Tra le dieci personalità preferite
dai francesi, si annoverano due sportivi, due cantanti di varietà e due
attori di cinema (1). Ma
non compare nessun uomo politico, nessun sindacalista, nessuno scrittore
o ricercatore, nessun «intellettuale» o innovatore. Tutti sono a
conoscenza di questo scandalo, ribadito da mille sondaggi, ma nessuno
osa prenderlo in considerazione per valutare cos'è la democrazia.
Si fa finta di credere che «il peggiore dei sistemi, esclusi tutti gli
altri» debba essere proprio questo, che legittima l'alienazione o i
fantasmi della maggioranza. Si pretende che il sentire spontaneo della
maggioranza abbia un valore inestimabile, perché - come già affermava
Aristotele - «la volontà dei più ha forza di legge».
Eppure, i governanti si guardano bene dal sottoporre al vaglio
maggioritario le scelte importanti, quando i sondaggi lasciano presagire
risultati inaccettabili per la morale (pena capitale) o per le lobbies
economiche (organismi geneticamente modificati). In altre parole, il
potere fa appello ad un sistema politico da cui trae legittimità, ma di
cui limita l'uso al solo gioco politico.
In un articolo pubblicato in queste pagine, José Saramago s'interrogava
sui meccanismi di delega attraverso i quali l'elettore rinuncia
all'azione politica personale fino alle elezioni successive e proponeva
di «rimettere in discussione la democrazia in tutti i dibattiti (2)».
È poco verosimile, come si è creduto a lungo, che l'aumento medio
dell'«istruzione» basti a produrre una coscienza umanistica: le classi
di età in cui i diplomati sono la maggioranza, non sembrano fare scelte
molto diverse da quelle della società tradizionale.
D'altra parte, gli sviluppi rapidi, e spesso irreversibili, della
tecnoscienza mettono chi deve decidere di fronte a scelte cruciali che
coinvolgono le generazioni future. Chi viene eletto subisce le pressioni
del mercato, ma, nella maggior parte dei casi, non ha le competenze
necessarie per farvi fronte quando è chiamato a decidere sulla
diffusione di nuove tecnologie. Semplici cittadini, in particolare nei
movimenti associativi, sono a volte più informati dei responsabili
politici. Le valutazioni dei cittadini militanti devono però rimanere
al loro posto, simmetriche rispetto a quelle degli esperti ufficiali,
anche se questi ultimi si trovano quasi sempre in conflitto di interessi
con il mondo industriale. È bene anche diffidare «dell'ideologia della
valutazione e della competenza, la cui funzione è quella di respingere
le aspirazioni della maggior parte dei cittadini, valorizzandone alcuni
(...) provenienti dagli stessi contesti sociali, che vengono cooptati
senza mai essere responsabili nei confronti degli altri cittadini (3)».
È tempo perciò di inventare nuove procedure soprattutto per cercare,
attraverso formule maggiormente partecipative, di porre rimedio alle
carenze della democrazia rappresentativa. Se ne vedono già molti
esempi.
Sempre più spesso, una regione può esprimere le proprie necessità
collettive, per esempio in occasione di inchieste pubbliche, grazie a
comitati d'informazione e/o di consultazione locali. Per scelte a
livello nazionale, si fa invece ricorso a gruppi di esperti (i
cosiddetti comitati «di saggi»), a persone direttamente (gruppi di
discussione) o non direttamente coinvolte (conferenze di cittadini).
Per non incorrere nell'accusa di puro e semplice opportunismo, queste
esperienze debbono servire, grazie alle valutazioni che permettono di
raccogliere, ad elaborare politiche pubbliche. Il che però non succede
quasi mai, e l'esempio più scioccante è stato forse quello delle
piante geneticamente modificate (Pgm).
In Francia, la coltivazione delle Pgm in pieno campo, dunque in un
ambiente non protetto, è stata condannata a più riprese: da una
conferenza di cittadini (1998), dal «Comitato dei 4 saggi» (2002), da
diverse consultazioni pubbliche (2003-2004) e dai risultati di molti
sondaggi d'opinione. L'ostilità alla sperimentazione di Ogm in ambiente
non protetto è stata confermata anche da oltre il 90% delle e-mail -
procedimento democraticamente contestabile - sollecitate dai ministri
dell'agricoltura, dell'ecologia e della ricerca. Eppure gli
organizzatori di queste pagliacciate ne concludono... che bisogna
proseguire le sperimentazioni! Neppure la Commissione europea è stata
da meno: il 19 maggio 2004, ha tolto la moratoria sulle importazioni di
Pgm, malgrado i ripetuti esiti dei sondaggi d'opinione (l'Europa conta
oltre il 70% di oppositori a queste colture) e senza tenere in alcun
conto le risposte al suo ipocrita invito, redatto in inglese, ad
esprimere la propria opinione per posta elettronica («Submit a comment
by E-mail ...»).
