FISICA/MENTE

 

LIBERTÀ DI RICERCA

 

        DI SEGUITO SI POTRANNO TROVARE ARTICOLI SULLA RIVENDICATA LIBERTÀ DI RICERCA DA PARTE DEGLI SCIENZIATI CONTRO UNA DIRETTIVA DEL MINISTRO DELL'AGRICOLTURA (PECORARO SCANIO). SI TROVERANNO INOLTRE ARTICOLI SULLA MAPPATURA DEL GENOMA UMANO E SULLE SUE IMPLICAZIONI. TALI ARTICOLI SONO TRATTI DA  REPUBBLICA E IL MANIFESTO. SEGUONO POI DEGLI INTERVENTI DI CITTADINI SUI FORUM DI REPUBBLICA.

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ARTICOLI DA  REPUBBLICA.IT (I PRIMI TRE DEL 10 FEBBRAIO, IL QUARTO DEL 12 FEBBRAIO 2001)

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LE IDEE: PERCHÉ SBAGLIA CHI VUOLE ABOLIRE LA RICERCA GENETICA

di RENATO DULBECCO

        Tra qualche giorno un gruppo di ricercatori si riunirà a Roma per esaminare quali siano le possibilità della ricerca nell'agricoltura italiana, dopo la recente direttiva del Ministro per le Politiche Agricole e Forestali che proibisce ogni tipo di ricerca che coinvolga l'uso di organismi geneticamente modificati nel campo agricolo. E' naturale che questa direttiva abbia creato molto allarme tra i ricercatori, portando alla pubblicazione di un manifesto critico firmato da un gran numero di essi. Sono d'accordo: se questa direttiva verrà applicata segnerà la fine della ricerca nel campo agricolo in Italia.

        E' chiaro che già ora, e ancor più nel futuro, la ricerca in tutti i campi della biologia adopererà sempre più modificazioni genetiche di organismi di tutti i tipi, dai virus, ai batteri, alle cellule, a piante ed animali, incluso l' uomo. Questo perchè oramai sappiamo per certo che i geni determinano le caratteristiche di ogni organismo, dal più semplice al più complesso, cosicché cambiando un gene o modificandolo, qualche caratteristica cambia; e questa proprietà può essere usata sia per rinforzare le conoscenze biologiche che per indurre un organismo a produrre qualche prodotto in modo diverso, in relazione alla sua quantità, o alle sue caratteristiche. Questi esperimenti hanno portato negli ultimi decenni a risultati di grande importanza pratica nei vari campi delle biotecnologie. Ad esempio, nel campo biomedico, si sono ottenuti prodotti estremamente utili come gli ormoni umani, fattori che aiutano lo sviluppo di determinati organi, sostanze che promuovono la coagulazione del sangue e altre che la impediscono.

        Senza la possibilità di attuare il trasferimento di geni, nessuna di queste sostanze sarebbe stata prodotta. Lo stesso vale in agricoltura. In questo campo sono insorte recentemente delle controversie importanti, in particolare sullo sviluppo industriale di piante destinate alla produzione di sostanze alimentari. La contestazione principale è rivolta alla coltivazione delle piante (per esempio, il granturco) nelle quali è stato introdotto un gene derivato da un batterio, allo scopo di renderle resistenti a insetti parassiti. In questo modo si ottengono due risultati: uno è rendere le piante resistenti, l'altro è ridurre l'uso di insetticidi che altrimenti sarebbero usati per uccidere i parassiti.

        Sono sorte, però, due preoccupazioni. La prima è che il prodotto del gene batterico potrebbe conferire proprietà dannose al cibo, che ad esempio potrebbe risultare allergico per alcuni individui. Inoltre si teme che il prodotto del gene batterico possa disperdersi nell' ambiente col polline, producendo effetti dannosi anche per insetti che non sono pericolosi per la pianta.

        L'altra preoccupazione riguarda quelle piante in cui si inserisce un gene che conferisce resistenza ad erbicidi, in modo che le erbacce possano essere eliminate dall'ambiente delle piante usando l'erbicida. Qui una preoccupazione è il trasferimento del gene alle erbacce, rendendole resistenti, e così annullando il beneficio dell'inserzione del gene; un' altra preoccupazione è che si produca un pericoloso effetto ambientale, perchè con l'eliminazione delle erbacce si eliminano anche i loro semi, che sono cibi per uccelli: questi ne sarebbero danneggiati, forse anche fortemente.

        Le preoccupazioni sono basate su buone ragioni e anche su alcuni risultati sperimentali che, pur rimanendo incerti, tuttavia si devono prendere in considerazione. Ma esse contrastano col fatto che granturco geneticamente modificato è stato consumato per alcuni anni da centinaia di milioni di persone in vari paesi del mondo, senza che ne abbiano avuta alcuna conseguenza.

        Perché in questa situazione è insorto il timore, molto diffuso in molti paesi specialmente europei, che il granturco modificato geneticamente sia pericoloso? Le ragioni sono più che altro psicologiche. Gli oppositori fanno una propaganda molto attiva ed efficace. Quando essi dicono che i cibi geneticamente modificati sono pericolosi, nessuno può negare che un pericolo potenziale ci sia: ma quanto grande? Questo non importa al consumatore: perché dovrebbe esporsi ad un pericolo, anche piccolissimo, senza una speciale ragione? Dopo tutto, questi cibi messi a disposizione del pubblico non hanno nessun vantaggio per i consumatori rispetto ai corrispondenti cibi normali, sia come qualità che come prezzo. Essi sono a vantaggio delle ditte che li producono e degli agricoltori che li vendono. Si deve anche aggiungere che le ditte che producono i semi si sono talvolta comportate in modo da suscitare sospetti seri. Un esempio è lo sviluppo di piante che producono semi sterili, forzando così l'agricoltore a comprare nuovi semi per ogni raccolto. Ora la ditta ha cessato la produzione di tali semi in risposta all' indignazione pubblica. Un altro esempio è dato da violazioni di regole: il granturco modificato, legale solo per bestiame, è stato in alcuni casi usato nella confezione di cibi umani.

        E' chiaro che tutto ciò suscita preoccupazioni e sospetti, che devono essere presi in seria considerazione. Ma proibire completamente l'uso delle tecniche di modificazione genetica nelle ricerca agricola non e' il modo adatto per eliminare tali preoccupazioni. Infatti la ricerca sui cibi ha dato anche risultati difficilmente contestabili. Un esempio è lo sviluppo di riso contenente un' aumentata quantità di vitamina A e di ferro. Un passo avanti molto importante, da momento che il riso è uno dei cibi maggiormente usati nel mondo, specialmente nei paesi meno progrediti tecnicamente; però la sua carenza di vitamina A è molto dannosa, causa cecità nei bambini; e la carenza di ferro è altrettanto pericolosa, specialmente durante la gravidanza. Il riso arricchito è stato prodotto nei laboratori di una ditta, che lo ha messo a disposizione dei paesi più poveri gratuitamente. Esso può essere nel futuro la salvezza di quei paesi.

        Un altro aspetto dello sviluppo di piante geneticamente modificate si può riconoscere considerando l'origine delle piante usate attualmente per la produzione di cibo. Esse sono state prodotte attraverso i secoli per mezzo di incroci di piante esistenti e la selezione di nuovi tipi, con caratteristiche desiderate, tra quelli risultati dagli incroci. La ripetizione di questi cicli ha prodotto le piante che usiamo oggi. Questa procedura era basata sul trasferimento di geni da una pianta all'altra negli incroci, e sulla selezione successiva dei geni utili per gli scopi degli allevatori. Però i geni erano sconosciuti. Quello che si fa oggi nella produzione di piante modificate è esattamente lo stesso processo, eccetto che si può realizzare in tempo infinitamente piu' breve, e, specialmente, in modo controllato, con piena conoscenza dei geni coinvolti. La differenza principale tra questi metodi tradizionali e le modificazioni nella produzione delle piante usate oggi, e' che in queste ultime si sono trasferiti geni di specie lontane (per esempio batteri), mentre nel metodo tradizionale i geni di piante venivano trasferiti solo tramite gli incroci.

        E' molto probabile che, nel futuro, la ricerca genetica delle piante ritornerà al trasferimento di geni solo tra piante. La ragione è che i geni di parecchie piante già sono tutti noti, quelli di altre piante (come il riso) si stanno decifrando. Con la conoscenza di tutti i geni non ci sarà più bisogno di trasferire a piante geni di batteri o altre specie lontane. Si trasferiranno geni di piante, e questa attività sarà molto diffusa e avrà enormi risultati, sia pratici che di conoscenza.

        E' evidente perciò che proibire la ricerca basata sulle modificazioni genetiche di piante in generale, è un grave errore. Si dovrebbero instaurare regole mirate a problemi specifici. La validità di ricerche coinvolgenti il trasferimento di geni non vegetali potrebbe essere sottoposta a scrutinio, analizzandone le ragioni e gli obbiettivi. Progetti di esperimenti dove c'è una possibilità di rischio, anche piccolo, per il pubblico, dovrebbero essere esaminati criticamente. Ma lo studio dei geni delle piante, le loro funzioni, il loro significato per la biologia e l'economia delle piante stesse dovrebbe essere incoraggiato, perché su di esso si basa una grande speranza per il futuro dell'umanità. (10 febbraio 2001)

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IN MILLE USCIRANNO DAI LABORATORI PER PROTESTARE CONTRO L'ECOLOGISMO DI STATO E CHIESA: "FONDI SCARSI"

Ricerca, gli scienziati scendono in piazza.

