Petrolio a 50 dollari il barile, riscaldamento climatico,
timori per il terrorismo nucleare, inquinamento delle città: tutti i segnali
d'allarme energetici sono rossi. Ed ecco apparire, come sempre in periodi di
crisi, nuovi profeti disposti a salvarci, per poco che li si ascolti, dal
disastro annunciato. Naturalmente è nella scienza e nella tecnologia che
trovano la loro fonte di ispirazione. Dalla fusione termonucleare controllata,
al seppellimento nel sottosuolo terrestre di anidride carbonica emessa dalle
centrali a carbone, dalla «civiltà dell'idrogeno» ai satelliti solari, questi
nuovi guru e i loro adepti ci propongono un'ampia gamma di «soluzioni» al
problema mondiale dell'energia.
Gli entusiasti sostenitori di queste teorie, peraltro non sempre coerenti con le
leggi della fisica, attribuiscono loro alcune caratteristiche certamente
interessanti: ¥ una potenziale capacità di risolvere, definitivamente o quasi,
e per secoli se non per l'eternità, i crescenti problemi energetici con i quali
l'umanità dovrà confrontarsi; ¥ una totale inoffensività ambientale,
bassissime probabilità di eventuali incidenti, comunque di natura benigna, ¥
un costo molto contenuto, una volta superate le indispensabili tappe della
dimostrazione di fattibilità e dello sviluppo industriale.
Tappe per le quali restano da trovare, naturalmente, le necessarie risorse
finanziarie... Ma, tenuto conto dell'importanza della posta in gioco, si tratta
di un particolare trascurabile, visto che in un arco di tempo che va dai 30 ai
100 anni, a seconda delle tecnologie proposte, l'umanità sarà definitivamente
al riparo da ogni preoccupazione energetica. Come non farsi convincere da
prospettive così entusiasmanti?
Dato che tutti, o quasi, ammettono l'importanza del problema, il dibattito si
focalizza sulle possibilità di successo, su quanto tempo resta, sui costi di
realizzazione, addirittura sul paese che avrà il privilegio e l'onore di vedere
installati sul proprio territorio i primi prototipi. È ciò che sta succedendo
con l'International Thermonuclear Experimental Reactor (Iter), il famoso
progetto di fusione termonucleare: di fronte al rifiuto di Stati uniti e
Giappone di partecipare all'avventura, il governo francese ha appena proposto di
raddoppiare l'investimento iniziale di 457 milioni di euro, per il finanziamento
della costruzione del reattore a Cadarache. La somma proposta, 914 milioni di
euro, rappresenta per la Francia, agli standard attuali, più di trent'anni di
finanziamento per la ricerca sulle energie rinnovabili.
In compenso, i francesi non sembrano essersi minimamente posti il problema di
capire perché Giappone e Stati uniti, pure coinvolti fin dall'inizio nel
progetto, lo abbiano silenziosamente abbandonato.
Ma la questione è proprio questa! È giusto calcolare le probabilità di
successo, ma è ancor più importante analizzarne le conseguenze.
Per realizzare la reazione prevista nell'Iter, bisogna fare fondere due atomi:
uno di deuterio, che si trova in piccolissima quantità nell'acqua di mare,
l'altro di trizio, introvabile sulla Terra e che si pensa di produrre dal litio.
Si ottengono, per fusione, elio e neutroni ad altissima energia che verranno poi
captati e successivamente trasformati in calore per produrre vapore o un gas ad
alta temperatura.
Il tutto deve poi espandersi in una turbina, per produrre, finalmente,
elettricità. Ma a quale costo energetico? Le pubblicazioni dei sostenitori del
progetto tacciono proprio su questo punto fondamentale.
