace in questo
mondo, di trovare una nuova modalità di pensiero" e "l' asse
portante di un nuovo modo di pensare è il riconoscimento della priorità
dei valori umani o, per essere più precisi, della sopravvivenza del genere
umano." In occasione della nomina da parte di Gorbachev del nuovo
ministro degli Esteri sovietico, il riformatore, e suo compagno di partito,
Eduard Shevardnadze, ricordò che "il Manifesto Russell-Einstein ha
offerto ai politici la chiave per risolvere i nodi più complessi ed
inquietanti dell' epoca presente". Secondo Georgi Arbatov, un altro dei
suoi massimi consiglieri di politica estera, le idee più importanti e
decisive, relative al "nuovo pensiero", al di fuori dell' Unione
Sovietica, erano venute proprio da Einstein e Russell. Oggi, dopo 50 anni dalla pubblicazione del Manifesto di Russell-Einstein,
non c'è bisogno del più grande scienziato del mondo e di uno dei più
grandi filosofi, per rendersi conto che in un mondo pieno zeppo di armi
devastanti di ogni tipo, nucleari e no, ricorrere alla guerra è un atto
immensamente pericoloso e distruttivo. Non dovrebbe neanche essere difficile
rendersi conto che il mondo sarebbe un posto molto più sicuro se ci fossero
meno armi nucleari e non il contrario. Note:
Tradotto da Patrizia Messinese per www.peacelink.it articolo originale: MASSIMI
SISTEMI.04 Il Manifesto
Russell-Einstein (Il Manifesto Pugwash) Non stiamo parlando,
in questa occasione, come membri di questa o quella nazione o continente o
fede religiosa, ma come esseri umani, membri della specie umana, la cui
sopravvivenza è ora messa a rischio. Il mondo è pieno di
conflitti, tra cui, tralasciando i minori, spicca la titanica lotta tra
Comunismo e Anti-comunismo. Quasi chiunque abbia una coscienza politica
nutre forti convinzioni a proposito di una di queste posizioni; noi vogliamo
che voi, se è possibile, mettiate da parte queste convinzioni e
consideriate voi stessi solo come membri di una specie biologica che ha
avuto una ragguardevole storia e di cui nessuno di noi desidera la
scomparsa. Cercheremo di non
dire una sola parola che possa piacere più ad un gruppo piuttosto che
all’altro. Tutti, in eguale misura, sono in pericolo e se il pericolo è
compreso, c’è speranza che lo si possa collettivamente evitare. Dobbiamo cominciare a
pensare in una nuova maniera. Dobbiamo imparare a chiederci non che mosse
intraprendere per offrire la vittoria militare al proprio gruppo preferito,
perché non ci saranno poi ulteriori mosse di questo tipo; la domanda che
dobbiamo farci è: che passi fare per prevenire uno scontro militare il cui
risultato sarà inevitabilmente disastroso per entrambe le parti? Un vasto pubblico e
perfino molti personaggi autorevoli non hanno ancora capito che potrebbero
restare coinvolti in una guerra di bombe nucleari. La gente ancora pensa in
termini di cancellazione di città. Si è capito che le nuove bombe sono più
potenti delle vecchie e che, mentre una bomba –A potrebbe cancellare
Hiroshima, una bomba-H potrebbe distruggere le più grandi città, come
Londra, New York o Mosca. Non c’è dubbio che, in una guerra con bombe-H,
grandi città potrebbero finire rase al suolo. Ma questo è uno dei disastri
minori che saremmo chiamati a fronteggiare. Se tutti, a Londra, New York e
Mosca venissero sterminati, il mondo potrebbe, nel corso di pochi secoli,
riprendersi dal colpo. Ma ora noi sappiamo, specialmente dopo i test alle
isole Bikini, che le bombe nucleari possono gradualmente spargere
distruzione su di una area ben più vasta di quanto si pensasse. Si è proclamato con
una certa autorevolezza che ora si può costruire una bomba 2.500 volte più
potente di quella che ha distrutto Hiroshima. Una tale bomba, se
esplodesse vicino al suolo terrestre o sott’acqua, emetterebbe particelle
radioattive nell’atmosfera. Queste ricadono giù gradualmente e
raggiungono la superficie terrestre sotto forma di polvere o pioggia
mortifera. E’ stata questa polvere che ha contaminato i pescatori
giapponesi e i loro pesci. Nessuno sa quanto
queste particelle radioattive possano diffondersi nello spazio, ma
autorevoli esperti sono unanimi nel dire che una guerra con bombe-H potrebbe
eventualmente porre fine alla razza umana. Si teme che, se molte bombe-H
fossero lanciate, potrebbe verificarsi uno sterminio universale, rapido solo
per una minoranza, ma per la maggioranza una lenta tortura di malattie e
disgregazione. Molti avvertimenti
sono stati lanciati da eminenti scienziati e da autorità in strategie
militari. Nessuno di loro dirà che sono sicuri dei peggiori risultati.
Quello che diranno sarà che questi risultati sono possibili, e nessuno può
essere certo che non si realizzeranno. Non abbiamo ancora capito se i punti
di vista degli esperti su questa questione dipendano in qualche grado dalle
loro opinioni politiche o pregiudizi. Dipendono solo, per
quanto ci hanno rivelato le nostre ricerche, da quanto è vasta la
conoscenza particolare dell’esperto. Abbiamo scoperto che gli uomini che
conoscono di più sono i più tristi. Questa è allora la
domanda che vi facciamo, rigida, terrificante, inevitabile: metteremo fine
alla razza umana, o l’umanità rinuncerà alla guerra? La gente non
affronterà l’alternativa perché è così difficile abolire la guerra.