Martedì prossimo (13 febbraio 2001) il corteo a Roma.

MILANO (g.m.p.) - Gli scienziati si ribellano alla politica. Escono dai laboratori dove in genere amano restare, e martedì, a Roma, scendono in piazza. Una decisione inedita per i Dulbecco, i Regge, i Garattini, i Boncinelli, Rita Levi Montalcini e gli altri nomi illustri del sapere che hanno firmato un documento di protesta. Contro chi? Il mondo del sapere sopporta sempre meno il disinteresse di governo e parlamento per una attività essenziale al benessere e alla dignità del paese quale la ricerca scientifica. Questione di soldi? Certo. Anche l'ultima "finanziaria" ignora, in sostanza, la scienza.

        Ma c'è di più e di peggio: gli scienziati ritengono che sia in atto una svolta oscurantista che sottrae libertà di indagine, reagiscono a una invasione di campo che ha pochi precedenti. "Stato, Chiesa e industria esercitano sulla comunità studiosa una pressione indebita", dice Silvio Garattini. "Lo Stato pretende di dirci, a proposito degli organismi geneticamente modificati, quali ricerche siano lecite e quali proibite, in nome di un ecologismo da lanzichenecchi che non ha relazione con la vera salvaguardia della salute e dell'ambiente; la Chiesa prescrive quali cellule usare e quali no nello studio delle staminali; l'industria, surrogandosi a uno Stato assenteista, impone scelte che assecondano le sue strategie e i suoi interessi. In questa situazione, quale libera ricerca si può fare? Restano, è vero, Airc, Telethon, Trenta ore per la vita. Ma rispetto alle roboanti promesse di Lisbona aumentare la spesa per ricerca al tre per cento del prodotto interno lordo rimaniamo con il solito pugno di mosche".

        Dunque gli scienziati sfileranno in corteo. In oltre mille hanno sottoscritto un documento che è più del "chier des doléances" di una comunità frustrata dalla negligenza del potere.

        E' una protesta contro il ministro per le Politiche agricole Pecoraro Scanio, a cui i firmatari ascrivono l'affossamento della ricerca italiana nelle settore delle biotecnologie applicate all'agricoltura, un settore chiave per il progresso del paese. In Italia è sempre più difficile fare ricerca sulle piante transgeniche. Fino a un paio di anni fa c'erano fondi nazionali, oggi scesi a zero.

        Il ministero ha bloccato a metà un progetto di valore, diretto da Francesco Salamini del Max Planck di Colonia, con grande spreco di risorse intellettuali; mentre il Cnr non dà più alcuna sovvenzione. Per continuare si rende necessario il finanziamento surrettizio, stornando fondi da altri capitoli, più o meno clandestinamente.

        La ricerca transgenica si sta insomma trasformando in una attività da carbonari. Se un ricercatore prepara una pianta transgenica, poniamo, a Milano e vuole portarne i semi ai colleghi di Parigi, è nella situazione di un fuorilegge fino alla frontiera perché i semi transgenici non sono legalmente trasportabili sul territorio nazionale. Assurdo poi il diktat del ministro che assegna fondi solo allo sviluppo dell'agricoltura "biologica" la quale è, per definizione, replica di quanto si faceva in passato e non ha certo bisogno del contributo della scienza.

(10 febbraio 2001)

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POLEMICHE DOPO IL DOCUMENTO DEGLI SCIENZIATI CHE LAMENTANO OSTILITÀ VERSO LA RICERCA

Pecoraro replica ai Nobel "Siamo contro scienza pazza".

Verdi: "Non c'è oscurantismo, ma attenti a Stranamore".

Levi Montalcini: "Vogliamo alleviare dolore e malattie".

ROMA - L'iniziativa è di quelle destinate a fare scalpore: la protesta dei Nobel, un gruppo di nomi eccellenti del mondo scientifico italiano che firma un documento contro il disinteresse delle autorità italiane verso la ricerca e annuncia anche una manifestazione martedì prossimo a Roma per sensibilizzare verso il problema, da cui discende l'eterno tema della "fuga di cervelli". Una posizione riassunta da un un intervento di Renato Dulbecco, pubblicato oggi su Repubblica. E sempre oggi, puntuali, arrivano le reazioni, dall'una e dall'altra parte: per il fronte dei "contestatori" scendono in campo Rita Levi Montalcini ("bloccare la ricerca è anti-scienza") e il genetista Edoardo Boncinelli ("non metteteci il bavaglio"); mentre il ministro Alfonso Pecoraro Scanio replica dicendo che "è una vera e propria offesa" attribuire al governo, o al suo partito, la volontà di bloccare il progresso.

        Ed è tutto il "Sole che ride" a levare gli scudi. I Verdi sono infatti uno degli bersagli polemici (più o meno espliciti) degli scienziati che lamentano un atteggiamento prevenuto verso interi settori della ricerca, a esempio quella genetica. Ma i Verdi non ci stanno e contrattaccano: "Organizzeremo - spiega la leader, Grazia Francescato - una contromanifestazione di scienziati, che condividono la nostra posizione sul tema. Saranno almeno 700". E sempre Francescato, in un comunicato congiunto con Pecoraro, lancia uno slogan: "Non siamo oscurantisti, siamo contro 'scienza pazza', contro i dottor Stranamore".

        Insomma, una polemica dai toni abbastanza duri, specie se si considera che non si tratta del solito botta e risposta tra politici, ma di una controversia che coinvolge alcuni dei più prestigiosi scienziati italiani. Oggi a parlare è Levi Montalcini, che - citando apertamente le spinte "conservatrici" di cattolici ed ecologisti, dichiara: "Non si può mettere il chiavistello al cervello e quindi alla ricerca scientifica tesa a migliorare la qualità della vita e a debellare la malattia e con essa il dolore fisico". Il premio Nobel cita direttamente Pecoraro Scanio, dicendosi stupita del "no" alla ricerca sui cibi transgenici.

        Posizione condivisa, in termini più generali, dal genetista Boncinelli, che riassume così la posizione dei 1.150 scienziati firmatari del documento "Libertà per la scienza": "Non mettete il bavaglio alla ricerca, e se possibile trovate qualche soldo in più".

(10 febbraio 2001)

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L'INTERVISTA

Il ministro della Sanità interviene nello scontro tra i Verdi e i premi Nobel.

"Basta con le crociate siamo tutti transgenici".

Veronesi: mucca pazza? Una nevrosi.

di GIOVANNI MARIA PACE

MILANO Ieri, domenica, il ministro della Sanità Umberto Veronesi era nel suo studio a pianterreno dell'Istituto europeo di oncologia. Un momento di calma per riflettere sulla polemica intorno agli organismi geneticamente modificati.

        Professor Veronesi, trova giusto l'atteggiamento dei Verdi? "La bioingegneria è una tecnica ormai consolidata che permette di raggiungere una quantità di risultati in campo umano, animale, vegetale. Se questo è vero, non possiamo rifiutare in toto gli ogm, come fanno i Verdi, ma decidere di volta in volta. Essendo le modificazioni genetiche una tecnica, scagliarsi contro gli ogm è come prendersela con il microscopio. Se non distinguiamo lo strumento dagli obiettivi, il discorso diventa astratto e ideologico, si trasforma in una opposizione di principio come quella che la Chiesa esprime su molti temi riguardanti la vita. 'La Natura non si tocca', dicono i Verdi in assonanza con i creazionisti, i quali ritengono che il mondo faccia parte di un progetto divino, nel quale l'uomo non deve interferire. In realtà noi stessi, come uomini, siamo il risultato di una grande trasformazione genetica avvenuta nel corso dell'Evoluzione.

"Noi umani siamo tutti transgenici. Se da scimmia siamo diventati uomo è per via di una serie di mutazioni spontanee. Come dice Jacques Monod, siamo un prodotto di natura emerso dall'intreccio di due variabili, il caso e la necessità. Il caso sono mutazioni genetiche non programmate, spontanee, sulle quali agisce la necessità, nel senso che un organismo mutato sopravvive solo se la mutazione lo rende adatto all'ambiente. Le mutazioni genetiche, molla dell'Evoluzione, sono prive di una normativa etica intrinseca, non hanno finalità. Con buona pace di chi vuole vedere nel mondo un disegno divino".

        Secondo l'accusa, gli ogm offrono alle multinazionali l'occasione di appropriarsi di un patrimonio che dovrebbe rimanere comune. E' d'accordo? "La brevettabilità è un problema delicato. Può creare concentrazioni di potere proprio nell'agricoltura, che è fonte di vita per l'umanità. Il brevetto difende peraltro gli investimenti in ricerca e quindi le dà linfa, ma occorre trovare un sistema di controllo, un equilibrio tra l'interesse di chi finanzia la ricerca e quello generale".