Lontano dalle mascherate organizzate Alcune esperienze, condotte
soprattutto in Europa da una ventina di anni, hanno permesso a dei
profani di elaborare proposte per la gestione di situazioni di
incertezza, spesso in rapporto a nuove tecnologie (Ogm, scelte
energetiche, procreazione assistita, antenne per ripetitori...) In
questi casi, un'adeguata formazione preliminare risulta indispensabile
per formulare un giudizio fondato, la democrazia detta «partecipativa»
non può coinvolgere tutti i cittadini. In una delle forme di «democrazia
dialogata (4)» più
promettenti - la conferenza di cittadini (5)
- il gruppo, benché costituito da un numero ridotto di persone (una
quindicina), può essere abbastanza rappresentativo della diversità
della popolazione. Vengono individuate quote di persone, suddivise per
categoria (età, sesso, professione, scelta politica, origine), su un
campione più ampio di alcune decine di volontari sondati a caso. Scopo
della procedura è ottenere quel parere, che si presume avrebbe espresso
l'insieme della popolazione, se si fosse potuto darle preliminarmente
gli strumenti per un giudizio informato, cosa materialmente impossibile.
Non si tratta solo di preparare un dossier tecnico, ma di mettere un
gruppo di cittadini in condizione di capire, intervenire e agire
responsabilmente. L'emulazione che si crea è evidente, come hanno
potuto verificare alcuni osservatori nell'incontro con la stampa che ha
chiuso la conferenza sull'utilizzazione degli organismi geneticamente
modificati (Ogm), nel corso della quale il gruppo ha illustrato le sue
conclusioni: «La tranquilla competenza con la quale ognuno riesce ad
affrontare le questioni crea un'atmosfera di misurata fierezza e di
onestà condivisa vissuta da molti partecipanti, giornalisti inclusi,
con reale emozione (6)».
Il gruppo di cittadini deve essere delegato in relazione ad un obiettivo
preciso, e deve ricevere tutte le informazioni utili alla formazione di
un giudizio, senza nascondere incertezze né tesi contraddittorie.
Il lavoro, supportato da uno psicosociologo, deve essere protetto da
possibili manipolazioni (da qui l'anonimato dei partecipanti, fino al
termine dei lavori). Alla fine, il gruppo sarà sciolto, per evitare che
si costituisca un corpo di «esperti profani».
La natura delle informazioni fornite ai cittadini che s'impegnano in
questa esperienza costituisce un elemento fondamentale del processo.
La formula migliore per garantire obiettività sembra essere la
costituzione di un comitato organizzativo che comprenda, oltre ai
responsabili del processo, di cui conoscono bene il funzionamento,
esperti che esprimano pareri diversi, se non contrapposti. Una volta
costituito, al comitato viene affidato il compito di preparare
consensualmente il programma di formazione (temi trattati, documenti
proposti, nomi dei formatori). Il movimento associativo trova così
spazio tanto all'interno del comitato organizzativo che tra i formatori,
e può quindi suggerire una contro - valutazione, spesso in contrasto
con quella della maggior parte degli esperti istituzionali.
Tali esperienze hanno dimostrato, da un lato, che ogni cittadino che
accetti di partecipare si rivela competente, perché capace di imparare,
capire, analizzare e formulare un giudizio motivato; d'altro lato, che
soltanto una minoranza tra le persone invitate (circa una su tre) ne
accetta i sacrifici, il più severo dei quali consiste nel dedicare
molti fine settimana ad informarsi, discutere, interrogare, esprimere un
parere, in maniera anonima e non retribuita.
Urna o conferenza?
Ipotizziamo allora che siano proprio queste due circostanze a indicare
le linee di un autentico funzionamento democratico. Perché non
convenire sul fatto che la democrazia è il sistema che fa corrispondere
la politica alle scelte maggioritarie dei cittadini che accettano di
imparare e capire, rimanendo il processo aperto a tutti? Bisogna
smetterla con questa concezione magica della democrazia, che fa credere
che chiunque possa avere un'opinione pertinente su un argomento
complesso, senza prima essersi dato gli strumenti necessari. Quando la
Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino dice che «la legge
è l'espressione della volontà generale», postula che questa «espressione»
sia il risultato di una costruzione volontaria, a partire da un lavoro
politico realizzato dai cittadini.
Queste proposte rischiano di essere tacciate di elitarismo, partendo
dall'assunto che il popolo è formato dall'insieme dei cittadini, e non
si può escluderne una parte... È vero, ma la crescente astensione
nelle consultazioni elettorali non testimonia forse l'esclusione,
cosiddetta volontaria, del 30%, 50%, se non di più, delle persone
chiamate a votare? L'importante è non inquadrare e fissare una volta
per tutte una frazione della popolazione come marginale, e un'altra come
parte integrante della società. Così come tutti i cittadini sono
chiamati alle urne, tutti possono essere scelti, in modo casuale, per
discutere ed esprimere il proprio parere in una conferenza di cittadini.
