EUGENETICA: I GENITORI USA DI HITLER
Una cronologia
- 1822.
- 1866. Nace en
Estados Unidos Charles Davemport,
director la Oficina de Registros Eugenésicos. Abogó por aislar a los enfermos
mentales del sexo opuesto hasta que hubiesen franqueado la edad reproductiva, o
esterilizarlos. La llamada "Apendicectomía del Misissippi", bajo la
égida de Davemport, produjo para 1964 más de 64.000 procedimientos de
esterilización. -
1916. Castle : Genetics and
Eugenetics in cui si sostiene che … incroci razziali nell’uomo sono
indesiderabili perché portano a ibridi disarmonici…( la faccenda avrà
degli strascichi e molto probabilmente non è ancora chiusa). - 1933. Adolfo
Hitler promulga la Ley Eugenésica de Esterilización y establece los Tribunales
de Salud Hereditaria que dictaminan 400.000 esterilizaciones forzosas, seguido
del decreto de Nuremberg y de la política eutanásica de "asesinatos
misericordiosos". Se exterminan 3.000 enfermos mentales de Polonia. Para
1941 la cifra supera las 90.000 víctimas. -
1935. Ventisei Stati degli USA approvano la legge che stabilisce la
sterilizzazione forzata di persone "socialmente indesiderabili". - 1939.
Viene chiuso l’Eugenetics Record Office (meglio tardi che mai!) - 1934/1976.
En
Suecia son esterilizadas de manera forzosa 62.000 personas con fines de depuración
racial. - 1956. Se le
otorga el premios Nobel al físico estadounidense William Bradford Shockley, por
descubrir el efecto transistor de los semiconductores. Bradford patrocinó la
idea de tatuar un dibujo sobre la frente de aquellas mujeres con antecedentes
genéticos "indeseables", y que se les pagase mil dólares por
esterilización a quienes estuvieran por debajo de 80 puntos del coeficiente
intelectual. - 1998. La
abogada norteamericana M. Shaw propone que toda madre con antecedentes genéticos,
sea juzgada como "criminal".
Dietro i sì alla clonazione umana il vecchio spettro
dell'eugenetica
Razza pura
«Made in Usa»
La "sovrapproduzione" era, in realtà, una
conseguenza della deflazione seguita al crack della Borsa: le merci restavano
invendute non perché erano troppe, ma perché milioni di potenziali
consumatori, disoccupati, erano privi di reddito. Ma era già completa
l'ideologia di quegli ambienti anglo-americani che anche oggi propugnano la
crescita - zero economica e demografica, confezionandola in allarmi ecologici.
Dopo l'americano Osborne salì sul podio l'inglese sir
Bernard Mallet, presidente della British Eugenics Society. Il titolo della sua
relazione: "Riduzione della fecondità dei socialmente inadeguati". Si
trattava, spiegò l'aristocratico scienziato, dei "pazzi, epilettici,
poveri, criminali specie se recidivi, non-impiegabili, barboni abituali,
alcolizzati, prostitute". Di cui occorreva "limitare la fertilità"
attraverso "la sterilizzazione volontaria" (sic). Il demografo W. A.
Pecker, commissario per le statistiche vitali in Virginia, riferì su "Lo
sforzo dello Stato della Virginia per preservare la Purezza Razziale".
Pecker elogiò le leggi del suo Stato, e deplorò quelle vigenti in Germania
"dove un negro può sposare senza ostacoli Tedesche dai capelli chiari e
dagli occhi azzurri". Solo in Usa la legislazione aveva pienamente
accettato i progressi della scienza eugenetica. Dal 1924 era in vigore la legge
federale (Immigration Restriction Act) che limitava l'immigrazione su basi
razziali. Molti Stati Usa adottavano la sterilizzazione dei "meno adatti
alla vita". Nel 1935, il totale delle sterilizzazioni eseguite in America
giunse a 21.539, di cui la metà in California, come ha scoperto l'epistemologo
francese Pierre Thuillier (La Tentation de l'eugénisme, su La Recherche, maggio
1984).
Un anno dopo il Congresso di New York, il professor Pecker
non aveva più motivi di deplorazione: la Germania s'era dotata della sua legge
sulla sterilizzazione. In lieve ritardo. Ma Eugenics News, la rivista degli
eugenetisti americani, pubblicò nel settembre del '33 il testo della legge
tedesca additandola a modello per gli Stati della Federazione. Un anno prima a
New York, Charles Davenport (le cui ricerche scientifiche erano finanziate dai
banchieri Harriman), aveva aperto il Congresso con una profezia:
"Attraverso gli studi genetici, possiamo aprire la strada al superuomo e al
superstato". Ora la profezia si stava avviando a Berlino. Non senza il
sostegno di precisi ambienti americani. Davenport, presidente uscente della
Società Eugenetica, presentò a New York con lodi adeguate il professor Ernst
Ruedin, suo successore. Psichiatra svizzero, Ruedin dirigeva allora l'Istituto
Kaiser Wilhelm per l'Antropologia, l'Eugenetica e l'Eredità Umana di Monaco di
Baviera. Generalmente si crede che questo centro sia stato il propulsore
culturale della "scienza razziale" nazista. La nozione va integrata.
In realtà, questo istituto tedesco stentò ad operare (con il nome di Istituto
Kreapelin) fino al 1925, quando le sue ricerche ebbero nuovo impulso dalla
munificenza di un finanziatore di vasti mezzi. Quell'anno la Fondazione
Rockefeller fece all'Istituto di Monaco una donazione di 2,5 milioni di dollari.
Nel 1928 sborsò altri 325 mila dollari per la costruzione di una nuova sede.
L'impulso era dato.
Ernst Ruedin, succeduto a Davenport alla testa della
Federazione Eugenetica Mondiale, sarà in seguito nominato presidente della
Società per l'Igiene Razziale voluta dal Reich, e magna pars del "gruppo
di studio sull'eredità" presieduto da Himmler, che elaborò i testi di
legge nazisti sulla sterilizzazione. Ruedin contava su due promettenti
collaboratori. Uno, Franz Kallmann, si illustrò durante il Congresso di Scienze
della Popolazione tenutosi a Berlino nel '35 nella sede del Ministero
dell'Interno (Gestapo) perché propugnò la sterilizzazione non solo degli
schizofrenici, ma anche dei loro familiari. Purtroppo, identificato come
mezzo-ebreo, Kallmann dovette privare del suo apporto scientifico il terzo Reich:
nel '36 trovò lavoro (come dubitarne?) in Usa. L'altro collaboratore di Rubin,
Otto Verschuer, diventò nel '43 il direttore dell'Istituto di Monaco. Esiste
una sua lettera alle autorità naziste in cui segnala "il mio
collaboratore, antropologo e medico Joseph Mengele", per agevolare le
ricerche che costui stava conducendo "sui gruppi razziali concentrati ad
Auschwitz". Mengele è braccato da decenni dai cacciatori di nazisti.
Verschuer, suo superiore, nel 1946 sarà accolto dal Bureau of Human Heredity di
Londra, dove ha potuto continuare gli "importanti studi scientifici"
iniziati sotto il Reich. Poco dopo si stabiliva in Danimarca, dove il Bureau
trasferì la sua nuova sede grazie a una donazione della Fondazione Rockefeller.
Insomma: il sì britannico e americano alla clonazione di embrioni umani per
scopi scientifici ha profonde radici storiche. Non naziste, sia chiaro;
perfettamente anglosassoni, ossia liberali e mercantili.
Nel '32, all'entrata del Museo di New York dove si teneva il
cruciale Congresso, furono posti i busti marmorei di Charles Darwin e di suo
cugino Francis Galton, inventore del termine "eugenetica". Darwin
aveva scritto: "Mentre tra i selvaggi i deboli di corpo sono prontamente
eliminati, noi civilizzati facciamo ogni sforzo per arrestare il processo di
eliminazione: costruiamo ospedali per gli idioti e gli infermi, emaniamo leggi
per soccorrere i poveri". Galton (1822-1911), scienziato di poco talento,
è passato alla storia soprattutto come un metrologo maniacale: passò la vita a
misurare scatole craniche, e allineare statistiche sulla criminalità fra le
"classi meno dotate" inglesi. Galton considerò apertamente
l'eugenetica una scienza politica, volta a salvaguardare le "classi più
dotate". Il darwinismo sociale. La sopravvivenza del più ricco.
© Avvenire - 29 Settembre 2000
La Responsabilità
Sociale dello Scienziato http://www.farescienza.it/documenti/docum/beckwith/beck1.htm http://www.farescienza.it/documenti/docum/beckwith/beck2.htm (Dagli Annali dell'Istituto Superiore di Sanità) http://www.disinformazione.it/psichiatrimassoni.htm III.
Psichiatri e Massoni. L'ala britannica Le
unioni miste "del nero e del tipo caucasico danno luogo ad ogni sorta di
organismi disarmonici. Mettendo un poco della mente dell'uomo bianco nel
mulatto, non solo lo si rende più capace e ambizioso (non ci sono casi
accertati di negri puri saliti a qualche eminenza), ma si accresce il suo
scontento e si crea un'ovvia ingiustizia continuando a trattarlo come un
africano purosangue. Il nero americano è turbolento a causa del sangue bianco
americano che è in lui". Queste righe - che implicano approvazione per la
segregazione razziale - suscitarono a loro tempo qualche scalpore, perché a
scriverle era un famoso liberal dell'estabhshment britannico: il biologo Julian
Huxley. Nipote del primo editore di Darwin, e fratello dello scrittore (e
sperimentatore di droghe) Aldous Huxley, Julian scriveva di ritorno da un
viaggio in Usa compiuto nel 1924 (Julian Huxley, America Revisited – The Negro
Problem, sullo Spectator del 29 novembre 1924). Lí aveva avuto occasione di
approvare le teorie razziali di Charles Davenport, allora presidente della
International Federation of Eugenics Organizations: l'ente angloamericano (era
stato fondato nel 1925 presso la Royal Society di Londra) che nel 1932 avrebbe
eletto suo nuovo presidente il genetista del Terzo Reich, Ernst Ruedin. Julian
Huxley non rinnegò mai le sue idee eugenetiche. Il 6 settembre 1930, sulla
Weekend Rewiew, prese le parti del Comitato per la Legalizzazione della
Sterilizzazione: "La causa della sterilizzazione di certe classi di persone
anormali o difettose mi sembra invincibile". Nel 1929, secondo la Eugenics
Society (Mental Deficiency Committec) di Londra, il numero di tali
"difettosi", nella sola Inghilterra, era valutabile a 300 mila, tutti
candidati alla castrazione. Inutile dire che Julian Huxley era membro rilevante
della Eugenics Society, di cui fu presidente ancora nel 1962. http://www.sissco.it/attivita/sem-set-2003/relazioni/padovan.rtf Bio-politica,
razzismo e disciplinamento sociale durante il fascismo Dario
Padovan, Dipartimento di Sociologia dell’Università
di Padova 1.
L’avvento della bio-politica Con le categorie
di bio-potere e di bio-politica Michel Foucault sottolineava una trasformazione
delle politiche sociali degli stati che, esordendo alla fine del diciottesimo
secolo, si protraeva con successo fino, ed oltre, la seconda guerra mondiale.
Mutando nel senso della bio-politica, il potere politico iniziava a prendere in
carico la vita biologica della totalità sociale, manifestando un nuovo
principio giuridico che non cancellava quello precedente ma lo trasformava
dall’interno. Se nel vecchio diritto “la sovranità faceva morire e lasciava
vivere”, con il nuovo diritto appariva invece “un potere di regolazione, il
quale consiste[va] proprio nel far vivere e nel lasciar morire” (Foucault
1990:160). La
trasformazione del potere politico, che segnò tanto gli stati liberali quanto i
regimi autoritari, comportò una metamorfosi anche delle tecniche disciplinari.
A fianco delle tecniche di controllo esercitate sul corpo individuale apparve
una tecnica bio-politica, che non sopprimeva quella precedente ma la integrava,
la incorporava, la modificava. Essa si pose su un altro piano, ricorse ad altri
strumenti e a nuovi saperi, esercitò un’influenza per così dire
meta-individuale, rivolgendosi alla moltitudine massificata dei corpi o
all’uomo medio che la rappresentava statisticamente. Alle tecnologie
disciplinari incentrate sul corpo individualizzato, sul corpo come
organismo da addestrare, si associarono delle tecnologie di regolazione
dell’organismo sociale massificato, delle tecniche di sicurezza che
assicuravano l’insieme sociale dai suoi pericoli interni(Foucault
1990:158-159)[1].
Questi due
meccanismi, l’uno di disciplinamento l’altro di regolazione, non erano in
opposizione ma si situavano su piani operativi e cognitivi differenti, impedendo
quindi la loro vicendevole esclusione. La dislocazione su differenti livelli
operativi dei due meccanismi di potere si rese possibile in virtù
dell’egemonia delle scienze organiciste nell’interpretazione della società.
L’idea di una continuità evolutiva tra corpo individuale e corpo sociale, di
un’analogia sostanziale tra organismo individuale e organismo sociale, permise
una concreta dialogica ricorsiva tra saperi anatomo-biologici applicati al corpo
individuale e saperi bio-sociologici applicati al corpo sociale. Non era estranea
a questa eziologia combinata del corpo individuale e del corpo sociale lo sforzo
che gli igienisti, i biologi e i medici profusero negli ultimi anni
dell’ottocento per combattere i “microbi”, questo attore invisibile che si
insinuava tra i rapporti sociali impedendone il libero progredire. La battaglia
contro i microbi comportò l’introduzione di nuove professioni, laboratori,
saperi e “saper fare”, che letteralmente “spostarono” le scienze sociali
verso lo studio del contagio sociale e dei comportamenti sociali che lo
favorivano (Latour 1991). La lotta contro i microbi, i parassiti, gli agenti
patogeni portò a una nuova interpretazione della società, alla ridefinizione
dell’attore sociale e dell’attore-scienziato, trasferendo alle scienze
sociali sia la responsabilità di definire i parametri di consonanza dei
comportamenti sociali da ottemperare per la salute pubblica, sia la costituzione
di una moltitudine di agenzie di regolazione. Le bio-politiche
degli stati totalitari tra le due guerre, implicarono un crescente investimento
di sapere scientifico sulla massa dei corpi per renderli docili ed efficienti.
Nel mutamento delle tecnologie politiche, i corpi individuali e collettivi
divennero materiale grezzo da manipolare, mezzi di produzione da adattare alle
nuove tecniche e configurazioni produttive (Hewitt 1983:67-84). 2. Saperi
bio-sociali e igiene della popolazione Scienze quali la
medicina, l’igiene, la psichiatria, la biologia si occuparono del disagio e
delle patologie urbane, del lavoro, familiari, assoggettando i corpi a
trattamenti sanitari per assicurare il loro adattamento ai cambiamenti
socio-ambientali. Esse non furono discipline separate da una visione sociologica
e sociocentrica della realtà; anzi, spesso profusero consigli, decaloghi,
informazioni ad uso e consumo delle scienze sociali. Fin dai tempi più antichi,
la medicina era considerata un ramo delle più generali scienze dell’uomo,
un’importante disciplina per lo studio delle patologie individuali. Questa
professione liberale, che strettamente cuciva il ruolo del medico e la difesa
della libertà individuale del malato, subì una radicale torsione durante il
positivismo, quando si trattò di migliorare la salute pubblica. Da confidente
del paziente, il medico si convertì in agente delegato della salute pubblica.
Non si trattava più di mantenere l’anonimato del malato contagioso: esso
doveva essere denunciato, isolato, disinfettato, messo in condizione di non
nuocere. La malattia non era più una sciagura privata, ma un attentato
all’ordine pubblico (Latour 1991:159-160). Da professione liberale la medicina
diveniva una tecnica di controllo sociale della salute che doveva la sua
esistenza a un preciso contratto con lo stato. In Italia più
che altrove, la figura del medico-sociologo, stereotipata dal positivismo, si
impegnò in analisi e ricerche sulla salute pubblica e l’igiene collettiva o
nel mettere in luce le relazioni tra condizioni sanitarie ed economiche della
popolazione. La medicina sociale, quale si delineava nei primi anni del secolo,
era il risultato, come auspicava il giovane Edoardo Agostino Gemelli,
dell’intima unione tra le conquiste delle scienze sperimentali, che stavano
alla base della medicina, e le dottrine sociologiche. Oggetto di questa
“benefica ed armonica unione” tra medicina e sociologia erano le malattie
sociali: qui si dovevano “incontrare medici e igienisti e giuristi ed
economisti” (Gemelli 1909:497-530). In effetti, la nuova disciplina seppe
coinvolgere sia i medici clinici, ostetrici e ginecologi, i quali furono
convinti a non rinchiudersi nei laboratori ma di occuparsi con scrupolo e
sentimento di questioni sociali, sia i sociologi, gli psicologi, gli economisti,
i demografi, i giuristi, lasciando loro uno spazio in cui operare autonomamente[2].
Tuttavia, essa era ancora carente dal lato del riconoscimento politico. Più che
scoraggiarli, l’arrivo al potere del fascismo diede agli scienziati nuove
speranze per un concreto e radicale impegno statale per fronteggiare le morbosità
sociali. Essi denunciarono le insufficienze delle politiche sociali dei governi
liberali e chiamarono “il nuovo Governo della nuova Italia” a varare un
programma per diminuire “l’entità dei mali che diminuiscono le energie
della nostra Stirpe” e per avviare una radicale azione di risanamento sociale.
Solo affrontando il problema delle sofferenza e delle malattie del corpo sociale
era possibile realizzare l’opera di ricostruzione economica e di pacificazione
sociale che il paese chiedeva a gran voce (Levi 1923:1-4). Nella nuova
temperie, gli studiosi delle patologie sociali si riproposero di superare i
tradizionali concetti di igiene, previdenza, assistenza. Non si trattava solo di
lottare contro gli agenti infettivi, di risanare gli ambienti di vita e di
lavoro, di curare le ferite inferte dagli insidiosi e temibili nemici interni
che si annidavano nelle più degradate realtà sociali (Levi 1922:7). La
medicina sociale e le discipline in essa coinvolte dovevano abbandonare
l’atteggiamento repressivo per passare a quello preventivo, occupandosi del
capitale umano su più fronti quali la “selezione umana”, l’orientamento
educativo, l’orientamento professionale. Spinta dai nuovi ambiziosi obiettivi,
la medicina sociale iniziò a premere nella direzione di un riconoscimento
ufficiale da parte dello stato, con appelli che erano allo stesso tempo rigorosi
e seducenti: «E’
intuitivo infatti che allo Stato, alle classi dirigenti, ai Rappresentanti del
Capitale e del Lavoro compete la responsabilità: 1)
che in base a ricerche scientifiche e ad un meditato e prudente indirizzo
legislativo, si limiti la indiscriminata attuale produzione di elementi
disgenici, che sono fatalmente a carico della Nazione, e si favorisca la
produzione degli elementi di buona stirpe. 2-3)
che le masse dei fanciulli destinate a divenire i lavoratori di domani, che le
falangi dei lavoratori di oggi, siano edotte dell’importanza di difendere le
loro energie fisiche e psichiche dalle malattie e dagli infortuni evitabili; ciò
che si otterrà così: scegliere
l’uomo adatto alla macchina, non esaurire le possibilità giovanili di attività
inadeguate, significa risparmiare malattie e morti inevitabili; significa
risparmiare cure domiciliari e ricoveri ospitalieri, indennizzi per infortuni,
fluttuazione operaia e scioperi, vagabondaggio e criminalità; significa cioè
valorizzare l’insostituibile macchina umana, fonte unica e prima di ogni
ricchezza»
(Anonimo 1925:137). Curando e
migliorando l’efficienza biologica e psichica del capitale umano, si potevano
risolvere contemporaneamente problemi di natura economica, politica,
organizzativa, sicuritaria. Il fascismo non poté fare a meno di subire il
fascino della potente politica di profilassi sociale avanzata dalle scienze
medico-sociali, facendone il cardine della sua strategia di controllo totale
della società. Politica sociale che prevedeva più che una rigenerazione morale
dell'individuo normativamente orientata, una peculiare statalizzazione del
biologico, investendo di pratiche disciplinari e regolatrici non tanto
l'individuo al dettaglio quanto l'uomo-specie massificato. La cultura
sociologica del fascismo separò i concetti di “popolo” e “popolazione”.
