FISICA/MENTE

 

 

SCIENZA, TECNICA, SCUOLA E SVILUPPO INDUSTRIALE IN ITALIA DALL'UNITÀ ALLA VIGILIA DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

Roberto Renzetti


 

1. SCUOLA E INDUSTRIA, DALL'UNITÀ ALL'INIZIO DELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

 

        All'atto dell'Unità d'Italia la politica culturale nei confronti della scienza era da un lato quella ereditata dai singoli stati preunitari (policentrica, sostanzialmente volta a dare lustro al potere), dall'altro quella di una vivace minoranza risorgimentale, orientata a dare un più ampio respiro - nazionale - alla ricerca scientifica.

        Questa situazione fu affrontata dai primi governi italiani in modo sbrigativo con l'estensione a tutta l'Italia di una legge di derivazione piemontese, che ebbe se non altro il merito di mettere un certo ordine nella pletorica schiera delle università (molte non erano che fabbriche clientelari di lauree) e di tendere a creare scuole superiori qualificate (cosa che riuscì solo con la Scuola Normale Superiore di Pisa). Peraltro la legge ebbe conseguenze negative soprattutto per la sua rigidezza strutturale che impediva la creazione di nuovi insegnamenti, quali erano richiesti dalle esigenze del Paese.

        A ciò si aggiunga un livello di finanziamento infimo, soprattutto se paragonato con i finanziamenti alle Accademie di Belle Arti e ai Conservatori e se si tiene conto che, nonostante tutto, l'università era l'unico luogo dove si faceva ricerca in Italia.

        Se si va poi a vedere la distribuzione delle varie cattedre all'interno delle università, si scopre che le due discipline che risultavano praticamente schiacciate e con finanziamenti irrisori erano la fisica e la chimica, discipline che erano invece alla base dell'imponente decollo industriale di quegli anni in paesi come la Germania, la Gran Bretagna, la Francia.

        Una situazione ancora più drammatica era quella dei settori produttivi del nostro Paese. Al momento dell'Unità l'Italia era un Paese economicamente arretrato. Il prodotto nazionale lordo proveniva per il 58% da un'agricoltura arcaica e latifondista, per il 22% dal terziario e per il 20% da un'industria - essenzialmente tessile e particolarmente della seta - con tecnologia molto debole e in gran pane d'importazione (solo 445 telai meccanici e i rimanenti a mano).

        L'industria siderurgica praticamente non esisteva (una trentina di altoforni), quella meccanica forniva piccole percentuali al fabbisogno della nascente rete ferroviaria, quella estrattiva era antiquata e, comunque, la mancanza di materie prime era uno dei maggiori handicap nazionali. Si producevano - da rottami - ghisa e ferro di bassa qualità (praticamente assente la produzione di acciaio); come "combustibili" si utilizzavano il carbone di legna e l'acqua fluente, La politica del libero scambio instaurata dai primi governi favorì l'agricoltura e l'industria della seta danneggiando tutte le altre, in particolare la siderurgica e la meccanica. Pian piano, però, sali il livello di tassazione (che raggiunse il primato europeo) soprattutto per finanziare le opere pubbliche che dovevano servire da indispensabili infrastrutture per lo sviluppo economico e produttivo: ferrovie, ponti, acquedotti, porti, strade, poste, trafori... A pagare queste opere fu soprattutto l'agricoltura, mentre continuavano ad aumentare i bisogni siderurgici e meccanici, ai quali sopperiva l'importazione che era in grado di fornire prodotti migliori, a prezzi inferiori fino al 50%. La siderurgia tentò di aggiornarsi, ma scelte tecnologiche sbagliate impedirono il suo definitivo decollo (i forni Siemens-Martin, meno adatti all'esigenza italiana di lavorare rottami di ferro con l'impiego di minor quantità di combustibile, erano preferiti ai convertitori Bessemer - nel 1914 in Italia vi erano 61 Siemens-Martin e 2 Bessemer).

        In ogni caso, grazie soprattutto ad alcune commesse privilegiate da parte delle ferrovie, la produzione siderurgica aumentò estendendosi anche all'acciaio (la qualità rimaneva comunque inferiore alla tedesca) e di conseguenza anche il settore meccanico ne trasse beneficio. Il panorama di quest'ultimo settore risulta comunque deprimente; tutto veniva importato: telai meccanici, macchine agricole, strumenti ottici, scientifici e di precisione, macchine utensili - se si eccettuano alcune imitazioni dell'Ansaldo. Anche i cantieri navali, che lavoravano principalmente su navi a vela, risultarono completamente obsoleti e furono sostituiti da quelli del Nord Europa che lavoravano su navi a vapore.

        Un altro colpo all'agricoltura fu assestato dal clamoroso ribasso dei noli marittimi: dagli Usa cominciarono ad arrivare prodotti agricoli a prezzi inferiori a quelli nazionali. Questa situazione indusse a varare leggi protezionistiche (1887): lo scopo era difendere l'agricoltura e sostenere la siderurgia che, negli ultimi anni, aveva visto crescere gli interessi degli investitori e delle banche, oltre che dello Stato che, nel 1884, aveva dato un decisivo contributo alla nascita delle acciaierie Terni.

        Sul finire del secolo cominciarono a sorgere le industrie che poi sarebbero risultate trainanti: l'industria elettrica e l'industria meccanica dell'automobile. La prima comportò l'affrancamento dalle urgenti necessità di combustibile, sostituito dall'idroelettricità; la necessità di personale qualificato; la messa in moto della grande edilizia (con conseguente nascita e clamoroso sviluppo dell'industria del cemento); la metallurgia; la meccanica pesante (turbine, condotte); la meccanica di precisione (strumentazione, conduttori); l'industria della ceramica (isolatori); l'industria chimica (isolanti di gomma). L'industria dell'automobile portò invece con sé il decollo di: vetreria, elettrotecnica, gomma, lubrificanti, cuscinetti a sfera, meccanica di precisione. E il take-off industriale italiano fu dovuto proprio alla capacità di svincolarsi da forme rigide e univoche di sviluppo settoriale (siderurgia, agricoltura) e dal graduale allargarsi dell'orizzonte produttivo. Paradossalmente, quindi, i maggiori contributi al take-off industriale vennero proprio dai settori più penalizzati dal protezionismo (la siderurgia non era in grado di fornire prodotti affidabili; l'industria elettrica e quella meccanica dovevano ricorrere all'importazione; i prezzi erano elevati a causa, appunto, del protezionismo: i prodotti elettrotecnici e meccanici non risultavano competitivi sui mercati internazionali). Ma i prodotti dell'industria meccanica nazionale erano spesso carenti anche da un punto di vista tecnico-scientifico. Per parte sua la siderurgia non era invogliata dal protezionismo a migliorare i suoi prodotti, così come l'agricoltura non avvertiva la spinta competitiva alla meccanizzazione.

        Fu questa l'epoca del massiccio intervento del capitale straniero attraverso banche create allo scopo - Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano .... a capitale essenzialmente tedesco - e l'epoca in cui ogni tecnico operante all'interno delle nostre fabbriche era straniero.

