FISICA/MENTE

 

 

Cervelli in gabbia

Carlo Bernardini

 

            Il 19 marzo del 1952 mi laureai. In fisica, con Bruno Ferretti, uno dei più noti e importanti fisici italiani di quel tempo. Avevo quasi 22 anni (mancava un mese) e scontavo ancora l’idea fissa di mio padre che dovessi essere precoce: questa idea mi aveva messo in difficoltà, specie con i miei compagni di scuola e di università, per tutta l’adolescenza. Ero, molto probabilmente, “immaturo”, anche se oggi non so più esattamente che cosa voglia dire. Contrariamente a ciò che accade adesso, però, la mia immaturità servì a qualcosa. A differenza di Ferretti, che mi terrorizzava con i suoi modi sbrigativi e impazienti, Enrico Persico – che incontrai di lì a poco – mi prese a ben volere e decise di avviarmi alla ricerca. Un piccolo intermezzo con Mario Ageno su alcuni problemi a cui Ageno stava lavorando mi aveva dato qualche chance; e Ageno era molto amico di Persico. Anche Nella Mortara (che noi studenti chiamavamo confidenzialmente “zia Nella”) era estremamente affettuosa con me e mi proteggeva: sicché avevo alcuni appoggi su cui contare, perché apparivo curioso, diligente e disponibile, un allievo esemplare. Oggi posso forse dire che Bruno Ferretti aveva capito che non ero un genio e che la sua inclinazione, nella migliore tradizione fermiana, era di dare un po’ del suo tempo solo a ragazzi eccezionali: se questo è umanamente comprensibile forse è anche ingiusto, nel senso che, come ho potuto apprezzare più tardi, anche le persone come me sono utili, anzi indispensabili. Una ricerca fatta da soli genii, spesso, non vede la luce se non c’è chi la mette in un circuito di persone in grado di apprezzarla. Alcuni anni dopo, quando incominciai a lavorare con Bruno Touschek, lui mi fece capire quale fosse il mio reale “valore accademico”, quello su cui si basa la cosiddetta “carriera”. Bruno T. era come i grandi pittori, lavorava nella sua “bottega” e teneva a bottega alcuni di noi. Capii allora che ciò che facevo aveva ormai acquistato una sua qualità, non completamente originale e tuttavia pregevole: ero della “scuola di Persico”, della “scuola di Touschek”, anche se non mi era riuscito di essere della “scuola di Ferretti”. Questa nozione di bottega credo che sia stata essenziale per tutto lo sviluppo della ricerca di base in Italia; so che era possibile solo grazie a grandi maestri che ne praticavano lo spirito in quanto, direttamente o indirettamente, adescavano giovani talenti. Edoardo Amaldi e, prima di lui, Orso Mario Corbino avevano così costruito una eccezionale famiglia scientifica, internazionalmente nota nonostante la seconda guerra mondiale.

         La situazione non è più questa. In pubblico non ho mai trovato il coraggio di spiegare perché tutto mi sembra peggiorato; ma ora ho deciso di farlo, perché l’età avanzata non mi lascia più molto tempo. L’università e gli enti di ricerca non sono più vere istituzioni culturali nelle mani di grandi maestri la cui autorevolezza è accettata da tutti; al posto dei maestri abbiamo personaggi di potere che hanno saputo legare la loro carriera ad esponenti politici importanti. Questo ha consentito loro di ottenere, legalmente beninteso, posti e finanziamenti. Ma è il concetto di legalità che si è, per così dire, abbrutito. Con i posti, i “baroni” si sono creati una corte popolata, appunto, di cortigiani devoti ai quali hanno elargito i finanziamenti perché svolgessero ricerche á la page, contenenti opportuni segni di gratitudine utili per ulteriori scalate. La corte al posto della bottega, il premio in denaro al posto della fiducia, la conflittualità tra scuole al posto della grande famiglia scientifica. In una tale situazione, i giovani come lo ero io più di mezzo secolo fa devono adattarsi a ben diverse regole. Qualcuno, a me vicino, mi ripete che “così è la vita”; ma io non ci credo. Penso che così la vita lo sia diventata grazie ad alcuni fattori che noi stessi abbiamo distrattamente lasciato passare. A bottega ha senso entrare a 22-23 anni, appena laureati, quando si dà il meglio di sé. Se invece dalla laurea si passa nelle stìe del dottorato, poi del postdottorato, poi dell’assegno o del co.co.co., per arrivare solo intorno ai 40 anni ad aspirare a un posto di responsabilità, dobbiamo capire che si stanno facendo ricercatori d’allevamento, in batteria, solo perché stupidamente ci è sembrato che filtrare, valutare giovani “cervelli in gabbia” per metterne uno ogni tanto sul mercato, fosse una corretta procedura di riconoscimento dei migliori. E invece, i potenti accademici si procureranno così una corte, possibilmente gestendo ciascuno i suoi allevamenti sino a maturazione del budget necessario ad aprire la gabbia. Questa descrizione non è affatto universale: la sola circostanza che sulle riviste internazionali dei fisici compaiano offerte di lavoro da tutto il mondo meno che dall’Italia dovrebbe bastare a convincerci della peculiarità del nostro caso.