Sarebbe invero interessante analizzare questo spostamento di categorie, che
segnava l’abbandono dell’interpretazione filosofica e politica della società
per approdare a una visione bio-sociologica del “sociale”. La nozione di
popolo rimandava a qualcosa di intenzionale, di soggettivo, a un’entità
dotata di volontà politica e di diritti inalienabili, a “un’unità politica
costituita per ragioni di intelligenza e volontà che obbedisce
all’ordinamento giuridico” (Bortolotto 1933:43). La popolazione costituiva
invece un oggetto, un corpo senza testa, un organismo regolato da leggi
biologiche e sociali prevedibili, «uno
dei fattori della produzione, ed i suoi consumi [...] lo scopo della produzione
stessa. [...] Chi muore prima dell’inizio del periodo produttivo non lascia
alcun risparmio, ma costituisce per la collettività una perdita rappresentata
dal suo costo di allevamento» (Vergottini 1930:171-173)[3].
La categoria di
popolazione indicava la moltitudine, la massa organica, sociologica e biologica,
la totalità degli individui privi di una particolare qualificazione (Bortolotto
1933:25), la prioritaria rinnovabile risorsa dello stato e dell’economia. Essa
connetteva funzionalmente fenomeni demografici e sviluppo economico, la cui
interdipendenza venne segnalata da demografi, economisti e sociologi,
individuando nella diminuzione della popolazione e nella conseguente contrazione
dei consumi le cause della crisi occupazionale. La comparsa
della popolazione, di questa nuova entità corporata ma biologica, e quindi
priva di intenzionalità, spostò il fondamento dell’ordine sociale dal
contratto tra individuo e società alla regolarità, economica e politica, nel
tempo e nello spazio, dell’evoluzione dei fenomeni sociali a livello della
massa. Controllare la densità e le qualità fisiche, psicologiche e morali del
corpo sociale, le cui regolarità di sviluppo e decadenza erano inferite sulla
base di stime statistiche e misure globali, significava rinforzare l'equilibrio
omeostatico della società generale. Combinando utilitarismo e atavismo, la
demografia, scienza del demos, poteva quindi assumere un aperto carattere
sociologico, evolvendo in «scienza
dell’ordine sociale dei fatti biologici della popolazione, intendendo per
ordine sociale quei nessi che esistono e che sono stati fatti da forze che si
trovano nell’uomo, dallo spirito di tornaconto e dalle forze di conservazione»
(Coletti 1928:156). Il fascismo si
propose di ricomporre le forze sociali e produttive in un nuovo ordinamento,
suscitando «un
processo biologico nel quale tutti gli elementi, pur essendo separati,
individuati e distinti, concorrono alla giusta e proporzionata formazione del
tutto, che deve presentare, contenere, ed allo stesso tempo superare, le
caratteristiche dei singoli elementi» (Bortolotto 1931:383). Anticipando
molte delle teorie funzionaliste e sistemiche, gli scienziati sociali del
fascismo individuarono nella “massa dei governati” l’oggetto della propria
azione, sulla quale intervenire disciplinandola e gerarchizzandola. Quattro furono
in sostanza i grandi campi di applicazione della bio-politica che richiesero i
saperi delle scienze bio-sociali: • le politiche
eugenetiche, popolazioniste, familiari e sanitarie basate su saperi demografici,
medici, igienici, biologici, sociologici; • le politiche
dell’organizzazione scientifica del lavoro che si avvalsero delle elaborazioni
delle incipienti scienze dell’organizzazione, della psicologia del lavoro,
della psicofisiologia; • le politiche
rurali e anti-urbane coadiuvate dai cultori di sociologia ed economia agraria,
dagli urbanisti, dai demografi, dagli esperti di alimentazione, dagli studiosi
dei fenomeni migratori; • le politiche
coloniali illuminate dalle discipline economiche, antropologiche, geografiche,
sociologiche. In questo saggio
mi occuperò delle politiche eugenetiche e dei saperi ad esse corrispondenti. 3.
Eugenetica: una religione per la stirpe Sorto tra la
fine del diciannovesimo e l'inizio del ventesimo secolo nei principali paesi
industrializzati, il movimento eugenetico aveva come fine la messa a punto di
una serie di saperi e di strumenti per il controllo delle nascite e per un
generico social improvement. Esso si occupava, come sottolineò Roberto
Michels, del soggetto principale della società umana, il proletariato, per le
“tristi condizioni biologiche” in cui si trovava, per la sua “spiccata
inferiorità antropologica” (Michels 1919:2-3). L’eugenetica si diffuse
inizialmente in Inghilterra con il nome di “stirpicoltura”, per poi
espandersi rapidamente negli Stati Uniti, in Germania, in Francia e da ultimo in
Italia[4].
In Inghilterra, dove Francis Galton aveva fondato la disciplina in seguito alla
pubblicazione del suo saggio Hereditary Genius del 1869, essa prese
inizialmente il nome di “stirpicoltura”. In tutti i
paesi, l'eugenetica si manifestò come un misto di protezione sociale, di
coercizione e di retorica, caratterizzando dispoticamente le risposte al bisogno
di istituzionalizzare la profilassi sociale. Gli studi pioneristici di Francis
Galton, cugino di primo grado di Charles Darwin, nel campo della genetica e
della psicologia differenziale erano inizialmente influenzati
dall'individualismo democratico liberale. Il fine di Galton era lo sviluppo
totale ed armonico dell'individuo, ma questo andò sfocando mentre si affermava
un collettivismo totalitario incorporato dallo stato. L'eugenetica, da strumento
scientifico per la liberazione individuale dal bisogno e dalla sofferenza, si
trasformò in un potente fattore di controllo sociale. La stessa sorte subirono
le politiche di controllo delle nascite che erano state permesse negli Stati
Uniti sotto la pressione dei movimenti femministi e socialisti. Negli anni del
primo dopoguerra, sotto la direzione di un'élite bianca maschile, permeata di
nativismo, razzismo, darwinismo sociale ed etnocentrismo, il movimento per il
controllo delle nascite statunitense venne ricondotto a pratiche eugenetiche e
alla tradizionale difesa della famiglia e della moralità sociale (Buss 1976,
Gordon 1974). La distruzione
del patrimonio biologico nazionale causata dall’evento bellico favorì la
diffusione di progetti eugenetici per la rigenerazione della stirpe. Queste
strategie di bonifica si giovarono di programmi a tutela delle fonti della vita,
di quella maternità e infanzia rientranti nel dominio sociale che lo stato
doveva prendere sotto la sua protezione. Le relazioni intersoggettive, la
sessualità, il matrimonio, la procreazione, l’educazione dei figli, passavano
sotto il dominio dello stato. L’individuo perdeva i suoi diritti naturali e
sociali, divenendo un semplice ingranaggio del grande meccanismo bio-sociale da
ripristinare nella sua integrità. L’eugenetica
si affiancava alla medicina sociale e all’igiene nella grande opera di
bonifica sociale. Come le discipline consorelle, essa presentava i caratteri
propri di un sapere non ancora scientifico che tuttavia costruiva il suo proprio
oggetto e le sue procedure discorsive e di intervento chiamando a raccolta le
scienze già preesistenti, in primo luogo la biologia e l’economia politica,
per scandagliare il fondo naturale e il fondo tecnico-economico della società. Alla pari dei
loro colleghi occidentali, gli scienziati sociali italiani furono sedotti
dall'eugenetica, ritenendola uno strumento di purificazione razziale e di
individuazione dei fattori di controselezione che minacciavano lo sviluppo della
civiltà[5].
In un saggio del 1912, Corrado Gini annunciava che uno dei fattori più dannosi
per la razza era la “decrescente riproduttività delle classi elette”,
fenomeno preoccupante poiché i caratteri migliori o degenerativi si trasmettono
per via ereditaria, come avevano già messo in luce le ricerche biometriche di
Lombroso sul genio della pazzia (Gini 1912:68-69). L’altro fattore di
controselezione dimorava nella diffusione della “compassione” verso gli
esseri deboli e degenerati della società, i quali erano “sottratti
all’azione eliminatrice della selezione naturale e posti in condizione di
vivere e di riprodursi”. In conseguenza dei progressi dell’ostetricia, della
medicina e dell’igiene, associati ai provvedimenti pubblici, gli elementi meno
sani e robusti della popolazione (tisici, pazzi, suicidi) si trovavano a fornire
una parte crescente dei geni ereditari delle generazioni future (Gini
1912:56-59). Dalle prime
riflessioni degli eugenisti italiani emergeva una certa diffidenza verso
l’azione statale di protezione sociale verso i perdenti della lotta per
l’esistenza e dei costituzionalmente deboli e degenerati. L’azione dello
stato non poteva essere improntata a quel “buonismo” paternalista verso il
quale era spinta dall’umanitarismo socialista. Non si trattava di garantire a
tutti un posto al sole, l’opera di profilassi e di purificazione del corpo
sociale doveva rispettare i bilanci economici e i principi di efficienza
amministrativa. L’azione bio-politica dello stato era ritenuta indispensabile
per migliorare la qualità e la coesione sociale in una prospettiva di accumulo
di potenza biologica ed economica, non per mantenere in vita gli individui
degerogeni e patogeni ai quali non si poteva che riservare il minimo del
bilancio statale. Per i “perdenti della lotta per la sopravvivenza” si
delineava quindi un destino di segregazione o un lungo percorso di riadattamento
alla vita sociale. Il timore
suscitato dagli inequivocabili segnali di degradazione morale di alcune caste e
di talune collettività spinse tuttavia gli scienziati sociali italiani, così
come quelli degli altri paesi europei, verso la rivalutazione dell’azione
statale. Troppe e molteplici erano le cause della selezione regressiva della
razza per non pensare a una “viricultura razionale” che fosse opera dello
stato (Consiglio 1914:444-466). L’eugenica appariva alle classi dirigenti
indispensabile per risanare l’ambiente morale e la struttura organica della
società, irrinunciabile «per potersi difendere e proteggere meglio da ogni
sorta di epidemie, infettive o psichiche». Epidemie che più facilmente
dilagavano negli strati più bassi della società, inquinando poi rapidamente le
stratificazioni sociali più elevate, per inevitabile contagio diretto e
indiretto. Per scongiurare
il manifestarsi di epidemie psicofisiologiche collettive non era più
sufficiente il meneur de foules, il duce che agglutina la massa e la
conduce come un esercito verso le più alte conquiste morali e sanitarie. A
limitare l’assestamento dell’organismo sociale alle nuove condizioni erano
le carenti qualità del complesso energetico-organico, la sua limitata capacità
di svolgere “lavoro socialmente utile”, l’impossibilità psichica di
disciplinare il lavoro verso il più intelligente degli adattamenti. Il processo
di lotta, selezione e adattamento nei nuovi contesti della civiltà, richiedeva
tali e complessi sforzi da ingenerare interazioni sociali crescentemente
molteplici e tensive (Consiglio 1914, La Torre1915). Solo lo stato poteva
governare tale complessità. Verso gli anni
venti l’eugenica aveva ampliato il suo raggio d’azione e chiarito i suoi
obiettivi scientifici e pratici. Agli eugenisti non bastava consigliare il
normale e saggio accoppiamento degli elementi migliori. Essi intendevano
piuttosto valorizzare «quelle
tali influenze che pongono le razze migliori o i migliori individui in
condizione di vivere e svilupparsi con spiccata superiorità sulle razze
inferiori. [...] La società deve sforzarsi, modificando la sua legislazione e
la sua amministrazione, ad ostacolare la moltiplicazione degli elementi
inferiori, provvedendo così ad un avvenire in cui si avrà la prevalenza di una
razza superiore» (Anonimo
1925:301). In quegli anni,
il governo fascista non si era ancora impegnato in una precisa politica
razzista, eppure gli scienziati divulgavano prescrizioni e teorie tese ad
affermare la superiorità di una razza sulle altre. La candidatura degli
scienziati sociali alla conduzione del piano di bonifica dell’organismo
sociale non poteva essere più chiara e politicamente schierata. La bio-politica
del fascismo aveva in effetti bisogno di sacerdoti, chiese e vangeli. Con il
famoso “discorso dell’Ascensione” del 26 maggio 1927, Mussolini e il
fascismo aprirono il periodo delle politiche igieniste, popolazioniste ed
eugenetiche. In quel discorso il duce affermava: «[...]
qualcuno, in altri tempi, ha affermato che lo Stato non doveva preoccuparsi
della salute fisica del popolo. Anche qui doveva valere il manchesteriano
“lasciar fare, lasciar correre”. Questa è una teoria suicida. E’ evidente
che, in uno Stato bene ordinato, la cura della salute fisica del popolo, deve
essere al primo posto. [...] Bisogna quindi vigilare seriamente sul destino
della razza, bisogna curare la razza, a cominciare dalla maternità e
dall’infanzia. [...] Se si diminuisce, signori, non si fa l'Impero, si diventa
una colonia!» (Mussolini
1934:39-42)[6].
Qualche anno più
tardi, Mussolini investiva i medici della nuova missione razionalizzatrice delle
disfunzioni bio-politiche dell’organismo sociale. Nel Discorso ai medici
del 28 gennaio 1932, il duce celebrava il loro insostituibile compito
politico-sociale: «i
medici debbono insistere perché la vita si svolga in forma più razionale.
[...] Tutto quello che voi farete nel vostro campo per abituare gli italiani al
moto, all’aria libera, alla ginnastica ed anche allo sport, sarà ottimo non
solo dal punto di vista fisico, ma dal punto di vista morale, perché gli uomini
che sono forti, sono anche saggi e sono indotti a non mai abusare delle loro
forze come lo sono invece i deboli, i vinti, quelli che qualche volta hanno la
crudeltà della loro debolezza». L’impegno
pubblico per il miglioramento della razza del regime fascista era in parte
dipeso, come ho già accennato, dalla pressione politica esercitata da medici,
igienisti, sociologi, antropologici, psicologi. Questi gruppi di pressione
promossero, con ritmo crescente, la fondazione di riviste, istituti di ricerca,
istituzioni di prevenzione che funzionarono da potenti organi di informazione,
diffusione e implementazione di politiche sociali di taglio bio-politico. Nel
1913 si costituiva in seno alla Società romana di Antropologia un Comitato
italiano per gli studi di eugenica di cui facevano parte Corrado Gini,
Giuseppe Sergi, Sante De Sanctis, Luigi Mangiagalli, Alfredo Niceforo, Cesare
Artom. Nel 1919, l’igienista e malariologo Giuseppe Tropeano rilanciava la
rivista “La Medicina sociale”, omonima di una disciplina scientifica adatta
a bonificare il materiale umano rovinato dalla guerra. Nel 1921, Ettore Levi,
libero docente in neuropatologia, fondava l’Istituto italiano di igiene,
previdenza ed assistenza sociale. Nel 1922 l’Istituto si dotò di un
mensile di divulgazione, “Difesa sociale”, iniziando una collaborazione con
la Società italiana di genetica ed eugenica fondata nel 1919, al tempo
presieduta da Achille Loria, Cesare Artom, Corrado Gini. Si arrovellava sul
significato economico della vita umana anche Pietro Capasso, animatore della
rivista “Pensiero sanitario”, secondo cui l’Italia, così povera di
materie prime, doveva investire sulla risorsa lavoro per portarla al massimo
rendimento. Nel 1924, Giulio Cesare Ferrari, direttore della “Rivista di
psicologia”, lo psichiatra Leonardo Bianchi ed Ettore Levi fondarono a Bologna
la Lega italiana di igiene e profilassi mentale, che si propose
l’istituzione di dispensari gratuiti e l’avvio di interventi di tipo
psico-igienico nella scuola e nelle famiglie. Nello stesso anno, ebbe luogo a
Milano dal 20 al 23 settembre il I Congresso italiano di eugenetica sociale,
promosso dalla Società italiana di genetica e di eugenica e dalla Reale
società italiana d’igiene. Vi parteciparono cinquecento convegnisti e vi
aderirono quasi tutte le società di eugenica europee, sudamericane e
nordamericane. Nel 1927 veniva
fondata da Umberto Gabbi, Edoardo Maragliano e Rinaldo Pellegrini la rivista
“Archivio fascista di medicina politica”, dedicata allo studio delle cause e
dei rimedi della morbilità della popolazione. La “medicina politica” si
accostava alle altre già esistenti analoghe discipline quali la “medicina
sociale” e la “medicina del lavoro”, formando una potente triade
scientifica per la profilassi sociale. Le scienze della società del fascismo,
combinando discipline mediche, psicologiche e sociologiche, acquisivano un
fondamentale statuto politico, facendosi funzione regolatrice di governo e di
disciplina sociale, commistione di «imperio di leggi e autorità dei tecnici»
(Gabbi 1927). Tra il 7 e il 9
settembre 1929 si tenne a Roma il Congresso internazionale per gli studi
della popolazione, organizzato e coordinato sempre da Corrado Gini, al quale
parteciparono studiosi di tutto il mondo. Tra il 30 settembre e il 2 di ottobre
sempre del 1929 si tenne il Secondo congresso italiano di genetica ed
eugenica promosso dalla Società italiana di genetica ed eugenica.
Due anni dopo, nei giorni 7-10 settembre 1931, si svolse un secondo Congresso
internazionale per gli studi della popolazione, durante il quale veniva
ribadita la revisione del corpo dottrinario delle scienze eugenetiche. I concetti
elementari della genetica ereditaria, dell’eugenetica, della medicina sociale,
furono oggetto di una capillare opera di divulgazione sociale. La rivista
“Politica Sociale” diretta da Renato Trevisani e vicina alle posizioni di
Giuseppe Bottai, iniziò pure ad assumere l’arsenale linguistico biologista
che proveniva dalla sociologia popolazionista e dall’eugenetica. Nel 1932 essa
dedicò un intero fascicolo ai “molti, sani e belli” che il regime voleva
riprodurre e proteggere con l’aiuto di una medicina sociale a volte
estetizzante, in plauso ai caratteri ideali voluti per l’uomo medio italiano.
Qualche anno più tardi, “L'economia italiana. Rassegna fascista mensile di
politica ed economia”, dedicava il numero dell'aprile 1934 al tema
“Popolazione e Fascismo”. In quel numero venivano presentati ventiquattro
articoli, divisi in sei sezioni, scritti da studiosi di differenti discipline[7].
Nel 1934
vedevano la luce il Comitato italiano per lo studio dei problemi della
popolazione e la sua rivista “Genus”, edita sotto il patrocinio del Consiglio
Nazionale delle Ricerche e collegata alla Società italiana di Genetica
ed Eugenetica. Ancora nel 1934, a riprova dell'incitamento che le scienze
eugenetiche avevano ricevuto, venne fondato il Comitato internazionale per
l'unificazione dei metodi e per la sintesi in antropologia, eugenica e biologia,
che tenne nello stesso anno, presso l'Istituto antropologico di Bologna,
il suo primo congresso. L'idea del comitato era venuta a Charles Davenport,
direttore del Dipartimento di genetica del Carnegie Institute di
Washington, nel corso del III Congresso internazionale di Eugenica
svoltosi a New York nel 1932, invitando l'antropologo Fabio Frassetto a
costituire detto comitato. Il comitato si dotò anche di un bollettino
internazionale dal titolo iperscientifico di “S.A.S.- Standardisation
Anthropologique Synthetique”, del cui comitato di redazione facevano
parte, oltre al direttore Frassetto, gli antropologi Eugen Fischer, Georges
Montandon, Josef Weninger, coadiuvati da Charles Davenport, Alfredo Niceforo,
Felice Usuelli, Felice Vinci e Giacinto Viola. 5.
Ortogenesi: l’arte di raddrizzare il corpo e l’anima La
“biotipologia umana” od “ortogenesi” costituì durante il periodo
fascista l’alternativa cattolica dell'eugenetica. Fondata da Nicola Pende nel
1922 a partire dalla tradizione costituzionalista di Cesare Lombroso, importata
nella patologia medica da Achille De Giovanni (Pende 1922), essa era la
“scienza dell’architettura e dell’ingegneria del corpo umano
individuale”, una sorta di teoria bio-psico-sociologica dell’attore sociale.