Se poi, la percentuale dei dimissionari risultasse paragonabile ai tassi
record di astensionismo alle elezioni a causa dei notevoli sacrifici
imposti dalla procedura, potrebbe anche darsi che alcuni astensionisti
fossero più motivati a partecipare a un'esperienza del genere, che non
a recarsi al seggio elettorale.
La democrazia deliberativa non consiste nell'organizzare un confronto
tra il Parlamento degli eletti ed un altro Parlamento composto da
cittadini estratti a sorte. Prima di tutto, perché il forum cittadino
scompare, nel momento in cui ha espresso il suo parere sul problema che
ne aveva richiesto la convocazione, e altri cittadini, altrettanto privi
di competenze specifiche, si esprimeranno su altri problemi (o sullo
stesso, se necessario). Poi, perché nessuno ritiene che la legge debba
essere scritta da persone anonime e sprovviste di mandato elettivo. Non
si tratta di esaltare la funzione parlamentare, supponendo che porti
necessariamente al bene comune, ma di stabilire il principio che ogni
impegno politico esige una firma, all'occorrenza quella della
rappresentanza nazionale. Le disposizioni legislative sulle conferenze
di cittadini (che necessitano di una precisa definizione del protocollo
e di norme che ne controllino il funzionamento) dovrebbero prevedere per
gli eletti l'obbligo di appropriarsi delle conclusioni raggiunte e di
renderne pubblico il seguito.
Come le procedure di delega, anche quelle di partecipazione possono
essere estese al di là di una regione o di un paese, e interessare
l'intero pianeta. Il che vuol dire che la valutazione sulle minacce
globali (cambiamenti climatici, rischi ambientali, etica del vivente)
non è di competenza esclusiva degli esperti, e che quindi delle
organizzazioni internazionali potrebbero individuare procedure di
democrazia deliberativa valide a livello mondiale.
Queste procedure, ancora sperimentali, sono rivoluzionarie perché
disegnano il profilo di un'altra democrazia, capace di riconoscere la
legittimità del giudizio consapevole di un gruppo responsabile e
l'equità delle procedure dialogiche. Perché «una misura equa è una
misura presa seguendo procedure che producono in tutti i protagonisti la
convinzione che essa è imparziale (7)».
Con ogni evidenza, queste procedure sono necessarie per gestire la
complessità delle nuove tecnologie (8),
ma potrebbero dare un contributo serio anche alla risoluzione di
conflitti etici o politici (9).
Prendiamo l'esempio dell'abolizione della pena di morte in Francia, nel
1984. L'impegno del ministro della giustizia, Robert Badinter, che
permise di porre fine a questa barbarie, costituisce un caso di «democrazia
rappresentativa abusiva»: una decisione importante presa senza un
mandato specifico. È probabile che il ricorso alla «democrazia
partecipativa abusiva», tramite un referendum che avrebbe portato ad
una «scelta» impulsiva, invece che profondamente meditata, avrebbe
condotto ad una conclusione diametralmente opposta. Al contrario, tutti
coloro che hanno frequentato conferenze di cittadini sanno che una tale
prassi, applicata alla questione della pena capitale, avrebbe prodotto
un parere identico a quello del guardasigilli. Il senso di responsabilità
delle persone coinvolte (dei «super cittadini» volontari) e i modi
della riflessione (serietà, approfondimento del tema, confronto di
idee, emulazione) fanno emergere, nella maggior parte dei partecipanti,
qualità umane fondamentali quali intelligenza, coscienza, altruismo.
note:
(1) Sondaggio Ifop-Journal du
dimanche, 25 luglio 2004.
(2) José Saramago, «Cosa
resta della democrazia?», Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre
2004.
(3) André Bellon e Anna-Cécile
Robert, Le Peuple inattendu, Syllepse, Parigi, 2003.
(4) Si legga Michel Callon,
Pierre Lascoumes e Yannick Barthe, Agir dans un monde incertain. Essai
sur la démocratie technique, Seuil, Parigi, 2001.
(5) Queste procedure vengono
chiamate «conferenze di consenso» in Danimarca, dove sono state
lanciate negli anni '80 e dove sono relativamente istituzionalizzate. Si
consulti il sito americano del Loka Institute (www.loka.org) e quello
dell'associazione Fondation sciences citoyennes:
www.sciencescitoyennes.org
(6) Daniel Boy, Dominique
Donnet-Kamel e Philippe Roqueplo, «Un exemple de démocratie délibérative:
la conférence de citoyens sur l'usage des Ogm en agriculture et dans l'alimentation»,
Revue française de science politique, 50 (4-5), 779-809, 2000.
(7) Agir dans un monde
incertain, op. cit.
(8) Suzanne de Cheveigné,
Daniel Boy e Jean-Christophe Galloux, Les Biotechnologies en débat.
Pour une démocratie scientifique, Balland, Parigi, 2002.
(9) Jacques Testart, «Conférences
de citoyens: les vertus du débat public», Transversales Science
Culture, 2° trimestre 2002.
(Traduzione di G. P.)