         E’ un vero disastro. La mentalità portata in questa vicenda dalla attuale destra di governo sta rendendo “normale” questa degenerazione del sistema ricerca, aggravandolo di tutte le mostruosità derivanti dall’ideologia mercantile e privatistica. Il mondo in cui sono vissuto era quello dei “servitori dello stato”, per i quali l’interesse personale era quello comune, condivisibile da tutti. La qualità delle persone si chiamava autorevolezza e non ricchezza, si chiamava cultura e non potere. Oggi, siamo lontanissimi da tutto ciò e non riusciamo a superare le sacche di resistenza che la corruzione ha creato quando ai grandi politici del dopoguerra si sono sostituiti i grandi predatori-arrampicatori che hanno convertito lo stato nella loro azienda. E’ sembrato – disgraziatamente e forse in buona fede - che regolamentare, alla maniera dei burocrati, le carriere accademiche, rallentandole e sottoponendole a filtri cosiddetti oggettivi potesse garantire una giustizia meritocratica fredda e senza arbitrii: il risultato è stato solo la scomparsa dei maestri e delle botteghe. Oggi si parla di “scuole” solo per dirne male, persino a fisica. I “citation indexes” impazzano e non ci sono ancora giuristi che ne svelino l’imbroglio. Vi lascio immaginare che cosa può essere a medicina o a giurisprudenza… Disgraziatamente, per venirne fuori occorre ricreare una grande tensione morale, e nessuno sa come si fa.

         Nella mia testa c’è un po’ un cocktail di caratteri “scomparsi” più o meno nello stesso periodo: accanto ad Amaldi, a Gilberto Bernardini, a Felice Ippolito, a Lucio Lombardo Radice, metto Luigi Petroselli, Enrico Berlinguer, Benigno Zaccagnini, Ernesto Rossi e gli “Amici del Mondo”, Ugo La Malfa, Ferruccio Parri;  ma penso anche a Tina Anselmi, che è viva e vegeta ,molti altri che ho avuto modo di incontrare anche durante una breve esperienza parlamentare. Di lì a poco, non avrei più incontrato niente di simile: spuntavano i Craxi, i Berlusconi, i Previti come se si fosse aperta una corte dei miracoli. Anche nel mio ambiente di lavoro e, più in generale, nell’Università, stava accadendo qualcosa di simile. C’è stata una mutazione, un crollo culturale, un sovvertimento di valori. Piccoli cortigiani senza speranza di riscatto hanno incominciato a essere prelevati dalle gabbie e messi a governare qualcosa: e hanno governato, secondo loro criteri fin troppo visibili. Dove governare sta per “amministrare la propria immagine”. Ci vorrebbe una grande purga: ma chi la farà? Il solo sistema accettabile che io conosca è il cosiddetto “furor di popolo”, senza violenza ma con chiarezza e fermezza democratica. Il che presuppone di avere però già trovato i nuovi servitori dello stato a cui affidare, appunto, lo stato. Forse ci vorranno decenni. Ma, come prospettiva, possiamo raccontarcela subito. Anche perché può servire per quelle decisioni più spicciole e quotidiane da cui la ripulitura deve inevitabilmente partire (votare un rettore, manifestare il rispetto professionale a chi se lo merita, non lasciarsi prendere dall’interesse privato, ecc.).

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