L’abolizione della guerra richiederà disastrose limitazioni alla sovranità
nazionale. Ma probabilmente la cosa che impedirà maggiormente di
comprendere la situazione sarà il fatto che il termine “umanità” suona
vago e astratto. La gente a malapena si rende conto che il pericolo è per
loro stessi, i loro figli e i loro nipoti, e non per una vagamente
spaventata umanità. Possono a malapena afferrare l’idea che loro,
individualmente, e coloro che essi amano sono in pericolo imminente di
perire con una lenta agonia. E così sperano che forse la guerra con la
corsa a procurarsi armi sempre più moderne venga proibita. Questa speranza
è illusoria. Qualsiasi accordo sia stato raggiunto in tempo di pace per non
usare le bombe-H, non sarà più considerato vincolante in tempo di guerra,
ed entrambi i contendenti cercheranno di fabbricare bombe-H non appena
scoppia la guerra, perché se una fazione fabbrica le bombe e l’altra no,
la fazione che l’avrà fabbricate sarà inevitabilmente quella vittoriosa. Sebbene un accordo a
rinunciare alle armi atomiche come parte di una generale riduzione degli
armamenti non costituirebbe una soluzione definitiva, potrebbe servire a
degli scopi importanti. Primo, ogni accordo
tra Est e Ovest va bene finchè serve ad allentare la tensione. Secondo,
l’abolizione delle armi termo-nucleari, se ogni parte credesse all’onestà
dell’altra, potrebbe far scendere la paura di un attacco proditorio stile
Pearl Harbour che ora costringe tutte e due le parti in uno stato di
continua apprensione. Noi dovremmo, quindi,
accogliere con piacere un tale accordo sebbene solo come un primo passo. Molti di noi non sono
neutrali, ma, come esseri umani, ci dobbiamo ricordare che, se la questione
tra Est ed Ovest deve essere decisa in qualche maniera che possa soddisfare
qualcuno, Comunista o Anti-comunista, Asiatico o Europeo o Americano, bianco
o nero, questa questione non deve essere decisa dalla guerra. Noi
desidereremmo che ciò fosse compreso sia all’Est che all’Ovest. Ci attende, se
sapremo scegliere, un continuo progresso di felicità, conoscenza e
saggezza. Dovremmo invece scegliere la morte, perché non riusciamo a
rinunciare alle nostre liti? Facciamo un appello
come esseri umani ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità e
dimenticatevi del resto. Se riuscirete a farlo si aprirà la strada verso un
nuovo Paradiso; se non ci riuscirete, si spalancherà dinanzi a voi il
rischio di un’estinzione totale. Risoluzione: Noi invitiamo il
Congresso, e con esso gli scienziati di tutto il mondo e la gente comune, a
sottoscrivere la seguente risoluzione: “In considerazione
del fatto che in una qualsiasi guerra futura saranno certamente usate armi
nucleari e che queste armi minacciano la continuazione dell’esistenza
umana, noi invitiamo i governi del mondo a rendersi conto, e a dichiararlo
pubblicamente, che il loro scopo non può essere ottenuto con una guerra
mondiale, e li invitiamo di conseguenza a trovare i mezzi pacifici per la
soluzione di tutti i loro motivi di contesa. Max Born Perry W. Bridgman Albert Einstein Leopold Infeld Frederic Joliot-Curie Herman J. Muller Linus Pauling Cecil F. Powell Joseph Rotblat Bertrand Russell Hideki Yukawa Versione inglese
di Stefania Maurizi
Pubblicata in "Tuttoscienze" de "La
Stampa", 10 dicembre 2003 Nell'agosto del 1945, il bombardamento
di Hiroshima e Nagasaki "inaugurò" una nuova era, in cui, per la
prima volta nella storia della civiltà umana, l'uomo ha acquisito la possibilità
di cancellare la vita dal pianeta, in un solo colpo. Dopo quel bombardamento,
intorno all'uso delle armi nucleari si è creato un tabù assoluto, che però
non ha impedito la costruzione di ordigni nucleari ben più potenti dell'atomica
e di arsenali paurosamente grandi e costosi: oggi, Stati Uniti e Russia
dispiegano ciascuno 6.000 testate strategiche e soltanto 20 di queste, lanciate
su delle città, ucciderebbero 25 milioni di persone. Quanto ai costi delle armi
nucleari, si stima che dal 1940 al 1996, gli Stati Uniti da soli abbiano speso
circa 5.500 miliardi di dollari (in valuta del 1996), più del totale che, nello
stesso periodo, il governo federale ha speso per: istruzione, formazione,
impiego, servizi sociali, agricoltura, risorse naturali e ambiente, ricerca
scientifica e spaziale, sviluppo delle comunità locali, amministrazione della
giustizia, produzione e regolamentazione dell'energia elettrica. (I dati citati
provengono rispettivamente dal "The Garwin Archive", disponibile
online, e dal rapporto "Atomic Audit", di S. Schwartz, 1998).
Le armi nucleari sono armi di
distruzione di massa inventate durante la seconda guerra mondiale. Allora
sembravano necessarie, perché il rischio che Hitler potesse ottenere per
primo la bomba atomica era reale: la fissione nucleare -il processo fisico alla
base, tra l'altro, della costruzione della bomba- era stata scoperta proprio in
Germania, nel 1938, e appena scoppiata la guerra, i nazisti avevano messo in
piedi un programma nucleare guidato da una delle menti brillanti della fisica
del '900, il tedesco Werner Heisenberg. Ma Heisenberg stava
realmente costruendo l'atomica per Hitler?
E all'alba dell'era nucleare, non
sarebbe stato possibile un boicottaggio delle armi nucleari da parte di tutti
gli scienziati, sia quelli che lavorarono per gli alleati, che quelli per i
nazisti? Domande come queste continuano a dividere e a far discutere, sebbene
siano passati più di sessant'anni e i protagonisti di questi eventi siano quasi
tutti morti.
Abbiamo rivolto alcune di queste
domande ad uno degli ultimi grandi testimoni, che è anche uno dei grandi fisici
del '900: Hans Bethe. Come responsabile della Divisione Teorica di Los
Alamos, Bethe guidò tutto il lavoro teorico del Progetto Manhattan,
per la costruzione della prima atomica anglo-americana, realizzata appunto nel
laboratorio di Los Alamos (USA), e dopo la guerra, divenne un'importante figura
pubblica nel controllo degli armamenti.
Oggi, ha 97 anni, ma lucido e arzillo,
ha accettato di rispondere alle nostre domande.
Professor Bethe, appena
Hitler andò al potere nel '33, lei -come del resto centinaia di altri
professori universitari ebrei- fu licenziato dall'università tedesca in cui
lavorava, emigrò in America e, successivamente, fu arruolato nel Progetto. Alla
fine del '43, il grande fisico danese Niels Bohr fuggì da Copenhagen, occupata
dai nazisti, e venne a Los Alamos. In quell'occasione, raccontò al direttore
del laboratorio, Robert Oppenheimer, che due anni prima, Heisenberg, era andato
a fargli visita a Copenhagen e gli aveva parlato di armi nucleari.
Quell'incontro tra Heisenberg e il suo maestro ed amico, Niels Bohr, è un
mistero della storia e nessuno sa e saprà mai cosa si dissero. Comunque, a
quanto pare, a Los Alamos, Bohr ricordò e riprodusse un disegno che Heisenberg
gli aveva mostrato durante l'incontro di Copenhagen. E anche quel disegno è un
mistero, perché da una parte, il giornalista Thomas Powers sostiene che
attraverso di esso Heisenberg cercava di far capire a Bohr che non stava
lavorando all'atomica per i nazisti, dall'altra, gente come il figlio di Bohr,
Aage, nega categoricamente che sia mai esistito. A quanto pare, lei è uno dei
pochissimi al mondo che lo ha visto. Ci può dire qualcosa? Il Progetto Manhattan fu
largamente concepito e realizzato da rifugiati dell'Europa nazi-fascista, come
lei, terrorizzati dalla possibilità che Hitler potesse ottenere l'atomica. E
lei ha dichiarato: "Tutto cominciò a Los Alamos, con la bomba A. Tutte le
tragedie e gli errori che ora ci perseguitano iniziano lì. [A quel tempo] Io
conclusi che dovevo lavorare [alla bomba perché] la Germania poteva ottenerla
prima. Ma sbagliammo tutti. Heisenberg lavorava ad un reattore nucleare, non ad
una bomba". Lei lavorava ai più alti livelli del Progetto, aveva accesso a
informazioni che le permettessero di capire a che punto era il programma
nucleare tedesco? Hitler fu sconfitto nel
maggio del 1945; ad agosto, la prima bomba atomica fu lanciata su Hiroshima.
Quale fu la sua reazione? Alcuni sostengono che il
presidente americano Truman usò le due bombe atomiche per mostrare al mondo il
nuovo potere militare degli Stati Uniti, piuttosto che per concludere la guerra.
Che ne pensa? Il giorno dopo Hiroshima, il
fisico Carl Friedrich von Weizsaecker, che aveva lavorato con Heisenberg al
programma nucleare tedesco e lo aveva accompagnato a Copenhagen, disse: "La
storia registrerà che gli americani e gli inglesi fecero una bomba e che, allo
stesso tempo, i tedeschi sotto il regime di Hitler costruirono un reattore
utilizzabile. In altre parole, lo sviluppo pacifico del reattore ad uranio fu
portato avanti in Germania, sotto il regime di Hitler, mentre gli americani e
gli inglesi svilupparono questa spaventosa arma da guerra". Come commenta
questa dichiarazione?
Bethe è deceduto il 6 marzo 2005.

Rotblat consegue quindi il Ph.D. all'Università di Liverpool nel 1950 e il D.Sc.
all'Università di Londra nel 1953; dal 1945 al 1949 è direttore della ricerca
in fisica nucleare dell'Università di Liverpool. In quegli anni, contribuisce
alla scoperta del mesone pi-greco con la messa a punto di speciali emulsioni
fotosensibili. Si dedica con sempre maggiore impegno alle applicazioni
biologiche e mediche della fisica nucleare e diventa, dal 1950 al 1976,
professore - oggi emerito - di fisica dell'Università di Londra presso il
Medical College dell'ospedale St. Bartholomew, e Chief Physicist dell'ospedale
stesso.