        Gran parte dei problemi accennati nascevano dall'inesistenza di rapporti fra ricerca scientifica e produzione industriale (questa stretta interdipendenza, ad esempio, aveva fatto della Germania la più grande potenza economico-produttiva del mondo). Il protezionismo non invogliava a spendere denari per la ricerca; il capitale straniero non aveva interesse a che si facesse ricerca.

        Furono alcuni imprenditori "illuminati" che si resero conto di questa paurosa lacuna e cominciarono a perseguire la promozione di ricerche direttamente legate alle esigenze della produzione industriale (Tosi e Rossi) fino ad arrivare alla creazione di scuole per la formazione di tecnici specializzati (scuole di elettrotecnica di Carlo Erba).

        Per parte sua la scuola pubblica non era in grado di fornire all'industria tecnici con un sufficiente livello di qualificazione. A partire dalla Legge Casati ( 1859), attraverso la legge Coppino (1877) che sulla carta rese obbligatoria la scuola elementare, il sistema scolastico subì svariate modifiche attraverso circolari e decreti. La mancanza di finanziamenti e la drammatica realtà del lavoro infantile resero l'evasione dell'obbligo quasi generalizzata, così che, ancora nel censimento del 1911, più del 50% della popolazione italiana risultava analfabeta. Vi erano pochissime scuole professionali e quasi nessun istituto tecnico, dandosi per tradizione scontato che l'asse portante della scuola fosse l'indirizzo umanistico-letterario.

        L'università, per parte sua, non brillava certamente: si reclamavano ideali astratti di "Cultura" completamente slegati dalle esigenze sociali e produttive del Paese, e nessuno, neppure nel settore industriale, pensava ad essa come sede di ricerca scientifica. Le velleità di riforma si muovevano come esercizi teorici su due direttrici principali e contrapposte: (a) università come tempio della Cultura: (b) università professionale. Intanto i già scarsi finanziamenti venivano drasticamente ridotti (Baccelli 19S4). Ciò comportò una ulteriore decadenza dell'istituzione.

        E le cose peggiorarono, se possibile, con l'avvento della "sinistra" al potere: clientele si aggiunsero a clientele. Ma un piccolo cenno di cambiamento s'intravide, sulla spinta di quegli imprenditori "illuminati" di cui si diceva: aumentarono le cattedre di tipo applicativo.

        In definitiva, all'inizio del secolo, le scuole tecniche superiori più avanzate erano quelle create direttamente dalle imprese (Milano, Torino, Roma, Napoli) che riuscirono a far decollare anche l'industria (Tosi e Breda: locomotive e macchine a vapore; Falck: leghe e acciai speciali; Giuseppe Colombo: sviluppi dell' elettricità; Agnelli, Lancia, Romeo e Maserati...: industrie metallurgiche). Servendosi, fra l'altro, dei primi laboratori di ricerca realizzati in fabbrica e cominciando a consorziarsi per vere e proprie collaborazioni con alcuni istituti universitari. L'inizio di questa collaborazione portò a risultati notevoli, se già all'inizio del secolo erano spariti dalle nostre fabbriche i tecnici stranieri e si cominciavano a sviluppare brevetti italiani.

        Passo passo, l'industria italiana cominciò a inserirsi nel settore elettrico con la costruzione di grandi componenti (Ansaldo), cavi isolanti (Pirelli), isolatori ceramici (Ginori), turbine (Riva).

        Il settore meccanico cresceva rapidamente. La chimica invece segnava il passo in settori vitali quali i coloranti e la chimica organica: per l'arretratezza della legge universitaria, solo nel 1906 si riuscì a separare l'insegnamento della chimica organica da quello della chimica inorganica.

2. RUOLO DELLA GUERRA

        A malincuore si deve ammettere che lo slancio decisivo all'affermazione dell'industria italiana fu dato dalla guerra.

        Prima dalla campagna di Libia che ebbe come conseguenza l'apertura nel 1912, presso il Politecnico di Torino, del primo laboratorio universitario di aeronautica (nonostante ciò i maggiori contributi allo sviluppo dell'aeronautica italiana vennero da privati e particolarmente da Caproni).

        La guerra ci privò dei capitali tedeschi, dei brevetti e delle importazioni che fino allora avevano dominato e determinato la nostra economia. La necessità di provvedere da soli comportò cambiamenti radicali: gli scienziati abbandonarono il concetto astratto di scienza; il governo cominciò a interessarsi alla ricerca; vennero fondati l'Ufficio invenzioni e ricerche (Volterra, Belluzzo), il Laboratorio di ottica e meccanica di precisione, il Comitato nazionale scientifico-tecnico per lo sviluppo e l'incremento dell'industria italiana; si scoprì l'enorme importanza della chimica (i tedeschi usavano armi chimiche e avevano ottenuto la sintesi dell'azoto). Si trattava comunque di un cambiamento finalizzato, dietro al quale non vi era alcuna prospettiva di largo respiro: tanto è vero che molte delle iniziative ricordate non sopravvissero alla fine della guerra, anche se qualcosa nell'atteggiamento era cambiato,...

        Il settore produttivo fece invece giganteschi balzi in avanti affrancandosi quasi completamente dalla dipendenza dall'estero.

        L'industria meccanica (automobili, aerei, motori...) ebbe un'incredibile espansione: Macchi, Agnelli, Caproni, Isotta Fraschini, Bugatti, Savoia-Verduzio (Ansaldo), Olivetti (strumenti elettrici Cgs), Marelli, Breda, Tosi, Romeo. Analogamente l'industria elettrica, che si vide costretta a sopperire alla mancanza d'importazioni di carbon fossile e petrolio; l'industria estrattiva che riattivò fra l'altro vecchie miniere di ferro di buona qualità in Valle d'Aosta (la Montecatini, che partiva dal settore estrattivo, cominciò a entrare in quello chimico): l'industria della gomma (Pirelli) e farmaceutica.

        Il dopoguerra portò allo scoperto molti problemi. La riconversione fu durissima: quasi 900 industrie fallirono. Vi furono imponenti crisi: agraria, tessile meccanica e siderurgica. Sul fronte della ricerca gli scienziati sperimentarono un profondo senso di frustrazione per la chiusura dei laboratori e la consapevolezza, prima inesistente, di alcune inalienabili esigenze. I reduci e le distruzioni crearono eserciti di disoccupati. Alcune industrie si erano comunque enormemente potenziate e riuscirono a passare indenni, a volte guadagnandoci, quel periodo. Il consorzio siderurgico Uva si appropriò della Banca Commerciale e del Credito Italiano ( 1921 ): la Montecatini assorbì le due massime industrie produttrici di fosfati (1920); la Terni le sue attività all'elettricità, all'elettrochimica, alla meccanica; le imprese elettriche prosperarono - dati gli alti prezzi raggiunti dai combustibili - disponendo inoltre di un nuovo ampio tratto di arco alpino da imbrigliare; grandi incrementi ebbero la produzione di macchinario tessile, di macchine per cucire Necchi, di macchine per ufficio (Olivetti), di strumenti ottici, di prodotti di meccanica fine e di precisione; la società Snia (Società di navigazione italo-americana), di proprietà Agnelli (Fiat) e Gualino, entrò nel settore della seta artificiale (raion), assorbendo la Viscosa di Pavia. La Snia-Viscosa (1922) ebbe un successo eccezionale, di fronte al crollo dell'industria della seta naturale.