Per spiegare quella definizione, Pende ricorreva alla metafora del motore degli
autoveicoli: «come ogni autoveicolo è caratterizzato dal tipo
strutturale-dinamico del motore e degli accessori dell'apparato meccanico, così
ogni umana individualità ha il suo tipo di motore umano, da cui dipende
il dinamismo speciale della persona» (Pende 1939a:1). L'individuo era in
questo modo equiparato a una “fabbrica corporea”, concepito come un «fenotipo
umano individuale che nasconde però in sè quella parte del genotipo che non è
ancora per così dire germogliata sul terreno misterioso dell'eredità
biologica, nelle sue oscure interazioni colle influenze cosmiche e sociali, che
agiscono sull'organismo vivente come stimoli rivelatori dei caratteri e delle
attitudini dinamiche e psichiche» (Pende
1939a:48). La sintesi del
biotipo individuale era rappresentata da una piramide quadrangolare la cui base
racchiudeva la genetica del biotipo, ovvero il patrimonio ereditario
individuale, familiare e razziale, e i quattro lati gli aspetti fenomenici
dell'individualità vivente: morfologici, fisiologici, etici ed
affettivo-volitivi, intellettivi (Pende 1939:52). In quella piramide era
racchiuso il “modello” della teoria, che mediava tra aspetti teorici e
aspetti operazionali. La biotipologia
intendeva donare una spiegazione totale dell'agire dell'individuo, ossia
dell’attore sociale. Essa era ovviamente molto lontana dalle attuali teorie
dell’attore sociale. Tuttavia, negando il collettivismo e il sistemismo
sociologico a favore di un individualismo bio-psico-sociologico, la biotipologia
si presentava come una teoria in grado di spiegare e prevedere, e se necessario
di riorientare, i modi in cui un individuo agiva o avrebbe agito in certe
situazioni. Combinando osservazioni di tipo genetico, morfologico, fisiologico,
etico, affettivo, intellettivo, socio-ambientale, i biotipologi affrontavano i
problemi dei valori individuali, delle disposizioni morbose e della loro
profilassi, dei devianti e dei criminali, della valutazione vitale degli
individui per le assicurazioni statali contro le malattie. Analogamente alla
medicina sociale e all’eugenetica, la biotipologia si occupava delle patologie
in un ottica transdisciplinare, chiamando alla cooperazione i saperi medici,
psicologici e psicopatologici, educativi, sociologici, criminologici, per creare
“Istituti di biologia e psicologia dell’individualità” nei quali
insegnamento, ricerca scientifica, attività di bonifica trovassero una sintesi
equilibrata (Pende 1923:53). Il modello
biotipologico unificava nello studio dell’attore fattori genetici ereditari e
fattori ambientali, sviluppando un approccio di tipo genealogico. I caratteri
razziali dei genitori del soggetto, uniti alle influenze geografiche e sociali e
alle abitudini di vita dei genitori e del singolo, fornivano i primi dati per
l'accertamento delle patologie, delle disfunzioni, delle degenerazioni del
soggetto. Ereditarietà e ambiente, come nella più classica delle teorie
positiviste dell'azione sociale, assurgevano a sistema di influenze plasmatrici
dell'architettura fisico-psichica individuale. Solo la conoscenza dei modi e
degli effetti con cui questi fattori esercitano un'influenza esterna sul
comportamento individuale, permetteva allo scienziato di avviare procedure di
controllo e di trasformazione delle degenerazioni soggettive. Per applicare gli
studi biotipologici e la scienza ortogenetica Pende aveva fondato presso la
Clinica medica dell'Università di Genova l'Istituto biotipologico
ortogenetico, nel quale venivano testati ed esplorati gli aspetti psichici
della personalità e del carattere, gli istinti e le reazioni, il grado di
intelligenza e il subcosciente di fanciulli e soggetti adulti (Banissoni, Nardi
1939:625-665). L’applicazione
scientifica della dottrina biotipologica si concretizzò nella “scienza
dell’ortogenesi” ovvero nella scienza per la “formazione regolare, sana ed
armonica degli uomini”. Essa si preoccupava di correggere e normalizzare tutte
le “possibili deviazioni del corpo e dello spirito sotto l’influsso di
fattori ereditari ed ambientali”. Fin dalla nascita, il futuro cittadino
doveva venire tutelato dallo stato. Dalla qualità e dal numero dei figli del
popolo dipendeva, secondo Pende, «il benessere economico, la potenza militare,
la potenza spirituale, la potenza riproduttiva della razza» (Pende 1939b:7).
Nella prospettiva bio-politica dell’ortogenesi il rafforzamento della razza
era visto come un processo di miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie
della popolazione e degli individui. Si trattava quindi di organizzare e
perfezionare un’assistenza preventiva e curativa per i figli tarati.
Profilassi preventiva e curativa che aveva portato, alla fine degli anni trenta,
a mettere sotto assistenza medico-pedagogica quasi tremila soggetti ritenuti
portatori, in latenza, del gene di un’eredità patologica[8]. La prospettiva
ortogenetica negava radicalmente la “famigerata eugenica”, perché tesa
quest’ultima a migliorare o purificare la razza, operando incroci razziali, o
peggio ancora sterilizzando gli individui geneticamente inferiori. Alla
selezione dei migliori e dei più adatti e all’esclusione dei meno adatti,
l’ortogenesi opponeva “la pratica di prendere l’essere umano sotto il
controllo scientifico sin dal momento del concepimento”, mettendo a punto
politiche di gestione dell’utero femminile e considerando le donne semplici portatrici
della stirpe futura. La bonifica non riguardava solamente i fattori fisici e le
proporzioni del corpo, ma comprendeva anche gli aspetti intellettivi, morali e
di coscienza della personalità. Per questo, secondo il Pende, l’ortogenesi «non
solo è individualizzata ma è unitaria, totalitaria, rivolta nel tempo stesso
al corpo, nella sua struttura e nella sua composizione umorale, soprattutto
glandolare ed ormonica, e poi al carattere e all’intelligenza» (Pende
1939b:8-9). La scienza
dell’ortogenesi si proponeva, in sostanza, di guidare, fin dalla nascita, la
formazione pedagogica dell’individuo fascista, di rappresentare l’arte di
fare gli uomini totali ed armonici. Nelle intenzioni del suo creatore,
l’ortogenesi diventava «l’arte
di migliorare continuamente il bilancio biologico della nazione, liberandolo più
che è possibile dalla massa dei mediocri e degli improduttivi e degli invalidi
precoci, dei mediocri della salute fisica, dei mediocri morali, dei mediocri
intellettuali, mediocri che sottraggono ogni anno miliardi alla ricchezza
nazionale; l’arte di preparare lavoratori del braccio e dell’intelletto bene
orientati e selezionati per i vari posti di lavoro, di preparare soldati
fisicamente e moralmente forti, di preparare madri feconde sorvegliando
accuratamente il loro sviluppo sessuale e il loro sviluppo morale» (Pende
1939b:10). In una parola,
era all’ortogenesi che spettava la soluzione dei quattro grandi problemi, quello
della scuola, quello del lavoratore, quello della donna, quello della razza. 6. Politiche
di bonifica sociale Il controllo
eugenetico della riproduzione biologica della popolazione trovò concretezza in
provvedimenti legislativi e in un drastico aumento dei ricoverati negli ospedali
psichiatrici. Il nuovo Codice penale, varato il 1 luglio 1931, unificando
provvedimenti eugenetici e di difesa della prolificità, prevedeva dure sanzioni
per i reati contro la stirpe, ovvero per le pratiche abortive e l’istigazione
all’aborto, la procurata impotenza, l’incitamento alla contraccezione e il
contagio venereo. Le politiche di
controllo si esercitarono in modo più sistematico con l’internamento e la
cura dei degenerati. Sulla base dei dati forniti dall’Ufficio statistico
per le malattie mentali, fondato nel 1926 dalla Società italiana di
psichiatria presso il manicomio di Ancona, si viene a sapere che gli
istituti di assistenza preposti all’accoglimento degli infermi di mente erano,
al 31 dicembre 1927, 144, tra i quali 61 ospedali psichiatrici pubblici, 5
manicomi giudiziari, 36 ricoveri per cronici, 6 istituti per deficienti, 36 case
di salute mentale per abbienti. Tra il 1926 e il 1928 entrarono per la prima
volta negli istituti di assistenza 50.183 individui malati, così suddivisi: tab 1. Ricoverati per la prima volta in ospedale psichiatrico 1926 1927 1928 maschi 9.565 9.340 9.588 femmine 7.210 7.104 7.376 totale 16.775 16.444 16.964 Sommando i
riammessi, il totale saliva a 70.697. Aggiungendo infine i ricoverati presenti
all’inizio dell’anno, la cifra totale dei ricoverati nel triennio saliva a
257.398, circa 85.000 per anno. Sottraendo i dimessi e i morti, alla fine del
triennio risultavano ricoverati 192.687 malati mentali. L’aumento dei malati,
commentava il Modena, non era dovuto a una maggiore morbosità, cioè a maggiori
entrate, ma alla maggior durata della degenza. La diminuzione dei congedi era a
sua volta inerente alla crisi e alla disoccupazione, più che alla diminuzione
della mortalità, che si aggirava sempre attorno al 7% dei ricoveri, circa 6.000
all’anno. Il movimento dei ricoverati negli ospedali psichiatrici tra il 1926
e il 1946 è riassunto nella seguente tabella: Tab.
2. Movimento dei ricoverati negli ospedali psichiatrici presenti al 1 gen. entrati dimessi trasf. altri istit morti presenti al 31 dic. totale assistiti 1926 60.306 26.057 15.399 2.575 6.282 62.127 1927 62.127 27.467 15.013 4.334 5.979 64.268 1928 64.268 27.785 15.585 3.703 6.473 66.292 1929 66.439 28.607 16.468 3.441 6.466 68.671 1930 68.777 30.424 16.899 4.641 5.643 72.018 1931 72.269 29.460 17.065 4.047 5.837 74.780 1932 74.780 30.866 17.294 4.439 6.189 77.724 101.207 1933 77.724 32.481 17.505 5.490 6.201 81.009 104.715 1934 81.009 31.447 18.786 4.359 5.917 83.394 108.097 1935 83.541 31.413 19.321 3.981 6.243 85.409 110.973 1936 86.449 33.680 19.687 4.368 6.683 89.391 115.761 1937 89.393 34.715 20.707 4.628 7.093 91.760 119.560 1938 93.019 35.209 20.968 5.152 7.292 94.816 123.076 1939 94.946 37.813 22.251 7.352 7.177 95.979 125.407 1940 95.984 37.440 21.675 7.690 7.636 96.423 125.735 1944 73.222 26.900 16.883 4.708 13.517 65.014 95.414 1945 65.014 29.760 20.598 3.799 8.680 61.697 90.975 1946 61.886 33.262 21.266 5.861 4.489 63.352 93.407 Fonte: Istat, Annali statistici italiani. Come si nota,
durante il ventennio il numero dei ricoverati e degli assistiti continuò a
crescere con una certa frequenza, aumentando del cinquanta per cento in circa
quindici anni. La maggior parte degli ammessi era costituita da individui
compresi fra i 20 e 40 anni, con prevalenza dei maschi sulle femmine. Per quanto
riguardava lo stato civile vi era una prevalenza dei celibi e delle nubili
rispetto ai vedovi e ai coniugati, confermando una convinzione da tempo espressa
dagli statistici secondo la quale i non sposati erano più soggetti a malattie e
mortalità[9].
Prevalevano tra i ricoverati i letterati con istruzione elementare inferiore e,
per quanto riguardava le professioni, di gran lunga le più rappresentate erano
le casalinghe e i lavoratori rurali, seguiti dagli operai, dai meccanici
elettricisti e dai manovali. La durata della
degenza è utile per inquadrare il tipo di profilassi psichiatrica. In alcuni
casi, la durata della degenza era particolarmente breve: il 20 per cento delle
psicosi tossiche endogene erano curate in meno di un mese, così per il 30 per
cento delle psicosi tossiche esogene e per le psicosi affettive (queste ultime
erano le più diffuse tra la popolazione, soprattutto femminile, con 9 malati
ogni 100.000 abitanti presenti, comprendendo stati depressivi, stati maniacali,
psicosi maniaco-depressive). Per la maggioranza dei malati, la degenza era
invece molto più lunga: il 72.5 per cento delle frenastenie venivano tenute
sotto osservazione per un periodo compreso tra un anno e oltre due anni; così
per il 50 per cento delle psicodegenerazioni, il 62.6 per cento delle epilessie,
il 40.4 per cento delle psicosi affettive, il 63.5 per cento delle schizofrenie,
il 27 per cento delle psicosi tossiche endogene, il 36 per cento delle psicosi
alcooliche. Infine, su 100 dimessi, solo il 17.6 per cento era considerato
guarito, mentre il 44.3 per cento era ritenuto in esperimento e il 21.4 per
cento affidato alle famiglie (Modena 1933:14-47). Una statistica
compilata da Franco Savorgnan nel 1934 comparava il numero dei letti
d’ospedale nei diversi settori sanitari del 1932 con gli stessi dati del 1907,
anno dell’ultima rilevazione sullo stesso argomento. Scontata la rilevazione
di significativi incrementi nel campo generale dell’assistenza sanitaria
ospedaliera, dovuta all’opera svolta dal governo fascista, interessanti sono i
dati per il settore psichiatrico. Nel 1932 gli ospedali psichiatrici erano
saliti a 154, affiancati da tre cliniche specializzate nella cura delle malattie
veneree; gli assistiti globali furono 105.O65, il 9.6 del totale degli assistiti
in tutti gli ospedali, più dei tubercolotici e dei ricoverati nei reparti di
chirurgia. Nel 1907 c’erano negli ospedali psichiatrici 48.026 letti, che
diventavano 78.043 nel 1932, con un 62.5 per cento di aumento; gli infermi
assistiti furono 64.029 nel 1907, numero che salì nel 1932 a 105.O65, 64.1 per
cento di aumento; le giornate di presenza consumate furono 16.289.616 nel 1907,
27.198.924 nel 1932, 66.9 per cento in più. L’incremento
del grado di medicalizzazione psichiatrica della società risalta più
precisamente se si raffrontano i dati degli assistiti nelle istituzioni
psichiatriche con gli altri settori ospedalieri: per gli ospedali pediatrici
l’aumento era stato del 70.9 per il numero dei letti, del 40.7 per gli infermi
assistiti e del 35.2 per le giornate di presenza consumate; per gli ospedali
ortopedici e per rachitici l’aumento era stato rispettivamente del 113.8, del
148, ma solo del 22.9 per le presenze/giornata consumate (Savorgnan 1934:13),
indicatore quest’ultimo significativo per valutare l’effettiva portata delle
politiche di segregazione dei malati mentali e l’impatto dell’istituzione
psichiatrica sulla società. Nella seguente tabella quel dato viene ampiamente
verificato: tab.
3. Confronto tra ospedali comuni e psichiatrici nel 1932 numero istituti numero letti numero assistiti giorni presenza ospedali psichiatrici 154 78.043 105.065 27.198.924 ospedali comuni 1.319 106.960 822.983 24.843.476 Fonte:
Istat, Annali statistici italiani, 1932 Era inoltre
diffusa tra i medici psichiatri la convinzione che la massa dei degenerati
debordasse abbondantemente il numero rilevato statisticamente, che il numero
oscuro fosse più ampio di quello conosciuto. Alla popolazione degli alienati
ricoverati andava infatti aggiunta la parte forse preponderante di “deficienti
mentali, anormali psichici, nevropatici, ecc., che non sono ricoverati nè
ricoverabili”(Cesari 1940:79). La preoccupazione per la presunta diffusione
delle degenerazioni e delle infermità mentali ossessionava medici, psichiatri,
statistici, sociologi: di qui l’auto-responsabilizzazione degli scienziati per
il controllo della capacità generativa degli individui, individui
definitivamente senza diritti, soggetti incapaci di agire. Le leggi razziali
avevano ormai sollevato qualsiasi dubbio in merito al duplice movimento di
differenziazione e purificazione razziale. I disgenetici e i malati mentali,
aumentando la loro frequenza, minacciavano la biologia della collettività e
deterioravano progressivamente la razza bianca. Era cognizione comune che «la
percentuale di malati mentali, quali i deficienti, gli epilettici con
manifestazioni psichiche, gli schizofrenici, i maniaci e i malinconici rispetto
alla popolazione di una Nazione, salgono a cifre impressionanti e preoccupanti
per il presente e per l’avvenire [...]. Damaye, trova che il gran numero degli
anormali mentali e dei deliranti, è, in libertà, nel mondo, ed essi non sono
che un campionario di quelli internati in manicomio. La vita libera abbonda di
gente che presenta vaghe, piccole anomalie mentali o sessuali che, sopra certi
aspetti dell’esistenza fanno di essi un pericolo ancora sconosciuto ed
insospettato»
(Cesari 1940:79)[10].
7. Politiche
popolazioniste Per compensare
la caduta della natalità, il fascismo avviò un’intensa azione demografica
solo nelle campagne. Il rafforzamento della potenza riproduttiva delle masse
rurali rispondeva a diverse esigenze. Tra quelle economiche, una maggiore
pressione demografica sulle campagne favoriva soprattutto i grandi proprietari
agrari del sud sia dal lato della vendita delle terre sia dal lato dei salari
agricoli. Inizialmente il fascismo imboccò la strada delle elargizioni
benefiche, lontana da una programmazione effettiva, per far fronte agli effetti
della crisi economica che dal 1928 iniziava a colpire i salariati dell'industria
e dell'agricoltura. Nelle menti del
regime, la difesa della razza occupava un’ampia congerie di problemi e
provvedimenti. Sullo sfondo della sua limitata razionalità, la politica della
razza connetteva mutualmente direttive logiche di tipo negativo e positivo:
negativo nel senso che mirava a eliminare cause e fattori di
“deterioramento” della razza; positivo nel senso che intendeva creare
provvidenze per un suo “miglioramento”. Sempre Mussolini aveva reso, in un
suo scritto, la complessità degli interventi pubblici nel campo razziale: «la
potenza militare dello Stato, l’avvenire e la sicurezza della nazione sono
legati al problema demografico, assillante in tutti i paesi di razza bianca e
anche nel nostro. Bisogna riaffermare ancora una volta e nella maniera più
perentoria e non sarà l’ultima, che condizione insostituibile del primato è
il numero. Senza di questo tutto decade e crolla e muore. La giornata della
Madre e del Fanciullo, la tassa sul celibato e la sua condanna morale, salvo i
casi nei quali è giustificato, lo sfollamento delle città, la bonifica rurale,
l’Opera della Maternità e Infanzia, le colonie marine e montane,
l’educazione fisica, le organizzazioni giovanili, le leggi sull’igiene,
tutto concorre alla difesa della razza»
(Mussolini 1935:40). L’Opera
Nazionale Maternità e Infanzia, istituita nel 1925 e regolamentata nel
successivo, aveva indubbiamente un posto preminente nella politica della razza,
dovendo proteggerne i germogli nel “loro sorgere e nel loro sbocciare”. L’Onmi.
prevedeva l’istituzione in tutto il paese di consultori ostetrici e
pediatrici, atti alla sorveglianza igienica delle donne gestanti e puerpere
specie per le malattie sociali, alla cura delle anomalie della gravidanza,
all’accertamento delle predisposizioni o alterazioni dello stato fisiologico
dei genitori, alla sorveglianza igienica e dietetica del bambino (Bergamaschi
1940:91-97). L’obiettivo ultimo era la bonifica attiva della razza e la messa
sotto monitoraggio dei comportamenti sociali dei genitori, giudicati sulla base
di criteri medici e morali. Le campagne
demografiche e le politiche di proliferazione fecero leva sugli stereotipi
femminili di madre e di genitrice per trovare il soggetto adatto al progetto
fascista di miglioramento della razza (Krause 1994). Tuttavia, il processo di
industrializzazione favorì il lavoro fuori casa delle donne, soprattutto nel
settore tessile, consentendo alla forza-lavoro femminile di assumere, forse per
la prima volta, un ruolo sociale, sottraendosi in parte alle politiche
patriarcali perseguite dal regime e dai demografi (Corner 1993). Ciò nonostante
la lotta contro ogni comportamento trasgressivo di parte femminile fu continua e
feroce. La difesa della ruralità fu una delle principali politiche per tenere
sotto controllo una crescente ostilità delle donne verso il regime, che si
manifestava con una certa frequenza soprattutto nelle zone rurali nel corso
delle manifestazioni popolari contro il carovita e la disoccupazione (Tranfaglia
1996:470-480). 8.