Nel 1955 è uno degli undici firmatari del Manifesto
lanciato da Bertrand Russell e da Albert Einstein, in cui si chiede agli
scienziati di ogni paese di cooperare per evitare una guerra nucleare. Nel 1957
diventa segretario generale delle Conferenze Pugwash, nate da questo Manifesto,
e loro presidente nel 1988. Nel 1966 partecipa alla fondazione dell'Istituto
internazionale per le ricerche sulla pace di Stoccolma e dal 1984 al 1990 fa
parte del gruppo direttivo dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, quale
relatore responsabile in particolare degli studi sugli effetti di una guerra
nucleare sulla salute e sui servizi sanitari.
Rotblat è autore di oltre 300 pubblicazioni, di cui 20 libri, sulla fisica
nucleare e medica, sugli effetti biologici delle radiazioni, sul controllo delle
armi nucleari, sul disarmo, sul movimento Pugwash e sulla responsabilità
sociale degli scienziati. Nel 1995, cinquant'anni dopo Hiroshima e Nagasaki,
Joseph Rotblat e le Conferenze Pugwash hanno ricevuto il premio Nobel per la
Pace.

La prima esplosione atomica prodotta dall'uomo, il Trinity Test,
avvenne il 16 luglio 1945, in una località a 95 chilometri da
Alamogordo, nel deserto del New Mexico. Un luogo che gli indiani
avevano chiamato in passato "strada della morte”. Trinity era
il nome in codice scelto da Robert Oppenheimer per l'esperimento.
Rotblatt, però, non c’era. Nel novembre 1944 era diventato chiaro
che la Germania nazista non avrebbe mai
avuto
la bomba e il fisico aveva scelto di rientrare in Inghilterra, unico
scienziato ad abbandonare la ricerca prima della sua devastante
conclusione.
Un suo amico, il fisico ungherese Leo Szilard, con Fermi responsabile
di un segmento del progetto, il 2 dicembre del 1942 aveva ottenuto
all’Università di Chicago la prima reazione a catena controllata.
Szilard definì quel successo "un giorno che sarebbe passato alla
storia dell’umanità come una giornata nera".
sia deleteria la scelta nucleare. Per la capacità indiscriminata di
colpire, per le conseguenze devastanti delle bombe atomiche sulla
popolazione civile. L’argomento secondo il quale l’importanza del
nucleare è nella sua capacità di deterrenza richiama alla memoria
l'epoca passata ‘guerra fredda’, ma oggi la situazione è
diversa e questo è un argomento senza alcun valore. Lo
smantellamento degli arsenali è stato deciso, eppure alcuni leader,
Bush, Blair, Putin continuano a tenere le dita sul bottone. Questo
nutre un clima di violenza. Ai bambini si insegna a pensare alla pace
in funzione degli armamenti posseduti. Se hai tante armi sei al
sicuro. L’opinione pubblica mondiale deve contrastare idee del
genere. Noi Nobel non possiamo consentire tutto questo. Ci hanno
premiato e hanno riconosciuto la nostra volontà di pace, ma dobbiamo
ancora ottenere il risultato definitivo e abbiamo il dovere di
lavorare per arrivare al traguardo. Albert Einstein sapeva comprendere
il rapporto tra ricerca e fenomeni
politici.
Il 2005 sarà l’anno a lui dedicato. Dobbiamo ricordarlo e saper
bene che solo una mutazione profonda delle strategie potrà evitare
una catastrofe”.
Intervista a Joseph Rotblat
L'idea della bomba mi venne agli inizi del '39, in
Polonia, la mia terra d'origine. Sapevo della scoperta della fissione e, poiché
avevo pronto un mio esperimento, verificai ben presto che, quando l'atomo
dell'uranio si divide in due parti, nel processo di fissione, vengono emessi
anche alcuni neutroni. E questo apriva la possibilità di una reazione a catena,
in cui hanno luogo molte fissioni ed una grossa quantità di energia viene
rilasciata in un brevissimo lasso di tempo, il che significa una potente
esplosione. Decisi, però, di non pensare a questa possibilità: aborrivo
l'idea. E anche quando andai a lavorare a Liverpool con Chadwick, il
fisico che aveva scoperto il neutrone, continuavo a rigettarla, sebbene fossi
preoccupato perché le pubblicazioni tedesche menzionavano la possibilità di
un'atomica. Ma quando la guerra scoppiò, dovetti accantonare i miei scrupoli
morali: andai da Chadwick e gli suggerii di iniziare a lavorare alla
bomba. Ragionai secondo il principio di deterrenza: se Hitler avesse
ottenuto l'atomica, l'unico modo per impedirgli di usarla contro di noi era che
anche noi l'avessimo e potessimo minacciare una rappresaglia. Cominciammo nel
novembre del '39 e quando nel '43 gli americani dettero il via al Progetto,
alcuni di noi furono"arruolati".
Dovevo stabilire l'energia dei neutroni emessi dal nucleo
dell'uranio nel processo di fissione. Nei reattori nucleari per la produzione di
energia, i neutroni vengono rallentati proprio per controllare la reazione a
catena ed evitare l'esplosione, per la bomba invece servono neutroni veloci e
bisogna conoscere, prima di tutto, la loro energia.
In realtà, a quel punto io non ero più a Los Alamos.
Me ne andai appena seppi che i tedeschi avevano rinunciato alla bomba. Chadwick,
che era il capo del progetto inglese, aveva contatti con i servizi segreti,
erano amici, e lui sapeva dei miei scrupoli morali; nel novembre del '44, mi
disse di aver appena ricevuto la notizia. In realtà, i tedeschi avevano
abbandonato tutto già nel '42, ma noi non lo sapevamo. L'informazione, inoltre,
era riservata, gli altri scienziati non l'avevano ed io fui l'unico a lasciare
il Progetto.
Ebbi grossi problemi. Sospettarono addirittura che fossi
una spia russa, ed una della condizioni per lasciarmi andare fu che non dovevo
dire a nessuno perché me ne andavo.
Era un militare. Comunque fui scioccato dalle sue
opinioni. Era piuttosto amico con Chadwick e, durante una cena privata,
disse: "voi vi rendete conto, ovviamente, che il principale scopo del
Progetto è quello di soggiogare i Russi". Era il marzo del 1944: i Russi
erano nostri alleati e lavoravamo contro Hitler. Immagini il mio shock! E
quando lo dissi ai miei colleghi, loro non mi credettero!
In primo luogo Chadwick; Bohr si rese
conto, quasi profeticamente, che se americani e inglesi avessero costruito
l'atomica da soli, escludendo i russi, quest'ultimi avrebbero cercato di
costruire una loro bomba, innescando una pericolosa corsa agli armamenti
nucleari, che, secondo lui, poteva essere evitata, solo con un approccio comune
all'utilizzazione dell'energia nucleare, sia a scopi pacifici che militari.
Parlavamo molto a Los Alamos ed io ho appreso da lui del problema. Ma
quando Bohr parlò con Churchill, tutto quello che Churchill capì
fu che Bohr voleva dar via i segreti ai russi, e dunque era pericoloso;
così il progetto di Bohr fallì. La storia avrebbe potuto essere cambiata.
Lavoriamo a trattati di eliminazione efficaci, cioè
vincolanti per i governi che li firmano; trattati del genere esistono già per
le altre armi di distruzione di massa, quelle chimiche e batteriologiche.
Con la negoziazione. Prenda l'Europa, per secoli le
dispute sono state risolte con guerre terribili. Oggi, l'idea che Francia e
Italia possano entrare in guerra è inconcepibile. L'impossibile è diventato
possibile. E se ciò è successo in Europa, può succedere anche altrove.
Si, non è un'esagerazione. Il metodo di detonazione Gun,
usato nella bomba di Hiroshima, è molto semplice. Per un gruppo di terroristi
che abbiano risorse, che probabilmente includono scienziati, la tecnologia non
è un problema. Né lo è il materiale: per il Gun, serve uranio 235. Se si
hanno i soldi, è veramente semplice procurarselo: ne bastano 40 chili, ed in
Russia ce ne sono mille tonnellate. Si può trasportare in un altro stato,
metterlo in un garage e detonarlo a distanza.