        Sul fronte della scienza-ricerca la guerra aveva prodotto alcuni effetti negativi come il nazionalismo tecnico-scientifico, la politica autarchica, la retorica del primato scientifico italiano ...; ma anche effetti che, almeno in una certa ottica, sono da ritenersi positivi: il valore pratico della scienza, la continuità dei rapporti scienza-industria.

3. LE SOCIETÀ SCIENTIFICHE

        Non si può ancora parlare, al momento dell'Unità d'Italia, di "comunità scientifica". La vivace minoranza di scienziati risorgimentali aveva già conosciuto momenti di aggregazione a partire dai "Congressi": il primo fu quello di Pisa del 1839. Il problema, all'inizio, era di conoscere ciò che ognuno aveva fatto separatamente per capire ciò che si sarebbe potuto fare insieme, anche alla luce del fatto che - a partire dal dopo Volta - la scienza italiana era stata tenuta in scarsa considerazione negli ambienti scientifici europei. Alcuni cominciavano a capire che, senza l'oggettivo sostegno di una struttura economica, produttiva e legislativa (per la difesa dei brevetti), i migliori risultati della produzione tecnico-scientifica italiana avrebbero continuato a essere sfruttati all'estero. Esempi in questo senso non mancavano: Pascal si appropriò di parte dei lavori di Torricelli senza mai citarlo; lo stesso fece Gay-Lussac con alcuni lavori di Volta; analogo problema tra Avogadro e Loschmidt; Gramme copiò e commercializzò la dinamo di Pacinotti; Tesla fece lo stesso con il campo rotante di Galileo Ferraris; Matteucci e Barsanti videro copiare il loro progetto di motore a scoppio da Otto e Langen; Bell si appropriò dell'invenzione del telefono realizzata da Meucci (ma Bell era ladrone patentato se, avendo visto all'opera i fratelli Wrigth, corse a brevettare anche il volo).

        I problemi dunque erano gravi, tanto più che non esisteva nessuna rivista scientifica di risonanza europea che potesse far conoscere i lavori degli scienziati italiani.

        Nell'ambito della fisica, per tentare di risolvere alcuni di questi problemi, nel 1897 un gruppo di studiosi e ricercatori costituì la Società italiana di fisica - SIF -, che aveva come organo ufficiale la rivista "II Nuovo Cimento", fondata nel 1855 da C. Matteucci. Già su questa strada si erano mossi i chimici ma senza riuscire a costituire una società. Gabba, comunque, fondò nel 1871 la "Gazzetta chimica italiana". Un primo embrione di società di chimica fu la Società chimica di Milano (1895) che, non a caso, ebbe tra i suoi promotori sia docenti universitari che imprenditori (Erba, Biffi). E, con caratteri ancora più applicativi di quella di Milano, già nel 1889, era nata a Torino l'Associazione chimica industriale. La maggior parte dei chimici, tuttavia, si dedicava soltanto alla chimica pura: ci vorrà l'inizio della guerra perché questo atteggiamento muti.

        La nascita delle società scientifiche professionali corrispondeva comunque a una presa di coscienza, da parte degli scienziati, della propria funzione sociale. Le attività svolte furono però essenzialmente rivolte alla sindacalizzazione degli scienziati in una sorta di corporazione, alla divulgazione scientifica di tipo positivista, alla propaganda sull'utilità sociale della scienza.

        Con la nascita (1907) della Società italiana per il progresso delle scienze - SIPS, alcune cose cambiarono: si uscì dal corto respiro sindacale di categoria per avviare un vero e proprio censimento della ricerca scientifica italiana.

        Fino allo scoppio della guerra tutto rimase però al livello dei buoni propositi; le attività risultarono paralizzate dallo scontro di posizioni ideologiche differenti: da una parte si riteneva ormai scontato che la scienza fosse utile alla società, dall'altra si rispondeva che solo la scienza pura aveva valore.

        Nessuno si pose il problema organizzativo e istituzionale e, di fatto, visto che "la ricaduta" della scienza non era visibile nella società, non si capiva bene perché la società nel suo complesso dovesse appoggiare la ricerca scientifica.

        Anche qui, fu la guerra a mettere in crisi il dibattito ideologico, e questo cambiamento di indirizzo fu espresso senza riserve dalle parole con cui il presidente della Sips, il Nobel per la medicina Camillo Golgi, aprì il convegno del 1916: "L'organizzazione scientifica delle industrie tedesche non potrà essere battuta che da un'organizzazione scientifica nostra". Anche la società nel suo complesso aveva cominciato a capire le enormi potenzialità della scienza e si andò creando un diffuso atteggiamento di rispetto verso la scienza e gli scienziati.

        Questo atteggiamento poggiava su due componenti: (a) l'utilitarismo scientista => la scienza può risolvere problemi di ogni tipo, purché abbia strutture e fondi; (b) il nazionalismo scientifico => la tradizione scientifica italiana non ha nulla da invidiare a quella di altri paesi purché se ne prenda coscienza (e per farlo, ancora, serve un maggiore appoggio pubblico alla ricerca).

        Questo clima portò il matematico Volterra a pensare a uno statuto di Consiglio Nazionale delle Ricerche - CNR -, nel 1919. Esso verrà poi realizzato, solo sulla carta però!, nel periodo fascista (1923). Nel 1921, intanto, gli scienziati e gli industriali facenti capo al sopravvissuto Comitato scientifico-tecnico riuscirono a imporre uno scienziato al Ministero della Pubblica Istruzione (allora: Ministero dell'Educazione): Orso Mario Corbino. Se solo si pensa che egli succedeva a Benedetto Croce, ci si può render conto del mutato peso specifico della ricerca scientifica in Italia.

        Nel 1923 (primo governo Mussolini) Giovanni Gentile subentrò alla pubblica istruzione ma Corbino rimase ministro, senza essere (ne lo fu mai)) iscritto al PNF. Con Gentile prese il via la riforma della scuola che, in gran parte, è ancora quella che abbiamo oggi [recentemente modificata dalla riforma dei cicli di Berlinguer-De Mauro e distrutta dal governo degli ignoranti che fanno capo ad un tal Berlusconi,n.d.r.]. Ma vanno sottolineati il prestigio e il potere che continuavano a circondare Corbino.

4. PRINCIPALI RISULTATI SCIENTIFICI

        È indubbio che, almeno per il grande pubblico, i tre personaggi più noti della scienza italiana del primo quarto di questo secolo sono i due premi Nobel: Marconi (fisica), Golgi (medicina). Prima però di soffermarsi sui fisici è necessario fare almeno un riferimento ai risultati scientifici più importanti raggiunti dai ricercatori in quel periodo.

