FISICA/MENTE

 

 

NIENTE SCIENZA NEGLI ISTITUTI ITALIANI DI CULTURA  

(scritto con Gabriella Anselmi)

 

       

         Prendiamo spunto dal 'Supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale' n. 220 del 18 settembre 1985 e dalla «Relazione allo Schema di Disegno di Legge (1): Proroga della permanenza all'estero del personale in servizio presso gli Istituti Italiani di Cultura» contenente le motivazioni che la Direzione Generale Relazioni Culturali del Ministero Affari Esteri adduce a sostegno della suddetta proroga.

        Il Supplemento alla Gazzetta Ufficiale contiene il bando di concorso — interministeriale: Affari Esteri e Pubblica Istruzione — per il reclutamento del personale da destinarsi presso le Istituzioni Scolastiche e Culturali Italiane all'Estero. L'articolo 3 di questo bando rasenta l'incredibile: al concorso per gli Istituti di Cultura possono essere ammessi fra i docenti di ruolo solo quelli forniti di lauree in discipline umanistico-letterarie, linguistiche (e stenografia). La stessa possibilità viene quindi negata ad un docente di una qualunque disciplina tecnico-scientifica o artistica.

        Rimandando i commenti a tra poco, vediamo cosa dice la Relazione Culturale degli Esteri a sostegno della proroga della permanenza all'estero del personale già in servizio negli Istituti di Cultura. In apertura, al punto 1, questo aureo testo così recita:

«Il personale addetto agli Istituti di Cultura, oltre alle tradizionali iniziative di promozione e diffusione della lingua, della cultura ed in genere del patrimonio culturale del nostro Paese, viene oggi, assai più che in passato, chiamato a svolgere un ruolo di intermediazione fra il mondo dell'imprenditoria culturale, teatrale, televisiva, artistica, scientifica e tecnologica locale ed i corrispondenti settori italiani

        Questa affermazione in connessione con quanto dice il bando di concorso fa supporre che già prestino servizio presso gli Istituti di Cultura svariati addetti di formazione tecnico-scientifica ed artistica. Servendoci dell'ultimo censimento ufficialmente pubblicato (2) andiamo a vedere la provenienza degli attuali (1981) 154 addetti: 150 dalle facoltà di Lettere, Filosofia, Lingue, Legge, Scienze Politiche (uno solo da una Accademia di Belle Arti) e solo 4 (leggasi: quattro) provvisti di lauree in Fisica (2), Geologia (1), Farmacia (1).

        Come si vede quindi la volontà di prorogare la permanenza all'estero degli attuali addetti risponde solo ad una logica di privilegio completamente estranea a quanto pomposamente si afferma nella Relazione, in particolare là dove si parla di intermediazione tra l'imprenditoria scientifica e tecnologica locale ed i corrispondenti settori italiani. Se si aggiunge il fatto che la Relazione parla di una Riforma degli Istituti di Cultura che si starebbe studiando, elemento qualificante della quale sembrerebbe essere l'istituzione per gli attuali addetti di un 'ruolo tecnico' (possibilità di permanenza all'estero a vita) e l'ingresso dei 'diplomatici' alla direzione degli Istituti, ci si può (forse) rendere conto della gravità della situazione. Resta il fatto che negli Istituti di Cultura operano solo 4 docenti di formazione tecnico-scientifica. Come sono stati scelti? Poiché i modi di reclutamento del passato sfuggivano ad un qualche controllo, non possiamo dir nulla, oltre al fatto che nulla vietava, in linea di principio, che tecnici e scienziati diventassero addetti culturali. Ora ciò è vietato dalla legge. Con in più l'aggravante che si vogliono far restare le cose immutate per un tempo indefinito.

        Vediamo di dare qualche dettaglio in più con la cognizione di causa di chi opera all'estero (scuole italiane) da vari anni e da sempre si occupa di questioni tecnico-scientifiche avendo partecipato attivamente al dibattito sulle 'due culture'.

        Ci pare troppo iniziare con il chiederci cos'è la Cultura italiana. Ci sembra scontato (solo a noi, a quanto pare, anche se in un qualche ufficio del Ministero Affari Esteri pare lo abbiano orecchiato) che la nostra cultura è un insieme complesso ed articolato di contributi provenienti dai più svariati settori della conoscenza. Anche se i cosiddetti letterati si sono assunti un primato, esso è del tutto illusorio e, quanto meno, discutibile. E qui non si vuole rivendicare nessun primato scientifico. Si punta ad una pari (nei fatti e non nelle enunciazioni) dignità tra le due culture intese in senso molto ampio.

        Non è inutile invece chiedersi, al di là delle vuote enunciazioni del citato punto 1 della Relazione, qual'è la funzione degli Istituti Italiani di Cultura all'estero. Meglio forse sarebbe il dire: quale dovrebbe essere visto che da più parti si invoca il nome di Istituti Italiani di Subcultura (3).