Io do il benvenuto ad ogni taglio, ma questo non è
reale. Non distruggono le armi, le mettono semplicemente nei magazzini e, se
servono, le ritirano fuori. E'un'illusione.
Intervista a Carl Friedrich von Weizaecker
Nel settembre del 1939, quando scoppiò la guerra, io fui
immediatamente arruolato nell'esercito, ma dopo due settimane mi richiamarono
per lavorare ad un progetto riguardante le armi.
La Deutsche Physik era un'assurdità ed io non avevo
rapporti con essa.
Beh, ero un fisico nucleare e tutti i fisici del mondo,
che avevano capito il lavoro di Otto Hahn sulla fissione, si erano resi
conto immediatamente di questa possibilità.
Ci rendemmo conto molto presto che quest'arma era
possibile, in linea di principio, e poiché ci aspettavamo che gli Inglesi e gli
Americani volessero costruirla, pensammo che anche la Germania dovesse averne la
capacità. Ma ciò non era dovuto ad Hitler, per noi Hitler era
sempre stato un malvagio, pensavamo che la bomba avrebbe potuto essere
necessaria alla nostra nazione.
Non potevamo saperlo.
Posso solo dire che, quando iniziai a lavorare alla
bomba, ebbi l'idea che se fossi stato capace di costruirla, forse avrei potuto
parlare con Hitler e convincerlo ad adottare una politica migliore, ma
quest'idea era sbagliata, e quando ci rendemmo conto di non poter costruire la
bomba, io fui contento di non essermi ritrovato nella difficile situazione di
dover parlare con Hitler.
Non avevamo le risorse necessarie. Credo che, per la
bomba, gli americani spesero mille volte la somma che spendemmo in Germania, e
noi non potevamo spendere così tanto. E rimanemmo molto sorpresi quando sapemmo
che gli americani avevano costruito la bomba in pochissimo tempo.
Si.
Giungemmo alla conclusione che non eravamo in grado di
costruirla dopo un anno e mezzo, più o meno. E solo dopo aver realizzato ciò, Heisenberg
decise di andare a parlare con Bohr.
Accompagnai Heisenberg a Copenhagen, ma non
all'incontro. Heisenberg non aveva la certezza che anche gli inglesi e
gli americani non fossero in grado di costruire la bomba e non poteva parlare
con i suoi amici inglesi o americani, perché probabilmente non gli avrebbero
creduto. Tuttavia, credeva che se avesse detto a Bohr che noi tedeschi
non potevamo costruire la bomba, Bohr avrebbe potuto parlare con gli
Alleati e dire loro di non costruirla, proprio perché noi non eravamo in grado
di farlo.
In un certo senso,si. Heisenberg poteva parlare
sapendo che le autorità militari tedesche non erano a conoscenza dello scopo
del colloquio e la conversazione ebbe luogo durante una passeggiata. Comunque, Heisenberg
usò un linguaggio molto indiretto, dal momento che sapeva di rischiare la testa
parlando di un progetto segreto ad uno straniero.
Quando Heisenberg iniziò a parlare di reazioni
nucleari, Bohr disse immediatamente: "Non voglio parlare con te di
queste cose" e, dopo la guerra, io seppi da uno dei figli di Bohr che Bohr
pensava che Heisenberg lo volesse indurre a lavorare all'atomica con la
Germania, e poiché lui non voleva lavorarci, lo fermò immediatamente.
Beh, Bohr non lo fermò immeditamente. Heisenberg
iniziò a parlare di reazioni nucleari e dopo un po' avvertì che Bohr
non voleva continuare.
Io non ero presente al colloquio, ma certamente era
troppo pericoloso, come le ho già detto.
Nel settembre del '41 la Germania aveva appena sconfitto
la Francia, e dunque Heisenberg potrebbe anche aver detto a Bohr
una cosa del genere, ma, all'inizio della guerra, era convinto che Hitler
stesse andando incontro alla catastrofe e questo si rivelò vero, alla fine.
No.
Tutti i bravi fisici la sapevano costruire, in linea di
principio.
In linea di principio, Heisenberg era in grado di
farlo, ma era cosciente del fatto che non potevamo costruirla, viste le
condizioni in cui lavoravamo. Da parte mia, io fui molto contento quando
realizzai che non potevamo costruirla, perché non mi sarei trovato di fronte al
problema morale.
Il Progetto Manhattan fu assolutamente
indipendente dal nostro lavoro! Fu la conseguenza delle stesse conclusioni che
tirammo in Germania. Visto che l'atomica era possibile, noi ci aspettavamo che
gli inglesi e gli americani volessero costruirla, e gli Alleati si aspettavano
la bomba tedesca, e dettero immediatamente il via al loro Progetto, che fu
iniziato per essere certamente più forte di quello tedesco.
Ci lavorammo, ma giungemmo alla conclusione di non
poterla costruire e ne fummo molto felici.
Intervista esclusiva con Roald Sagdeev
Facevo ricerca sulla fusione termonucleare controllata,
che è uno dei processi fisici che per la produzione di energia, tuttavia,
nell'Unione Sovietica di quegli anni era considerata"top secret",
probabilmente a causa delle sue relazioni con la fusione incontrollata, che è
invece il processo alla base della bomba H. Ma circa due anni dopo il mio
ingresso all'Istituto di Kurchatov, Krusciov aderì all'iniziativa
"Atomi per la Pace", lanciata dal presidente americano Eisenhower;
il mio settore di ricerca fu desecretato ed io mi ritrovai a lavorare alla
"luce del sole".
Con un po' di fortuna e grazie ad un intervento di
altissimo livello: quello del mio maestro Lev Landau. Ovviamente
cercarono di reclutare me e molti dei miei colleghi, ci spedirono pure nelle
città-laboratorio segrete in cui venivano portate avanti queste ricerche, come
Arzamas-16, ma io non volevo assolutamente saperne e Landau mi aiutò.
Ho parlato molto con i miei professori per cercarne di
capire le motivazioni profonde. Per la prima generazione di fisici nucleari,
come Landau, che fecero le scoperte fondamentali, va ricordato che era in
corso una guerra contro la Germania, che per noi russi fu assolutamente
devastante. Lavorando alle armi nucleari, quasi tutti sentirono di contribuire a
difendere la nazione dalla Germania, durante la guerra, e a stabilire un
equilibrio strategico est-ovest, immediatamente dopo. Anche Sakharov
rimase convinto che lavorare alla bomba H per Stalin fosse stata allora,
cioè nei primi anni '50, la scelta giusta, perché essenziale per la sicurezza
nazionale. Landau, invece, fu probabilmente l'unico della sua generazione
per cui fu estremamente doloroso lavorarci, ma c'era Stalin. Per noi
fisici più giovani, invece, la situazione era diversa: la scelta di lavorare
alle armi nucleari fu determinata dal patriottismo, dalla fascinazione
intellettuale, ma anche da fattori molto "terra-terra": salari
migliori e, soprattutto, la possibilità di poter trovare immediatamente un
appartamento, una cosa impensabile nelle grandi città come Mosca.
Il nostro istituto faceva ricerca spaziale di base, non
era paragonabile alla NASA. Ma la storia venne fuori nel '72: Nixon e Breznev,
che avevano deciso di iniziare a limitare la corsa agli armamenti, volevano una
dimostrazione pubblica della distensione in corso e così idearono la prima
missione spaziale congiunta USA-URSS, l'Apollo-Soyuz. Il grosso delle
attività spaziali sovietiche, però, era segreto perché legato allo sviluppo
di missili, e così il governo capì immediatamente che per coprire le attività
vere serviva un istituto che facesse da vetrina. Fu scelto il nostro e tutti gli
ingegneri russi che lavoravano per l'Apollo-Soyuz venivano ad incontrare
gli americani da noi, ma in realtà facevano ricerca in istituzioni e aziende
coperte da segreto. Perfino quando portarono gli americani alla piattaforma di
lancio di Baikonur, quella da cui partì Gagarin, inventarono
loro: "Sì, sì, la piattaforma è dell'istituto, loro controllano tutto,
sono la nostra NASA". Tra noi, le autorità sovietiche e gli
americani fu un teatrino indimenticabile, perché gli americani avevano capito
tutto! E noi dell'istituto avevamo capito che loro avevano capito!