        Occorre premettere un dato legato agli eventi storici del passato: mentre la fisica, l'astronomia e la chimica erano state soffocate in Italia perché più compromesse con il razionalismo illuminista e meno riconducibili a ideali classici, la stessa cosa non avvenne per la matematica, per le scienze naturali e per le scienze della vita (in quest'ultimo caso perché non era stata ancora enunciata la teoria di Darwin). È quindi naturale che, dietro a una tradizione consolidata, vi sia una maggior messe di raccolti. Per quanto riguarda la matematica, poi, e da osservare che essa è svincolata dalle condizioni materiali della ricerca (servono solo libri, carta e penna!). Ed è proprio la matematica ad ottenere i maggiori successi che riguardano:

- la geometria algebrica => Peano, Castelnuovo, Enriques, Severi;

- il calcolo differenziale assoluto => Ricci-Curbastro, Levi Civita;

- l'analisi => Volterra, Fubini, Tonelli, Vitali, Tricomi.

        Nelle "Scienze della vita e naturali" vanno ricordati: Golgi (Nobel 1906 per la medicina e la fisiologia): Forlanini (tecniche chirurgiche); Pagano (neurofisiologia); Pierantoni (biologia); Berlese e Grassi (biologia); Rosa (evoluzionismo); Ascoli (medicina e biologia); Mercalli (vulcanologia e sismologia).

        Nella "chimica", dopo la stasi di cui si è detto, vi furono importanti sviluppi che aprirono la strada al Nobel di Natta. I maggiori successi si ebbero nel settore dei processi di chimica industriale (produzione di soda, acido solforico, ammoniaca, azoto ...) ad opera di chimici quali Oddo, Paternò, Miolati, Pestalozza, Cataldi, Bruni, Bosso, Casale, Romani, Fauser, Nasini. Angeli, Molinari.

        Per quel che riguarda la "fisica", che aveva un'importante tradizione sperimentale, tutto rimase bloccato dalla scarsità di fondi. Solo Righi e Battelli poterono fare esperienze di fisica atomica: la mancanza di finanziamenti impedì gli acquisti di radio e tagliò fuori la fisica italiana dagli importanti sviluppi della scoperta della radioattività. In campi diversi vanno comunque ricordati i lavori di Q. Majorana (elettromagnetismo e comunicazioni), Lo Surdo (spettroscopia), Pestarini (elettrotecnica), Abetti (astronomia).

5. MARCONI E FERMI

        I casi "clamorosi" della fisica meritano un cenno a parte.

        Iniziamo da Marconi. Anzitutto va chiarito che in nessun modo Marconi va considerato come un fisico (colui che sottopone a trattamento teorico i dati empirici): piuttosto egli è un empirico, un tecnico, dotato di eccezionale abilità e fantasia. Occorre aggiungere che le particolari condizioni economiche della famiglia Marconi e il "carattere imprenditoriale" della madre irlandese permisero a Marconi di sviluppare le proprie ricerche al di fuori di ogni struttura pubblica. Partendo dalle esperienze di Hertz, che aveva visto ripetere a Bologna da Augusto Righi (amico di famiglia), egli perfezionò e modificò radicalmente la strumentazione, in parte prestatagli da Righi ed in parte acquistata dalla famiglia, fino a ottenere ciò in cui - contrariamente a tutto il mondo accademico dell'epoca - egli credeva: la possibilità di realizzare la telegrafia senza fili e le radiocomunicazioni. Le sue scoperte furono brevettate in Gran Bretagna (inutilmente aveva offerto il brevetto in esclusiva al governo italiano), dove attuò prestigiose dimostrazioni sull'efficacia del suo metodo rispetto a quello che altri, nel frattempo, stavano sviluppando. Si può dire che praticamente tutto il mondo fu dotato di una radio costruita dalla Marconi (la grande impresa che Marconi aveva costituito per commercializzare i suoi prodotti). Si tratta quindi di un caso straordinario e completamente atipico, tant'è vero che Marconi non lasciò nessuna "scuola". E, a riprova dell'ottusità culturale del regime fascista, si pensi che esso (con riconoscimento tardivo) puntò tutta la retorica del "genio italiano" su Marconi, a cui non mancarono finanziamenti, là dove le strutture che si occupavano di ricerca languivano senza fondi [su Marconi si può vedere l'articolo pubblicato nel sito].

        Quest'ultima considerazione ci permette di ricollegarci al caso  Fermi e, in particolare, al ruolo che ebbe Corbino nella nascita della famosa "Scuola di Roma".

        Il fervore di iniziative che seguì l'immediato dopoguerra fu d'incoraggiamento alla ricerca istituzionale e servì, anche per la partecipazione di forze giovani (che notoriamente hanno maggiore capacità di dissacrazione), a rompere la situazione di chiusura e d'immobilismo preesistente. Va ricordalo che, salvo qualche eminente eccezione tra cui Corbino, prevaleva in Italia un generale atteggiamento di rifiuto e sufficienza verso tutto ciò che di nuovo e rivoluzionario la fisica europea offriva: particolarmente la relatività (Einstein, 1905) e i quanti (Planck, 1900; Einstein, 1905). È proprio in questo distacco dalla fisica europea che può individuarsi una causa della stasi che la ricerca italiana, soprattutto teorica, soffrì intorno agli inizi del secolo, e si può dire che la causa fondamentale di questa crisi risieda nella coincidenza di due fattori storici: proprio mentre in altri paesi si stava al culmine di svolte decisive, nel nostro si stava al più basso livello organizzativo e finanziario.

        Ebbene, l'incoraggiare un gruppo di giovani ad affrontare la ricerca collegandosi agli studi più avanzati che si conducevano in Europa fu uno degli atti più coraggiosi compiuti da Corbino, che dovette per questo lottare in seno alle strutture universitarie. Ma egli fece molto di più. Servendosi del prestigio e del potere che aveva, promosse borse di studio per i giovani studiosi mandandoli a specializzarsi nei paesi dove la ricerca era più avanzata, e si adoperò nel contempo alla creazione di nuove cattedre, particolarmente quelle di fisica teorica.

        Le ricerche di Fermi e del suo gruppo - Persico, Rasetti, Amaldi, Segré, Majorana, Pontecorvo, ... - poterono progredire grazie a una felice combinazione di fattori soggettivi (l'ingegno brillantissimo e l'appassionato impegno di quei giovani), di una quantità di fondi impensabile in epoche precedenti, del sostegno prima- indiretto e poi diretto del CNR, della nuova legislazione universitaria (Gentile: i fondi disponibili vanno indirizzati a poche qualificate università, anziché dispersi in mille rivoli), della retorica del "destino imperiale di Roma" che portò a finanziare questa Università in modo particolare. Va peraltro ricordato che una scuola analoga a quella di Roma fu creata a Firenze per l'interessamento di un altro influente personaggio politico, il fisico Antonio Garbasso. I frutti più importanti della scuola di Roma (e di Firenze) saranno raccolti solo ne secondo quarto del secolo scorso. Ma le promesse già si annunciavano: la Scuola di Roma inanellò importantissimi successi che portarono di nuovo l'Italia a livelli di ricerca paragonabili a quelli dei Paesi più sviluppati, fino al Nobel che gli fu assegnato nel 1938.

        Ma in quello stesso anno Fermi si trasferiva negli Stati Uniti: nel momento in cui si rendevano necessari strumenti più sofisticati e costosi, il regime fascista aveva abbandonato la scuola di Roma, rivelando il suo sostanziale disinteresse per la ricerca e la sua miopia culturale.