Si omette anche di dire che un simile reattore produce neutroni dieci volte più
potenti di quelli dei reattori a fissione. Destinati perciò a rendere fragili e
a logorare molto rapidamente le pareti del reattore stesso, che dovranno essere
sostituite con regolarità. Ma l'impatto dei neutroni sul metallo trasforma a
sua volta quest'ultimo in prodotto radioattivo... Ogni volta che si procederà
alla sostituzione di parte delle pareti (un quinto circa tutti gli anni), ci si
dovrà disfare di una massa di materiale la cui radioattività sarà pari a
quella di un nucleo delle attuali centrali di fissione. Infine, si evita
accuratamente di discutere su come premunirsi contro i rischi di proliferazione
generati dal trizio, componente molto apprezzato, a piccole dosi (alcuni
grammi), delle bombe atomiche «moderne»...
È ormai evidente che in caso di «successo», la soluzione proposta rischia di
sollevare problemi ancor più seri di quello iniziale: l'approvvigionamento
mondiale di energia. Soprattutto, nessuno ritiene che una diffusione massiccia
della tecnologia di fusione possa essere realizzata prima della fine del secolo,
mentre, se si vuole evitare la catastrofe, l'azione da iniziare per combattere
il cambiamento climatico è di un'urgenza assoluta.
Che ne è dell'idrogeno e della cella a combustibile? Certo, negli ultimi dieci
anni la ricerca ha realizzato notevoli progressi. Oggi, infatti, le celle a
combustibile trasformano l'idrogeno in elettricità con rendimenti ben superiori
a quelli dei motori a benzina: il 60% contro il 35% - 40% di questi ultimi. Ma,
nella maggior parte dei casi, ci si dimentica di ricordare che l'idrogeno in
natura non esiste allo stato libero e che bisogna perciò estrarlo o dagli
idrocarburi o dall'acqua; e questo comporta spese energetiche, notevoli spese
energetiche, e dunque nuovi problemi.
Se si parte dal metano, ad esempio, si otterrà idrogeno con un rendimento
dell'ordine del 60%: ma si consumerà una risorsa fossile che si vorrebbe
economizzare e, d'altra parte, la reazione sprigiona anidride carbonica, cosa
che si vorrebbe evitare. Bisogna spendere circa 5 kwh di calore per ottenere 1
m3 d'idrogeno, il quale a sua volta può fornire 3 Kwh di calore per
combustione, o 1,8 Kwh di elettricità in una cella a combustibile. Se si parte
dall'acqua, la cosa più semplice è scomporla con l'elettricità per
elettrolisi, in modo da separare l'ossigeno dall'idrogeno. Ma con le tecniche
attuali sono necessari 5 Kwh di elettricità per ottenere 1 m3 d'idrogeno. E la
produzione di elettricità necessaria comporta a sua volta delle perdite.
Se l'elettricità è di origine fossile, la spesa totale di energia per m3 varia
dai 7,7 ai 9 Kwh, con un'emissione associata di CO2 che va dai 2,4 ai 2,8 kg. Se
è di origine nucleare, nessuna emissione, ma... i rischi specifici del
nucleare. Se è di origine rinnovabile, sfugge alle due critiche precedenti, ma
lascia in sospeso il problema del rendimento globale, dell'intermittenza e della
dispersione di alcune di queste fonti (solare, eolica) che poco si accordano con
i processi industriali di produzione d'idrogeno. A conti fatti, il bilancio
globale dell'operazione non è poi così brillante come si vuole far credere.
Questo non significa evidentemente che non esista alcuno spazio per
l'innovazione: nicchie di utilizzazione si apriranno sicuramente sia per i
trasporti che per la produzione decentrata di elettricità, ma, almeno per i
prossimi 50 anni, è molto probabile che restino limitate.
Stessa problematica per la captazione e lo stoccaggio nel sottosuolo
dell'anidride carbonica (CO2) prodotta dalle centrali termiche a carbone o a
gas, spesso presentate come la soluzione miracolosa, e a portata di mano, per
nascondere le nostre emissioni sotto il tappeto ed evitare il riscaldamento
climatico senza doverci imporre limiti energetici. In questo modo si dovrebbe
poter stoccare buona parte della CO2 prodotta dalle centrali, ma a condizione di
accettare un sovrappiù, dal 20% al 30%, di consumo di energie fossili (e dunque
di anidride carbonica) necessarie alla separazione dell'anidride carbonica dai
fumi, e al trasporto fino ai pozzi petroliferi esauriti dove avverrebbe lo
stoccaggio.