Bio-politica e razzismo Per Mussolini e
il fascismo, il “discorso dell'Ascensione” non comportava solo un impegno
per l’incremento quantitativo della popolazione. Quel pronunciamento lasciava
trasparire un sostanziale accordo con le strategie scientifiche e politiche che
chiedevano il miglioramento qualitativo della popolazione, della stirpe, della
razza. La radicalizzazione bio-politica dei regimi totalitari, consentì
l'iscrizione del discorso sulla razza e del razzismo, che già esisteva,
all'interno dei meccanismi dello stato, proprio perché il razzismo è, secondo
Foucault, “il modo in cui, nell'ambito di quella vita che il potere ha preso
in gestione, viene introdotta una separazione, quella tra ciò che deve vivere e
ciò che deve morire”. A partire dal continuum biologico della specie
umana, l'apparizione delle razze, la distinzione delle razze, la gerarchia delle
razze, la qualificazione di alcune razze come buone e di altre come inferiori
costituirono “un modo per frammentare il campo del biologico che il potere ha preso a
carico, diventerà una maniera per introdurre uno squilibrio tra i gruppi
costituenti la popolazione” (Foucault 1990:166). Il razzismo
fascista portò alle estreme conseguenze il potenziale regolativo della
bio-politica applicandolo al disciplinamento del corpo sociale nazionale. Il
processo in base al quale si individuavano le razze e la loro gerarchia, venne
mutuato in parte dalle tecniche con le quali si isolavano i gruppi degenerati e
pericolosi della popolazione. Con il razzismo fascista, le razze inferiori, le
classi pericolose, i gruppi devianti divennero i soggetti da sacrificare per la
purezza della razza superiore. Solo la segregazione dell'altro “degenerato”,
“impuro”, “indisciplinato” comportava il miglioramento e
l'irrobustimento biologico e genetico dell'individuo-specie: meno degenerati
popolavano questo spazio biosociale, più vigorosa e prolifica diventava la
razza. A partire dalla
conquista dell'Etiopia e con leggi razziali del 1938, la politica razziale si
volse in attività persecutoria, mentre l'interesse verso la categoria
socio-biologica di razza italiana cresceva rapidamente. Si opinava, sotto
l’influenza del mendelismo, che la razza italiana avesse discendenze genetiche
rimaste immutate fin dai tempi dell’Impero romano. Il mendelismo e il
galtonismo vennero ritenuti una sicura conquista scientifica, poiché
stabilivano l'immutabilità dei caratteri genetici ereditati dai discendenti di
un ceppo familiare, di una stirpe o di un cespite razziale. La razza non poteva
punto mutare, nemmeno nel contesto della lotta per l'esistenza: essa doveva
perdurare così come era stata creata, essa permaneva al di là del tempo. L'eugenetica
diveniva una potentissima arma di elevazione civile e di tirocinio imperialista.
Nel clima creato dal fascismo, con il rinnovato orgoglio di razza e con i doveri
che quello comportava, l’eugenetica era una “scienza feconda” che «può
andare oggi tra il popolo e dare anche essa il suo alto contributo per le nuove
e sempre più valide vite attese dall'Italia imperiale» (Businco 1938:37-39)[11].
L'associazione di eugenetica razziale e scienze della trasmissione ereditaria
dei caratteri risultava fondamentale proprio per dare un senso a questa grande
costruzione metafisica che stava diventando la razza. La conoscenza delle leggi
che regolano la trasmissione ereditaria dei caratteri diventava necessaria per
poter comprendere l'origine e la finalità del razzismo. Di conseguenza le
caratteristiche psicologiche e somatiche di una razza diventavano «il
retaggio di più o meno lontani progenitori, pervenuto ai discendenti attraverso
l'eredità biologica. Il raggiungimento delle finalità del razzismo, il
potenziamento cioè e il miglioramento della razza è condizionato dalla pratica
applicazione delle leggi delle eredità» (Ricci 1938b: 16-17)[12]. Il concetto di
razza tese a spiegare ogni evento e fenomeno bio-sociale: si iniziò a mettere
in relazione, come da tempo affermavano i biotipologi costituzionalisti,
l’attitudine verso determinate malattie e la costituzione biologica della
razza. Si sosteneva, per esempio, che se per molte malattie infettive il fattore
razza non era invocabile e per altre aveva solo un valore relativo, tuttavia,
per un gruppo non indifferente di infezioni la razza era con certezza da
ritenersi fattore di assoluta predisposizione o di immunità organica (Imbasciati
1939:16). L'eugenetica
razziale elaborata dagli eugenisti del regime prese in altri casi una
interessante connotazione geopolitica e imperiale. Plaudendo alla
regolamentazione giuridica dei matrimoni misti varata dal regime, Edmondo
Vercellesi notava che «se i matrimoni tra italiani e stranieri non venissero
regolati da un sano criterio discriminante, si verificherebbero ben presto
incroci mostruosi, con conseguente imbastardimento ed impoverimento
dell'elemento etnico indigeno». Per tale motivo l'eugenetica familiare doveva
garantire incroci appropriati e l’eugenetica razziale l'eliminazione dei
“genidi” estranei alla razza, precisando che andavano messi la bando gli
incroci con le “razze di colore” e con alcune razze ariane che “hanno
subito una snaturalizzazione” (Vercellesi 1939:12-13). Conclusioni Con questa
rassegna sulle scienze sociali e sulle bio-politiche degli stati totalitari ho
posto in rilievo alcuni dei percorsi che condussero alla genesi del razzismo di
stato durante il fascismo. Esso fu l’esito dell’azione combinata di alcuni
attori sociali: dei medici, degli igienisti, dei sociologi, che si proposero
come convinti e laboriosi artefici delle pratiche di profilassi sociale; delle
politiche statali decise da policy makers che reagivano alle pressioni e
suggestioni delle corporazioni scientifiche, trovando in quei saperi gli
strumenti e le tecniche per pianificare il “sociale”; delle teorie, che al
modo paretiano assumiano come agenti di ordine sociale, che fornirono le
argomentazioni per egemonizzare in senso razziale lo spazio pubblico
dell’epoca. Il fascismo
riuscì, più dei governi che l’avevano preceduto, a cooperare con le scienze
sociali dell’epoca per costruire un modello di governo della scoietà. Il
discorso scientifico sulla razza, che condizionò fin dall’inizio le politiche
sociali del fascismo, fino a trasformarle in politiche razziali, venne
costruendosi a partire dalle discipline che avevano trovato legittimità durante
il controverso periodo del dopoguerra, quando l’appello all’ordine sociale
proveniente dalla borghesia intellettuale si fece più forte e limpido. Non
furono estranei a questa febbre igienista e purificatrice nemmeno quegli
intellettuali che si ritenevano socialmente schierati. Il tempo in cui le
scienze sociali trovarono ascolto alle loro porpensioni normative fu
senz’altro quello del fascismo. Si realizzò allora una convergenza unica tra
politiche statali, scienze della soceità, ideologie politiche, una convergenza
che non trovò più un’unità di tal fatta. Bibliografia Aa. Vv., 1928,
Politica demografica e crisi
di natalità, in "Archivio fascista di medicina politica",
a. II. Anonimo, 1925, Contenuto
etico e sociale dell’Eugenica, in “Difesa sociale”, a. IV, n. 11. Anonimo, 1925, Problemi di
eugenica, in “Difesa sociale”, a. IV, nn. 5-6. Banissoni F., Nardi, 1939, La
dottrina biotipologica. Appendice, in Pende N., 1939a, cit. Bergamaschi C., 1940, L’Opera
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civiltà”, a. I, n. 1. Bortolotto G., 1931, Lo
stato e la dottrina corporativa, Cappelli, Bologna. Bortolotto G., 1933, Governanti
e governati del nostro tempo. Sociologia e politica fascista, Hoepli,
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della famiglia forza della razza, in “La difesa della razza”, a. II, n.
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1907-1950, in “Journal of Historical Sociology”, n. 1. Cesari L., 1940, Una
questione di bonifica della razza: per i figli dei tarati neuropsichici, in
“Razza e civiltà”, a. I, n. 1. Coletti F., 1928, Il
carattere sociologico della demografia, Conferenza del 7 maggio 1928
all’Università di Trieste, in “Bollettino dell’Istituto
statistico-economico”, a. IV, n. 5-6. Consiglio P., 1914, Problemi
di eugenica, in “Rivista italiana di sociologia”, a. XVIII, fasc. II-IV. Corner
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from an Agricultural to an Industrial Society, “European History Quarterly”,
anno XXIII, n. 1. De Lisi, 1938, Profilassi
delle malattie ereditarie in psichiatria, Atti del Congresso di Bologna
della Società Italiana per il Progresso delle Scienze. Foucault
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guerra delle razze al razzismo di stato, Ponte alle Grazie, Firenze. Franzì L., 1938, Concetti
fondamentali sull'ereditarietà, in "La difesa della razza",
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nella patologia e nella clinica, Cappelli, Bologna. Gabbi U., 1927, Medicina
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dei mali sociali: il fascismo alla prova, in “Difesa sociale”, a. II, n.
1. Lyttleton A., 1974, La
conquista del potere. Il fascismo dal 1919 al 1929, Laterza, Bari. Macnicol
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morbosità delle malattie mentali in italia nel triennio 1926-27-28, Tip.
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discorso dell’Ascensione, in Scritti e discorsi. Dal 1927 al 1928,
vol. VI, Hoepli, Milano. Mussolini B., 1935, Sintesi
del regime, 18 marzo 1934, in Scritti e Discorsi, vol. IX, Hoepli,
Milano. Orano P. (a cura di), 1937, La
politica demografica, casa Editrice Pinciana, Roma. Patellani S., 1925, Prolegomeni
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debolezze di costituzione, Bardi, Roma. Pende N., 1923, Per la
creazione in Italia di Istituti di biologia e psicologia dell’individuo e
della razza, in “Difesa sociale”, a. II, n. 4. Pende N., 1939a, Trattato
di biotipologia umana individuale e sociale (con applicazioni alla medicina
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dell’ortogenesi, Istituto italiano d’arti grafiche, Bergamo. Pogliano C., 1984, Scienza
e stirpe: eugenica in Italia (1912-1939), in “Passato e presente”, n. 5. Ricci M., 1938a, Eredità
biologiche e razzismo, in “La difesa della razza”, a. I, n. 1. Ricci M., 1938b, Le leggi
di Mendel, in "La difesa della razza", a. I, n. 2. Ricci M., 1939a, Ereditarietà
ed eugenica, in “La difesa della razza”, a. II, n. 5 Ricci M., 1939b, Eugenica e
razzismo, in “La difesa della razza”, a. II, n. 6. Savorgnan F., 1934, Statistica
degli ospedali e degli altri istituti pubblici e privati di assistenza sanitaria
ospitaliera nell’anno 1932, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma. Stella R., 1996, Prendere
corpo. L’evoluzione del paradigma corporeo in sociologia, Angeli, Milano. Tagliacarne G., 1934, Gli
insegnamenti demografici della crisi, in Lojacono L. (a cura di), Popolazione
e fascismo, “L’economia Italiana”, Roma. Tranfaglia N., 1996, La
prima guerra mondiale e il fascismo, Utet-Tea, Torino. Vercellesi E., 1939, Eugenetica
razziale e matrimoni misti, in "La difesa della razza", a. II, n.
11. Vergottini M., 1930, I
fenomeni demografici come base di quelli economici, in “Bollettino
dell’Istituto statistico-economico” , a. VI, n. 10-12. Vinci F., 1934, Economia e
demografia, in “Rivista italiana di Statistica”. [1]
Per un approccio di tipo sociologico vedi (Stella 1996:152-173). [2]
Vedi le dichiarazioni di Vittorio Ascoli, professore di clinica medica
all'Università di Roma, del 19 dicembre 1917 (Patellani 1925:11-12). [3]
Cfr. anche (Tagliacarne 1934); (Vinci 1934:257-263). [4]
Per alcuni cenni storici sul movimento eugenetico in Inghilterra vedi
(Buss 1976); (Macnicol 1992); sugli Stati Uniti vedi (Carey C. A.
1998). [5]
A differenza dei paesi anglosassoni, dove si è sviluppato un notevole
interesse storiografico e sociologico per il movimento eugenetico a
cavallo dei due secoli, in Italia non esiste una storiografia e una
sociologia delle teorie e politiche eugenetiche, discusse e in parte
realizzate prima e durante il fascismo. Tra i pochi studiosi di queste
campo delle scienze sociali va ricordato per il lavoro pionieristico
Claudio Pogliano (Pogliano 1984). [6]
. Vedi anche Orano 1937:31-61. Il discorso venne pronunciato alla
Camera il 26 maggio 1927, ed è interessante notare come, in prossimità
di quel discorso, il duce si fosse rivolto per “consigli tecnici”
proprio a Corrado Gini. Cfr. (Lyttleton 1974). [7]
Tra gli autori possiamo ricordare: Luigi Amoroso, Filippo Virgilii,
Giorgio Mortara, Luigi Galvani, Filippo Carli, Vincenzo Consiglio,
Roberto Michels, Marcello Boldrini, Arrigo Solmi, Nicola Pende,
Agostino Gemelli, Sergio Panunzio, Paolo Medolaghi [8]
Il numero di tremila assistiti è difficilmente verificabile. Noi
l’abbiamo ripreso da (Cesari 1940:75-82). [9]
Quanta propaganda fosse cristallizzata in questa asserzione è
superfluo dire, sufficiente peraltro a varare la legge che stabiliva
l’imposta progressiva personale sui celibi, istituita con R.D.L. 19
dicembre 1926, n. 2132 e resa effettiva con R.D.L. del 13 febbraio
1927, n. 124. [10]
Vedi anche (De Lisi 1938). [11]
Allo stesso modo si esprimeva (Ricci 1939b:22-23). [12]
Vedi anche (Franzì 1938: 29, Ricci 1939a: 29-31, Ricci 1938a:19,
Franzì 1942).
quale mondo nuovo?
Noterella per gli amanti delle relazioni intricate: nel
1930 Julian Huxley scrive Science of life, quattro
volumi sulla nuova biologia, insieme ad H.G.Wells. La copia
autografata costa
solo 900 dollari. Wells è quel wells, quello che 35
anni prima aveva scritto L'isola del dottor Moreau e che è
considerato un padre
della "futurologia" (oltre che un gran
narratore). E a questo punto anche un nazistello, se quel
che ho letto è vero... indubbiamente i due se la facevano
con la stessa cricca. Per voi gdristi: Wells è anche
l'autore di Piccole Guerre, il nonno del wargame e quindi
uno dei bisnonni del gdr. Sarebbe assai povera una definizione del Terzo Reich che si limitasse a
mettere in evidenza il suo carattere totalitario, rinviando in particolare al
fenomeno della dittatura del partito unico. In quanto leaders di una dittatura a
partito unico, non c’è difficoltà ad accostare Hitler a Stalin, Mao, Deng,
Ho Chi Minh, Nasser, Ataturk, Tito, Franco ecc., ma questo esercizio scolastico
è ben al di qua di una concreta analisi storica. Se anche dai ‘totalitari’
Stalin e Hitler ci si preoccupa di distinguere l’’autoritario’
Mussolini, il cui potere è limitato dalla presenza del Vaticano e della Chiesa,
non si è fatta molta strada. In questo caso, più che ad un percorso reale,
assistiamo ad uno slittamento: dall’ideologia si è passati inavvertitamente
ad un ambito del tutto diverso, a realtà e dati di fatto indipendenti e
preesistenti rispetto alle scelte ideologiche e politiche del fascismo.
Per quanto riguarda il Terzo Reich, è ben difficile dire qualcosa di
determinato e concreto su di esso senza far riferimento ai suoi programmi
razziali ed eugenetici. Ed essi ci conducono in una direzione ben diversa
rispetto a quella suggerita dalla categoria di totalitarismo.
Subito dopo la conquista del potere, Hitler si preoccupa di distinguere
nettamente, anche sul piano giuridico, la posizione degli ariani rispetto a
quella degli ebrei nonchè dei pochi mulatti viventi in Germania (a conclusione
della prima guerra mondiale, truppe di colore al seguito dell’esercito
francese avevano partecipato all’occupazione del paese). E cioè, elemento
centrale del programma nazista è la costruzione di uno Stato razziale. Ebbene,
quali erano in quel momento i possibili modelli di Stato razziale? Più ancora
che al Sud-Africa, il pensiero corre in primo luogo al Sud degli USA. E,
d’altro canto, in modo esplicito, ancora nel 1937, Rosenberg si richiama certo
al Sud-Africa: è bene che permanga saldamente ‘in mano nordica’ e
bianca (grazie a opportune ‘leggi’ a carico, oltre che degli ‘indiani’,
anche di ‘neri, mulatti e ebrei’), e che costituisca un ‘solido
bastione’ contro il pericolo rappresentato dal ‘risveglio nero’.
Ma il punto di riferimento principale è costituito dagli Stati Uniti, questo
‘splendido paese del futuro’ che ha avuto il merito di formulare la
felice ‘nuova idea di uno Stato razziale’, idea che adesso si tratta
di mettere in pratica, ‘con forza giovanile’, mediante espulsione e
deportazione di ‘negri e gialli’. Basta dare uno sguardo alla
legislazione di Norimberga per rendersi conto delle analogie con la situazione
in atto al di là dell’Atlantico: ovviamente, in Germania sono in primo luogo
i tedeschi di origine ebraica ad occupare il posto degli afro-americani. ‘La
questione negra’ - scrive Rosenberg nel 1937 - ‘è negli Usa al
vertice di tutte le questioni decisive’; e una volta che l’assurdo
principio dell’uguaglianza sia stato cancellato per i neri, non si vede perchè
non si debbano trarre ‘le necessarie conseguenze anche per i gialli e gli
ebrei’. Persino per quanto riguarda il progetto a lui assai caro di
costruzione di un impero continentale tedesco, Hitler ha ben presente il modello
degli Usa, di cui celebra ‘l’inaudita forza interiore’’: la
Germania è chiamata a seguire questo esempio, espandendosi in Europa orientale
come in una sorta di Far West e trattando gli ‘indigeni’ alla stregua
dei pellerossa.
Alle medesime conclusioni giungiamo se rivolgiamo lo sguardo
all’eugenetica. E’ ormai noto il debito che il Terzo Reich contrae nei
confronti degli Usa, dove la nuova ‘scienza’, inventata nella seconda
metà dell’Ottocento da Francis Galton (un cugino di Darwin), conosce una
grande fortuna. Ben prima dell’avvento di Hitler al potere, alla vigilia dello
scoppio della prima guerra mondiale, vede la luce a Monaco un libro che, già
nel titolo, addita gli Stati Uniti come modello di ‘igiene razziale’.
L’autore, vice-console dell’Impero austro-ungarico a Chicago, celebra gli
Usa per la ‘lucidità’ e la ‘pura ragion pratica’ di cui
danno prova nell’affrontare, e con la dovuta energia, un problema così
importante eppur così frequentemente rimosso: violare le leggi che vietano i
rapporti sessuali e matrimoniali misti può comportare anche 10 anni di
reclusione e, ad essere condannabili, oltre ai protagonisti, sono anche i loro
complici. Ancora dopo la conquista del potere da parte del nazismo, gli ideologi
e ‘scienziati’ della razza continuano a ribadire: ‘Anche la
Germania ha molto da imparare dalle misure dei nord-americani: essi sanno il
fatto loro’. E’ da aggiungere che non siamo in presenza di un rapporto a
senso unico. Dopo l’avvento di Hitler al potere, sono i seguaci più radicali
del movimento eugenetico americano a guardare come ad un modello al Terzo Reich,
dove non poche volte si recano in viaggi di studio e di pellegrinaggio
ideologico.
Una domanda s’impone: perchè per definire il regime nazista il ricorso
alla dittatura del partito unico dovrebbe essere più caratterizzante che non
l’ideologia e la pratica razziale ed eugenetica? E’ proprio da questo ambito
che derivano le categorie centrali e i termini-chiave del discorso nazista.
L’abbiamo visto per Rassenygiene, che è in fondo la traduzione tedesca
di eugenics, la nuova scienza inventata in Inghilterra e giunta al
trionfo al di là dell’Atlantico. Ma ci sono esempi ancora più clamorosi.
Rosenberg esprime la sua ammirazione per l’autore americano Lothrop Stoddard,
cui spetta il merito di aver per primo coniato il termine Untermensch,
che già nel 1925 campeggia come sottotitolo della traduzione tedesca di un
libro apparso a New York tre anni prima. Per quanto riguarda il significato del
termine da lui coniato, Stoddard chiarisce che esso sta ad indicare la massa di
‘selvaggi e semiselvaggi’, esterni o interni alla metropoli
capitalista, comunque ‘incapaci di civiltà e suoi nemici incorreggibili’,
coi quali bisogna procedere ad una resa dei conti. Negli Usa come in tutto il
mondo, è necessario difendere la ‘supremazia bianca’ contro ‘la
marea montante dei popoli di colore’: ad aizzarli è il bolscevismo, ‘il
rinnegato, il traditore all’interno del nostro campo’ che, con la sua
insidiosa propaganda, oltre che le colonie, raggiunge ‘le stesse regioni
nere degli Stati Uniti’.
Ben si comprende la straordinaria fortuna di queste tesi. Elogiato, prima
ancora che da Rosenberg, già da due presidenti statunitensi (Harding e Hoover),
l’autore americano è successivamente ricevuto con tutti gli onori a Berlino,
dove incontra non solo gli esponenti più illustri dell’eugenetica nazista, ma
anche i più alti gerarchi del regime compreso Adolf Hitler, ormai lanciato
nella sua campagna di decimazione e assoggettamento degli Untermenschen.