        La scienza non gode di un momento di favore. Perché gli italiani se la prendono con chi fa professione di sapiente? "Scagliarsi contro la scienza è doppiamente insensato perché l'acquisizione del sapere allarga il nostro orizzonte; e in secondo luogo perché la scienza fornisce principi metodologici importanti. Tra questi il principio di precauzione, che oggi viene usato per vietare la sperimentazione degli ogm in campo aperto. Ebbene, se applicato alla lettera il principio sconsiglia persino di uscire di casa perché una automobile potrebbe travolgerci. Ogni attività vitale comporta dei rischi. Affrontando la questione della mucca pazza abbiamo fatto un calcolo del rischio di morire, oggi e nel prossimo futuro, della malattia di Creutzfeldt-Jacob. Questo rischio è pari a quello di contrarre il cancro al polmone fumando una sigaretta: in tutta la vita, non al giorno o alla settimana".

        Il prione potrebbe però allungare il passo. "In Inghilterra l'infezione tra i bovini, che ne sono il serbatoio, è sparita, anche perché le farine animali sono vietate in Europa da sei anni e, trasgressioni a parte, non vengono più somministrate ai ruminanti. Inoltre il prione non si trasmette all'uomo se non quando raggiunge una, chiamiamola, virulenza enorme: tra le cento vittime inglesi dovevano esserci mangiatori quotidiani di cervella. La minima diffusione della malattia altrove sembra indicare che gli umani oppongono al prione una valida difesa immunologica".

        Il rischio mucca pazza per l'uomo è basso. Perché tanta paura? "E' una nevrosi collettiva. Eradicare la malattia tra i bovini è essenziale, per questo abbiamo preso le drastiche misure di questi giorni. Ma considerare la necessità di sacrificare i bovini quale misura del pericolo corso dall'uomo è arbitrario. Il risanameto degli animali e la protezione dell'uomo sono obiettivi diversi. Se però si perde il senso della metodologia scientifica, basata sul confronto costobeneficio, il principio di precauzione diventa una mina vagante".

        Pecoraro Scanio dice che i genetisti giocano con il genoma come fosse il Lego. Lei fa parte della comunità scientifica: che effetto le fa essere considerato un apprendista stregone? "Lo scienziato ha una sua cultura etica. Nella storia della scienza ci sono casi di truffa, di plagio e quant'altro, ma non, a quanto ne so, di deliberata intenzione di nuocere alla gente. Il solo episodio che mi lascia eticamente perplesso è il Progetto Manhattan, o meglio la decisione dei fisici di continuare a costruire la bomba benché Hitler fosse morto. Altri misfatti alla dottor Jekyll non riesco però a citarne".

        Il ministro dell'Agricoltura chiede dove fossero gli scienziati quando i Verdi denunciavano il pericolo insito nelle farine animali. "L'accusa mi sorprende: le farine animali si sono diffuse in zootecnia per volontà degli imprenditori agricoli e nessun ministro dell'Agricoltura europeo è mai intervenuto. Ricordo anzi un certo favore degli ecologisti per il riutilizzo delle carcasse animali, che risolveva un problema di smaltimento. Dalla vicenda mucca pazza, la scienza è stata tagliata fuori. Quando alla fine degli anni Ottanta in Inghilterra si capì che la situazione peggiorava, gli scienziati chiesero di vedere i dati degli allevamenti, ma la potente lobby degli agricoltori li tenne chiusi nel cassetto".

        Anche l'ultima finanziaria lesina i soldi alla ricerca. "E' vero. L'Italia spende in scienza la metà degli altri paesi europei, mentre il futuro di un paese si misura sulla capacità del sistema di stimolare il potenziale creativo delle nuove generazioni. Non è un semplice problema di soldi ma di disinteresse. Nei riguardi della scienza c'è un atteggiamento di rifiuto diffuso anche in classi sociali acculturate, vedi il successo della New Age. I Verdi, che in passato condussero battaglie d'avanguardia come quella per i diritti civili, sono passati ai temi della salute con argomenti discutibili, vedi la richiesta di un trattamento più 'umanitario' degli animali da macello per avere prodotti della macellazione più salubri. Quindi non per un imperativo morale non far soffrire gli animali ma per migliorare la qualità delle bistecche. Gli ecologisti accettano la terapia genica per curare i tumori umani ma non ammettono che le piante vengano curate con la stessa tecnica. Del resto le contraddizioni non mancano anche a livello generale. Tutti gli schieramenti politici si dichiarano paladini di un ambiente più salubre ma la mia legge antifumo, che tende a sottrarre il non fumatore all'aria inquinata dalle sigarette altrui, ha ricevuto in Parlamento una accoglienza molto tiepida da parte di tutti i gruppi e la sua approvazione procede a passo così lento da far disperare che si concluda entro la legislatura".

(12 febbraio 2001)

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(I QUATTRO ARTICOLI RIPORTATI SOPRA SONO TRATTI DA REPUBBLICA.IT).

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 ARTICOLI DA IL MANIFESTO DELL'11 FEBBRAIO

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ARROGANTI CERTEZZE

E' scontro tra i sostenitori del "principio di precauzione", proprio del pensiero ecologista, e quelli del "principio di certezza"