A prima vista, tenuto conto della quota di fabbisogno mondiale di elettricità
probabilmente soddisfatto dalle energie fossili, il 20% delle emissioni di CO2
accumulate nel prossimo secolo (ossia il 10% delle emissioni totali di gas a
effetto serra) potrebbe essere interessato da questa tecnica, se si diffondesse
in modo sistematico a livello mondiale. Ma, quando si prendono in esame le
capacità di stoccaggio nei campi petroliferi (oggi i più sottocontrollo),
diventa evidente che bisogna moderare l'entusiasmo, per due motivi. Il primo è
la localizzazione dei pozzi. Le posizioni geografiche delle centrali termiche e
dei pozzi petroliferi, infatti, coincidono solo in poche regioni del mondo
(Stati uniti, per esempio): le zone di eventuale stoccaggio del Medio oriente o
della Russia sono lontane molte migliaia di chilometri dai centri di massima
concentrazione umana o industriale europea o asiatica, dove sarebbero impiantate
la maggior parte delle centrali.
Paesi come la Cina o l'India, che dovrebbero moltiplicare il numero delle
centrali a carbone, dispongono di ridottissime capacità di stoccaggio nei campi
di idrocarburi, rispetto alle loro emissioni di CO2. Per altro, lo stoccaggio
deve rispettare la dinamica della deplezione (1)
dei pozzi in attività. Se si tiene conto di queste limitazioni, ci si accorge
che la quantità di CO2 realmente stoccabile si riduce a ben poco, una
percentuale minima delle emissioni accumulate nel XXI secolo. Certo, si possono
prevedere altri siti di stoccaggio, come le falde acquifere saline, le vene di
carbone non sfruttate, o anche le fosse oceaniche, ma anche lì, c'è ancora
molta incertezza sui rischi ambientali associati. Questo non vuol certamente
dire che la captazione-stoccaggio del CO2 non sia una soluzione industriale
positiva e precisa, ma ha poche probabilità di modificare sostanzialmente il
problema dell'indispensabile riduzione, nel corso di questo secolo, delle
emissioni di CO2.
Ultimo esempio: quello dello stoccaggio di anidride carbonica tramite la
biomassa. L'idea è semplice e non richiede neppure una rivoluzione tecnologica:
ripiantare foreste, ovunque sia possibile. Mentre crescono, si stocca CO2.
Naturalmente, un giorno, 50 o 100 anni dopo, bisognerà tagliarli, altrimenti
finiranno per marcire sul posto. Ma se ne potrà fare carpenteria o mobili, e
continuare così a stoccare il carbonio per un certo tempo, oppure bruciare la
legna. Certo, in questo modo si libera altro CO2 nell'atmosfera, che sarà però
riassorbito dalla ricrescita della foresta, mentre si economizzeranno
combustibili fossili. Ma dove fare crescere così tante foreste? Ci si accorge
subito che per liberare le centinaia di milioni di ettari necessari, in
particolare in Africa, America latina e in Asia, bisogna assolutamente che le
rese agricole di questi continenti raggiungano valori simili a quelli europei.
Per essere significativo sul piano mondiale, un tale scenario suppone dunque un
imponente rafforzamento dell'agricoltura dei paesi in via di sviluppo. Ma la
produzione intensiva, che pure presenta alcuni aspetti positivi, ha anche
effetti perversi, per esempio sul lavoro di due miliardi di contadini. Diventa
allora evidente che l'importanza reale della soluzione «stoccaggio per biomassa»
dipende da considerazioni che travalicano il problema iniziale.