        Amaldi ebbe il merito di mantenere le fila della scuola di Roma che, dopo la caduta del fascismo, ebbe modo di risorgere insieme a tutta la fisica italiana, fino alla conquista di nuovi Nobel [le vicende di Fermi, della Scuola di Roma e degli sviluppi dovuti ad Amaldi si possono trovare negli articoli relativi a tali argomenti presenti nel sito].

        Ma questa è storia di oggi, a tutti ben nota.

6. IL FASCISMO AL POTERE

        È ormai possibile discutere il "ventennio fascista" fuor di polemiche, tentando di cogliere i dati qualificanti di quel periodo.

        Il primo governo Mussolini (1923) si muove in modo che può definirsi "liberista": lo Stato non interviene nelle vicende economiche se non per dare una mano alla libera iniziativa. Le assicurazioni sulla vita e i telefoni vengono privatizzati; le risorse idriche, la produzione e la distribuzione dell'energia elettrica vengono lasciate ai privati; è abolita la nominatività dei titoli azionari; la Commissione parlamentare d'inchiesta sui profitti bellici vede resi vani i suoi lunghi lavori.

        Il ceto medio liberista viene lusingato e accontentato nella sua più alta aspirazione relativa alla "sicurezza" del suo status.

        Nascono così le carriere garantite: lo status giuridico dei magistrati, il rafforzamento del personale ausiliario dell'esercito, la creazione dei gradi intermedi nella pubblica amministrazione ...

        Le retribuzioni di quella che Sergio Romano definisce la "palude elettorale fascista" (poi diventata palude elettorale DC ed ora FI) vengono gonfiate a scapito del salario degli operai che, fra l'altro, vedono passare la loro giornata lavorativa da 7,5 ore a 8,5 ore.

        L'inflazione galoppa e, mentre i salari vengono mantenuti fissi da agrari e industriali, lo Stato sostiene questa politica. La grande massa di disoccupati che il dopoguerra aveva creato (ristrutturazione delle industrie belliche) contribuisce a questo stato di cose: da una parte offre manodopera di ricambio disperata a basso costo, dall'altra incrementa le fila dei "tutori dell'ordine" (la Milizia volontaria per la Sicurezza nazionale arriva a 250000 unità, 250000 "impiegati").

        Tutto ciò porterà a successi clamorosi del primo Mussolini: la crescita economica dell'Italia è seconda solo a quella del Giappone; il deficit della bilancia dei pagamenti viene ridotto grazie anche alla svalutazione della lira. Nel 1926, dopo le "Leggi speciali", si ha una svolta nella politica economica del governo: inizia la difesa della lira con la conseguente forte diminuzione delle esportazioni. Per pareggiare il bilancio si dà il via alla "battaglia del grano"; i dazi vengono aumentati a dismisura; vengono contingentate o vietate alcune importazioni; la lira viene rivalutata per arrivare a quel cambio di prestigio che serve al governo (92,46 lire per una sterlina, la famosa "quota 90"); la circolazione di moneta si riduce; le banche cominciano a trovarsi in difficoltà; per realizzare liquido i finanzieri iniziano a vendere in borsa; la borsa precipita in pochi mesi da 146 a 78; crollano sul mercato i prezzi di svariati prodotti; scende l'indice della produzione industriale e agricola; i disoccupati aumentano in modo vertiginoso.

        La crisi Usa del 1929 ha effetti gravissimi sull'Italia (che pure, nonostante quanto sostenuto più sopra, era in fase di lieve ripresa); la borsa e la banca crollano trascinando con sé nel disastro molte industrie, anche di grandi dimensioni.

        Lo Stato interviene per salvare le banche e, nel far questo, s'impadronisce di molte di esse e di molte industrie collegate. L'IRI nasce (1933) proprio come ente che deve organizzare e gestire le imprese di cui lo Stato si è impadronito. L'altra linea di politica economica del governo è quella che tende a favorire in tutti i modi la creazione di grandi monopoli.

        Effetti di questa politica sono: una possente concentrazione di aziende elettriche (Edison, Sade, Volta ...); una grande industria meccanica (Fiat); importanti aziende chimiche (Montecatini, Snia-Viscosa, Pirelli); un monopolio del cemento (Italcementi).

        La guerra d'Etiopia (1936) produce un ulteriore, imponente travaso di capitali verso la grande industria, particolarmente verso quella meccanica. A questo punto le "sanzioni" e la conseguente "autarchia" rovinano completamente l'economia italiana. L'industria, in mancanza di concorrenza, produce merci sempre più scadenti; conseguenza di ciò è che questa industria aumenta a dismisura i suoi profitti (cresce clamorosamente il monopolio elettrico; si sviluppa molto l'industria chimica con la produzione di azoto, coloranti, medicinali, soda, cloro, esplosivi e inizia la produzione di materie plastiche e di fibre sintetiche, come raion, fiocco e lanital). Le esportazioni si riducono del 64%. L'inflazione galoppa. L'Italia è tagliata fuori dai mercati mondiali (dal 1927 al 1939 le riserve auree scendono del 74%).

        Unici effetti "benefici" dell'autarchia sono probabilmente il potenziamento dell'industria motociclistica italiana e della produzione di macchine utensili. A fronte di ciò, come afferma R. Romeo, "L'eliminazione di ogni concorrenza anche sul mercato interno costituiva a vantaggio degli industriali una serie di posizioni monopolistiche rispetto al consumatore, e in pari tempo agiva da freno sul progresso tecnico permettendo, con gli alti prezzi, la sopravvivenza di una serie di impianti poco efficienti, garantiti dall'assegnazione di determinate quote della domanda".

        Nel 1938 si realizza un nuovo cambiamento di rotta: iniziano una strana campagna contro la borghesia e lo scellerato attacco contro gli ebrei. A partire da questo momento i liberali e gli ebrei non gradiscono più il fascismo.

        In definitiva, alcune caratteristiche di fondo del fascismo italiano si possono così riassumere:

- sacrifici della classe operaia (i salari nel 1930 risultano dimezzati rispetto al 1921, sono i più bassi d'Europa dopo quelli spagnoli);

- estendersi del ceto medio (grandi industrie ed enti pubblici);

- creazione di grandi monopoli;

- esodo dalle campagne;

- disoccupazione ed emigrazione;

- esilio per molti ingegni.

        Ma, prima di concludere questo paragrafo, è utile sottolineare alcuni aspetti d'interesse:

- la creazione dell'IRI fa sì che è ora lo Stato a dirigere l'economia (l'Italia è seconda solo all'Urss per la concentrazione dell'industria di Stato!);

- restano comunque aspetti contraddittori. Ad esempio, l'IRI diviene proprietaria di un'ampia quota dell'industria elettrica, ma la gestisce con criteri privatistici allo stesso modo della rimanente industria elettrica privata (Edison, Sade, Volta) nella politica degli alti prezzi. In questo modo, mentre la grande industria che si autoproduce energia elettrica non viene intaccata dalla politica degli alti prezzi, viene portata al disastro la piccola e media industria;

- la "battaglia del grano", oltre a quanto si è già detto, ha ulteriori effetti negativi nel settore agricolo-alimentare. E vero che l'importazione di grano si riduce del 75% (con l'industria chimica che si arricchisce attraverso i fertilizzanti) ma è altrettanto vero che si tenta di produrre grano a qualsiasi prezzo, a scapito cioè di altre coltivazioni - ortofrutticoli e olive - e dell'allevamento.