Cercai alleati e giocai scientemente questa carta: poiché
eravamo probabilmente l'unico istituto del programma spaziale sovietico che non
faceva ricerca segreta, se fossimo stati risucchiati anche noi, l'Unione
Sovietica non avrebbe avuto un solo programma spaziale non militare. Questo
poteva risultare così imbarazzante per l'immagine internazionale del nostro
paese, che perfino nel KGB ci fu chi capì la mia posizione. Comunque, la
lotta fu dura perché le pressioni erano molto forti e provenivano sia
dall'esterno, cioè dal complesso industriale-militare, sia da alcuni scienziati
dell'istituto, che volevano lavorare su contratti militari perché rendevano più
della scienza normale. Alcuni dei miei colleghi inoltrarono proteste contro di
me, segnalando anche al KGB che boicottavo i "doveri
patriottici" ed io detti perfino in escandescenza e presentai le dimissioni
un paio di volte, ma furono respinte.
C'è una forma di militarizzazione che ormai è già
avvenuta e che, personalmente, giudico "benigna": potenze come gli Stati
Uniti e la Russia hanno messo in orbita da tempo satelliti militari
per le comunicazioni o per il rilevamento di lanci di missili a
"sorpresa". Ciò che non è ancora avvenuto è la messa in orbita di
armi, cioè di piattaforme spaziali con laser, ecc. che possono colpire e
distruggere missili e satelliti di altre nazioni. Se questa militarizzazione
"maligna" avverrà, innescherà di nuovo un'inarrestabile corsa agli
armamenti. Sto cercando di attivarmi per stimolare un dibattito pubblico sul
tema.
Non abbiamo avuto pressioni di questo tipo, ma
chiaramente informammo dei nostri progetti le autorità sovietiche, che ci
dissero di non aspettarci una standing ovation. L'ex segretario americano alla
difesa, Robert McNamara, invece, alla nostra festa di matrimonio brindò
dicendo: "con questo matrimonio finisce la Guerra Fredda e comincia il
riscaldamento globale!"
A volte, ma gli americani non sono più interessati ad
essa come 20 anni fa, tuttavia sono interessati a Putin. Mia moglie ed io
siamo appena tornati da Mosca, dove abbiamo avuto un colloquio con Putin
sulla militarizzazione dello spazio. Ora ci fanno molte domande.
Intervista a Joan Hall
(L'episodio è riferito da Abraham Pais, Physics Today, agosto 1990).
La reticenza delle grandi potenze
di BRUNO BARRILLOT *
A differenza delle armi chimiche, che perdono
pericolosità e tossicità con la dispersione, gli agenti delle armi
biologiche, in ambiente adatto, possono moltiplicarsi, perpetuarsi e
addirittura mutare geneticamente per aggirare le misure di protezione.
Si ritiene, ad esempio, che l'agente biologico del botulismo sia tre
milioni di volte più tossico del sarin (agente chimico) (1).
Malgrado la convenzione che interdice l'uso delle armi biologiche
adottata nel 1972, la ricerca è proseguita in gran segreto. Anzi, vista
l'ampiezza del programma sulle armi biologiche scoperto in Russia,
l'Accademia delle scienze americana ha lanciato, nel 1997, un programma
di ricerche biologiche russo-americano, a partecipazione britannica, per
tentare di arginare un'eventuale fuga di cervelli (2).
E' un'ambiguità condivisa anche da coloro che si dichiarano promotori
delle convenzioni di interdizione. Per esempio, una recente inchiesta ha
dimostrato che la Francia ha continuato in segreto le sue
sperimentazioni sulle armi chimiche, nel sito B2 Namous, vicino a
Colomb-Béchar, più di quindici anni dopo l'indipendenza dell'Algeria (3).
Anche dopo la firma della convenzione sull'interdizione delle armi
chimiche del 1993, ogni stato ha conservato il diritto di mettere a
punto, fabbricare, acquistare e anche utilizzare prodotti tossici
"a scopi non proibiti". E' vero che, in questo caso, le
dichiarazioni sono obbligatorie e le misure di verifica molto
puntigliose (4).
Certo, questo tipo di ricerche, autorizzate per difendersi dagli effetti
delle armi chimiche, resterà appannaggio delle grandi potenze dotate
dei mezzi finanziari necessari a effettuarle in impianti e laboratori
abituati da tempo a lavorare nel massimo segreto. E' evidente, poi, che
le grandi potenze non abbandoneranno i loro programmi di punta
(difficilmente controllabili) sulle armi chimiche binarie, cioè
composte da due prodotti relativamente poco tossici se stoccati
separatamente, ma che, mescolati al momento dell'esplosione, formano un
prodotto mortale. Già gli Stati uniti, nel 1985, poi la Francia nel
1987 (5) avevano parlato dello stato
di avanzamento di questi programmi in risposta alle minacce sovietiche.
Si tratta forse, nel campo delle armi chimiche come in quello delle armi
nucleari, di creare quello spazio che fa la differenza tra coloro che,
di fatto, avranno dei diritti e quelli che non ne hanno più?
Dall'adozione della convenzione del 1993, gli stati firmatari sono con
le spalle al muro. Gli Stati uniti l'hanno finalmente ratificata il 24
aprile 1997, alla fine di un dibattito molto burrascoso in cui ex
segretari della difesa hanno sostenuto che il trattato metteva a rischio
la sicurezza del paese (6). Dopo mesi
di pretesti e di ricatti sul costo della distruzione delle sue immense
riserve di armi chimiche , la Russia ha fatto altrettanto, il 5 novembre
1997. La Francia che l'aveva preceduta, il 2 marzo 1995, ha pubblicato
solo ora, tre anni dopo, un primo decreto (7)
che designa un comitato interministeriale incaricato di suddividere le
competenze amministrative in vista dell'applicazione della convenzione.
Come era prevedibile, non viene indicata nessuna data di scadenza per la
realizzazione delle principali disposizioni.
Inoltre, pur affermando di attribuire "grande importanza a una
rapida adozione di un progetto di legge che deve garantire l'adozione
piena e completa della convenzione (8)",
il governo francese fornisce solo informazioni frammentarie sullo stato
delle riserve e sui suoi centri di ricerca mentre, per esempio, fin dal
4 giugno 1997, gli inglesi hanno pubblicato un dettagliato rapporto di
240 pagine sul loro precedente programma di armi chimiche.
Promesse di trasparenza Visto che la denuncia degli stock e la loro
distruzione fanno parte integrante della convenzione, ogni firmatario si
è impegnato alla trasparenza, il che permetterà di valutare la
probabile immensità del compito. Gli Stati uniti dichiarano di
possedere 30.000 tonnellate di munizioni chimiche, mentre l'impianto
costruito sull'isola Johnston in pieno Pacifico che doveva incenerirle
non sarebbe sufficiente: ne avrebbe eliminato solo il 3 %. Sarà perciò
necessario realizzare altri inceneritori sul territorio americano, ma i
movimenti di cittadini si attivano già ora per impedirne la
costruzione. Gli esperti statunitensi ritengono che ci vorranno 12
miliardi di dollari per eliminare le riserve. Quanto ai russi, il cui
arsenale chimico è valutato da 40.000 a 80.000 tonnellate, a seconda
delle stime, essi sostengono che il costo della distruzione non supererà
i 5 miliardi di dollari (9).
