PERCHÉ IL SOCIALISMO?
Albert Einstein
(Questo testo di Einstein fu pubblicato dalla rivista Monthly Review di New York nel 1944. Fu ripubblicato varie volte e particolarmente in Pensieri degli anni difficili dello stesso Einstein).

Perché il socialismo ? ripubblicato sul Monthly Review, edizione in spagnolo del 1977
Consideriamo in primo luogo la questione dal punto di vista
della conoscenza scientifica. Potrebbe sembrare che non vi siano delle differenze metodologiche essenziali fra l'astronomia e
l'economia: in entrambi i campi gli scienziati tentano di scoprire leggi di validità generale entro un ordine circoscritto di
fenomeni, in modo da rendere quanto più possibile comprensibile connessioni fra questi fenomeni. In realtà, però,
differenze di metodo esistono. La scoperta di leggi generali nel campo economico
è resa difficile dal fatto che nei fenomeni economici osservati intervengono spesso molti fattori che è assai difficile
valutare separatamente. Inoltre, l'esperienza accumulatasi fin dall'inizio del cosiddetto periodo civile della storia umana è stata, come
è noto, fortemente influenzata e limitata da cause che non sono affatto di natura esclusivamente economica. Per esempio, la
maggior parte degli stati più importanti dovettero la loro esistenza alla politica di
conquista. I popoli conquistatori si imposero legalmente ed economicamente, come la classe privilegiata del
paese conquistato. Essi si riservarono il monopolio della proprietà terriera e
crearono una casta sacerdotale con membri appartenenti alla loro stessa classe. I sacerdoti, avendo il controllo
dell'educazione, trasformarono la divisione in classi della società in una istituzione permanente ed elaborarono un sistema di
valori a mezzo del quale, a partire da allora, il popolo fu guidato, in larga misura senza che ne avesse consapevolezza, nel suo
comportamento sociale.
Ma la tradizione storica è, per cosi dire, cosa di ieri; in nessuna
parte del mondo abbiamo di fatto superato quella che Thorstein Veblen chiamò "la fase predatoria" dello sviluppo umano. I fatti
economici che ci è dato osservare appartengono a tale fase, e le stesse leggi che possiamo eventualmente ricavare da tali fatti non
sono applicabili ad altre fasi. Dato che il vero scopo del socialismo è precisamente quello di superare e di procedere oltre la
fase predatoria dello sviluppo umano, la scienza economica, al suo stato attuale, può gettare ben poca luce sulla società
socialista del futuro.
In secondo luogo, il socialismo è volto a un fine
etico-sociale. La scienza, però, non può stabilire dei fini e tanto meno
inculcarli negli esseri umani; la scienza, al più, può fornire i mezzi con i quali raggiungere certi fini. Ma i fini stessi sono concepiti
da persone con alti ideali etici; se questi ideali non sono sterili, ma vitali e forti, vengono adottati e
portati avanti da quella gran parte dell'umanità che, per metà inconsciamente, determina la
lenta evoluzione della società.
Per queste ragioni dovremmo stare attenti a non sopravvalutare
la scienza e i metodi scientifici quando si tratta di problemi umani; e non dovremmo ammettere che gli esperti siano gli unici
ad aver il diritto di pronunciarsi su questioni riguardanti l'organizzazione della società.
Da un po' di tempo innumerevoli voci affermano che la società
umana sta attraversando una crisi, che la sua stabilità è stata gravemente scossa. Caratteristico di una tale situazione è il fatto
che gli individui si sentano indifferenti o addirittura ostili verso il gruppo sociale, piccolo o grande, al quale appartengono. Per
illustrare ciò che intendo dire, voglio ricordare qui un'esperienza personale. Recentemente discutevo con una persona intelligente
e di larghe vedute sulla minaccia di una nuova guerra che, secondo me, comprometterebbe seriamente l'esistenza
dell'umanità, e facevo notare che solo un'organizzazione sopranazionale potrebbe offrire una forma di protezione da questo pericolo.
Allora il mio interlocutore, con voce molto calma e fredda, mi disse: "Perché lei è cosi profondamente contrario alla scomparsa
della razza umana?"
