Cervelli
in gabbia
La situazione non è
più questa. In pubblico non ho mai trovato il coraggio di spiegare perché
tutto mi sembra peggiorato; ma ora ho deciso di farlo, perché l’età avanzata
non mi lascia più molto tempo. L’università e gli enti di ricerca non sono
più vere istituzioni culturali nelle mani di grandi maestri la cui
autorevolezza è accettata da tutti; al posto dei maestri abbiamo personaggi di
potere che hanno saputo legare la loro carriera ad esponenti politici
importanti. Questo ha consentito loro di ottenere, legalmente beninteso, posti e
finanziamenti. Ma è il concetto di legalità che si è, per così dire,
abbrutito. Con i posti, i “baroni” si sono creati una corte popolata,
appunto, di cortigiani devoti ai quali hanno elargito i finanziamenti perché
svolgessero ricerche á la page, contenenti opportuni segni di gratitudine utili
per ulteriori scalate. La corte al posto della bottega, il premio in denaro al
posto della fiducia, la conflittualità tra scuole al posto della grande
famiglia scientifica. In una tale situazione, i giovani come lo ero io più di
mezzo secolo fa devono adattarsi a ben diverse regole. Qualcuno, a me vicino, mi
ripete che “così è la vita”; ma io non ci credo. Penso che così la vita
lo sia diventata grazie ad alcuni fattori che noi stessi abbiamo distrattamente
lasciato passare. A bottega ha senso entrare a 22-23 anni, appena laureati,
quando si dà il meglio di sé. Se invece dalla laurea si passa nelle stìe del
dottorato, poi del postdottorato, poi dell’assegno o del co.co.co., per
arrivare solo intorno ai 40 anni ad aspirare a un posto di responsabilità,
dobbiamo capire che si stanno facendo ricercatori d’allevamento, in batteria,
solo perché stupidamente ci è sembrato che filtrare, valutare giovani “cervelli
in gabbia” per metterne uno ogni tanto sul mercato, fosse una corretta
procedura di riconoscimento dei migliori. E invece, i potenti accademici si
procureranno così una corte, possibilmente gestendo ciascuno i suoi allevamenti
sino a maturazione del budget necessario ad aprire la gabbia. Questa descrizione
non è affatto universale: la sola circostanza che sulle riviste internazionali
dei fisici compaiano offerte di lavoro da tutto il mondo meno che dall’Italia
dovrebbe bastare a convincerci della peculiarità del nostro caso. E’ un vero
disastro. La mentalità portata in questa vicenda dalla attuale destra di
governo sta rendendo “normale” questa degenerazione del sistema ricerca,
aggravandolo di tutte le mostruosità derivanti dall’ideologia mercantile e
privatistica. Il mondo in cui sono vissuto era quello dei “servitori dello
stato”, per i quali l’interesse personale era quello comune, condivisibile
da tutti. La qualità delle persone si chiamava autorevolezza e non ricchezza,
si chiamava cultura e non potere. Oggi, siamo lontanissimi da tutto ciò e non
riusciamo a superare le sacche di resistenza che la corruzione ha creato quando
ai grandi politici del dopoguerra si sono sostituiti i grandi
predatori-arrampicatori che hanno convertito lo stato nella loro azienda. E’
sembrato – disgraziatamente e forse in buona fede - che regolamentare, alla
maniera dei burocrati, le carriere accademiche, rallentandole e sottoponendole a
filtri cosiddetti oggettivi potesse garantire una giustizia meritocratica fredda
e senza arbitrii: il risultato è stato solo la scomparsa dei maestri e delle
botteghe. Oggi si parla di “scuole” solo per dirne male, persino a fisica. I
“citation indexes” impazzano e non ci sono ancora giuristi che ne svelino l’imbroglio.
Vi lascio immaginare che cosa può essere a medicina o a giurisprudenza…
Disgraziatamente, per venirne fuori occorre ricreare una grande tensione morale,
e nessuno sa come si fa. Nella mia testa c’è
un po’ un cocktail di caratteri “scomparsi” più o meno nello stesso
periodo: accanto ad Amaldi, a Gilberto Bernardini, a Felice Ippolito, a Lucio
Lombardo Radice, metto Luigi Petroselli, Enrico Berlinguer, Benigno Zaccagnini,
Ernesto Rossi e gli “Amici del Mondo”, Ugo La Malfa, Ferruccio Parri;
ma penso anche a Tina Anselmi, che è viva e vegeta ,molti altri che ho
avuto modo di incontrare anche durante una breve esperienza parlamentare. Di lì
a poco, non avrei più incontrato niente di simile: spuntavano i Craxi, i
Berlusconi, i Previti come se si fosse aperta una corte dei miracoli. Anche nel
mio ambiente di lavoro e, più in generale, nell’Università, stava accadendo
qualcosa di simile. C’è stata una mutazione, un crollo culturale, un
sovvertimento di valori. Piccoli cortigiani senza speranza di riscatto hanno
incominciato a essere prelevati dalle gabbie e messi a governare qualcosa: e
hanno governato, secondo loro criteri fin troppo visibili. Dove governare sta
per “amministrare la propria immagine”. Ci vorrebbe una grande purga: ma chi
la farà? Il solo sistema accettabile che io conosca è il cosiddetto “furor
di popolo”, senza violenza ma con chiarezza e fermezza democratica. Il che
presuppone di avere però già trovato i nuovi servitori dello stato a cui
affidare, appunto, lo stato. Forse ci vorranno decenni. Ma, come prospettiva,
possiamo raccontarcela subito. Anche perché può servire per quelle decisioni
più spicciole e quotidiane da cui la ripulitura deve inevitabilmente partire
(votare un rettore, manifestare il rispetto professionale a chi se lo merita,
non lasciarsi prendere dall’interesse privato, ecc.).