Con altrettanta preoccupazione ci si chiede come salvare il mar Baltico
e una parte del mare del Nord da un disastro ecologico: alla fine della
seconda guerra mondiale russi e tedeschi si sono sbarazzati di 87.000
tonnellate di munizioni chimiche affondandole nelle acque del mar
Baltico, mentre americani e britannici ne hanno buttate più di 160.000
tonnellate nello Skagerrak, l'istmo situato tra Norvegia, Svezia e
Danimarca.
Secondo i rapporti degli esperti, l'iprite che giace in fondo ai mari
conserverebbe un'elevata tossicità per quattrocento anni (10).
Malgrado tutti gli ostacoli e le reticenze di cui si è detto, la lotta
contro la proliferazione chimica sembra andare nella giusta direzione.
Al contrario, la revisione dell'inefficace convenzione del 1972 sulle
armi biologiche sta andando per le lunghe. Alla fine del 1994, a
Ginevra, è stato costituito un Gruppo ad hoc per avanzare proposte, ma
i suoi lavori, di sessione in sessione, si impantanano e, malgrado
l'urgenza, si arriverebbe a un protocollo addizionale solo nel 2001, cioè
vent'anni dopo l'entrata in vigore della convenzione. Le insistenti
pressioni dell'industria farmaceutica e biotecnologica sono dovute
all'enormità dei capitali messi in gioco nel settore. Queste industrie
temono che le procedure ispettive previste dal futuro protocollo,
analoghe a quelle della convenzione sulla proibizione delle armi
chimiche, si traducano in un vero e proprio spionaggio industriale (11).
Ma stroncare la temibile proliferazione delle armi biologiche è
incomparabilmente più importante degli inconvenienti che possono
derivare da ispezioni nei luoghi sospetti o dubbi. Se è stato
considerato normale che l'Unscom effettuasse nel corso del 1996 venti
ispezioni in Iraq (alcune delle quali di molte settimane) solo per
comprovare la produzione di agenti biologici (12),
bisogna che stati e industriali si conformino a una disciplina
liberamente accettata per porre fine alla minaccia biologica.
Gli esperti ritengono che le industrie dovrebbero impegnarsi di più nei
negoziati sul futuro protocollo. Potrebbero cooperare con i diplomatici,
in particolare proponendo procedure ispettive e strumenti di controllo
che salvaguardino i loro interessi (13).
Al di là di diplomatici, esperti e industriali, rimane da coinvolgere
la società civile. A proposito di un futuro trattato di interdizione
delle armi nucleari, il professor Joseph Rotblat, premio Nobel per la
pace, proponeva di creare un sistema di verifica da parte dei cittadini
basato in particolare sulla denuncia "attraverso la quale tutti i
cittadini abbiano il diritto-dovere di fornire ad un'autorità
internazionale informazioni relative a ogni tentativo di violazione del
trattato. Diritto e dovere civici che dovranno essere garantiti da una
clausola del trattato, che imponga la promulgazione di leggi nazionali
pertinenti nei paesi che aderiscono al trattato (14)".
Si può dire che la Francia si mostri disponibile a questo invito.
Infatti, la proposta di legge sulla proibizione delle mine anti uomo
discussa in Parlamento il 24 aprile 1998, prevede di associare le
organizzazioni non governative ai meccanismi di verifica. Non sarebbe
opportuno fare la stessa cosa per l'eliminazione di tutte le armi di
distruzione di massa?
note:
* Centro di documentazione e ricerca sulla pace e i conflitti, Lione.
(1) John D. Holum, direttore de l'Arms
Control and Disarmament Agency (Acda), in una conferenza stampa tenuta a
Bonn l'11 febbraio 1998.
(2) Sophie Shihab, "Les mystères de la
Cité 19", Le Monde, 27 febbraio 1998.
(3) Vincent Jauvert, "Quand la France
testait des armes chimiques en Algérie", Le Nouvel Observateur,
Parigi, 23 ottobre 1997.
(4) Dall'entrata in vigore della convenzione
nell'aprile 1997 e fino alla fine del febbraio 1998, l'Organizzazione
per l'interdizione delle armi chimiche ha effettuato 152 ispezioni di
"routine" in 24 stati, Stati uniti inclusi .
(5) L'8 aprile 1987, il deputato François
Fillon ha annunciato che il governo aveva deciso, con l'approvazione del
presidente della Repubblica, "di iniziare un processo di
industrializzazione delle munizioni chimiche binarie". Journal
officiel, "Débats parlementaires", Assemblea nazionale, prima
seduta dell'8 aprile 1987, p. 94.
(6) Washington Post, 5 marzo 1997.
(7) Decreto 98-36 del 16 gennaio 1998.
(8) Journal officiel, "Sénat, questions
et réponses des ministres", 5 marzo 1998.
(9) Agence France Presse, 20 giugno 1997.
(10) Alexander W. Kaffka, Sea Dumped
Chemical Weapons. Aspects, Problems, and Solutions, Kluwer Academic
Publishers, Norwell, Maine (Stati uniti), 1996, p. 69.
(11) Malcolm Dando, in Disarmament
Diplomacy, dicembre 1997, p.
13.
(12) Sipri Yearbook 1997, Oxford University
Press, p. 460.
(13) Johnathan B. Tucker, "Technology
Review", in Courrier international, Parigi, 26 febbraio 1998, p.
32.
(14) Joseph Rotblat, "Vérification
par le citoyen", in Eliminer les armes nucléaires. Est-ce
souhaitable? Est-ce réalisable? Transition, Parigi, 1997.
(Traduzione di G.P.)
Bisognava fare qualcosa che "lasciasse il segno, sia nella coscienza
della gente comune che in quella dei leaders politici". Come risultato,
Russel stese una prima copia della dichiarazione che fece poi circolare tra
un gruppo di illustri scienziati, nella speranza di ottenere la loro
sottoscrizione.
Riguardo alla Bomba: "dobbiamo imparare a pensare in modo nuovo.
Dobbiamo imparare a chiedere a noi stessi non quali passi debbano essere
compiuti per ottenere la supremazia militare per qualunque sia il gruppo di
nostro interesse, perchè questi passi non possono più essere
compiuti." La gente si dovrebbe chiedere, piuttosto: "Quali passi
possono essere compiuti per prevenire uno scontro militare che sarebbe
disastroso per entrambe le parti in causa?" La domanda che l' umanità
intera si trovava costretta a porsi era: "Vogliamo porre fine al genere
umano o rinunciare alla guerra?" Un primo passo significativo in quella
direzione sarebbe stato "rinunciare a tutte le armi nucleari". Il
Manifesto si concludeva con la seguente dichiarazione: "Facciamo il
presente appello come esseri umani ad altri esseri umani. Ricordate la
vostra umanità e dimenticate tutto il resto."
Eisenhohwer, trovatosi di fronte ad una tale resistenza popolare ai test
nucleari, nel 1958 decise, a malincuore, di firmare l' accordo per una
moratoria dei test. Kennedy, assediato dalle proteste contro le armi ed i
test nucleari, mise fine ai test nell' atmosfera e inviò il fondatore e
presidente del SANE, Norman Cousins, come suo emissario per il bando dei
test nucleari, da Krusciov.
Eppure, in qualche modo, i leaders di nazioni presumibilmente avanzate e
civilizzate, compresi gli Stati Uniti, continuano ad andare avanti con
progetti per la costruzione di nuovi arsenali nucleari e trascinano i propri
paesi in guerre le cui ragioni non sono chiare, come se i soldati fossero
armati di bastoni invece che di uno dei marchingegni più distruttivi dell'
intera storia dell' umanità. Il fatto che, nonostante i progressi in campo
scientifico, tecnologico e culturale, così tante nazioni al mondo siano
oggi governate da persone dai valori primitivi e dall' intelligenza
limitata, è una delle tragedie del nostro tempo.
Il suo ultimo libro è "Toward Nuclear Abolition: A History of the
World Nuclear Disarmament Movement, 1971 to the Present" (Stanford
University Press).
Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la
fonte (Associazione PeaceLink) e l'autore.
http://www.zmag.org/content/showarticle.cfm?SectionID=11&ItemID=8230
Un giuramento per gli scienziati?
di Pietro Greco
A riproporre il “giuramento dello scienziato”, questa
volta, è Gerard Toulouse, direttore di ricerca presso la École
Normale Supérieur di Parigi. E poiché lo scienziato francese
ha reiterato l’idea davanti a un pubblico selezionato –
quello della American Association for the Advancement of
Science (Aaas),
la più grande organizzazione scientifica del mondo, riunita
nei giorni scorsi per il suo meeting annuale nella città di
San Francisco – in un periodo in cui la crescita delle
conoscenze scientifiche consente un’accelerazione senza
precedenti dell’innovazione tecnologica e da più parti gli
scienziati vengono indicati, spesso additati, come i
responsabili (o come i corresponsabili) dei malanni planetari,
conviene riprenderla seriamente in esame. E chiederci se sia
giusto che gli uomini di scienza seguano l’antico esempio
dei medici e prestino un giuramento solenne, á la Ippocrate.
Del tipo: “Io, uomo di scienza, giuro di perseguire nella
mia attività di ricerca sempre e solo il bene dell’umanità
…”.
Virtute e conoscenza…
La domanda non ammette risposte assolute, di principio. Non si
può infatti rispondere no, in nome del principio (sacro)
della libertà di ricerca. Perché a questo principio si
potrebbe contrapporre il principio (altrettanto sacro) del
massimo bene comune. E il giuramento avrebbe proprio lo scopo
di contemperare i due principi assoluti lungo il fronte
cangiante del possibile conflitto. Ma non si può neppure
rispondere con un sì senza condizioni, individuando in quello
della libertà di ricerca una sorta di principio di ordine
inferiore rispetto al principio del bene comune. La libertà
di ricerca è libertà di conoscere. È un elemento fondante
della storia naturale dell’uomo. Come diceva Dante: “Fatti
non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e
conoscenza” (il corsivo è opera del modesto redattore, non
del sommo poeta).
La discussione non può dunque avvenire in punta di filosofia
(o, almeno, di filosofia degli assoluti), perché ci
porterebbe dritto nel regno della indecidibilità. Ci
porterebbe a dover scegliere tra virtute e conoscenza. Cioè a
rinnegare una parte integrante di noi stessi. Libertà e
ricerca del bene comune, conoscenza ed etica, sono tutti
pilastri fondanti del patto sociale democratico e, verrebbe da
dire, della stessa civiltà occidentale. Non ha senso, non è
possibile ed è persino pericoloso stabilire scale assolute di
priorità. La questione deve essere risolta con un approccio
(una filosofia) di tipo pragmatico. Conviene che gli
scienziati seguano l’esempio dei medici e prestino un
giuramento á la Ippocrate? E se sì, è possibile?
Il “bene dell’umanità”
Tuttavia è anche vero che l’innovazione tecnologica che
informa di sé l’intera nostra società e influisce in modo
determinante sui nostri stili di vita e persino sulla
percezione che abbiamo di noi stessi e degli altri, procede a
ritmi sempre più veloci e si alimenta sempre più di
conoscenza scientifica. Insomma, gli effetti diretti e,
soprattutto, indiretti del lavoro degli scienziati sono,
ormai, una componente decisiva della dinamica sociale. Questi
effetti consentono di guarire, qui e là, alcuni tra i malanni
del pianeta e dei suoi rumorosi abitanti. Ma, talvolta,
producono, come rileva Toulouse, malanni planetari. Un impegno
formale, anche sotto forma di giuramento solenne, da parte
degli uomini di scienza che, riaffermando il valore in sé
della conoscenza, riuscisse a rendere massimi gli effetti
desiderabili e a ridurre al minimo gli effetti non
desiderabili dell’attività di ricerca, sarebbe davvero
auspicabile. E non troverebbe ostacolo alcuno nella maggior
parte degli uomini di scienza, i quali già ora lavorano nella
intima convinzione di “fare il bene dell’umanità”.
Un oggetto “distribuito”
Resta da verificare se sia possibile per lo scienziato un
giuramento á la Ippocrate, che voglia avere effetti concreti
e non si proponga solo intenti retorici. Ci sono buone ragioni
per sostenere che un simile giuramento è possibile per i
medici, ma non è possibile per (tutti) gli scienziati. Ed è
questa la ragione per la quale un simile giuramento non
esiste. Il giuramento del medico, infatti, ha per oggetto
qualcosa di locale e di abbastanza ben definito: il benessere
fisico e spirituale del paziente. Un paziente in carne e ossa:
io, Filippo, Maria. Il dovere che il medico riconosce come suo
prestando il giuramento di Ippocrate è dunque relativamente
chiaro. Al contrario, l’oggetto dell’eventuale giuramento
dello scienziato non è locale, ma distribuito, e non è
univocamente definito. Lo scienziato non verrebbe chiamato a
perseguire il benessere fisico e spirituale mio, di Filippo o
di Maria. Ma il bene dell’umanità e/o del pianeta. Cioè di
un’astrazione. Anzi, di una mutevole astrazione. Cos’è il
bene dell’umanità? O del pianeta? Bisogna valutarlo, caso
per caso. In certe condizioni e in un certo contesto storico.
Albert Einstein, per esempio, nel 1939 considerò un bene per
l’umanità che gli scienziati contribuissero a costruire
negli Stati Uniti un’arma nucleare quale deterrente a
un’eventuale ordigno atomico realizzato dalla Germania di
Hitler. E nella primavera del 1945 cominciò a considerare un
male per l’umanità che quegli stessi scienziati
continuassero a contribuire alla costruzione di quella stessa
arma nucleare dopo la morte di Hitler e la caduta del nazismo.
Il filosofo Karl Popper considerava un crimine contro
l’umanità la costruzione della superbomba a fusione
realizzata dal fisico Andrei Sacharov in Unione Sovietica. Ma
Andrei Sacharov la considerava un suo dovere verso l’Urss e
verso l’intera umanità.
In definitiva, il possibile oggetto di un giuramento efficace
á la Ippocrate da parte degli scienziati non è possibile in
pratica, perché il bene da perseguire è troppo indefinito e
mutevole. Ciò non toglie, tuttavia, che gli scienziati,
dotati di quella che il fisico e premio Nobel per la Pace,
Joseph Rotblat, ha chiamato “una forte sensibilità per le
responsabilità sociali della scienza”, possano prestare
grande e sistematica attenzione agli effetti delle conoscenze
che producono. Albert Einstein non è riuscito a realizzare il
giuramento d’Ippocrate degli scienziati. Ma è riuscito a
far nascere, insieme al logico e filosofo Bertrand Russell,
quel Movimento Pugwash che da quasi cinquant’anni riesce a
mettere al servizio della pace e del disarmo le competenze
fisiche, chimiche e biologiche degli uomini di scienza che
scelgono liberamente di farne parte…
Il 9 luglio del '55 a Londra venne presentato il più importante documento
di denuncia mai scritto sulla minaccia rappresentata dalle armi nucleari per
il genere umano. Viene geralmente definito "Il Manifesto
Russell-Einstein" e fu ideato da Bertrand Russell (accanto nella foto),
il grande filosofo-matematico e dal celebre scienziato Albert Einstein.
Nella tragica situazione che affronta l’umanità, noi riteniamo che gli
scienziati dovrebbero riunirsi in un congresso per valutare i pericoli che
sono sorti come conseguenza dello sviluppo delle armi di distruzione di
massa e per discutere una risoluzione nello spirito della seguente bozza di
documento.
The Pugwash Manifesto
Issued in London, 9 July 1955
We are speaking on this occasion, not as members of this or that nation,
continent, or creed, but as human beings, members of the species Man, whose
continued existence is in doubt. The world is full of conflicts; and,
overshadowing all minor conflicts, the titanic struggle between Communism and
anti- Communism.
Almost everybody who is politically conscious has strong feelings about one or
more of these issues; but we want you, if you can, to set aside such feelings
and consider yourselves only as members of a biological species which has had a
remarkable history, and whose disappearance none of us can desire.