        Eppure, il periodo fascista è noto come il periodo delle grandi imprese, dei successi e dei primati (in campo automobilistico, aeronautico, sportivo...). Nel contesto di quanto si è detto, che ruolo assumono queste "grandi imprese", questi primati? Dice S. Romano: "Successi ancora più cospicui realizzò il fascismo proiettando nel mondo, con sapiente regia, l'immagine di un paese moderno, dinamico, sportivo. [Le grandi imprese] erano per l'Italia [e per la grande massa di emigranti che pur fornivano 5 miliardi di lire di rimesse annue per finanziare, fra l'altro, la "battaglia demografica"] altrettante battaglie vinte. "Ricordatevi - aveva detto Mussolini a un gruppo di sportivi il 28 ottobre 1934 - che , quando vi misurate in terra straniera, è ai vostri muscoli e soprattutto alle vostre virtù morali che sono affidati l'onore e il prestigio sportivi della nazione". E gran parte dello spirito frustrato degli italiani esultava a queste parole, così come esultava all'annuncio di un nuovo record, di un nuovo primato, di una nuova vittoria in un qualche campionato.

        Denis Mack Smith osserva che, se si vanno a studiare le date delle "grandi imprese" si scopre che esse avevano radici nel periodo prefascista e che "il graduale dilagare del fascismo in tutti i settori della vita italiana si è riflesso in una diminuzione piuttosto che in un aumento di questo tipo di successi".

7. FASCISMO, SCIENZA, INDUSTRIA

        L'atteggiamento del fascismo nei confronti della scienza può essere riassunto nell'enfasi che venne posta su tutto ciò che di applicativo la scienza stessa era in grado di fornire, su tutto ciò che avesse il senso dell'uso pratico e quasi quotidiano. Il livello più elevato di questa concezione lo sì può ritrovare in un discorso che Giovanni Gentile, allora ministro dell'educazione, pronunciò nel 1923 al Convegno annuale della Società italiana per il progresso delle scienze (Sips), dal significativo titolo "La moralità della scienza". La scienza, secondo Gentile, ha un valore morale in quanto è un prodotto dell'uomo. La responsabilità della ricerca scientifica è tutta dell'uomo, che avrà fatto il proprio dovere se si sarà reso utile alla patria. Quindi scienza per i bisogni politici ed economici della patria.

        Più in generale, i filosofi idealisti italiani tentavano (riuscendovi) di accreditare l'idea del primato della filosofia sulla scienza. Ciò che elaboravano gli scienziati era solo una riscoperta di idee già abbondantemente discusse e digerite nell'ambito della filosofia. Questo giudizio, evidentemente, era relativo a ciò che questi filosofi erano in grado di capire dei recenti sviluppi della fisica. A proposito della relatività e dei quanti non erano in grado di opinare, e invano chiedevano a Gentile e Croce che assumessero una posizione sull'argomento. Probabilmente, l'incapacità di questi filosofi di muoversi sul terreno epistemologico (1) contribuì, in cascata, a due fatti importanti: a) il fascismo, contrariamente al nazismo (relatività sviluppata da un ebreo: più in generale "scienza ebraica") e al bolscevismo ("quanti" sviluppati in occidente; biologia sviluppata in occidente: più in generale "scienza occidentale") non assunse chiusure ideologiche contro la nuova fisica; b) Fermi e il suo gruppo, certamente non aiutati - soprattutto economicamente - altrettanto certamente (pur muovendosi nell'ambito della nuova fisica) non vengono ostacolati.

        In ogni caso la richiesta di una scienza pratica, se da una parte comportava l'esclusione dai finanziamenti di gruppi "teorici" (il gruppo Fermi e tutti quelli che iniziarono a sorgere come diretta o indiretta filiazione di Fermi furono tagliati fuori da tutta la messe di risultati connessi con la scoperta, della radioattività, per l'impossibilità di comprarsi materiali radioattivi) dall'altra non garantiva di per sé i finanziamenti a supposti gruppi "sperimentali". Furono necessarie molte pressioni e interventi diretti di gruppi industriali "illuminati" perché all'espansione economica del primo fascismo si accompagnasse una crescita, almeno, della scienza applicata. A favore quantomeno del riordino e dell'accrescimento di dotazione dei laboratori scientifici universitari intervenne lo stesso Mussolini in occasione del Convegno della Sips del 1926.

        Il discorso di Mussolini un qualche effetto lo ebbe: il Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), creato nel 1923, che aveva come compito istituzionale quello di farsi promotore e coordinatore di ricerche nell'ambito anche di propri laboratori e che non era mai stato messo in grado di funzionare, nel 1927 fu riformato in modo da disporre sia di fondi che di una struttura organizzativa che gli permettessero di operare (anche se con mezzi di gran lunga inferiori ad analoghe istituzioni di altri Paesi). Alla presidenza di questo ente andò chi meglio riassumeva l'ideale dello scienziato fascista (una gran parte applicativa, nessuna elaborazione teorica, prestigio internazionale, successo imprenditoriale, politicamente inesistente): Guglielmo Marconi.

        Il neopresidente aveva però troppi problemi personali per potersi dedicare appieno alla funzione manageriale richiesta. Non "spinse" come avrebbe dovuto e potuto per avere maggiori finanziamenti da parte dello Stato e dell'industria (solo la Edison e la Montecatini si mostrarono lungimiranti finanziando il CNR). È interessante osservare che intanto, sulla scia di quanto era già avvenuto in vari Paesi (soprattutto in Germania), ci si andava convincendo del corto respiro che avevano le iniziative di scienza immediatamente applicata. Da varie parti (chimici e matematici soprattutto, ma anche alcuni ambienti industriali) si cominciò a osservare che una "scienza pratica", non alimentata da attività teorica è destinata a scomparire(2).

        Il Cnr, comunque, dipendeva completamente dall'università per laboratori e strutture. Solo a partire dai primi anni 30 poté iniziare a gestire in proprio l'Istituto nazionale di ottica e l'Istituto perle applicazioni del calcolo. Qualcosa quindi si muoveva. La crisi economica dei primi anni 30 rallentò i processi che si erano avviati, e si dovette aspettare la politica autarchica che seguì alle sanzioni internazionali perché di nuovo si cominciasse a puntare sulla scienza per risolvere i problemi produttivi. Fu questo il momento di molte autocritiche sui ritardi che la retorica degli anni precedenti aveva accumulato; ma fu anche il momento in cui si accentuò la richiesta di scienza applicata che sfociò in molti casi in tante iniziative sbagliate, contraddittorie, velleitarie, quando non erano ridicole e truffaldine (i casi del "lanital" e dell'estrazione di ferro dalle sabbie di Ladispoli possono essere due esempi in questo senso).

        Nel 1937, a seguito di svariate istanze, il CNR fu di nuovo riformato. Dopo la morte di Marconi fu chiamato alla sua presidenza - fatto significativo dell'uso che di questo ente si voleva fare - il generale Badoglio. Aumentarono i finanziamenti: l'ente tu dotato di un edificio a fianco dell' università; altri istituti e laboratori entrarono sotto la sua diretta gestione: l'Istituto elettrotecnico Galileo Ferraris di Torino, l'Istituto di Elettroacustica Orso Mario Corbino di Roma, l'Istituto di ricerche biologiche di Rodi.