        Fino ad oggi, al di là di qualche rara manifestazione di interesse (frutto di iniziativa individuale che spesso si scontrava con la burocrazia), tutto si è risolto in conferenze su questioni prevalentemente letterarie, in mostre di pittura, in concerti, in ricevimenti al tal illustre personaggio italiano in visita alla tale città, accreditando in tal modo quella tale immagine del nostro paese i cui cittadini, dopo aver mangiato pizza e spaghetti, si fanno una bella cantata.

        A ben riflettere, dalla gran maggioranza degli attuali addetti solo questo si può pretendere; e ciò non per la loro mancanza di professionalità ma semplicemente perché sono anchilosati da una permanenza all'estero troppo lunga, permanenza che ha fatto loro perdere di vista i profondi cambiamenti che sono intervenuti nella nostra società. Ed allora ci si rifugia in Dante, Verdi, Manzoni e Michelangelo, senza nessuna programmazione, nessun coordinamento, nessuna iniziativa di respiro, nessun manager. Così, contrariamente a quanto sostengono agli Esteri, è proprio il ricambio, l'avvicendarsi di persone e quindi di idee, l'inserimento di forze fresche, delle più diverse formazioni culturali (anche tecnico-scientifiche ed artistiche), è anche tutto ciò che rappresenta la nostra dinamica culturale.

        In positivo, poi, non occorre essere delle grosse menti per capire che vi dovrebbe essere una idea guida: la promozione all'estero dell'Italia. Ciò vuol anche dire, per esempio, far conoscere il 'made in Italy'. E, per fortuna, l'Italia non è più quella delle varie corti medioevali o papali; abbiamo, oltre al nostro importantissimo patrimonio letterario ed artistico (che va in rovina!), una scienza ed una tecnologia che, in svariati campi, sono all'avanguardia. Sul mercato vi è certamente una grande richiesta di Divina Commedia, però si vendono anche automobili, macchine da scrivere, calcolatrici, strumenti di precisione, macchine per fare il caffè, compressori, aerei, elicotteri, tutte cose prodotte in Italia. E dietro ognuno di questi prodotti vi è una miriade di piccoli e grandi brevetti, vi è il lavoro e la ricerca scientifica e tecnologica di migliaia di persone. Vi sono in definitiva quelli che producono e che permettono la sopravvivenza del terziario. E, se da una parte altre istituzioni (Istituto Commercio con l’Estero: ICE) si preoccupano della penetrazione dei nostri prodotti nei mercati stranieri, chi si occupa di far conoscere a che punto è la nostra ricerca in campo scientifico-tecnologico? Chi informa il, e tiene i contatti con il, paese straniero su questi problemi o su altri del tipo: a che punto è la didattica delle scienze in Italia? Come avete affrontato la crisi energetica? Perché da voi il nucleare segna il passo? Quali provvedimenti adottate contro l'inquinamento, le sofisticazioni alimentari?...

        In definitiva, e senza retorica, il nostro è un Paese che, tra l'altro, produce scienza (matematica, medicina, astrofìsica, geologia, fisica, chimica, ...) e tecnologia (telecomunicazioni, robotica, informatica, plastiche, grandi opere d'ingegneria, meccanica, farmaci, designer tecnologico, ...). Questa parte del paese non ha nessuna rappresentanza negli Istituti di Cultura.

        La recente istituzione degli Addetti Scientifici presso Ambasciate e grandi Consolati non risolve questo problema, meno diplomatico e più quotidiano (richiesta di indirizzi, di prese di contatto, di illustrazione di determinati processi, di riordino — meglio: creazione — della biblioteca scientifica, di presenza in convegni, seminari, ...).

        Ritornando a quanto dicevamo più su, ben venga una riforma degli Istituti di Cultura ma che si faccia con personale che, per concorso, entri per quella determinata mansione e, dopo un tempo ragionevole, ritorni in Italia per cedere il posto a forze nuove. Ciò vuol dire che riteniamo assurda ogni riforma che sia fatta solo per eternare i privilegi.

        In definitiva se è necessario, come noi riteniamo, mantenere 80 Istituti Italiani di Cultura nel mondo, che operino in modo da servire il nostro Paese, che contribuiscano alla promozione della cultura italiana per quello che è e non per le competenze degli addetti. Ogni Riforma che prescinda da operatori che siano gli interpreti del continuo e profondo rinnovamento e della vasta articolazione sia della società che della cultura italiana, è vuota.

 

NOTE

(1) Approvato dalla Commissione Affari Esteri in sede deliberante il 19/3/1986.

(2) Bollettino del Personale di ruolo degli Istituti Italiani di Cultura —D.G.R.C.; M.A.E.; 1981. Si tratta dell'ultima pubblicazione del MAE sull'argomento ed in essa non si tiene evidentemente conto del personale già operante all'estero ed immesso in ruolo nell'82 (legge 604) che raddoppia quasi il numero di addetti e peggiora la percentuale di 4 su 154 che abbiamo visto.

(3) Si veda, ad esempio, Tuttolibri n. 346, pag. 3, supplemento a La Stampa del 5/1/1985.

 


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