MARCELLO CINI

        Millecentosessantaquattro scienziati, ricercatori e professori universitari contro il ministro delle politiche agricole e forestali. Un bel match. Da un lato un ministro dell'agricoltura che si copre di ridicolo confessando che si è sbagliato perché ha confuso la "sperimentazione in campo agricolo" con la "sperimentazione in campo aperto" e dall'altra un'aggregazione di tecnici di discipline diverse tenuta insieme soltanto da una ideologia - l'ideologia dell'oggettività e della neutralità della ricerca scientifica e tecnologica rispetto al contesto sociale - ormai incapace di suggerire vie da percorrere e strategie da adottare per affrontare i problemi sociali sempre più acuti e pressanti provocati dal potere acquisito dalle tecnoscienze di manipolare il mondo della vita e l'universo della mente umana. Per quanto riguarda il primo non ho niente da aggiungere. Sarebbe stato bene se avesse dignitosamente riconosciuto che uno sbaglio così, se di sbaglio si è trattato, un ministro non lo può fare. Avrebbe evitato di dare l'occasione ai mezzi di comunicazione di massa per scatenare l'opinione pubblica contro quella componente essenziale della sinistra che fa riferimento al pensiero ecologista. Tanto più se, come afferma oggi, voleva soltanto far rispettare una direttiva europea che vieta la sperimentazione all'aperto per evitare la contaminazione delle culture naturali. Per quanto riguarda i secondi invece vorrei argomentare più in dettaglio il mio punto di vista. Non mi interessa qui gettare, come fa il ministro, dubbi, peraltro leciti visto il gran numero di firmatari, sulla competenza nel campo specifico degli Ogm di molti di loro, né insinuare che alla base della protesta possa esserci, accanto a giuste rivendicazioni di ragionevole autonomia rispetto a ingerenze arbitrarie di politici a caccia di notorietà, anche la difesa, meno nobile, di interessi economici, di carriera e di potere. Ammettiamo pure, dunque, che tutti questi miei colleghi - e alcuni lo sono veramente - siano animati da una convinzione profonda e sincera che i problemi dell'umanità si possano risolvere soltanto lasciando completa libertà di scelta ai ricercatori di ogni settore sugli obiettivi, i metodi e i mezzi da destinare alla ricerca, mantenendo nelle loro mani il potere di giudicarne la validità, l'efficacia e le priorità. Ma come facciamo ad essere sicuri che le loro scelte siano le migliori possibili dal punto di vista dei soggetti sociali inevitabilmente e pesantemente coinvolti, che non sono una generica "umanità", ma popoli, classi, categorie economiche, comunità culturali, individui, che si trovano oggi e si troveranno domani a doverne subirne le conseguenze, nel bene e nel male? Si risponde a questa domanda dicendo: sono i politici che devono decidere come utilizzare i nostri risultati; lasciate però ai ricercatori la libertà di scegliere dove e come raggiungere la conoscenza di quei fatti certi e di quelle relazioni oggettive di causa ed effetto che devono fornire le basi per quelle decisioni. Ebbene, questa divisione di compiti non funziona. Non funziona perché esclude in partenza proprio quei "fatti intrisi di valori" che segnano la vita dei soggetti sociali che in teoria dovrebbero essere tutelati. Gli "scienziati" infatti, per definizione, si occupano solo di quei fatti dei quali possono acquisire la certezza. Per quanto riguarda la salute, per esempio, si limitano a dire: "non ci sono evidenze certe che la tal cosa sia dannosa". I "decisori" a loro volta utilizzano queste certezze come base di partenza per realizzare gli obiettivi da perseguire sulla base dei loro "valori". Dicono: "visto che la tal cosa non è dannosa possiamo utilizzarla per il bene comune". E le incertezze? Chi si occupa delle incertezze? Chi si occupa dei costi che forse noi stessi, ma certamente qualcun altro, già oggi o in un futuro più o meno prossimo, dovrà pagare per i benefìci che le certezze delle tecnologie di punta possono riversare nell'immediato su di noi? Perché di questi costi nessuno parla? Perché nessuno si domanda, per esempio, se la creazione, la produzione di massa e il rilascio su vasta scala nell'ambiente naturale di migliaia di forme di vita manipolate geneticamente non causeranno un danno irreversibile alla biosfera, facendo dell'inquinamento genetico una minaccia per il pianeta ancora più grave dell'inquinamento nucleare e chimico? Oppure si domanda che conseguenze potrebbe avere per l'economia globale e per la società ridurre il pool genetico del mondo allo stato di proprietà intellettuale brevettata sotto il controllo esclusivo di un ristretto numero di multinazionali? O ancora si chiede quale sarà la condizione umana in un mondo dove i bambini vengono progettati geneticamente - certo, per il loro bene - e dove le persone vengono identificate, classificate e discriminate in base al loro genotipo? Lo scontro vero dunque, a parte le gaffes di un ministro, è tra i sostenitori del "principio di precauzione", che sta alla base del pensiero ecologista, e i sostenitori del "principio di certezza", che costituisce il collante ideologico dei firmatari dell'Appello per la libertà della ricerca. Ma come si fa a non capire che senza il principio di precauzione corriamo tutti verso il disastro? Dice Hans Jonas: "Una volta era facile distinguere fra tecnica benefica e tecnica dannosa, considerando semplicemente l'impiego dei suoi strumenti. I vomeri, si diceva, sono buoni, le spade, cattive. Ma qui salta all'occhio il tormentoso dilemma della tecnica moderna: a lungo termine i suoi "vomeri" possono essere dannosi quanto le sue "spade". E prosegue: "In questo caso sono loro, i benefici 'vomeri' e i loro simili, il vero problema." I casi di "vomeri" che si rivoltano sono sotto gli occhi di tutti. Non sarebbe stato meglio essere più cauti nell'utilizzare le farine animali come mangime anche se non c'era la "certezza" che fossero dannose? Non sarebbe meglio essere più cauti prima di utilizzare organi, tessuti, cellule di animali e piante in sostituzione di quelli umani visto che non è escluso - così almeno sostiene J. Harper nel libro The River pubblicato nei Penguin Books - che l'Aids umano abbia avuto origine dall'uso del plasma di gorilla? E, per venire agli Ogm, perché ignorare che l'uso esteso di piante transgeniche resistenti ai pesticidi e agli erbicidi potrebbe creare - così almeno sostengono alcuni scienziati che non condividono l'ottimismo di prammatica fra i loro colleghi - nuovi ceppi resistenti sia di "supererbe infestanti" che di "superinsetti"? Si obietta, da parte dei sostenitori delle ragioni degli scienziati, che se si dà retta al principio di precauzione, si paralizza tutto. Ma, ancora una volta, l'argomento è capzioso. Chi cerca trova, dice il detto popolare. Ma se non si cerca non si trova. Se non si fa ricerca sui rischi possibili (e non solo sugli effetti immediati e diretti) delle biotecnologie non si potrà mai sapere se la precauzione diventa ossessione maniacale o è invece saggia prudenza. Ma questa ricerca non si fa. Come si fa a ignorare che soltanto l'uno per cento dei fondi destinati dal Dipartimento americano all'agricoltura alla ricerca biotecnologica viene stanziato per l'accertamento dei rischi? E dei progetti italiani che sarebbero stati bloccati dal ministero compromettendo, si dice, il futuro della ricerca biotecnologica nel nostro paese, quanti sono quelli che studiano i rischi possibili? Non ho la competenza per rispondere a questa domanda, ma dubito molto che siano la maggioranza. E se questo mio dubbio fosse confermato, non sarebbe più utile, per il nostro paese e per l'Europa, imboccare questa strada invece di correre dietro agli Stati Uniti col fiato corto? E qui veniamo al nocciolo della questione. Scriveva non molto tempo fa Giorgio Bocca, che di tutto si può accusare tranne che di simpatie per gli ecologisti: "Qual'è la logica, quali sono i principi del sistema tecnoscientifico? Di creare problemi che esso solo è in grado di risolvere, e se non li risolve di nasconderli con false promesse. Questo deve essere un periodo in cui la impotenza del sistema deve essere più sentita, perché le false promesse e le false informazioni ci piovono addosso, fittissime." E concludeva: "[tutto questo] rafforza l'idea che uno dei principi fondamentali del sistema sia quello di attenersi a ciò che rende e di trascurare ciò che non dà guadagni". "Attenersi a ciò che rende" è dunque la parola d'ordine che, nonostante le buone intenzioni degli scienziati più disinteressati, fa girare il mondo delle tecnoscienze, cioè il mondo della ricerca. Rivendicare l'autonomia della ricerca dalla politica è perciò un obiettivo illusorio, perché la ricerca è immersa fino al collo nel tessuto sociale e dipende sempre più dalle forze che lo plasmano e dalle tensioni che lo attraversano. C'è piuttosto un'altra via per rendere più libera la ricerca: renderla pubblica tagliando il cordone ombelicale che la lega al processo di accumulazione del capitale globale. Perché, per esempio il mondo della ricerca non dà l'esempio battendosi per vietare la brevettabilità degli organismi viventi e delle loro modificazioni? Non è la ricerca in sé che impone di "attenersi a ciò che rende e di trascurare ciò che non dà guadagni" ma il brevetto. Se non si capisce che è il brevetto a colmare l'abisso naturale che separa la materia inerte da quella vivente, si continuerà a discutere a vanvera sul lecito e sull'illecito, e nessuno potrà fermare la valanga. Ammettere la brevettabilità dei risultati delle manipolazioni genetiche significa essere d'accordo con il responsabile del trasferimento delle tecnologie presso il Dna Plant Technology di Oakland, in California, che dice: "il fatto che una cosa abbia natura biologica e si autoriproduca non basta a renderla diversa da un pezzo di macchina costruita con dadi, bulloni e viti". Quanti scienziati sono disposti ad ammettere di non essere niente di più che un pezzo di macchina costruita con dadi, bulloni e viti?

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Lo scontro tra pubblico e privato turba la gran festa del genoma. I responsabili del Progetto Genoma presentano al mondo i primi risultati della ricerca sulla mappa genetica. E aprono una polemica con i privati della Celera e il loro business. In rialzo in borsa i titoli biotech

IL GENOMA UMANO

MA.FO.

Quattro conferenze stampa, ieri, in contemporanea in tutto il mondo: i responsabili del Progetto Genoma Umano hanno voluto farsi sentire. Questa settimana Progetto Genoma pubblica sulla rivista Nature un articolo sui "Primi risultati della mappatura e analisi del genoma umano". Il punto è che sempre questa settimana la rivista Science pubblica, sotto il titolo "Mappatura del genoma umano", i risultati della ricerca del gruppo di scienziati diretto dal genetista Craig Venter per la ditta privata Celera Genomics. La competizione tra la ditta privata e il consorzio pubblico continua: in ballo è la proprietà della ricerca. Nelle conferenza stampa indette ieri, Progetto Genoma (consorzio pubblico che riunisce scienziati e istituzioni di ricerca di tutto il mondo, con finanziamenti statunitensi e britannici), afferma che la mappatura delle sequenze di geni che compongono il Dna umano "è un regalo al mondo". Ovvero che è internazionale e pubblica, e non di proprietà privata: "Restringere l'accesso a questa informazione sarebbe criminale" ha detto a Londra il dottor John Sulston, capo del gruppo di scienziati britannici del Progetto Genoma. La prime notizie sulla mappatura del Dna umano del resto dicono che il genoma umano non contiene più di 30 o 40mila geni (in passato se ne ipotizzavano almeno 150mila). Meno geni, significa che la complessità degli individui umani è dovuta a una più complessa interazione tra gruppi di geni, e tra i geni e l'ambiente cellulare, interazione con altre proteine, eccetera. Significa anche che meritano più attenzione quei geni senza apparente funzione (detti addirittura junk genes, geni spazzatura), che sembrano ripetere informazioni in modo ridondante. E che meno fondate sono le promesse un po' miracolistiche di imminenti cure per le malattie a trasmissione genetica... Annunci e polemiche intanto hanno avuto un risultato concreto, le azioni di Celera Genomics ieri sono salite di quasi 15%, come tutte le maggiori aziende delle biotecnologie: più 5% per Genentech, più 6,8% per Myriad Genetics...