Ancora su un altro termine conviene concentrare l’attenzione. Abbiamo visto
Hitler guardare come ad un modello all’espansione bianca nel Far West. Subito
dopo averla invasa, Hitler procede allo smembramento della Polonia: una parte è
direttamente incorporata nel Grande Reich (e da essa vengono espulsi i
polacchi); il resto costituisce il ‘Governatorato generale’
nell’ambito del quale - dichiara il governatore generale Hans Frank - i
polacchi vivono come in ‘una sorta di riserva’ (sono ‘sottoposti
alla giurisdizione tedesca’ senza essere ‘cittadini tedeschi’).
Il modello americano è qui seguito persino in modo scolastico. Almeno nella sua
fase iniziale, il Terzo Reich si propone di istituire anche uno Judenreservat,
una ‘riserva per gli ebrei’, a somiglianza ancora una volta di quelle
che avevano rinserrato i pellerossa. Persino per quanto riguarda l’espressione
‘soluzione finale’, la vediamo emergere prima ancora che in Germania
già negli Usa, e sia pur riferita alla ‘questione negra’ piuttosto
che alla ‘questione ebraica’.
Come non è stupefacente che il ‘totalitarismo’ abbia trovato la
sua espressione più concentrata nei paesi al centro della Seconda guerra dei
Trent’Anni, così non è stupefacente che il tentativo nazista di costruire
uno Stato razziale abbia desunto motivi di ispirazione, categorie e
termini-chiave dall’esperienza storica più ricca che, a tale proposito, aveva
dinanzi a sè, quella accumulata dai bianchi americani nel loro rapporto coi
pellerossa e i neri.
Ovviamente, non devono essere perse di vista tutte le altre differenze, in
tema di governo della legge, di limitazione del potere statale (per quanto
riguarda la comunità bianca), ecc. Resta il fatto che il Terzo Reich si
presenta come il tentativo, portato avanti nelle condizioni della guerra totale
e della guerra civile internazionale, di realizzare un regime di white
supremacy su scala planetaria e sotto egemonia tedesca, facendo ricorso a
misure eugenetiche, politico-sociali e militari.
A costituire il cuore del nazismo è l’idea di Herrenvolk, che
rinvia alla teoria e alla pratica razziale del sud degli Stati Uniti e, più in
generale, alla tradizione coloniale dell’Occidente; e questa idea è il
bersaglio principale della rivoluzione d’Ottobre, che non a caso chiama gli
‘schiavi delle colonie’ a spezzare le loro catene.
La consueta teoria del totalitarismo concentra l’attenzione esclusivamente
sui metodi simili attribuiti ai due antagonisti, facendoli per di più
discendere in modo univoco da una presunta affinità ideologica, senza alcun
riferimento alla situazione oggettiva e al contesto geopolitico.
Domenico Losurdo
(da «Per una critica della categoria di totalitarismo», rivista "Hermeneutica",
2002 paragrafo 7) ELOGIO
DELL'ANTIAMERICANISMO 1.
Mito e realtà dell'antiamericanismo di sinistra 5.
Antisemitismo e antiamericanismo? Spengler e Ford
http://www.kattoliko.it/leggendanera/bioetica/razza_pura.htm
di Maurizio Blondet
Sull'eugenetica negli Stati Uniti,
capitolo spesso dimenticato
e non del tutto concluso
(e se il progetto Genoma?...).
Soluzione Finale Americana: il Pioneer Fund
Questa volta a proposito di eugenetica. Raccapricciante. Evviva gli uomini
bianchi e intelligenti L'eugenetica negli Stati Uniti ha sostenitori fedeli
e rispettabili. Specialmente a destra. Hywel Probert rivela paralleli
sorprendenti tra Bush e Hitler. Hywel Probert "Sarebbe meglio per tutto il
mondo se, invece di aspettare che la prole dei degenerati sia giustiziata
per i suoi crimini, o che muoia di fame per la sua imbecillita', la societa'
evitasse a coloro che sono manifestatamente malati di perpetuare la
specie... Tre generazioni di imbecilli bastano." Nel commento finale del
giudice Holmes non c'erano parole di conforto per Carrie Buck, la ragazza
madre di vent'anni miserevolmente seduta davanti alla Corte Suprema degli
Stati Uniti. Tre anni prima, le autorita' delle Colonia della Virginia erano
arrivate alla conclusione che Carrie e sua madre, a quel tempo ricoverata in
un maniconio, avevano in comune tratti ereditari di "debolezza mentale e
promiscuita' sessuale". In quanto tale, Carrie si adattava perfettamente
alla descrizione legale: "probabile genitrice di progenie socialmente
inadeguata". I fatti la raccontavano diversamente: Carrie Buck era stata
violentata da un amico della famiglia che la aveva ricevuta in affidamento,
e Vivian, la figlia illeggitima, risultato di quella violenza, figurava
nell'elenco degli studenti piu' meritevoli della sua scuola elementare.
Queste cose non avrebbero contato: la corte piu' alta della nazione e la
Colonia della Virginia erano della stessa opinione, Carrie Buck andava
sterilizzata con la forza. Questa non e' la descrizione del processo a una
strega di Salem, e' l'America degli anni venti. L'agitazione industriale, la
depressione economica e la sovrapopolazione negli Stati Uniti del primo
novecento avevano acceso il risentimento nei confronti di chiunque fosse
stato percepito come un ostacolo al progresso sociale. Il progressismo in
voga quei tempi mirava a risolvere scientificamente i problemi sociali;
alcuni scienziati suggerirono che l'andamento generale sarebbe migliorato se
si fossero soppresse le nascite di coloro che in futuro avrebbero gravato
sullo stato. Nel 1907, la prima legge nel mondo che permetteva la
sterilizzazione forzata fu varata in Indiana. Tra il 1907 e il 1924, furono
forzatamente sterilizzate circa tremila persone nella convinzione paranoica
che le nazioni dell'Europa orientale e meridionale mandassero di proposito
negli Stati Uniti gli individui predisposti geneticamente alle malattie
mentali, alla condotta criminale e alla dipendenza sociale. E comincio' un
capitolo della storia americana che la maggioranza vorrebbe dimenticare. Il
termine eugenetica fu coniato nel 1883 da Francis Galton, nipote di Charles
Darwin, il quale sentiva l'obbligo morale di incoraggiare coloro che erano
forti e sani a fare tanti figli con il fine di migliorare l'umanita' - oggi
definita con disinvoltura eugenica "positiva". La specie piu' sinistra e
virulenta della filosofia, l'eugenetica "negativa", fini' per trovare la
piu' calda accoglienza dall'altra parte dell'Atlantico. Per tanti anni, il
cuore del movimento eugenetico americano fu l'Eugenetics Record Office,
allestito nel 1910 a Cold Spring Harbour (lo stesso centro che oggi ospita
l'Human Genome Project, la ricerca sul genoma) su sovvenzione di Mary
Harriman. Charles Davenport, il fondatore, la descrisse come "la principale
benefattrice dell'ERO". Mary era la moglie di Edward, il magnate delle
ferrovie, e la madre di Averell, l'industrialista che nel 1921 decise di
ripristinare il corridoio di navigazione tedesco Hamburg-Amerika Line, la
piu' grandea linea di navigazione negli anni che precedettero la seconda
guerra mondiale. Nel 1926 Averell Harriman accolse nella sua ditta di Wall
Street (W A Harriman & Co) un socio dal cognome famoso - Prescott Bush,
padre di un presidente e nonno di un altro. La societa' culmino' in
ricchezza smodata e ignominia temporanea per entrambi. Nel 1942, in piena
guerra, il New York Herald Tribune riporto' che la Union Banking Corporation
della quale Prescott Bush era il direttore e Roland Harriman il maggiore
azionista (con il 99% delle azioni), aveva il controllo di una discreta
somma di denaro su commissione del consulente finanziario di Hitler.
L'intero capitale della Union Banking Corporation fu confiscato su
esecuzione del Trading with the Enemy Act (la legge che proibisce il
commercio tra due nazioni nemiche). Con tutta probabilita' l'americano che
dopo il 1933 ha maggiormente influenzato l'eugenetica tedesca e' stato Harry
Laughlin, con il suo Modello di Legge per la Sterilizzazione Eugenetica
(Model Eugenic Sterilisation Law) del 1922, che condusse alla
sterilizzazione di 20,000 americani. La legge di Laughlin fu il modello
dello statuto secondo il quale la Germania nazista sterilizzo' legalmente
oltre 350,000 "indesiderabili". L'influenza di Laughlin sull'eugenetica
americana si e' spinta oltre. Nel 1937 divenne il primo presidente del
Pioneer Fund, un'organizzazione che ancora oggi provvede i fondi per la
ricerca, ideologicamente motivata, della relazione tra intellingenza e
razza, al fine di "migliorare le razze". Le descrizioni di verita', logica e
responsibilita' quali parti integranti "dell'ordine biologico" continua ad
essere la filosofia del Pioneer Fund. L'anello che che collega gli
eugenetisti del Pioneer Fund ai protagonisti della destra americana e'
sempre molto saldo. A William H Draper III, il co-presidente incaricato
della raccolta dei fondi per la campagna elettorale di George Bush nel 1980,
fu conferito l'incarico di presidente dell'Export-Import Bank of the United
States nei governi di Reagan e di Bush. Il padre, che era stato il direttore
della societa' tedesca di prestiti per fondi d'investimento, la German
Credit and Investment Corporation, era un consanguineo di Wickliffe Draper,
il fondatore del Pioneer Fund. Questa associazione tra l'eugenetica e la
destra americana e' stata estesa alla destra cristiana. Nel 1972 Jesse Helms
divenne senatore della Carolina del Nord grazie all'aiuto di un suo
collaboratore, Thomas Ellis. Helms divenne in seguito il portavoce del
fondamentalismo cristiano in America, e ad Ellis fu affidata la direzione
del Pioneer Fund dal 1973 al 1977. Questa coppia apparentemente insolita nel
1976 venne in contatto con un ambizioso attore che si era dedicato alla
politica, Ronald Reagan, che affido' ad Ellis la presidenza della sua
campagna per ottenere la candidatura del partito repubblicano della Carolina
del Nord. Nel 1983 Reagan offri' ad Ellis un posto nel suo governo ma Ellis
fu costretto a rifiutare l'offerta quando i media rivelarono il suo passato
alla Pioneer Fund. Purtroppo successe dopo la creazione dell'infausta
campagna pubblicitaria contro l'affirmative action (la legge che garantisce
a tutti la stessa opportunita' d'impiego). Nella pubblicita' le mani di un
bianco appallottolavano una lettera di rifiuto in risposta a una richiesta
d'impiego, mentre la voce di un narratore denunciava l'affirmative action
come la causa del mancato impiego dell'uomo bianco. Ellis continua a
mantenere la sua posizione che una razza puo' essere geneticamente superiore
a un'altra e lamenta il fatto che "si frigna troppo sull'argomento, per cui
non si puo' avere una discussione legittima e intelligente a riguardo".
Nell'ultimo ventennio lo scettro della determinazione genetica e' stato
sempre passato a persone degne del proprio predecessore, primo fra tutti
Charles Murray, scienziato e accademico. Il suo best-seller La Curva di Bell
(The Bell Curve) asserisce l'inferiorita' intellettuale dei neri americani,
e sostiene che la disuguaglianza economica e' semplicimente una
ratificazione della giustizia genetica. Murray fa ripetuti riferimenti alle
teorie di J Philippe Rushton, un accademico canadese (Ontario) che ha
ricevuto oltre 700.000 dollari dal Pioneer Fund. Rushton e' convinto che
l'eugenetica potrebbe rallentare il pericolo che la fertilita' nera
rappresenta per la civilizzazione dell'Europa settentionale. Murray si
avvale anche delle teorie di William Shockley, il tristemente famoso
ex-professore dell'Universita' di Stanford che negli anni 70 propose il
"progetto gratifica", secondo il quale tutti neri con un QI inferiore alla
norma che ricevevano sovvenzioni dal governo avrebbero ricevuto un premio se
si fossero lasciati sterilizzare. Il pensiero di Murray e' politicamente
importante perche' e' condiviso da persone che sono molto vicine a George W.
Bush. Dick Cheney e Elaine Chao, rispettivamente vice presidente e ministro
del lavoro, hanno entrambi legami con le associazioni che accondiscendono
Murray, anche se nel governo di Bush, il sostenitore piu' forte e importante
della filosofia eugenetica di Murray, e' Tommy Thompson, il ministro della
sanita'. Thompson fu eletto governatore del Wisconsin nel 1986, e nel 1995
applico' lo schema W-2 (Wisconsin Works), una riforma che alterava
radicalmente il programma di assistenza sociale. Charles Murrey fu il
consulente dello schema nel quale il 92% degli assistiti sociali persero le
sovvenzioni. Le casse dello stato si arricchirono, ma il costo umano di
questa operazione fu immenso: a Milwaukee (la citta' piu' grande del
Wisconsin, con una popolazione di 600,000) la mortalita' infantile subi' un
incremento totale del 17.6% - nella comunita' afroamericana aumento' del
37%. Dalle dichiarazioni di Frederick Osborne si estrae l'implicazione che
gli eugenetisti stanno prendendo in considerazione alternative di
sterilizzazione meno evidenti della stessa sterilizzazione. Osborn, un
ex-presidente della Societa' Eugenetica Americana (American Eugenics
Society) e direttore del Pioneer Fund, e' uno dei co-fondatori del Consiglio
Demografico (Population Council), una potente organizzazione mondiale che
nella sua ultima incarnazione studia la salute pubblica e porta avanti la
ricerca biomedica. In uno scambio di corrispondenza con John D. Rockefeller,
l'altro co-fondatore, Osborn scrive, "Gli anticoncezionali e l'aborto stanno
avendo un esito positivo nell'eugenetica, ma se fossero stati promossi for
ragioni eugenetiche ... [quelle ragioni] ne avrebbero ritardato o fermato il
consenso". Forse e' ancora piu' sorprendente la filosofia eugenetica
sostenuta dall'icona femminista Margaret Sanger, ispirazione delle Famiglie
Pianificate (Planned Parenthood). Sanger nel suo autorevole testo Il Perno
della Civilizzazione (Pivot of Civilization) chiedeva la sterilizzazione di
"tutte le razze geneticamente inferiori". L'Istituto Sanger, che non ha mai
preso le distanze dalla filosofia di Margaret Sanger, e' oggi il centro
della ricerca sul genoma (Human Genome Project). La filosofia
dell'eugenetica e' diventata un sinonimo di Terzo Reich, eppure c'e' tanta
evidenza che mostra quanto in America sia ancora oggi accettata - e
purtroppo finanziata - dagli individui e dalle organizzazioni piu'
influenti, inclusa la famiglia che ha prodotto due presidenti.
Purtroppo non riesco a ricostruirne la fonte. In ogni caso, in questo post
su Indymedia: http://italy.indymedia.org/news/2003/06/313663.php, vi è una
raccolta di dati, articoli e link sui legami tra Stati Uniti e nazismo
(Prescott Bush, l'operazione paperclip ecc. ecc.), alcuni riportano notizie
molto conosciute, altri meno (interessante la storia dell'impero finanziario
di questo fantomatico Thyssen).
Emiliano Panizon
___________________
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EUGENETICA
«Una domanda s'impone: perchè per definire il regime nazista il ricorso
alla dittatura del partito unico dovrebbe essere più caratterizzante che non
l'ideologia e la pratica razziale ed eugenetica?» (da «Per una critica della
categoria di totalitarismo», rivista "Hermeneutica", 2002 paragrafo 7)
Sarebbe assai povera una definizione del Terzo Reich che si limitasse a
mettere in evidenza il suo carattere totalitario, rinviando in particolare
al fenomeno della dittatura del partito unico. In quanto leaders di una
dittatura a partito unico, non c'è difficoltà ad accostare Hitler a Stalin,
Mao, Deng, Ho Chi Minh, Nasser, Ataturk, Tito, Franco ecc., ma questo
esercizio scolastico è ben al di qua di una concreta analisi storica. Se
anche dai 'totalitari' Stalin e Hitler ci si preoccupa di distinguere l''
autoritario' Mussolini, il cui potere è limitato dalla presenza del Vaticano
e della Chiesa, non si è fatta molta strada. In questo caso, più che ad un
percorso reale, assistiamo ad uno slittamento: dall'ideologia si è passati
inavvertitamente ad un ambito del tutto diverso, a realtà e dati di fatto
indipendenti e preesistenti rispetto alle scelte ideologiche e politiche del
fascismo.
Per quanto riguarda il Terzo Reich, è ben difficile dire qualcosa di
determinato e concreto su di esso senza far riferimento ai suoi programmi
razziali ed eugenetici. Ed essi ci conducono in una direzione ben diversa
rispetto a quella suggerita dalla categoria di totalitarismo.
Subito dopo la conquista del potere, Hitler si preoccupa di distinguere
nettamente, anche sul piano giuridico, la posizione degli ariani rispetto a
quella degli ebrei nonchè dei pochi mulatti viventi in Germania (a
conclusione della prima guerra mondiale, truppe di colore al seguito dell'
esercito francese avevano partecipato all'occupazione del paese). E cioè,
elemento centrale del programma nazista è la costruzione di uno Stato
razziale. Ebbene, quali erano in quel momento i possibili modelli di Stato
razziale? Più ancora che al Sud-Africa, il pensiero corre in primo luogo al
Sud degli USA. E, d'altro canto, in modo esplicito, ancora nel 1937,
Rosenberg si richiama certo al Sud-Africa: è bene che permanga saldamente
'in mano nordica' e bianca (grazie a opportune 'leggi' a carico, oltre che
degli 'indiani', anche di 'neri, mulatti e ebrei'), e che costituisca un
'solido bastione' contro il pericolo rappresentato dal 'risveglio nero'. Ma
il punto di riferimento principale è costituito dagli Stati Uniti, questo
'splendido paese del futuro' che ha avuto il merito di formulare la felice
'nuova idea di uno Stato razziale', idea che adesso si tratta di mettere in
pratica, 'con forza giovanile', mediante espulsione e deportazione di 'negri
e gialli'. Basta dare uno sguardo alla legislazione di Norimberga per
rendersi conto delle analogie con la situazione in atto al di là dell'
Atlantico: ovviamente, in Germania sono in primo luogo i tedeschi di origine
ebraica ad occupare il posto degli afro-americani. 'La questione negra' -
scrive Rosenberg nel 1937 - 'è negli Usa al vertice di tutte le questioni
decisive'; e una volta che l'assurdo principio dell'uguaglianza sia stato
cancellato per i neri, non si vede perchè non si debbano trarre 'le
necessarie conseguenze anche per i gialli e gli ebrei'. Persino per quanto
riguarda il progetto a lui assai caro di costruzione di un impero
continentale tedesco, Hitler ha ben presente il modello degli Usa, di cui
celebra 'l'inaudita forza interiore'': la Germania è chiamata a seguire
questo esempio, espandendosi in Europa orientale come in una sorta di Far
West e trattando gli 'indigeni' alla stregua dei pellerossa.
Alle medesime conclusioni giungiamo se rivolgiamo lo sguardo all'eugenetica.
E' ormai noto il debito che il Terzo Reich contrae nei confronti degli Usa,
dove la nuova 'scienza', inventata nella seconda metà dell'Ottocento da
Francis Galton (un cugino di Darwin), conosce una grande fortuna. Ben prima
dell'avvento di Hitler al potere, alla vigilia dello scoppio della prima
guerra mondiale, vede la luce a Monaco un libro che, già nel titolo, addita
gli Stati Uniti come modello di 'igiene razziale'. L'autore, vice-console
dell'Impero austro-ungarico a Chicago, celebra gli Usa per la 'lucidità' e
la 'pura ragion pratica' di cui danno prova nell'affrontare, e con la dovuta
energia, un problema così importante eppur così frequentemente rimosso:
violare le leggi che vietano i rapporti sessuali e matrimoniali misti può
comportare anche 10 anni di reclusione e, ad essere condannabili, oltre ai
protagonisti, sono anche i loro complici. Ancora dopo la conquista del
potere da parte del nazismo, gli ideologi e 'scienziati' della razza
continuano a ribadire: 'Anche la Germania ha molto da imparare dalle misure
dei nord-americani: essi sanno il fatto loro'. E' da aggiungere che non
siamo in presenza di un rapporto a senso unico. Dopo l'avvento di Hitler al
potere, sono i seguaci più radicali del movimento eugenetico americano a
guardare come ad un modello al Terzo Reich, dove non poche volte si recano
in viaggi di studio e di pellegrinaggio ideologico.
Una domanda s'impone: perchè per definire il regime nazista il ricorso alla
dittatura del partito unico dovrebbe essere più caratterizzante che non l'
ideologia e la pratica razziale ed eugenetica? E' proprio da questo ambito
che derivano le categorie centrali e i termini-chiave del discorso nazista.