        Ma la guerra era alle porte e, intanto, venivano promulgate le leggi razziali. Quella struttura, che cosi faticosamente stava nascendo, in breve tempo si sarebbe vanificata.

        Un cenno a questo punto va fatto ai rapporti tra ricerca tecnologica, produzione industriale e autarchia. Ed è anche molto semplice capire che la gran parte dell'industria italiana puntava unicamente al più alto profitto da conseguirsi nel modo più facile (5). In epoca precedente la prima guerra mondiale l'industria produceva essenzialmente copiando brevetti stranieri (massimo profitto con il minimo sforzo, con la conseguenza che la ricerca fondamentale la facevano gli altri). Si ripete ora la stessa cosa: in mancanza di una qualsiasi concorrenza i processi produttivi non vengono in alcun modo migliorati, si vivacchia con prodotti scadenti e con laboratori di ricerca che non aggiornano i loro strumenti. Anche qui occorre però dire che vi furono delle eccezioni in settori "strategici", quello dei concimi e quello dei combustibili.

        Nel primo alcuni importanti risultati furono conseguiti da Palazzo (concimi fosfatici), da Fauser, Casale (concimi azotati) e Blanc (concimi potassici); nel secondo settore, ritenuto molto importante se già nel 1926 era stata creata l'Agip, Natta, nel quadro dei progetti di sostituzione della benzina con alcool etilico e metilico) realizzò un processo in cui l'idrogeno veniva prodotto per via elettrolitica (l'Italia disponeva di energia elettrica) anziché dal carbone come comunemente si faceva. E non può tacersi il fatto che dietro ogni ricerca di un qualche calibro vi era sempre la Montecatini, che riuscì in questo modo a espandersi enormemente.

        Situazione contraddittoria, dunque. Da una parte alcuni processi e integrazioni erano avviati, dall'altra il provincialismo e la rozzezza lasciavano le iniziative isolate tra loro, senza strutture né coordinamento. A questo proposito è interessante riportare (R. Malocchi) le conclusioni del non sospetto 1° Convegno per lo sviluppo dell'autarchia industriale (1938).

        Le cose non funzionavano a seguito di:

- debolezza delle strutture;

- scarso coordinamento;

- carenza di ricercatori;

- squilibrio esistente tra poche grandi industrie (nelle quali si fa sia la ricerca in proprio che quella coordinata con i laboratori statali) e la stragrande maggioranza delle industrie medie e piccole (che non sanno neppure cos'è la ricerca);

- livello tecnologico arretratissimo di quasi la totalità dell'industria italiana;

- i successi ottenuti sono dovuti più all'iniziativa di individui isolati che non a un piano preordinato.

        In definitiva pare si possa concludere, con R. Maiocchi, che: "II fascismo non seppe sfruttare la disponibilità all'impegno, indubbiamente presente in gruppi di scienziati e tecnici, per l'incapacità di pianificare e coordinare un'attività di ampio respiro, per il modo affrettato, rozzo e dilettantesco in cui venne affrontata la costruzione di una "società imperiale": carenze, queste, che crearono una sostanziale sfasatura tra ricerca e bisogni autarchici, senza che ciò fosse dovuto a resistenze o boicottaggio da parte dei ricercatori i quali, anzi, si lamentarono poi di non essere stati ascoltati".

8. LA SCUOLA

        Non può certamente mancare un cenno alle vicende della scuola in un'epoca in cui assistiamo a una sua importantissima "riforma". Intanto occorre sottolineare un fatto che dovrebbe far pensare: il fascismo, almeno nel suo primo periodo, mette i suoi migliori uomini ai posti che contano. Insomma, una personalità come Gentile al ministero dell'educazione è qualcosa che l'Italia, a partire dal 1948, non ha più avuto (solo con De Mauro nel Governo Amato del 2000/01 si è riavuta una persona di prestigio). E così, per quanto discutibile, la Riforma Gentile rimane un importante caposaldo nell'attuale pubblica istruzione (in attesa della riforma dei cicli varata dal governo di centrosinistra con i ministri Berlinguer e De Mauro, bocciata dal successivo governo dell'ignorante Berlusconi che ne fa un'altra che ci riporta in clima preunitario). Tutti i ministri democristiani o liberali che dal 1948 si sono succeduti a questo ministero sono stati incapaci di procedere a una ulteriore e urgente riforma.

        Tentiamo per sommi capi di descrivere gli assi portanti di tale riforma, avvertendo che dopo qualche anno la mano passò a gerarchi e burocrati che cambiarono di molto le pur nobili intenzioni di Gentile.

        Un regime che si rispetti utilizza la scuola per far passare attraverso di essa la filosofia della sua gestione ideologica del potere. La formazione umanistica era ritenuta la più funzionale al raggiungimento dell'Io e dell'Assoluto, e in questo senso la cultura classica, nella filosofia idealista italiana, era privilegiata. Nel dir questo non si nega il valore formativo delle scienze (e ciò soprattutto nell'ultimo periodo di Gentile e, probabilmente, di Croce), è piuttosto un negare la possibilità che le scienze possano diventare patrimonio comune della gente. Come dire: le scienze non sono divulgabili, quindi non sono formative perché non possono entrare nel bagaglio culturale della popolazione. Sta di fatto che le materie umanistiche ebbero nella scuola situazioni di privilegio, a scapito di ogni disciplina scientifica (3). All'apice della formazione secondaria era posto il liceo classico che "formava meglio", se non altro perché apriva a praticamente tutti gli indirizzi universitari. Il liceo scientifico aveva sbocchi di tipo tecnico, molto più limitati di quelli del classico. Venivano poi le varie scuole di tipo professionale, senza alcuna dignità.

        La scuola, nel suo insieme, rispondeva bene alle esigenze del regime. Era per pochi. Era per ricchi. Era selettiva. Era piramidale e certamente non di massa. Era "nazionale", perché i contenuti classici erano nazionali. Era anche conservatrice nel senso che manteneva differenziato lo status dei fortunati fruitori. Ed era infine di apertura verso la Chiesa cattolica, in vista del Concordato che si preparava.

        Proprio qui si inserisce un aspetto del problema che non è stato ancora sufficientemente studiato. La scuola, in questa sua struttura piramidale, rappresenta un elemento fondamentale di promozione sociale. Nonostante gli steccati che erano stati previsti, i nuovi ceti medi emergenti, palude elettorale del fascismo, indirizzarono in gran parte i loro figli verso i licei e gli istituti magistrali. Ma queste scuole, con alla testa il liceo classico, erano state previste per coloro che successivamente sarebbero stati dei dirigenti, e non certo per burocrati della pubblica amministrazione. Fu così che si riempirono gli uffici pubblici e privati di gente generalmente incompetente per la funzione cui era stata chiamata (4). con le conseguenza che ancor oggi tutti noi paghiamo.

        Per altri versi, pressioni e proteste vennero anche da vari settori dell'industria e della scienza-tecnologia. Il governo non poteva scontentare tali settori, e così iniziò quel processo di continui ritocchi della riforma, funzionali a "chi spingeva di più".