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SCIENZE POLITICHE

IDA DOMINIJANNI

        Con la mappa del genoma la specie umana ha uno strumento prezioso per la sua navigazione nella vita. Da ieri ne sappiamo molto di più su quell'animale ineluttabilmente sociale - come la mappa stessa conferma, evidenziando l'intreccio di biologia e ambiente di cui siamo fatti - che è l'essere umano. Che uso faremo di questa cruciale informazione non dipende solo dal sapere scientifico e tecnologico. Dipende anche, e in ultima analisi soprattutto, da quella peculiare arte che si chiama politica, inventata apposta per badare alla vita sociale della specie. Caso vuole che la notizia della mappatura del genoma cada nel pieno di un conflitto fra una parte della comunità scientifica italiana, che rivendica libertà e investimenti per la ricerca, e una parte del mondo politico, accusato di proibizionismo e fondamentalismo anti-scientista. La scienza contro la politica? Sarebbe una rappresentazione nefasta, per l'una e per l'altra parte in campo. Di questi tempi solo gli stolti possono non vedere che scienza e politica, tecnologie e governo, cura della vita individuale e cura della vita pubblica o crescono insieme o muoiono insieme. Benché la politica ce la metta tutta a ridursi a manuale di spartizione del potere, tutto - dalla mappa del genoma all'informatica, dalle biotecnologie che modificano i cibi alla farmacologia che modifica i cervelli, dalle nuove armi che seminano la morte alle cellule staminali che possono allungare la vita - la porta a uno spettro più ampio di azione e di responsabilità. Si chiama "biopolitica", e comprende sotto il suo cielo molte più cose di quante la politica tradizionale non veda. Se in gioco, nella manifestazione degli scienziati di oggi a Roma, ci fosse "solo" una questione di libertà non sarebbe difficile trovare la bussola. La libertà della ricerca, oltre che un diritto costituzionale, è una precondizione per una buona finalizzazione della ricerca stessa, che non può controllare i rischi in cui incorre senza "vederli", come a poker. Ai governi non spetta alcuna facoltà di interdizione preventiva, ma solo un potere di controllo sugli usi e le applicazioni; nonché sulle indebite appropriazioni a fini di mercato di beni e informazioni che sono e devono restare patrimonio comune. Senonché questa bussola, dalle nostre parti, è tutt'altro che scontata. Non solo per le tentazioni antiscientiste dei Verdi, ma soprattutto per il loro possibile innesto sul tronco più radicato del fondamentalismo cattolico, non meno responsabile (pesa la vicenda della ricerca sulle cellule staminali degli embrioni) della protesta degli scienziati. Senza contare la storica incuria negli investimenti, con quelle percentuali ridicole di Pil (e di fondi privati) destinate alla ricerca. La protesta della comunità scientifica ha dunque molte ragioni. Ma può perderle, se si proporrà come il vessillo di un ottimismo progressista che ha subìto dalle repliche della storia altrettante smentite dei fondamentalismi conservatori. In tempi in cui la grancassa mediatica promette ogni giorno la soluzione onnipotente di tutti i problemi della condizione umana, spetterebbe innanzitutto a chi la scienza la pratica denunciarne i limiti, le impotenze, le incertezze e, quand'è il caso, le nefandezze. Passa anche da qui il discrimine fra una rivendicazione corporativa e un'azione politica degli "esperti" che oggi chiedono ascolto. Dall'altra parte, spetta al ceto politico un'apertura. Non solo alle ragioni degli specialisti, né tantomeno a quelle del consenso elettorale (le uniche già in pista, con i candidati premier pronti a ricevere gli scienziati e i radicali pronti a candidarli), ma al ventaglio di questioni e di soggetti che la rivoluzione scientifica chiama in campo e mette all'ordine del giorno. Di fronte ai nuovi dilemmi bioetici, si usa dire che la politica deve fare un passo indietro. Deve farlo, se la politica è controllo, proibizione, invadenza. Ma deve farne uno avanti, se è costruzione della sfera pubblica, discussione aperta delle poste in gioco, ascolto delle forze interessate, che in materia non sono solo i produttori ma i destinatari della ricerca scientifica, ovvero tutti noi. Dice bene chi oggi promette un nuovo patto fra scienza, politica e cittadinanza. Ma solo se è disposto a passare per nuovi conflitti: dentro i governi (a partire da quello in carica), con e fra gli specialisti, con e fra gli utenti. Quello che va in scena oggi è uno, ed è salutare.

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LA RIVOLTA DEGLI SCIENZIATI

STEFANIA GIORGI

        Con una strana coincidenza il giorno dopo l'annuncio della mappatura del genoma umano a scendere in piazza sono gli scienziati italiani, i 1500 firmatari dell'appello "Libertà per la scienza". Si ritrovano a Roma in un incontro - organizzato dall'Osservatorio laico e dalla Fondazione Einaudi - con l'intento di trasformarsi in un "Forum permanente" per richiamare la politica alle sue responsabilità. Vi spiccano nomi "pesanti" della comunità scientifica: i Nobel Renato Dulbecco e Rita Levi Montalcini, Silvio Garattini, Tullio Regge, Angelo Spena, Paolo Costantino, Roberto Defez, Pablo Amati, Edoardo Boncinelli, Luciano Caglioti, Riccardo Cortese, Mauro Cresti, Antonio de Flora, Francesco Sala, Leonardo Santi, Renato Ugo, Carlo Alberto Redi... Il manifesto-appello - pubblicato dal Sole 24 ore il 5 novembre, e dalla Stampa il 7 febbraio e ripreso da Science e Nature - mette sotto accusa il disinteresse di governo e parlamento per la ricerca scientifica. Parlano le cifre: quanto a percentuale del prodotto lordo destinato alla ricerca (0,8%) possiamo confrontarci solo con la Grecia. Abbiamo un terzo dei ricercatori dell'Inghilterra, meno della metà della Francia. Di più, i ricercatori accusano Stato, Chiesa e industria di esercitare sulla comunità scientifica una pressione indebita. Ma la protesta è rivolta in primo luogo contro il ministro per le politiche agricole, il Verde Pecoraro Scanio, che con un decreto, a ottobre, ha bloccato in campo agricolo gli studi sugli Ogm, gli organismi geneticamente modificati. "Non c'è niente senza rischio ma non si può mettere il chiavistello alla ricerca", chiosa per tutti Levi Montalcini. Stanata dai ricercatori la recalcitrante politica istituzionale è costretta a prendere posizione, in un ventaglio di pro e contro, con significative sfumature anche in casa ambientalista. Serve un nuovo patto tra scienza, società e politica, sostengono i Ds schierati "al fianco di chi rivendica la libertà di ricerca". Una posizione - già anticipata da Pietro Folena sulla Stampa - che sarà articolata oggi durante la presentazione del documento dei Ds sulle biotecnologie che sarà consegnato poi ai firmatari dell'appello. Marco Pannella, da parte sua, offre agli scienziati 700 candidature nell'uninominale per formare "un Manifesto per la scienza". Si schierano con i ricercatori e contro il "nuovo oscurantismo" Gianni De Michelis (Nuovo Psi), Ugo Intini (Sdi) sottosegretario agli esteri, e il repubblicano La Malfa. Non così la pensa Rosy Bindi, ex ministro della sanità, che invita all'esercizio della virtù della prudenza (San Tommaso): "da cattolica non fondamentalista rifiuto la pretesa che la ricerca sia sempre libera". E le fa eco il segretario Ppi, Castagnetti: "Quando si rischia di intaccare i fondamenti della vita deve essere la stessa scienza a porsi un limite". Ma gli scienziati oggi riuniti a Roma vogliono prese di posizione chiare su biotecnologia e libertà di ricerca anche da parte dei due candidati premier, Rutelli e Berlusconi. I quali annunciano che incontreranno una loro delegazione. Ma Rutelli anticipa: "E' auspicabile un matrimonio tra l'ambiente e la ricerca scientifica che è un fondamento della cultura europea". L'Italia "ha bisogno di competere, non di essere tagliata fuori", "tenendo fermo il principio di precauzione dobbiamo dare massimo sviluppo alla scienza". (Si spera sia meno ecumenico e fumoso con gli scienziati). Senza tentennamenti si schiera a fianco dei ricercatori il ministro della sanità Umberto Veronesi: le biotecnologie "rappresentano una delle rivelazioni scientifiche più importanti della storia umana. Limitarne lo sviluppo o impedirlo significa fermare la lancetta della Storia. Mi chiedo se qualcuno se lo può permettere". Ma Pecoraro Scanio continua nella sua autodifesa a oltranza: "Ci sono oltre mille scienziati che si lamentano? Ce ne sono altrettanti che dicono l'opposto". Così oggi, durante il convegno romano, Grazia Francescato presenterà firme di scienziati in appoggio alle posizioni Verdi sul "principio di precauzione", contro "l'assurda pretesa che le applicazioni della ricerca non debbano essere governate nell'interesse collettivo". Ma tra gli ambientalisti c'è aria di maretta. Così Legambiente ha giudicato "sbagliato" il sit-in indetto ieri pomeriggio dai Verdi contro l'istituto "Mario Negri", diretto da Garattini: "Per primi in questi giorni abbiamo polemizzato con le dichiarazioni nelle quali le preocccupazioni legittime e fondate per i rischi collegati a talune applicazioni dell'ingegneria genetica vengono fatte passare per un attacco generale contro la scienza e la ricerca". Ma "l'iniziativa dei Verdi finisce per legittimare ancor di più questo equivoco pernicioso, prendendo di mira con l'Istituto 'Mario Negri' uno dei centri più prestigiosi della ricerca biomedica italiana".