L'abbiamo visto per Rassenygiene, che è in fondo la traduzione tedesca di
eugenics, la nuova scienza inventata in Inghilterra e giunta al trionfo al
di là dell'Atlantico. Ma ci sono esempi ancora più clamorosi. Rosenberg
esprime la sua ammirazione per l'autore americano Lothrop Stoddard, cui
spetta il merito di aver per primo coniato il termine Untermensch, che già
nel 1925 campeggia come sottotitolo della traduzione tedesca di un libro
apparso a New York tre anni prima. Per quanto riguarda il significato del
termine da lui coniato, Stoddard chiarisce che esso sta ad indicare la massa
di 'selvaggi e semiselvaggi', esterni o interni alla metropoli capitalista,
comunque 'incapaci di civiltà e suoi nemici incorreggibili', coi quali
bisogna procedere ad una resa dei conti. Negli Usa come in tutto il mondo, è
necessario difendere la 'supremazia bianca' contro 'la marea montante dei
popoli di colore': ad aizzarli è il bolscevismo, 'il rinnegato, il traditore
all'interno del nostro campo' che, con la sua insidiosa propaganda, oltre
che le colonie, raggiunge 'le stesse regioni nere degli Stati Uniti'.
Ben si comprende la straordinaria fortuna di queste tesi. Elogiato, prima
ancora che da Rosenberg, già da due presidenti statunitensi (Harding e
Hoover), l'autore americano è successivamente ricevuto con tutti gli onori a
Berlino, dove incontra non solo gli esponenti più illustri dell'eugenetica
nazista, ma anche i più alti gerarchi del regime compreso Adolf Hitler,
ormai lanciato nella sua campagna di decimazione e assoggettamento degli
Untermenschen.
Ancora su un altro termine conviene concentrare l'attenzione. Abbiamo visto
Hitler guardare come ad un modello all'espansione bianca nel Far West.
Subito dopo averla invasa, Hitler procede allo smembramento della Polonia:
una parte è direttamente incorporata nel Grande Reich (e da essa vengono
espulsi i polacchi); il resto costituisce il 'Governatorato generale' nell'
ambito del quale - dichiara il governatore generale Hans Frank - i polacchi
vivono come in 'una sorta di riserva' (sono 'sottoposti alla giurisdizione
tedesca' senza essere 'cittadini tedeschi'). Il modello americano è qui
seguito persino in modo scolastico. Almeno nella sua fase iniziale, il Terzo
Reich si propone di istituire anche uno Judenreservat, una 'riserva per gli
ebrei', a somiglianza ancora una volta di quelle che avevano rinserrato i
pellerossa. Persino per quanto riguarda l'espressione 'soluzione finale', la
vediamo emergere prima ancora che in Germania già negli Usa, e sia pur
riferita alla 'questione negra' piuttosto che alla 'questione ebraica'.
Come non è stupefacente che il 'totalitarismo' abbia trovato la sua
espressione più concentrata nei paesi al centro della Seconda guerra dei
Trent'Anni, così non è stupefacente che il tentativo nazista di costruire
uno Stato razziale abbia desunto motivi di ispirazione, categorie e
termini-chiave dall'esperienza storica più ricca che, a tale proposito,
aveva dinanzi a sè, quella accumulata dai bianchi americani nel loro
rapporto coi pellerossa e i neri.
Ovviamente, non devono essere perse di vista tutte le altre differenze, in
tema di governo della legge, di limitazione del potere statale (per quanto
riguarda la comunità bianca), ecc. Resta il fatto che il Terzo Reich si
presenta come il tentativo, portato avanti nelle condizioni della guerra
totale e della guerra civile internazionale, di realizzare un regime di
white supremacy su scala planetaria e sotto egemonia tedesca, facendo
ricorso a misure eugenetiche, politico-sociali e militari.
A costituire il cuore del nazismo è l'idea di Herrenvolk, che rinvia alla
teoria e alla pratica razziale del sud degli Stati Uniti e, più in generale,
alla tradizione coloniale dell'Occidente; e questa idea è il bersaglio
principale della rivoluzione d'Ottobre, che non a caso chiama gli 'schiavi
delle colonie' a spezzare le loro catene.
La consueta teoria del totalitarismo concentra l'attenzione esclusivamente
sui metodi simili attribuiti ai due antagonisti, facendoli per di più
discendere in modo univoco da una presunta affinità ideologica, senza alcun
riferimento alla situazione oggettiva e al contesto geopolitico.
Domenico Losurdo
Jon Beckwith
American Cancer Society Research Professor
Department of Microbiology and Molecular Genetics
Harvard Medical School
200 Longwood Avenue
Boston, MA 02115
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Nel corso del XX secolo, la scienza e la tecnologia hanno progressivamentre
dominato molti aspetti della nostra vita e hanno condizionato il corso stesso
della storia. Uno fra gli argomenti di discussione all’interno della comunità
scientifica ripetutamente sollevato è la responsabilità che gli scienziati
devono assumersi per le ricadute sociali del loro lavoro, e per assicurarsi che
questo non finisca per danneggiare altre persone. In alcune circostanze, gruppi
di scienziati, allarmati dalle conseguenze del progresso scientifico, si sono
sentiti in dovere di intervenire con azioni politiche per contrastare i
potenziali effetti negativi del loro lavoro.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, e dopo le disastrose conseguenze della bomba
atomica, i fisici sono stati, fra gli scienziati, il gruppo politicamente più
impegnato. I fisici statunitensi si sono sentiti in dovere di riconoscere le
conseguenze del loro lavoro nello sviluppo delle armi nucleari. Negli anni
successivi alla bomba atomica sul Giappone, il terrore delle armi nucleari,
anche per la tensione generata dalla Guerra Fredda, era rimasto costantemente
vivo e i fisici - almeno quelli che avevano una coscienza sociale – ne
sentivano il peso. Negli anni ‘50 e ‘60, si associarono nel Congresso degli
Stati Uniti per avere un maggiore controllo sulle armi nucleari, e per chiedere
pubblicamente un maggiore sostegno politico. Fondarono la diffusissima rivista
“Bulletin of Atomic Scientists” in cui sostenevano la pace, la cessazione
dei test nucleari e la riduzione delle armi atomiche. [1]. Furono determinnti
nella formazione del gruppo Pugwash che organizzava incontri fra gli scienziati
sovietici e statunitensi con lo scopo di ridurre le tensioni politiche.
La storia della genetica, che è poi il mio campo specifico, ha anch’essa la
sua “bomba atomica”, ed è il movimento eugenetico, nella prima metà del XX°
secolo. Tuttavia, a differenza dei fisici, pochi genetisti, fino a poco tempo
fa, erano a conoscenza dell’esistenza stessa del movimento, presente negli
Stati Uniti, in Canada e in Europa agli inizi del XX° secolo. Pochi
riconoscevano il ruolo significativo dei genetisti nel movimento. [2]. A
differenza dei fisici, che sentivano il peso del loro passato, i genetisti non
avevano una memoria storica: i genetisti erano essenzialmente ignoranti rispetto
alla loro storia “atomica” .
Gli eugenisti credevano che i tratti sociali e le attitudini nell’uomo erano
ereditari. Negli Stati Uniti, il movimento sosteneva che la qualità dei geni
della popolazione nel paese si stava deteriorando, e chiedevano interventi
politici per incrementare il numero di individui dotati di “geni buoni” e
ridurre il numero di individui dotati di “geni difettosi”. La riscoperta
della legge di ereditarietà di Mendel agli inizi del XX° secolo aveva aperto
la strada alla genetica che oggi conosciamo. Tuttavia, queste stesse basi
scientifiche che indicavano le leggi di ereditarietà negli organismi viventi
incluso gli esseri umani divennero presto un potente sostegno per il movimento
eugenetico che leutilizzò per affermare l’inferiorità di alcuni gruppi
etnici e classi sociali.
Molti genetisti affermati credevano nell’eugenetica ed ebbero un ruolo attivo
nel movimento statunitense. Nella fase iniziale di questo movimento, intorno al
1906 e 1915, la maggior parte dei genetisti di punta si lasciò sedurre dal
movimento e lo sostenne anche nella divulgazione, come fecero, per esempio,
tutti i membri del primo comitato editoriale della principale rivista
scientifica “Genetics”. I libri di testo di genetica, scritti da eminenti
genetisti, includevano interi capitoli sull’ eugenetica e furono anche avviati
corsi accademici in quasi tutte le università americane interamente dedicati
all’eugenetica. In altri termini, l’eugenetica divenne una disciplina
scientifica a tutti gli effetti. [2].
Gli scienziati cominciarono a scrivere sull’eugenetica anche in riviste di
larga diffusione. Una delle più diffuse riviste dell’epoca, “Popular
Science”, negli anni ’10 includeva molti di questi articoli [3]. Per
esempio, in un rapporto sulle “psicopatologie degli ebrei” , un certo Dottor
Wilson affermava che gli ebrei sono fra le razze più promiscue e predisposte
alle psicopatologie e li collocava, fra quelli testati, al secondo posto nella
lista degli immigrati per “inferiorità mentale”. David S. Jordan, biologo e
presidente dell’Università di Standford, nel suo articolo “gli effetti
biologici delle migrazioni razziali” parla delle “razze inferiori”, che
dall’Europa e dall’Asia sono emigrate negli Stati Uniti provocando un
deterioramento della razza. Un certo dott. Jordan, dall’Università della
Virginia conclude che le tipiche caratteristiche della razza nera, come il
temperamento gioviale e la fervida immaginazione, sono dovute a singoli geni.
Queste affermazioni provenivano da scienziati accreditati come Charles Davenport,
un autorevole genetista dell’Università di Harvard, che ha saputo dare un
enorme contributo alla scienza dimostrando che la malattia di Huntington viene
ereditata geneticamente. Davenport, uno dei leader del movimento eugenetico,
sosteneva però che fenomeni sociali come la criminalità, povertà,
intelligenza, e perfino la tendenza di alcuni uomini ad evadere e diventare
marinai, poteva essere attribuita a singoli geni. Le sue conclusioni si basavano
su semplici studi di gruppi familiari o test di valutazione del quoziente
intellettivo. Dichiarava inoltre, ma con ancor minore evidenza scientifica, che
gli accoppiamenti fra razze diverse producevano individui “inferiori”.
Il movimento, che si fondava su un’apparente base scientifica, fniì per
condizionare fortemente la politica sociale degli Stati Uniti. In molti Stati
entrarono in vigore leggi che permettevano la sterilizzazione di criminali, di
persone inferiori per intelligenza o con altre caratteristiche [4]. Queste leggi
si basavano sulle convinzioni degli eugenisti e portarono alla sterilizzazione
di decine di migliaia di persone. Altre leggi proibivano addirittura i matrimoni
tra individui di razze diverse, sempre per le teorie di inferiorità di alcune
razze “ibride”. L’atto del 1924, sul controllo dell’immigrazione,
ridusse notevolmente la presenza di persone provenienti dall’Europa
meridionale e orientale come Italia, Spagna, Grecia e da altre culture
considerate inferiori. Gli eugenisti ebbero un ruolo determinante per queste
leggi, da cui trassero ancora più forza.
Con l’avanzare degli studi sulla genetica, molti genetisti cominciarono a
distaccarsi dal movimento. Gli studi, sempre più sofisticati, dimostravano
quanto fosse più complessa la materia. Purtroppo, il mancato supporto dei
genetisti arrivò troppo tardi, le leggi erano già passate. Ciononostante,
coloro che avevano preso le distanze dal movimento, raramente o troppo tardi
contrastarono pubblicamente le iniziative politiche degli eugenisti.
Thomas Hunt Morgan, uno dei più autorevoli genetisti dell’epoca, criticò il
movimento, ma lo fece solo in privato. Spiegò la sua riluttanza a contrastare
pubblicamente il movimento in una lettera del 1915: “se loro (gli eugenisti)
vogliono percorrere questa strada è un problema loro, ma penso che per alcuni
di noi sarebbe meglio mantenere livelli più alti invece di lasciarsi sedurre
dai riflettori dello show, ma non voglio alzare polveroni su questo”. Dunque,
ecco i genetisti dell’epoca, che senza rendersi conto del peso delle loro
azioni, anche con il semplice silenzio, contribuivano allo sviluppo del
movimento eugenetico. [3].
Dopo l’atto del 1924 il movimento negli Stati Uniti cominciò a pian piano a
svanire, ma il suo impatto si era fatto orami sentire altrove. Nel 1923 Adolf
Hitler tentò il suo famoso “Putsch”. Per sfuggire all’arresto si rifugiò
a casa del suo amico editore Julius Lehmann. Hitler fu poi scoperto e arrestato
un anno dopo e Lehmann gli inviò una copia di un libro pubblicato dalla sua
casa editrice. In prigione Hitler lesse alcuni passi del libro come: “la frode
e l’uso del turpiloquio è comune fra gli ebrei” ;“i negri in generale non
sono inclini a lavorare sodo”; “i russi eccellono nella resistenza e nella
sofferenza fisica”; “ per doti mentali la razza nordica rappresenta la
massima espressione dell’umanità”. Gli autori del libro dichiaravano anche
che “quello che gli storici considerano come il segnale del declino di una
nazione è l’inversione al negativo della qualità razziale della sua
popolazione”. Rileggendo questi passi oggi si può pensare alla voce isolata
di un autore razzista, invece rispecchiavano le teorie dell’epoca, basate
sulle conoscenze acquisite dalla genetica. Questo libro era un diffusissimo
libro di testo di genetica umana dell’epoca. Gli autori sono due genetisti
tedeschi di fama internazionale Erwin Bauer e Fritz Lenz ed il famoso
antropologo tedesco Eugen Fisher. Fisher, dopo una illustre carriera come
antropologo, era stato nominato Rettore dell’Università di Berlino. Questo
testo usava la genetica per dare un valore scientifico alla descrizione dei
tratti della personalità di alcune razze e gruppi etnici. Un genetista tedesco
contemporaneo, Benno Muller-Hill, che ha denunciato il ruolo dei genetisti
tedeschi nell’era nazista, commenta che interi passaggi del “Mein Kampf”
di Hitler che trattano di genetica ed eugenetica, sono chiaramente stati
influenzati da questo testo. [5].
Ciò che dovrebbe far riflettere in particolare i genetisti statunitensi è che
il testo si basava molto poco sulle ricerche scientifiche in Germania. La fonte
principale dei dati e delle conclusioni proveniva dagli Stati Uniti, da coloro
che sostenevano gli eugenisti. Le stesse leggi che cominciarono a passare in
Germania venivano presentate ufficialmente come basate sull’esperienza degli
Stai Uniti. Il primo programma di sterilizzazione eugenetica in Germania fu
modulato sull’esempio della legge sulla sterilizzazione del 1907 dello stato
dell’Indiana.
Fra i testi che hanno descritto il ruolo dei genetisti tedeschi e dei medici
nelle politiche eugenetiche della Germania nazista, quello del genetista Benno
Muller-Hill è il più significativo. Nel 1988 Benno Muller-Hill pubblica il
libro “Murderous Science” che per la prima volta mostra alla società
tedesca l’enorme responsabilità degli scienziati e dei medici nell’aver
sostenuto la programmazione gli interventi di sterilizzazione e lo sterminio di
milioni di persone. [6]. La pubblicazione di questo libro è stato un atto
coraggioso. Molti degli scienziati di quell’epoca erano ancora vivi ed avevano
un ruolo prestigioso nelle università tedesche. L’autore del libro divenne
“persona non gradita” nella comunità scientifica in Germania. Ia recensione
del libro negli altri paesi non fu neanche presa in considerazione dalla stampa
tedesca. Soltanto nel 1999 la comunità scientifica tedesca ha cominciato a
rivedere il proprio ruolo prima e durante l’era nazista. [7].
Secondo il mio parere dobbiamo cogliere dalla storia una importante lezione e
cioè che lo scienziato ha il dovere di intervenire su questioni di tale
portata. Se soltanto la comunità scientifica avesse espresso il proprio
disdegno per l’uso che veniva fatto della genetica, non ci sarebbe stato tanto
orrore. Ma questo, ovviamente, nessuno lo può sapere.
Dopo l’uso che era stato fatto della genetica dagli scienziati tedeschi e dal
Governo nazista, alcuni genetisti britannici e statunitensi cominciarono a fare
sentire la loro voce più apertamente. Nel 1939, al VII congresso internazionale
di genetica, i partecipanti stilarono un manifesto in cui si dichiararono
contrari al movimento eugenetico. Tra i fautori c’erano molti accreditati
genetisti. Purtroppo il loro intervento arrivò isolato e troppo tardi. Soltanto
la repulsione, dopo la seconda guerra mondiale, nei confronti della politica
nazista, riuscì a discreditare il movimento eugenetico. In particolare, il
concetto di ereditarietà dei comportamenti sociali e della personalità, venne
completamente rinnegato, affermando, esagerando forse nel senso opposto, che
l’ambiente è l’unico elemento determinante per questi fattori. Alcune di
queste posizioni sono riconoscibili nel documento dell’Unesco del 1950, che
vede come autori alcuni degli scienziati protagonisti del manifesto del 1939.
[3].
Prima di allora, i genetisti negli Stati Uniti si erano comportati come se
questa storia non apparteneva a loro e alla loro cultura, l’ avevano
essenzialmente cancellata dalla loro memoria. Poi, la guerra del Vietnam, il
movimento per i diritti civili, le rivendicazioni sociali più o meno sentite in
tutto il mondo, finirono per scuotere la comunità scientifica statunitense. I
fisici, ancora una volta i primi a dare il loro contributo, cominciarono ad
assumere posizioni sempre più critiche sull’impiego di determinate armi
tecnologiche, ottenute grazie al contributo della stessa fisica, e utilizzate
nella guerra in Vietnam. A loro si unirono i biologi, finché, anche altri
scienziati, provenienti da ogni settore, cominciarono ad avere un ruolo sempre
più attivo che ha portato poi alla fondazione del movimento “Science for the
People” nel 1969.
Come biologi siamo stati coinvolti in molte controversie di natura genetica. Una
sulle quali ancora ci confrontiamo riguarda gli studi sulla genetica
comportamentale umana. Negli anni ’60 e ‘70 alcuni studi riportavano
evidenze di correlazioni genetiche sull’intelligneza e sui comportamenti
criminali. Un articolo dello psicologo Arthur Jensen dell’Università della
California, sosteneva che “La razza nera è geneticamente inferiore alla razza
bianca”. [8].Altri scienziati dichiaravano erroneamente che gli uomini dotati
di un cromosoma Y extra (il maschio XYY) avevano la predisposizione a commettere
atti criminali [3]. Storia più recente è la diffusione delle teorie della
neosociobiologia che vede i comportamenti di un individuo fortemente determinati
dall’ eredità genetica personale. [9]. Questi nuovi scienziati hanno anche
proposto di utilizzare la socibiologia per indirizzare le politiche sociali. Le
loro affermazioni, che hanno ricevuto ampia diffusione, ricordano il periodo
eugenetico. Ciononostante, questo ritorno del pensiero determinista della
biologia, non ha incontrato la dura critica dei genetisti. In parte questo
mancato intervento trova la sua ragione nella assenza di una memoria sociale fra
i genetisti della storia del movimento eugenetico. Molti genetisti fra quelli
impegnati nella organizzazzione “Science for the People”, si sono dati da
fare per esporre la misrappresentazione della loro scienza.
Nel 1973, con l’avvento delle tecniche di clonazione, un gruppo di autorevoli
genetisti per la prima volta si è riunito con lo scopo di garantire la
sicurezza: ha chiesto una moratoria sulla ricerca per la clonazione e poi ha
stabilito le linee guida su come bisogna orientare la ricerca e prevenire
possibili conseguenze negative per la salute dell’uomo. [10,11]. Questo
impegno da parte di eminenti genetisti è probabilmente una conseguenza diretta
del precedente periodo di attivismo da parte di un piccolo gruppo di giovani
scienziati. Eminenti scienziati come Paul Berg e James Watson sono stati
chiamati in causa dalla nuova generazione di colleghi e invitati personalmente a
considerare i possibili pericoli derivanti dalle loro ricerche. Bisogna
riconoscere che hanno subito risposto con un serio impegno in questo senso.
