il manifesto - 27 Agosto 2004
TEST BRAVO Le cavie di Bikini, 50 anni dopo. LE ISOLE MARSHALL
Il 1° marzo 1954 una bomba atomica Usa polverizzava un
atollo delle isole Marshall. Deportati i 167 abitanti, abbandonati al loro
destino radioattivo migliaia di persone degli atolli vicini
STEFANO LIBERTI
Settemila profughi
Tutto è cominciato all'indomani della seconda guerra mondiale. Il bombardamento
atomico sul Giappone aveva impresso una marcata accelerazione alla corsa agli
armamenti: ancor prima che si dissolvesse il fungo di fumo sul disfatto impero
del Sol Levante, gli scienziati sovietici si erano già messi freneticamente al
lavoro (riusciranno a creare la loro prima bomba nel 1949). Il presidente Harry
Truman, sull'altro fronte, si era mosso subito alla ricerca di un luogo adatto
per sperimentare i suoi sempre più sofisticati ordigni nucleari. Nel 1946,
l'arcipelago delle Marshall - sottratto alle truppe di Tokyo durante le
operazioni nel Pacifico e divenuto protettorato statunitense sotto l'egida delle
Nazioni unite - veniva scelto come terreno operativo per una serie di test.
Bikini, in particolare, sembrava essere il luogo più adatto all'uopo, in virtù
della sua posizione remota, distante da tutte le regolari rotte aree e
marittime.
L'unico ostacolo ai piani di Washington era costituito dal modesto manipolo dei
167 abitanti dell'atollo. Un problema di poco conto, di cui si fece carico il
comandante Ben H. Wyatt, l'allora governatore militare delle isole Marshall. Una
domenica, dopo la messa, radunò gli abitanti di Bikini fuori dalla chiesa e,
con tono solenne, chiese loro se fossero disposti a lasciare temporaneamente le
proprie case «per il bene dell'umanità». Dopo lunghe discussioni, il re Juda
- rappresentante dei bikinesi - accettò e, con parole altrettanto altisonanti,
dichiarò: «Continueremo a credere che ogni cosa sia nelle mani di dio».
Il buon dio era probabilmente troppo occupato per curarsi del destino dei
bikinesi. L'esodo che ne seguì, infatti, non solo non fu temporaneo ma si rivelò
assai più tormentato del previsto: i 167 sventurati si trovarono sballottati su
varie isole deserte, prive di pesce commestibile e povere di frutta; quasi
morirono di fame, prima di approdare nel novembre 1948 a Kili, dove furono fatti
alloggiare in tende di fortuna. Intanto, sulla loro isola veniva avviato il
programma sperimentale, iniziato con alcune esplosioni minori e culminato nel big
bang di quel fatidico 1° marzo.
Un'esplosione fragorosa
Il «test Bravo» rappresenta un autentico spartiacque non solo per Bikini, ma
per tutta l'area orientale delle Marshall: subito dopo la fragorosa esplosione,
una fitta coltre di polvere radioattiva si è infatti mossa rapida
nell'atmosfera raggiungendo gli atolli vicini, che non erano stati
preventivamente evacuati. Avvolti dalla nube tossica, gli abitanti dell'isola di
Rongelap (a circa 125 miglia di distanza) hanno immediatamente cominciato a
provare sulla propria pelle gli effetti dell'esposizione alle radiazioni:
attacchi di nausea e diarrea, perdita repentina di capelli, dilatamento delle
pupille. Hanno trascorso due giorni d'inferno, in preda al panico, finché la
marina militare statunitense si è decisa a venirli a cercare e a trasferirli su
un altro atollo per fornire loro cure mediche.
«Il vento aveva soffiato dalla parte sbagliata e l'esplosione era stata di
cinque volte più potente del previsto», hanno detto i responsabili americani
agli isolani attoniti e impauriti che si accingevano a lasciare le proprie case.
Ma la spiegazione dell'errore di calcolo non sembra del tutto convincente. «I
militari americani sapevano che il vento quella mattina stava soffiando verso
gli altri atolli, ma hanno deciso di procedere lo stesso», racconta Jack
Niedenthal, 46anne della Pennsylvania che si è trasferito sulle Marshall, ha
sposato una bikinese e da anni si batte per far conoscere questa vicenda
dimenticata. «Non a caso tutte le barche nell'area con personale statunitense a
bordo ricevettero l'ordine di tenere gli uomini al riparo». Niedenthal non lo
dice esplicitamente, ma sono in molti a credere plausibile un'orribile ipotesi:
gli abitanti degli atolli vicini a Bikini sarebbero stati usati come cavie da
laboratorio, esposti scientemente alle conseguenze delle radiazioni «a scopo
sperimentale». Un sospetto che si è rafforzato negli ultimi anni, quando,
durante l'amministrazione Clinton, sono stati declassificate decine di documenti
che alludevano a un certo progetto 4.1, lanciato proprio nel 1953 per studiare
gli effetti di un'esplosione nucleare sull'organismo umano.