Due le constatazioni che scaturiscono da questi esempi: da un lato, il fascino
per il progresso tecnico sembra fare sparire ogni senso critico; dall'altro, un
gusto eccessivo per il «c'è solo questo o quello da fare», ma preferibilmente
in casa altrui. I media si impadroniscono volentieri di queste utopie, spesso
con la complicità di grandi organismi di ricerca che si compiacciono di «far
sognare» il grande pubblico.
Quanto ai politici, ci vanno a nozze. L'utopia del «domani felice» è servita
per molto tempo da trampolino elettorale. Oggi, in una società occidentale che
malgrado tutti i progressi fatti a livello di sicurezza, per esempio in termini
di speranza di vita, si lascia trascinare da un'ansia generalizzata, è più che
altro dai nostri incubi che questi stessi politici ci invitano a proteggerci.
Allora, di fronte a rischi seri, che possono rimettere in discussione il nostro
modo di vivere, cosa c'è di meglio per un responsabile politico che promettere
che si uscirà dalla crisi grazie alla scienza e alla tecnica, se necessario tra
50 o 80 anni? Si può permettere di dipingere un quadro allarmante delle
catastrofi che ci aspettano, dando così corpo ai nostri peggiori incubi, per
poter offrire, immediatamente dopo, una risposta concettualmente semplice, a
forte contenuto scientifico come pegno di serietà. E questa risposta permette,
rigettando sulla scienza e sugli altri la soluzione dei problemi, di evitare di
rimettere in discussione le attuali scelte di vita degli elettori...
Questo è il problema vero. Perché, anche se avessero successo, le risposte
offerte dalle nuove tecnologie resteranno parziali e arriveranno comunque troppo
tardi. Per sconfiggere i nostri incubi, più che di nuovi incantesimi e profeti,
abbiamo bisogno di precise scelte sociali: di batterci subito contro i nostri
modelli di vita e di consumo, di impostare seri programmi per il controllo
dell'energia, in breve di coinvolgerci in quanto cittadini e consumatori nella
riflessione e nell'azione collettiva.
È chiaramente più difficile... Lo si vede bene con l'impennata dei corsi del
petrolio, alla quale il governo francese non reagisce proponendo una politica di
economia energetica nei trasporti, ma con riduzioni di tasse per le professioni
elettoralmente più interessanti e con l'annuncio del raddoppio della
partecipazione francese all'Iter.
Sembra più realistico ed efficace rafforzare la ricerca sulla fusione - per
diminuire, forse tra 80 anni, la pressione sui carburanti - che incentivare i
costruttori, seriamente e da subito, a realizzare automobili più economiche,
cosa che saprebbero fare, e gli automobilisti a utilizzare di più i trasporti
collettivi o ad andare a piedi.
note:
(1) Riduzione del valore di un
giacimento, a causa delle quantità estratte.
(Traduzione di G. P.)
I vari tipi di trasporto hanno rendimenti energetici assai
diversi e quelli degli attuali trasporti su strada non sono convenienti in
termini di consumo e impatto ambientale. Tenuto conto dei tassi di occupazione
dei posti, lo stesso consumo energetico permette a un viaggiatore di percorrere
in Tgv (treno ad alta velocità) una distanza superiore di 4,5 volte a quella
percorribile in auto e di 9,5 volte in aereo. Per gli spostamenti urbani, la
distanza possibile, confrontata a quella di una vettura, aumenta di 11 volte in
tranvai e di 2,5 in autobus.
Con lo stesso consumo energetico, un carico di una tonnellata percorre una
distanza 5 volte maggiore per mare, 4 volte in treno e 2 volte per via fluviale,
rispetto a un camion. Quest'ultimo, tuttavia, è 20 volte più pratico degli
aerei da carico nel traffico interno.
Per i viaggiatori, come per le merci, il ricorso al trasporto aereo sui brevi
tragitti interni costituisce quindi un'aberrazione energetica e ambientale... in
via di espansione.