Difficile dire se
"nonostante" le sue idee, o piuttosto grazie ad esse, Julian Huxley
sia stato elevato alla carica di direttore generale dell'Unesco, che ricoprí
dal 1946 al 1948. Fatto sta che proprio nel 1948 l'Unesco e l'Organizzazione
Mondiale della Sanità (Oms) diedero il loro patronato ad un eccezionale
International Congress on Mental Health, che si tenne presso il Ministero della
Sanità britannico. Il congresso diede vita alla Federazione Mondiale della
Salute Mentale (World Federation for Mental Health); ma, come scrisse la
coordinatrice della delegazione statunitense Nina Ridenour, "la World
Federation for Mental Health è stata creata su raccomandazione dell'Oms e dell'Unesco,
perché questi organi delle Nazioni Unite abbisognavano di un'organizzazione
nongovernativa con cui cooperare"( "Poiché gode dello status
consultivo presso le Nazioni Unite e diverse delle sue agenzie specializzate, la
World Federation for mental Health è in grado di influire su alcune decisioni
dell'Onu e su alcuni suoi programmi": Nina Ridenour, Mental Health in the
U.S.A Fifty Years History, citata
da Anton Chaitkin, British Psychiatry... EIR, 7 ottobre 1994, p.34). Assistiamo
qui alle motivazioni che fanno nascere le entità a cui l'Onu
riconosce lo status di "Organizzazioni non-Governative" (Ong):
si tratta di gruppi di pressione o lobbies, in apparenza nati dal basso per
promuovere rivendicazioni ed esigenze che si pretendono "popolari" e
"di massa", ma che l'Onu, o gli oligarchi che le hanno create, sono
ben lieti di accogliere. Ad esempio l'organizzazione ecologista Greenpeace, e il
Population Council fondato dai Rockefeller, sono Ong; e in molti casi possono
condurre le loro campagne a nome e sotto l'egida (e con i fondi) dell'Onu.
Di fatto, la World Federation for
Mental Health era emanazione diretta di un'associazione britannica dal nome
simile, la National Association for Mental Health. E questa era stata fondata da
un personaggio in cui non si sospetterebbero interessi per la psichiatria, se
non forse perché era egli stesso uno psicolabile: Norman Montagu, governatore
della Banca d'Inghilterra. Ciclotimico, occultista, teosofo e massone (Sui riti
"muratori" di Montagu Norman, cfr. Geminello Alvi, Dell'estremo
Occidente, M.Nardi, Firenze, 1993, p.161), Norman Montagu era stato protagonista
delle svolte cruciali del secolo, dalla crisi del 1929 (aggravata
dall'ostinazione di tener sopravvalutata la sterlina da parte della Banca
Centrale britannica) fino ai conciliaboli dei supercapitalisti angloamericani
con Hjalmar Schacht, governatore della Reichsbank e autore del "miracolo
economico" nazista, grazie anche ai finanziamento della City e di Wall
Street. Nel 1929 i responsabili della Federal Reserve, più i rappresentanti
della Guaranty Trust, Royal Dutch Shell, J.D.Rockefelier e altri banchieri
privati s'incontrarono con Schacht a New York, dove decisero investimenti e
finanziamento nella Germania sfiancata dai debiti di guerra. Un altro incontro,
nel 1931, vide la partecipazione di Montagu Norman. In seguito, anche dopo la
salita al potere di Hitler, Schacht rivide Norman nella residenza londinese di
quest'ultimo, Thorpe Lodge. Ma nel 1944, in piena guerra, Sir Norman si dimise
dalla Banca d'Inghilterra; nello stesso anno fondò la Associazione Nazionale
per la Salute Mentale. Come tesoriere, Montagu Norman scelse Otto Niemeyer, che
era stato suo assistente alla Banca; come segretario generale Mary Appleby, sua
nuora, che aveva lavorato nella sezione tedesca del Foreign Office; come
presidenti scelse Richard A. Butler, che era stato vice di Lord Halifax, il
ministro britannico degli Esteri nel governo di Neville Chamberlain, notorio per
la sua aperta simpatia verso il Terzo Reich. E come chairman dell'Associazione,
insediò il genero di lord Halifax, il conte di Feversham. Strana
"Associazione per la Salute Mentale" davvero, quella a cui si
dedicarono alcuni dei massimi esponenti della finanza e della politica estera
britannica, tutti più o meno catalogabili come filo-nazisti. Ma qui, forse, si
sfiora un lato fra i più occultati della recente storia inglese. Il Rito
Scozzese Antico e Accettato (la Massoneria Azzurra o britannica) ha
tradizionalmente come Gran Maestro - riconosciuto dagli adepti di tutto il mondo
- un fratello della regina d'Inghilterra. Oggi, è il Duca di Kent. Nel 1934,
quando il Rito Scozzese americano cominciò a finanziare le sue strane ricerche
sulla schizofrenia, "Gran Maestro della Gran Loggia Madre dei Massoni del
Mondo" era il duca di Connaught, fratello del principe Alberto, marito
della regina Vittoria. Tedesco d'origine (della famiglia Coburgo), il duca di
Connaught aveva ospitato nella sua casa un adolescente di nome Joachim Von
Ribbentrop, con cui mantenne strettissimi rapporti anche quando Ribbentrop
divenne ambasciatore nazista nel Regno Unito e poi ministro degli Esteri di
Hitler. E attorno al duca di Connaught si radunò quel gruppo di aristocratici
che nell'anteguerra propugnavano un'alleanza con il Terzo Reich, di cui furono
esponenti di spicco il principe Edoardo (il futuro Edoardo VIII, zio della
regina Elisabetta, costretto all'abdicazione per le sue tendenze nazisteggianti)
e il famigerato lord Halifax.
Nel
1948, la National Association for Mental Health di Montagu Norman indisse dunque
a Londra il grande Congresso Internazionale sulla Salute Mentale. Sotto l'alto
patronato della Duchessa di Kent, vedova del Gran Maestro del Rito Scozzese
(carica che tenne dal 1939 al 1942) e madre del futuro Gran Maestro (dal 1967 ad
oggi), il Congresso vide la partecipazione di personaggi famosi: Julian Huxley;
l'antropologa americana Margaret Mead, che fu la relatrice d'apertura; Carl
Gustav Jung. Vi intervenne Winfred Overholser, capo della delegazione americana
e alto esponente del Rito Scozzese statunitense, direttore a Washington della
clinica psichiatrica St. Elizabeth. Non mancarono lord Thomas J. Horder, medico
di Edoardo VIII, presidente della Eugenics Society e della Anglo-Soviet Public
Relations Association; il dottor Alfred E.Tredgold, membro del Committee for
Sterilization presso il Ministero della Sanità; gli psichiatri Cyril Burt e
Hugh Crichton-Miller, esperto di ricerche sul paranormale il primo,
vicepresidente dell'Istituto "C.G.Jung" a Zurigo il secondo, entrambi
fondatori dell'Istituto Tavistock di Londra. Ecco un nome interessante. Come ho
avuto altrove l'occasione di scrivere, l'Istituto Tavistock, "formalmente
clinica di ricerca psichiatrica è stato il laboratorio della guerra psicologica
per l'armata britannica durante la seconda guerra mondiale" (Cfr. il mio In
Bosnia come in Libano: guerre programmate dagli psichiatri su Studi Cattolici
n.391, settembre 1993, p.545.). L'oggetto degli studi più accaniti del
Tavistock in questi ultimi anni è la creazione di "salti di
paradigma" (paradigm shifts), ossia del mezzo per indurre nelle società
valori "nuovi", attraverso eventi traumatici collettivi (turbulent
environments). Ad esempio, un ciclo di conferenze tenute al Tavistock nel 1989
aveva come tema il seguente: Il ruolo delle Organizzazioni non Governative
nell'indebolire gli Stati Nazionali. Ebbene, fra i partecipanti al congresso
sulla Salute Mentale che Montagu Norman volle a Londra nel 1948, spiccano
personaggi le cui ricerche psichiatriche (o sul funzionamento della mente) si
svolgono in gran parte nell'ambito di programmi militari, o politico-militari. A
cominciare dall'uomo che nel1948 fu eletto presidente della World Federation for
Mental Health: lo psichiatra - e generale di brigata britannico in servizio –
John Rawlings Rees. Che è stato anche direttore dell'Istituto Tavistock. Ma
anche il dottor Overholser, il massone a capo della delegazione statunitense,
aveva un curriculum militare di tutto rispetto. Nel 1943 presiedeva, all'interno
dell'Office for Strategic Services (OSS, che nel dopoguerra diventerà la Cia)
un comitato per la ricerca di "sieri della verità", ossia di sostanze
psicotrope in grado di annullare i freni inibitori, da usare negli interrogatori
dei prigionieri: Overholser somministrò l'allucinogeno mescalina a vari
soggetti-cavia; e nella sua clinica St. Elizabeth cominciò dagli anni'50 a
provare la marijuana come mezzo per "sciogliere la lingua" a reclute
della U.S. Army, probabilmente allo scopo di identificare soggetti sovversivi.
Quanto a Margaret Mead - succeduta al generale Rees alla presidenza della World
Federation of mental Health nel 1956 - ebbe una parte poco chiara nel colossale
programma della CIA denominato MK Ultra.
Nel 1943, la Rockefeller Foundation aveva creato in Canada (dunque in territorio
britannico) una clinica, lo "Allen Memorial Institute", collegata alla
McGill University di Montreal: a capo del servizio psichiatrico fu posto Donald
E. Cameron, uno psichiatra scozzese che divenne notorio, e non in senso
positivo, quando agghiaccianti particolari sugli esperimenti MK Ultra
cominciarono a trapelare, provocando una rivolta dell'opinione pubblica
americana: Cameron era specialista nell'indurre nei suoi pazienti (o vittime) il
sonno per mezzo di droghe, per poi svegliare con l'elettroshock. Lo stesso
Cameron provò il curaro nell'ambito delle ricerche che interessavano la Cia. Lo
Army Chemical Center invece finanziò, sempre nel quadro del MK Ultra, le
ricerche con l'LSD di Paul Hoch, uno psichiatra - e alto grado del Rito Scozzese
- che aveva collaborato con l'eugenista tedesco filonazista Franz Kallmann negli
studi sulla schizofrenia sponsorizzati dal Rito Scozzese americano (Franz
J.Kallmann,The Genetics of Schizophrenia: a Study of Heredity and Reproduction
in the Families of 1087 Schizophrenics, New York, 1938.Kallmann aveva cominciato
le sue ricerche in Germania sotto l'eugenista del Terzo Reich Ernst Ruedin, ma
nel 1935, identificato come "mezzo ebreo", aveva dovuto emigrare negli
USA.Trpvò impiego al New Yprk Psychiatric Institute,il cui direttore, Nolan
D.C.Lewis,era un adepto del rito scozzese). Anche Robert hanna felix, il
"33°" fondatore (per conto del Rito Scozzese) del National Institute
of mental Health, fu coinvolto nello scandalo MK Ultra per esperimenti di
"lavaggio del cervello", insieme al suo allievo Harris Isbell, che per
la Cia aveva condotto sperimentazioni illegali con droghe su tossicomani negli
nel suo Addiction Research Center di Lexington (Kentucky).
Infine, al principio degli anni'60,
le rivelazioni di stampa sulle vittime del MK Ultra costrinsero ad interrompere
il programma. Fu condotta un'inchiesta, che non portò a nulla. Non a caso: a
capo dell'apposita Commissione senatoriale era stato messo Nelson Rockefeller.
La Commissione Rockefeller chiuse i suoi lavori nel 1975. Ma già dal 1961 il
"33°" Robert H. Felix aveva radunato i principali ricercatori del MK
Ultra sotto l'ombrello di una nuova istituzione dal nome rispettabile:
l'American College of NeuroPsycopharmacology.
Nel 1967 - albeggiava già la contestazione permanente, il culto
giovanile delle droghe, l'età dei "figli dei fiori" - il College
tenne un congresso ("Effetti dei farmaci psicotropi sugli umani
normali"), la cui relazione introduttiva spettò a due ex attori del MK
Ultra: Wayne O.Evans, psichiatra militare, direttore dell'U. S. Army Stress
Laboratory di Natik (Massachusetts), e Nathan Kline, un eugenista della Columbia
University, studioso del voodoo haitiano. L'incipit della loro relazione rivela,
con una chiarezza abbagliante, il vero motivo per cui le oligarchie finanziarie
hanno per tanto tempo finanziato le ricerche psichiatriche: "L' attuale
ventaglio di psicofarmaci sembrerà quasi banale quando lo paragoniamo al
possibile numero di sostanze chimiche che saranno disponibili per il controllo
di aspetti selettivi della vita umana nel Duemila. La cultura americana muove
verso una "società sensata". L'accento vien posto sempre più
sull'esperienza sensoriale e sempre meno su filosofie razionaliste o orientate
al lavoro. Tale visione filosofica, unita ai mezzi per separare il comportamento
sessuale dalla riproduzione, intensificherà senza dubbio la libertà sessuale.
"Sembra ovvio che la gioventù di
oggi non ha più paura delle droghe o del sesso. Ancora, i filosofi e gli
opinionisti d'avanguardia propugnano l'esperienza sensoriale personale come la
raison d'etre della prossima generazione. Stiamo andando verso un'era, in cui un
lavoro significante sarà possibile solo per una minoranza: in quell'era,
afrodisiaci chimici saranno accettati come un mezzo comune di occupare il tempo.
"Se noi accettiamo la posizione che l'umore dell'uomo, le sue motivazioni
ed emozioni, sono riflessi dello stato neurochimico del cervello, allora i
farmaci possono fornire il mezzo semplice, rapido e pratico di produrre
qualunque stato neurochimico desideriamo.
"Più presto smetteremo di confondere le affermazioni scientifiche e quelle
morali sull'uso delle droghe, e più presto potremo razionalmente considerare i
tipi di stati neurochimici che vogliamo diventar capaci di fornire alla
gente".
Vi si trovano suggerite tutte le idee sul controllo genetico
e sul miglioramento della specie (anche umana) che Aldous
tratterà nel suo famoso libro, uscito l'anno successivo. A
pensarci, forse Brave New World non è un incubo come 1984.
Pare quasi che l'autore si auspicasse quel futuro, del resto
incredibilmente simile all'oggi. Si, con Ritorno al Mondo
Nuovo (1946) Huxley sembra prendere una posizione nettamente
contraria, ma forse si è trattato di un ripensamento.
A quanto pare il fratello invece non cambiò idea. Leggo qui
che Julian "approvava le teorie razziali di Charles
Davenport, allora presidente della International Federation
of Eugenics Organizations: l'ente angloamericano (era stato
fondato nel 1925 presso la Royal Society di Londra) che nel
1932 avrebbe eletto suo nuovo presidente il genetista del
Terzo Reich, Ernst Ruedin. Julian Huxley non rinnegò mai le
sue idee eugenetiche. Il 6 settembre 1930, sulla Weekend
Rewiew, prese le parti del Comitato per la Legalizzazione
della Sterilizzazione: "La causa della sterilizzazione
di certe classi di persone anormali o difettose mi sembra
invincibile". Nel 1929, secondo la Eugenics Society (Mental
Deficiency Committec) di Londra, il numero di tali
"difettosi", nella sola Inghilterra, era
valutabile a 300 mila, tutti candidati alla castrazione.
Inutile dire che Julian Huxley era membro rilevante della
Eugenics Society, di cui fu presidente ancora nel
1962."
Il sito di chiama "disinformazione" e parla anche
di alieni e altre cazzate, ma queste notizie sembrano vere.
Bisogna anche dire che Julian non era razzista, almeno in
senso normale. Anzi, proprio dai suoi libri parte la
confutazione scientifica della teoria della superiorità
della razza bianca. E mi pare giusto. Il pool di bestie da
selezionare va studiato seriamente.
Comunque, provate a rileggere BNW, anche se è noioso.
Magari vi accorgerete che è un'Utopia, non l'opposto.
http://www.pasti.org/losurdo7.htm
gli Usa e il Terzo Reich
di Domenico Losurdo
ringraziamo Critica Marxista e Domenico Losurdo per
averci autorizzato a pubblicare questo importante saggio
2. Uno «splendido Stato del futuro»
3. Lo Stato razziale tra Stati Uniti e Germania
Nel corso di tutta la loro storia, gli Stati Uniti
hanno dovuto affrontare in modo diretto i problemi derivanti dall'incontro con
“razze” diverse e con la massa di immigrati provenienti da ogni angolo del
mondo. D'altro canto, il furibondo movimento razzista che si sviluppa alla fine
dell'Ottocento è la risposta alla grande rivoluzione rappresentata dalla guerra
di Secessione e dal periodo di Ricostruzione radicale. Mentre gli ex-proprietari
schiavisti sono momentaneamente privati dei diritti politici in quanto ribelli,
i neri passano dalla condizione di schiavitù alla piena cittadinanza politica;
non poche volte, entrano a far parte degli organismi rappresentativi, divenendo
così in qualche modo legislatori e dirigenti dei loro ex-padroni. Diamo ora uno
sguardo alle esperienze e alle emozioni, che sono alle spalle dell'agitazione
sfociata poi nel nazismo. Se tra Otto e Novecento il Ku Klux Klan e i teorici
della white supremacy bollano gli Stati Uniti scaturiti dall'abolizione della
schiavitù e dalla massiccia ondata di immigrati provenienti ora anche
dall'Oriente o da paesi ai margini dell'Europa come una «civiltà bastarda» (MacLean
1994, 133) o come una «cloaca gentium» (Grant 1917, 81) , l'Austria nella
quale il futuro leader nazista si forma, gli appare, nel Mein Kampf , come un
caotico «conglomerato di popoli», come una «babilonia di popoli» ovvero un
«regno babilonico», lacerato da un «conflitto razziale» (Hitler 1939, 74,
79, 39, 80), che sembra doversi concludere con una catastrofe: avanza il
processo di «slavizzazione» e di «cancellazione dell'elemento tedesco» (
Entdeutschung ), col tramonto quindi della superiore razza che aveva colonizzato
l'Oriente e vi aveva apportato la civiltà (Hitler 1939, 82). La Germania dove
poi Hitler approda conosce, in seguito alla disfatta della prima guerra
mondiale, sconvolgimenti senza precedenti, paragonabili in qualche modo a quelli
verificatisi nel Sud degli Stati Uniti dopo la guerra di Secessione: ben al di là
della perdita delle loro colonie, i tedeschi sono costretti a subire
l'occupazione militare delle truppe di colore al seguito delle potenze
vincitrici. Ora, a giudicare sempre dal Mein Kampf , anche la Germania si è
trasformata in un «miscuglio razziale» (Hitler 1939, 439). Ad acuire la
sensazione del pericolo di un definitivo tramonto della civiltà provvede poi la
rivoluzione d'Ottobre che, rivolgendo ai popoli coloniali l'appello a
ribellarsi, sembra sancire ideologicamente l'«orrore» dell'occupazione
militare nera; per di più essa scoppia e giunge al potere in un'area abitata da
popoli tradizionalmente considerati ai margini della civiltà. Come nel Sud
degli Stati Uniti gli abolizionisti vengono bollati come rinnegati della propria
razza ovvero quali negro-lovers , così traditori della razza germanica e
occidentale appaiono agli occhi di Hitler prima i socialdemocratici e poi, a
maggior ragione, i comunisti. In ultima analisi, il Terzo Reich si presenta come
il tentativo, portato avanti nelle condizioni della guerra totale e della guerra
civile internazionale, di reagire al pericolo del tramonto e del suicidio
razziale dell'Occidente e della razza superiore, realizzando un regime di white
supremacy su scala planetaria e sotto egemonia tedesca.
6. Gli Stati Uniti, l'Occidente e la Herrenvolk
democracy
E' su un piano diverso che possiamo cogliere le reali
differenze nello sviluppo politico e ideologico tra le due rive dell'Atlantico.
Dopo essere stata profondamente segnata dalla grande stagione dell'illuminismo,
alla fine dell'Ottocento l'Europa conosce un processo ancora più radicale di
secolarizzazione: a ritenere ormai ineluttabile la «morte di Dio» sono sia i
seguaci di Marx sia i seguaci di Nietzsche. Ben diverso è il quadro che
presentano gli Stati Uniti. Nel 1899, la rivista Christian Oracle spiega così
la decisione di cambiare il suo nome in Christian Century : «Crediamo che il
prossimo secolo sarà testimone, per la cristianità, dei più grandi trionfi di
tutti i secoli e che esso sarà più autenticamente cristiano di tutti quelli
precedenti» (in Olasky 1992, 135). In questo momento è in corso la guerra
contro la Spagna, accusata dai dirigenti USA di privare ingiustamente Cuba del
suo diritto alla libertà e all'indipendenza, per di più ricorrendo, in
un'isola «così vicina ai nostri confini», a misure che ripugnano al «senso
morale del popolo degli Stati Uniti» e che rappresentano una «disgrazia per la
civiltà cristiana» (in Commager 1963, II, 5). Richiamo indiretto alla dottrina
Monroe e appello alla crociata in nome al tempo stesso della democrazia, della
morale e della religione s'intrecciano strettamente per scomunicare per così
dire un paese cattolicissimo e conferire il carattere di guerra santa a tutti
gli effetti ad un conflitto che avrebbe consacrato il ruolo di grande potenza
imperiale degli USA. Più tardi, il presidente McKinley spiega la decisione di
annettere le Filippine con un'illuminazione di «Dio Onnipotente» che, dopo
prolungate preghiere in ginocchio, finalmente, in una notte sino a quel momento
particolarmente angosciosa, lo libera da ogni dubbio e indecisione. Non era
lecito, lasciare nelle mani della Spagna la colonia o cederla «alla Francia o
alla Germania, i nostri rivali commerciali in Oriente»; e neppure era lecito
affidarla agli stessi filippini che, «inadatti all'autogoverno», avrebbero
fatto piombare il loro paese in una condizione di «anarchia e malgoverno»
ancora peggiori di quelli prodotti dal dominio spagnolo: «Non ci restava
null'altro che mantenere le Filippine, che educare i filippini, innalzandoli,
civilizzandoli e cristianizzandoli, e, con l'aiuto di Dio, fare il nostro meglio
per loro, come nostri fratelli, per i quali, anche, Cristo è morto. E allora
andai a letto, mi addormentai e dormii profondamente» (in Millis 1989, 384).