We shall try to say no single word which should appeal to one group rather than
to another. All, equally, are in peril, and, if the peril is understood, there
is hope that they may collectively avert it.
We have to learn to think in a new way. We have to learn to ask ourselves, not
what steps can be taken to give military victory to whatever group we prefer,
for there no longer are such steps; the question we have to ask ourselves is:
what steps can be taken to prevent a military contest of which the issue must be
disastrous to all parties?
The general public, and even many men in positions of authority, have not
realized what would be involved in a war with nuclear bombs. The general public
still thinks in terms of the obliteration of cities. It is understood that the
new bombs are more powerful than the old, and that, while one A-bomb could
obliterate Hiroshima, one H-bomb could obliterate the largest cities, such as
London, New York, and Moscow.
No doubt in an H-bomb war great cities would be obliterated. But this is one of
the minor disasters that would have to be faced. If everybody in London, New
York, and Moscow were exterminated, the world might, in the course of a few
centuries, recover from the blow. But we now know, especially since the Bikini
test, that nuclear bombs can gradually spread destruction over a very much wider
area than had been supposed.
It is stated on very good authority that a bomb can now be manufactured which
will be 2,500 times as powerful as that which destroyed Hiroshima. Such a bomb,
if exploded near the ground or under water, sends radio-active particles into
the upper air. They sink gradually and reach the surface of the earth in the
form of a deadly dust or rain. It was this dust which infected the Japanese
fishermen and their catch of fish.
No one knows how widely such lethal radio- active particles might be diffused,
but the best authorities are unanimous in saying that a war with H-bombs might
possibly put an end to the human race. It is feared that if many H-bombs are
used there will be universal death, sudden only for a minority, but for the
majority a slow torture of disease and disintegration.
Many warnings have been uttered by eminent men of science and by authorities in
military strategy. None of them will say that the worst results are certain.
What they do say is that these results are possible, and no one can be sure that
they will not be realized. We have not yet found that the views of experts on
this question depend in any degree upon their politics or prejudices. They
depend only, so far as our researches have revealed, upon the extent of the
particular expert's knowledge. We have found that the men who know most are the
most gloomy.
Here, then, is the problem which we present to you, stark and dreadful and
inescapable: Shall we put an end to the human race; or shall mankind renounce
war? People will not face this alternative because it is so difficult to abolish
war.
The abolition of war will demand distasteful limitations of national sovereignty.
But what perhaps impedes understanding of the situation more than anything else
is that the term "mankind" feels vague and abstract. People scarcely
realize in imagination that the danger is to themselves and their children and
their grandchildren, and not only to a dimly apprehended humanity. They can
scarcely bring themselves to grasp that they, individually, and those whom they
love are in imminent danger of perishing agonizingly. And so they hope that
perhaps war may be allowed to continue provided modern weapons are prohibited.
This hope is illusory. Whatever agreements not to use H-bombs had been reached
in time of peace, they would no longer be considered binding in time of war, and
both sides would set to work to manufacture H-bombs as soon as war broke out,
for, if one side manufactured the bombs and the other did not, the side that
manufactured them would inevitably be victorious.
Although an agreement to renounce nuclear weapons as part of a general reduction
of armaments would not afford an ultimate solution, it would serve certain
important purposes. First: any agreement between East and West is to the good in
so far as it tends to diminish tension. Second: the abolition of thermo-nuclear
weapons, if each side believed that the other had carried it out sincerely,
would lessen the fear of a sudden attack in the style of Pearl Harbour, which at
present keeps both sides in a state of nervous apprehension. We should,
therefore, welcome such an agreement though only as a first step.
Most of us are not neutral in feeling, but, as human beings, we have to remember
that, if the issues between East and West are to be decided in any manner that
can give any possible satisfaction to anybody, whether Communist or
anti-Communist, whether Asian or European or American, whether White or Black,
then these issues must not be decided by war. We should wish this to be
understood, both in the East and in the West.
There lies before us, if we choose, continual progress in happiness, knowledge,
and wisdom. Shall we, instead, choose death, because we cannot forget our
quarrels? We appeal, as human beings, to human beings: Remember your humanity,
and forget the rest. If you can do so, the way lies open to a new Paradise; if
you cannot, there lies before you the risk of universal death.
Resolution
"In view of the fact that in any future world war nuclear weapons will
certainly be employed, and that such weapons threaten the continued existence of
mankind, we urge the Governments of the world to realize, and to acknowledge
publicly, that their purpose cannot be furthered by a world war, and we urge
them, consequently, to find peaceful means for the settlement of all matters of
dispute between them."
Max Born, Perry W. Bridgman, Albert Einstein, Leopold Infeld, Frédéric
Joliot-Curie, Herman J. Muller, Linus Pauling, Cecil F. Powell, Joseph Rotblat,
Bertrand Russell, Hideki Yukawa
Intervista ad Hans Bethe

Sì, quel disegno è indubbiamente esistito. Il 31
dicembre del 1943, fu dato a me e a Teller perché lo studiassimo in modo
approfondito, poi fu fatto vedere a circa sei persone a Los Alamos. [Il fisico] Serber
ne ha conservato una copia per anni. E poiché Aage Bohr giura di non
averlo mai visto, concludemmo che Niels lo aveva riprodotto a memoria per
mostrarcelo a Los Alamos. Nel disegno era raffigurato chiaramente un reattore,
non una bomba. Il materiale fissile, uranio con un pò di plutonio, era immerso
nell'acqua pesante. Thomas Powers aveva ragione: Heisenberg mostrò a Bohr
il disegno di un reattore nucleare, non di una bomba. Ma Bohr non capì.
A quanto pare, Heisenberg gli aveva parlato di armi nucleari e gli aveva
fatto vedere il disegno, così Bohr, che aveva solo un'idea molto vaga
della cosa, pensò che il disegno si riferisse ad una bomba. E il discorso di Heisenberg
sulle bombe nucleari -che non fu registrato- spaventò Bohr, ovviamente,
ma in realtà Heisenberg intendeva dimostrargli che la Germania stava
solo costruendo un reattore.
E' vero, come diceva lei, che i rifugiati della Germania
nazista, dell'Italia fascista e di pochi altri paesi, dettero un grosso
contributo al Progetto -specialmente Enrico Fermi- ma più del 90% del
lavoro fu fatto dagli americani. Quanto a noi scienziati, che lavoravamo al Progetto
Manhattan, non conoscevamo lo stato del progetto nucleare tedesco al tempo
della sconfitta di Hitler.
Io ho sempre approvato il bombardamento di Hiroshima.
Ho stimato che salvò circa 100.000 soldati americani e 300.000 soldati
giapponesi. Ma oltre a ciò, salvò molti milioni di civili giapponesi, perché
senza lo shock provocato dalle due bombe nucleari, il Giappone avrebbe portato
avanti la guerra ancora per molti mesi, le nostre bombe incendiarie avrebbero
ucciso un grosso numero di civili e distrutto una porzione ancora più
consistente del paese. L'enorme distruzione prodotta da quelle due bombe rese i
governi consapevoli del potere delle armi atomiche. Credo che questa fu la
ragione principale per cui le armi nucleari non sono mai state usate nel
conflitto tra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti.
Si è discusso sul fatto se Truman le usò
soprattutto per chiudere la guerra col Giappone o per mostrare ai russi il
potere degli Stati Uniti. Le nostre relazioni con i sovietici erano tese. Da
parte mia, credo che furono usate per entrambi i motivi.
Credo che questa considerazione di Weizsaecker
fosse ingiusta. I tedeschi erano lontani anni dal costruire un reattore
nucleare, per non parlare di una bomba. Nel 1948, non erano proprio arrivati da
nessuna parte: perché arrivassero alla reazione a catena, che Fermi
aveva ottenuto il 2 dicembre del 1942, ci sarebbero voluti ancora uno o due
anni. Comunque, Heisenberg corresse Weizsaecker immediatamente,
dicendo: gli alleati avevano ragioni molto migliori per costruire l'atomica di
quelle che avevamo noi [della Germania nazista].