Gli effetti, da parte loro, ancora oggi si fanno sentire in modo evidente sulla
popolazione locale. La percentuale di situazioni tumorali è nelle isole
Marshall molto più elevata della norma: casi di cancri alla tiroide e al
sistema linfatico sono diffusi in ogni famiglia. «Ma la cosa più devastante -
continua Niedenthal - sono le conseguenze psicologiche. Ogni volta che qualcuno
ha una malattia, anche un comune raffreddore, pensa che sia colpa della bomba.
Si è sviluppata una vera e propria cultura del vittimismo, che coinvolge tutta
la società delle Marshall».
I bikinesi - che nel frattempo sono diventati, in seguito a un trend demografico
positivo, più di 3000 - continuano a vivere sparpagliati sull'arcipelago, così
come i 4000 abitanti di Rongelap; i discendenti di re Juda aspettano da più di
mezzo secolo che il loro atollo sia bonificato e, in un miscuglio di
messianesimo e recriminazione, indossano spesso a mo' di divisa una maglietta
con la frase pronunciata dal loro leader prima dell'esodo: «Continueremo a
credere che ogni cosa sia nelle mani di dio».
Troppo legati a Washington - da cui dipendono economicamente, dopo aver avuto
accesso all'indipendenza nel 1986 - gli abitanti delle Marshall difficilmente
otterranno giustizia. Gli Stati uniti prendono in scarsissima considerazione le
loro richieste di risarcimento e considerano di fatto chiusa la partita con gli
indennizzi versati in passato e con gli aiuti che continuano a corrispondere
all'arcipelago nell'ambito del «trattato di libera associazione». Fino ad
oggi, a fronte della richiesta di 2 miliardi di dollari da parte dei bikinesi,
il congresso americano ha versato loro come indennizzo appena 191 milioni di
dollari. «Una cifra del tutto inadeguata - tuona Niedenthal - soprattutto a
confronto con i miliardi stanziati da Washington per ripulire i siti nucleari
sul proprio territorio, segnatamente nel Nevada».
Colonialismo Usa
Questo è il punto cruciale: poiché gli abitanti delle isole Marshall non sono
cittadini statunitensi, sono votati a subire un trattamento di serie B. Vittime
di un sottile ma feroce colonialismo, sperduti reietti di un paradiso
trasformato in inferno, gli indigeni del Pacifico sembrano condannati a un
futuro di rassegnazione. La loro situazione non offre molti punti di appiglio:
privi di una lobby forte che li sostenga al Congresso, legati per la propria
sopravvivenza agli Usa e situati in una posizione non particolarmente
strategica, non hanno alcun asso nella manica. L'unica arma di cui possono
dotarsi è la perseveranza. «Siamo sopravvissuti al più potente ordigno
bellico che l'uomo abbia mai usato. Sopravviveremo a qualsiasi altra cosa e non
ci daremo pace finché non otterremo giustizia. Questa è la nostra promessa.
Questo il nostro obiettivo», ha avuto modo di dire il sindaco di Rongelap James
Matyoshi alla cerimonia di commemorazione per il cinquantennale del «Test Bravo».
Al momento, tutto lascia pensare che il suo grido di giustizia sia destinato a
rimanere inascoltato.
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Nel 1947 le Isole Marshall sono state definite territorio
delle Nazioni unite, sottoposto all'amministrazione fiduciaria degli Stati uniti
d'America. Nel 1978 è nata, con una propria Costituzione, la Repubblica delle
Isole Marshall (Rmi) che, nel 1986, ha sottoscritto un trattato di Libera
Associazione («Compact of Free Association») con gli Usa. Tale patto affida
alle Isole Marshall esclusiva responsabilità per la propria politica estera,
mentre gli Stati uniti provvedono alla sicurezza ed alla difesa del paese, nonché
a sostanziosi aiuti a lunga scadenza. Membro dell'Assemblea generale dell'Onu,
la Repubblica delle Isole Marshall vota sempre in modo compatto con gli Stati
uniti, anche in quei casi (come la recente risoluzione di condanna del muro
israeliano) in cui Washington si ritrova isolata sullo scenario internazionale.