Sono sicuro che solo un secolo fa nessuno avrebbe fatto una
domanda del genere con tanta leggerezza. È l'affermazione di un uomo che ha lottato invano per raggiungere un equilibrio
interno e ha perduto, più o meno, la speranza di riuscirvi. È l'espressione di una solitudine e di un isolamento dolorosi di
cui soffrono moltissimi in questi tempi. Quale ne è la causa? Esiste una via d'uscita?
È facile sollevare tali questioni, ma è difficile dare loro una
risposta con un qualche grado di sicurezza. Debbo tentare, tuttavia, come meglio posso, anche se sono
perfettamente consapevole del fatto che i nostri sentimenti e i nostri sforzi sono spesso
contraddittori e oscuri, e non possono venir espressi mediante facili e semplici formule.
L'uomo è, allo stesso tempo, un essere solitario e un essere
sociale. In quanto essere solitario, egli cerca di proteggere la propria esistenza e quella di coloro che gli sono più vicini, di
soddisfare i propri desideri personali, e di sviluppare le proprie qualità naturali. In quanto essere sociale, egli cerca di
guadagnarsi la stima e l'affetto dei suoi simili, di condividere le loro gioie, di confortarli nel loro dolore, e di migliorare le loro
condizioni di vita. Soltanto l'esistenza di questi sforzi diversi, frequentemente contrastanti, spiega il
carattere particolare di un uomo, e la loro particolare combinazione determina la misura
nella quale un individuo può raggiungere un equilibrio interno e contribuire al benessere della società. È perfettamente
possibile che la forza relativa di queste due tendenze sia sostanzialmente determinata dall'eredità. Ma la personalità che alla fine
ne emerge è in gran parte formata dall'ambiente in cui un uomo viene a trovarsi durante il suo sviluppo, dalla struttura della
società in cui egli cresce, dalla storia di quella società, e dal giudizio che essa
dà dei differenti tipi di comportamento. Il concetto astratto di "società" significa, per l'essere umano
individuale, la somma totale di queste relazioni dirette e indirette con i suoi contemporanei e con tutti gli uomini delle
generazioni precedenti. L'individuo può pensare, sentire, lottare, e lavorare da solo; ma egli dipende dalla società, nella sua
esistenza fisica, intellettuale ed emotiva, tanto che è impossibile pensare a lui, o comprenderlo, al di fuori della struttura della
società. È la "società" che fornisce all'uomo il cibo, i vestiti, una casa, gli strumenti di lavoro, la lingua, le forme di pensiero,
e la maggior parte dei contenuti di pensiero; la sua vita è resa possibile dal lavoro e dalle realizzazioni dei molti milioni di
uomini del passato e del presente che si nascondono dietro quella piccola parola: "società".
È evidente, perciò, che la dipendenza dell'individuo dalla
società è un fatto naturale che non può venir abolito, proprio come nel caso delle api o delle formiche. Tuttavia, mentre
l'intero processo vitale delle formiche e delle api è determinato fin nei più minuti particolari da rigidi istinti
ereditari, lo schema sociale e le interrelazioni degli esseri umani sono assai variabili
e suscettibili di mutamento. La memoria, la capacità di realizzare nuove combinazioni, il dono della comunicazione orale,
hanno reso possibili fra gli esseri umani degli sviluppi non dettati da necessità biologiche. Tali sviluppi si manifestano nelle
tradizioni, istituzioni, e organizzazioni, nella letteratura, nelle scoperte scientifiche e tecniche, nelle opere d'arte. Questo spiega
come succede che, in un certo senso, l'uomo possa, attraverso il comportamento, influenzare la propria vita, e che in questo
processo possano avere una funzione il pensiero e la volontà coscienti.
L'uomo riceve ereditariamente, alla nascita, una costituzione
biologica che dobbiamo considerare fissa e inalterabile, e che comprende le esigenze naturali che sono caratteristiche della
specie umana. Inoltre, nel corso della vita, egli acquisisce una costituzione culturale, che gli viene dalla società attraverso la
comunicazione diretta e attraverso molti altri tipi di influenze. È questa costituzione culturale ad essere, nel corso del tempo,
soggetta a mutamenti e a determinare in larga misura i rapporti fra l'individuo e la società. La moderna antropologia ci ha
insegnato, attraverso lo studio comparato delle cosiddette culture primitive, che il comportamento sociale degli esseri umani può
essere molto diverso, a seconda degli schemi culturali predominanti e dei tipi di organizzazione che prevalgono nella società. È
su questo fatto che coloro che lottano per migliorare il destino dell'uomo possono fondare le loro speranze: gli esseri umani non
sono condannati, a causa della loro costituzione biologica, a distruggersi l'un l'altro o ad essere, ad opera delle proprie mani,
alla mercé di un fato crudele.