La diffusione della climatizzazione e l'appesantimento delle auto, legati alle
aumentate esigenze di confort e di sicurezza passiva, ma anche alla moda dei 4 X
4, hanno totalmente annullato i notevoli progressi realizzati negli ultimi
vent'anni sui motori dei veicoli, sia in termini di consumo che di emissione di
CO2. Nell'Europa dei 25, il progressivo aumento del traffico stradale è
arrivato, tra il 1990 e il 2002, a superare il 20% per i viaggiatori e il 30%
per le merci, il che ha provocato in questi paesi un aumento di più del 20%
delle emissioni di gas a effetto serra (Ges) dovute ai trasporti.
Gli inventari nazionali degli inquinanti, tuttavia, non tengono conto dei
trasporti internazionali aerei e marittimi. Eppure, le emissioni mondiali dovute
al trasporto aereo sono stimate al 3% delle emissioni globali e al 13% di quelle
dell'insieme dei trasporti. Dal 1995, il traffico aereo cresce dal 6% al 7%
l'anno...
L'aumento vertiginoso del traffico, che contribuisce da molti decenni a rendere
lo sviluppo umano insostenibile, è direttamente legato ai meccanismi della
globalizzazione neoliberista. I paesi che praticano la minor offerta sociale,
fiscale e ambientale devono far arrivare i loro prodotti nelle zone di vendita,
al costo più basso possibile, in modo da evitare che i profitti si perdano - è
caso di dirlo - per strada. Il settore dei trasporti è stato dunque «liberalizzato»
e continua ad esserlo, in modi diversi.
Il dumping sociale è alla base delle riduzioni di prezzo, con la conseguenza di
trasformare marinai e autisti in schiavi moderni, di aumentare notevolmente il
traffico e ledere diritti umani e ambiente.
Il bilancio delle maree nere dell'Erika e del Prestige non hanno bisogno di
commenti. Adesso è la volta dei trasporti aerei, con la privatizzazione in
serie delle compagnie nazionali e lo sviluppo di quelle che praticano bassi
prezzi. In quanto alle reti ferroviarie europee, la loro forzata apertura alla
concorrenza, voluta dalla Commissione di Bruxelles, ha imposto una separazione
artificiale tra infrastrutture e servizi di trasporto, a scapito dell'efficacia
tecnica ed economica del sistema ferroviario, ma anche della sicurezza dei
passeggeri, come si è visto tragicamente in Gran Bretagna negli ultimi dieci
anni (1).
I trasporti modellano il territorio, l'urbanizzazione e le scelte di vita e, di
rimando, sono da questi modellati. L'urbanizzazione «funzionalista»,
realizzata dopo la seconda guerra mondiale, ha provocato la «zonizzazione»: si
abita in periferia, si lavora in centro (terziario) o in remote periferie
(industria), si fa la spesa nell'hinterland.
Queste scelte hanno obbligato i cittadini ad allungare i percorsi ed aumentare
il numero degli spostamenti quotidiani, in particolare tra casa e lavoro. La
colonizzazione dei centri cittadini da parte degli uffici, con conseguente
aumento del prezzo delle case, ha fatto sì che oggi queste siano accessibili
solo alle famiglie agiate. Si è incoraggiata la segregazione sociale, così
come una distribuzione extra-urbana «alla californiana». Ma poiché un abitato
disperso mal si presta ad essere servito da trasporti collettivi, la
motorizzazione di massa è stata la risposta obbligata a questo tipo di
urbanizzazione.
Ancora nella seconda metà del XX secolo, le politiche di pianificazione del
territorio hanno seguito lo stesso orientamento, dividendo il territorio in zone
di sviluppo agricolo, industriale, commerciale, turistico e continuando a
sottovalutare la coesione territoriale, la geografia e i danni legati al
trasporto. Corollario di questa artificiale separazione: una intensa politica
autostradale destinata a «favorire lo sviluppo locale» e rompere l'isolamento
dei territori.
E invece, una grande infrastruttura ha spesso un «effetto pompa», che svuota
le zone meno densamente abitate quando un'autostrada migliora il loro
collegamento con un centro più grande.