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SCIENZA IN APPELLO

Pubblichiamo stralci dell'appello sottoscritto da 1164 ricercatori contro le direttive del ministro Pecoraro Scanio in materia di ricerca sugli organismi geneticamente modificati.

        La ricerca italiana in campo agrobiotecnologico versa in una situazione drammatica. La sua stessa sopravvivenza è messa a repentaglio da alcune iniziative dell'on. Pecoraro Scanio, ministro per le politiche agricole e forestali (Mipaf). (...) La decisione ministeriale di annullare le sperimentazioni con Ogm in Italia non ha nulla a che vedere con considerazioni di tipo precauzionale: l'attività di studio e ricerca con Ogm già rispetta norme precise e specifiche direttive europee, dall'altro non riguarda affatto la commercializzazione di prodotti Ogm (...). Il Mipaf ha deciso di utilizzare i finanziamenti per la ricerca e la sperimentazione in campo agricolo come uno strumento per imprimere una svolta repressiva alla ricerca pubblica. Ai ricercatori del Mifap, ma anche di Cnr, Enea e Università, infatti, è stato esplicitamente richiesto, per poter accedere ai finanziamenti, di rivedere i programmi di ricerca per il 2001. Di fatto, chi intenda continuare a lavorare nell'ambito dei progetti di ricerca del Mipaf è tenuto a eliminare "volontariamente" dalle sue attività di ricerca qualunque sperimentazione con Ogm. (...) Da nessuna parte in Europa si sta commettendo l'errore di credere che le legittime istanze di tutela dell'agricoltura tradizionale e dell'ambiente debbano essere accompagnate dalla penalizzazione della ricerca. (....) Vale la pena di notare che tanto la Germania quanto la Francia in sede comunitaria hanno assunto posizioni di estrema cautela per quanto riguarda la commercializzazione di prodotti transgenici in campo agroalimentare non diversamente da quanto ha fatto l'Italia. Ciononostante non intendono porre vincoli pregiudiziali alla ricerca come invece intende fare il Mipaf in Italia (....). La comunità scientifica italiana non può accettare questi attacchi intimidatori, ovvero che alcune metodiche scientifiche siano giudicate pericolose o irrilevanti sulla base di pregiudizi ideologici. (....)

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LA MAPPA DEL TESORO

        ... e il mercato Lotta all'ultimo sangue tra il consorzio pubblico (Progetto Genoma) e il gruppo privato (Celera Genomics) per annunciare i risultati. La causa è la proprietà della ricerca MA.FO. Un dispiegamento di media da grandi occasioni, quattro conferenze stampa in contemporanea a Londra, Parigi, Washington e Tokyo. Articoli sulle maggiori riviste scientifiche. Dire che il genoma umano fa notizia è dire poco. Le notizie per la verità sono di diverso ordine. Primo: la rivista Science (www.sciencemag.org) pubblicherà sul prossimo numero un articolo titolato "La sequenza del genoma umano", in cui i ricercatori dell'azienda privata Celera Genomics, diretti dal genetista americano Craig Venter, lasciano intendere di aver decodificato tutta la sequenza di geni che compongono il Dna umano (Dna: acido desossiribonucleico, ovvero la grossa molecola contenuta nel nucleo di ogni cellula che contiene l'insieme dell'informazione genetica di ogni organismo vivente). Allo stesso tempo, la rivista (britannica) Nature (www.nature.com) pubblica i risultati ottenuti invece dal Progetto Genoma Umano, l'altro gruppo di ricercatori impegnati nello studio delle sequenze di geni che compongono il nostro Dna: questo è un consorzio internazionale di istituzioni pubbliche (principalmente statunitensi e britanniche). Il titolo è più cauto: "Prime sequenze e analisi del genoma umano". La pubblicazione in contemporanea rivela la feroce lotta in corso tra i due gruppi. Il Progetto Genoma era stato lanciato nel 1990 e prometteva di terminare la mappatura dell'insieme dei caratteri ereditari umani entro il 2005, con un lavoro in sinergia tra laboratori di tutto il mondo. La Celera, filiale di Perkin Elmer, è entrata in gioco come una bomba quando, nel maggio '98, il genetista Venter ha scommesso che sarebbe riuscito a decifrare l'intero genoma umano entro il 2001 grazie a un metodo di mappatura dei geni di sua invenzione. Il consorzio pubblico ha anticipato la sua data al 2003. Ma la battaglia sul tempo tra i due gruppi di ricercatori ne nasconde un'altra: quella sulla proprietà della ricerca. Le conferenza stampa indette ieri dai responsabili del Progetto Genoma trattavano proprio di questo. La mappatura del genoma umano "è un regalo al mondo", ha detto ieri a Londra Mike Dexter, direttore della fondazione Wellcome Trust (il Progetto Genoma è finanziato dal governo degli Stati uniti e da questa fondazione britannica). I risultati della ricerca "devono essere disponibili a tutti, tutti devono potervi accedere, usarli e aggiornarli con nuovi dettagli". In effetti i risultati del Progetto Genoma sono messi in una banca dati la cui consultazione è aperta. Restringere l'accesso e la consultazione, insistono i responsabili del Progetto, sarebbe un limite alla ricerca scientifica. Il dottor John Sulston, capo del gruppo di scienziati britannici di Progetto Genoma, ha insistito: "Il genoma umano è di proprietà pubblica e internazionale. E' questo che stiamo celebrando, qui oggi: la libertà d'informazione e la libertà d'accesso". Da parte di Celera, Craig Venter si difende: "I nostri dati sono gratuitamente accessibili agli scienziati ovunque", ha detto ieri alla Bbc,"quello che (altri scienziati) non possono fare è usare quei dati per trarne profitto". La realtà è diversa. Negli ultimi due mesi gli accessi alla banca dati di genoma Umano sono stati centinaia di migliaia, mentre alla banca dati di Celera Genomics hanno avuto accesso meno di 50 istituzioni, paganti. Polemizza Dexter: "Noi difendiamo il principio dell'accesso gratuito, e stiamo contribuiendo a colmare il divario tra paesi ricchi e i nostri colleghi nei paesi poveri". In ambienti accademici poi molti accusano Celera di impostura: "Senza ricerca pubblica, probabilmente non avremmo proprio nessun genoma", ha detto Sulston. Sta di fatto che quello che Celera annuncia pomposamente come "La sequenza del genoma umano" è solo parte del lavoro. L'altra notizia è appunto cosa rivela la mappatura del genoma umano. Per ora la novità principale è che il Dna umano comprende meno geni di quanto si pensasse. Tra 30.000 e 40.000, secondo gli scienziati del Progetto Genoma; tra 26mila e 38mila secondo quelli di Celera. Considerato che tutti anticipavano qualcosa come 150mila geni, è notevole. L'essere umano è composto da appena il doppio dei geni di una drosofila, il moscerino del vino. Molto più complicate sono dunque le interazioni tra gruppi di geni, e l'interazione tra il Dna e l'ambiente della cellula. Molto resta da studiare.

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FACOLTÀ DI PROTESTA

REDI "La ricerca deve essere libera, il suo uso di dominio pubblico"