Se ci domandiamo in qual modo la struttura della società e
l'atteggiamento culturale dell'uomo dovrebbero essere modificati al fine di rendere il più possibile soddisfacente la vita umana,
dovremmo essere coscienti del fatto che esistono certe condizioni che non possiamo modificare. Come abbiamo ricordato prima,
la natura biologica dell'uomo non è suscettibile di mutamenti a ogni fine pratico. Inoltre, gli sviluppi tecnologici e demografici
degli ultimi secoli hanno creato delle condizioni destinate a perdurare. In popolazioni stabili relativamente dense, dotate dei
beni che sono indispensabili alla continuazione della loro esistenza, sono assolutamente necessarie una estrema suddivisione del
lavoro e un apparato produttivo altamente centralizzato. È passato per sempre il tempo, che a volgersi indietro sembra cosi
idilliaco, in cui gli individui o i gruppi relativamente piccoli potevano essere completamente autosufficienti. Non si esagera molto
dicendo che l'umanità già oggi costituisce una comunità planetaria di produzione e di consumo.
Giunto a questo punto del discorso posso indicare brevemente
ciò che secondo me costituisce l'essenza della crisi del nostro tempo. Si tratta del rapporto dell'individuo con la società.
L'individuo è diventato più consapevole che mai della propria dipendenza dalla società. Egli però non sperimenta tale
dipendenza come un fatto positivo, come un legame organico, come uno forza protettrice, ma piuttosto come una minaccia ai suoi
diritti naturali, o addirittura alla sua esistenza. Inoltre, la sua posizione nella società è tale che gli impulsi egoistici del suo
carattere vengono costantemente accentuati, mentre i suoi impulsi sociali, che per natura sono più deboli, si deteriorano
progressivamente. Tutti gli esseri umani, qualunque sia la loro posizione nella società, soffrono di questo processo di
deterioramento. Inconsciamente prigionieri del loro egotismo, essi si sentono insicuri, soli, e spogliati della ingenua, semplice e non
sofisticata gioia di vivere. L'uomo può trovare un significato nella vita, breve e pericolosa come è, soltanto dedicandosi alla società.
L'anarchia economica della società capitalista, quale esiste oggi,
rappresenta secondo me la vera fonte del male. Vediamo di fronte a noi un'enorme comunità di produttori, i cui membri
lottano incessantemente per spogliarsi a vicenda dei frutti del loro lavoro collettivo, non con la forza, bensì tutto sommato in
complice ossequio a regole stabilite in forma legale. In questo senso è importante rendersi conto che i mezzi di produzione,
vale a dire l'intera capacità produttiva necessaria per produrre sia i beni di consumo che i beni capitali addizionali, possono
essere con pieno crisma legale, e per la maggior parte lo sono, proprietà privata di singoli.
Per ragioni di semplicità, nella discussione che segue indicherò
con la parola "lavoratori" tutti coloro che non partecipano alla proprietà dei mezzi di produzione, anche se ciò non corrisponde
pienamente all'uso normale del termine. Il proprietario dei mezzi di produzione è in grado di acquistare la forza-lavoro del
lavoratore. Usando i mezzi di produzione, il lavoratore produce nuovi beni che diventano proprietà del capitalista. Il punto
essenziale di questo processo è la relazione fra quanto il lavoratore produce e quanto egli è pagato, entrambe le quantità
misurate in termini di valore reale. Fintantoché il contratto di lavoro è "libero", ciò che il lavoratore riceve è determinato non dal
valore reale dei beni che produce, ma dalle sue necessità di sopravvivenza e dalla domanda di forza-lavoro da parte del
capitalista, rapportata al numero di lavoratori che sono in concorrenza per i posti di lavoro. È importante comprendere che anche
in teoria il salario del lavoratore non è determinato dal valore del suo prodotto.