I «moderni» metodi di gestione - «zero scorte», «flusso teso» o «just in
time» - nell'intento di seguire più da vicino lo sfruttamento delle merci, sia
in fase di produzione che di commercializzazione, hanno il risultato di
moltiplicare i trasporti invece di immagazzinare le merci. Le economie di
gestione delle scorte provengono così dalla circolazione di un flusso
ininterrotto di vere e proprie «scorte viaggianti». La possibilità di
moltiplicare all'infinito i flussi finisce per dare meno importanza alla
localizzazione della produzione; permette di scindere la catena produttiva in
tante maglie quante ne servono per dislocarle, caso per caso, in luoghi
opportunamente scelti per minimizzare gli oneri sociali, fiscali o ambientali di
produzione.
È così che, nel 1993, un rapporto dell'Istituto tedesco di Wuppertal ha
dimostrato che i diversi ingredienti necessari alla fabbricazione di un semplice
vasetto di yogurt alle fragole percorrevano 3.500 chilometri prima di essere
riuniti. È nota anche la storia di quell'industriale tedesco che spedisce le
sue patate in Italia per farle lavare e tagliare, poi le riporta in patria dove
le rivende; o ancora l'aberrante circumnavigazione degli scampi danesi,
trasportati attraverso i Pirenei fino in Marocco, dove saranno sgusciati a basso
costo, poi rimandati in Danimarca, da dove ripartiranno verso i luoghi di
commercializzazione.
Questa «ottimizzazione» economica è resa possibile dalle agevolazioni
tariffarie dei trasporti dovute ad un'offerta globalmente in eccesso, il che ne
fa una variabile di aggiustamento di decisioni economiche prese in fase di
produzione e commercializzazione. La sovrabbondanza dell'offerta deriva, come si
è visto, dalla deregulation generalizzata del settore, ma anche dalla quasi
totale gratuità, per gli industriali, dei notevoli impatti del trasporto
sull'ambiente e sulla vita delle popolazioni. I trasporti diventano così un
mezzo privilegiato per trasferire costi privati all'insieme della collettività.
I danni energetici, ambientali e sociali provocati dal proliferare dei trasporti
richiedono nuovi orientamenti di fondo circa il posto che spetta a questo
settore nell'economia e, dunque, misure politiche che rompano con il modello
neoliberista dominante. Si possono fare, a questo riguardo, una serie di
proposte. I cittadini e i loro rappresentanti devono poter pesare sulle scelte
politiche. In Francia, le decisioni vengono elaborate e imposte da cenacoli
tecnocratici, il che costringe gli eletti a litanie elettoralistiche per
ottenere nuove infrastrutture e i cittadini che vi si oppongono a manifestazioni
e barricate. L'interesse generale è confiscato dall'amministrazione statale e
dalle sue «grandi burocrazie» che ne sarebbero le garanti: le Mines per la
politica energetica, e Ponts et Chaussées per i trasporti.
Contro questi feudalesimi sono necessari sostanziali progressi sulla strada
della democrazia deliberativa. Ad esempio, non è serio proporre di rendere i
trasporti «sostenibili» senza la partecipazione reale degli utilizzatori e
degli abitanti dei territori interessati. Sul piano europeo, un utilizzo di
primaria importanza del dibattito pubblico sarebbe quello di valutare
democraticamente la «liberalizzazione» dei trasporti condotta, da circa
quindici anni, da una Commissione che non ha mai fornito la benché minima prova
dei suoi effetti positivi.
Opporsi all'alienazione commerciale impone una definizione politica dei servizi
pubblici, in particolare dei trasporti, che colleghi il modello di società con
la dimensione economica. In questa accezione, deve essere considerato come «servizio
pubblico» qualsiasi servizio o produzione materiale che sarà stato
democraticamente deciso di considerare tale. La «Costituzione» europea, che
subordina alle regole della concorrenza quelli che definisce «servizi
d'interesse economico generale», non va evidentemente in questa direzione.