YURIJ CASTELFRANCHI

        Un fatto straordinario, vedere l'accademia in piazza? "Solo per noi in Italia", commenta Carlo Alberto Redi, docente di Biologia dello Sviluppo all'Università di Pavia e fra i firmatari dell'appello sulla cui base molti scienziati italiani manifestano oggi a Roma. "A livello internazionale non è così inusuale che gli scienziati si muovano. Basta ricordare il caso del referendum svizzero sulle biotecnologie: di fronte alla minaccia di veder bloccata tutta la ricerca biotecnologica, in campo agroalimentare come in quello medico, i ricercatori sono scesi in piazza. E, partendo da una situazione che vedeva al 70% il fronte del no totale al biotech, sono riusciti a capovolgere l'esito del referendum". Parlate di "svolta repressiva", che "mette a repentaglio la sopravvivenza della ricerca" italiana... Io non sono un esperto di cose legislative, ma mi sembra che ci siano aspetti di anticostituzionalità nell'azione di Pecoraro Scanio. Per esempio, tende a bloccare anche finanziamenti già assegnati. E questo è gravissimo al di là della singola ricerca che viene fermata, perché significa isolare la comunità scientifica italiana: nessun partner europeo chiederà più ai ricercatori italiani di partecipare a un progetto di ricerca sovranazionale, e non perché abbiano dubbi sulla nostra validità scientifica, ma a causa del fatto che non possiamo fornire garanzie di continuità e di reperimento dei fondi. Però è evidente che tutti, cittadini e politici, sentono la necessità di avere un controllo su un settore della ricerca cruciale per il futuro del pianeta. Certo. Ma su una cosa non possono esserci dubbi: la ricerca deve essere libera. Ed è un discorso che non riguarda certo solo gli Ogm. Diverso è il discorso del controllo sociale sulle applicazioni possibili dei risultati della ricerca. Una volta era proprio questo il discorso che differenziava la sinistra: difendere la conoscenza e la libertà del conoscere da un lato, ma mantenere e garantire un esercizio democratico, un controllo sociale sulle applicazioni. Come si può esercitare tutto ciò? Solo grazie all'informazione. Sono convinto che se ci fosse una alfabetizzazione scientifica vera, molti problemi si risolverebbero facilmente. Quello che spaventa è la condizione monopolistica sulle applicazioni. Questa sì, è pericolosa. Ma non possiamo confondere il livello del controllo sociale su una tecnologia con la negazione dei progressi garantiti dalla ricerca. E' triste vedere parte della destra o le imprese farsi paladini di una tradizione di libertà di ricerca che era stata di sinistra. Eppure, sono proprio imprese multinazionali a dare visibilità alla biotecnologia. La gente non mostra poi tanta ignoranza, quando "confonde" le applicazioni della biotecnologia moderna con prodotti brevettati e in mano ai privati... La biotecnologia può portare benefici immensi. Nessuno oggi può pensare di fare progressi sostanziali nel settore della salute, delle nuove terapie e della diagnosi senza tener conto dell'ingegneria genetica. E' assurdo, tanto più in una sinistra laica, costruire un tabù che ci dice che non possiamo toccare il genoma. Quanti poveretti condanniamo se impediamo a priori ogni intervento sul genoma umano? Bisogna intervenire sul Dna, ciò che va gestito e controllato è il come. Se non lo facciamo, se non decidiamo in maniera collettiva e se non sottoponiamo le applicazioni a un controllo sociale democratico, l'ingegneria genetica verrà usata comunque, e solo dalle élite che hanno l'accesso economico alla tecnologia. Questo si può evitare solo conoscendo, grazie alla ricerca, che cosa si può fare, e decidendo collettivamente quello che si vuole fare. Dobbiamo difendere la ricerca proprio per permettere a tutti di accedere alle grandi opportunità fornite dai progressi della conoscenza, e per non lasciare tali opportunità in mano ai grandi monopoli o a pochi ricchi. Se la gente confonde la scienza con la tecnologia, e quest'ultima con il potere di pochi, è anche perché la ricerca produce tecnoscienza, e questa è spesso controllata da compagnie private. E' vero. La comunità scientifica deve fare ammenda su questo. Però non dimentichiamoci che l'università è morta in seguito al thatcherismo, che fece passare in Europa l'idea che l'università deve coniugarsi con l'impresa, nella speranza fasulla che così si producono giovani più competitivi sul mercato del lavoro. Quando l'università deve agganciarsi all'impresa come fonte di finanziamento è evidente che lo scienziato deve fare la ricerca di base con la mano sinistra, mentre gli si impone, a causa del committente, un obiettivo applicativo e tecnologico. Il ricercatore è costretto a una forma di prostituzione scientifica, a causa di scelte politiche più alte che hanno eliminato finanziamenti per la ricerca di base. Il risultato è che i ricercatori appaiono agli occhi di molti come complici diretti della politica delle multinazionali, e che i possibili benefici della biotecnologia abbiamo il sapore della propaganda più che della notizia scientifica. Per avere fondi il ricercatore si sente spinto a sottolineare gli aspetti applicativi della sua ricerca. Anche di fronte a un giornalista: ti chiedono sempre: "ma la ricaduta qual è?", e tu sei forzato a sottolineare gli aspetti positivi possibili. Se un ricercatore vuole fare riso con vitamina B12, poi questa viene propagandata con forze come soluzione di problemi nel Terzo Mondo. So anche io che non è affatto detto che i benefici si realizzino, perché i contadini poveri non avranno accesso a quella risorsa. So anche io che è propaganda, ma come si può evitare questa confusione? Solo facendo in modo che la gente conosca bene quello che facciamo. A quel punto il controllo democratico potrebbe andare nella direzione di imporre che le applicazioni importanti e benefiche delle biotecnologie siano distribuite gratuitamente a chi ne ha bisogno, anziché restare sotto il dominio delle multinazionali. Oggi sui giornali italiani ci saranno colonne entusiaste sul sequenziamento del genoma umano: diranno che è un momento storico, e non diranno che la biotecnologia è in mano a poche compagnie. Dobbiamo conoscere, fare ricerca proprio per sapere cosa di positivo potremo fare e cosa invece collettivamente dobbiamo pretendere che non venga fatto.

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CIÒ CHE HO SCRITTO, COME PRIMA REAZIONE ALLE NOTIZIE PROVENIENTI DAI "VERDI", FACENTI CAPO A PECORARO SCANIO E FRANCESCATO, AL FORUM DI REPUBBLICA SU "MUCCA PAZZA":

Autore: Roberto Renzetti (62.175.76.42)

Data: 10-02-2001; 20:35

Non vi sono forum dove intervenire. Questo è quello in cui mi sembra vi sia maggiore attinenza al tema. Se la cosa non interessa cestinate l'intervento e fine. Ma c'era una cosa che mi premeva dire: Grazia Francescato e Pecoraro Scanio sono degli irresponsabili, dei retrivi, degli odiosi arnesi del passato che farebbero ottima compagnia a Bellarmino e Torquemada. In nome del verde mi hanno fatto diventare rosso dalla vergogna. Sono offeso nell'intimo da due sciocchini, incompetenti ed integralisti. Nessuno in nome di niente dovrà e potrà mai porre limiti alla ricerca scientifica. E se questo fosse un appello del sottoscritto varrebbe meno di zero, ma è appello di persone eccelse ed eccellenti che hanno dato lustro al nostro Paese, nell'appello degli scienziati contro il blocco a qualsiasi ricerca vi sono le firme di Dulbecco e Levi Montalcini. Chiunque faccia professione delle ilarità sostenute dal ministro verde Pecoraro Scanio e dalla coordinatrice verde Francescato(marziani?) è nemico di ogni progresso civile e morale e merita la cittadinanza vaticana!

Roberto Renzetti

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ALCUNI INTERVENTI NEL FORUM CHE HANNO SEGUITO IL MIO

Autore: Salvatore Scargiali (a-pa8-50.tin.it)

Data: 11-02-2001 09:29

Sono d'accordo pienamente con l'intervento di Renzetti e l' iniziativa di Dulbecco e Montalcini. E' raro che l'intelligenza scenda in piazza. L'emotività che i Verdi stanno sfruttando governando allarmismi e disinformazione per aumentare il loro potere politico, penso purtroppo per i peggiori obiettivi degli uomini politici, fa molto presa nella massa. Informo comunque Renzetti che sono un credente e rispetto il Vaticano, fatto di uomini che fanno tanti errori come tutti, spesso legati ai tempi e spesso anche in malafede. La Chiesa però perpetua la memoria di Cristo e amministra i sacramenti e questo mi basta pienamente. L'uomo con i tempi migliorerà lentamente.

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Oggetto: Bentornato Renzetti

Autore: Santiago (ppp079-nas1.iperbole.bologna.it)

Data: 11-02-2001 09:33

Si stanno superando in idiozia. Le elezioni incalzano e i nostri governanti danno fondo all'armamentario di fuochi ad effetto. Siamo partiti dall'abolizione del servizio di leva ( utile soltanto per fare voti ). Proseguiamo con l'abolizione della selezione nella scuola. E adesso assistiamo alla solita fuga in avanti dei politicanti nostrani: il divieto ad ogni forma di sperimentazione genetica sulle piante. Non c'entra niente con l'affare BSE ( dove hanno dimostrato ampiamente di essere degli incapaci ) , ma loro parlano di "scienza pazza" , in modo da inoculare nei gonzi il messaggio subliminale più vantaggioso per la loro bottega. Non sono neanche disonesti , sono semplicemente incapaci di governare , ecco il problema , la realtà che atterrisce. Sanno guidare efficacemente la protesta , sanno fare opposizione ,sono ottimi controllori e critici puntigliosi , ma non sanno governare , non sanno costruire niente. In un'automobile i freni sono essenziali , non sufficienti al movimento. Vaticano lei dice ? Mi puo stare bene come paradigma di oscurantismo e fanatismo ideologico , ma prenda atto una buona volta che questa gente deriva dallo stesso lievito.

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l Oggetto: Concordo con Renzetti

Autore: Alfredo D'Asdia (151.14.69.153)

Data: 11-02-2001 11:39

Mi permetto anch'io questa invasione di forum per esprimere la mia modesta solidarietà a Rita Levi Montalcini, a Dulbecco ed agli altri ricercatori che protestano contro l' atteggiamento imbecille ed oscurantista dei verdi nostrani, che in combutta con il Vaticano stanno facendo l' impossibile per mettere i nostri ricercatori nella necessità di emigrare se vogliono continuare a fare il loro mestiere.

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Oggetto: Renzetti

Autore: Belfagor (ppp-115-131.30-151.libero.it)

Data: 12-02-2001 00:21

I Verdi sono stati un partito che si è collocato a sostegno della multiterapia del prof. Di Bella e che a tutt'oggi si batte per la entrata nel S.S.N. di omeopatia ed altre medicine alternative.... Cosa si ci può attendere da un movimento di questo tipo!? Il rammarico è che comunque la questione ecologica è davvero una cosa di fondamentale importanza. E vederla portata avanti da gente come Pecoraro Scanio….brrr…!!!