Il capitale privato tende a concentrarsi nelle mani di pochi, in
parte a causa della concorrenza fra i capitalisti, in parte perché lo sviluppo tecnologico e la crescente
suddivisione del lavoro incoraggiano la formazione di più grandi complessi di produzione
a spese dei minori. Il risultato di questi sviluppi è un'oligarchia del capitale privato il cui enorme potere non può essere
efficacemente controllato neppure da una società politica democraticamente organizzata. La verità di ciò è determinata dal fatto che
i membri dei corpi legislativi vengono scelti dai partiti politici, ampiamente finanziati o in altro modo influenzati dai capitalisti
privati i quali, a ogni fine pratico, separano l'elettorato dal corpo legislativo. La conseguenza è che i rappresentanti del popolo non
proteggono, di fatto, in modo sufficiente gli interessi degli strati meno privilegiati della popolazione. Inoltre, nelle condizioni
attuali, i capitalisti privati controllano inevitabilmente, direttamente o
indirettamente, le fonti principali d'informazione: stampa, radio, educazione. È quindi estremamente difficile e anzi, nella
maggior parte dei casi, del tutto impossibile, che i cittadini pervengano a delle conclusioni oggettive e facciano un uso
intelligente dei loro diritti politici.
La situazione dominante in un'economia basata sulla proprietà
privata del capitale è perciò caratterizzata da due principi fondamentali: primo, i mezzi di produzione (capitale) sono proprietà
privata e i proprietari ne dispongono a loro piacimento; secondo, il contratto di lavoro è libero. Naturalmente non esiste, in quanto
tale, una società capitalista pura in questo senso. In particolare, occorre notare che i lavoratori, attraverso lunghe e amare lotte,
sono riusciti ad assicurarsi una forma in certo modo migliorata del "contratto libero di lavoro" per certe loro categorie. Peraltro,
considerata complessivamente l'economia dei nostri tempi non differisce molto dal capitalismo puro.
Si produce per il profitto, non per l'uso. Non vi è alcun
provvedimento grazie al quale tutti coloro che possono e vogliono lavorare ne abbiano sempre la possibilità; esiste quasi sempre un
"esercito di disoccupati". Il lavoratore ha sempre la paura di perdere il proprio posto di lavoro. Dato che i disoccupati e i
lavoratori mal retribuiti non rappresentano per i beni di consumo un mercato vantaggioso, la produzione di tali beni ne risulta
limitata, con un conseguente grave danno. Il progresso tecnologico si risolve frequentemente in un aggravamento della
disoccupazione piuttosto che in un alleggerimento della quantità di lavoro per tutti. Il movente del profitto, congiuntamente alla
concorrenza fra i capitalisti, è responsabile di una instabilità nell'accumulazione e nell'impiego del capitale, che conduce a
depressioni sempre più gravi. La concorrenza illimitata porta a un enorme spreco di lavoro, e a quelle storture della coscienza
sociale nei singoli individui, di cui ho parlato prima.
Queste storture nell'individuo, secondo me sono la tara
peggiore del capitalismo. Tutto il nostro sistema educativo soffre di questo male. Un atteggiamento
esageratamente concorrenziale viene inculcato nello studente, abituandolo ad adorare il
successo, come preparazione alla sua futura carriera.
Sono convinto che vi è un solo mezzo per eliminare questi gravi
mali, e cioè la creazione di un'economia socialista congiunta a un sistema educativo che sia orientato verso obiettivi sociali. In
una tale economia i mezzi di produzione sono proprietà della società stessa e vengono utilizzati secondo uno schema
pianificato. Un'economia pianificata, che equilibri la produzione e le necessità della comunità, distribuirebbe il lavoro fra tutti gli
abili al lavoro e garantirebbe i mezzi di sussistenza a ogni uomo, donna e bambino. L'educazione dell'individuo, oltre a
incoraggiare le sue innate capacità, si proporrebbe di sviluppare in lui un senso di responsabilità verso i suoi simili anziché la
glorificazione del potere e del successo, come avviene nella nostra società attuale.
È necessario, tuttavia, ricordare che un'economia pianificata
non rappresenta ancora il socialismo. Una tale economia pianificata potrebbe essere accompagnata dal completo asservimento
dell'individuo. La realizzazione del socialismo richiede la soluzione di alcuni problemi sociali e politici estremamente
complessi: in che modo è possibile, in vista di una centralizzazione di vasta portata del potere economico e politico, impedire che
la burocrazia diventi onnipotente e prepotente? In che modo possono essere protetti i diritti dell'individuo, assicurando un
contrappeso democratico al potere della burocrazia?