Oggi sappiamo degli orrori che ha comportato la repressione del movimento
indipendentista nelle Filippine: la guerriglia da esso scatenata fu fronteggiata
con la distruzione sistematica dei raccolti e del bestiame, rinchiudendo in
massa la popolazione in campi di concentramento dove era falcidiata da inedia e
malattie e in certi casi ricorrendo persino all'uccisione di tutti i maschi al
di sopra dei dieci anni (McAllister Linn 1989, 27, 23). E, tuttavia, nonostante
l'ampiezza dei «danni collaterali», la marcia dell'ideologia della guerra
imperial-religiosa conosce una nuova trionfale tappa col primo conflitto
mondiale. Subito dopo l'intervento, in una lettera al colonnello House, così
Wilson si esprime a proposito dei suoi «alleati»: «Quando la guerra sarà
finita, li potremo sottoporre al nostro modo di pensare per il fatto che essi,
tra le altre cose, saranno finanziariamente nelle nostre mani» (in Kissinger
1994, 224). Indipendentemente da ciò, non ci sono dubbi sul fatto che «agiva
un forte elemento di Realpolitik» (Heckscher 1991, 298) nell'atteggiamento da
Wilson assunto sia nei confronti dell'America Latina che del resto del mondo. E,
tuttavia, ciò non gli impedisce di condurre la guerra come una Crociata nel
senso persino letterale del termine: i soldati americani sono «crociati»
protagonisti di una «trascendente impresa» (Wilson 1927, II, 45, 414) di una
«guerra santa, la più santa di tutte le guerre», destinata a far trionfare
nel mondo la causa della pace, della democrazia e dei valori cristiani. E di
nuovo, interessi materiali e geopolitici, ambizioni egemoniche e imperiali e
buona coscienza missionaria e democratica si fondono in un'unità indissolubile
e irresistibile. Con questa medesima piattaforma ideologica, gli USA affrontano
gli ulteriori conflitti del Novecento. Particolarmente significativa è la
vicenda della guerra fredda. Uno dei suoi protagonisti, Foster Dulles, è,
secondo la definizione di Churchill, «un puritano rigoroso». Egli è
orgoglioso del fatto che «nel dipartimento di Stato nessuno conosce la Bibbia
meglio di me». Il fervore religioso non è un affare privato: «Sono convinto
che abbiamo bisogno di far sì che i nostri pensieri e pratiche politiche
riflettano in modo più fedele la fede religiosa secondo cui l'uomo ha la sua
origine e i suo destino in Dio» (in Kissinger 1994, 534-5.). Assieme alla fede,
altre fondamentali categorie della teologia irrompono nella lotta politica a
livello internazionale: i paesi neutrali che si rifiutano di prender parte alla
Crociata contro l'Unione Sovietica si macchiano di «peccato», mentre gli USA
che si pongono alla testa di tale Crociata sono il «popolo morale» per
eccellenza (in Freiberger 1992, 42-3). A guidare questo popolo che si distingue
da tutti gli altri per la sua moralità e la sua vicinanza a Dio è, nel 1983,
Ronald Reagan. Questi dà impulso alla fase culminante della guerra fredda,
destinata a sancire la disfatta del nemico ateo, con un linguaggio
esplicitamente e squillantemente teologico «Nel mondo c'è peccato e male e
dalla Scrittura e da Gesù Nostro Signore siamo obbligati ad opporci ad essi con
tutte le nostre forze» (in Draper 1994, 33). Veniamo infine ai giorni nostri.
Nel discorso che inaugura il suo primo mandato presidenziale, Clinton non è
meno religiosamente ispirato dei suoi predecessori e del suo successore: «Oggi
celebriamo il mistero del rinnovamento americano». Dopo aver ricordato il patto
intercorso tra «i nostri padri fondatori» e «l'Onnipotente», Clinton
sottolinea: «La nostra missione è senza tempo» (Lott 1994, 366).
Riallacciandosi a questa tradizione e radicalizzandola ulteriormente, George W.
Bush ha condotto la sua campagna elettorale proclamando un vero e proprio dogma:
«La nostra nazione è eletta da Dio e ha il mandato della storia per essere un
modello per il mondo» (Cohen 2000). Come si vede, nella storia degli Stati
Uniti la religione è chiamata a svolgere a livello internazionale una funzione
politica di primo piano. Siamo in presenza di una tradizione politica americana
che si esprime con un linguaggio esplicitamente teologico. Più che alle
dichiarazioni rilasciate dai capi di Stato europei, le «dottrine» di volta in
volta enunciate dai presidenti statunitensi fanno pensare alle encicliche e ai
dogmi diffuse o proclamati dai pontefici della Chiesa cattolica. I discorsi
inaugurali dei presidenti sono delle vere e proprie cerimonie sacre. Mi limito a
due esempi. Nel 1953, dopo aver invitato i suoi ascoltatori ad inchinare il capo
dinanzi a «Dio onnipotente», rivolgendosi direttamente a Lui, Eisenhower
esprime questo auspicio : « che tutto possa svolgersi per il bene del nostro
amato paese e per la Tua gloria. Amen» (Lott 1994, 302). In questo caso balza
agli occhi con particolare evidenza l'identità che c'è tra Dio e America. A
quasi mezzo secolo di distanza il quadro non cambia. Abbiamo visto in che modo
si apre il discorso inaugurale di Clinton. Ma vediamo in che modo si conclude.
Dopo aver citato la sacra «Scrittura», il neo-presidente termina così: «Da
questa vetta della celebrazione noi udiamo una chiamata al servizio nella valle.
Abbiamo sentito le trombe. Abbiamo fatto il cambio della guardia. Ed ora,
ciascuno a suo modo e con l'aiuto di Dio, dobbiamo rispondere alla chiamata.
Grazie e che Dio vi benedica tutti» (Lott 1994, 369). E di nuovo, gli Stati
Uniti sono celebrati come la città sulla collina, la città benedetta da Dio.
Nel discorso pronunciato subito dopo la sua rielezione, Clinton sente il bisogno
di ringraziare Dio di averlo fatto nascere americano. Dinanzi a questa
ideologia, anzi a questa teologia della missione l'Europa si è sempre trovata a
disagio. E' nota l'ironia di Clemenceau a proposito dei quattordici punti di
Wilson: il buon Dio aveva avuto la modestia di limitarsi a dieci comandamenti!
Nel 1919, in una lettera privata, John Maynard Keynes definisce Wilson «il più
grande impostore della terra» (In Skidelsky, 1989, p. 444). In termini forse
ancora più aspri si esprime Freud, a proposito della tendenza dello statista
americano a ritenersi investito di una missione divina: siamo in presenza di «spiccatissima
insincerità, ambiguità e inclinazione a rinnegare la verità»; d'altro canto,
già Guglielmo II riteneva di essere «un uomo prediletto della Provvidenza» (Freud,
1995, 35-6). Ma qui Freud si sbaglia; egli rischia di accostare due tradizioni
ideologiche assai diverse. E' vero, anche l'Imperatore tedesco non disdegna di
abbellire con motivi religiosi le sue ambizioni espansionistiche: rivolgendosi
alle truppe in partenza per la Cina, egli invoca la «benedizione di Do» su
un'impresa chiamata a stroncare nel sangue la rivolta dei Boxers e a diffondere
il «cristianesimo» (Röhl 2001, 1157); è incline a considerare i tedeschi
come «il popolo eletto di Dio» (Röhl 1993, 412). Lo stesso Hitler dichiara di
sentirsi chiamato a svolgere «l'opera del Signore» e di voler obbedire alla
volontà dell'«Onnipotente» (Hitler 1939, 70, 439), tanto più che i tedeschi
sono «il popolo di Dio» (in Rauschning 1940, 227). D'altro canto, è noto e
famigerato il motto Gott mit uns (Dio con noi)… E, tuttavia, non bisogna
sopravvalutare il peso di queste dichiarazioni e di questi motivi ideologici. In
Germania (la patria di Marx e di Nietzsche) il processo di secolarizzazione è
assai avanzato. L'invocazione della «benedizione di Dio» da parte di Guglielmo
II non viene presa sul serio neppure nei circoli sciovinisti: almeno agli occhi
dei loro esponenti più avveduti (Maximilian Harden), ridicoli appaiono il
ritorno ai «giorni delle Crociate» e la pretesa di «conquistare il mondo al
Vangelo»; «così gironzolano attorno al Signore i visionari e gli speculatori
furbi» (in Röhl 2001, 1157). Sì, prima ancora di ascendere al trono, il
futuro imperatore celebra i tedeschi come «il popolo eletto di Dio», ma a
prenderlo in giro è già la madre, figlia della regina Vittoria e incline,
semmai, a rivendicare il primato dell'Inghilterra (Röhl 1993, 412). E' un
punto, quest'ultimo, su cui conviene riflettere ulteriormente. In Europa i miti
genealogici imperiali si sono in una certa misura neutralizzati a vicenda; le
famiglie reali erano tutte imparentate tra di loro sicché, nell'ambito di
ognuna di esse, si affrontavano idee di missione e miti genealogici imperiali
tra loro diversi e contrastanti. A screditare ulteriormente queste idee e queste
genealogie ha inoltre provveduto l'esperienza catastrofica di due guerre
mondiali; d'altro canto, nonostante la sua finale sconfitta, qualche traccia ha
pur lasciato nella coscienza europea la decennale agitazione comunista condotta
in nome della lotta contro l'imperialismo e in nome del principio
dell'uguaglianza delle nazioni. Il risultato di tutto ciò è chiaro: in Europa
risulta priva di credibilità ogni idea di missione imperiale e di elezione
divina agitata da questa o quella nazione; non c'è più spazio per l'ideologia
imperial-religiosa che un ruolo così centrale occupa negli Stati Uniti. Per
quanto riguarda in particolare la Germania, la storia che va dal Secondo al
Terzo Reich presenta un'oscillazione tra la nostalgia di un paganesimo guerresco
e incentrato attorno al culto di Wotan e l'aspirazione a trasformare il
cristianesimo in una religione nazionale, chiamata a legittimare la missione
imperiale del popolo tedesco. Questo secondo tentativo trova la sua espressione
più compiuta nel movimento dei Deutsche Christen , i «cristiani tedeschi».
Poco credibile a causa già del processo di secolarizzazione che, oltre alla
società nel suo complesso, aveva investito la stessa teologia protestante (si
pensi a Karl Barth e a Dietrich Bonhoeffer) e poco credibile altresì a causa
delle simpatie paganeggianti dei dirigenti del Terzo Reich, questo tentativo non
poteva avere che scarso seguito. La storia degli Stati Uniti è, invece,
attraversata in profondità dalla tendenziale trasformazione della tradizione
ebraico-cristiana in quanto tale in una sorta di religione nazionale che
consacra l' exceptionalism del popolo americano e la missione salvifica a lui
affidata. Ma questo intreccio di religione e politica non è sinonimo di
fondamentalismo? Non è un caso che il termine fondamentalismo compare per la
prima volta in ambito statunitense e protestante e come auto-designazione
positiva e orgogliosa di sé. Possiamo ora comprendere i limiti dell'approccio
di Freud e Keynes: ovviamente, nelle amministrazioni americane che via via si
succedono non mancano gli ipocriti, i calcolatori, i cinici, ma non c'è motivo
per dubitare della sincerità ieri di Wilson oggi di Bush jr. Non bisogna
perdere di vista il fatto che siamo in presenza di una società scarsamente
secolarizzata, nell'ambito della quale il 70 per cento degli abitanti crede nel
diavolo e più di un terzo degli adulti pretende che Dio parli loro direttamente
(Gray 1998, 126; Schlesinger jr., 1997). Ma questo è un elemento di forza, non
già di debolezza. La tranquilla certezza di rappresentare una causa santa e
divina facilita non solo la mobilitazione corale nei momenti di crisi, ma anche
la rimozione o bagatellizzazione delle pagine più nere della storia degli Usa.
Sì, nel corso della guerra fredda Washington ha inscenato in America Latina
sanguinosi colpi di Stato e imposto feroce dittature militari, mentre in
Indonesia, nel 1965, ha promosso il massacro di alcune centinaia di migliaia di
comunisti o di filo-comunisti; ma, per spiacevoli che possano essere, questi
dettagli non sono in grado di offuscare la santità della causa incarnata dall'«Impero
del Bene». E' più vicino alla verità Weber allorché, nel corso della prima
guerra mondiale, denuncia il «cant» americano (Weber 1971, 144). Il «cant»
non è la menzogna e neppure, propriamente, l'ipocrisia cosciente; è
l'ipocrisia di chi riesce a mentire anche a se stesso; è un po' la falsa
coscienza di cui parla Engels. Sia in Keynes sia in Freud si manifestano al
tempo stesso la forza e la debolezza dell'illuminismo. Largamente immunizzata
dall'ideologia imperial-religiosa che imperversa al di là dell'Atlantico,
l'Europa si rivela tuttavia incapace di comprendere adeguatamente questo
intreccio tra fervore morale e religioso da un lato e lucido e spregiudicato
perseguimento dell'egemonia politica, economica e militare a livello mondiale
dall'altro. Ma è questo intreccio, anzi questa miscela esplosiva, è questo
peculiare fondamentalismo a costituire oggi il pericolo principale per la pace
mondiale. Più che ad una nazione determinata, il fondamentalismo islamico fa
riferimento ad una comunità di popoli, i quali, non senza ragione, ritengono di
essere il bersaglio di una politica di aggressione e di occupazione militare. Il
fondamentalismo statunitense, invece, trasfigura e inebria un paese ben
determinato che, forte della sua consacrazione divina, considera irrilevante
l'ordinamento internazionale vigente, le leggi puramente umane. E' in questo
quadro che va collocata la delegittimazione dell'Onu, la sostanziale messa fuori
gioco della Convenzione di Ginevra, le minacce rivolte non solo ai nemici ma
persino agli «alleati» della Nato.
Oltre che a combattere il «male» e a diffondere i
valori cristiani e americani, la guerra contro l'Irak, e le altre che si
profilano all'orizzonte, hanno il compito di espandere la democrazia nel mondo.
Quale credibilità ha quest'ultima pretesa? Ritorniamo al giovane indocinese che
abbiamo visto denunciare, nel 1924, l'orrore dei linciaggi contro i neri. Dieci
anni più tardi, egli ritorna nella sua terra d'origine per assumere il nome,
divenuto poi celebre in tutto il mondo, di Ho Chi Minh. Nel momento dei feroci
bombardamenti scatenati da Washington avrà pensato il dirigente vietnamita
all'orrore della violenza anti-nera scatenata dai campioni della white supremacy
? In altre parole, l'emancipazione degli afro-americani e la conquista da parte
loro dei diritti civili e politici ha realmente significato una svolta oppure
gli Stati Uniti continuano in sostanza ad essere una Herrenvolk democracy ,
anche se gli esclusi non sono più da ricercare sul territorio metropolitano ma
al di fuori di esso, come d'altro canto a lungo si è verificato nell'ambito
della storia della «democrazia» europea? Possiamo esaminare il problema da una
diversa prospettiva, a partire da una riflessione di Kant: «Cos'è un monarca
assoluto ? E' colui che quando comanda -la guerra deve essere,- la guerra segue».
Ad essere qui presi di mira non sono gli Stati dell'Antico regime, bensì
l'Inghilterra, che pure aveva alle sue spalle un secolo di sviluppo liberale (Kant
1900, 90 nota). Dal punto di vista del grande filosofo, il presidente degli
Stati Uniti dovrebbe essere considerato dispotico due volte. In primo luogo, a
causa dell'emergere negli ultimi decenni di una «imperial presidency» che,
nell'intraprendere azioni militari, mette spesso il Congresso dinanzi al fatto
compiuto. In questa sede, ci interessa soprattutto il secondo aspetto: la Casa
Bianca decide in modo sovrano quando le risoluzioni dell'Onu sono vincolanti e
quando non lo sono; decide in modo sovrano chi sono i rogue States , contro i
quali è lecito imporre l'embargo, affamando un intero popolo, ovvero è lecito
scatenare l'inferno di fuoco, compresi i proiettili ad uranio impoverito e le
cluster bombs che continuano ad infierire sulla popolazione civile ben al di là
della fine del conflitto. Sempre in modo sovrano, la Casa Bianca decide
l'occupazione militare di questi paesi per tutto il tempo che essa ritiene
necessario, condannando all'ergastolo o incarcerando i loro dirigenti e i loro
«complici». Contro di loro e contro i «terroristi» è lecito ricorrere anche
al targeted killing , ovvero ad un killing tutt'altro che targeted , ad esempio
il bombardamento di un normale ristorante dove si ritiene che possa trovarsi
Saddam Hussein… E' chiaro che le garanzie giuridiche non valgono per i «barbari».
Anzi, a ben guardare, come dimostra il Patriot Act , la rule of law non si
applica neppure per coloro che, pur non essendo« barbari» nel senso stretto
del termine, sono tuttavia sospettabili di fare il loro gioco. E' interessante
esaminare la storia alle spalle dell'espressione « rogue States ». A lungo,
tra Sei e Settecento, in Virginia i semi-schiavi, gli schiavi a tempo di pelle
bianca, allorché venivano catturati dopo la fuga cui spesso cercavano di far
ricorso, erano marchiati a fuoco con la lettera R (che stava per « Rogue »):
resi così immediatamente riconoscibili, non avevano più via di scampo. Più
tardi, il problema dell'identificazione veniva risolto definitivamente
sostituendo ai semi-schiavi bianchi gli schiavi neri: il colore della pelle
rendeva superflua la marchiatura a fuoco, il nero era già di per sé sinonimo
di Rogue . Ora ad essere marchiati come «Rogue» sono interi Stati. La
Herrenvolk democracy è dura a morire… Ma questa è una storia vecchia. Nuova
è invece l'insofferenza crescente che Washington mostra nei confronti degli «alleati».
Anche loro sono chiamati a inchinarsi, senza troppe tergiversazioni, al volere
della nazione eletta da Dio. Ben si comprendono le perplessità e le reazioni
negative che provoca l'atteggiarsi da parte del presidente degli Stati Uniti a
sovrano planetario non vincolato e non limitato da nessun organismo
internazionale. Ed ecco che gli ideologi della guerra gridano allo scandalo per
il diffondersi di questo morbo terribile che, come sappiamo, è l'antiamericanismo.
Per singolare che sia tale reazione, essa non è priva di analogie storiche.
Alla metà dell'Ottocento, nel sud degli Stati Uniti il regime schiavista è
vivo e vitale. E', tuttavia, già si diffondono i primi dubbi e le prime
inquietudini: aumenta il numero degli schiavi fuggitivi. Questo fenomeno non
solo allarma ma stupisce gli ideologi della schiavitù e della white supremacy :
com'è possibile che persone “normali” si sottraggano ad una società così
bene ordinata e alla gerarchia della natura? Deve senza dubbio trattarsi di un
morbo, di una turba psichica. Ma di cosa propriamente si tratta? Nel 1851,
Samuel Cartwright, chirurgo e psicologo della Louisiana, ritiene finalmente di
poter giungere ad una spiegazione che egli comunica ai suoi lettori dalle
colonne di un'autorevole rivista scientifica, il «New Orleans Medical and
Surgical Journal». Prendendo le mosse dal fatto che nel greco classico drapeths
è lo schiavo fuggitivo, lo scienziato conclude trionfalmente che la turba
psichica, il morbo che spinge gli schiavi neri alla fuga è per l'appunto la «drapetomania»
(in Eakin, 2000). La campagna ai giorni nostri in corso contro l'antiamericanismo
ha molti punti di contatto con la campagna scatenata oltre un secolo e mezzo fa
contro la drapetomania!
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di Abel Doysié, Paris, Payot). Si veda la testimonianza di Felix Kersten, il
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su ciò cfr. Poliakov 1977, 278, e Losurdo 1991 b, 83-85.