Porre fine ai trasporti sottocosto L'urbanizzazione all'esterno della città è
incompatibile con la protezione dell'ambiente e con la realizzazione di una
politica sostenibile dei trasporti, perché gli abitanti extra-urbani non hanno
altra scelta che la propria auto per gli acquisti, il lavoro e il tempo libero.
Ripopolare l'habitat è indispensabile. La città, a lungo screditata a favore
della campagna, torna ad essere il luogo di un'ecologia possibile per la vita
quotidiana. Per limitare il consumo di energia e l'inquinamento dei trasporti,
il tassare i carburanti fossili e fissare norme che regolamentino le emissione
di CO2 sembrano direttive più efficaci e controllabili, da parte della
collettività, che non la creazione artificiale di un «mercato dei permessi di
emissioni negoziabili», logicamente proposto dai neoliberisti, ma sostenuto
anche da un certo neocapitalismo Verde. La tassazione dovrà essere crescente,
secondo un piano pluriennale che autorizzi l'adeguamento del sistema produttivo
e di trasporto.
La tecnologia però, per quanto necessaria, non basterà a raggiungere gli
obiettivi sopra citati se la crescita del traffico continuerà ad annullare, o
peggio, i suoi effetti positivi. Perciò la priorità resta quella di porre un
termine al basso costo dei trasporti. L'aumento dei prezzi dovrà interessare
prima di tutto i settori dove regna il dumping sociale. Marinai ed autisti, che
a volte lavorano in condizioni quasi disumane, devono poter beneficiare di
condizione di lavoro dignitose. L'armonizzazione sociale deve partire dall'alto,
e potrebbe cominciare all'interno della Comunità europea... se la «Costituzione»
non lo proibisse (2).
Al contrario di quanto spesso si dice, in Francia gli investimenti per le
infrastrutture del trasporto da parte dello stato e delle collettività
pubbliche non sono poi così modesti; dal 1980 al 2003 incluso, hanno raggiunto
circa 310 miliardi di euro costanti (valore 2003). In questo periodo, le spese
relative alle strade hanno rappresentato i due terzi del totale. Non si tratta
di spendere di più, ma di spendere in altro modo, riorientando gli investimenti
verso tipi di trasporto collettivo che risultino meno nocivi e meno esigenti a
livello energetico.
Almeno in certi casi, bisognerà prevederne la gratuità. Il fatto che i
rappresentanti locali possano prendere più iniziative e assumersi più
responsabilità in materia urbanistica e di politica dei trasporti potrebbe
anche indurli, grazie alla spinta dei cittadini, a cogliere nuove opportunità
per influire sui contenuti e la coerenza delle scelte politiche di questi
settori.
L'equazione «benessere + modernità = molti spostamenti» deve essere rimessa
in discussione. Il compito, arduo, consiste nello smantellare oltre mezzo secolo
di condizionamenti mentali, che sono all'origine di rappresentazioni sociali
ormai profondamente radicate. Si tratta, per parlare chiaro, di un cambiamento
culturale.
L'idea di diminuire gli spostamenti aumentandone il prezzo, risulterà
probabilmente scioccante. Tuttavia, in un quadro iniziale in cui regna il «mercato»,
solo un simile aumento può mettere fine al ruolo di variabile di aggiustamento,
a valle, che l'organizzazione economica neoliberista assegna ai trasporti. La
necessità di regolamentarli seriamente e di ricollocare l'economia, si sta
facendo strada nell'opinione pubblica. Non resta che incentivarla politicamente,
il che è senza dubbio più difficile, perché la consapevolezza dei cittadini
è spesso in anticipo su quella dei loro rappresentanti.
note:
* Ingegnere.
(1) Si legga la nota del Consiglio
scientifico di Attac Sur la «libéralisation» du transport ferroviaire:
www.france.attac.org/IMG/pdf/ transports2.pdf.
(2) L'articolo III-210, relativo alla
politica sociale nell'Unione, esclude esplicitamente «(...) ogni armonizzazione
delle disposizioni legislative e regolamentari degli stati membri».
(Traduzione di G. P.)