        Sotto queste spinte, nel 1928 nascerà la scuola di avviamento al lavoro e nel 1937 la Carta della Scuola di Bottai, che in qualche modo tentava un riavvicinamento tra scuola e mondo dei lavoro in un'ottica completamente classista (le scuole di avviamento al lavoro erano per i meno abbienti). Anche l'università era riformata. Le università vennero differenziate in tre tipologie: quelle a completo carico dello Stato, quelle a parziale carico e quelle private.

        Si differenziava la formazione degli scienziati (università) da quella dei tecnici (politecnici); si tentò anche una riduzione dei fondi destinata ai laboratori, ma le proteste di alcuni gruppi industriali e del Comitato tecnico-scientifico, secondo la logica del "chi spinge di più", riuscirono addirittura a far ottenere un importante aumento di tali fondi. Altri fondi poi furono stanziati dal ministero dell'industria, cui era passato O. M. Corbino.

        In definitiva la "più fascista delle riforme", nata nell'ambito dell'idealismo italiano, da una pane era fatta propria dal regime e dall'altra non poteva essere totalmente accettata in quanto scontentava una quota importante del mondo industriale che sosteneva il regime e la quasi totalità degli scienziati che, se ottenevano verbali riconoscimenti morali, vedevano come l'insegnamento scientifico era sacrificato a livello inferiore e medio, con le ovvie conseguenze nelle ricadute future. Su quest'ultimo punto però non si riuscì (e non si è ancora riusciti) a modificare nulla.

9. PRINCIPALI RISULTATI SCIENTIFICI

        A parte il "caso" Fermi,  la produzione scientifica nel periodo fascista decresce sensibilmente rispetto al primo '900.

        L'esempio più macroscopico è quello della matematica, da sempre con una produzione di eccellenza a livello internazionale, che vivacchia in questi anni con lavori non all'altezza degli anni precedenti. Certamente si formeranno ancora grandi matematici ma lavoreranno in un clima di isolamento, soprattutto internazionale, di modo che la matematica italiana sarà assente dagli sviluppi di quella gigantesca miniera algebrico-topologica che sarà elaborata in quegli anni in Germania e negli Usa e, più tardi, in Francia. Il rammarico non può che essere grande, se solo si pensa che le prime formulazioni sulla strada degli sviluppi futuri furono dovute a matematici italiani (ad esempio, Peano e collaboratori avevano fornito la prima formulazione assiomatica di spazio vettoriale; per non dire delle prime formulazioni dell'analisi funzionale astratta). Tutto ciò era stato avvertito da Volterra, prima che abbandonasse l'Italia per non aver accettato di sottomettersi al giuramento di fedeltà al regime, e anche da Tricomi che - comunque con soddisfazione - si compiaceva del fatto che la gran parte della produzione dei nostri matematici, lungi dall'essere applicativa, restava legata alla ricerca pura.

        La chimica stava invece recuperando molto del terreno perduto, pur non riuscendo a porsi ai livelli della chimica tedesca, britannica e Usa. Della scoperta di alcuni processi industriali (Fauser, Casale, Natta) si è già detto; c'è da aggiungere la scoperta di un altro processo, quello della fabbricazione della cellulosa, dovuto a Pomilio (1933).

        In altri campi vi è poco da segnalare: alcuni piccoli successi in botanica e zoologia, la scoperta della "cura" di alcune malattie mentali mediante elettroshock (Cerletti, Roma 1938), l'introduzione a livello internazionale del sistema di unità di misura MKSA (Giorgi, 1935).

        In definitiva poco, molto poco. Il tutto sarà rimandato alla fase della ricostruzione del dopoguerra. Ma anche qui gli anni bui della DC con i suoi vari alleati condizioneranno in modo negativo ogni possibile e giustificata ambizione.

 

 

NOTE

(1) L'ignoranza sugli argomenti era completa e i discorsi dei più avveduti (Croce e Gentile) erano vaghi e privi di riferimenti specifici. Il passaggio ai meno avveduti portava al ridicolo. Ad esempio, Ardengo Soffici, su "Gerarchia", inveisce contro la relatività di Einstein perché essa negherebbe il fascismo in quanto quest'ultimo poggia su verità 'assolute' come "Dio, Patria, Famiglia, Autorità, Ordine, Italia vittoriosa, ...". Come si vede, la confusione e l'ignoranza, se non fossero tragiche, sarebbero ridicole. Per completezza va detto che, per quanto paradossale possa apparire, la filosofia accademica si schierò a sostegno della relatività, in quanto era un ottimo argomento a sostegno dell'idealismo dominante.

(2) I chimici erano particolarmente sensibili al problema. Se da una parte ancora aspettavano cattedre applicative negli insegnamenti universitari (che pure già cominciavano a venire: nel 1923 il corso di chimica industriale diventa obbligatorio per il conseguimento della laurea in chimica e da allora si iniziano ad aprire vari corsi di laurea in chimica industriale), dall'altra erano coscienti che il grande balzo della chimica tedesca si era originato sugli studi teorici della chimica di fine Ottocento e particolarmente sui lavori di Kekulè, che trovò la formula di struttura del benzene. È interessante ricordare quanto, a proposito di matematica, sosteneva Mauro Picone (noto per il suo Trattato di Analisi scritto con Fichera) "Matematica applicata = Matematica fascista".

(3) il discorso sulla scuola sarebbe troppo lungo e non lo farò. Un'osservazione almeno viene naturale. Quella scuola era funzionale ad un sistema politico. E poiché non credo alla facile equazione di continuità di questo (fino al 1996) con quel sistema politico, viene spontaneo affermare che le cose sono mantenute così solo per incapacità politica, programmatica e, soprattutto, per l'ignoranza da parte dei ministri e delle varie istanze del Ministero della Pubblica Istruzione dei problemi che sono alla base della nostra scuola nei suoi rapporti con la nostra società.

(4) La mole di latino e di greco che veniva studiata era certamente importante per continuare gli studi universitari, ma non per inserirsi, ad esempio, in uffici delle imposte o del catasto o delle ipoteche o in anagrafe o alle poste ...

 

 

BIBLIOGRAFIA

AA.VV. - Storia d'Italia, Annali 3. Scienza e Tecnica - Einaudi 1980.

B. Caizzi - Storia dell'industria italiana - UTET 1965.

R. Romeo - Breve storia della grande industria in Italia - Cappelli 1980.

S. Romano - Storia d'Italia dal Risorgimento ai nostri giorni - Mondadori 1978.

D. Mach Smith - Storia d'Italia 1861/1969 - Laterza 1975.

A. Rossi - Nascita dell'Italia scientifica - Sapere n. 3, marzo 1984.

A. Rossi - L'Italia scientifica durante il fascismo - Sapere n. 4, aprile 1984.

A. Russo - La scienza cocchiera dell'industria - SE (Scienza Esperienza) n. 11, 1984.

A. Brigaglia - La politica del regime nella ricerca - SE (Scienza Esperienza) n. 9, 1983.

S. D'Agostino - La fisica italiana tra le due guerre - Nuova Scienza n. 5, 1984.

 

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