P.S. Bentornato Sig. Renzetti

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Oggetto: Grazie Renzetti

Autore: Davide Zella (A050-0598.LAUR.splitrock.net)

Data: 12-02-2001 04:39

bravo Renzetti, complimenti per l'intervento. sono contento di rileggerla.

DZ

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FORUM DI REPUBBLICA SULLA RICERCA

Oggi, 13 febbraio 2001, la Repubblica.it ha aperto un forum sulla ricerca a seguito della manifestazione che gli scienziati italiani hanno fatto a San Macuto con lo slogan "Libertà di Ricerca".

Riporto prima gli articoli e quindi inizierò a riportare gli interventi di interesse sul forum.

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AFFOLLATISSIMA MANIFESTAZIONE A SAN MACUTO. APPELLO AI PARLAMENTARI PER LA RIPRESA DELLA RICERCA TRANSGENICA.

Gli scienziati: "Vogliamo il difensore civico".

E dopo il convegno per la libertà di sperimentazione una delegazione ricevuta da Amato e Pecoraro.

di CLAUDIA MORGOGLIONE

ROMA - Una manifestazione pubblica contro quello che definiscono "oscurantismo": per presentare un appello ai parlamentari a favore della ricerca trasngenica, "messa a repentaglio - è scritto nel documento - da alcune iniziative del ministro Alfonso Percoraro Scanio"; per chiedere l'istituzione di un forum per la libertà della ricerca; per proporre la creazione di un "difensore civico", che assista i ricercatori anche sul piano legale, in caso di controversie con l'amministrazione su contenuti e scopi della loro attività. Sono queste, le iniziative prese oggi dai circa 1.500 scienziati che hanno partecipato all'iniziativa di protesta che si è svolta a San Macuto, nella capitale; gli stessi che avevano già aderito al "manifesto Dulbecco" per la difesa del progresso scientifico, "minacciato da alcuni ambienti cattolici o ecologisti".

        Il martedì della "protesta del Nobel" comincia alle 10, in una straordinaria ressa di partecipanti e giornalisti. L'apertura dei lavori, in una sala gremita e assolutamente insufficiente a contenere tutte le persone convenute, spetta a Rita Levi Montalcini, con uno slogan che sintetizza il senso dellam manifestazione: "Controlli sempre, proibizione mai". Spetta invece al biologo molecolare Angelo Spena illustrare le proposte concrete, prima fra tutte quella del difensore civico: "Una figura - spiega - particolarmente urgente, visto il clima italiano". Altra richiesta, questa più consueta: un aumento dei finanziamenti.

        Ancora più duri i toni dell'appello a deputati e senatori, consegnato nel pomeriggio a Montecitorio. Nel testo, con dovizia di particolari, i ricercatori denunciano il nuovo indirizzo del ministero della Politiche agricole, volto a frenare ogni sperimentazione sui cibi transgenici. Una decisione, denuncia il documento, che "non ha nulla a che vedere con considerazioni di tipo precauzionale: l'attività di studio già rispetta norme precise e specifiche direttive europee". Insomma, secondo gli scienziati, il ministro Pecoraro Scanio ha fatto del tema "una bandiera politica". Conseguenza: "La comunità scientifica non può accettare questi attacchi intimidatori, sulla base di pregiudizi ideologici". Segue l'appello a politici e società civile, perché sostangano le ragioni della ricerca.

        Alle 13, una delegazione degli organizzatori è salita a Palazzo Chigi: a riceverli, Amato e lo stesso Pecoraro Scanio. Segue l'incontro con Silvio Berlusconi: i firmatari del manifesto hanno infatti preparato anche una sorta di intervista per i due candidati premier, con domande del tipo: "qual è la posizione del governo da lei presieduto sulla ricerca agro-bio-tecnologica"? Al leader di Forza Italia, e al suo avversario Francesco Rutelli, l'ardua risposta".

(13 febbraio 2001)

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UN COMITATO TECNICO CONGIUNTO STUDIERÀ UN PROTOCOLLO PER SPERIMENTARE GLI OMG IN CAMPO APERTO.

Scienziati, pace fatta con il governo Amato.

Rientra la polemica col ministro Pecoraro Scanio.

ROMA - Sarà un comitato tecnico congiunto a studiare un protocollo sicuro sugli Organismi geneticamente modificati in campo aperto, dunque a trovare il modo per sperimentare delle biotecnologie senza rischi per gli agricoltori, per l'ambiente e i consumatori. Lo ha annunciato il ministro per le Politiche agricole Alfonso Pecoraro Scanio (che era stato al centro della polemica), dopo un incontro fra una delegazione di scienziati guidata dal premio Nobel Rita Levi Montalcini da una parte e Giuliano Amato, lo stesso Pecoraro Scanio e il sottosegretario alla ricerca scientifica Antonino Cuffaro dall'altra.

        L'incontro si è svolto dopo la manifestazione di protesta degli scienziati italiani per la libertà della ricerca e dopo numerose incomprensioni fra il mondo accademico e scientifico ed il governo, o meglio la parte ecologista del governo.

"Abbiamo deciso - ha detto Pecoraro Scanio in una conferenza stampa al termine dell'incontro - di dar vita a un comitato tecnico congiunto, formato da esperti altamente specializzati, fatto di competenze, soprattuto agricole, per costruire un protocollo di biotecnologia sicura in campo aperto". "Bisogna coinvolgere agricoltori e ambientalisti - ha aggiunto - e appena avremo trovato un'intesa su come si può tentare un primo esperimento in campo aperto, ne faremo uno. A dimostrare che sulla sperimentazione siamo tutti d'accordo. Non c'è quindi un divieto totalizzante e indiscriminato. Ci deve essere, come ha detto la Montalcini, non una precauzione indiscriminata, ma giusta. La ricerca, quando ci sono dei rischi, deve rispettare una precauzione giusta".

"E' stato un incontro molto utile e importante - ha affermato Pecoraro Scanio - anzitutto perché si è preso atto che il governo non aveva mai bloccato le ricerche in laboratorio in campo aperto. La proposta emersa è trovare un protocollo che garantisca sicurezza anche facendo un solo esperimento in campo aperto per vedere cosa succede".   

        E Antonino Cuffaro, anche per negare le accuse fatte al governo di disinteressarsi della scienza, ha anche sottolineato gli stanziamenti del governo a favore della ricerca. Secondo il sottosegretario per la ricerca scientifica il Governo ha stanziato, anche per le biotecnologie, circa 1000 miliardi in tre anni. Oltre 200 miliardi andranno per le ricerche sull'uomo: 140 per la ricerca postgenomica; 60 per l'ingegneria medica; 20 per un progetto del Cnr.

(13 febbraio 2001)

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IL PREMIO NOBEL IN PRIMA FILA NELLA PROTESTA DEGLI SCIENZIATI

"La ricerca transgenica non deve far paura".

Parole dure contro chi la vuole bloccare: "Solo le dittature possono pensare di fermare il progresso".

ROMA (c.m.) - "Sì, l'ho detto e lo ripeto: l'atteggiamento di parte del governo, e in particolare del ministro Pecoraro Scanio, è oscurantista". Non ha peli sulla lingua, il premio Nobel Rita Levi Montalcini, non teme di arroventare un clima già caldo. E così si schiera, ancora una volta, in prima fila, nella battaglia degli scienziati italiani a favore di "tutta" la ricerca, compresa quella sugli alimenti transgenici, e contro la fuga di cervelli che rischia, a suo giudizio, di diventare emorragia.

        Dottoressa Levi Montalcini, voi siete contro il controllo della scienza da parte della politica. E allora chi deve stabilirne i limiti? "Semplice, c'è solo una categoria che possa stabilire i limiti alla scienza: gli scienziati. Che non sono affatto delle persone irresponsabili. Anzi. E naturalmente tenendo l'opinione pubblica costantemente informata".       

        Ma allora perché in molti casi, all'opinione pubblica, la scienza fa paura? "La scienza intimorisce solo chi non la conosce. Colpa anche delle distorsioni dei mass media. Ma in realtà la scienza è l'unica cosa che distingue l'homo sapiens dal resto delle creature viventi. Va coltivata, non certo bloccata".

        Insomma, per lei è una questione di libertà... "Sì. E oggi più che mai questa libertà non può essere messa in discussione, in gioco c'è il futuro stesso dell'umanità. Solo i regimi dittatoriali, di destra e di sinistra, hanno negato questa libertà, con gli esiti tragici che noi tutti conosciamo".

        La vostra battaglia non è solo su principi generali, in gioco ci sono molti interessi, come nel caso degli alimenti transgenici. "Nessuno studio o sperimentazione ha mai dimostrato che i cibi transgenici siano nocivi, anzi finora si è dimostrato il contrario. E comunque io sono d'accordo con quanto già dichiarato dal ministro Veronesi: non si può non uscire di casa per il timore che un'automobile ci investa. E' un atteggiamento pericoloso e senza senso".

(13 febbraio 2001)


Segue

 

 

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